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marx xxi

Il capitale finanziario mondiale stronca il sanfedismo economico italiano

di Pasquale Cicalese

Consueto bollettino di guerra, questa volta il report Congiuntura Flash di aprile di Confindustria. Due grafici balzano agli occhi. Il primo, livello di liquidità delle imprese italiane rispetto all’operatività corrente: esso è passato da punti 20 del 2011 a punti 4 del primo trimestre del 2013. Come a dire, con questi livelli non garantisci gli stipendi né, figurarsi, i costi di magazzino. E’ il crollo del capitale circolante. Secondo grafico, credito concesso. Le imprese che comunicano il rifiuto di credito bancario sono passate dal 5% del 2011 al 15% del 2013. Contemporaneamente in questo periodo la diminuzione di credito alle imprese industriali è crollata di 47 miliardi di euro. Devi prendere le analisi degli industriali con le pinze, i padroni italiani non la dicono tutta. Facciamo un passo indietro, fine 2002. In quel periodo la Banca dei Regolamenti Internazionali, BRI, la banca delle banche centrali, con sede a Basilea, assieme alle principali banche centrali del mondo adotta un nuovo sistema di classificazione dei rating creditizi da applicare alle aziende e obbliga le banche ad un maggior “immagazzinamento di capitale” rapportato ai prestiti concessi. E’ il meccanismo di Basilea 2.

I rating sono classificati universalmente a tutte le aziende. Essi implicano per le aziende che chiedono credito una buona patrimonializzazione aziendale, buon flusso di liquidità ed una solidità aziendale data dall’ammontare di ordini, fatturati e profitti.

Quell’accordo, in vigore dalla fine del 2006, è stato la tomba del sanfedismo italiano.

Storicamente l’apparato industriale italiano si è configurato per l’opacità dei suoi bilanci, con la pratica di adottare veri e propri bilanci paralleli in nero al fine di sfuggire al fisco: questo è il motivo per cui anche quando l’economia andava bene la Centrale Bilanci di Banca d’Italia registrava un dato storico, rappresentato dal fatto che il 50% delle aziende aveva bilanci in pareggio o in perdita. Il fine è sempre stato quello di sfuggire al fisco. I bilanci paralleli in nero gonfiavano i patrimoni personali degli imprenditori e dei loro familiari, una pratica comune anche in America Latina tale per cui vigeva il detto “aziende povere, proprietari ricchi”. La stessa ricchezza aziendale che non sfuggiva ai dati reali dei bilanci veniva saccheggiata dai proprietari per ingrossare la propria ricchezza personale. Tale andazzo è durato decenni e i prestiti bancari venivano concessi non già mediante la lettura dei bilanci, falsi, delle aziende italiane, ma attraverso le garanzie personali dei proprietari e dei loro familiari. E’ questa la condotta anticapitalistica dell’imprenditoria italiana, celebrata da sicofanti economisti borghesi nelle loro università come “modello Terza Italia”, che si contrapponeva al sistema delle, fu, grandi aziende di Stato e private. Quarant’anni di celebrazioni universitarie per raccontare ciò che in questi anni si svela essere un modo anticapitalistico di condurre l’apparato industriale. L’accordo di Basilea della fine del 2002 rappresenta la fine di questa celebrazione. Le banche concedono il credito in base alla patrimonializzazione aziendale, alla proiezione commerciale estera, al flusso di profitti annuali. Dati, questi, non presenti presso la gran parte degli industriali italiani medio-piccoli. Per sfuggire al fisco avevano una contabilità parallela grazie a quegli autentici “demiurghi” dell’imprenditoria italiana rappresentati da commercialisti e fiscalisti (la fama di Tremonti deriva principalmente da questo..), non lasciavano i soldi nelle aziende, a differenza del modello continentale europeo e delle principali aziende americane, oltre che asiatiche, depauperando le società e quanto al fatturato cercavano di non aumentare la dimensione della propria impresa unicamente per sfuggire al fisco e non applicare lo Statuto dei Lavoratori. Fisco e “costo del lavoro”, le magnifiche ossessioni dell’imprenditoria italiana che ora si ritorcono contro questo feudale patronato.

