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Europa: menzogne sul debito pubblico

La costruzione di un nuovo modello di stato

di Giovanna Cracco

In merito alle cause e alle soluzioni della crisi economica che sta cambiando il volto delle architetture sociali dei Paesi europei, la propaganda del potere economico-politico ha raggiunto livelli orwelliani.

Una banda di plutocrati siede al Ministero della Verità e una nutrita schiera di giornalisti servili fa da megafono alle menzogne. La materia ben si presta, più di altre, alla manipolazione della realtà: l’economia e la finanza sono ambiti specialistici che le persone comuni poco conoscono. Diventa dunque facile creare una ‘verità’: si formula un postulato – un’affermazione che, pur non essendo né evidente né dimostrata, viene considerata vera e posta come fondamento di una teoria deduttiva che altrimenti risulterebbe incoerente – e tramite l’informazione di palazzo (in Italia tutta la grande informazione) lo si diffonde. Una volta che ha sedimentato nel cervello dei cittadini, la strada per delineare il quadro teorico è tutta discesa.

Un Paese con un elevato rapporto debito pubblico/Pil rischia il fallimento, questo è il postulato. Segue il quadro teorico: i tassi di interesse sui titoli pubblici crescono, perché per investire denaro in un Paese a rischio default il mercato pretende di essere ricompensato con profitti maggiori; dunque, l’unica soluzione per uscire dalla crisi è ridurre il debito pubblico e così riconquistare la fiducia dei mercati.

I dati reali sono, per qualsiasi propaganda, il colpo di vento che fa crollare il castello di carte.

Partiamo dunque da questi.


Come ben sa ogni politico ed economista, non esiste una sola teoria economica, nemmeno quella classica tuttora alla base del capitalismo – il libero mercato e la ‘mano invisibile’ di Adam Smith – che abbia mai fissato il confine del rapporto debito pubblico/Pil oltre il quale un Paese fallisce. Il postulato dell’Unione europea non ha dunque alcun fondamento teorico, ed è facilmente smentibile anche dal punto di vista empirico.

Ne è semplice dimostrazione il Giappone: terza potenza mondiale dopo Stati Uniti e Cina, decima per popolazione, con 127 milioni di abitanti, terza per aspettativa di vita (ottant’anni per gli uomini e ottantasette per le donne), in dieci anni non ha mai visto un avanzo di bilancio e ha più che raddoppiato il rapporto debito/Pil, portandolo a superare ampiamente il 200% (per il 2012 il Fondo monetario internazionale lo stima al 235%); il Pil cresce modestamente, eppure la disoccupazione si mantiene bassa; l’inflazione viaggia intorno allo zero, così come il tasso di interesse bancario di riferimento e i tassi sui titoli pubblici a dieci anni (0,772% all’asta di agosto), con richieste che superano il quantitativo offerto (vedi tabella 1). Ciliegina sulla torta, il famigerato rating sul debito sovrano vede l’ambita lettera ‘A’: AA3 per Moody’s, AA- per Standard&Poor’s, A+ per Fitch.

È altresì vero che il sistema finanziario giapponese poggia su due fondamenti non riscontrabili nei Paesi dell’Unione europea.

Innanzitutto, il Giappone ha una banca centrale che emette moneta e che partecipa all’asta dei titoli pubblici, acquistandoli direttamente; una caratteristica comune a tutti gli Stati sovrani, tranne a quelli aderenti all’euro, le cui banche centrali sono state esautorate della politica monetaria dalla Bce, che per statuto non può acquistare i titoli del debito pubblico dei Paesi membri.

In secondo luogo, il Paese asiatico ha chiuso le porte in faccia ai capitali stranieri: il 90% dei titoli di Stato è in mano ai giapponesi. Questo azzera ogni possibilità di speculazione finanziaria, dato che nessun possessore di obbligazioni – banche, fondi privati di investimento, singoli cittadini – ha interesse a guadagnare affossando l’economia all’interno della quale agisce.

Non si intende qui dare un giudizio positivo sul sistema economico giapponese – la qualità della vita di una persona non è certo misurabile in base ai parametri sopra esposti – ma semplicemente evidenziare come, tenendo a riferimento gli stessi dati che il postulato indica come misura della valutazione positiva o negativa di un ‘sistema Stato’, non è l’entità del debito pubblico a causare o meno il fallimento di un Paese, ma la sua politica monetaria.


