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contraddizione

Scene da un patrimonio… che non c’è più: banche e non solo.

di Vladimiro Giacchè

Quando la musica si fermerà le cose diventeranno complicate. Ma fintantoché la musica dura, devi restare in piedi e danzare. Stiamo ancora danzando”

(Chuck Prince, amministratore delegato di Citigroup, 10 luglio 2007 [Chuck Prince è stato licenziato nel novembre 2007])

In questi anni eravamo andati troppo oltre. L’ingordigia dei banchieri, soprattutto americani, ha fatto sì che le banche siano state distruttrici di ricchezza” (Luca Cordero di Montezemolo).

Continuiamo a leggere cose del genere. Le spiegazioni psicologico-moralistiche hanno avuto e hanno tuttora largo corso in questa crisi: ancora il 12 novembre scorso sul Financial Times essa era addebitata nientemeno che alla “fragilità umana” (sic!). Una settimana dopo, un articolo pubblicato sullo stesso giornale giustamente attaccava la parzialità di spiegazioni basate unicamente su “regolatori lassisti, agenzie di rating disattente, e istituzioni finanziarie avide”.1 Lassismo, disattenzione, avidità: sono tutte motivazioni psicologiche. Chi può seriamente pensare che un cataclisma che ha già fatto perdere alle sole banche 1.000 miliardi di dollari abbia questa origine? È l’entità stessa della crisi, e la sua drammatica accelerazione, a confutare i tentativi di minimizzarne la portata e di spiegarla facendo ricorso a fattori psicologici o morali.

Ovviamente, l’utilizzo di spiegazioni psicologiche della genesi della crisi è del tutto coerente con l’economia neoclassica, tuttora egemonica. Così come lo è l’impostazione secondo cui gli attuali sviluppi della crisi sarebbero dovuti ad una “perdita massiccia di fiducia da parte degli investitori e dei consumatori”, come ha ripetuto ancora di recente il commissario europeo Günther Verheugen. Sono tutte sciocchezze. Le vittime più illustri di questa impostazione riduttiva, che vede soltanto errori e imprudenze individuali, sono stati il governatore della Federal Reserve Bernanke e il ministro del Tesoro Usa Paulson: di fatto il loro approccio di intervento “caso per caso”, durato sino al fallimento di Lehman Brothers, nasceva proprio dall’ostinato aggrapparsi all’idea di una crisi nata da imprudenze individuali commesse da alcune banche e dai loro manager e dal rifiuto di riconoscere che i problemi erano invece strutturali.2

Con il fallimento di Lehman Brothers, che può ben essere definito l’11 settembre della finanza Usa, lo scenario cambia. Il panico si diffonde sui mercati internazionali. La parola “recessione” comincia a comparire sui titoli dei giornali, e si parla ormai apertamente di un impatto della crisi finanziaria sull’“economia reale”. È un’opinione molto popolare, e molto diffusa anche a sinistra. Tra l’altro, ha in apparenza il vantaggio di dividere il campo avversario, distinguendo tra capitalisti cattivi (gli uomini della finanza) e capitalisti buoni (i capitalisti industriali), economia “deviante” (la finanza) ed economia “sana” (quella “reale”).3 Purtroppo, però, anche questa opinione è tanto consolatoria quanto falsa.

 

Alle radici della crisi: 1) la disuguaglianza travestita da ricchezza

È la dinamica stessa di quanto è accaduto a dimostrarci che le cose non stanno così. La crisi ha origine proprio nell’“economia reale”. Il nesso tra economia reale e prodotti finanziari diviene chiaro se analizziamo i famigerati mutui subprime, che hanno fatto da detonatore alla crisi. Dobbiamo però introdurre un protagonista che di solito è lasciato fuori dalle ricostruzioni ufficiali: la crescita della disuguaglianza.

