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Banche centrali, fine della centralità?

Marco Bertorello

Le banche centrali hanno salvato l’attuale mondo economico-finanziario e lo stanno ancora sorreggendo, seppur in modo meno evidente. Dall’esplosione della crisi i loro bilanci sono quadruplicati, raggiungendo la cifra di 20 mila miliardi di dollari. Tanto per rendere l’idea questa cifra è circa un quinto superiore al Pil dell’intera Unione europea. Solo dall’inizio di quest’anno le banche centrali di Usa, Eurozona, Giappone e Svizzera hanno acquistato attività finanziarie per un valore superiore ai mille miliardi di dollari. In questi ultimi anni si è affermata una sorta di staffetta nel creare moneta facile tra la Fed e la Bce, affiancate dal costante attivismo della Boj nipponica.

Stiamo parlando delle tre principali banche centrali in termini di bilanci, che in questi anni vanno convergendo verso i 4.500 miliardi ciascuno. L’unica grande banca centrale che ha visto ridurre il proprio budget, seppur per una sorta di illusione ottica causata dal deprezzamento della propria moneta nei confronti del dollaro, è la banca cinese. Negli Stati Uniti apparentemente è in corso una ripresa, che non riesce a far da traino a livello globale ma consente la fine delle politiche monetarie accomodanti sul piano interno. Dopo aver concluso il programma di quantitative easing la Fed ha intrapreso un cauto e lento aumento dei tassi d’interesse, ma ancora non si azzarda a riassorbire la quantità di moneta circolante immessa in questi ultimi anni. La Fed pare non avere nessuna fretta di riportare il proprio bilancio ai livelli pre-crisi e nella prossima fase è prevedibile che ridurrà semplicemente il riacquisto dei titoli che ha in scadenza, passando dal 100% all’80%, insomma un percorso molto prudente e scadenzato. Lo stesso tapering (graduale riduzione) della Bce non è detto che sia proprio dietro l’angolo, si parla di un suo almeno parziale prolungamento al 2018, magari con la contestuale ripartenza dei tassi d’interesse per favorire le attività bancarie. Lo stesso Giappone ha confermato gli intenti accondiscendenti rispetto a politiche monetarie espansive. Misura di tale dipendenza dell’intera architettura economico-finanziaria è il fatto che si prefiguri un ritorno a politiche fiscali espansive, con la riduzione della pressione in particolare per imprese e per i cittadini finalizzata a una ripartenza dei consumi. Questa opzione, incarnata in particolare da Trump, non è chiaro ancora come potrà esser messa in pratica, se non al prezzo di un ulteriore rialzo dei debiti pubblici. L’inondazione monetaria non si ritrarrebbe, ma verrebbe affiancata da nuove politiche che danno il senso della compenetrazione tra sfera statuale e privata, tra economia finanziaria e reale, in tempi di un mercato libero di agire indisturbato secondo le sue necessità.

L’ex governatore della banca d’Inghilterra Mervyn King recentemente ha sottolineato come l’attuale «alchimia» finanziaria si fondi sulla capacità delle banche centrali di creare liquidità di emergenza a condizione di avere alle spalle la garanzia di uno Stato solvibile. Verrebbe da aggiungere che tale processo costituisce una specie di prosecuzione dell’economia a debito con altri mezzi. L’Economist della scorsa settimana in un excursus sul ruolo delle banche centrali negli ultimi tre secoli sottolinea come le crisi abbiano via via consolidato il loro potere e come allo stesso tempo con l’ultima crisi «l’indipendenza concessa loro dai politici non sia garantita». La politica e le imprese fanno affidamento sulle banche centrali, sul loro ruolo di prestatore di ultima istanza quanto sulla loro capacità di creare moneta ben oltre le crisi. Un ruolo che resta nevralgico dentro un’economia tendenzialmente stagnante, dove il mercato non sembra ritrovare autonomia attraverso i meccanismi di funzionamento propri.

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