Vediamo ora il passaggio successivo dell’assunto, che sostiene che i tassi sui titoli pubblici di una nazione dipendono dalla fiducia/sfiducia dei mercati.

I titoli di Stato si muovono su due reti: il ‘mercato primario’ dove, tramite asta, vengono collocati i titoli di nuova emissione, e il ‘mercato secondario’, dove sono continuamente scambiati i titoli già emessi. Come abbiamo detto le banche centrali degli Stati sovrani agiscono sul primo, e potendo emettere moneta hanno una capacità di acquisto illimitata, mentre la Bce non interviene su nessuno dei due, salvo in casi eccezionali, sul mercato secondario. Poiché il tasso di interesse di un titolo pubblico è stabilito al momento dell’emissione, è il valore nominale che fa la differenza. Un titolo a dieci anni, per esempio, che paga un interesse annuo del 2%, nel mercato secondario può essere scambiato al prezzo di 110 (c’è domanda, l’acquirente è disposto a pagarlo più del suo valore nominale e di conseguenza a vedere ridotto il rendimento del proprio investimento) oppure a 90 (non c’è domanda, l’acquirente è disposto a comprarlo solo pagandolo meno del suo valore nominale, di modo da realizzare un rendimento maggiore del 2%). È chiaro che i due mercati sono collegati, poiché quando sul secondario il prezzo di un titolo cade – e dunque il suo rendimento effettivo cresce – non solo cala anche il valore delle offerte d’asta sul primario, ma lo Stato si ritrova costretto, per essere competitivo e riuscire a collocare i nuovi titoli, ad aumentarne il tasso di interesse. È infatti sul mercato secondario che agisce la speculazione.

A ottobre del 2009, un titolo pubblico greco a dieci anni pagava un interesse del 4,57% ed era scambiato sul mercato secondario a 111,01; ad aprile del 2010, lo stesso titolo segnava un interesse del 7,83% ed era scambiato a 89,39. La menzogna diffusa dal Ministero della Verità vuole che la causa del crollo sia stata la rivelazione, da parte del governo a guida socialista insediatosi a ottobre, che i conti pubblici erano stati truccati: Papandreou dichiarò che il deficit di bilancio nel 2009 avrebbe raggiunto il 12,7% del Pil e il debito pubblico il 120%. Si scatenò il balletto che tutti ricordiamo: abbassamento del rating, impennata dello spread e tassi sui titoli pubblici alle stelle, mentre la Bce e l’Unione europea restavano a guardare. A nulla sono valsi i primi tagli alla spesa pubblica da parte del governo, la Grecia affondava sotto i colpi dei mercati che, secondo il postulato, non la ritenevano più affidabi-le. Ad aprile 2010, Papandreou consegna il Paese alla troika – Commissione europea, Bce e Fondo monetario internazionale – che in cambio di un prestito da 110 miliardi di euro (al modico tasso del 5,2%, quando la Bce concede denaro alle banche all’1%), inizia a dettare l’agenda politica: privatizzazioni, tagli ai salari, licenziamenti, riforma delle pensioni, svuotamento dello stato sociale.



Ma dietro le quinte, in quei sei mesi, tra novembre e aprile, è accaduta un’altra cosa: sono cambiate le regole delle vendite allo scoperto dei titoli greci sul mercato secondario, come denuncia un’interrogazione parlamentare della socialista Vasso Papandreou (1). L’esponente politico afferma, documenti alla mano, che a partire da novembre 2009 la Banca Centrale Greca ha ampliato da tre a dieci giorni l’intervallo di tempo per chiudere le transazioni.

La speculazione al ribasso vende titoli – grosse quantità di titoli – che non possiede giocando sul crollo della valutazione innescata dalla stessa vendita, per poi riacquistare a un prezzo più basso e trarre profitto dalla differenza tra il maggior ricavo della vendita e il minor costo dell’acquisto. Se il circolo vizioso dell’operazione deve essere chiuso entro tre giorni, ossia devo pagare e quindi acquistare i titoli e a mia volta consegnarli, incassando, al venditore, lo spazio per speculare al ribasso è limitato dal tempo ristretto che ho a disposizione; ma se ho dieci giorni per manipolare il mercato spingendo al ribasso la quotazione di un titolo, senza che nessuno (la Bce) agisca in senso contrario, ossia acquistando, posso far letteralmente crollare il titolo. E difatti, il prezzo dei titoli pubblici greci sul mercato secondario è crollato, costringendo per sei mesi lo Stato ellenico ad alzare continuamente i tassi di interesse sui titoli di nuova emissione.