L’8 aprile 2008 è comparso sul Financial Times un importante articolo, annunciato da questo richiamo in prima pagina: “Ritorno agli anni Venti. Il ritorno a un mondo disuguale”. L’articolo cominciava con queste parole: “La disuguaglianza tra i redditi negli Stati Uniti ha raggiunto il punto più alto dai tempi dell’anno del disastro: il 1929”. E proseguiva così: “la caratteristica più notevole dell’era della disuguaglianza e del libero mercato (sic!) che è iniziata negli anni Ottanta è rappresentata dal fatto che si siano avute così poche reazioni alla stagnazione dei guadagni della gente comune in una così larga parte dell’economia del mondo sviluppato”. In effetti i dati sono impressionanti. Tra il 1979 e il 2005 i redditi prima delle tasse delle famiglie americane più povere sono cresciuti dell’1,3% annuo, quelli del ceto medio di meno dell’1% annuo, mentre quelli dell’1% più ricco della popolazione sono cresciuti del 200% annuo prima delle tasse e addirittura del 228% dopo le tasse. Risultato: nel 2005 il reddito dopo le tasse del quinto più povero della popolazione era di 15.300 dollari annui, quello del quinto mediano di 50.200 dollari, mentre quello dell’1% più ricco era superiore al milione di dollari. Negli anni tra il 2002 e il 2006 all’1% più ricco della popolazione americana sono andati quasi i tre quarti della crescita del reddito complessiva. Nel 2005, secondo dati dell’US Census Bureau, l’indice della disuguaglianza tra i redditi ha raggiunto il massimo storico. Lo stesso vale per la Gran Bretagna dopo l’andata al potere dei laburisti di Blair nel 1997: anche qui, secondo gli stessi dati governativi, la forbice della disuguaglianza è la più alta di sempre.4 Ma la riduzione della quota del prodotto interno lordo che va ai salari, e per contro la crescita della quota destinata ai profitti, è una tendenza che investe tutti i paesi a capitalismo maturo, come ha evidenziato una ricerca della Banca dei Regolamenti Internazionali del 2007: in Italia, ad esempio, dal 1983 al 2005 i lavoratori hanno perso 8 punti percentuali, andati in maggiori profitti (che infatti sono saliti nel periodo dal 23% al 31% del totale).5

Si tratta di numeri tali da giustificare lo stupore del Financial Times per l’assenza di reazioni (cioè di lotte) contro questa gigantesca redistribuzione della ricchezza verso l’alto. Le spiegazioni però non mancano. Al di là degli stessi rapporti di forza tra le classi (squilibrati anche dalla concorrenza esercitata da paesi con un costo della forza-lavoro molto basso), un peso non secondario hanno senz’altro giocato fattori legati al trionfo ideologico del capitalismo, che, dopo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione del socialismo reale nell’est europeo, ha potuto riaffermare il proprio orizzonte come l’orizzonte ultimo della storia umana. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, però, è in gioco anche un fattore di tipo diverso. In realtà, negli Stati Uniti il tenore di vita delle persone con redditi medio-bassi ha cominciato ad essere sganciato dall’andamento del reddito. È proprio qui che entrano in gioco il settore immobiliare e i mutui subprime. La politica monetaria espansiva e di bassi tassi di interesse della Federal Reserve ha infatti alimentato la bolla immobiliare, consentendo al tempo stesso anche a famiglie a basso reddito di contrarre debiti relativamente a buon mercato. La crescita dei valori immobiliari ha creato un senso di ricchezza crescente, anche se il reddito in realtà non cresceva affatto (qualcosa di simile, ma su scala minore, era successo alla fine degli anni Novanta con la bolla borsistica della “new economy”), e tra l’altro ha reso possibile rinegoziare i mutui e anche accendere ipoteche sulla casa a garanzia di prestiti finalizzati al consumo. Come ha scritto Stiglitz, “la bolla immobiliare ha alimentato i consumi, si tiravano fuori soldi dalla casa come da un bancomat a ritmo frenetico, mentre i tassi di risparmio delle famiglie precipitavano”.6 Nel frattempo, la fertile fantasia dei grandi istituti di credito americani aveva escogitato prodotti rivolti anche a chi non aveva né reddito, né lavoro, né poteva offrire garanzie patrimoniali: i cosiddetti “mutui Ninja” (“no income, no job, no asset”). Questi ed altri mutui ad alto rischio sono appunto i famigerati mutui subprime. Di fatto, si trattava di prodotti anestetici, di droghe finanziarie che permettevano che il calo dei redditi dei lavoratori Usa (necessario per contrastare la caduta del saggio di profitto) non andasse a scapito dei consumi. La crescita esplosiva dell’indebitamento delle famiglie americane (che ha raggiunto il 93% del PIL Usa) era insomma una necessità strutturale del sistema.7

