
Replica a Randall Wray
di Sergio Cesaratto
Ecco tradotto in italiano l'intervento di Sergio Cesaratto in risposta a Randall Wray nel dibattito MMT/eterodossi, dove viene affrontato il punto se la piena sovranità monetaria sia condizione sufficiente per evitare le crisi di bilancia dei pagamenti.
"Il fatto che i singoli paesi non hanno più le loro valute e le banche centrali metteranno nuovi vincoli alla loro capacità di attuare politiche fiscali indipendenti. ... Ma ancora più inquietante è l'idea che con una moneta comune 'il problema della bilancia dei pagamenti' venga eliminato e, pertanto, che i singoli paesi siano sollevati dalla necessità di pagare le loro importazioni con le esportazioni. Al contrario: l'esistenza di una moneta comune rende un paese più direttamente dipendente dalla sua capacità di esportare, più di quanto non lo fosse prima ... ". Godley 1991
Ci sono due aspetti del dibattito che ha avuto luogo nelle ultime settimane (qui, qui, qui, e qui). Il primo riguarda principalmente il mio primo post e concerne la questione se la sovranità monetaria sia una condizione necessaria e sufficiente per qualsiasi paese per perseguire politiche di sviluppo e di piena occupazione; il secondo riguarda la crisi dell'Eurozona (EZ) che è stata oggetto del mio secondo post. Wray si concentra principalmente sul secondo tema, e io farò lo stesso. Nella parte 1 della mia risposta, però, mi soffermo brevemente sul primo aspetto che è in ogni caso preliminare e che comunque ci porterà a toccare i problemi dell'EZ. Le due questioni di cui ci occupiamo nella parte 1 saranno, rispettivamente, le seguenti: le preoccupazioni sulla bilancia dei pagamenti (BdP) sono irrilevanti per i paesi dotati di piena sovranità monetaria? Una unione monetaria può soffrire di problemi interni di bilancia dei pagamenti? La parte 2 sarà quindi dedicata alle spiegazioni di Wray della crisi dell'EZ.
Parte prima
1. Born in the USA
L'argomento principale del mio primo post era che la sovranità monetaria, anche se è una condizione necessaria per lo sviluppo e le politiche di piena occupazione, non è la bacchetta magica che può risolvere il vincolo estero a quelle politiche.
Questo vincolo può essere riassunto come la necessità per i paesi periferici - un insieme che va dai paesi in via di sviluppo ai paesi altamente sviluppati come la Francia o l'Italia - di acquisire liquidità internazionale sufficiente a finanziare l'ammontare delle importazioni generate da un livello soddisfacente di crescita (una utile discussione critica della teoria della crescita vincolata dalla bilancia dei pagamenti, presentata da Thirwall - e ispirata da Kaldor – si trova in Palumbo (2012)).
A meno che un paese emetta una moneta accettata a livello internazionale, la sovranità monetaria non può automaticamente consentire alla politica fiscale di sostenere la domanda interna nei paesi periferici, senza rischiare il circolo vizioso di una svalutazione del cambio e di una elevata inflazione. Quando Mitterand ha preso il potere nel 1981 con forti idee Keynesiane, pochi mesi gli sono stati sufficienti a cambiare idea – cioè a rendersi conto che senza la cooperazione Tedesca, che non c'era, l'espansione in un singolo paese non era possibile (a meno che non si fosse pronti ad adottare misure più radicali come le restrizioni alle importazioni che, in effetti, in quegli anni erano proposte da Godley). E quella era la Francia! Questo non vuol dire che la piena sovranità monetaria non sia rilevante, al contrario, in primo luogo al fine di perseguire un tasso di cambio competitivo e al fine di lasciare più spazio a politiche di sostegno della domanda interna, ma compatibilmente con l'equilibrio delle partite correnti (CA). Purtroppo, almeno fino alla fine degli anni '90, i paesi periferici hanno sempre cercato la scorciatoia della stabilizzazione del tasso di cambio nominale e delle liberalizzazioni finanziarie, al fine di attirare capitali stranieri. In modo significativo l'infelice esperienza di un certo numero di paesi periferici dell'Unione Monetaria Europea (UME) - tra cui Spagna, Irlanda e Portogallo - è stata simile ed è descritta sulla stessa falsariga da Roberto Frenkel (2012), Cesaratto (2012a), Bibow (2012) e molti altri. Dovremo tornare su questo.
