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Atlante, i fondi sommersi

di Marco Bersani

“Un intervento necessario perché altrimenti il sistema economico, non solo bancario, andrebbe in crisi», dichiaravano nell’aprile 2016 il sempiterno presidente di Acri (le fondazioni bancarie) Giuseppe Guzzetti e Claudio Costamagna, presidente di Cassa Depositi e Prestiti, in merito all’avvio del Fondo Atlante.

Fondo di 4,25 miliardi, creato per sostenere la ricapitalizzazione delle banche in difficoltà e risolvere il problema delle sofferenze, finanziato, fra gli altri, con 500 milioni di Cassa Depositi e Prestiti.

L’intervento salva-banche, sempre secondo i due autorevoli presidenti, si era reso necessario perché l’Italia è un paese molto «bancocentrico», dove le imprese e le famiglie per avere prestiti e mutui si rivolgono alle banche, le quali «se falliscono mandano in crisi l’intero sistema».

Da non credere: dopo aver azzerato in 25 anni il controllo pubblico sulle banche – nel ’92 era pari al 74,5% – ed aver privatizzato persino Cassa Depositi e Prestiti, oggi ci si stupisce che famiglie e imprese per chiedere prestiti vadano in banca.. Ma tant’è.

Il Fondo si è da subito cimentato con gli aumenti di capitale di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza, con l’obiettivo di evitare a qualunque costo che, dopo Popolare Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara, altre banche, di ben maggiori dimensioni, finissero in risoluzione, innescando una crisi di sfiducia rovinosa per l’intero sistema bancario.

Ma già in questa prima operazione, dovendo il Fondo coprire tutta la ricapitalizzazione delle banche venete e non solo una parte come inizialmente previsto, le risorse a disposizione del Fondo si sono rapidamente esaurite e, con esse, la fiducia degli investitori di portare a casa i rendimenti del 6% allora vagheggiati. Prosciugate le risorse sul primo obiettivo -la ricapitalizzazione delle banche- nell’agosto 2016 è stato creato Atlante 2 per intervenire sulle sofferenze bancarie. Questa volta il Fondo raggiunge solo 1,7 miliardi (di cui una parte proveniente dal Fondo Atlante), e l’entusiasmo di Giuseppe Guzzetti si è già trasformato in aperta delusione «il contenuto numero di adesioni rischia di vanificare in larga misura lo scopo per cui Atlante è nato: non solo strumento per governare alcune emergenze, ma intervento per creare un vero mercato dei crediti deteriorati».

Un anno dopo, il fallimento è conclamato, certificato dalla svalutazione che banche come Unicredit e IntesaSanpaolo hanno fatto del proprio investimento in Atlante.

Oggi la situazione per le due banche venete è, per usare un eufemismo,in salita. L’intervento dello Stato (20 miliardi di garanzie pubbliche approvati per il salvataggio di una serie di banche) può essere messa in campo solo ottemperando alla richiesta della Ue di individuare 1 miliardo da soggetti privati, in modo da alleggerire il peso dell’intervento pubblico. Soldi che nessun privato è intenzionato a mettere e tanto meno il Fondo Atlante, che ha dichiarato inesistenti le condizioni per qualsiasi ulteriore investimento nelle due banche.

Nel frattempo, Atlante 2 acquista crediti deteriorati delle banche in sofferenza: è recentissimo l’acquisto da Banca Marche, Banca Etruria e CariChieti di 2,2 miliardi lordi, tra sofferenze e incagli, pagati 713 milioni, pari al 32,5% del loro valore, una soglia decisamente più alta della media delle transazioni di mercato. La tipica copertura di una falla, senza alcuna strategia: le banche, attraverso Atlante, comprano i crediti deteriorati pagandoli più di quanto varrebbero sul mercato, con l’intento di dirottare verso quel soggetto i soldi dei risparmiatori esasperati che non vogliono sentir più parlare di subordinate e cercano qualcosa di «sicuro».

Da qualsiasi punto la si osservi, la crisi sistemica delle banche sembra aggrovigliarsi su se stessa. 

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