Come ora sappiamo, le banche concedevano questi mutui e poi li rivendevano– impacchettati assieme ad altri crediti di migliore qualità – inserendoli in veicoli appositi, le cui quote venivano offerte agli investitori come obbligazioni con rating elevato. Questa costruzione era perfetta, salvo un piccolo particolare: che tutto questo castello di carta poteva stare in piedi soltanto se il valore degli immobili continuava a crescere (cosicché la casa acquistata cresceva di valore e quindi poteva essere rivenduta con profitto). Ma la cosa ovviamente non poteva andare avanti all’infinito. E infatti nel 2006 il mercato immobiliare Usa ha cominciato a scendere, e infine è crollato.

 

2) Il debito travestito da liquidità

Il resto è storia nota: lo scoppio del bubbone dei mutui subprime, causato dall’insolvenza di centinaia di migliaia di famiglie statunitensi, investe in pieno il sistema finanziario mondiale. Le banche coinvolte sono costrette a forti svalutazioni di bilancio, e l’intero mercato delle obbligazioni è coinvolto da vendite a pioggia. I requisiti patrimoniali delle banche si dimostrano inadeguati a fronteggiare i rischi assunti. Il mercato dei prestiti interbancari si blocca, perché le banche cominciano a non fidarsi più della solvibilità delle loro controparti. Si assiste a crolli ripetuti dei titoli azionari. Risulta necessario il salvataggio pubblico di grandi banche, europee e statunitensi.

Sin qui la cronaca. Ma c’è un ma: come è possibile che la crisi di un prodotto come i mutui subprime abbia scatenato un effetto domino di queste proporzioni, con perdite per i gruppi finanziari mondiali prossime ai 1.000 miliardi di dollari?8 Il motivo è molto semplice. Perché l’onda del debito non era appannaggio soltanto delle famiglie americane. Al contrario: la leva finanziaria era la caratteristica di fondo del modo di operare del sistema nel suo complesso. L’utilizzo estremo di questa leva era stato reso possibile da tassi d’interesse bassi (negli Usa di fatto negativi, ossia al di sotto dell’inflazione) e da una legislazione estremamente permissiva (che permetteva tra l’altro di allocare fuori bilancio veicoli di investimento). Di fatto, per 1 dollaro realmente impiegato di mezzi propri, si arrivava sino a 30 dollari di debito. Qualche dato può aiutarci a capire la situazione. Il rapporto tra debito e PIL mondiale passa dal 130% del 1980 al 350% del 2007, vetta mai toccata prima. Se sommiamo mutui e cartolarizzazioni immobiari Usa ai derivati su scala mondiale arriviamo alla cifra strabiliante di 531.000 miliardi di dollari a fine 2007.9

È il trionfo del capitale fittizio. L’enorme liquidità presente sui mercati era essa stessa fittizia: si trattava infatti di danaro preso a prestito o del prodotto di artifici contabili. Questo è il motivo per cui tutta la costruzione è caduta come un castello di carte: molto semplicemente, per tappare il buco dei subprime se ne dovevano aprire altri, per pagare un debito bisognava scoprirne un altro, e così via. Questa è la storia di questi mesi. Parafrasando un vecchio motto del comandante Mao, l’imperialismo si è rivelato “una tigre di carta commerciale”. Liquidità, profitti, margini: era tutto fittizio. Quando si è cominciato a calcolare quale fosse la capitalizzazione reale delle banche, detratti cioè i debiti assunti e i crediti non più esigibili nei confronti delle controparti, ci si è accorti con orrore che essa era risibile o addirittura negativa.

