controlacrisi

I recenti attentati terroristici in Medio Oriente

Cambiano alleanze e rapporti di forza

di Domenico Moro

terroristi99Gli attentati terroristici di Capodanno a Istanbul, dove sono state uccise trentanove persone, e del 19 dicembre a Ankara, dove è stato ucciso l’ambasciatore russo Andrey Karlov, e a Berlino, dove sono state uccise dodici persone, per quanto possano essere diversi, hanno qualcosa che li lega. Il collegamento è rappresentato da quanto è accaduto in Siria. Qui, la caduta di Aleppo non ha rappresentato soltanto la caduta della principale città siriana nelle mani del fronte jihadista che combatte il presidente siriano Assad.

Più in generale, rappresenta la sconfitta delle forze jihadiste in Siria, che ora si vendicano nei confronti di chi li aveva appoggiati, cercando di utilizzarli ai propri fini, per poi abbandonarli. Non si tratta di una novità assoluta. L’ex agente dei servizi segreti militari italiani, Nino Arconte, ha rivelato, come ho riportato nel mio libro “La terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico”, che alla radice dell’odio contro gli Usa e l’Europa fu il “tradimento” dei governi occidentali, che avevano utilizzato i fondamentalisti islamici contro i governi laici del Medio-Oriente negli anni ’80.

In realtà, la caduta di Aleppo non segna soltanto la sconfitta strategica del fronte jihadista. La guerra civile si è, sin dall’inizio, trasformata in una miniguerra mondiale. Essa è stata il terreno di scontro tra potenze maggiori, cioè tra Usa e Francia, da una parte, e Russia e, sebbene in modo indiretto, Cina, dall’altra.

communia

Imperialismo e mondializzazione

di Yann Cézard

illus2 p30a33«Il pericolo giallo che minaccia l’Europa può dunque definirsi nel seguente modo: rottura violenta dell’equilibrio internazionale sul quale si basa attualmente il regime sociale delle grandi nazioni industriali di Europa, rottura provocata dalla brusca concorrenza, abnorme e illimitata, di un immenso nuovo paese». L’economista Edmond Théry esprimeva così le sue paure nel libro Le Péril jaune del 1901.

Il mondo è cambiato radicalmente, ma il fantasma rimane. A parte il fatto che all’epoca la Cina era al centro degli interessi di imperialismi rivali, ora essa costituisce un vero e proprio ”laboratorio mondiale”. La "prima mondializzazione" capitalista vedeva il trionfo dell’Occidente. Quella di oggi vedrebbe il suo declino? Si può ancora parlare di imperialismo? Una confusione estrema, politicamente deleteria, regna oggi nelle coscienze.

Il peggiore dei metodi è la miopia, che impedisce nei fatti una visione netta dell’insieme. È una semplificazione che permette ad alcuni di esaltarsi sulla presunta fine dell’imperialismo (e perché non un “imperialismo rovesciato”: è vero o no che la Cina sommerge l’Occidente dei suoi prodotti industriali?), e permette ad altri di affermare la persistenza, senza variazioni, dell’imperialismo descritto da Lenin nel 1916 (l’Occidente non continua ininterrottamente ad intervenire ai quattro angoli del pianeta?).

mondocane

Berlino: la vittima buona dei cattivi - Ankara: la vittima cattiva dei buoni

Fulvio Grimaldi

Isis finanziata da USA IsraeleUn’occhiata alle più recenti epifanie del progetto terrorista della coalizione Usa “Guerra al terrorismo”. Per la verità sono parecchio stufo, a ogni stormir di False Flag, fatte poi garrire al vento dal pneuma delle larghe intese mediatiche, di indicare le marchiane e rozze imperfezioni dell’operazione. Quelle che se avessimo ancora una categoria giornalistica definibile tale e non una accolita di muselidi ammaestrati, dovrebbero dilagare a caratteri cubitali da schermi ed edicole. Viene da morir dal ridere su come questi, con tutti quei collaudi alle spalle, dalla Maine a Pearl Harbor, dal Golfo del Tonchino all’11 settembre, da Charlie Hebdo al culmine del grottesco bavarese di Monaco, continuino a esibirsi in tessuti complottisti lacerati dall’incompetenza e dalla convinzione che, come i giornalisti sono tutti acquistabili, anche noi cittadini siamo tutti scemi. Viene da morir dal piangere a constatare che, in effetti, siamo tutti scemi. Quasi tutti, quasi scemi. Basterebbe lo stereotipo di ogni attentato: il personaggetto stralunato, borderline, già carcerato, zeppo di casini, abbondantemente fuori di testa, tutto fuorchè credente suicida, mai combinato niente di islamico, che o scappa, o viene ucciso prima che possa obiettare “ma non mi avevate detto….”, o sparisce in qualche carcere e non se ne parla più. Perlopiù ucciso, come il figurante di Berlino.

