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Note a margine della campagna referendaria 

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Office at Night WALKER newyorkerDa dove vengono e a cosa mirano le spinte verso le modifiche istituzionali

Le modifiche alla Costituzione approvate in Parlamento nell’aprile scorso e sottoposte alla conferma referendaria il 4 dicembre, rappresentano solo l’ultima, ma sicuramente non la definitiva, rettifica alla costituzione materiale del paese. Esse infatti sono state precedute non solo da altre modifiche alla carta costituzionale, come il famoso art. 81 fatto approvare dal governo Monti, che introduce l’obbligo del pareggio di bilancio, ma anche da molte altre leggi e trasformazioni che, pur senza andare a toccare il testo della Costituzione, hanno cambiato in maniera peggiorativa il rapporto tra cittadini ed istituzioni. La direzione di marcia è stata univoca: rendere ancora più impermeabili le suddette istituzioni alla volontà degli elettori, centralizzare ulteriormente la gestione del potere politico, attraverso la loro sottomissione ad impersonali leggi di mercato, dietro le mentite spoglie di interessi generali e superiori di tutta la nazione. Sul versante più propriamente politico ed istituzionale abbiamo avuto il progressivo smantellamento del sistema rappresentativo proporzionale, in nome della governabilità, ed un ricorso crescente ai decreti legge e alle deleghe, giustificate con la necessità di dare efficienza e tempestività al sistema politico. Di conseguenza il Parlamento è stato ulteriormente svuotato di ogni possibilità di decisione effettiva e di riflettere la volontà degli elettori.

In contemporanea vi è stato un progressivo svuotamento e modificazione degli stessi partiti, poiché questi hanno sostanzialmente perso il proprio radicamento territoriale basato sulla partecipazione alla vita attiva da parte degli iscritti. Essi sono oramai la proiezione istituzionale di consorterie che fondano il proprio consenso sulla capacità di orientare l’opinione pubblica in quanto generici cittadini e sono sempre più influenzati da poteri economici ben consolidati che, attraverso mille strumenti di condizionamento, in primis quello finanziario, determinano i gruppi dirigenti e gli stessi programmi di questi organismi. Con il prevalere del maggioritario, declinato in varie formule, la maggior parte degli eletti in Parlamento sono fortemente ricattabili e dipendenti dalla volontà dei dirigenti di partito o della coalizione che li ha portati in Parlamento. Se già al tempo della Democrazia Cristiana essi venivano definiti peones per sottolineare il loro scarso grado di autonomia e di decisionalità, oggi la situazione è notevolmente peggiorata. Del resto abbiamo visto in questi anni quante volte, nel caso un governo o una maggioranza parlamentare si rivelasse inadeguata a rappresentare coerentemente gli interessi dei veri mandanti del loro potere, essi fossero messi in crisi attraverso un repentino cambio di casacca di truppe di parlamentari ai quali si faceva balenare la possibilità di una nuova rielezione o altra conveniente sistemazione in cambio dei loro servizi. Il potere reale intanto viene esercitato prevalentemente da apparati istituzionali affrancati da ogni mandato elettorale; basti pensare alle burocrazie dei vari ministeri, al potere prima della Banca d’Italia e poi di quella europea, che non solo hanno una propria autonomia decisionale, ma sono anche in buona misura svincolati dall’alternarsi delle compagini governative che si succedono nel tempo. Se a questo si aggiungono i vari trattati europei che hanno avocato progressivamente una quantità enorme di decisioni o introdotto vincoli crescenti ai quali ogni governo nazionale deve obbligatoriamente sottostare, si ha un quadro approssimativo di quanti passi avanti si siano fatti in questi anni in direzione del superamento di quella democrazia formale, a cui pure tutti i partiti istituzionali fanno finta di richiamarsi.

Le riforme del mercato del lavoro, quelle previdenziali e dell’assistenza sociale sono stati alcuni dei risultati che la classe dominante ha potuto mettere al suo attivo agevolata da queste trasformazioni, mentre l’indebolimento e gli arretramenti subiti dal movimento operaio, hanno costituito la premessa per un ulteriore accentramento delle istituzioni statali. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: una micidiale ridistribuzione del reddito che ha raggiunto vertici di polarizzazione forse mai visti in precedenza. Insomma aumento della ricchezza da parte di chi già possiede tanto e crescita al polo opposto della massa dei poveri, anche tra i settori precedentemente appartenenti al ceto medio. Allungamento della vita lavorativa, massima flessibilità nelle condizioni salariali ed occupazionali, drastica riduzione delle voci sociali della spesa pubblica ed aumento di quella finalizzata al sostegno delle imprese, senza contare lo spropositato aumento della tassazione tanto di quelle diretta che di quella indiretta, sono stati alcuni dei meccanismi attraverso cui sono stati modificati in maniera sostanziale le relazioni tra le classi sociali.