3) La speculazione come “esportazione di capitali all’interno”

Le cronache dei giornali finanziari internazionali ci hanno raccontato il triste caso del sig. Adolf Merckle, il miliardario tedesco (la quinta persona più ricca della Germania, secondo Forbes) proprietario di Ratiopharm, Phoenix e di una forte partecipazione in Heidelberg Cement, che ha perso un miliardo di euro scommettendo con la finanziaria di famiglia sul ribasso delle azioni Volkswagen, e ha chiesto aiuto ad un consorzio di 40 banche e allo Stato.10 Si tratta del caso estremo di un fenomeno assai più generale: l’effettuazione di attività speculative per ottenere livelli di profitto altrimenti impossibili. Sono iniziative che possono avere successo (e in questo caso in genere non finiscono sui giornali), oppure no, come nella vicenda considerata. In ogni caso, nulla di nuovo sotto il sole: già per Marx “tutte le nazioni a produzione capitalistica vengono colte periodicamente da una vertigine nella quale vogliono far denaro senza la mediazione del processo di produzione”. Si tratta di un fenomeno descritto, poco prima della crisi del 1929, anche da Henryk Grossmann, che lo definiva come “esportazione dei capitali all’interno”.11 Questo dirottamento dei capitali dalla produzione di merci ad attività speculative è in ultima analisi conseguenza della crisi di valorizzazione del capitale nei settori originari di attività. Una gran parte delle stesse aziende manifatturiere ha ottenuto profitti in questo modo negli ultimi anni. Esistono anche multinazionali, come la General Electric, che hanno messo in piedi un ramo di azienda separato, nel caso specifico la GE Finance, per questo tipo di attività. Negli anni precedenti la crisi, da questo ramo di attività la General Electric ha tratto più del 50% dei profitti – mentre adesso, ovviamente, le cose vanno molto male. Ulteriore riprova del fatto che non ha senso parlare di “crisi finanziaria” come di un qualcosa di a sé stante, distinto dall’economia “reale” e contrapposto ad essa.

 

Travolte da un insolito destino: le banche nella crisi

In questi mesi, soprattutto dopo il fallimento di Lehman, più volte si è andati vicini ad un panico generalizzato. Come nel secondo fine settimana di ottobre, quando un G7 riunito d’urgenza e poi gli Stati dell’Unione Europea hanno deliberato un pacchetto di aiuti d’emergenza per le banche. Cosa era successo? Molto semplicemente, le banche non si prestavano più denaro tra loro. Perché non si fidavano più l’una dell’altra, e - in qualche caso - perché speculavano sulle difficoltà altrui. La liquidità non circolava più. Lo stesso taglio concertato dei tassi di interesse da parte di Fed e Bce, avvenuto qualche giorno prima, era risultato del tutto inefficace da questo punto di vista.

In casi come questi l’operatività delle banche si rallenta e si ferma, le più mal ridotte falliscono, le altre cessano di erogare il credito alle imprese (o lo erogano a tassi molto elevati). Quindi cominciano a fallire le imprese. Ma le imprese che falliscono non restituiscono neppure i prestiti che avevano già ricevuto. E il problema ritorna nel campo bancario: gli istituti di credito devono aggiornare al rialzo la stima dei crediti dubbi (incagli e sofferenze), svalutare una parte dei loro attivi, ribassare le stime di redditività e nel peggiore dei casi ricapitalizzare. Altri istituti falliscono, e così via. Gli interventi decisi dai governi, ed in particolare di quelli europei, erano volti a rompere questo circolo vizioso, garantendo i prestiti tra le banche e manifestando la volontà di evitare in tutti i modi (se necessario anche con ricapitalizzazioni) il fallimento delle banche in difficoltà. Questo insieme di misure (di fatto, forti iniezioni di denaro pubblico, realizzate o promesse) ha sbloccato solo in parte la situazione. In Europa, è vero che l’euribor, ossia il tasso a cui le banche si prestano i soldi tra loro, è sceso. Ma è altrettanto vero che questo non significa affatto che l’attività creditizia abbia ripreso vigore. Di fatto, molte banche non hanno fatto che ridepositare la maggiore liquidità di cui ora disponevano presso la Banca Centrale Europea: il 10 settembre i depositi delle banche alla BCE ammontavano a 48 milioni di euro, a fine ottobre erano saliti a 280 milioni.12 Il problema è così serio che lo stesso Financial Times si è visto costretto a dedicargli un editoriale dal titolo curioso: “Convincere le banche a tornare a far credito”. Ora, considerando che “fare credito” dovrebbe essere l’oggetto sociale delle banche, questo la dice lunga sulla situazione. Quanto all’utilità di appelli del genere, basterà aggiungere che a un mese di distanza non vi era stato alcun miglioramento.13

