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I “segreti" di Trump dietro alle acrobazie fiscali

di Alberto Micalizzi

Non vedo nulla di buono dietro il massiccio taglio delle imposte sulle imprese deciso da Trump la settimana scorsa. Un taglio troppo costoso, che peraltro avviene proprio mentre la Casa Bianca deve preoccuparsi di cercare nuovi mercati di sbocco per i titoli del debito USA. Ecco come me lo spiego…

La politica aggressiva di quantitative-easing condotta senza sosta dalla FED soprattutto dal 2008 in avanti ha portato i tassi di interessi USA a zero, livello mai toccato in precedenza. Nel 2000 il tasso FED era circa il 6,5%, all’inizio del 2008 era già sceso al 3,5% e a fine 2016 era lo 0,75% (fonte: global-rates.com). Un trend di discesa costante, quindi, che ha consentito all’economia americana di crescere al di là delle proprie capacità, saltando da una bolla all’altra.

I tassi di interesse sono lo strumento principale di politica monetaria di una banca centrale. Le banche centrali li abbassano per stimolare i consumi e gli investimenti e li alzano per ottenere l’effetto opposto.

Negli obiettivi fondamentali della FED vi è proprio quello di stimolare la crescita dell’economia abbassando i tassi di interesse ed iniettando liquidità nel sistema al fine di sostenere la domanda interna e gestire la bilancia commerciale “esportazioni-importazioni”, strutturalmente in rosso nel caso statunitense. Oggi, dunque, la politica monetaria americana ha esaurito gli strumenti a disposizione dato che la FED, i tassi, può solo alzarli ed anzi deve farlo presto per evitare guai seri sul dollaro… (ci tornerò).

Come si fa, dunque, a sostenere l’economia USA nella prospettiva di una politica monetaria che da espansiva diventa recessiva? Ci sono due altre leve a disposizione degli USA.

La prima riguarda l’indebitamento del sistema, attraverso il quale gli USA riescono da decenni a vendere le proprie obbligazioni in dollari e pagare così il saldo negativo importazioni-esportazioni. Così facendo possono importare più di quanto esportano scaricando sui Paesi fornitori le conseguenze della propria politica monetaria (vedi Giappone in primis).

Tuttavia, anche questa leva ha il fiato corto, o meglio il braccio corto. Infatti, sappiamo che dal 2016 in avanti i due principali sottoscrittori di obbligazioni USA, Cina e Giappone, stanno riducendo drasticamente le giacenze di titoli USA (si veda il mio articolo: “Perché una guerra nel Pacifico”). Ad oggi, il Governo Federale USA ha un debito verso Paesi esteri di circa 5.910 miliardi di dollari di cui 2.250 miliardi (il 40%) è contratto verso Cina e Giappone, che stanno però riducendo gradualmente la propria quota di titoli in dollari (e la Cina sta facendolo più rapidamente del Giappone).

In concreto, questo vuol dire che Cina e Giappone non sono più disponibili a produrre ed esportare prodotti e servizi verso gli USA come lo sono stati in passato, quindi gli americani devono cercare alternative.

Se la leva monetaria è esaurita e addirittura si inverte e se l’espansione del debito inizia a trovare ostacoli, per stimolare l’economia non resta che agire sulla terza ed ultima leva a disposizione, la leva fiscale.

E’ così che Trump ha deciso di portare l’aliquota sui redditi delle imprese dal 35% al 15%, il taglio più massiccio mai avvenuto nella storia americana, non paragonabile neanche alle misure ultra-liberiste della reaganomics, che negli anni ’80 abbassarono soprattutto le imposte personali e furono maggiormente orientate alla semplificazione del sistema di scaglioni che non solo della riduzione delle aliquote in sé.

Tendo a credere, dunque, che quella di Trump sia stata una decisione non-discrezionale, sostanzialmente inevitabile. In questo sono confortato da altre due evidenze empiriche.

Anzitutto, secondo stime riportate dal Sole24ore, si parla di una manovra che crea un fabbisogno finanziario lordo di quasi 950 miliardi di dollari, pari a quasi il 5,2% del PIL (vedi articolo “Piano fiscale di Trump: il vero nodo è la crescita economica”). Anche volendo considerare un minimo di effetto espansivo sul sistema (a causa dell’aumento relativo delle entrate fiscali) si stima che l’impatto netto negativo sul PIL sia almeno del 3%, quindi pari a circa 540 miliardi di dollari. Trump non ha detto come intende finanziare questo disavanzo e secondo me al momento non è in grado di dirlo. Certamente qualcosa deve averla in mente e forse lo scopriremo presto dalle onde dell’oceano Pacifico…

La seconda evidenza di supporto è data dalla fatto che il trend di riduzione delle imposte è generalizzato, e dipende proprio dal fatto che un po’ ovunque gli stimoli di politica monetaria sono arrivati al capolinea e le banche centrali devono trovare il modo di ritirare la liquidità in eccesso alzando i tassi di interesse. Dunque, anche per questa ragione non restava a Trump che agire sulla leva fiscale. Ad esempio, la Gran Bretagna ha iniziato con un taglio delle imposte sui redditi di impresa dell’1% dello scorso Aprile e l’annuncio di altri tagli fino al 2020. Nell’Eurozona la riduzione delle aliquote sulle aziende francesi è stata annunciata da Macron (dal 33,3% al 25%) mentre in Italia quest’anno l’IRES passa dal 27,5% al 24%. Altri Paesi come Russia, Cina e India stanno adottando provvedimenti similari (vedi articolo del Sole24ore “Corsa mondiale al taglio delle tasse”).

Se unisco tutti questi puntini la figura che appare ai miei occhi mi dice almeno due cose:

a) che siamo seduti su una gigantesca bolla monetaria, dovuta allo scollamento tra massa monetaria in circolazione e valori reali delle economie sottostanti. Tale liquidità è tuttora in larga parte imprigionata nel sistema bancario, così come una immensa quantità d’acqua è trattenuta da una diga. Ma non appena gli argini dovessero cedere, tale liquidità si scaricherebbe a valle, che nel nostro caso vuol dire sull’economia reale, e non trovando sufficienti beni e servizi da comprare causerebbe la più grande esplosione dell’inflazione che si ricordi. Questo vale soprattutto per gli USA.

b) che i governi stanno sostituendo entrate operative (le imposte) con debito (pubblico), il che porterà ad una ulteriore dipendenza delle decisioni politiche dalle direttive delle oligarchie finanziarie che hanno il monopolio della moneta. Infatti, l’unico modo per rendere possibile questo nuovo corso di de-fiscalizzazione è di consentire l’ulteriore aumento di debito pubblico, dato che tutti i Governi principali usano una moneta-debito, prestata loro dal sistema bancario.

Nell’Eurozona c’è poco spazio per la crescita ulteriore del debito pubblico, a meno di modifiche strutturali ai Trattati. Quindi, ne deduco che dalle nostre parti stiamo per entrare nella fase acuta di una stagione di privatizzazioni e svendite.

Cambiano le forme, vengono eletti nuovi capi di Stato, si firmano nuovi accordi, ma tutto gira attorno alla stessa regola di fondo: se il settore finanziario non può prelevare ricchezza attraverso gli interessi passivi sul debito lo fa acquisendo direttamente la proprietà dei beni pubblici e privati.

Occorre una strategia perseguibile a breve per definanziarizzare il Paese. E’ la battaglia contro il debito, quella di sempre, che dobbiamo vincere.

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