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linterferenza

Moriremo populisti?

Riccardo Achilli

Sento fare molti discorsi, per così dire, auto-consolatori, dopo i risultati delle elezioni presidenziali francesi, circa una presunta “incapacità” dei populismi di destra di sfondare nell’agone elettorale, conquistando l’egemonia politica.

A mio avviso, molti di questi discorsi dipendono da un errore di percezione, tipico dell’osservatore individuale, che tende ad identificare la sua percezione soggettiva del tempo con quella oggettiva. E’ chiaro che, in un approccio soggettivo, dopo circa dieci anni di crisi economica, che per una esistenza personale sono un lasso di tempo lungo, si possa pensare che i populismi di destra non riescono a conquistare l’egemonia.

Ma i tempi della storia, purtroppo, sono oggettivi, e non soggettivi. La sinistra ha raggiunto l’apogeo della sua egemonia culturale e politica nell’Occidente nei Trenta Gloriosi dopo la seconda guerra mondiale. Le prime manifestazioni intellettuali e culturali del socialismo utopistico risalgono alla fine del Diciottesimo secolo! Ora, guardiamo ad una mappa dei populismi di destra, e come si sono evoluti in soli 10-15 anni. Essi governano in Ungheria e negli Stati Uniti, hanno governato in Danimarca (dove il partito Df è riuscito ad imporre leggi di limitazione dell’immigrazione molto severe, ed ha guadagnato il 21% dei voti alle politiche del 2015, dal 12,3% del 2011). Segnalano enormi progressi in Francia (dove la Le Pen ha conquistato 7,7 milioni di voti al primo turno presidenziale del 2017, dai 6,4 del 2012, e oltre 10,6 milioni al secondo turno, raddoppiando la quota raggiunta dal padre nel 2002), in Svezia (dove il partito Sd ha conquistato il 13% alle politiche del 2014, dal 5,7% del 2010), in Olanda, dove il partito della libertà di Wilders è diventato il secondo partito del Paese alle politiche di poche settimane fa, e persino in Gran Bretagna, dove l’Ukip di Farage passa dal 3,1% del 2010 al 12,6% del 2015 (e la cui crisi attuale dipende essenzialmente dal fatto che ha raggiunto il suo scopo, cioè l’uscita dalla Ue, e quindi deve riposizionarsi). In Italia, la Lega, con la cura lepenista di Salvini, passa dal 4% al 13%, divenendo partito a radicamento nazionale, e non più solo settentrionale. L’Hfo austriaco, con il candidato Hofer, registra, alle presidenziali del 2016, un consenso elettorale pari al triplo di quello del 2010, sfiorando la vittoria, con un differenziale di voti del tutto insignificante numericamente. Alba Dorata è un partito dichiaratamente neofascista, quindi non ha a che vedere con i summenzionati populismi di destra ), e non rientra pertanto in tale analisi.

Populismi di destra che, lo dico per inciso, non sono assolutamente classificabili nella categoria del neofascismo, chi lo fa è ignorante ed in malafede. Infatti, il fascismo ha chiare caratteristiche – il misticismo dello Stato come preminente sulla società organizzata in rigide gabbie corporative, l’eroismo spiritualizzato evoliano che astrae dall’individuo reale – tutte caratteristiche che allontanano il fascismo dal rapporto diretto con il popolo, e che quindi sono l’esatto contrario del populismo, per cui il rapporto con il popolo viene soltanto semplificato dalla figura idealizzata del leader infallibile che lo guida come gregge inerte – e non che ne trae ispirazione politica tramite forme di ascolto e partecipazione diretta più o meno sistematizzate, come avviene invece nel populismo. Viceversa, nel fascismo, la messa in stato passivo della società (Salazar diceva che la libertà di pensiero può “essere goduta soltanto nell’intimità dell’individuo, mai agita all’esterno”) viene sostituita da un linguaggio plebeista e popolano che dà soltanto l’impressione di una vicinanza spirituale con le masse. Il fascismo si dota di un razzismo che pretende di avere tratti pseudo-scientifici, talché la sua politica estera, ed interna, è inevitabilmente aggressiva, perché deve sottomettere le razze considerate inferiori. Il problema del fascismo non è quello di bloccare i flussi migratori degli “inferiori” (pochi ad esempio sanno che Mussolini favorì una certa immigrazione slovena in Friuli, negli anni Venti e Trenta) ma di sottometterli, ovunque essi siano. I populismi hanno invece un approccio a-ideologico, nel quale il problema non è quello di definire razze superiori ed inferiori (pochi in Italia sanno che molti quadri e dirigenti del Front National sono di origine maghrebina ed africana) ma, più pragmaticamente, di bloccare flussi migratori considerati (peraltro con una certa dose di ragione) pericolosi per la tenuta socio-lavorativa e cultural-identitaria dei propri Paesi.