Maggior effetto gli interventi pubblici hanno avuto su un altro piano: il consolidamento (leggi: “concentrazione”) del settore. Questo è molto evidente negli Stati Uniti. JPMorgan Chase ha acquistato a marzo (grazie ad un prestito ottenuto dalla Fed) la banca d’investimento Bear Stearns. Poi, da settembre in poi, c’è stata un’accelerazione: il 15 settembre la Bank of America ha comprato Merrill Lynch, 2 giorni dopo la Barclays ha comprato pezzi di Lehman Brothers (fallita), 10 giorni dopo ancora la JPMorgan ha comprato la Washington Mutual, e il 3 ottobre è stata la volta di Wells Fargo su Wachovia. Le operazioni di acquisizione, nei mesi di settembre e ottobre 2008, hanno toccato un valore complessivo di 110 miliardi di dollari, pur essendo effettuate a forte sconto. Si tratta di acquisizioni che rappresentano altrettanti salvataggi. Comunque sia, allo stato attuale le prime 3 banche statunitensi, Bank of America, JPMorgan e Wells Fargo/Wachovia raccolgono il 31% dei depositi degli Stati Uniti. Anche questo è un record: nel 1994 si era al 9%, e ancora a metà del 2008 appena al 23%.14 In Europa, un processo di concentrazione favorito dallo Stato si avrà presumibilmente in Germania, attraverso fusioni tra Landesbanken.

 

Il revival dello Stato, più o meno “invadente”

Tra le tendenze più chiare degli ultimi mesi c’è appunto il revival dello Stato. Gli anni in cui lo Stato era il problema, il mercato la soluzione (Reagan) sembrano lontani anni luce. Stanno succedendo cose letteralmente impensabili ancora un anno fa. I “convertiti allo Stato interventista” – come li ha definiti il sociologo tedesco Ulrich Beck – non si contano veramente più.15 A cominciare, si direbbe, dagli stessi mercati finanziari: così, quando a settembre è stato lanciato il piano Paulson di riacquisto delle obbligazioni dalle banche, il Financial Times ha potuto titolare in prima: “I mercati mondiali ruggiscono d’approvazione”. Pochi giorni prima lo stesso Paulson aveva dato involontariamente il segnale della fine del mito dell’autosufficienza del mercato, allorché aveva suggellato il rifiuto di impedire il fallimento di Lehman Brothers con una solenne affermazione: “il mercato deve occuparsi del mercato”.16 E tutte le borse all’unisono avevano risposto cosa ne pensavano: crollando. Oggi persino sul Financial Times si può leggere che l’invito a “lasciar fare al mercato” ha ormai perso ogni credibilità.17 E anche Tommaso Padoa Schioppa ora denuncia “la crisi di una visione ideologica dell’economia, quella secondo cui i mercati hanno sempre e comunque ragione e non hanno bisogno di interventi”; e sostiene addirittura che “la crisi nasce dall’incapacità del mercato di compiere, giorno per giorno, ‘giuste’ valutazioni”.18 Insomma, qui è addirittura la razionalità del mercato che è andata a farsi benedire. Non è un caso che la metafora antropomorfica del mercato come soggetto razionale, uno dei pezzi forti dell’ideologia neoliberale degli scorsi anni, ceda il passo ad inquietanti metafore teratologiche. Come dimostra la frase pronunciata dal presidente tedesco, Horst Köhler (già direttore generale del Fondo Monetario Internazionale): “i mercati finanziari si sono sviluppati a tal punto da diventare dei mostri che ora devono essere domati”.19