Dal successivo dibattito sui blog, FB, ecc, sembra che la mia posizione abbia convinto un certo numero di persone, probabilmente aprendo gli occhi ad alcuni[1]. Questo è stato molto importante per il mio paese, in cui è molto pericoloso che delle formule troppo semplici entrino nel dibattito politico, che già soffre della vulgata del mainstream che influenza anche la sinistra (vedi Cesaratto and Pivetti), e del "Berlusconismo". Naturalmente, la " Moderna Teoria Monetaria" (MMT) in quanto tale non ha nulla a che fare con questo[2]. Ho anche fatto attenzione a isolare i messaggi importanti che ne derivano, ad esempio, che un paese con la piena sovranità monetaria non può fare default sul proprio debito sovrano, se denominato nella sua propria valuta. Questo è importante e consolante, ma non possiamo fermarci qui.
La MMT riconosce naturalmente che gli squilibri del CA possono essere fonte di problemi, ma probabilmente non ne sono convinti. Con quali argomenti? Citiamo a questo proposito un passo rivelatore di Wray :
Così Wray riconosce la particolarità degli Stati Uniti e di alcuni altri paesi sviluppati che, come l'Australia, hanno istituzioni stabili ed enormi doti di risorse naturali. Ciò che i paesi normali potrebbero fare quindi è fare appello agli interventi pubblici, fare affidamento sulle rimesse o sugli IDE[3], o, infine ... liberalizzare la finanza e impegnarsi in un tasso di cambio nominale stabile nel tentativo di attirare capitali stranieri (ciò che è implicito nel suggerimento di Wray sui "prestiti in valuta estera"). Una posizione simile espressa da Bill Mitchell è citata dal blogger "Lord Keynes" (che ha parole di apprezzamento per i miei post, grazie!) come possibile risposta della MMT al mio punto di vista. Quel che dice Mitchell è che dovremmo avere un FMI nuovo e progressista che possa alleviare il vincolo estero. Ma non l'abbiamo, e non l'avremo, ammesso che possa essere abbastanza potente da risolvere i problemi dei grandi paesi[4]. Beh, chiunque può giudicare la fragilità di queste risposte[5]. Così noi rimaniamo con un unico risultato: una banca centrale sovrana (intendo piena sovranità monetaria) è una condizione necessaria, un passo essenziale, ma non è la soluzione a qualsiasi problema in qualsiasi paese[6].
2. Born in the EU
Naturalmente, la rinuncia alla piena sovranità monetaria è alla base della crisi dell'EZ, ma, come ho sostenuto nei miei post, in primo luogo dal punto di vista "esterno" per via della perdita di competitività dei paesi periferici e non-così-periferici come l'Italia (vedremo nella seconda parte che Wray nel suo riferimento a Kregel non è lontano dal riconoscere questo fatto; l'unificazione monetaria e la liberalizzazione finanziaria hanno creato ulteriori difficoltà su cui torneremo nella seconda parte). Wray tende tuttavia a negare che l'origine della crisi dell'EZ risieda principalmente negli squilibri esteri.
La sua tesi principale è che se l'EZ fosse stata un'area valutaria come gli Stati Uniti, non avrebbe potuto avere una crisi della bilancia dei pagamenti. Questo perché negli Stati Uniti "si usa la politica di bilancio [cioè i trasferimenti] per cercare di superare gli effetti negativi sulle condizioni di vita nei diversi Stati dovuti ai diversi moltiplicatori e agli altri fattori relativi ai flussi delle partite correnti." (Wray qui). Quindi la conclusione è che la crisi dell'EZ "non è una semplice questione di partite correnti. Si tratta della spiegazione data dalla MMT riguardo ai vincoli imposti dall'organizzazione dell'UEM, che separa la politica di bilancio da quella monetaria ". Si consideri anche (Wray qui):
Quindi il problema è che l'EZ non sono gli Stati Uniti, poiché se così fosse, non si sarebbe verificata nessuna crisi di bilancia dei pagamenti! E' come se qualcuno dicesse che non si può guidare una macchina con tre ruote, e qualcun altro rispondesse: non ti preoccupare, basta solo supporre di averne quattro. L'(implicita) risposta di Warren Mosler al mio post ammette: gli squilibri del CA sono un problema che una banca centrale sovrana non può risolvere e la soluzione è che l'Unione Europea abbia dei trasferimenti fiscali delle dimensioni degli Stati Uniti e nessuno parlerebbe più degli squilibri UE. Bene, ma non abbiamo questa Europa e mai l'avremo (io stesso ho scritto in modo chiaro, come "Lord Keynes" correttamente ricorda, che l'EZ potrebbe essere un perfetto paese MMT).