In buona sostanza le trasformazioni istituzionali a cui lavora la borghesia sono al tempo stesso il presupposto ed il risultato del cambiamento dei rapporti di forza tra le classi sociali. Esse registrano e codificano quanto è stato già sancito sul piano sostanziale, ma a loro volta rappresentano la premessa per spostare ulteriormente a proprio favore tali rapporti di forza.

Vi sono però anche altre necessità dal punto di vista capitalistico a premere in direzione di ulteriori modifiche istituzionali. A contare sono anche le trasformazioni intervenute nella struttura del sistema di accumulazione capitalistica. Nonostante la frantumazione territoriale degli insediamenti produttivi, la delocalizzazione e la scomposizione delle fasi lavorative di uno stesso prodotto finale, siamo di fronte ad un processo di concentrazione e di centralizzazione dei capitali, mai visto in precedenza. Anche se tali aziende operano a scala globale, sia per la produzione che per la vendita, i centri decisionali e le casseforti finanziarie che ne assicurano il controllo e le strategie, sono sostanzialmente concentrate nelle metropoli dei paesi più potenti del mondo. Questo gigantismo dei grandi gruppi economici, sia industriali che finanziari, lungi dal far scomparire la concorrenza esalta alle stelle la competizione aziendale trasferendola a livello mondiale. Una competizione in cui diventa decisivo avere alle spalle un sicuro retroterra territoriale e statale in grado supportare le necessità di tali capitali. Al potere politico viene richiesto di adeguarsi: completa subordinazione alle esigenze dell’accumulazione capitalistica in generale, di cui beneficiano tutti gli investitori, ma anche a quelle specifiche dei capitali con radicamento prevalente all’interno di un determinato paese. Questo comporta la rimozione di tutti gli intralci che possano ostacolare la piena e diretta affermazione degli interessi del grande capitale. In questo senso il processo di centralizzazione del potere non ha per obiettivo la sua blindatura nei confronti del solo proletariato, ma mira al disciplinamento anche di altri settori sociali quali la piccola e media borghesia, tanto di quella accumulatrice quanto di quella delle libere professioni ed impiegatizia. Il fatto che la Lega di Salvini come Fratelli d’Italia della Meloni siano tra i più ostili alla riforma della Costituzione, non dipende solo dalla loro appartenenza allo schieramento politico di opposizione all’attuale governo, né dalla difesa di un proprio spazio politico e relative prebende, ma deriva molto dal fatto che sono tra i pochi partiti in cui queste componenti sociali costituiscono una consistente base elettorale ed in essi si riconoscono non in quanto generici cittadini, ma proprio perché li ritengono rappresentati dei propri specifici interessi.

Non meno importante nell’accelerazione delle modifiche in senso autoritario e decisionista delle istituzioni, è il fenomeno delle crescenti contraddizioni economiche dell’accumulazione a scala mondiale. Queste, infatti, manifestatesi in maniera dirompente nel 2007, non sono state assolutamente superate in via definitiva. Esse sono state solo temporaneamente tamponate attraverso provvedimenti che, non solo non sono riusciti a garantire una effettiva ripresa, ma hanno reso ancora più distruttivi i potenziali effetti di una nuova crisi. Inevitabilmente tali contraddizioni stanno agendo anche sul piano geopolitico, accentuando la necessità di ridisegnare le rispettive aree di influenza, di sottomettere direttamente interi paesi al fine di potersi appropriare direttamente delle materie prime e della forza lavoro a basso costo. In breve: siamo di fronte alla necessità di aumentare il proprio interventismo all’estero, ad una ripresa del confronto politico - militare destinato sempre di più ad accentuarsi e che può sfociare tanto in nuove spedizioni militari come vediamo da qualche decennio, quanto in un conflitto generalizzato di cui si stanno materializzando le premesse. Tutti elementi che spingono le nostre classi dirigenti, come quelle di altri paesi imperialisti, ad avere le mani ancora più libere per tutelare gli interessi nazionali (del profitto).

 

La costituzione una barriera che ci difende ed intorno a cui stringersi unitariamente?

Siamo quindi di fronte ad un processo di svuotamento progressivo di quelle istituzioni, che pure erano nate per legittimare il dominio di classe della borghesia alle condizioni possibili (e più utili) al momento della loro nascita, assolvendo egregiamente tale funzione. Infatti, diversamente dalla vulgata, comune anche a sinistra, che tende ad accreditare la tesi che la Costituzione esprime una serie di norme generali di valenza universale e che rappresentano gli interessi di tutti i cittadini, essa esprime plasticamente l’ordinamento sociale di cui è posta a tutela. In realtà, come tutte le altre costituzioni borghesi essa nasce per salvaguardare il potere ed i privilegi della classe dominante attraverso la santificazione dei rapporti di produzione esistenti per impedirne l’abbattimento.