In effetti, gli interventi diretti degli Stati sul sistema bancario e finanziario sono stati di ingenti proporzioni, e hanno condotto alla nazionalizzazione di molte banche. Nel solo Regno Unito, abbiamo la Northern Rock, la Bradford & Bingley e un colosso come la Royal Bank of Scotland (ma anche nella Halifax Bank of Scotland lo Stato ha assunto una partecipazione significativa). Gli Stati Uniti non sono stati da meno: sono stati infatti nazionalizzate non soltanto le agenzie di credito immobiliare Fannie Mae e Freddie Mac, ma anche il colosso assicurativo AIG. Sorprendentemente, è proprio l’Europa continentale ad essere più cauta al riguardo (anche se lo Stato tedesco ha nazionalizzato diverse Landesbanken minori). In Italia, in particolare, il Cav. Berlusconi ha deciso di “dare una mano alle banche senza essere troppo invadente”, come ha graziosamente titolato il quotidiano di proprietà della di lui consorte.20 In che modo? Semplice: il Tesoro acquisterà obbligazioni, e non azioni, delle banche in difficoltà. Cosicché lo Stato metterà i soldi senza avere la minima voce in capitolo dal punto di vista delle scelte gestionali, con buona pace delle rodomontate di Tremonti sui banchieri da “mandare a casa o in galera” e dei “codici etici” (!) da sottoscrivere. La cosa divertente è che alle banche non basta neanche questo: tant’è vero che l’Associazione Bancaria Italiana ha cominciato subito a mettere le mani avanti, chiedendo che il prestito sia effettuato “a condizioni di mercato”. Domanda: e allora perché i soldi non se li fanno prestare dal mercato? Fra l’altro, si tratta di un interrogativo tutt’altro che peregrino, soprattutto alla luce del fatto che i soldi non ci sono (e lo dimostra la perdurante stitichezza del governo in materia di cifre). In mancanza di interventi concreti, non sono mancate iniziative governative originali: come la creazione di una sorta di cabina di regìa anti-crisi con la presenza di Geronzi, attuale presidente di Mediobanca. A proposito di mostri, è un po’ come mettere Dracula alla presidenza dell’Avis, visti i brillanti trascorsi del banchiere di Marino al Banco Napoli, e poi in Cassa di Risparmio di Roma e Banca di Roma.

 

Intesa e Unicredito: colossi dai piedi d’argilla?

Comunque sia, per quanto il governo italiano possa usare ogni possibile riguardo nei confronti delle banche, una cosa è certa: appaiono lontani i tempi in cui erano le banche a dettare l’agenda politica. Si fa quasi fatica a ricordare le genuflessioni ossequiose (rigorosamente “bipartisan”) del mondo politico e sindacale nei confronti delle due ultime fusioni bancarie italiane, quella tra Intesa e Sanpaolo-IMI e tra Unicredit e Capitalia. Ed è un peccato, perché si tratta di due operazioni che andrebbero ricordate. E valutate tanto più severamente alla luce di quanto sta accadendo: non fosse altro perché la restrizione del credito a imprese e famiglie è ovviamente più grave se proviene da due banche che si spartiscono oligopolisticamente il mercato creditizio (ma allora si disse, con evidente sprezzo del ridicolo, che le due fusioni “avrebbero favorito la concorrenza”!).