Le coincidenze temporali non finiscono qui. Ad aprile 2010, la stessa Banca Centrale Greca ha invertito la rotta, imponendo la chiusura in giornata delle vendite allo scoperto e dunque, di fatto, vietandole. Praticamente, nel momento in cui Papandreou ha firmato l’accordo per consegnare la Grecia alla troika, il potere finanziario ha bloccato la speculazione che per sei mesi aveva favorito, e contemporaneamente anche la Bce ha iniziato ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario.

La vicenda greca mostra come i tassi di un titolo pubblico possano essere manovrati dalla speculazione, e dunque smentisce l’affermazione che vuole che il loro rialzo sia dovuto a una mancanza di fiducia sulla solvibilità del Paese.


Infine, il Ministero della Verità sostiene che la soluzione alla crisi si trova nella riduzione del debito pubblico allo scopo di riconquistare la fiducia dei mercati.

Fin dal 2003 la piccola Irlanda godeva di ottima fiducia ed era perfettamente allineata ai parametri di Maastricht (60% debito/Pil, 3% deficit), con un rapporto debito pubblico/Pil intorno al 30% e un avanzo di bilancio in progressiva crescita. Nel 2008 esplode la bolla immobiliare – fotocopia di quella dei subprime statunitensi – il debito raggiunge quota 49,6% sul Pil e si registra un disavanzo del 7,3%; il crollo prosegue e quando nel novembre 2010 Dublino si affi da alla troika, ricevendone in cambio un prestito da 85 miliardi di euro – al modico tasso del 6% – il rapporto debito/ Pil è al 102,4% e il deficit al 32,4% (vedi tabella 2). Segue il copione già visto in Grecia: tagli al salario minimo, licenziamento di dipendenti pubblici, aumento dell’età pensionabile e dell’iva, mentre l’imposizione fiscale sulle imprese resta invariata (al 12,5% dal 2002, precedentemente era al 10%: aliquote da paradiso fiscale).

In appena due anni, quindi, l’Irlanda ha più che triplicato il suo debito statale e ha portato il deficit a un terzo del Pil.

Cos’è accaduto? Conti alla mano, la ragione è una sola: il Paese ha salvato le banche private, sull’orlo del fallimento a causa delle scelte speculative.

Tra febbraio 2009 e dicembre 2010 lo Stato irlandese ha dato: 29,3 miliardi alla Anglo Irish Bank, 5,4 miliardi alla Irish Nationwide Building Society, 10,7 miliardi alla Allied Irish Banks, 875mila euro alla EBS Building Society, per un totale di oltre 46 miliardi di euro. Una somma pari al 30% del Pil del Paese.




Anche la Spagna fino al 2007 godeva di buona fiducia nei mercati e portava sul petto la medaglia europea di Maastricht: debito pubblico/Pil in costante diminuzione fino ad arrivare al 42,1%, e un leggero deficit di bilancio trasformato in cinque anni in un avanzo del 1,9%. (vedi tabella 3). Nel 2008 anche nel Paese iberico esplode la medesima bolla immobiliare, e le banche si ritrovano piene di titoli tossici speculativi. Nel 2009 lo Stato avvia il salvataggio, attraverso la creazione del Fondo di ristrutturazione ordinaria bancaria (Frob), a cui vanno, per iniziare, 15 miliardi di euro e la garanzia per altri 27 in caso il Frob decida di emettere titoli propri per raccogliere altri capitali sul mercato (2). Segue la nascita di Bankia, nel dicembre 2010, che riunisce sette istituti sull’orlo del fallimento: il 52% del nuovo colosso bancario è nelle mani del Banco financiero y de ahorros (Bfa), nel quale vengono convogliati tutti i titoli tossici destinati a trasformarsi in perdita secca; ed è alla Bfa che il Frob versa 4,5 miliardi. Il rapporto debito/Pil raggiunge il 66,1% con un deficit del 9,2%.

Nel frattempo, il governo di Zapatero, prima, e quello di Rajoy, dopo, mettono mano al bilancio pubblico, seguendo la strada già tracciata da Grecia e Irlanda: aumento dell’iva, tagli ai sussidi di disoccupazione e alle tredicesime dei dipendenti pubblici, riduzione del sistema pensionistico e privatizzazione di aziende pubbliche.

