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marx xxi

Rivoluzione in occidente e vincolo europeo

Riflessioni a margine di Sovranità o barbarie di Fazi e Mitchell

di Domenico Moro

europa cieloscuroRecentemente è uscito in libreria Sovranità o barbarie di Thomas Fazi e William Mitchell (Meltemi editore, euro 20, pp. 315). Si tratta di un testo che raccomandiamo a chi sia interessato non solo ai temi dell’Europa, ma anche alla ricostruzione di una sinistra adeguata alla realtà attuale. A differenza della maggioranza dei testi sull’euro e sulla Ue, Sovranità o barbarie non parla solo di economia o soltanto di diritto e istituzioni europei. La riflessione che vi viene svolta è interdisciplinare, offrendo una articolata sintesi delle implicazioni dell’integrazione europea, oltre che per l’economia, per lo Stato e le sue istituzioni, per i concetti di nazione e identità nazionale e soprattutto per la democrazia. Di semplice lettura, grazie a una prosa scorrevole e molto chiara, è un testo, però, mai banale, che guida il lettore attraverso un intreccio di questioni complesse e controverse, che riguardano il “che fare”. Per questo, Sovranità o barbarie è soprattutto un libro politico, nel senso più ampio del termine, e va letto a più livelli, che, anche se a volte implicitamente, investono tre questioni principali:

  1. La descrizione dei meccanismi e le implicazioni su economia e politica dell’integrazione europea, coniugate alla critica al sovra-nazionalismo legato alla mondializzazione;

  2. La critica dell’atteggiamento della sinistra europea degli ultimi trenta o quaranta anni rispetto alla mondializzazione e all’integrazione europea;

  3. La questione della definizione di una politica di sinistra efficace nei Paesi avanzati, ossia le specificità di quella che Gramsci chiamava la “Rivoluzione in Occidente”.

Oggettivamente, “Sovranità o barbarie”, partendo dalla questione europea, va a investire la questione più complessiva di quale sia, in Europa, la politica da adottare da parte delle classi subalterne e del lavoro salariato su un piano strategico, a fronte a una delle maggiori sconfitte storiche della sinistra.

Ciò è chiaro sin dal titolo, che richiama volutamente il famoso slogan “socialismo o barbarie” ispirato a La crisi della socialdemocrazia di Rosa Luxemburg, scritto nel corso della Prima guerra mondiale1 . Allora la questione era la capitolazione della socialdemocrazia dinanzi alla guerra del capitale nella forma imperialistica nazionale, oggi, in una sorta di rovesciamento dialettico, la capitolazione dinanzi a una guerra di classe voluta dal capitale nella sua forma imperialista sovrannazionale ed europeista. In particolare, Fazi e Mitchell attribuiscono all’integrazione europea un contributo decisivo alla liberazione delle energie distruttive intrinseche al capitalismo. L’integrazione europea, secondo gli autori, assume un ruolo centrale nel processo attraverso cui le élite capitalistiche sono riuscite a modificare i meccanismi statali e democratici, e con essi i rapporti di forza maturati nei primi decenni dopo la fine della Seconda guerra mondiale a sfavore delle masse lavoratrici. Le conseguenze sono evidenti: la riproposizione, per la prima volta dopo la fine della Seconda guerra mondiale, della disoccupazione e dell’impoverimento di massa, dei rigurgiti xenofobi, della conflittualità tra stati-nazione, della tendenza alla guerra e all’imperialismo, del nazionalismo, e del distacco delle masse lavoratrici dalla politica. In questo senso, “Sovranità o barbarie” è tutt’altro che l’opposizione o la sostituzione del sovranismo al socialismo; esso va letto come contributo alla ripresa di un processo socialista, stimolando la necessaria riapertura del dibattito sulla prospettiva politica delle forze delle classi subalterne in Europa.

Per questa ragione, proprio come fece Luxemburg nel 1916, il primo problema affrontato da Sovranità o barbarie è rappresentato dalle cause storiche della capitolazione della socialdemocrazia dinanzi al capitale, che ha portato, negli ultimi anni, al grave ridimensionamento e, in certi casi, persino della sparizione dei partiti della sinistra. Infatti, uno degli aspetti più importanti del libro è la dimostrazione, in risposta a chi dice che la decadenza italiana è iniziata ben prima dell’euro, di come il vincolo esterno europeo abbia cominciato ad agire ben prima dell’introduzione dell’euro nel 2002. A questo aspetto è legata l’analisi storica della crisi del keynesismo e, connessa ad essa, della crisi della sinistra, sia quella di governo e moderata dei partiti facenti parte del partito socialista europeo (PSE) sia di quella dei partiti della sinistra radicale, in primo luogo dei partiti comunisti. A differenza di quanto non è riuscita a fare quanto rimane della sinistra – liberaldemocratica, socialdemocratica, e, in certi casi, persino comunista - che, o ha dato la colpa del suo declino al populismo, o non se ne è occupata o al massimo ha collocato le cause a livello congiunturale o solo politico, Fazi e Mitchell hanno cercato di scavare a fondo, risalendo fino a oltre quaranta anni fa, a prima dell’avvento della Thatcher e dell’affermazione del neoliberismo.

 

La crisi della sinistra e il vincolo esterno

La crisi della sinistra affonda le sue radici negli anni ’70, quando lo stesso keynesismo entra in una crisi, che giustamente Fazi e Mitchell non fanno risalire a un’unica causa, cioè ad una offensiva ideologica neoliberista, ritenendola legata anche alle trasformazioni del capitalismo e alla lotta di classe, in particolare al conflitto distributivo, che fecero saltare il compromesso sociale basato sulla possibilità di conciliare alti salari e alti profitti. Ciò non fu o non volle essere compreso dalla sinistra:

“…buona parte delle sinistra socialdemocratica e socialista/comunista (ed europea in particolare) o non capì ciò che stava avvenendo – diversi intellettuali della sinistravidero nel keynesismo un forma embrionale di socialismo piuttosto che un particolare regime di accumulazione capitalistica, quale effettivamente era, e si ritrovarono dunque privi degli strumenti necessari per capire la natura capitalistica della crisi del keynesismo, illudendosi di poter affrontare il conflitto distributivo nei limiti angusti del quadro socialdemocratico – o non ebbe il coraggio di mettere seriamente in discussione i ‘fondamentali’ del sistema ed in particolare il problema del vincolo esterno.”2

Infatti, in quell’epoca si affermano due concezioni. La prima è quella secondo cui lo Stato non sarebbe più in grado di finanziare la spesa pubblica per tenere in piedi il sistema. La seconda è quella secondo cui l’interdipendenza delle economie nazionali e l’affermazione delle imprese multinazionali renderebbero ormai superati gli Stati-nazione, sempre meno autonomi nelle loro politiche economiche e sociali. In tale contesto, il conflitto distributivo sarebbe, quindi, un elemento di destabilizzazione, perché renderebbe le singole economie non competitive, portando fuori controllo la bilancia degli scambi con l’estero e il debito pubblico. Ne consegue la necessità dell’austerity e della moderazione nelle economie aperte, internazionalizzate e interdipendenti.