Ove vi fosse qualche dubbio basti ricordare che il suo perno fondamentale è la tutela della proprietà privata, intesa, prima ancora che come difesa di una astratta quantità di beni appartenenti a qualsiasi individuo, come la possibilità di un uso privatistico dei mezzi di produzione e dell’appropriazione dei suoi risultati. Per chi faccia finta di dimenticarlo ricordiamo che tale istituto nella sua forma capitalistica rappresenta la base fondamentale che alimenta e riproduce a scala allargata l’attuale divisione in classi sociali.

Ancora più patetico è lo sbandierare il mitico articolo 1 della suddetta Costituzione, dove si ribadisce che l’Italica Repubblica è fondata sul lavoro, lasciando intendere che esso contenga un esplicito riferimento al ruolo e all’importanza dei lavoratori nel patto costituente. Dove invece si vuole ribadire che la società attuale si regge sul lavoro salariato fonte, insieme alla terra, di ogni ricchezza reale ma altrettanto e soprattutto di quella capitalistica. Così, quello che spesso viene indicato come l’elemento saliente della carta costituzionale, il suo punto avanzato, è proprio quello che maggiormente ne qualifica la sua natura di classe. Per rendersi conto di quanta mistificazione e futile narrazione si sia costruita intorno a tale elemento basterebbe immaginare una società pregressa in cui in una eventuale costituzione fosse ribadito che la suddetta società si fonda sulla schiavitù, oppure sul feudo. A qualcuno sarebbe mai venuto in mente di decantarne il suo essere avanzata per tale sottolineatura in un contesto schiavistico o feudale?

Più prosaicamente altri sottolineano la natura mediatoria dello stesso patto costituente, perché esso sarebbe il frutto del contributo dato dal proletariato alla resistenza contro il fascismo e di rapporti tra le classi fortemente diversi da quelli attuali. Sarebbe tale caratteristica a renderla speciale poiché in essa vengono recepite alcune istanze ed aspirazioni dei lavoratori. Una volta ribadita la natura di classe della Costituzione, si può convenire su parte di tale affermazione, ove si aggiunga che essa era il risultato anche di un mondo diviso in blocchi succeduto al secondo conflitto mondiale. Soprattutto, vi era la presenza di istituti organizzativi del proletariato, come classe distinta da quella borghese, molto consistenti. Per quanto tali organizzazioni avessero di fatto abbandonato ogni idea di abbattimento rivoluzionario del potere borghese e la trasformazione in senso socialista dei rapporti sociali dominanti, essi erano espressione di un protagonismo ed una combattività proletaria assai diffusa di cui non si poteva non tener conto. È proprio tale aspetto ad essere rimosso da coloro che vedono nella Costituzione esistente un baluardo contro gli istinti più selvaggi del capitale determinati dalla insaziabile sete di profitto. Quel tanto di clausole sociali e di generiche affermazioni di diritti inalienabili per tutti i cittadini in essa contenuti, rappresentavano la registrazione temporanea dei rapporti di forza tra le classi, oltre a svolgere la funzione di favorire l’integrazione del proletariato nello stato, a sentirsi parte di esso a tutti gli effetti. Non è un caso se queste sono state negati nei fatti non appena tali rapporti sono cambiati. Le nuove modifiche anche formali che si vogliono imporre con l’attuale “riforma” cercano di sancire anche nella carta costituzionale le nuove relazioni tra le classi.

 

I difensori della costituzione …. per una sua modifica peggiore di quella proposta da Renzi

Con tali premesse è assai improbabile che la marcia verso ulteriori cambiamenti in direzione di una maggiore centralizzazione del potere decisionale delle istituzioni statali possa essere seriamente ostacolato, soprattutto attraverso lo strumento referendario. Non tanto perché il risultato elettorale sia già scontato. In effetti, per tutta una serie di ragioni, non ultimo il fatto di averlo caratterizzato da parte di Renzi come un plebiscito nei suoi confronti, ma anche per lo schieramento partitico ostile all’approvazione delle modifiche sottoposte al voto, il NO ha discrete possibilità di affermarsi. Ma sia che vinca il Si oppure il NO, nelle attuali condizioni non si fermerà la corsa a rafforzare l’accentramento del potere statale, a renderlo più stabile ed efficiente per consolidare il dominio di classe e la capacità di competere sul piano internazionale nell’affermazione delle proprie mire imperialiste. Per convincersene basta ascoltare con attenzione i tanti compagni di strada in prima linea per il sostegno al NO. Cominciando dai partiti posizionati più a destra nello schieramento politico, le critiche fatte alla modifiche proposte dal governo Renzi, evidenziano la non sufficiente trasformazione in senso accentratore in esse previste. Fratelli d’Italia e Forza Italia propongono direttamente il presidenzialismo, una soluzione che renderebbe il Parlamento, con una o due camere poco importa, ancora più inutile di quanto non lo sia adesso. La Lega Nord aveva proposto già tre anni fa di realizzare un Senato federale con competenze diverse rispetto a quelle della Camera, compresa la drastica riduzione del numero dei parlamentari. Del resto quando era al governo con Berlusconi approvò la riforma della II parte della costituzione definita “Devolution”, che prevedeva quasi le stesse modifiche di quella proposta da Renzi. È da supporre che tutte queste forze siano interessate ad una trasformazione delle istituzioni in cui le caratteristiche antiproletarie di queste ultime siano ancora più esplicite ed efficaci. Se passiamo ai sostenitori del No della Sinistra, abbiamo una parte del Partito Democratico, alcuni dei quali hanno condiviso addirittura parte del percorso governativo con Renzi, mentre la stragrande maggioranza di essi ha direttamente votato la legge di modifica alla Costituzione contro cui oggi invitano a schierarsi contro (forse). Tra questi oppositori dell’ultima ora troviamo figure come D’Alema che non esitò, all’epoca in cui era presidente del consiglio, ad autorizzare l’invio di truppe ed i bombardamenti nella ex Jugoslavia, alla faccia del tanto sbandierato, da certi pacifisti, articolo 11 della Costituzione che prevede il ripudio della guerra. Quanto a Bersani possiamo ricordare che, oltre ad aver appoggiato tutte le misure antiproletarie e guerrafondaie degli ultimi anni, all’epoca in cui era ministro per l’economia si distinse per uno sfegatato liberismo che consentì di trasformare in private le principali aziende pubbliche regalandole per quattro soldi ai capitalisti italiani e non.