Ma ancora non basta.

È l’intero sistema bancario spagnolo a crollare sotto il peso di portafogli pieni di titoli speculativi, stimati in almeno 330 miliardi di euro, pari a oltre il 30% del Pil (3). A giugno 2012 Madrid chiede aiuto all’Unione europea, e a luglio la Commissione Ue concede 100 miliardi di euro al Frob per ricapitalizzare il sistema bancario, denaro di cui lo Stato iberico si fa garante per la restituzione. Questa volta è vietato parlare di ‘piano di salvataggio’ e di troika, probabilmente per evitare di incendiare ulteriormente le piazze spagnole, già teatro di manifestazioni e proteste, ma è suffi -ciente dare un’occhiata alla nota diffusa da Bruxelles per togliere il velo all’etica ufficiale: vi si legge che Madrid “dovrà mantenere i suoi impegni per correggere il deficit eccessivo in maniera sostenibile entro il 2014 e adottare le riforme strutturali fissate nelle raccomandazioni specifiche per Paese adottate dall’Ecofin il 10 luglio”; in aggiunta, Olli Rehn, commissario europeo agli Affari economici e monetari, afferma che “il legame esplicito tra questi obblighi e il programma [di aiuti] è deliberato e pertinente: è solo attraverso un’azione determinata su tutti questi fronti che la Spagna può creare la stabilità finanzia-ria e un’economia competitiva e dinamica” (4).

Le vicende irlandese e spagnola smentiscono quindi anche l’ultimo passo logico del quadro teorico, quella che il Ministero della Verità considera la ‘soluzione’, dato che i due Paesi non hanno affatto risposto alla crisi diminuendo il debito statale: trasformando i debiti privati della finanza in debito pubblico, lo hanno aumentato.


I giochi speculativi sono ben più complessi di quanto fin qui mostrato, su questo non c’è dubbio, e vi entrano dinamiche di guerra dollaro/euro per la supremazia monetaria; ed è anche vero che l’istinto predatorio della belva finanziaria è ben poco gestibile una volta lasciato libero di agire, ma occorre sempre che qualcuno apra la gabbia: è quello che ha fatto l’Unione europea a partire dalla vicenda greca. Occorre quindi riflettere sulle ragioni di simili manovre.

Il Financial Times aveva segnalato la curiosa dinamica speculativa messa in atto sui titoli ellenici interpretandola, non senza ironia, come un errore di valutazione da parte della Banca Centrale (5). Tuttavia è ben difficile considerarlo un errore, a meno di credere che sui più alti scranni finanziari della Grecia siedano incompetenti alle prime armi che non conoscono i meccanismi della speculazione, e che possano operare in totale autonomia rispetto al potere finanziario centrale della Bce; di certo, senza questa manovra, le decisioni in materia di politica economica non sarebbero passate di mano dal governo greco alla troika, e non si sarebbe avviata quell’infernale spirale finanziaria che ha innescato una tragedia sociale di cui è difficile prevedere la fine.

Dall’altra parte, Irlanda e Spagna rendono evidente che non è l’eccessiva spesa in stato sociale il problema dei debiti sovrani, eppure è quella che la troika va a tagliare, mentre salva il sistema finanziario e continua a foraggiarlo armando la speculazione sui titoli di Stato.

I Paesi che si affidano alla troika diventano ostaggi, per parecchi anni, della Bce, della Commissione europea e del Fondo monetario internazionale: a ben vedere, quella che oggi viene attuata in Europa è una dinamica storicamente già collaudata nei Paesi in via di sviluppo. Nei decenni scorsi abbiamo infatti assistito alla colonizzazione finanziaria dell’America latina e dell’Africa, alle cui nazioni il Fmi concedeva prestiti in cambio dell’introduzione nel Paese di un’economia neoliberista: privatizzazione delle risorse e dello stato sociale. È questo l’obiettivo a cui mirano le manovre concentriche fin qui analizzate: costruire un nuovo modello di Stato.

Dimentichiamo le conquiste sociali del dopoguerra, i diritti dei lavoratori, un’istruzione pubblica, una salute pubblica, una pensione pubblica, ottenute grazie alle lotte di piazza e allo spauracchio dell’Urss, che imponevano all’Occidente una forma socialdemocratica di Stato. L’architettura sociale in Europa – e dunque anche in Italia – non sarà più come l’abbiamo conosciuta negli ultimi cinquant’anni, e non è nemmeno durata a lungo: cinque decenni sono ben pochi nell’arco della Storia. Lo statuto dei lavoratori è del 1970, il Servizio sanitario nazionale è del 1978, la riforma scolastica che ha liberalizzato l’accesso all’università è del 1969, la pensione sociale universale è anch’essa del 1969.