Sovranità o barbarie si incentra sulla critica a queste posizioni, in base a due argomentazioni. La prima è che l’affermazione del neoliberismo e la fine delle politiche keynesiane avvenne proprio con il decisivo intervento dello Stato, che non si indebolisce, assumendo anzi un ruolo più forte dal punto di vista della difesa degli interessi della classe dominante. L’accettazione dell’austerity è stata, quindi, non una necessità “oggettiva” ma una scelta politica, di cui la sinistra socialdemocratica si è fatta parte attiva e decisiva, modificando radicalmente i suoi orientamenti generali e, inevitabilmente, la sua stessa natura di classe. La seconda argomentazione è che, proprio perché si tratta di scelte politiche, è possibile una alternativa alla austerity, alla disciplina di bilancio, e all’allineamento al ribasso del costo del lavoro. Questa alternativa sta nel portare alle estreme conseguenze le politiche keynesiane. Sta, secondo Fazi e Mitchell, nel portare l’intervento pubblico ben al di là del classico quadro keynesiano e socialdemocratico, facendo dello Stato il creatore di moneta, il prestatore, l’investitore e il datore di lavoro di ultima istanza. Sta, quindi, nel progressivo indebolimento del controllo sull’economia da parte del capitale.

Sono tre i casi storici che esemplificano l’inversione a U della sinistra europea rispetto al paradigma keynesiano. Il primo caso è quello del governo laburista di James Callaghan (1976-1979) nel Regno Unito, all’epoca colpito da una concomitanza di alta inflazione e alta disoccupazione. L’aspetto interessante, messo in luce da Fazi e Mitchell, è lo scontro, interno al partito laburista, tra l’ala destra di Callaghan e l’ala sinistra di Tony Benn. Quest’ultima aveva capito che non si poteva rispondere alla crisi entro il tradizionale quadro socialdemocratico, ma che bisognava andare oltre:

“…portare una quota maggiore di produzione sotto il controllo pubblico (attraverso la nazionalizzazione della industria strategiche), espandere il ruolo del governo come datore di lavoro di prima istanza (riducendo così la capacità dei capitalisti di utilizzare la disoccupazione come strumento disciplinatorio nei confronti della classe operaia e, indirettamente, del governo); uscire dalla Comunità economica europea (CEE), cui il Regno unito aveva aderito nel 1973; e implementare il controllo sui movimenti di capitale e sulle importazioni per gestire il vincolo esterno della bilancia dei pagamenti in un contesto di elevata inflazione”.3

Tale orientamento, radicalmente alternativo, era basato sull’AES (Alternative Economic Strategy), elaborata da Bob Rowthorn, economista del Partito comunista di Gran Bretagna, di cui vale la pena leggere per intero l’articolo The Alternative Economic Strategy4 . La sconfitta dell’ala sinistra di Benn nel referendum del 1975 per l’uscita dalla CEE, e l’attacco speculativo che si abbatté sulla sterlina, proprio a causa della permanenza nella CEE, permise all’ala destra di prendere il sopravvento. Callaghan, invece di scegliere l’AES, che gli avrebbe permesso di sfidare gli speculatori, si appellò al Fondo monetario internazionale per un prestito e, in cambio, dovette implementare un rigido programma di austerità. Il risultato fu lo scatenarsi di una grave instabilità economica e di un fortissimo conflitto sociale, che screditò il keynesismo e il partito laburista. Fu, quindi, proprio il partito laburista a introdurre le politiche neoliberiste nel Regno Unito, aprendo così la strada all’affermazione della Thatcher nel 1979.

Ancora più importante, per le aspettative che all’epoca aveva suscitato in tutta Europa, fu la vicenda del governo di Francois Mitterand, eletto nel 1981 sulla base di un programma incentrato su una forte espansione del settore pubblico (nazionalizzazioni, riduzione dell’orario di lavoro, abbassamento dell’età pensionabile, aumento del salario minimo, ecc.). Dopo due anni Mitterand fece una inversione a U. Dinanzi al boicottaggio delle fughe di capitale, rifiutò di servirsi di un sistema bancario nelle mani pubbliche e virò verso misure liberiste, eliminando tutti i controlli sui movimenti di capitale, deregolamentando il sistema finanziario, e privatizzando le banche. Quale fu l’elemento decisivo nella svolta in Francia? Secondo Fazi e Mitchell fu il vincolo esterno, nella fattispecie l’integrazione europea:

Come Callaghan prima di lui, anche Mitterand presentò il rigore come l’unica opzione possibile in quel dato contesto. Ma la realtà, al di là degli sforzi fatti dal governo per fermare il deflusso di capitali, era che la strategia reflazionistica di Mitterand era incompatibile con la permanenza della Francia nel Sistema monetario europeo (SME), l’accordo di cambi semifissi inaugurato nel 1979, antesignano dell’euro (…). In altre, parole Mitterand si trovò di fronte a un bivio: abbandonare lo SME, far fluttuare il franco e introdurre controlli più severi sui movimenti di capitali…oppure abbandonare il suo programma di riforma progressivo. Tertium non datur.”5

Il risultato è che ancora oggi l’esperienza mitterandiana è citata come prova della incapacità degli stati-nazione di perseguire politiche autonome dal capitale globale, a causa dell’internazionalizzazione della finanza.

L’ultimo esempio è a noi più vicino, riguardando l’Italia. Qui, a metà degli anni ’70, grazie a una conflittualità operaia molto alta, si realizzarono conquiste importantissime. Tuttavia, in pochi anni il ciclo di lotta si sarebbe arrestato, sostituito da una controffensiva capitalista senza precedenti, con il varo di misure restrittive/deflazionistiche, che trovarono coronamento nell’adesione allo SME nel 1979. Fu cruciale, in questa inversione di tendenza, il ruolo svolto dal Pci. Fazi e Mitchell citano l’episodio significativo del convegno, organizzato nel 1976 dal Centro studi di politica economica del Pci, il CESPE. In questo convegno si confrontarono due posizioni rispetto al “vincolo esterno”, rappresentato dal rapporto di interdipendenza con il mercato internazionale. L’economista Franco Modigliani attaccò la scala mobile, introdotta l’anno prima, in primo luogo perché, impedendo di ridurre il costo del lavoro, avrebbe determinato un peggioramento competitivo internazionale e quindi della bilancia commerciale. In secondo luogo, perché gli aumenti salariali avrebbero compresso i profitti. I capitalisti sarebbero stati disincentivati dall’investire, con la conseguente contrazione di produttività e occupazione. Dunque, proseguiva Modigliani, era interesse del Paese, compresi i lavoratori e i sindacati, l’eliminazione della scala mobile, accettando così il principio della moderazione salariale. Tale tesi fu contestata da altri economisti, tra i quali Federico Caffè, che consigliavano, per combattere l’inflazione e il deficit della bilancia estera, di introdurre maggiori controlli dello Stato sul commercio estero, sui prezzi, sulle importazioni, e sulla regolamentazione dell’investimento privato. Queste ultime posizioni, però, furono rigettate dai dirigenti della CGIL, Trentin e Lama, che, giudicandole protezionistiche, accettarono i “sacrifici” ritenuti necessari a rompere la spirale inflazionistica. Come puntualizzano Fazi e Mitchell: “Il risultato fu che il Pci finì per sposare in toto le tesi monetariste/neoliberiste di Modigliani”6 . Secondo le parole di Eugenio Peggio, segretario del CESPE e deputato Pci, solo con uno sforzo di tutta la nazione e quindi anche con l’accettazione dei sacrifici da parte del movimento operaio, l’Italia avrebbe potuto allineare il costo del lavoro a quello degli altri paesi, mantenendosi così competitiva in una condizione di economia aperta. In effetti, allora si inaugurò quella politica di scambio tra occupazione e diritti - lavoro contro maggiore flessibilità o precarietà – che ha rappresentato un tratto di continuità nella politica del Pds-Ds-Pd fino a oggi, ma che non ha permesso di aumentare né il tasso di occupazione né la produttività.