In sintesi, il ragionamento di Wray è il seguente: l'unificazione monetaria avrebbe potuto creare problemi di CA (vedi nella parte 2 di questo post il suo riferimento a Kregel). Trasferimenti da un sostanziale bilancio federale Europeo sostenuti da una Banca Centrale Europea (CB) vera e propria avrebbero compensato questi squilibri senza molta sofferenza per i paesi più ricchi, ma come parte delle politiche per la piena occupazione[7]. Si può quindi dedurre da questo che finché l'Europa non ha questa organizzazione, subirà delle crisi di CA (anche se una crisi di tipo speciale, come io o Frenkel abbiamo fatto notare, ma torneremo su questo). Wray, tuttavia, ne deduce che, poiché l'EZ avrebbe potuto evitare la crisi, se avesse avuto la giusta organizzazione, allora è sbagliato parlare di crisi di CA. Sembra alquanto illogico, no[8]? Tuttavia, una volta che l'argomento viene presentato in modo chiaro - un disegno istituzionale sbagliato di un'area valutaria non-ottimale produce appunto una (specifica) crisi di Bilancia dei Pagamenti - la distanza tra me e Wray può scomparire (vedi Godley 1991 e Kregel). In particolare, le origini di questo "progetto istituzionale sbagliato" non stanno nell'ignoranza dei progettisti politici. Lo stesso inventore dell'area valutaria ottimale (OCA), l'economista conservatore Robert Mundell, ha recentemente sottolineato che l'euro non è stato un fallimento nel momento in cui i disastri che ne derivano stanno portando alla distruzione dei sindacati e dello stato sociale, ma suppongo che anche su questo ci sia un ampio consenso.
Parte seconda
"Le questioni commerciali all'interno della zona euro ... resteranno una fonte di stress economico e politico, anche con una soluzione completa dei problemi di liquidità ..." (Warren Mosler)
Nella parte 1 ho esaminato il punto di vista della MMT secondo il quale la piena sovranità monetaria è la chiave per le politiche di piena occupazione in tutti i paesi, a condizione che quelli con problemi di partite correnti (CA) abbiano un accesso sicuro a fonti alternative di liquidità estera - cosa che non esiste in realtà. Ho anche esaminato l'affermazione della MMT che la zona euro (EZ) non può avere al suo interno problemi di bilancia dei pagamenti (BdP), a condizione che vi siano dei trasferimenti fiscali da un significativo bilancio federale sostenuto da un'autentica banca centrale europea (BC) - cosa che ancora una volta non esiste in realtà. In questo post si tornerà sulla negazione di Wray dell'origine della crisi dell'EZ come crisi di BdP. Sono d'accordo con Wray, Bell-Kelton e altri MMTs che in un'unione monetaria gli Stati locali sono parzialmente privati della politica di bilancio come strumento per sostenere la domanda aggregata [9] (senza dimenticare che anche in molti paesi con piena sovranità monetaria questo potere è comunque soggetto al vincolo esterno), e che il disegno istituzionale della UEM non è in grado di assicurare la piena occupazione e la conservazione del tradizionale stato sociale Europeo in un'area valutaria non-ottimale (non-OCA). Come Godley ha sottolineato nel 1991:
Ma Godley trova anche:
In effetti, le crisi non derivano da una gestione fiscale indisciplinata da parte dei paesi periferici – essi sapevano molto bene che "i mercati" li avrebbero puniti (l'UEM è stata progettata a questo scopo) - ma dalla perdita di competitività di alcuni paesi membri, come Godley temeva, e da alcuni eventi ulteriori connessi all'unificazione monetaria che nessuno (con una sola eccezione) aveva previsto.
1. Leaps forward and back
Il problema del secondo post di Wray (qui), in cui si concentra sulla natura della crisi dell'EZ, è che fornisce almeno tre spiegazioni della crisi e il lettore potrebbe rimanere confuso dai salti avanti e indietro dall'una all'altra, senza molto coordinamento tra le tre. A volte è evocata l'analisi stock-flussi di Godley, ma come relazioni di contabilità nazionale prive di spiegazioni causali[10].