rifonda

L’elezione di Donald Trump

Samir Amin

Trump Guns Beck1. La recente elezione di Donald Trump dopo la Brexit, l’aumento di voti fascisti in Europa, ma anche e molto meglio, la vittoria elettorale di Syriza e l’ascesa di Podemos sono tutte manifestazioni della profondità della crisi del sistema del neoliberismo globalizzato . Questo sistema, che ho sempre considerato insostenibile, sta implodendo sotto i nostri occhi nel suo centro. Tutti i tentativi di salvare il sistema – per evitare il peggio – mediante piccoli aggiustamenti sono destinati al fallimento.

L’implosione del sistema non è sinonimo di progressi sul cammino verso la costruzione di una alternativa veramente migliore per i popoli: l’autunno del capitalismo non coincide automaticamente con la primavera dei popoli.

Una cesura li separa, che dà alla nostra epoca un tono drammatico convogliando i pericoli più gravi. Ciò nonostante, l’implosione – perché è inevitabile – deve essere afferrata con precisione come l’occasione storica offerta ai popoli. Si apre la strada per possibili progressi verso la costruzione dell’alternativa, che comprende due componenti indissociabili: (i) a livello nazionale, l’abbandono delle regole fondamentali della gestione economica liberale a beneficio di progetti di sovranità popolare che danno luogo a progresso sociale; (Ii) a livello internazionale, la costruzione di un sistema di globalizzazione policentrica negoziata.

I progressi paralleli su questi due livelli diventano possibili solo se le forze politiche della sinistra radicale concepiscono la strategia per loro e riescono a mobilitare le classi popolari per progredire verso la loro realizzazione.

marx xxi

La morte di Fidel Castro e il surrealismo di Saviano

di Domenico Losurdo

Oltre che dai presunti «dissidenti» di Miami, la morte di Fidel Castro è stata celebrata in modo scomposto da Roberto Saviano che ha scritto: «Morto Fidel Castro, dittatore. Incarcerò qualsiasi oppositore […] Giustificò ogni violenza». Naturalmente, nulla viene detto dell’interminabile embargo o blocco con cui l’imperialismo ha cercato di condannare alla capitolazione o alla morte per inedia un popolo «oppositore», e nulla viene detto degli innumerevoli tentativi della Cia di assassinare il leader cubano, il dissidente per eccellenza nei confronti dell’Impero. Saviano preferisce identificarsi con gli assassini dando lezioni di democrazia e di nonviolenza alle loro vittime e ai loro bersagli. Ne scaturisce un testo all’insegna del surrealismo, il surrealismo dell’ideologia dominante. È un surrealismo da me denunciato in due libri dai quali riprendo alcuni estratti (ringraziando gli Editori) [D.L.].

castro HChi coltiva la violenza?

«Newsweek», riferisce degli innumerevoli tentativi di assassinare Fidel Castro. Vi si sofferma a lungo, concentrandosi soprattutto sui particolari tecnici o sugli aspetti più o meno pittoreschi: gli «agenti tossici» da utilizzare, i «sigari preferiti» dalla vittima, il «fazzoletto trattato con batteri», il ruolo affidato alla «mafia», la somma da versare al sicario. Ma in queste pagine invano si cercherebbe un giudizio di condanna morale sul ricorso all’arma del terrorismo: è il termine stesso ad essere bandito; esso appare chiaramente sconveniente allorché si tratta di definire gli assassini perpetrati o tentati dai servizi segreti statunitensi. Questi, tra gli anni ’50 e ’60, elaborano piani ingegnosi per neutralizzare o eliminare fisicamente Stalin in Unione Sovietica, Arbenz in Guatemala, Lumumba nel Congo, Sukarno in Indonesia, e dirigenti politici e militari di altri paesi. I vertici della Cia partono dal presupposto – riferisce il libro senza alcuna distanza critica – che ogni mezzo è lecito allorché si tratta di sbarazzarsi di «cani rabbiosi» [1]. 