Il convegno del CESPE si inquadrava nella tattica del “compromesso storico”, tramite il quale il Pci cercava, dopo il grande progresso elettorale del 1975, di rompere la conventio ad excludendum che lo teneva da trent’anni fuori dal governo. L’adesione alle politiche di austerità rientrava nell’appoggio esterno del Pci al governo di solidarietà nazionale. Sul piano teorico-ideologico, era giustificata dal segretario del Pci, Enrico Berlinguer, non solo come misura per battere il pericolo dell’inflazione, considerato il più grave per i lavoratori, ma anche come strumento per contestare l’individualismo e il consumismo caratteristici del capitalismo. Si trattò di un grave errore, perché le aperture comuniste, che si tradussero anche nella politica di moderazione salariale del sindacato (svolta dell’Eur 1977-1978), furono prese come pretesto dall’establishment per disciplinare la conflittualità operaia e introdurre politiche restrittive. Le conseguenze per lo stesso Pci furono negative: una forte perdita di consensi (che si tradusse anche nello sviluppo di movimenti contestativi culminati nel ’77 e nella spaccatura definitiva con la “nuova sinistra”), che si associò alla definitiva fine della solidarietà nazionale e quindi alle speranze di superare la conventio ad excludendum.

 

Sovranità come risposta al vincolo esterno

Quindi, l’aspetto attorno a cui ruota la riflessione di Sovranità o barbarie è il vincolo esterno o, più precisamente, il suo potere condizionante, da una parte, sui rapporti di forza e sulla lotta fra le classi e, dall’altra parte, sulla capacità dei singoli Paesi di far fronte alle crisi e attuare una politica economica e industriale. Ma che cos’è il vincolo esterno? Nell’epoca dell’euro siamo portati a identificare il concetto di vincolo esterno con i vincoli al deficit e al debito e con l’alienazione alla Bce del controllo su moneta, e su tassi di cambio e di interesse. Questi aspetti sono, senza dubbio alcuno, la massima espressione del vincolo esterno, rappresentando il maggiore potere condizionante su una economia domestica e sulle classi subalterne. Ma, in effetti, una economia aperta subisce anche altre tipologie di vincolo esterno: la concorrenza di prezzo e di costo, quella qualitativa, tecnologica o di marketing, le fughe di capitale, le delocalizzazioni e gli investimenti diretti all’estero, il dumping fiscale, ecc. La mondializzazione del mercato delle merci - con la presenza di nuovi concorrenti (gli emergenti) sulle produzioni a basso valore aggiunto e di vecchi concorrenti, con più alti investimenti tecnologici e maggiori economie di scala e dimensioni aziendali - e la liberalizzazione finanziaria, che permette a masse di capitale di spostarsi verso mercati più profittevoli e dove il costo della forza lavoro è più basso, costituiscono dei vincoli seri, che agiscono come compressori del salario e della spesa pubblica se la società e l’economia in questione è troppo aperta e liberalizzata.

Dunque, qual è la risposta di Fazi e Mitchell al vincolo esterno? La risposta è: la sovranità dello Stato. Tale sovranità, però, per come è descritta da Fazi e Mitchell in numerosi passaggi del libro, non ha nulla a che vedere con una sovranità di tipo nazionale né con il nazionalismo tipico del capitalismo ottocentesco e novecentesco. Non si tratta, infatti, di una proposta storicamente regressiva, tesa a rinserrarsi autarchicamente in un fortino locale. Si tratta, invece, di una proposta che mira a mettere l’economia in grado di controllare, limitandoli o annullandoli, gli effetti negativi dell’apertura delle economie domestiche al mercato mondiale. Ciò nei fatti si traduce nel contrasto alle leggi ferree e anarchiche del mercato e della concorrenza capitalistici, attraverso l’estensione del controllo sull’economia e sulla finanza e della partecipazione alla produzione di beni e servizi del potere pubblico, vale a dire dello Stato. Ciò ha un indubbio tratto progressivo. Infatti, come ribadiscono Fazi e Mitchell, le condizioni attuali non consentono la riproposizione del classico compromesso keynesiano e bisogna andare oltre il quadro socialdemocratico classico. A nostro parere, se ciò è vero, significa inevitabilmente fare un primo passo nella direzione della modificazione dei rapporti di produzione in senso socialista.

 

Centralità delle categorie di modo di produzione e imperialismo nell’interpretazione dell’integrazione europea

Se il punto di caduta è inevitabilmente quello dei rapporti di produzione, si pongono due ordini di problemi. Il primo rimanda alla questione del modo di produzione, il secondo alla questione del potere e quindi allo Stato e alla sua natura. Per Fazi e Mitchell il riferimento alla classe è chiaro: l’integrazione economica e valutaria ha avuto sin dall’inizio una finalità di classe: “il rafforzamento delle élite economiche a scapito della maggioranza dei cittadini (in particolare dei lavoratori)”7 . Tuttavia, il concetto di classe sembra avere una connotazione più sociologica e politica che economica. Manca cioè chiarezza sul fatto che la determinazione e il comportamento delle classi dipendono dal modo di produzione in cui sono inserite. Senza un riferimento al quadro generale, cioè alle categorie di modo di produzione capitalistico e di imperialismo, si rischia di non apprezzare compiutamente il ruolo dell’euro per le classi capitalistiche e la natura e i rapporti tra le varie economie e stati nazionali che l’hanno adottato. L’euro è, considerato dal punto di vista del funzionamento del modo di produzione, uno strumento di riorganizzazione del sistema produttivo europeo e si inserisce all’interno di una serie di misure tese a contrastare la sovraccumulazione di capitale che è alla base della caduta tendenziale del saggio di profitto8 . Non è un caso che l’integrazione europea subisce una accelerazione con la crisi del 1975, che è stata, per dirla con Arrighi, la “crisi spia” della fase sistemica capitalistica9 . Il conflitto distributivo degli anni ’70, che viene posto da Sovranità e barbarie alla base del processo del vincolo esterno dallo SME all’euro, è esso stesso il prodotto di tali fattori strutturali, così come lo sono l’internazionalizzazione della produzione e la liberalizzazione dei mercati dei capitali e delle merci.