Nessuna delle tre spiegazioni è di per sé sbagliata, quello che manca è un quadro coerente, forse ostacolato dalla "gara Nostradamus". Esaminiamo in primo luogo le singole spiegazioni, indicando i loro rispettivi limiti così come presentate da Wray, cercando poi di coordinarle in un quadro più coerente. Nel fare questo farò riferimento a Frenkel (2012), che del resto è sostanzialmente in linea con, si parva licet, Cesaratto & Stirati (2010-11), Cesaratto (2012), Bibow (2012) e altri[11]. Una premessa: ogni paese coinvolto nella crisi dell'EZ è come le famiglie dell'incipit di Anna Karenina, ciascuna infelice a modo suo, quindi le generalizzazioni non sono facili (vedi qui per una rapida disamina dei casi nazionali). Le tre spiegazioni sono: crisi di CA; crisi del debito sovrano; crisi del sistema bancario. Cominciamo dalla prima.
1.1. Una crisi di partite correnti
Wray (qui) cita un articolo "profetico" di Kregel (1999) per dimostrare che la MMT non ha trascurato i problemi di CA all'interno dell'UEM dovuti a una progressiva perdita di competitività dei paesi più a rischio di inflazione (compresi i paesi non veramente periferici come la Francia e l'Italia). Kregel osserva inoltre che un euro più debole non può compensare la perdita dei mercati dell'EZ per i paesi a rischio di inflazione. Sono pienamente d'accordo che Kregel stava "effettivamente guardando ai potenziali squilibri delle partite correnti una volta che l'euro fosse stato avviato". Se posso indulgere anch'io nella gara Nostradamus, molte persone, me compreso (centinaia di studenti possono confermarlo) erano sicure di questo risultato. Senza sminuire gli avvertimenti di Kregel, questa è stata la parte più facile. Non c'è dubbio che negli anni dell'UEM l'Italia ha perso competitività e lo stesso è accaduto agli altri paesi periferici. Nonostante l'enorme processo di disinflazione in cui si è cimentata l'Italia, la Germania ha fatto meglio, giocando come sua tradizione a perseguire, attraverso una disciplina del lavoro, un tasso di inflazione inferiore a quello dei partners all'interno di un regime di tassi di cambio fissi (Bretton Woods, lo SME, l'UEM, cfr. Cesaratto & Stirati 2010-11). La causa degli squilibri di CA non sta solo, tuttavia, nei vantaggi del tasso di cambio reale della Germania (questo è particolarmente vero per il Portogallo e l'Italia), ma nel tasso di crescita relativamente più alto della domanda interna in alcuni paesi periferici, come Spagna, Irlanda e Grecia[12]. E questo è stato causato, in Spagna e in Irlanda, dalla bolla immobiliare finanziata dagli afflussi di capitali esteri. (Era anche mia abitudine mettere in guardia gli studenti Erasmus Spagnoli sul fatto che l'elevato tasso di crescita della Spagna era fatto di carta - o meglio di mattoni - e che la Spagna stava accumulando un enorme debito estero). In Cesaratto & Stirati (2010-11) e Cesaratto (2012) questo è descritto in termini kaleckiani: il paese mercantilista finanzia l'assorbimento del suo surplus commerciale con prestiti ai paesi periferici, un processo favorito dalla liberalizzazione finanziaria e dai tassi di cambio fissi. Frenkel (2012) considera questi eventi come analoghi a quelli che tradizionalmente hanno avuto luogo nelle economie emergenti. De Grauwe (1998) prevedeva che l'UEM avrebbe portato ad una bolla immobiliare in Spagna. Per riassumere: Wray ha ragione quando fa riferimento alla crisi di CA come a un aspetto della crisi dell'EZ, anche se questa ha caratteristiche più complesse di quelle che ogni singolo economista (Kregel o De Grauwe) potesse prevedere prima che gli eventi si manifestassero, caratteristiche che non possiamo trascurare ora.