II cambiamento messo in atto è intrinseco alla logica del capitalismo, un sistema economico che non ha nulla di sociale e non è riformabile – il capitalismo etico propugnato dalla Chiesa e da alcune frange di imprenditori e politici è un’illusione, tanto quanto quello che parla di decrescita. Ed è una menzogna anche la separazione tra capitalismo finanziario e capitalismo reale: il secondo è esploso a causa delle crisi di profitti del primo (6), il quale ha dirottato denaro dagli investimenti produttivi alla finanza, la stessa finanza che ora gli aprirà le porte per tornare a fare profitti. Saranno infatti imprenditori quelli che si arricchiranno con le scuole private, con gli ospedali privati, con le pensioni private, con un costo del lavoro ridotto al limite della sopravvivenza del lavoratore. Mentre nuovi mercati in ascesa acquisteranno le merci prodotte a basso costo in Europa.

Non stiamo nemmeno assistendo alla Waterloo della politica: è superfluo ricordare che è la politica a costruire l’architettura sociale di un Paese, attraverso le leggi, e a stabilire che cosa è legale e che cosa non lo è, nella finanza come in qualsiasi altro contesto. È la classe politica ad aver creato un’Unione europea che è la quintessenza del neoliberismo, spalancando le porte ai capitali speculativi stranieri, costruendo una Bce che per statuto non può acquistare titoli pubblici e opponendo un rifiuto categorico a cambiarne le regole – i colpi di fioretto estivi tra Monti, Draghi e la Merkel sono a uso e consumo degli spettatori in platea ignari del copione: gli acquisti della Bce di titoli di Stato saranno sempre vincolati alla firma di un ‘memorandum’, ossia alla sottoscrizione della ricetta neoliberista.

Ed è ancora la politica ad aver partorito, a marzo di quest’anno, l’ennesimo trattato.

Si tratta del “Trattato sulla stabilità, sulla coordinazione e sulla governance”, meglio conosciuto come “Fiscal compact” – ratificato a luglio dal Parlamento italiano – e prevede che: i bilanci degli Stati membri devono essere in pareggio; ogni Stato deve introdurre questa regola nella propria Costituzione e attivare un meccanismo automatico di correzione; qualora il debito pubblico superasse il 60% del Pil, il Paese deve operare una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo l’anno; qualora il deficit di bilancio superasse il 3%, lo Stato deve presentare alla Commissione e al Consiglio europeo un programma di riforme strutturali; i Paesi devono sottoporre alla Commissione e al Consiglio europeo i piani nazionali di emissione di titoli pubblici; in caso di infrazione alle regole, le sanzioni (ancora da stabilire) scatteranno automaticamente.

Un trattato che esautora qualsiasi forma di democrazia, per quanto anche la democrazia sia un’illusione, quando l’informazione è in mano ai servi del Ministero della Verità e i cittadini sopravvivono nell’ignoranza, incapaci di scorgere il volto del loro nemico. Un trattato necessario alla classe politica per restare al proprio posto, costretta dalla farsa democratica a fare i conti con il consenso elettorale e per questo disposta a passare da utile idiota: “è l’Europa che lo vuole”, “è il mercato che lo vuole”, “sono riforme dolorose ma necessarie”, sono i mantra dispensati dai pulpiti parlamentari, di cui è degno esempio l’Italia con il suo sostegno trasversale al tecnico Monti.

Un Paese anomalo, lo Stivale, non c’è dubbio, e difatti le manovre che l’hanno accerchiato sono state differenti. Anomalo per quattro ragioni: vi regnano la corruzione, l’evasione fiscale, la criminalità organizzata e, per vent’anni fino a ieri, un imprenditore. La prima ha creato un capitalismo chiuso e feudale e portato il rapporto debito/Pil dal 62% del 1980 al 118% del 1992 (7); la seconda e la terza sono le realtà che supportano l’economia – senza il sommerso e il riciclaggio nel circuito legale del denaro illegale, l’Italia sarebbe un Paese da Terzo mondo – il quarto non avrebbe mai attuato nessuna delle riforme necessarie, così impegnato a fare gli interessi delle proprie aziende e a coltivare il consenso. Occorreva dunque, per prima cosa, detronizzare l’imprenditore fattosi politico, e a giugno 2011 si è dato il via alle manovre speculative sui titoli di Stato che hanno porto a Napolitano l’assist per poter nominare Mario Monti primo ministro. Tuttavia il governo ‘tecnico’ non è sufficiente garanzia contro l’anomalia italiana, innanzitutto perché non ha una solida maggioranza parlamentare alle spalle, e in secondo luogo perché al più tardi l’anno prossimo si terranno le elezioni e quindi il tempo stringe: dunque gli attacchi speculativi non cesseranno fino a quando le ‘riforme necessarie’ non saranno completamente attuate.

