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gliocchidellaguerra

Raid in Siria: ha vinto l’establishment

di Lorenzo Vita

Donald Trump ha passato gli ultimi anni annunciando al mondo che l’idea degli Stati Uniti riguardo la politica internazionale avrebbe dovuto cambiare profondamente. Iniziò nel 2013, ai tempi dei suoi tweet infuocati contro Barack Obama. In quelle frasi social che tanto adora e che tanto utilizzava, Trump si chiedeva come fosse possibile che gli Stati Uniti decidessero i destini delle nazioni del mondo. Era un Trump che chiedeva a Obama di dimenticarsi della Siria, di pensare all’Obamacare, al lavoro negli Stati Uniti. Un Trump che addirittura diceva che la questione del Daesh era un affare interno della Siria e dei suoi alleati, non degli Stati Uniti d’America.

Passano gli anni, Trump viene eletto presidente, e i pensieri sulla Siria sembrano rimanere immutati. Fino a ieri, fino a stanotte, quando con un’inversione totale rispetto ai suoi proclami elettorali, decide di autorizzare il bombardamento della Siria. Con un attacco a sorpresa, nel cuore della notte, decine di missili Tomahawk hanno colpito le basi da cui, secondo gli USA, sarebbe partito l’attacco chimico dell’aviazione di Assad contro Idlib.

Che cosa è cambiato nella testa di Donald Trump nelle ultime settimane? Che cosa può esserci dietro la scelta così azzardata, in un clima internazionale infuocato, di bombardare senza preavviso un Paese in piena guerra al terrore e alleato della Russia e dell’Iran? Per comprenderlo bisogna prima di tutto analizzare la politica interna americana.

Trump è un presidente debole. Nonostante le grandi adunate repubblicane, il consenso dell’America profonda, la sua volontà di essere un rivoluzionario nello Studio Ovale, Trump non ha dalla sua parte i poteri, quelli veri, degli Stati Uniti. E questa debolezza ha iniziato a pesare nel suo programma presidenziale. La sconfitta sull’Obamacare così come la continua ostilità del proprio stesso partito, hanno fatto capire anche allo stesso Trump che qualunque presidente, anche il più ribelle, necessità dello Stato profondo, necessità dell’establishment.

E il bombardamento della Siria è una mossa che ha evidentemente lo scopo di riconciliarsi con il suo establishment. Con l’attacco ad Assad e i proclami su un cambiamento di regime a Damasco, Donald Trump si è legittimato di fronte ai suoi stessi critici e di fronte ai grandi burocrati del suo partito. I suoi grandi critici all’interno del partito repubblicano, McCain, Lindsey Graham e tutta l’ala neocon ora hanno avuto finalmente prova che Donald Trump è uno dei loro.

E Donald Trump ha ottenuto finalmente il loro appoggio. I due politici hanno emesso anche un comunicato ufficiale, in cui hanno applaudito la scelta di Trump di attaccare la Siria. Secondo i due leader dell’opposizione interna nei repubblicani, il Presidente con questa mossa a sorpresa avrebbe lanciato un messaggio chiaro ad Assad e al suo alleato Putin, chiedendo di fermare una strage di innocenti. Anche il vecchio rivale Rubio ha confermato il sostegno al Presidente sull’attacco in Siria. In un comunicato diramato dai suoi uffici di Washington, Rubio ha chiesto a Trump di continuare su questa linea fino al termine della minaccia di Assad per la sicurezza dei cittadini siriani e degli stessi Stati Uniti.

Anche i democratici hanno serrato le fila a sostegno della scelta del Presidente. Poche ore prima dell’attacco, quando ormai era chiaro che l’opzione militare sarebbe stata scelta dal Presidente, la stessa Hillary Clinton dichiarava che con Assad avrebbero dovuto essere più duri. L’ex candidato democratico ha anzi affermato che la strategia sulla Siria, sin da subito avrebbe dovuto prevedere attacchi mirati e divieto di voli in alcune aeree, per evitare attacchi non convenzionali sulla popolazione. Molti democratici hanno mantenuto un profilo più basso, ma comunque di sostegno alla scelta militare contro Bashar Assad. I deputati repubblicani hanno sostenuto che servisse un passaggio al Congresso per discutere dell’opzione bellica, ma comunque non hanno condannato in nessun caso la scelta del Presidente.

Che l’appoggio dell’establishment sia da qualche tempo in primo piano nell’agenda politica di Donald Trump, era ormai molto chiaro. La sostituzione di Steve Bannon, suo storico consigliere, con il generale McCaster, lo stratega della guerra in Iraq dal 2005, è stata una scelta dettata proprio da questa necessità. E la scelta dell’attacco in Siria sembra avere la medesima origine politica. La logica di Trump è quella per cui non può continuare ad essere un Presidente con poteri effettivi se ha contro il cosiddetto deep-State. E questo Stato profondo voleva da tempo un attacco in Siria e la fine dei buoni rapporti con la Russia.

Con questo attacco Trump ha il suo scopo: l’appoggio dell’establishment. Ma anche l’establishment ha ottenuto ciò che voleva, in altre parole un cambio di rotta repentino e decisivo nella politica internazionale statunitense. Un cambio di rotta che però porta con sé enormi conseguenze sul piano internazionale e che mette ancora più incertezza in un Medio Oriente ormai già completamente privo della minima stabilità. Una stabilità che stava per essere raggiunta con la strategia russa e iraniana, ma che non piaceva assolutamente ai burocrati di Washington. E con questo attacco nel cuore della notte, sembra che i burocrati stiano prendendo il sopravvento sui sentimenti isolazionisti di The Donald.

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