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liberazione

Diritti universali (anzi, occidentali)

di Danilo Zolo

 La Dichiarazione universale dei diritti umani, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, viene considerata in Occidente come uno dei principali indicatori del progresso storico dell'umanità. È con questo significato che nei prossimi giorni verrà celebrata la sua ricorrenza sessantennale. Secondo numerosi autori, la Dichiarazione universale ha un grande merito sul piano etico, giuridico e politico: ha "fondato" i diritti umani e li ha resi "universali". La Dichiarazione del 1948 - si sostiene - ha mostrato che un sistema di valori può essere "fondato", e quindi universalmente riconosciuto, sulla base di un accordo internazionale sulla sua validità. Non è necessario alcun altro "fondamento".

Non ci sono dubbi che la Dichiarazione universale dell'Assemblea Generale ha profondamente trasformato la dottrina dei diritti umani. I diritti non sono più concepiti come un complesso di rivendicazioni sociali riconosciute e protette all'interno di un singolo Stato: essi coinvolgono e impegnano tutti gli Stati e tutti i popoli del pianeta. Sono parte del diritto internazionale generale.

Prima della fondazione delle Nazioni Unite i diritti erano concepiti come l'esito di lotte sociali e politiche all'interno di specifici ambiti storici e territoriali. Ed erano garantiti dalla permanente militanza dei cittadini coinvolti nelle rivendicazioni e nelle battaglie politiche secondo una concezione conflittualistica dei diritti, in larga parte ereditata dalle rivoluzioni borghesi, dal socialismo e dal sindacalismo.

Non a caso i diritti umani si sono affermati gradualmente e non all'unisono: la libertà religiosa è stata un effetto delle guerre di religione, le libertà civili sono state in larga parte una vittoria dei parlamenti borghesi contro i sovrani assoluti, le libertà politiche e i diritti sociali sono stati una conquista dei movimenti dei lavoratori salariati, dei contadini e dei disoccupati. E tutto questo è accaduto solo in Europa e negli Stati Uniti d'America, non altrove.

Tutto questo spiega perché la concezione dei diritti umani che è prevalsa nella Dichiarazione universale del 1948 è essenzialmente occidentale, ed è quindi impregnata dell'individualismo, del liberalismo e del formalismo giuridico occidentali. E questo spiega le successive dispute circa il fondamento e l'universalità dei diritti dell'uomo, e spiega anche le contestazioni subite della stessa Dichiarazione universale.

Emblematica è stata la polemica, che ha avuto come epicentro Singapore, la Malesia e la Cina, e che ha dato luogo alla "Dichiarazione di Bangkok" del 1993. Gli Asian values sono stati opposti alla tendenza dell'Occidente ad imporre alla culture orientali i suoi valori etico-politici. Oggi le classi dirigenti di un numero crescente di paesi del Sud-Est asiatico sono impegnate a riscattare la propria identità politica e culturale all'insegna di valori come l'ordine, l'armonia sociale, il rispetto dell'autorità, la famiglia. In questa prospettiva l'Occidente viene concepito come il luogo dove i valori comunitari decadono sotto la spinta di un individualismo sfrenato che afferma diritti ma non riconosce doveri.

Nella visione individualistica e liberale dell'Occidente i diritti umani sono essenzialmente delle protesi normative a tutela della libertà personale, dei beni individuali e della privacy contro le interferenze degli altri soggetti e soprattutto delle autorità politiche. Questo concetto di libertà è del tutto estraneo alla cultura islamica, segnata com'è da un senso religioso di appartenenza alla comunità. L'individuo si identifica con essa non rivendicando diritti ma adempiendo doveri e cioè seguendo scrupolosamente regole collettive di comportamento politico-religioso.