1.2. Una crisi bancaria
Così si arriva alla seconda spiegazione della crisi: una crisi bancaria. Non c'è dubbio che la sequenza liberalizzazione finanziaria/unificazione monetaria non poteva altro che portare (con il senno di poi, ovviamente) ad una crisi del sistema bancario, almeno in alcuni paesi periferici (come previsto da De Grauwe), associata anche ad una crisi dei conti con l'estero e ad una crisi fiscale, una volta che i problemi delle banche fossero stati assunti dallo Stato. Dicendo addio a Kregel, Wray, tuttavia, sembra fare riferimento a un diverso tipo di crisi del sistema bancario come causa principale e indipendente della crisi Europea. Egli si riferisce principalmente alla crisi che ha coinvolto le banche Irlandesi, che si sono impegnate in attività finanziarie rischiose in un modo non dissimile da quello che ha coinvolto le banche Islandesi, ma estende il caso anche alla Spagna:
Posso ammettere che la piccola Irlanda abbia avuto una crisi bancaria simile a quella dell'Islanda (che non fa parte dell'EZ) a causa di una particolare propensione al rischio delle sue banche (non sono abbastanza esperto per giudicarlo). Questa, però, è una interpretazione discutibile della crisi causata dalla finanziarizzazione, generalizzata a tutti paesi dell'EZ, che è anche condivisa da molti economisti mainstream. La crisi bancaria è quasi completamente scollegata dalla storia raccontata da Frenkel e molti altri che ha portato alle bolle immobiliari (che sono appena menzionate di sfuggita, p.9) in Spagna e, secondo un rapporto della Banca Mondiale, anche in Irlanda (e in Grecia !)[13], e ai conseguenti problemi di CA. Anche dietro i problemi italiani non c'è nessun comportamento a rischio delle banche[14]. Così la crisi bancaria, come descritta da Wray-Mosler, è di valore molto limitato, se non nullo. La "finanziarizzazione" è parte della storia dell'EZ, ma all'interno di quel preciso contesto che, per quanto ne so, solo De Grauwe ha previsto[15].
Più in generale, la "finanziarizzazione" si inserisce bene in una visione Kaleckiana (piuttosto che Miskiana), che la considera un modo per sostenere la domanda aggregata e la realizzazione di surplus da parte dei capitalisti sia sul mercato interno (come nella bolla dei consumi degli Stati Uniti) che sui mercati esteri (come nel caso dei rapporti centro--periferia dell'EZ)[16]. In ogni caso, io stesso ho suggerito una convergenza tra la visione Kaleckiana e di Minskiana sul capitalismo guidato dal debito (Cesaratto 2012b).
1.3. Una crisi del debito sovrano
Wray ha certamente ragione nel sottolineare che, una volta che governo opera dei salvataggi, i problemi delle banche sono trasferiti al settore pubblico. La questione è allora se il paese ha o non ha piena sovranità monetaria:
"La nostra tesi era che separare la politica di bilancio dalla sovranità monetaria avrebbe creato problemi di solvibilità, che avrebbero limitato la funzione espansiva della politica di bilancio, quando necessaria. Questa è stata la base di tutte le prime argomentazioni della MMT."
Questi passaggi sono importanti perché dimostrano che il fattore definitivo che sta all'origine della crisi dell'EZ è, secondo Wray, l'assenza di banche nazionali centrali sovrane: infatti, i deficit di CA (solo nella misura in cui corrispondono a disavanzi pubblici) o la crisi del sistema bancario (nella misura in cui gli Stati a sovranità monetaria operano dei salvataggi) sembrano problemi secondari / derivati [17] Siamo in qualche modo rispediti indietro agli argomenti di Wray recensiti nella parte 1 di questo post sui valori taumaturgici sia della sovranità monetaria nazionale che sostiene le finanze pubbliche nazionali (la storia "Born in the US"), che di un'EZ pienamente federale in cui la BCE sostiene un bilancio federale (la storia che "se l'EZ fosse stata come gli Stati Uniti non avrebbe avuto una crisi della bilancia dei pagamenti").
Senza dubbio, la crisi dell'EZ è poi diventata anche una crisi fiscale. Ma questo risultato deve essere inserito in un coerente contesto storico e analitico degli eventi, altrimenti la crisi del debito sovrano potrebbe assomigliare pericolosamente alla storia convenzionale (portata avanti principalmente dagli economisti tedeschi e da Alesina e soci) che la crisi ha avuto origine dalla sregolatezza di bilancio dei paesi periferici, una storia che con (forse) la parziale eccezione della Grecia (con la copertura politica dei Tedeschi) è chiaramente falsa. E infatti, tutti nel dibattito pubblico Europeo sapevano che con l'unificazione monetaria i mercati finanziari (non il trattato di Maastricht) avrebbero funto da cane da guardia della "disciplina fiscale". In realtà, la maggior parte dei governi periferici ha avuto una gestione molto "disciplinata" nel corso degli anni dell'UEM. Gli avvertimenti iniziali di Wray e Kelton su un'incombente crisi fiscale nell'EZ devono essere intesi nel senso che se fossero sorti problemi da altre fonti - come è successo – allora la mancanza della sovranità monetaria (o di una vera e propria banca centrale dell'EZ) avrebbe aggravato la crisi [18].