Nel corso della guerra fredda entrambe le parti si sono impegnate in operazioni, tentativi e progetti che è difficile non definire terroristici.

infoaut2

Il rischio del "frontismo" e una svolta nella comunicazione politica

Intervista a Carlo Formenti sul voto Usa

votingagainst aAbbiamo intervistato Carlo Formenti, sociologo, giornalista, scrittore e militante della sinistra radicale, sulle prospettive che derivano dalle recenti elezioni presidenziali USA, soffermandoci su alcune delle particolari tematiche emerse durante il processo elettorale: dai cambiamenti nel rapporto tra comunicazione e comportamento elettorale, alla questione del populismo in salsa Trump, passando per la fase di messa in discussione dell'appeal del concetto di "stabilità" e della divaricazione tra democrazia e capitalismo sempre più affermata a livello sociale nel mondo occidentale. Buona lettura.

* * * *

Infoaut: Si è ormai tutti d'accordo nel descrivere le recenti elezioni Usa come contraddistinte da un voto di classe, espresso all'interno di una campagna elettorale dove Clinton e Trump hanno di fatto giocato il ruolo di portavoce delle classi avvantaggiate e svantaggiate dalla globalizzazione. Il giudizio sui costi e i benefici di quest'ultima ha quindi giocato un ruolo decisivo per l'esito del voto. Quanto però secondo te questo voto è stato percepito anche in relazione ad una specifica forma di globalizzazione, quella neoliberista attuale, e ai suoi effetti di lungo periodo sulla popolazione scaturiti negli ultimi quarant'anni?

Per quanto ci siano state diverse analisi sui dati, basate sui numeri relativi oppure sui numeri assoluti, con le valutazioni che possono essere molteplici a seconda dei diversi criteri usati, io credo che se guardato nella sua articolazione per Stati ci sia un dato incontestabile.

globalproject

Riflessioni sulle recenti elezioni americane

di Alain Badiou

trump clinton10Proponiamo la traduzione dell’intervento tenuto dal filosofo francese Alain Badiou a Los Angeles, presso la University of California, sulle elezioni del 9 novembre. A giorni dall’elezione di Donald Trump, riteniamo che nell’intervento ci siano degli spunti di analisi utili alla comprensione del fenomeno al di là delle prime impressioni e delle facile categorie dicotomiche tra città-campagna, bianchi-non bianchi, working class-middle class. Per quanto siano affrettati alcuni parallelismi tra le forme politiche del fascismo novecentesco ed i nuovi populismi, l’analisi di Badiou coglie perfettamente il carattere globale ed interconnesso dei populismi, la loro genealogia dalla crisi delle vecchie oligarchie e della rappresentanza moderna, la non-contraddizione che ha nei confronti del capitalismo per quanto sia in aperta opposizione del neoliberalismo finanziario. L’assenza di una opzione forte che nasce dal basso – e non tanto da una figura di un candidato specifico, nonostante possa essere utile - e che prefigura un’alternativa, ideale e pratica, alla distruzione del legame sociale è a nostro avviso causa del nascere dei populismi, che riempiono inesorabilmente un vuoto. Qui l'originale.

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La posizione dello stato oggi è la stessa ovunque. È accettata per legge dal governo francese, dal Partito Comunista cinese, dal potere di Putin in Russia, dallo Stato Islamico in Siria, e naturalmente è anche una legge del Presidente degli Stati Uniti.

ist onoratodamen

I Discorsi di Marte

Aspetti ideologici della guerra imperialista permanente

di Mario Lupoli

otto dix la guerra durante un attacco di gasDalla rivista D-M-D' n °10

Il capitalismo contemporaneo propone e ripropone delle categorie che apparentemente esprimono una contraddizione: pacifismo e interventismo, democrazia e dittatura, barbarie e civiltà. Categorie che sembrano aprire a un’alternativa e quindi a una possibilità di partire da esse per rovesciare in un senso o nell’altro la società. Dietro questa parvenza tuttavia si staglia l’unitarietà del pensiero dominante, e la convergenza delle sue sfaccettature nella conservazione dell’ordine sociale vigente, che la guerra necessariamente produce e che ha proprio la guerra quale modalità di esistenza. La produzione di un complesso ideologico imperialista fortemente caratterizzato dal fondamento costitutivo della guerra permanente è pertanto una specificità dell'epoca attuale, che potrà essere sovvertita unicamente su una base non capitalistica: a partire cioè dalla rivoluzione comunista.