Altrettanto si può dire per la tradizione confuciana cinese, sopravvissuta indenne alla violenta importazione dall'Europa del verbo marxista. Secondo l'etica confuciana la vita sociale è costituita da rapporti asimmetrici e gerarchici che si fondano su vincoli reciproci di mutua collaborazione e obbligazione, non su diritti e doveri paritari e contrapposti. Come è noto, la stessa nozione di "diritto" in senso soggettivo è estranea alla semantica della lingua cinese. Come ha ricordato Chung-Shu Lo, per rendere l'idea di "diritto" i primi traduttori di opere politiche occidentali dovettero coniare un nuovo lemma, chuan-li, che significa letteralmente "potere e interesse". Nella tradizione confuciano-menciana a dominare non è l'idea di diritto individuale ma lo è, al suo posto, quella di "relazione sociale fondamentale" (sovrano-suddito, genitori-figli, marito-moglie, primogenito-secondogenito, amico-amico).

Da questo punto di vista è molto significativa anche la polemica che è esplosa nel corso della seconda Conferenza delle Nazioni Unite sui diritti umani, che si è tenuta a Vienna nel giugno del 1993. In quella sede ufficiale si sono fronteggiate due concezioni dei diritti umani incompatibili fra loro. Da una parte c'era la tesi, sostenuta dai paesi occidentali, dell'universalità e indivisibilità dei diritti umani secondo la logica della Dichiarazione universale del 1948. Dall'altra c'era la posizione di gran parte dei paesi dell'America latina e dei paesi asiatici, con Cuba e la Cina in prima fila. Questi paesi ponevano al centro dei diritti umani i "diritti collettivi", in particolare lo sviluppo economico-sociale, e cioè la lotta contro la povertà e l'indebitamento dei paesi del Terzo mondo. Queste tesi polemiche erano già state alla base della "Banjul Charter on Human and People's Rights", approvata nel 1981 dall'Organizzazione dell'Unità Africana: in essa i diritti economico-sociali, concepiti come diritti collettivi dei popoli, avevano una netta prevalenza nei confronti dei diritti civili e politici proclamati dalla Dichiarazione universale.

È dunque chiaro che la dottrina dell'universalità dei diritti dell'uomo non può essere data per scontata, come non può essere data per scontata la sua efficacia, al di là delle proclamazioni che ne fanno gli esponenti della cultura politica occidentale, da Jünger Habermas a Michael Ignatieff, a Ulrich Beck, ad Antonio Cassese e a molti altri.

È difficile non percepire la gravità e l'urgenza dei problemi ai quali la dottrina dei diritti umani tenta di dare una risposta, e non condividerne l'ispirazione morale e le intenzioni. È sufficiente ricordare il fatto che oltre due miliardi di persone oggi soffrono per la violazione sistematica dei loro diritti. Le violazioni includono una lunga serie di atrocità e di violenze: fra gli altri il genocidio, la tortura, le esecuzioni sommarie, le sparizioni, gli omicidi politici, le violenze sui bambini, la schiavitù, le esecuzioni capitali di minorenni e di disabili, il trattamento disumano e degradante dei detenuti, ma anche e soprattutto la povertà assoluta, la fame, la guerra di aggressione. Allarmante è in particolare il dato che emerge dai documenti delle Nazioni Unite e che viene annualmente denunciato dai rapporti di Amnesty International: la violazione dei diritti è un fenomeno di proporzioni crescenti, che interessa un numero elevatissimo di Stati: oltre 150, inclusi tutti gli Stati occidentali.

E tuttavia resta molto alto il rischio che il progetto universalistico implicito nella dottrina e nella politica occidentale dei diritti umani operi di fatto - e sia percepito - come un aspetto di quel processo di "occidentalizzazione del mondo" che oggi investe le civiltà e le culture più deboli, privandole della loro identità e dignità. E questo sospetto grava in particolare sulle politiche internazionali di ingerenza militare "umanitaria" in nome della tutela e della diffusione dei diritti umani. In proposito le potenze occidentali hanno offerto prove devastanti e fallimentari: dalla Somalia ad Haiti, alla Bosnia Erzegovina, al Kosovo, all'Iraq, all'Afghanistan.

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