Le differenze tra il mio punto di vista e quello di Wray non sono forse così rilevanti come potrebbe sembrare, dal momento che in parte dipendono dal punto di vista da cui si guardano gli eventi. Egli trova l'origine della crisi dell'EZ nella mancanza di coordinamento della politica di bilancio e monetaria a livello UEM, come si è visto nella parte 1 o, in alternativa, nella mancanza di una piena sovranità monetaria nazionale. Stando nel mezzo (non si dimentichi mai della scelta esplicita dei politici che hanno progettato l'euro), l'EZ ha sviluppato una crisi che è a metà tra la crisi degli Stati Uniti – ne condivide la bolla immobiliare e la crisi bancaria - e la tradizionale crisi finanziaria delle economie emergenti, come descritta da Frenkel e molti altri. La mancanza di soluzioni nell'EZ dipende anche da questo stare in mezzo: né la soluzione relativamente efficace di una crisi finanziaria interna negli Stati Uniti, né le soluzioni tradizionali nelle economie emergenti, in cui l'aggiustamento è stato attuato recuperando un tasso di cambio competitivo. Forse io preferisco sottolineare gli eventi come si sono evoluti nel quadro dato, mentre Wray preferisce guardare al progetto sbagliato dell'UEM (ma stranamente trascura l'importanza di un resoconto ordinato degli eventi reali venuti fuori dal progetto sbagliato).
2. Visioni globali
Credo che la sintesi di Roberto Frenkel (2012) sulla crisi dell'EZ possa costituire un punto di riferimento e di convergenza per molti di noi. In breve, egli vede una somiglianza tra gli eventi dell'EZ (e dei paesi del Baltico e dell'Europa orientale che hanno ancorato la loro valuta all'euro, qui) e quelli che solitamente hanno avuto luogo nelle economie emergenti, fino all'inizio di questo secolo. Questo punto di vista si applica in particolare a Spagna, Irlanda e Grecia. Molto meno all'Italia, che è più vicina al caso di perdita di competitività delineato da Kregel. Inoltre, il caso Irlandese dovrebbe essere interpretato come una "pura" crisi bancaria, secondo il punto di vista di Mosler-Wray. Secondo Frenkel, la somiglianza con quella che ho chiamato la vicenda "questa volta è diverso" (secondo il libro, per altri versi confuso, di Reinhart e Rogoff) [19] si ferma qui. Ci sono almeno tre differentie specificae nella crisi dell'EZ (come anche sottolineato in Cesaratto 2012A).
Una è che i paesi dell'EZ mancano di un prestatore di ultima istanza, così che la crisi di bilancio pubblico che ha seguito la crisi del settore privato è rapidamente andata avanti di per sé per forza di inerzia, come Wray, Kelton e Mosler avevano previsto che sarebbe potuto accadere. Tuttavia, seconda differentia, le operazioni di rifinanziamento dell'Eurosistema hanno reso possibile per le banche nazionali continuare a sostenere gli stati nazionali, in modo che ora la crisi fiscale e la crisi bancaria si intrecciano in un abbraccio mortale. Una terza è che il regime Target 2, come anche Wray (qui) sottolinea, permette alla crisi di CA, alla crisi bancaria e a quelli che vengono chiamati "arresti improvvisi" (o fuga di capitali) [20] di non esplodere in default bancari e statali generalizzati. Quanto a lungo questa situazione possa continuare, non è chiaro. Essa esploderà per motivi politici o sociali. Ma dobbiamo fermarci qui e lasciare questa discussione al futuro (prossimo), continuando a seguire lo svolgersi degli eventi. (Un ottimo post a questo riguardo è di Marshall Auerback).