Propaganda, mito e immaginario operano storicamente quanto le mitragliatrici

(T. di Carpegna Falconieri)

Capitalismo e verità

Il processo storico della vita degli uomini, nelle loro reciproche relazioni e interazioni, produce l'”intera ideologia”, un complesso variegato e mutevole di “impressioni, illusioni, particolari modi di pensare e particolari concezioni della vita”[1].

linterferenza

“TrumpExit”?

Fabrizio Marchi

trump vittoriaAvevo inizialmente pensato di lanciarmi, come al solito, in una delle mie lunghissime analisi per riflettere sulle elezioni americane e sulle ragioni che hanno portato all’affermazione di Trump.

Poi ci ho ripensato, per due motivi fondamentali. Il primo che è che mi sto esercitando ad essere quanto più possibile sintetico (anche perché sollecitato da molti in tal senso…). Il secondo perché in effetti le ragioni della sconfitta di Clinton e dei “democratici” e del trionfo di Trump sono tutto sommato molto semplici pur, paradossalmente, nella loro complessità, e la cosa più giusta da fare è soltanto quella di cercare di spiegarle nel modo più semplice e chiaro possibile.

La crescita esponenziale delle destre neopopuliste in America e in Europa è la conseguenza inevitabile di un processo storico-politico che, dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, ha visto la “sinistra”, in tutte o quasi le sue declinazioni (ivi compresa la grandissima parte di quella sedicente “antagonista”), diventare del tutto organica politicamente e ideologicamente al sistema dominante, al punto di essere considerata dai “padroni del vapore” più funzionale e adatta (rispetto alla destra) a garantirne la “governance”.   Tutto ciò contestualmente alla scomparsa di una Sinistra di classe, adeguata ai tempi, quindi non statica e non dogmatica, capace di interpretare le contraddizioni vecchie (ma tuttora attualissime) e nuove (in questo caso, quando va bene, si brancola nel buio…) prodotte dal sistema capitalista.

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Trump vince perdendo meno voti di Hillary!

di Michele Nobile

16.11.10 Donald Trump Wall CopiaLa vittoria elettorale di Donald Trump ha suscitato notevole clamore, quasi fosse destinato a diventare un novello Ronald Reagan. Certamente, la conquista della presidenza e delle due camere da parte di repubblicani radicalizzati verso destra è cosa che promette male per i lavoratori, i comuni cittadini statunitensi e gli immigrati. Non a caso Trump ha ricevuto sincere congratulazioni dalla destra pseudopopulista europea: da Marine Le Pen e dal padre, dall'ungherese Viktor Orbán, dall'austriaco Heinz-Christian Strache, l'olandese Geert Wilders, dal britannico Farage, dagli italiani Matteo Salvini, Roberto Fiore (Forza Nuova), via via fino a Putin, il caso più significativo. Non che nella postdemocrazia europea socialiberisti tipo Hollande o Renzi promettano chissà cosa…

Tuttavia, per le ragioni che seguono, non ritengo che il successo di Trump, in realtà un insuccesso di Hillary Clinton, costituisca una svolta per l'opinione pubblica statunitense, di sicuro non nel senso di una rivolta indirizzata a destra e in senso xenofobo dei forgotten men and women – un'allusione che evita termini sgradevoli come working class o working poor o unemployed. La questione cruciale - tanto più con le tendenze elettorali della postdemocrazia - è che la ripartizione dei voti validi è determinante ai fini istituzionali e del governo ma può non essere significativa per comprendere lo stato d'animo di un popolo in quel determinato momento o delle tendenze profonde e delle motivazioni1 . Ed è questo che mi interessa ora.

mondocane

Trump, la globalizzazione del vaffa

Dalla Brexit alla Amerexit?

di Fulvio Grimaldi

Apicella trump 1In nessun paese i politici formano una sezione della nazione così separata e così potente come nell'America del Nord. Quivi ognuno dei due grandi partiti che si scambiano a vicenda il potere viene a sua volta governato da gente per cui la politica è un affare, che specula sui seggi tanto delle assemblee legislative dell'Unione quanto dei singoli Stati. /.../ Ci sono due grandi bande di speculatori politici che entrano in possesso del potere, alternativamente, e lo sfruttano con i mezzi più corrotti e ai più corrotti fini; e la nazione è impotente contro questi due grandi cartelli che si presumono al suo servizio, ma in realtà la dominano e la saccheggiano". (Friedrich Engels)

Premetto che la vignetta del grande Apicella su Trump-Lenin che spazza via la marmaglia capitalista è un’ottima intuizione grafica, ma anche un’ aspettativa appesa a fili di ottimismo che per ora non si sa se siano cordame da barca, o tela di ragno. E tutti coloro che danno per sicure e assicurate sia le prospettive nefaste, che quelle fauste, a seconda dei punti di vista, avranno probabilmente modo di aggiustare il tiro e, in qualche caso, svuotare il caminetto e gettarsi la cenere sul capo. I saggi latini dicevano “nemo propheta in patria”. Dovremmo aggiornarci alla civiltà del Bar Sport: “omnes prophetae in patria”.

