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Il capitalismo sotto la tenda a ossigeno

di Jean Paul Fitoussi

Il capitalismo sotto la «tenda a ossigeno». L’espressione è di Joseph Schumpeter, e sta a designare l’economia mista, le cui condizioni a suo parere non potevano che essere flebili. Fu contro quest’anomia che la cosiddetta rivoluzione conservatrice diede battaglia, alla svolta degli anni 1970-1980.  A un dato momento (1984) c’è stato persino chi ha esclamato: «Viva la crisi!». Era«soltanto» l’insorgenza, in tempi di pace, di una disoccupazione di massa; una pura e semplice crisi occupazionale! Per parte mia, non sono disposto ad associarmi agli entusiasti della crisi finanziaria, precisamente in ragione dei suoi potenziali effetti sull’occupazione. Se ho fatto riferimento a quel periodo è perché il 1984 è stato l’anno della conversione (coincidenza o conseguenza?) della maggior parte dei Paesi europei, Francia in testa, alla deregulation finanziaria (lo smantellamento della tenda a ossigeno). Oggi, dopo più di due decenni, un’esigenza di segno diametralmente opposto è ribadita insistentemente in tutti i discorsi, e tradotta in fatti concreti. Chi avrebbe immaginato allora che la nazionalizzazione, sia pure parziale, si sarebbe rivelata la miglior via d’uscita da uno stato di crisi, persino nei Paesi anglosassoni?  Come si è arrivati a questo punto? La storia, a un tempo banale e complessa, è ricca di insegnamenti.