Tra i più netti oppositori della riforma costituzionale troviamo anche il Movimento 5 Stelle, dalle cui dichiarazioni, si apprende che una delle principali ragioni della propria opposizione è legata alla mancata effettiva soppressione del Senato! Poiché tale misura, a loro avviso, oltre a rendere più efficiente il processo di legiferazione, avrebbe consentito di affrontare seriamente una drastica riduzione dei costi della politica! Come si vede anche in questo caso si condividono, in maniera forse peggiorativa, alcuni degli intenti della maggioranza di governo e si scende sullo stesso livello di demagogia per sviare l’attenzione dalle vere cause dello sfruttamento e della crescente diffusione della povertà. Per il resto pare di capire che il voto per il NO è dettato per questo partito, oltre che dall’opposizione all’attuale governo, soprattutto dalle preoccupazioni per la contemporanea approvazione della nuova legge elettorale dell’Italicum. Questa, infatti, essendo concepita per dare un premio di maggioranza al partito (o, in una eventuale modifica, alla coalizione) che raccoglie la maggiore quantità di voti, sembra costruita apposta per evitare che il M5S possa vincere le elezione ed andare al governo. Ma se dovesse ottenere un successo elettorale tale da risultare vincente alle elezioni forse tale opposizione sarebbe messa in secondo piano. Non si tratta di una illazione: è esattamente quanto capitato nel caso del rinnovo di alcune amministrazioni locali. Queste norme, caratterizzate a loro volta da un sistema maggioritario molto spinto, erano state fortemente contestate dal M5S, ma quando ci si è resi conto che nonostante tutto ciò non gli avrebbe impedito di conquistare la maggioranza in alcuni importanti comuni, si è messa la sordina alla denuncia antidemocratica di tali modalità elettorali. In ogni caso, per quanto questo movimento dal punto di vista programmatico rappresenti una vera nebulosa, ed un coacervo di interclassismo da fare invidia alla vecchia Democrazia Cristiana, non pare che la sua principale preoccupazione sia la trasformazione degli attuali rapporti sociali di produzione e la liberazione dallo sfruttamento su cui esso si regge, ma nemmeno la tutela riformistica degli interessi dei lavoratori; tanto meno il ricorso alla mobilitazione e all’organizzazione per ottenere con la lotta quanto i padroni si sono rimangiati in questi ultimi decenni. Quanto poi alla democraticità nel funzionamento interno di tale compagine, Renzi ha gioco facile quando denuncia che si tratta di un partito il cui pacchetto di controllo è in mano ad una azienda.

Insomma il M5S non sarà in ogni caso il compagno di strada in future battaglie per contrastare le vere cause che spingono in una direzione di un ulteriore accentramento del potere e la loro funzione antiproletaria.