Mi è stato dato di sfuggire ai primi scomposti ululati dell’italiota stampa delle larghe intese, con i soliti acuti strazianti del “manifesto”, ma ho ampiamente recuperato nei giorni successivi. Ero in volo quando la vittoria impossibile di Donald Trump, il candidato anatemizzato dall’universo mondo (che poi è solo quello nord-occidentale e nemmeno un settimo dell’umanità ) manco fosse Dart Fener, da ipotesi onirica si materializza in fatto, solido quanto le Montagne Rocciose che hanno contribuito a produrlo. La bomba Trump, hybris distopica per lo stato di cose esistente, mi è esplosa dagli schermi di un albergo a Berlino dove mi trovavo per l’invito a un talkshow televisivo. Prima della autoproclamata “comunità Internazionale” (in sostanza la NATO) a riprendersi, una Angela Merkel improvvisamente ritrovatasi senza tutor e, dunque, malferma, assicura al neo-eletto collaborazione, ma gli pone anche una non lieve condizione-auspicio: “purchè ci uniscano i nostri valori”.

micromega

“Il liberismo xenofobo di Trump non aiuterà i lavoratori americani”

Giacomo Russo Spena intervista Emiliano Brancaccio

trump brancaccio 510Per l’economista la sconfitta della Clinton segna la crisi di quel modello di consenso che metteva le macchine elettorali democratiche e socialiste al servizio degli interessi della grande finanza. Ma la Trumpnomics determinerà un imponente trasferimento di reddito a favore dei ceti più abbienti. E se Trump continuerà a pretendere dalla FED un rialzo dei tassi d’interesse, ci saranno pesanti ripercussioni per l’Eurozona e anche per la Russia dell’amico Putin.

Come interpretare la storica vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane? Per l’economista Emiliano Brancaccio siamo di fronte alla prima, vera incarnazione di quella nuova onda egemonica che egli ha più volte definito “liberismo xenofobo”, e sulla quale da tempo lancia l’allarme. Con Brancaccio discutiamo dell’esito delle elezioni statunitensi, della carta Sanders che i democratici non hanno voluto giocare, delle ricette economiche di Trump e dei loro possibili effetti sui rapporti tra gli Stati Uniti e il resto del mondo.

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Professor Brancaccio, Hillary Clinton esce duramente sconfitta dalle presidenziali americane. Il risultato viene interpretato come una disfatta per il partito democratico statunitense, ma anche le forze democratiche e socialiste europee sembrano accusare il colpo. Possiamo parlare della fine di quel “liberismo di sinistra” che era stato inaugurato da Bill Clinton nel 1992 e al quale molti in Europa hanno cercato di ispirarsi?

dinamopress

White Mirror

di Pietro Bianchi

«Trump è stato capace di dare una forma nazionalistica, razzista e interclassista agli immaginari e ai discorsi di un gruppo sociale proprio perché nessuno è stato capace di dargli una forma conflittuale». Un primo commento a caldo sul voto USA

trump desolato“Questo è il prezzo da pagare per non aver affrontato i costi reali della deindustrializzazione e della globalizzazione che è avvenuta negli Stati Uniti negli ultimi 35-40 anni e per non aver capito quanto questa abbia avuto un impatto sulla vita delle persone e abbia scavato delle ferite profonde: al punto che la gente vuole qualcuno che gli dica di avere una soluzione. È questo quello che fa Trump: dare risposte semplici a problemi molto complessi. Risposte sbagliate a problemi molto complessi. E questo può essere molto seducente”.

Sono le parole non di un analista politico ma di Bruce Springsteen che in un’intervista di qualche settimana fa a Rolling Stone (nella quale poi bollava Trump come un “deficiente” e un “white nationalist”) dava inconsapevolmente la migliore interpretazione ante-litteram di quello che poi sarebbe successo ieri sera con le elezioni presidenziali americane.