Un’altra questione, che fa emergere la sottovalutazione del modo di produzione, è quella del ruolo della Germania e del rapporto tra di essa e gli altri stati europei. Su questo appare una contraddizione in Sovranità o barbarie, che, da una parte, definisce l’euro come strumento della classe dominante contro il lavoro e, dall’altra parte, uno strumento di asservimento della periferia nei confronti del centro europeo. In sostanza: nella costruzione europea prevale un aspetto di classe o nazionale? La risposta a questa domanda è legata all’interpretazione del ruolo della Germania e alla natura delle altre formazioni economico- sociali dell’area euro, in particolare dell’Italia. Secondo Fazi e Mitchell la volontà di “spezzare le reni” ai lavoratori italiani ha condotto le élite italiane a accettare implicitamente la deindustrializzazione e mezzogiornificazione dell’Italia a favore della Germania. Coerentemente con questa interpretazione, si identifica il ruolo della Germania nella Ue con i tentativi di realizzare l’egemonia tedesca tramite le due guerre mondiali e si stabilisce una analogia tra il processo di annessione della Germania Est alla Germania Ovest negli anni ’90 e quanto la Germania sta facendo oggi nei confronti dei Paesi definiti “periferici” dell’Europa del Sud. La natura delle relazioni tra Germania e altri paesi del Sud dell’Europa è estremizzata a tal punto da accostare il regime economico post-Maastricht a “una forma di capitalismo comprador: un regime semi-coloniale”10 . Questa definizione può valere per la Grecia e forse, in parte, per il Portogallo (due Paesi molto più arretrati del resto dell’Europa occidentale e con una storia di dipendenza rispettivamente dall’imperialismo Usa e da quello britannico), ma non certo per la Spagna e soprattutto non per l’Italia. Anche la Francia, che pure viene considerata “centro” dell’area euro, se dovessimo confrontarla all’Italia per le sue performance e fragilità economiche, sociali e di finanza pubblica e privata, potrebbe essere considerata tutt’altro che parte del “centro” dell’area euro, ma nessuno la considera, giustamente, una semi-colonia. I rapporti tra la Germania, l’Italia, la Francia e la Spagna sono molto complessi e certo non vogliamo negare né la preponderanza della Germania né i vantaggi che l’euro ha offerto al suo export e quindi alla sua manifattura. Vantaggi, però, per la Germania nel suo complesso, meno forti di quello che si pensa, se dobbiamo considerare il suo in realtà modesto tasso di crescita del Pil e l’aumento della povertà, dovuti alle controriforme del mercato del lavoro e alla strutturale stagnazione della domanda domestica, come del resto anche in Sovranità o barbarie non si manca di sottolineare. Ritornando all’Italia, questa, per la sua struttura economico-sociale e per la sua posizione nella divisione del lavoro internazionale, non può essere assimilata a una semi-colonia né la sua élite industriale e finanziaria, pur in condizioni di forte stress competitivo, alla classica borghesia compradora (intermediaria e commerciale) nei confronti di un imperialismo estero. L’Italia e la sua élite fanno parte del “centro” dell’economia-mondo capitalistica e hanno instaurato con altri Paesi, questi sì effettivamente semi-coloniali, rapporti di dipendenza nei confronti suoi e delle sue imprese.

L’Europa non è tanto il terreno di dominio indiscusso della Germania sul resto d’Europa, quanto soprattutto il terreno di riorganizzazione del sistema economico e politico a favore del capitale e di accentuazione della competizione tra imprese, frazioni di capitali, e tra Stati. In sostanza, è il terreno della tendenza imperialistica propria del capitalismo avanzato europeo. Per questo non siamo di fronte a una mezzogiornificazione dell’Italia e tanto meno alla colonizzazione del Mezzogiorno italiano da parte della Germania. Siamo, invece, davanti a una ristrutturazione profonda del sistema delle imprese, tesa a risolvere sovraccumulazione e ridondanze produttive dal punto di vista del capitale a base italiana. Questo è fortemente centralizzato, partecipa massicciamente alla mondializzazione, essendo al vertice delle catene del valore internazionali, e non è sempre “preda”, come enfatizza una certa pubblicistica, ma è almeno altrettanto “predatore”, anche di imprese dei Paesi avanzati, Germania compresa11 . Né si può paragonare l’egemonia economica, esercitata nei primi anni ‘40 attraverso il dominio militare (quello sì “indiscutibile”), della Germania sui Paesi occupati o dipendenti (tra cui l’Italia, prima a seguito delle sanzioni e poi della guerra mondiale), con il ruolo economico e politico della Germania. Del resto il modello ordoliberista della Germania è soggetto a molte restrizioni da parte degli stessi organismi europei che sono assimilabili al neoliberismo – come giustamente Sovranità o barbarie evidenzia bene. Ugualmente non si può identificare, se non per alcune (sebbene importanti) analogie, l’annessione di fatto della Germania Est con quanto accaduto in Europa dopo la crisi dei mutui, con la possibile e parziale eccezione della Grecia. Chiarire la natura del rapporto tra Germania e Italia e soprattutto il carattere delle formazioni economico-sociali dell’Italia e degli altri paesi dell’euro è fondamentale. Infatti, un conto è definire una linea politica nei confronti dell’euro – compresa una linea di uscita dall’euro – in un Paese centrale e un ben altro conto in un Paese semi-periferico o semi-coloniale. In effetti, come dimostra la storia del Novecento – tanto ricca di rivoluzioni nelle periferie e nelle semi-periferie quanto lo è stata avara nei Paesi del centro, con l’unica e parziale eccezione della Russia del 1917 -, è molto più complesso e difficile rompere determinati rapporti in un Paese avanzato e centrale, dove il capitale è molto più forte e resiliente e la base sociale favorevole ai rapporti di produzione vigenti (e di conseguenza all’euro) è molto più ampia.

 

Il recupero della sovranità statuale e la natura di classe dello Stato

Se, come abbiamo detto sopra, la visione di recupero della sovranità di Fazi e Mitchell mette in discussione il controllo da parte del capitale dell’economia, rappresentando il primo passo verso una diversa configurazione dei rapporti di produzione, allora si pone la questione del potere. E la questione del potere pone la questione dello Stato. Correttamente Fazi e Mitchell ritengono che con la globalizzazione lo Stato non si sia indebolito o eclissato, ma che si sia soltanto ridefinito a favore del capitale. Il problema è che la natura di classe dello Stato rischia, nella interpretazione di Sovranità o barbarie, di essere poco chiara. Giustamente i due autori si preoccupano di recuperare la dimensione pubblica in opposizione alla spinta privatizzatrice e liberalizzatrice e la dimensione domestica/nazionale in alternativa a una dimensione europea giudicata sfavorevole alla ripresa delle lotte, in base all’impossibilità di un recupero e di un allargamento dei livelli precedenti di democrazia entro i meccanismi della Ue e dell’euro. Lo strumento di tale recupero è individuato nello Stato-nazione. Il problema è che, spinti dalla necessità di trovare il soggetto di tale trasformazione, se ne sottovaluta la natura. Fazi e Mitchell criticano una interpretazione parziale del marxismo, secondo cui lo Stato è “unicamente funzionale agli interessi della classe dominante”12 , ed auspicano che da “mero strumento del capitale deve tornare a essere, tra le altre cose, strumento di protezione dei cittadini”13 . Lo stesso Marx, in alcune sue interviste, viene citato a riprova della possibilità di arrivare al socialismo, per via pacifica, nel quadro del contesto democratico borghese. Per la verità, Marx disse solo che i modi di arrivare al socialismo sono molteplici, dipendendo dalle condizioni specifiche dei vari Paesi. E, comunque, poco oltre dice che la borghesia inglese ha sempre accettato il verdetto della maggioranza “finché ha posseduto il monopolio elettorale” e che “non appena verrà messa in minoranza su questioni ritenute d’importanza vitale, ci troveremo davanti a una nuova guerra per la conservazione della schiavitù”14 .