Stiamo parlando delle maggiori forze partitiche e parlamentari. Proviamo ad immaginare cosa accadrebbe nel caso di una vittoria dei NO al Referendum. Forse cadrebbe il governo Renzi, ma non è detto, vista la mancanza di alternative disponibili causa l’attuale ridimensionamento del partito di Berlusconi, mentre i Grillini al momento non danno ancora sufficienti garanzie di affidabilità. In tal caso si potrebbe andare subito a nuove elezioni, ma l’ipotesi è alquanto improbabile poiché non si potrebbe votare con la legge Italicum approvata a maggio scorso, poiché essa è tarata sull’esistenza della sola Camera dei Deputati come istituzione elettiva, ma non si potrebbe votare nemmeno con la vecchia legge del Porcellum in quanto decaduta. Come minimo bisognerebbe trovare un accordo tra le principali forze parlamentari per definire in emergenza una nuova legge elettorale. Rimane la solita ipotesi del “governo tecnico” o di “unità nazionale” con chi ci sta a sostenerne la maggioranza. A questo punto o si tratta di un governo di transizione finalizzato all’approvazione di una nuova legge elettorale oppure, approfittando dell’emergenza creatasi, si avvia un nuovo percorso di modifica della Costituzione, in questo caso maggiormente condiviso. Nel caso invece si trovi l’accordo per andare subito a nuove elezioni, si può affermare con buona approssimazione che lo scenario parlamentare delle maggiori forze politiche non ne uscirebbe sconvolto alla radice. In entrambi i casi l’accordo andrebbe trovato tra i partiti sopra indicati, oltre naturalmente che con i sostenitori della attuale legge di modifica. Abbiamo visto che tutti si dicono convinti della necessità di realizzare una riforma della Costituzione e che anche tra gli oppositori si annidano proposte di cambiamento in senso ancora più accentratore ed autoritario. Non ci vuole molto a scommettere sulle caratteristiche dell’eventuale nuovo progetto partorito da un accordo tra i sunnominati attori. L’ipotesi di fermare la deriva autoritaria per via referendaria si rivela così un bluff, destinato a produrre solo disillusione e rassegnazione.

 

Come era verde la mia valle

Vi sono poi le frattaglie della sinistra parlamentare e non, da SEL a Rifondazione e via elencando, coadiuvate da giornali come il Manifesto ed il Fatto Quotidiano, che sembrano essere quelle maggiormente condizionate dal cretinismo elettorale. In questo caso non si capisce dove finisce la preoccupazione di essere definitivamente esclusi dalla partecipazione alla pantomima parlamentare con relativa perdita di finanziamenti e poltrone, e dove inizia la (illusoria) convinzione che abbiamo la più bella Costituzione del mondo tale da rappresentare il vero argine contro le derive autoritarie. Quella Costituzione che non ha impedito nel corso della sua vigenza, non solo di garantire il potere indisturbato della borghesia e la prosecuzione dell’accumulazione di profitti, ma non ha rappresentato un ostacolo nemmeno verso il ritorno a forme di sfruttamento di stampo pre–liberale, una volta che la forza e l’unità materiale dei lavoratori era stata sufficientemente indebolita. Una Costituzione che ha consentito di aumentare a dismisura l’uso di strumenti repressivi sempre più efficaci contro chi si opponeva alle conseguenze di questo dominio, e che non ha funzionato certo da barriera contro le ripetute aggressioni verso altri popoli per portarvi morte, distruzione e rapina, né contro il crescente riarmo e la militarizzazione dei territori.

Il fatto è che questa sinistra guarda alle sfide lanciate dalla borghesia con gli occhi rivolti all’indietro. Essa conserva un ricordo mitico del passato in cui, sia pure in maniera conflittuale, vigeva una sorta di compromesso sociale ed aspira al suo ripristino, poiché intuisce che di fronte a sé si apre il baratro di un ulteriore generale arretramento. Cioè di un ampio sprofondamento nella proletarizzazione anche di quelle fasce sociali che in quei decenni hanno vivacchiato discretamente nelle pieghe di una galoppante accumulazione capitalistica e che rappresentano una componente non secondaria della propria base. Si avverte la percezione che si va verso un aut aut, in cui non esistono più spazi per delle riforme degne di questo nome, ma si pone la scelta radicale se continuare a piegare la testa e subire l’offensiva di una borghesia sempre più aggressiva o accettare la sfida e reagire di conseguenza sull’unico terreno che è in grado di fermare la marcia distruttiva del capitalismo: quello dello scontro di classe intransigente e dell’organizzazione delle proprie fila su di un terreno radicalmente antagonistico rispetto agli attuali rapporti di produzione.

Tanto meglio la conservazione dell’esistente allora, nella illusione di poter evitare di affondare nell’abisso che si prospetta. Meglio l’invito alla moderazione e alla collaborazione di classe con la presunta parte illuminata di questa borghesia soprattutto di fronte al rischio di seri pericoli per la pace sociale se si continua per questa strada. Il proletariato, infatti, anche se attualmente alquanto disorientato e disorganizzato, se messo ulteriormente nell’angolo potrebbe reagire con conseguenze inimmaginabili ed imprevedibili, eventualità che essi sono i primi a voler esorcizzare e per la qual cosa sono disposti ad offrire i propri servigi, come già nel recente passato.

Una riproposizione della logica del meno peggio, del male minore, da difendere ad ogni costo con chi ci sta. E allora ci si può turare il naso stando in compagnia di soggetti che in quanto a virulenza anti proletaria non hanno niente da invidiare a Renzi & Co. Sfugge completamente la consapevolezza di trovarsi in una situazione del tutto diversa. Non siamo più in presenza di un lungo ciclo espansivo, frutto anche della ricostruzione postbellica e che poggiava sulla sottomissione di interi paesi al giogo imperialista, ma assistiamo al ripresentarsi delle contraddizioni esplosive del sistema capitalistico, incubate proprio nella fase del precedente ciclo di sviluppo. Una situazione in cui la tenuta dell’accumulazione e la difesa dei profitti, implica uno schiacciamento del proletariato al punto tale da metterne in discussione la stessa sopravvivenza, una ripresa della competizione tra le varie potenze mondiali per ridefinire le rispettive aree di influenza, riportando in auge in maniera potenziata il vecchio colonialismo e ricreando le condizioni per un nuovo immane conflitto mondiale.