Ma la stessa cosa l’aveva scritta anche Sandro Portelli qualche giorno fa su il manifesto (“I lavoratori americani dimenticati dai democratici”, 6 novembre) parlando di come ormai da molto tempo il Partito Democratico americano abbia abbandonato i luoghi dal lavoro e della classe e di come l’America liberal, e il suo messaggio sempre più urbanizzato e sempre più declinato su simboli e consumi “culturali”, consideri la figura del lavoratore bianco, maschio, rurale come “altro da sé” consegnandolo di fatto al discorso reazionario della destra repubblicana.

micromega

Trump, la rabbia antisistema e l'eutanasia delle sinistre

di Carlo Formenti

donald versus hillaryLa vittoria di Trump marca una clamorosa sconfitta della lobby transnazionale delle élite neoliberiste. Fino a poche ore prima dell’esito elettorale siamo stati bombardati dal coro pressoché unanime di governi, partiti, economisti, manager, star dello show business, campioni sportivi, sondaggisti, giornali, televisioni, piattaforme internet che celebravano la vittoria di Hillary Clinton presentandola come l’unico esito possibile dettato dalla “ragione” politica, culturale e civile.

A parte gli auspici dei governi russo e cinese – preoccupati per le minacce di alzare il livello del conflitto geopolitico globale da parte della Clinton – hanno fatto eccezione quasi solo le forze populiste di destra e le pochissime voci che si sono timidamente alzate a sinistra per ricordare che Hillary Clinton incarna i più feroci e aggressivi interessi del capitale finanziario transnazionale, nonché delle industrie hi tech che dominano il sistema militare industriale e governano un pervasivo sistema di spionaggio globale.

Personalmente sono più volte intervenuto su queste pagine a rimproverare Bernie Sanders per la fallimentare scelta di sponsorizzare come “il minore dei mali” la donna che gli aveva letteralmente “scippato” – con l’appoggio della macchina di partito, dei media e delle élite di sistema – la candidatura democratica all’elezione presidenziale, impedendo a classi medie impoverite, lavoratori bianchi e migranti, studenti , donne, giovani, ambientalisti, ecc. di unirsi attorno a un programma e a un leader politico comuni.

contraddizione

La trasformazione del capitale transnazionale post crisi 2008

di Francesco Schettino

altan baratro29 novembre 2016: una data che difficilmente sarà dimenticata negli anni che verranno. Media europei e giornali di tutto il mondo oggi osservano con un malcelato sgomento l’elezione di Donald Trump alla presidenza dello stato capitalista considerato come il più potente al mondo, gli Usa. L’alternativa di Hillary Clinton evidentemente, nonostante la palese collocazione all’estrema destra del neopresidente – appoggio del Kkk, libri con i discorsi di Hitler sul comodino, come ebbe a dire l’ex moglie – non è stata sufficiente. Considerata genericamente – e su questo ci riproporremo più avanti di proporre un approfondimento – come la candidata dell’establishment, nonostante l’en­dorsment ricevuto da tutti i settori della cultura a stelle-e-strisce (e non solo) la sua sconfitta è sonora e netta, nonostante persino le previsioni, sempre più inattendibili, la davano per vincente addirittura al 90%.

Fiumi di inchiostro e di parole sicuramente anticiperanno l’uscita di questa breve nota che, in forma preliminare, tenterà di fornire un abbozzo di analisi di quali possano essere le ragioni e le prospettive più immediata da una prospettiva di classe. Per questo, e per tanti altri motivi, è opportuno non farsi ammaliare a vacue analisi sociologiche avulse da un contesto più ampio ma altresì tener conto condizioni materiali sia dell’enorme massa che ha eletto Trump e sia dello stato di salute del capitale a base dollaro e di quello internazionale più in generale. Limitare il fenomeno Trump a una scelta democratica in opposizione ad Hillary è evidentemente un modo borghese e limitato di tentare di indagare su una questione che è di portata nettamente più ampia.

Già dalla fine dell’anno 2008, ossia dalle settimane che seguirono il crollo di Lehman Bros., e dunque dai momenti appena successivi alla violenta emersione dell’ultima crisi, in palese controtendenza con l’ottimismo di tanti settori della sinistra di classe, evidenziammo che la concomitanza della crisi più violenta del modo di produzione del capitale e l’assenza di una classe subordinata “per sé”, ossia cosciente del suo ruolo storico, avrebbe potuto generare tendenze del tutto opposte a quelle auspicate.