Ora, chi scrive ritiene che lo studio del carattere di classe, o, per meglio dire, del modo attraverso cui lo Stato nei Paesi a capitalismo avanzato esercita il dominio politico per conto della classe economicamente dominante è uno dei problemi più complessi e fondamentali con i quali ci si debba confrontare. Di conseguenza, vanno evitate le definizioni semplicistiche di talune interpretazioni dogmatiche pseudomarxiste, che sembrano non tenere conto dell’ultimo secolo di storia. Tuttavia, che lo Stato non sia un semplice strumento del potere della classe dominante è vero soltanto nel senso che tale potere nei Paesi avanzati non si esercita mediante un frequente e aperto ricorso all’uso della forza. Si esercita attraverso quello che Gramsci definiva l’equilibrio tra società politica e società civile, ossia l’esercizio del controllo politico sulle masse attraverso gruppi dirigenti specialistici. Semplificando, attraverso il sistema politico-partitico. Questo, però, non vuol dire che il dominio del capitale sia meno saldo, al contrario lo è di più. Come sosteneva Engels, la democrazia è l’involucro migliore per mantenere il dominio della classe dominante e, come sosteneva Gramsci, lo Stato in Occidente è forza rivestita di egemonia. Dunque, lo Stato è, sempre con Engels e Gramsci, anche mediazione e compromesso tra le classi, “ma non sull’essenziale”15 . In altre parole, tale mediazione non deve andare oltre certi limiti16 . Quali? In primo luogo, i limiti al di là dei quali i rapporti di produzione e di proprietà capitalistici vengono messi in discussione e, in secondo luogo, come dimostra proprio il fallimento del keynesismo e la rottura del compromesso sociale basato su di esso, i limiti posti dalla fase di accumulazione capitalistica stessa: il livello di sovraccumulazione e quindi la possibilità di mantenere alti profitti in presenza di alti salari. La mediazione è, comunque, sempre funzione della conservazione dei rapporti di produzione e di proprietà privati e capitalistici.

Il suffragio universale, contrariamente a quanto si aspettava la socialdemocrazia della Seconda internazionale, non è stato il grimaldello per l’accesso per i lavoratori al potere reale. In molte occasioni storiche, vigente il suffragio universale, lo Stato (e non solo quello “profondo”) ha dimostrato la sua non neutralità rispetto alle classi in lotta, utilizzando tutta la sua forza burocratica, tecnica, di intelligence e militare per boicottare l’ascesa di partiti rappresentanti della classi lavoratrici o per farli fallire nei casi in cui sono arrivati al governo. Questo è accaduto con l’uso delle leve della conoscenza e del controllo dell’apparato burocratico, ma anche con l’uso della violenza, come hanno dimostrato la “strategia della tensione” in Italia e il colpo di stato contro Allende. Peraltro, il suo carattere strutturalmente di classe e la non neutralità dello Stato sono dimostrate anche dalla relativa facilità con cui è riuscito a “rimodularsi” nella fase di mondializzazione e ad adattarsi al processo di integrazione europea.

Naturalmente questo non vuol dire che la democrazia non sia un terreno utile di lotta, né che non si possano modificare i rapporti di forza entro lo Stato né tantomeno che si debba capitolare dinanzi alla forza dello Stato. Vuol dire che bisogna essere consapevoli che, se si vuole modificare gli equilibri di proprietà e il controllo sull’economia, come prospettano Fazi e Mitchell, si fa ingresso inevitabilmente nel terreno minato della lotta per il potere, con tutte le implicazioni che ciò comporta. La prima implicazione è che la battaglia politica non si combatte soltanto e prioritariamente sul piano parlamentare ed elettorale, ma soprattutto sul piano dei rapporti di forza concreti tra le classi. Soprattutto, va chiarito, che, in definitiva, il soggetto agente della trasformazione non è lo Stato ma le classi subalterne, politicamente organizzate in modo autonomo. A questo proposito è bene ribadire che la sconfitta della sinistra negli anni ’70 e ’80 nasce non solo dall’accettazione del vincolo esterno e dall’idea che non si poteva fare altrimenti nel quadro esistente. Tale accettazione non dipese tanto dalla incomprensione dei meccanismi del vincolo esterno o da ragioni puramente ideologiche. Dipese soprattutto dal ritrarsi di fronte alla questione del potere e ai rischi che essa comportava. Ad avere pesato su tale marcia indietro è la mancanza di una chiara volontà di classe o, per dirla più chiaramente, la natura di classe prevalente dei partiti socialisti nel Regno Unito e in Francia. In Italia, a pesare furono, oltre che, almeno in parte, una certa mutazione della base di classe del Pci in corso in quegli anni, sicuramente le valutazioni tratte dall’esperienza del Cile e il quadro della guerra fredda, che condussero Berlinguer a ritenere impossibile conquistare il potere, anche per via elettorale, e gestirlo da solo, anche nel quadro del rispetto della democrazia borghese.

 

Rapporto tra livello nazionale e internazionale

Proprio le vicende del Pci degli anni ’70 ci introducono al tema del rapporto tra atteggiamento verso la Ue e internazionalismo. Sovranità o barbarie dimostra, in modo articolato e convincente, che la ripresa della lotta delle classi subalterne non può passare per una riforma della Ue e dell’area euro. La riforma democratica della Ue è impossibile, per come essa è strutturata. Per questa ragione e per le caratteristiche che storicamente ha assunto lo Stato nazionale, il livello da cui ripartire è quello nazionale e non certo quello sovrannazionale. Fazi e Mitchell dimostrano, a questo proposito, una cosa importante e cioè che “i singoli Stati hanno non solo il diritto ma la capacità di difendersi dalle ingerenze dei mercati mondiali, se non lo fanno questo dipende il più delle volte dalla volontà delle élite nazionali…e nel caso dell’eurozona dai vincoli ‘strutturali’ all’intervento statale, posti in essere da quelle stesse élite, non da ragioni esogene.”17 Una lotta che trascuri il livello nazionale, giudicandolo come regressivo, e abbia come obiettivo immediato una Europa democratica (o socialista) può apparire molto di sinistra. Ma, come ricordava anche Rowthorn negli anni ’70 ai critici da sinistra della AES, in realtà costituisce un approccio velleitario. Infatti, non tiene conto del fatto che la dimensione sovrannazionale è strutturata appositamente per neutralizzare gli strumenti a disposizione della classi subalterne a livello nazionale e per impedire una loro unificazione a livello europeo, dal momento che i meccanismi del vincolo esterno le mettono le une contro le altre.