Ora, io ovviamente scrivo da una posizione di chiara ostilità politica e culturale rispetto a tali partiti, chi conosce la mia storia lo sa bene e non può dubitarne. Ma se vogliamo evitare che il populismo di destra diventi, nel prossimo futuro, l’area egemone di qualsiasi forma di protesta sociale, azzerando ogni tentativo di rinascita e riorganizzazione di una sinistra popolare, dobbiamo essere onesti, evitare i discorsi autoconsolatori. I populismi di destra stanno aprendosi la strada verso l’egemonia, è solo questione di tempo. Non riescono ancora, in molti casi, a sfondare definitivamente il muro della conquista del potere perché resistono ancora, benché duramente provate dalla lunga crisi economica ed in forte crisi di identità, i ceti sociali medi e poco differenziati creatisi durante il lungo periodo di crescita del benessere in tutta Europa. Se guardiamo all’analisi del voto francese, lo sbarramento “repubblicano” alla Le Pen è provenuto dal voto del ceto medio urbano istruito, dei ceti emergenti del precariato cognitivo in carriera e di successo (il voto di Macron ha infatti sfondato fra i millennials con carriera autonoma, di età compresa fra 28 e 34 anni, e con reddito medio-alto, più dalle donne che dagli uomini, a conferma del fatto che il femminismo ha prodotto frutti socialmente regressivi), dei dirigenti e quadri, soprattutto del settore privato, e dei pensionati[1].

Si tratta, in sostanza, di quel blocco sociale emerso negli anni Novanta come ceto medio relativamente poco differenziato quanto a livello reddituale, stile di vita e ideologia prevalente, con l’aggiunta del segmento di successo del precariato ad alto livello di istruzione. Questo blocco sociale liquido, incorporante elementi del tradizionale proletariato impiegatizio ed elementi piccolo-borghesi, è stato quello che ha sostenuto, negli anni Novanta, la penetrazione del liberismo dentro ogni ganglio della politica, nella sua versione ortodossa, affidata alle destre repubblicane, e socio-liberista, affidata alle sinistre blairiane. Pur se in grave crisi, tale blocco sociale esiste ancora, è ancora numericamente rilevante ed ancora poco permeabile a messaggi politici percepiti come un pericolo al suo stile di vita, per quanto traballante esso sia.

Ma è di tutta evidenza, e non si tratta certo di un meccanicismo, che se le condizioni di politica economica e sociale non cambiano radicalmente, e quindi la stagnazione della crescita durerà ancora per i prossimi anni, come fanno presumere le vittorie elettorali, attuali e future, di personaggi come Macron, Martin Schulz, o la permanenza al potere di personaggi come Renzi o Rajoy (o lo stesso Tsipras, che oramai interpreta la parte in commedia di un improbabile “meno peggio” del tutto succube alla Trojka) allora l’avanzata delle destre populiste continuerà. E se esse, in Paesi come l’Austria, l’Olanda, la Francia, oggi iniziano ad annusare l’odore del potere, domani potranno entrare nella stanza dei bottoni. L’ortodossia liberista e globalizzatrice ha strappato soltanto un altro giro di giostra, ma non è in grado di modificare in profondità la sua natura, perché risponde ad interessi che percepiscono loro stessi come immuni da qualsiasi terremoto. E, un domani, la vittoria delle destre populiste servirà a questi stessi interessi per “rinazionalizzare” i proventi acquisiti dalla lunga stagione della globalizzazione.

Serve allora un’alternativa di sinistra. Peccato però che, nel Paese europeo dove essa sta manifestando i segnali più promettenti, ovvero in Francia, la classe operaia abbia votato per il 37% per la Le Pen, e solo per il 24% per Mélenchon. Uno scarto analogo vale per gli impiegati. Mentre per i disoccupati il vantaggio del candidato di sinistra è minimo (31%, contro il 26% della Le Pen). Le classi popolari votano a destra, è oramai chiaro. Questo non deve portare ad essere imbecilli, ovvero a trattarle con sdegnoso snobismo (“questi non hanno capito niente, sono solo racaille”). Ma ad essere intelligenti, ed a capire che il tema dello Stato nazionale non è un residuo sciocco di era fascistoide, ma l’unico contenitore entro il quale si può fare lotta di classe, posto che in un etereo Iperuranio globalizzato non esistono istituzioni e enti intermedi in grado di fare questa lotta, né peraltro condizioni omogenee fra le classi popolari di diversi Paesi, che finiscono per farsi concorrenza fra loro (come l’operaio tedesco che vota per i politici tedeschi che promettono di strizzare come spugne le popolazioni italiane o greche). A capire che l’immigrazione selvaggia crea esercito industriale di riserva, che contribuisce ad incidere sui già indeboliti diritti del lavoro, sottraendo anche una identità nazionale che è parte dell’identità personale di ognuno di noi. A capire che i temi dello Stato, di un ritorno alla sovranità delle politiche monetarie e fiscali, di un controllo selettivo dell’immigrazione, ma anche della sicurezza urbana, vanno declinate, certamente con un approccio di sinistra (ad esempio propugnando un ritorno alla sovranità nazionale coordinato e cooperativo, nel quadro del mantenimento di accordi di cooperazione transnazionali e di aree comuni di circolazione di persone e – nei limiti di ragionevoli controlli alla frontiera – dei capitali, o pensando a politiche migratorie che, accanto alla doverosa solidarietà con i profughi veri, ed a doverose politiche di integrazione, pensino ad uno sviluppo meno squilibrato fra Sud e Nord del mondo ed a una attenta gestione ecologica del pianeta, insieme a filtri selettivi nei Paesi di origine ed affrontare il tema dei clandestini), ma non possono essere delegate a destra.


Note
[1] Cfr. per una analisi del voto al primo turno https://www.publicsenat.fr/article/politique/presidentielle-la-sociologie-du-vote-59189
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