Un punto di vista ancora più completo - che merita ulteriori ricerche - sarebbe il seguente. Negli anni pre-crisi UEM, nel caso Italiano e Portoghese (e Francese) (PIF), la perdita di competitività era tale che uno stesso (anche se moderato) modello di domanda interna autonoma (privata e pubblica) era accompagnato da una minore crescita e da crescenti squilibri con l'estero (da notare che questi paesi non hanno avuto una bolla immobiliare). In altre parole, il deterioramento della competitività estera è stato tale che lo stesso andamento di investimenti interni, consumi e spesa pubblica si è tradotto in una maggiore produzione all'estero (ad esempio nei paesi del centro), e di conseguenza una produzione minore entro i loro confini. Guardando attraverso le lenti dei saldi settoriali, ciò significa che il paese ha un disavanzo con l'estero, e per definizione, il settore estero (diciamo, i paesi del centro) sta facendo dei prestiti a questi paesi, cosa che non è sorprendente dal momento che, nello stesso tempo, il settore estero gode di un reddito più elevato, e quindi di un maggiore risparmio.
I bassi tassi di interesse dovuti sia all'orientamento della politica della BCE, sia alla temporanea scomparsa del rischio di svalutazione e alla disciplina fiscale, consentivano ai paesi in deficit di mantenere i loro conti pubblici sotto un certo controllo. Tuttavia era presente una tendenza al deterioramento dei saldi nazionali (rapida nel caso Portoghese, lenta nel caso Italiano, ancora più lenta nel caso Francese). Una volta che la crisi è esplosa, come risultato della trasmissione della crisi Americana e mondiale e della cattiva gestione della situazione Irlandese-Greco-Spagnola (IGS) da parte delle autorità dell'EZ, in particolare l'assenza di una vera BC Europea in sostituzione della desaparecida sovranità monetaria nazionale, ha portato alla esplosione di una crisi del debito sovrano. La storia dei paesi IGS è parzialmente diversa da quella dei PIF. Anche se condividono gli stessi eventi di fondo dei PIF, nel loro caso, la domanda interna è cresciuta più rapidamente sostenuta dai flussi di capitale straniero secondo un corso degli eventi in stile Frenkel. Le entrate fiscali in crescita davano l'impressione di una solidità delle finanze pubbliche, mentre i saldi privati si erano rapidamente deteriorati rispecchiando i crescenti squilibri esteri.
L'esplosione delle bolle immobiliari in Spagna e Irlanda, l'insolvenza del governo Greco, e il salvataggio del settore finanziario nazionale - in assenza del sostegno di una banca centrale - ha portato alla crisi fiscale. Come sostengono Wray e Cesaratto (2012A), se l'EZ fosse stata simile agli Stati Uniti la crisi sarebbe stata gestita come una crisi interna che coinvolgeva banche locali e stati (lasciandone fallire alcune, o ridimensionandole, ma sostenendo gli stati locali attraverso i trasferimenti). Se la EZ fosse stata composta da Stati a sovranità monetaria, la crisi sarebbe stata gestita come la crisi finanziaria tipica che ha spesso coinvolto le economie emergenti. Stando nel mezzo, gli spread sovrani riflettono il rischio di solvibilità (non solo di liquidità) dei paesi periferici o, il che è lo stesso, il rischio di rottura dell'unione monetaria. Sia come sia, la scala della crisi è più grande rispetto ai casi precedenti e la sua gestione molto complicata, prima di tutto da un punto di vista politico[21].
Conclusioni
Sono sinceramente ammirato dalle previsioni sulle varie carenze dell'UEM provenienti da persone associate al Levy Institute. Eppure, mi sento, come molti altri (sono sicuro che molti tacciono solo per evitare problemi), a disagio rispetto alla gara Nostradamus iniziata dagli MMTs che, a mio parere, ha impedito loro di lavorare a una visione più completa della crisi dell'EZ, che avrebbe dovuto tenere conto dei contributi di una comunità di altri studiosi eterodossi molto, molto più vasta (e anche di ortodossi dalla mentalità aperta). La mia impressione è che la gara per dimostrare che, qualsiasi cosa gli altri avessero detto, uno studioso associato al Levy l'aveva già detto prima (probabilmente meglio), è sfociata in una spiegazione auto-contraddittoria e disordinata della crisi da parte di alcuni MMTs. Sono pronto per l'utilizzo, cum grano salis, delle intuizioni degli MMTs, e a riconoscere che il Levy Institute è un faro essenziale per tutti gli economisti eterodossi. Spero che questo sia reciproco. L'umiltà è parte integrante dell'impresa scientifica, in particolare per gli economisti eterodossi che già subiscono l'arroganza del mainstream.












































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