Il sovrannazionalismo europeista non deve essere, però, confuso con l’internazionalismo del lavoro salariato. Infatti, se il livello nazionale è quello che si presta meglio a mettere le classi lavoratici in condizioni di lottare contro il capitale internazionalizzato e a far saltare il sistema europeo, ciò non vuol dire che il livello internazionale non sia importante. Tutt’altro. Il punto è il modo in cui l’internazionalismo è declinato. Paradossalmente la virata europeista del Pci coincise con il suo processo di rifiuto della dimensione di internazionalizzazione allora esistente, consistente nella “nazionalizzazione” del Pci e nella sua autonomizzazione dall’Urss e dal coordinamento internazionale dei partiti comunisti. Nel 1960 il Pci sostiene il concetto di “policentrismo”, visto come lo strumento per adattare l’azione dei partiti comunisti alle condizioni della Rivoluzione in Occidente, cioè in Europa occidentale. Ciò, però, si traduce già nel 1962 in un ripensamento del Pci sul Mercato economico europeo (Mec), che, secondo le parole di Amendola, viene valutato positivamente per lo sviluppo del commercio estero e quindi per il progresso della stessa classe operaia, e perché favorirebbe l’unità della lotta, a livello europeo, con le forze lavoratrici degli altri Paesi del Mec, allo scopo di contrastare i processi di concentrazione monopolistica che il Mec stesso favorisce18 . Sottostante alla posizione di Amendola, che associava una politica “accomodante” all’interno con una difesa rigida del campo socialista, c’è una erronea convinzione, che dura fino ad oggi in parte della sinistra comunista e radicale: la giustificazione dell’integrazione europea come strumento per indebolire in Europa l’egemonia degli Usa. Una posizione che definire datata, dopo cinquanta anni di europeismo, è fargli un complimento. La posizione di Togliatti era simile, anche se di respiro più ampio. Così la descrive lo storico Donald Sassoon, rifacendosi a il Memoriale di Yalta, il testamento politico di Togliatti:

La comunità economica europea in particolare, secondo Togliatti, offriva un terreno per il coordinamento delle forze di sinistra (cioè non soltanto i partiti comunisti). La strategia che avrebbe guidato l’azione della sinistra in Europa era basata su un principio fondamentale: la coesistenza pacifica, che avrebbe dovuto creare una zona di disimpegno in Europa, passo essenziale sulla via della distensione internazionale. (…) È chiaro che Togliatti attribuisce alla Cee una grande importanza: essa diviene lo strumento principale di un processo comune, un processo di unificazione dell’Europa di proporzioni tali da far definire questa regione come un settore a sé, che pone compiti peculiari a un gruppo di partiti comunisti e ha quindi bisogno di un rapporto particolare. Qui la sua tesi per una definizione dell’Europa quale ‘centro’ di un mondo policentrico ha la sua prima formulazione veramente autorevole.”19

In sostanza, all’internazionalismo inteso come coordinamento di classe nella lotta antagonistica tra lavoro salariato e capitale mondiale, il Pci tese a sostituire l’autonomia dei partiti nazionali e un coordinamento europeo occidentale tra le varie forze di sinistra (socialiste e comuniste) nel quadro di una coesistenza pacifica tra socialismo e capitalismo (cioè tra Urss e Usa) e, per quanto riguarda i partiti comunisti, nell’accettazione delle regole democratiche borghesi. La storia successiva si sarebbe incaricata di dimostrare che né una coesistenza pacifica era possibile a livello internazionale né era possibile (o era possibile mantenerlo) all’interno dei singoli Paesi il suo contraltare, ossia il patto sociale keynesiano tra le classi. Difatti, anche l’eurocomunismo, ossia il coordinamento dei partiti comunisti di Italia, Francia e Spagna (1975), che era un elemento importante dell’impostazione strategica del Pci, finì per dissolversi.

La strategia europeista del Pci togliattiano, sebbene sul piano storico fallì, poteva avere un senso, perché era inquadrata in un tentativo si sbloccare i vincoli politici internazionali (la suddivisione in blocchi contrapposti) verso un percorso di trasformazione sociale adeguato alle condizioni della società italiana. L’integrazione europea poteva apparire, nel contesto di allora, la strada percorribile. Molto più radicale non può che essere la nostra critica al Pci successivo, che, nonostante le giuste critiche allo Sme, si rifiutò di rendersi conto che quella strategia non funzionava e che anzi permetteva il trasferimento (o l’estensione) del vincolo esterno da una dimensione politica (la divisione in blocchi contrapposti) a una economica e finanziaria (la Cee e poi la Ue e l’euro). Il Pci continuò sulla vecchia strada anche dopo che il periodo della distensione tra i blocchi ebbe termine. Il senso della strategia togliattiana ne risultò stravolto a tal punto che il Pci cedette progressivamente non solo all’integrazione europea (con i cedimenti al capitale italiano sul piano politico e sociale che abbiamo visto sopra), ma anche alla predominanza Usa, mediante l’accettazione dell’ombrello della Nato da parte di Berlinguer20 . Non fa nessuna meraviglia che le due cose andassero insieme. L’integrazione europea è stata, sin dall’origine, pensata in funzione anti-comunista e antipopolare (come si spiega bene anche in Sovranità o barbarie) e, nei fatti, non ha mai rappresentato un reale contraltare agli Usa né una seria messa in discussione della loro egemonia.

Credo, quindi, che il punto non sia contrapporre internazionalismo a recupero della sovranità ma collegare il recupero della sovranità democratica a una effettiva strategia internazionalista. Le tre internazionali sono state fondamentali per lo sviluppo del movimento politico dei lavoratori in tutti i Paesi europei e del movimento di liberazione dei popoli periferici nel XIX e nel XX secolo. La stessa esistenza dell’Urss, al netto di tutte le critiche che le si vogliano rivolgere, ha rappresentato per decenni un fattore di sostegno ai partiti operai in Occidente (ed anche all’affermazione del compromesso keynesiano) e alle rivoluzioni socialiste e antimperialiste nelle periferie. La domanda non è se sviluppare o no un livello di lotta internazionale, ma come farlo, cioè come rifondare un nuovo internazionalismo in una situazione di frammentazione e disgregazione delle forze della sinistra livello mondiale e soprattutto europeo. Questo obiettivo richiede un processo di confronto tra le forze organizzate europee che chiarisca la natura della Ue e la strategia da adottare nei suoi confronti. Ciò presuppone a sua volta, sul piano teorico, anche una chiarificazione sulla natura della formazione sociale-economica europea nel quadro della fase storica del capitale, e, sul piano pratico, la scelta se operare o meno in direzione della dissoluzione dell’area euro e della Ue, e della ridefinizione, in termini diversi (cioè senza vincoli alle politiche economico-sociali interne), di uno spazio europeo di cooperazione tra Stati. Un ragionamento che non è stato neanche veramente iniziato da quello che rimane della sinistra radicale europea.

 

La Rivoluzione in Occidente, il vincolo esterno e la sovranità democratica

La questione della crisi della sinistra in Europa e la necessità di definire una politica adatta alla nuova fase del capitalismo europeo e mondiale si ricollega allo storico dibattito sulla Rivoluzione in Occidente. La Rivoluzione in Russia avvenne in condizioni particolari, in presenza dello sfacelo dello Stato e della società borghese, peraltro poco sviluppata in confronto all’Europa occidentale di allora e infinitamente meno sviluppata in confronto all’Europa di oggi. Anche la Terza internazionale registrò i suoi maggiori successi nel paesi periferici, segnati da una serie di rivoluzioni di carattere socialista (Cina, Corea, Cuba, Vietnam, ecc.) e/o nazionaliste in chiave antimperialista (Egitto, Siria, Libia, ecc.). Lo stesso Lenin si rese conto che in Europa, dopo il fallimento dei tentativi rivoluzionari tra 1919 e 1921, bisognava adottare una tattica e una strategia diverse. In sostanza, come scrive Hobsbawm, mancava una politica adeguata a periodi non rivoluzionari. Ciò fu evidente persino in Germania, paese con il partito socialdemocratico (SPD) tradizionalmente più autorevole della II Internazionale e con il partito comunista più forte (KPD) al di fuori della Russia:

“…gli attivisti del KPD tendevano fondamentalmente verso una politica settaria. (…) Il KPD non aveva una politica se non per una situazione rivoluzionaria, perché la sinistra tedesca non ne aveva mai avuta una. Il SPD non faceva politica, ma aspettava soltanto (in teoria) fino a che l’inevitabilità storica gli avesse portato una maggioranza elettorale e quindi la ‘rivoluzione’, mentre celava (in pratica) una accettazione subalterna dello status quo (…). Il Pc tedesco si fermò alle stesse posizioni del SPD, tranne per il suo carattere veramente rivoluzionario: mobilitare, contestare e aspettare. (…) Non ebbe tempo di sviluppare (…) una politica rivoluzionaria; o, in altre parole, almeno un programma politico da seguire quando non c’erano barricate da costruire.”21

Oltre a Lenin, che morì troppo presto e fu assorbito dai compiti di edificazione del socialismo in Russia, diversi furono i teorici marxisti, a capire che nei paesi avanzati europei le condizioni e quindi anche la politica non poteva che essere diversa da quella dei paesi periferici e della stessa Russia. Fu, però, soprattutto Gramsci, sviluppando alcuni spunti di Lenin22 , a elaborare il tema della Rivoluzione in Occidente, come egli stesso la definì:

Egli fu in effetti un teorico della politica, forse il solo tra i grandi pensatori marxisti che possa così essere definito, e la sua originalità si ritrova proprio su questo terreno. (…) Egli divenne un teorico della politica (anche se in una accezione piuttosto ampia del termine), perché comprese che la situazione richiedeva una qualche elaborazione marxista della politica. (...) il fallimento della rivoluzione in Italia (…) imponeva una analisi ‘sovrastrutturale’ che non faceva ancora parte del marxismo.”23

L’elaborazione di Gramsci, piuttosto frammentaria a causa della carcerazione, fu sufficiente a offrire una base teorica a Togliatti e al gruppo dirigente del Pci, compattatosi nel corso del lungo periodo di lotte e di esilio, permettendogli di elaborare un piano di azione politica adeguato all’Italia, sia nel corso della Resistenza sia successivamente. Non a caso, a parte il pc francese, in specie nel periodo del Fronte popolare, fu soprattutto il pc italiano a esercitarsi con successo sul terreno della politica, mentre, con poche eccezioni, quasi tutti gli altri pc occidentali rimasero, per settarismo e/o per limiti oggettivi, partiti nani. La “via italiana”, che avrebbe dovuto realizzare il processo socialista nelle condizioni dell’Italia, si basava su un percorso lungo, basato sulla democrazia progressiva e sulle cosiddette riforme di struttura.

Il Pci, però, nel corso dei decenni, perdette progressivamente vitalità nella sua analisi della società italiana ed europea in rapido cambiamento e sviluppo, cui si accompagnò una sua progressiva accettazione e inserimento nel contesto delle compatibilità capitalistiche. Fu, quindi, un partito già profondamente mutato nella sua natura di classe quello che, con la fine dell’Urss, si trasformò in Pds e poi in Ds e Pd, il quale portò a conclusione il paradossale rovesciamento del partito della classe lavoratrice in un partito che si è dimostrato il più coerente rappresentante della élite capitalistica. Una trasformazione in cui l’atteggiamento del Pci e dei partiti suoi successori sulla questione europea ha giocato un ruolo fondamentale. Se la maggioranza di quello che era una volta il Pci adottò una politica subalterna al capitale, la minoranza, pur rimanendo su posizioni comuniste, si ritrovò in una situazione difficile. Quello che rimaneva del comunismo italiano era ormai privo di un vero programma strategico adeguato alla situazione, e, al tempo stesso, sempre più schiacciato nella morsa dei vincoli esterni. Incapace di definire e persino di porsi l’obiettivo di un programma strategico, di fatto fuoriuscì progressivamente dal terreno della politica, sostituendola con il tatticismo elettoralistico e con la riproposizione, sempre più stanca, dei rituali e dei simboli del passato. A questo si aggiunse una concezione dell’internazionalismo, in cui la mitizzazione dell’esperienza rivoluzionaria dei Paesi periferici, poco utile nel contesto del capitalismo avanzato, si combinava con una concezione della rivoluzione astrattamente internazionale e quindi anch’essa rimandata a un futuro nebuloso. Soprattutto, anche in questo settore mancò la consapevolezza che proprio il vincolo esterno era il nodo senza il cui superamento non era possibile definire alcun progetto di trasformazione. Nonostante la sinistra comunista sia stata quasi l’unica forza, in Italia, a votare contro il trattato di Maastricht nel 1992, una volta che questo fu approvato, essa si limitò a riperpetuare le molte illusioni del Pci sulla democratizzazione dell’integrazione europea.

Per queste ragioni, oggi, la questione centrale e il vero limite della sinistra radicale non risiedono certamente nella sua sottovalutazione dell’identità nazionale nell’ambito della mondializzazione. Oggi, la questione è sempre quella posta da Lenin e poi da Gramsci, ossia quella della Rivoluzione in Occidente. In altre parole, è la mancanza e la necessità della ridefinizione di una politica adeguata alla realtà attuale in un paese e in un’area del centro dell’economia mondiale. Esiste, però, una differenza tra noi e i nostri predecessori. Togliatti dovette confrontarsi con il miracolo economico italiano, che in qualche modo smorzò la forza della strategia delle riforme di struttura. Dopo quel periodo di crescita, il sistema, nonostante le molte tensioni e contraddizioni, si caratterizzò per una stabilità politica, per quanto relativa, accompagnata da tassi di crescita accettabili fino all’inizio degli anni ’90. Il Pci dovette confrontarsi con la stabilità in primo luogo del quadro internazionale, ma anche del sistema economico e politico interno, che resse alle spinte antagonistiche e in qualche misura, pur con le note trasformazioni politiche, si mantenne anche dopo “mani pulite”, con l’alternanza centro-destra/centro-sinistra. Oggi, al contrario, siamo in una situazione di instabilità del sistema economico e politico a livello mondiale, europeo e italiano, che non è probabilmente paragonabile a nessun altro periodo durante gli ultimi centocinquanta anni, a parte quelli immediatamente precedenti e immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale. In Italia, il periodo tra il 1929 e lo scoppio della Seconda guerra mondiale, pur attraversato da una grave crisi economica (meno profonda per l’Italia di quella attuale), fu caratterizzato dalla stabilità del regime fascista. Oggi, diversamente soprattutto dal periodo tra 1945 e 2008, si determinano inedite condizioni per una rottura degli equilibri politici tradizionali. Soltanto qualche anno fa sarebbe stato impossibile prevedere la sparizione di partiti come quello socialista francese, l’ascesa a primo partito italiano di un totale outsider come il M5S, la formazione di un governo come quello giallo-verde e lo sviluppo di movimenti come quello dei Gilet gialli.