 

La deriva della sinistra antagonista

Non molto diverso nella sostanza è l’atteggiamento della sinistra estrema che si autodefinisce antagonista. Essa nelle sue diverse sfaccettature e frantumazioni attuali, condivide con la sinistra moderata istituzionale l’illusione di un ritorno al passato, sia pure da affermare con il ricorso alla mobilitazione per imporre i bisogni della gente o del popolo, come si usa dire oggi, visto che oramai ci si vergogna persino di nominare il proletariato, sebbene il capitalismo attuale ne abbia determinato la sua massima espansione e generalizzazione. Dismessa ogni prospettiva di superamento rivoluzionario degli attuali rapporti sociali, ci si muove, spesso anche generosamente, per promuovere conflitto sociale su tematiche specifiche e territorialmente confinate. Una dimensione che oggettivamente allontana qualsiasi prospettiva di un movimento unitario e generale e che costringe a fare i conti quotidianamente con gli apparati e le istituzioni periferiche dello Stato. Più che lotte per imporre gli interessi proletari contro ogni logica di compatibilità, ci si trova spesso ad elemosinare e a contrattare per specifiche vertenze, per strappare qualche piccolo risultato con la mediazione e la “comprensione” di qualche figura istituzionale che possa fare da sponda. Questo quando si tratta di lotte vere, poiché il più delle volte siamo all’autorappresentazione di movimenti sociali inesistenti, in cui gli attivisti politici si travestono da soggetti sociali alludendo ad un movimento che fatica a delinearsi. Basti pensare a tutta la vicenda della rivendicazione del reddito garantito (guai a chiamarlo salario puzza troppo di classe e di proletariato), alla questione della precarietà crescente, fatta diventare una nuova categoria sociale scorporata e altra dal proletariato classico, mentre ne rappresenta la condizione tipica sotto il capitalismo. Le mobilitazioni su tali tematiche hanno portato in piazza anche numeri discreti ed in qualche caso intercettato limitati settori di giovani normalmente atomizzati nel quotidiano rapporto di lavoro ma, a cominciare dagli stessi attivisti, non si è riusciti a concretizzare uno straccio di vertenza reale in grado di contrastare in concreto le micidiali condizioni di lavoro che vengono proposte dal capitalismo 2.0. Le poche lotte che ci sono state o che si stanno determinando in questi settori, avvengono quando tali condizioni di lavoro e di trattamento salariale sono messi in discussione dai padroni con ulteriori peggioramenti o addirittura con la delocalizzazione, ed in ogni caso, salvo encomiabili eccezioni, non brillano per la presenza della cosiddetta sinistra antagonista.

Se si va a grattare sotto la scorza di un radicalismo comportamentale, si scopre che anche per molti di questi settori la Costituzione esistente rappresenta uno dei punti più avanzati possibili e che essa va difesa ad ogni costo quale baluardo di tutela della democrazia. Più in profondità vi è un non detto che ritiene le istituzioni statali condizionabili e soprattutto contaminabili dalle istanze dei movimenti. La convinzione cioè che quelle che li vede coinvolti non sono solo sacrosante lotte di resistenza, ma possono essere il veicolo di un progressivo accumulo di forze in grado di cambiare, lotta dopo lotta, il volto del capitalismo senza la necessità di attaccarne le fondamenta, cosa spesso ritenuta impossibile e persino controproducente. Oramai siamo oltre l’abbandono di ogni prospettiva di conquista del potere politico da parte del proletariato quale premessa per dare avvio a radicali trasformazioni sociali. Siamo arrivati alla rivendicazione del “controllo dal basso” delle istituzioni, naturalmente soprattutto di quelle più vicine all’indistinto cittadino, cioè le amministrazioni locali, considerate di essere potenzialmente le più ricettive delle istanze di un vivere civile. In tal modo le suddette amministrazioni sempre più spesso, soprattutto se sono a guida “progressista”, perdono il loro ruolo di controparti per assumere magicamente quello di interlocutori, con cui dialogare e collaborare, per affermare il “potere del popolo”. Se poi da questa proficua e costruttiva cooperazione possono venir fuori anche delle ricadute “materiali” per questi settori della sinistra sociale per il ruolo assunto di rappresentati delle istanze popolari, tanto meglio……

A tanto pare ridursi l’orizzonte strategico di tanti attivisti e di tante formazioni politiche, ovvero un capitalismo più umano e più giusto verso i diseredati ed i poveri e, con la tipica mentalità delle classi piccolo borghesi, si aspira ad avere la parte buona del capitalismo espungendone possibilmente quella cattiva (certo con la lotta), come se esse non fossero intrinsecamente legate, non fossero espressione di un unitario funzionamento degli attuali rapporti di produzione. Non è stato sempre così e sono osservazioni non generalizzabili a tutta la galassia delle varie tendenze politiche esistenti, ma occorre riconoscere che negli ultimi tempi tale tendenza ha subito un’accelerazione preoccupante.