E’ sempre per sfuggire al fisco che nessuna impresa italiana si quota in borsa da decenni o apre il proprio capitale ad investitori esterni: la roba la devono controllare unicamente i proprietari e le loro famiglie, possibilmente in nero. Da qui un dato che evidenzia l’arretratezza dell’apparato industriale italiano: la ricchezza finanziaria è otto volte il pil, ma di questa nemmeno il 5% è costituita da strutture industriali. C’era chi, come Prodi e la scuola emiliana degli economisti industriali, alla fine degli anni ottanta sosteneva la modernità di quest’apparato il cui unico vincolo era rappresentato da oligopoli pubblici che facevano troppe concessioni salariali. Bisognava eliminarli, l’Italia sarebbe volata grazie a questo che, modestamente, nel 2005, in un saggio pubblicato dalla Rete dei Comunisti (Cronache dal fronte reazionario di massa: sanfedismo economico e rivoluzione capitalistica in Italia, Quaderni Contropiano, Roma 2006), ebbi modo di definire “sanfedismo economico”. Paolazzi, oggi capo economista di Confindustria, sosteneva agli inizi del 2000 che nonostante tutto “il calabrone volava”. Giacché gli rispose non più tardi del 2002: il calabrone si è spiaccicato per terra (vedere i numeri de La Contraddizione di quegli anni). Oggi Paolazzi racconta la drammatica crisi di liquidità delle aziende italiane, quasi a prendersela con l’apparato finanziario, omettendo di dire che i criteri di Basilea adottati nel 2002 costringevano ad una rivoluzione del modus operandi dell’imprenditoria italiana, pena la decadenza. Non ne vollero sapere, sempre ossessionati dal fisco, si rifiutarono di patrimonializzare le loro aziende e adesso, a migliaia, chiudono i battenti. Non investirono, non ammodernarono gli impianti, il boom dei loro profitti fu indirizzato verso Wall Street e nel “blocco edilizio”, bruciati con la crisi del 2007. Prodi nel 1997 concesse loro salari da fame mediante il Pacchetto Treu, confermati nel 2003 con Berlusconi con la Legge 30, poi riforma Damiano, poi quella Fornero, ora quella Letta-Giovannini. Nessuno che dica che il problema principale italiano è dato dalla mentalità poco capitalistica dell’imprenditoria italiana. Agli inizi del 2000 c’era la Cina, negli anni novanta quei terroni parassiti dei meridionali, da vent’anni gli immigrati, ora l’euro, poi la burocrazia e la casta, ma gira e rigira pochissimi in questo Paese osano affermare che le aziende italiane sono sottocapitalizzate perché da decenni esiste la contabilità parallela e la ricchezza delle imprese è stata svuotata dalle famiglie proprietarie. A distanza di dieci anni l’apparato finanziario mondiale che aveva adottato il “New approach” di Basilea stermina il sanfedismo economico. Passiamo il tempo a leggere i bollettini di guerra di Confindustria senza che questa faccia una critica ai suoi associati sulla loro pluridecennale condotta anticapitalistica. Tanto la soluzione l’hanno trovata: nuova riforma del mercato del lavoro.

Una tiritera che va avanti da vent’anni. Verrebbe da dire: campa cavallo che l’erba cresce…Ma nella vita per campare qualche illusione la devi pur avere. L’illusione della borghesia italiana da decenni è il “costo del lavoro”. Peccato che il capitale finanziario mondiale gli abbia preparato uno stoppino che la sta massacrando. La borghesia italiana non è abituata a leggere, le basta che i suoi commercialisti le trucchino da decenni i conti. Ma ora anche questo non è più sufficiente.

Che facciamo, andiamo avanti nei prossimi decenni con ‘sta gente o magari pensiamo a come rivendicare l’intervento pubblico nell’economia come facevano i migliori socialisti e comunisti di questo Paese nel dopoguerra? La loro soluzione è abolizione delle province e soppressione dell’Imu. Hai risolto i problemi, sicuro.

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