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Violenza e brutalità

di Jean Genet

Pubblicato il 2 settembre del 1977 sulle colonne di “Le Monde”, Violence et brutalité suscitò non poche polemiche. Furono in molti (su tutti il politologo Maurice Duverger) a leggere nelle parole di Genet una legittimazione senza se e senza ma del terrorismo della Rote Armee Fraktion (Raf). In realtà, il testo di Genet era soprattutto un attacco alla “sinistra divina” del Sessantotto, a quella “disinvolta e angelica” dei salotti, che alla violenza del gesto e, quindi, alla vita, preferiva la brutalità dell’ordine e delle galere

I giornalisti buttano lì parole, senza preoccuparsi troppo del loro lento germinare  nelle coscienze. Violenza – e il suo indispensabile complemento: non-violenza ne sono un esempio. Se riflettiamo su un qualsiasi fenomeno vitale, però, nel senso della suo significato più stretto, che è quello biologico, comprendiamo subito che violenza e vita sono all’incirca sinonimi. Il chicco di grano che germina e spacca la terra gelata, il becco di un pulcino che rompe il guscio dell’uovo, la fecondazione di una donna, la nascita di un bambino sono suscettibili di un’accusa di violenza. Ma nessuno mette in discussione il bambino, la donna, il pulcino, il germoglio, il chicco di grano. Il processo che è stato condotto contro la RAF (Rote Armee Fraktion), il processo relativo alla sua violenza è reale, ma la Germania federale e, con essa,  l’Europa e l’America tutte vogliono ingannarsi.

Più o meno oscuramente, tutti sanno che queste due parole, processo e violenza, ne nascondono una terza:  brutalità. La brutalità del sistema. E il processo fatto alla violenza è esattamente ciò che costituisce la brutalità. E più la brutalità sarà grande, più il processo infamante, più la violenza diventa imperiosa e necessaria. Più la brutalità è fragile più la violenza che è vita sarà esigente fino all’eroismo. Ecco una frase di Adreas [Baader]: «La violenza è un potenziale economico».

Quando la violenza è così descritta, bisogna pur dire che cos’è la brutalità, non bisogna infatti sostituire un termine con un altro lasciando alla frase la sua funzione accusatrice verso uomini che usano la violenza. Si tratta piuttosto di rettificare un giudizio quotidiano non permettendo al potere di disporre a loro piacimento e per il loro conforto del vocabolario, così come essi hanno fatto e ancora fanno con la parola brutalità che qui in Francia rimpiazzano con “sbavatura” o “incidente di percorso”.

Così come gli esempi di violenza necessaria sono incalcolabili, i fatti di brutalità non lo sono meno, poiché la brutalità si oppone sempre alla violenza. Intendo dire che si oppone a una dinamica ininterrotta che è la vita stessa. La brutalità prende dunque le forme più inattese, non immediatamente rilevabili come brutalità: l’architettura delle HLM, la burocrazia, la sostituzione della parola giusta o conosciuta con la cifra, la priorità, nella circolazione, data alla velocità piuttosto che alla lentezza dei pedoni, l’autorità della macchina sull’uomo che la serve, la codificazione delle leggi che prevalgono sulla consuetudine, la progressione numerica delle pene, l’uso del segreto che impedisce una conoscenza di interesse generale, l’inutilità dei ceffoni nei commissariati di polizia, la sfrontatezza dei polizioni nei confronti di chi ha la pelle scura, la reverenza nei confronti della mancia e l’ironia se la mancia non arriva, la marcia al passo dell’oca, il bombardamento di Hải Phòng, la Rolls-Royce da quaranta milioni… Chiaramente, nessuna enumerazione potrà esaurire i fatti che sono come incarnazioni multiple attraverso le quali la brutalità si impone. E la violenza spontanea della vita continuata dalla violenza dei rivoluzionari sarà sufficiente per mandare in scacco la brutalità organizzata.

Dobbiamo a Andreas Baader, a Ulrike Meinhof, a Holger Meins, a Gudrun Ennslin e a  Jan-Carl Raspe, alla  RAF il merito di averci fatto capire non soltanto con parole, ma attraverso le loro azioni, fuori e dentro le prigioni, che solo la violenza può mettere fine alla brutalità degli uomini. Una precisazione: la brutalità di una interruzione vulcani,a quella di una tempesta, o più quotidiana, quella di un animale, che non chiama alcun giudizio. La violenza di un germoglio che esplode – contro ogni attesa e ogni difficoltà – ci tocca sempre.

Evidentemente c’è una possibilità: che la brutalità, attraverso i suoi stessi eccessi, si distrugga o, piuttosto, non che cambi fine – per definizione non ne ha – ma arrivi a cancellarsi, a lungo termine ad annientarsi, davanti alla violenza.

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