Prima vi è stata la sbornia per il rinnovo di importanti amministrazioni locali in cui diversi settori della sinistra ex-extraistituzionale sono stati in prima linea a sostenere i propri beniamini, non disdegnando di partecipare con propri candidati alla contesa. Ora siamo piombati in una nuova campagna elettorale, questa volta per il referendum. In questo caso si afferma che è importante andare a votare per bocciare le modifiche introdotte al fine di sconfiggere la deriva autoritaria, per difendere la Costituzione e soprattutto per imporre con il voto la caduta del governo (nientedimeno: immaginiamo già Renzi che sta tremando). In verità un poco di pudore è rimasto poiché per dare dignità a tale deriva elettoralistica, la campagna per il NO viene aggettivata con il termine “sociale”, il che non ne cambia la sostanza. Né riesce ad evitare, come succede in ogni campagna elettorale che si rispetti, che tutto venga subordinato alla vittoria referendaria. E siccome ci si trova in compagnia di scomodi alleati, non solo i partiti della destra estrema, ma anche di una parte di quella sinistra istituzionale e di quella Cgil che hanno collaborato a buona parte delle misure, tanto sul piano politico che su quello sindacale e “sociale” , che ci hanno portato a questo punto, diventa necessario mettere la sordina ad una critica feroce verso le loro responsabilità. Indicative da questo punto di vista le mobilitazioni del 21 e 22/10 in cui vi è stato nella prima giornata anche uno sciopero generale di alcuni sindacati alternativi. Nonostante ci si proponesse di dare visibilità e voce proprio a quelle ragioni sociali di opposizione alle trasformazioni autoritarie, in entrambe le giornate il tema assorbente è diventato la difesa della Costituzione esistente e la necessità di un impegno allo spasimo per vincere le votazioni al referendum. Insieme a tali tematiche non sono mancate gli oramai consueti riferimenti alla cattiva Europa che, strumento della Germania, “ci” impone i suoi diktat e “ci” rende quasi una semicolonia. Qui l’interclassismo per la difesa della democrazia si estende alla tutela della “nostra” sovranità economica, monetaria e politica. I nostri governanti si trasformano in semplici servi sciocchi dei piani decisi a Berlino e Bruxelles. Quindi appello a tutti coloro che intendono ribellarsi contro tale dominio per unirsi e rifiutare l’Europa, per la creazione di una nuova moneta, per creare un’area euro mediterranea in cui l’Italia possa recuperare ed esercitare la propria autonomia e la propria indipendenza. Si scivola così su di un terreno nazionalistico dalle pericolose implicazioni, oltre che disastroso sul piano delle prospettive politiche. La beffa è che Renzi, resosi conto di quanto tali argomentazioni demagogiche possano essere utili a sviare l’attenzione e la rabbia contro il capitale nostrano, ha praticamente sfilato di mano la campagna contro l’Europa egoista, presentandosi come il più coerente difensore dei “nostri” interessi nazionali.

Altra conseguenza della priorità assegnata alla campagna referendaria è la messa in secondo piano dell’opposizione al crescente militarismo ed interventismo del nostro governo. Infatti nella piattaforma per il NO “sociale”, a parte un generico riferimento contro la guerra, alla Nato e alle spese militari, il tema di quanto sta combinando in giro per il mondo il nostro imperialismo e soprattutto la necessità di denunciarlo e contrastarlo in tutti i modi possibili, viene sostanzialmente taciuto. Proprio mentre il protagonismo internazionale del “nostro” Stato aumenta a dismisura, mentre aumentano gli invii di militari su tutti gli scenari di guerra e mentre esso partecipa attivamente a stringere il cappio intorno alla Siria anche con odiose campagne mediatiche; mentre il nostro governo e viene delegato da Obama a “stabilizzare” la Libia in cambio di un lauto bottino, assistiamo sui temi della lotta al nostro imperialismo ad un silenzio di tomba. E’ veramente tragico vedere tutto questo protagonismo sul tema del referendum e sulle sorti della democrazia in pericolo, associato ad una sostanziale latitanza contro la spirale di provocazioni messe in atto dal blocco Nato contro la Russia, per stroncarne sul nascere le aspirazioni di entrare a far parte del club delle potenze mondiali che si spartiscono il mondo, e che rischia di sfociare in un nuovo conflitto mondiale. Non potrebbe essere altrimenti del resto poiché della compagine referendaria degli antagonisti, fanno parte tendenze politiche posizionate nei modi più disparati quando si tratta di questioni internazionali, dai tifosi vari a quelli che poco si distinguono nella campagna di denigrazione del governo siriano, così come lo furono del governo libico, da quelle governative e della stampa mainstream. Di tutto quanto sta avvenendo nel vicino oriente e delle aggressioni imperialiste dirette o per interposti alleati si preferisce quindi tacere. Unica eccezione la tragica situazione del popolo curdo. Vi sono, infatti, i tifosi del popolo curdo e della sue avanzate esperienze sociali, che nell’immaginario collettivo ha sostituito il mitico Chiapas, che abbiamo visto sfilare solo contro Erdogan il 24 settembre, unica manifestazione sulle questioni internazionali con un’ampia partecipazione.