Ma sono ormai acqua passata anche dibattiti teorici molto più recenti. Come il surreale duello estivo sul tema “banche e interessi generali” tra Giovanni Bazoli e Alessandro Profumo. Il 14 agosto Il Sole 24 ore ospitò un impegnato intervento del presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa-Sanpaolo, Giovanni Bazoli. Titolo: “Banche, ragioni del mercato e responsabilità sociale”. Tesi centrale: nel settore bancario gli “obiettivi di efficienza e redditività” devono conciliarsi, in linea con la tradizione europea, con gli “interessi generali” del paese; beninteso, sempre rispettando “le esigenze e le regole stringenti del mercato”. La risposta di Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, non tardò ad arrivare: le banche non devono “occuparsi istituzionalmente degli interessi generali, di cui si deve occupare la politica”; anche perché una banca, come ogni azienda, “se ben gestita fa automaticamente gli interessi generali” (Il Sole 24 Ore, 29 agosto). A distanza di meno di due mesi, il governo annunciava misure di emergenza per salvare dal collasso le principali aziende di credito. Erano ora gli “interessi generali” a doversi occupare delle banche, e non più il contrario.

È lecito ritenere che anche nei prossimi mesi lo Stato dovrà continuare ad occuparsi delle banche italiane. Perché i problemi sono tutt’altro che finiti. In primo luogo, è evidente che se la recessione durerà (e durerà), molti fallimenti aziendali aggraveranno i bilanci bancari sotto forma di crediti non restituiti. I candidati a questo ruolo di ulteriore zavorra sui conti della banche sono molti: per restare alle aziende quotate, si va da Seat-Pagine Gialle a Fiat, a Telecom… In generale, tutte le imprese con un forte indebitamento e con flussi di cassa in diminuzione sono a rischio. E in Italia c’è solo l’imbarazzo della scelta. Anche perché, a dispetto delle continue geremiadi di Confindustria, sino a pochi mesi fa i criteri di concessione del credito, e soprattutto il suo prezzo, sono stati molto favorevoli alle imprese.

Ma non è finita. Perché le due principali banche italiane hanno problemi anche all’estero. Ed in particolare nell’Europa dell’Est. Oggi più o meno tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale si trovano in difficoltà. Destinatari di finanziamenti esteri per oltre 1.000 miliardi di dollari soltanto lo scorso anno (in buona parte procurati da banche dell’Europa occidentale quali Unicredit, la Erste Bank austriaca e la Swedbank), questi paesi hanno enormi deficit di bilancio, un credito interno in forte espansione e notevoli bolle immobiliari. Con casi limite come quello di Kiev, dove gli immobili per uffici sono affittati agli stessi prezzi di Londra. Non solo: in Polonia e Ungheria il 50% dei mutui sono stati contratti in valuta straniera (in genere franco svizzero o euro), in Croazia addirittura il 75%. E una marcata svalutazione delle valute di questi paesi è già in atto. In Ungheria, dove l’85% del mercato creditizio è nelle mani di sussidiarie di banche straniere (la seconda banca del Paese è di proprietà di Intesa), la BCE ha dovuto aprire una linea di credito di 5 miliardi di euro per evitare il deflusso di euro. Per molti di questi paesi non sono da escludere scenari da crisi dell’Asia del 1997/8: rapido deflusso dei capitali stranieri, forte svalutazione, crisi economica più o meno generalizzata. Ora, il fatto è che proprio questi Paesi rappresentavano per i bilanci di Unicredit e Intesa il fattore di maggior dinamismo, con una crescita a doppia cifra. Ancora nel giugno di quest’anno il piano industriale di Unicredit prevedeva un tasso di crescita dei ricavi del 19% annuo sino al 2010 per questi Paesi.21 Definire ottimistiche queste previsioni, coi tempi che corrono, è un garbato eufemismo. Un ulteriore motivo di dispiacere per le Fondazioni azioniste di Unicredit, che hanno visto le azioni della società perdere quasi l’80% del loro valore dal maggio 2007 ad oggi, e che stanno diventando un tantinello inquiete. E un problema in più per l’amministratore delegato della banca, Alessandro Profumo, che ha fortemente voluto l’espansione ad Est, pagando per cassa il controllo di banche in Ucraina e Kazakhistan ancora pochi mesi fa.