Ma quando il nuovo modello di Stato sarà finalmente operativo in tutti gli Stati europei, c’è da scommettere che la Bce si metterà a stampare moneta per supportare la crescita di un’economia produttiva ridotta alla recessione; denaro che andrà a ripristinare i profitti dei grandi imprenditori privati che sostituiranno lo stato sociale.

Qualcosa di simile alla riforma sanitaria di Obama, tanto applaudita in Europa e tanto falsamente sociale. Non istituisce alcuna sanità pubblica gratuita, ma obbliga ogni cittadino a stipulare una polizza sanitaria con una compagnia assicurativa privata; prevede parziali sussidi statali solo nel caso la polizza incida sul reddito personale per più del 9,5%; esclude l’interruzione di gravidanza, per la quale si dovrà sottoscrivere una polizza a parte (regalo alle frange estremiste cattoliche che siedono al Congresso americano – chissà cosa ci riserverà il futuro in Italia data l’ascesa ormai trasversale agli schieramenti politici di Comunione e Liberazione), e, come beffa finale, contempla una multa fino a 700 dollari l’anno per chi non la sottoscrive. Così, mentre il programma Medicare, riservato agli anziani – la cosa più vicina a una sanità pubblica che esista negli Usa – sarà tagliato per 500 miliardi di dollari in dieci anni, la nuova riforma andrà ad aumentare il fatturato delle assicurazioni private. E si può già immaginare che i cittadini che non potranno permettersi la nuova polizza sanitaria, all’interno di un budget familiare messo a dura prova da rate del mutuo, dell’affitto, della scuola, dell’auto ecc., sottoscriveranno l’ennesimo debito. E chi lo sa, magari la prossima bolla finanziaria riguarderà proprio i debiti stipulati per far fronte a uno stato sociale privatizzato.

Torneranno anche i dispositivi totali (8), per contenere quella grossa fetta della popolazione che non ce la farà a reggere il nuovo corso; magari anch’essi privati, come le carceri americane, di modo che il capitalismo possa guadagnare anche dall’esclusione sociale.

E se tutto questo non fosse abbastanza a rimpolpare i profitti del grande Capitale, in un mondo che vede cambiare gli equilibri di potenza, c’è sempre la guerra. Ha il pregio di allentare la pressione demografica e togliere di mezzo milioni tra “quelli dalle labbra bianche”, perché mangiando solo pane non possono “arrossarle sulla carne saporita dei cinghiali”, come scrisse Francesco Masala in uno straordinario romanzo del 1962, e di distruggere tutto per poi ricostruirlo.

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(1) Cfr. Domanda al ministero degli ACP-Finanza sul cambiamento delle regole di liquidazione dei titoli greci, Vasso Papandreou, 19 maggio 2010, www.vpapandreou.gr

(2) Cfr. www.frob.es/general/dotacion.html

(3) Cfr. Allarme banche spagnole, Bankia viene nazionalizzata, Andrea Franceschi, 10 maggio 2012, Il sole 24 ore

(4) Aiuti alla Spagna, via libera da Eurogruppo, 20 luglio 2012, Adnkronos

(5) Cfr. Take HDAT, Greek politicians, Tracy Alloway, 20 maggio 2010, Financial Times, http://ftal-phaville.ft.com/blog/2010/05/20/236901/take-hdat-greek-politicians/

(6) Cfr. Alle radici della crisi: la caduta dei profitti e la finanziarizzazione dell’economia, Fabio Damen, Paginauno n. 28/2012

(7) Cfr. Debito pubblico: italianità al 104%, Giovanna Cracco, Paginauno n. 10/2008

(8) Cfr. Il lavoratore catturato, Renato Curcio, pag. 20

 

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