Il fatto che gli Usa stiano usando le storiche aspirazioni del popolo curdo per utilizzarli biecamente ai loro fini di smembramento e sottomissione dell’intera area è stato ed è un dato accessorio su cui è meglio sorvolare. Salvo poi scoprire, come è già successo storicamente che, nel cinico gioco imperialista, della sorte dei curdi non gliene frega niente a nessuno e li si lascia in balia della repressione turca, alleato ben più importante per gli Usa, una volta che sono serviti come carne da macello e a legittimare il proprio intervento militare in Siria a difesa della democrazia contro il “tiranno Assad”.

Così questi terribili antagonisti, che al solo sentir parlare di proletariato e di comunismo sono presi dalle convulsioni di fronte alla riproposizione di termini così datati e fuori dalla storia, riscoprono invece i fronti popolari, la democrazia tout court e l’alleanza tra le classi di togliattiana memoria, anche se non si ha il coraggio, tranne qualche nostalgico, di chiamarle col proprio nome, ma le si ammanta di una valenza di post-modernità con il marchio di “sociale”. Qui tutto risulta capovolto. Ammesso che nel capitalismo maturo si sia mai ottenuto qualcosa di serio in termini elettorali, la qualificazione di sociale della campagna per il NO più che alludere all’intenzione di un ricorso ad una estesa lotta di piazza e nei luoghi di lavoro, di cui non sembrano esserci all’oggi i necessari coefficienti, serve ad illudersi che l’eventuale vittoria referendaria possa funzionare da volano per una vera ripresa della lotta di massa ed invertire gli attuali rapporti di forza sfavorevoli. Noi riteniamo che con queste premesse ciò non avverrà sia che vinca il SI, sia che vinca il NO. Nel primo caso infatti, ci si demoralizzerà poiché nemmeno con un fronte elettorale così ampio, né con l’agitazione della lotta di massa si sarà riusciti a sconfiggere il disegno di Renzi e di chi gli sta dietro. Nel secondo caso invece, passata la momentanea euforia per lo scampato pericolo, si dovrà constatare che la marcia trionfale verso una maggiore centralizzazione e rafforzamento delle istituzioni e degli apparati dello Stato continua a procedere spedita, poiché sono le necessità capitalistiche ad imporlo, e su ciò convergono la stragrande maggioranza delle forze politiche parlamentari, oltre che ovviamente lo stesso capitale nazionale ed internazionale. In questa seconda ipotesi, proprio per le illusioni precedentemente sparsa a piene mani, la delusione sarà ancora più cocente, ma tutto ciò lungi dall’agire come uno sprone ad invertire la rotta e a puntare sulla centralità della questione di classe, sul ricorso alla lotta fuori e contro le suddette istituzioni, seminerà rassegnazione e sfiducia sulla possibilità di opporsi seriamente alla tendenza autoritaria ed antiproletaria in atto.

Non apparteniamo alla categoria dei sostenitori del “tanto peggio tanto meglio”, restiamo convinti infatti che un proletariato non in grado di reagire al peggioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro e degli spazi di agibilità politica, difficilmente sarà motivato e capace di condurre lotte dal contenuto più radicale che mettano in discussione le fondamenta stesse del dominio capitalistico. Quello che contestiamo è che l’offensiva in atto possa, anche indirettamente, essere contrastata con la difesa della costituzione esistente né dalla partecipazione referendaria e di questa in particolare, viste le condizioni in cui ci si arriva.

Purtroppo le attuali condizioni di arretramento e disorganizzazione del proletariato sono veramente tragiche, (sempre fatte salve le limitate encomiabili eccezioni). Da questo pantano non si esce con intriganti escamotage, che rischiano di far deragliare quanto di sano vi è nelle fila della sinistra antagonista. Siamo convinti che sia necessario ostacolare il micidiale processo di trasformazione in senso autoritario dello Stato, ma ciò può essere fatto solo sulla base della riconquista di fiducia nella propria forza e se si è in grado di agire sulla base di una posizione di classe con interessi diversi e contrapposti a quelli della propria borghesia in tutte le sue sfaccettature. In questo senso ci sentiamo vicini e partecipi in prima persona a tutte le iniziative e le occasioni che puntino realmente a creare le condizioni per invertire gli attuali rapporti di forza sfavorevoli.

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