Però “stiamo ancora danzando”, ed è questo l’importante. Qui sul Titanic c’è un’orchestrina fantastica.

 

 

1 R. Thaler, C. Sunstein, “Human frailty caused this crisis”, Financial Times, 12 novembre 2008. C. Reinhart, K. Rogoff, “Regulation should be international”, Financial Times, 19 novembre 2008.

2 Vedi J. Sapir, “Une décade prodigieuse. La crise financier entre temps court et temps long”, Revue de la régulation, n. 3, 2008, p. 3 (http://regulation.revues.org/document4032.html).

3 In merito vedi A. Burgio, V. Giacché, “Scusi, ma quello non è il capitalismo?”, il manifesto, 12 novembre 2008.

4 J. Plender, “Mind the gap. Why business may face a crisis of legitimacy”, Financial Times, 8 aprile 2008. Sulla situazione britannica vedi anche M. Kelly, “Povera middle class”, il manifesto, 15 giugno 2008.

5 L. Ellis – K. Smith, The global upward trend in the profit share, Bank for International Settlements, luglio 2007. La ricerca è stata ripresa in un ottimo articolo di M. Ricci, “Il declino degli stipendi”, la Repubblica, 3 maggio 2008. Vedi anche M. Mucchetti, “Torna il tema della redistribuzione”, Corriere della Sera, 24 agosto 2008.

6 J. Stiglitz, “La follia dei mercati e il sonno delle autorità”, la Repubblica, 6 maggio 2008.

7 In merito vedi J. Sapir, cit., pp. 8-11.

8 Dati Bloomberg, cit. in “Financial groups’ losses approach $ 1,000 bn”, Financial Times, 13 novembre 2008.

9 Dati: McKinsey Global Institute e A. Merli, “Wall Street, il silenzio dei controllori”, inserto de il Sole 24 Ore, 28 settembre 2008.

10 D. Schäfer, “German billionaire Merckle hit by VW bet” e “German Tycoon makes plea for state bail-out”, Financial Times del 17 e 18 novembre 2008.

11 K. Marx, Il Capitale. Libro secondo, cap. 1, § IV.1; tr. it. di R. Panzieri, Roma, Editori Riuniti, 1968, 19809, pp. 58-59. H. Grossmann, Das Akkumulations- und Zusammenbruchsgesetz des kapitalistischen Systems (Zugleich eine Krisentheorie), Leipzig, Hirschfeld, 1929.

12 Dato citato in E. Scalfari, “Aspettando Godot a Bretton Woods”, la Repubblica, 9 novembre 2008.

13 Vedi: “Persuading banks to lend again”, Financial Times, 31 ottobre 2008, e P. Davies, “Sharp decline in new lending is true cause of credit pain”, Financial Times, 27 novembre 2008.

14 Fonte: Goldman Sachs Research.

15 U. Beck, “I convertiti allo Stato interventista”, la Repubblica, 29 marzo 2008.

16 Vedi “Global markets roar in approval”, Financial Times, 20 settembre 2008 e J. Sapir, cit., p. 2.

17 M. Niada, intervista all’economista W. Buiter, Il Sole 24 Ore, 20 settembre 2008; M. Skapinker, “Every fool knows it’s a job for government”, Financial Times, 18 novembre 2008.

18 Interviste di A. Orioli e M. Giannini a T. Padoa Schioppa, il Sole 24 Ore, 9 novembre 2008, e la Repubblica, 6 ottobre 2008.

19 “Markt des Grauens”, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 15 maggio 2008. Sull’ideologia del mercato, e la metaforica correlata, vedi V. Giacché, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, Roma, DeriveApprodi, 2008, pp. 82-93.

20 “Così il Cav. dà una mano senza essere troppo invadente”, Il Foglio, 29 novembre 2008.

21 E. Bonanni, “Banche, business plan da rifare con la crisi dell’Est”, Borsa & Finanza, 1° novembre 2008.

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