In sostanza, se, nella fase storica precedente, prima il “boom economico” degli anni ’50 e ’60 e poi la stabilizzazione degli anni ’70-’90 e il vincolo esterno hanno, in qualche modo, neutralizzato la strategia delle riforme di struttura e imbrigliato le forze di trasformazione in senso socialista, oggi il vincolo esterno stesso mostra tutte le sue crepe e apre la strada alla riproposizione di una strategia fondata sulle riforme strutturali. Queste riforme sarebbero molto diverse da quelle del periodo tra gli anni ’50 e ‘70, perché andrebbero a toccare in modo più generale e profondo il funzionamento dell’economia. In primo luogo, oggi le riforme e le stesse nazionalizzazioni non sarebbero destinate a ridurre l’area del capitale monopolistico, obiettivo principale del Pci24 , ma a ridurre la libertà del capitale e l’area dell’iniziativa privata. Tali riforme andrebbero anche ben oltre la semplice redistribuzione della ricchezza, insufficiente in una fase storica di contrazione del prodotto reale. Ad esempio, introdurre una fiscalità fortemente progressiva può incidere in modo più o meno accentuato sulla redistribuzione della ricchezza tra classi, ma non incide sul funzionamento del capitale come invece farebbero il controllo sul commercio estero e sui movimenti di capitale o la sottrazione del finanziamento del debito pubblico e di quote degli investimenti produttivi al mercato dei capitali (Stato come datore di lavoro e prestatore di ultima istanza). Del resto, le riforme agirebbero in un contesto molto diverso da quello degli anni ’50-‘70, caratterizzati, in un quadro di economia mista (o di capitalismo monopolistico di stato), da una maggiore “sovranità” statale, maggiori limiti alla circolazione del capitale e delle merci e nazionalizzazioni.

In secondo luogo, sarebbero collegate necessariamente, proprio per il loro contenuto, alla questione nodale del potere e, in modo più diretto, alla trasformazione generale del sistema. In terzo luogo, dovrebbero essere liberate dall’illusione, derivante da una lettura deterministica di Marx, che il movimento del capitale crei di per sé le condizioni per la trasformazione dei rapporti di produzione (ad es. la cosiddetta “espropriazione degli espropriatori” attraverso la centralizzazione proprietaria) e per la realizzazione dell’unità internazionale della classe lavoratrice (ad es. la costituzione della Ue). Una concezione che ha portato a rifiutare come protezionismo anche minime misure di controllo del mercato capitalistico. Per certi versi, parafrasando Hobsbawm, oltre a proseguire nell’opera gramsciana di colmare i limiti dell’“analisi sovrastrutturale”, bisognerebbe anche porre rimedio a una carenza dell’”analisi strutturale” del capitalismo avanzato. Naturalmente la crisi del capitale e la sua accentuazione, dovuta al vincolo esterno, forniscono solo le condizioni per una rottura dell’equilibrio, non determinano una trasformazione né dei rapporti di forza né dei rapporti di proprietà, in assenza di forze politiche in grado di metterla in atto.

Troppo spesso ci si concentra, per costruire tali forze, su aspetti organizzativi e comunicativi, che certamente sono molto importanti. Ma il primo requisito è definire una linea politica strategica e adeguata alla fase. Sovranità o barbarie ha il merito dare un contributo concreto alla definizione di questa strategia. Certamente, Fazi e Mitchell dimostrano come al centro di questa strategia non possa che esserci la lotta al vincolo esterno. Tuttavia, non si limitano a proporre il superamento dell’euro e della Ue. Ci dimostrano, soprattutto nel primo e nell’ultimo capitolo, perché il mercato mondiale non sia un moloch imbattibile o contro il quale sperare solo in un nebuloso rivolgimento mondiale o europeo. Inoltre, dimostrano come sia possibile, per le classi subalterne, contrastare i vincoli esterni posti dalla mondializzazione e dall’integrazione europea, agendo, attraverso lo Stato, proprio sul grado e sulle modalità dell’apertura al mercato internazionale. Sulla scorta della elaborazione della AES di Rowthorn, delle posizioni di economisti come Caffè, e della valutazione critica delle sconfitte passate della sinistra, Fazi e Mitchell ci aiutano a definire una serie articolata di misure di politica economica, che sostanziano non solo la prospettiva di una uscita dall’euro da sinistra ma soprattutto, in definitiva, una nuova strategia per i paesi avanzati europei occidentali. Vale la pena di aggiungere che le considerazioni di Fazi e Mitchell, sebbene legate necessariamente ad una politica nazionale, in quanto agiscono sul terreno statuale, sono applicabili e necessarie in tutti i Paesi europei. In questo senso, rappresentano la base per una strategia di azione comune europea e quindi anche per la ricostruzione di un nuovo internazionalismo. Per tutte queste ragioni Sovranità o barbarie è un libro non solo da leggere, ma da studiare attentamente.


Note
1 Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia, in (a cura di Lelio Basso), Rosa Luxemburg, “Scritti politici”, Editori Riuniti, Roma 1976.
2 Fazi e Mitchell, Sovranità o barbarie, p. 48.
3 Ibidem, p. 56.
4 Bob Rowthorn, “The Alternative Economic Strategy”, in International Socialism, vol. 2, n.8, April 1980. (Consultabile in rete).
5 Ibidem, p.61.
6 Ibidem, p. 95.
7 Ibidem, p.283.
8 K. Marx, Il capitale. Libro III. Su questi aspetti vedere anche di Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale, Imprimatur, Reggio Emilia 2015.
9 Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano 2014.
10 Ibidem, p.238.
11 In Germania sono presenti quasi 1.600 multinazionali italiane con oltre 107mila addetti (Istat, Struttura e competitività delle multinazionali italiane, anno 2016), in Italia quasi 2.000 multinazionali tedesche con 177mila addetti. Il rapporto tra gli addetti delle rispettive multinazionali rispecchia all’incirca il rapporto tra la grandezza delle due economie. Soprattutto il valore degli investimenti diretti dei due Paesi in direzione dell’altro è simile (2017, Oecd database).
12 Ibidem, 266.
13 Ibidem, p.286.
14 Intervista a Marx, 3 luglio 1871, in Colloqui con Marx e Engels. Testimonianze sulla vita di Marx e Engels raccolte da Hans Magnus Enzensberger, Einaudi, Torino 1977, pp. 303 e 306.
15 A. Gramsci, “Alcuni aspetti teorici e pratici dell’economicismo”, In A. Gramsci, Quaderno13. Noterelle sulla politica del Machiavelli, Einaudi, Torino 1981, pp.104-105
16 Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, Editori Riuniti, Roma.
17 Ibidem, 257.
18 Donald Sassoon, Togliatti e la via italiana al socialismo. Il Pci dal 1944 al 1964, Einaudi, Torino 1980, p. 189.
19 Ibidem, pp. 191-194.
20 Intervista di Enrico Berlinguer a Giampaolo Pansa, Corriere della Sera, 1976.
21 E. J. Hobsbawm, I rivoluzionari, Einaudi, Torino 1975, pp.61 e 63.
22 Concetti sostanzialmente simili a quelli gramsciani di guerra di posizione e guerra di movimento furono elaborati da Lenin nel corso delle rettifiche politiche dopo gli insuccessi del “comunismo di guerra” durante l’elaborazione della Nep.
23 Ibidem, p. 340.
24 Sulla concezione delle nazionalizzazioni di Togliatti vedere D. Sassoon, op. cit., pp.264-265.
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