Fin verso la metà degli anni ‘90 i detentori di capitali si erano abituati a rendimenti molto elevati e al sicuro da ogni rischio; e quando i tassi ridiscesero a terra, continuarono a esigere rendimenti sempre maggiori, con l’aspettativa (evidentemente contraddittoria) di livelli di rischio minimo. Sotto la pressione dei detentori di capitali, le istituzioni finanziarie ebbero allora l’arroganza di dichiararsi in grado di soddisfare le loro esigenze, facendo di meglio e di più del mercato. Da quell’arroganza, così come dalle suddette pressioni, è nata la menzogna globale all’origine della crisi: la promessa di un risultato aritmetico impossibile, che doveva consentire a tutti di guadagnare più della media dei guadagni (come si può vedere dai depliant di presentazione dei prodotti finanziari).  Ricordo bene, negli anni 1980, i commenti sprezzanti alle tesi di un sindacalista italiano, secondo cui ogni lavoratore avrebbe dovuto guadagnare più del salario medio. Se soltanto avessimo dato prova dello stesso spirito critico anche per quanto riguarda il mercato! Certo, siamo stati in molti a denunciare le esorbitanti pretese di redditività del capitale, e il conseguente processo di «manipolazione dei sogni» (Le Monde, 13 settembre 2002). Ma solo alcuni di noi hanno intuito che il sistema avrebbe realmente tentato di inventarsi una nuova aritmetica per risolvere l’impossibile equazione dentro la quale si era andato a cacciare. Si è fatto ricorso a un processo molto sottile. Tanto sottile che nessuno degli attori sembra averlo compreso. Per erogare un maggior rendimento occorreva aumentare il livello di rischio; ma su scala globale, l’uno e l’altro si compensavano, per cui il rendimento medio non ne avrebbe risentito. Ecco dunque la soluzione: sbarazzarsi del rischio (o credere di averlo fatto) diluendolo in titoli e veicoli finanziari complessi, in cui si associavano componenti di rischio diverse. Quella che di primo acchito sembrava una buona idea, in quanto consentiva di alleviare il razionamento del credito nei confronti di soggetti interessanti ma a rischio elevato, poteva però trasformarsi rapidamente, sotto la pressione della richiesta di rendimento, in una macchina infernale: la tentazione era quella di aggiungere componenti di rischio sempre maggiori, fino a livelli ove il rischio era tale che in pratica il suo avverarsi diventava una certezza. Ma soprattutto, come valutare il rischio medio di un titolo siffatto? Qui tutti quanti hanno perso la bussola, comprese anche le istituzioni che nell’ambito del sistema hanno il compito di determinare il grado di rischio (le agenzie di rating). E poiché quelle agenzie definivano minimo il rischio, anche quando i rendimenti erano molto elevati, l’equazione impossibile sembrava risolta. Per questi meriti gli attori della finanza si sono attribuiti laute ricompense, sotto forma di remunerazioni, bonus o paracadute d’oro, in alcuni casi a livelli talmente alti da diventare pure astrazioni. Alla vigilia del suo fallimento, la Lehman Brothers riceveva la classifica «A»! Il fatto è che sugli oggetti prodotti si stampigliava il marchio «alta fedeltà», e tutti si affrettavano a comprarli e/o a venderli senza averne compreso la natura. Questa crisi finanziaria presenta dunque una singolarità: è la prima crisi di comprensione del sistema, anche da parte di un settore che è stato e rimane il maggior consumatore di intelligenza delle nostre economie (alta concentrazione di laureati delle migliori scuole e università del mondo intero).  Le istituzioni finanziarie, prese com’erano dall’orgoglio di occupare il piano nobile della nostra moderna economia dei servizi, avevano dimenticato due «leggi» economiche fondamentali.  La prima è quella che riguarda la formazione dei prezzi: un prodotto non vale mai più del valore della sua componente più debole. In altri termini, non è la parte più sana, ma la più «bacata», a determinare il valore dei titoli, anche fino al punto di trascinarli verso lo zero. E questa - se ancora dobbiamo ricordarlo - l’origine del crac finanziario, della svalutazione dei bilanci delle banche, del crollo delle borse- che a sua volta è conseguenza del tentativo delle istituzioni finanziarie di evitare l’estendersi del contagio dagli attivi tossici a quelli sani (le azioni delle imprese) in loro possesso.  La seconda «legge» si riferisce all’equilibrio tra predatori e prede. I creditori-predatori (sia detto senza alcuna connotazione peggiorativa) devono autolimitarsi nei loro prelievi sui debitori-prede, se non vogliono mettere in pericolose stessi. Difatti, la scomparsa della popolazione delle prede porta i predatori alla fame. Doveva essere il mercato ad assicurare spontaneamente quest’equilibrio. Ma sembrava che la deregulation, con le sue promesse di rendimento, fosse in grado di allontanare ed allentare sempre più i limiti di una siffatta autodisciplina. Fino ad arrivare sul filo del rasoio, dove il crollo diventava inevitabile.  Che fare? Le istituzioni finanziarie, che sono gli intermediari tra una miriade di creditori da un lato (titolari di depositi, risparmiatori ecc.), in massima parte piccoli, e dall’altro di una miriade di debitori, piccoli e grandi, avevano indotto i primi a credere nella possibilità di ottenere dai secondi assai più di quanto si sarebbe potuto ragionevolmente sperare. L’inadempienza dei debitori ha dunque reso queste istituzioni insolventi nei confronti dei loro creditori. Perciò in un primo tempo non c’era altro da fare che impedire il fallimento delle banche, o magari nazionalizzarle, pur di evitare il rischio che la loro inadempienza si generalizzasse, estendendosi all’intera popolazione. Si spiega così il generale consenso a questo rimedio, ormai applicato universalmente. In un secondo tempo occorreva evitare che le istituzioni finanziarie, scottate dalle loro stesse disfunzioni, passassero da una propensione esagerata al rischio all’eccesso contrario, esigendo condizioni esorbitanti dai nuovi debitori. Le garanzie pubbliche fornite per i prestiti interbancari vanno in questa direzione, ma da sole non sono suscettibili di risolvere la crisi, a fronte della sfiducia generalizzata che ha investito il sistema. Occorrerebbe dunque estenderle ai debitori ordinari cosa che molti Stati stanno già facendo, attraverso crediti agevolati a favore delle piccole e medie imprese; ma esitano a farlo nei confronti delle famiglie, all’alba di una congiuntura che potrebbe facilmente essere recessiva (rischio di accumulare nuovi crediti inesigibili).  Ma al di là di tutto questo, non si tende forse a dimenticare troppo in fretta le sofferenze della popolazione delle prede, la cui inadempienza ha fatto esplodere lo scandalo? Bisognerebbe almeno aiutarle a rinegoziare i loro contratti, e in particolare i mutui a tasso variabile, chiedendo al tempo stesso alle banche- anche attraverso strumenti normativi di riservare una buona accoglienza alle richieste di rinegoziazione.  Infine, si dovrebbe evitare che questa popolazione diventi sempre più numerosa a causa del rallentamento delle attività economiche e del conseguente aumento della disoccupazione: un rischio che potrà essere scongiurato solo attraverso un’azione preventiva volta a favorire la crescita.  Sotto la pressione delle circostanze, gli Stati europei hanno dimostrato ultimamente la loro capacità di investire massicciamente in un settore dell’economia: quello bancario. Ma perché allora si dichiarano impotenti a perseguire gli obiettivi che pure da anni definiscono prioritari, col consenso di tutti i consigli europei, e non investono in settori quali la conoscenza, l’energia e l’ambiente, le infrastrutture materiali e immateriali, che permetterebbero di raggiungere quegli obiettivi?  In breve, per aver voluto fare a meno della tenda a ossigeno il capitalismo è passato direttamente in sala di rianimazione. Nella metafora di Schumpeter, la tenda a ossigeno sta a designare la democrazia e la sua tendenza a farsi carico di ogni cosa. La deregulation è stata il mezzo per far uscire la democrazia dal mercato. Che il governo si occupi degli affari suoi: così il mercato potrà finalmente dedicarsi a ciò che sa fare meglio: produrre l’abbondanza. Molti hanno creduto sinceramente a questa chimera, sostenuta oltretutto -bisogna dirlo - dalle più moderne e sofisticate teorie. La dottrina dominante aveva preso possesso delle menti al punto di farci prendere lucciole per lanterne: lo dimostra il fatto che oggi si parli tanto di un «ritorno» dello Stato e di Keynes.  Per quanto mi riguarda, li ho sempre visti molto presenti. Il programma keynesiano ha conosciuto uno sviluppo considerevole per tutta la durata del XX secolo. E non c’è da meravigliarsene, visto che l’ipotesi (o l’osservazione?) alla sua base è quella di un possibile cedimento dei mercati, e in particolare di quelli finanziari. Peraltro oggi, in tutti i Paesi del pianeta - a parte alcune varianti marginali -lo Stato ha dimensioni assai maggiori che ne gli Anni 30. 

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