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Proletari di tutto il mondo, imprenditorializzatevi!

di Stefano Oricchio

Etnografia di una forza-lavoro nomade e intraprendente: “Entreprecariat” di Silvio Lorusso

Tavola disegno 21okok 1024x678 1024x678Si è soliti pensare che la ricerca di un lavoro rappresenti un passaggio pressoché obbligato nella vita di ognuno. Da qualche tempo tuttavia, soprattutto tra le nuove generazioni, si fa largo l’idea che esso vada piuttosto inventato. In questo senso, lo sviluppo delle tecnologie digitali ha spalancato un mondo, creando nuovi mercati, ruoli professionali e opportunità di inserimento. Non si tratta, però, di un processo pacifico e lineare: anzi, le attuali possibilità si sono intrecciate ancora più a fondo con le solite necessità.

La nuova potenziale forza-lavoro è infatti impegnata in una una competizione fratricida, il cui livello si è innalzato parallelamente a quello di una scolarizzazione sempre crescente per far fronte alle esigenze del capitalismo cognitivo e immateriale. Per emergere, o per uscire quantomeno vivi dalla società dell’incertezza (cfr. Bauman, 1999), occorre allora inventarsi qualcosa, rischiare, sapersi pubblicizzare, essere creativi, multimediali, flessibili e possibilmente poliglotti: occorre, cioè, adottare uno spirito imprenditoriale sulla propria persona che tuttavia non è ascritto alla nascita e bisogna investire risorse che, allo stesso modo, non tutti posseggono. Il risultato è, come si diceva, un intreccio di possibilità e necessità affascinante per alcuni ma terrificante per molti altri.

I dettagli, le modalità, gli effetti e le contraddizioni di questo processo di precaria imprenditorializzazione del mondo sono l’oggetto di Entreprecariat – Siamo tutti imprenditori. Nessuno è al sicuro, un prezioso lavoro firmato da Silvio Lorusso.

 

Una Divina Commedia attualizzata

Entreprecariat riunisce, completa e sistematizza diversi materiali con cui l’autore è già intervenuto a gamba tesa su alcune delle più recenti trasformazioni del lavoro, ben etichettate da questo fortunato neologismo anglofono in cui si fondono imprenditoria e precarietà.

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Un coworking space con l’immancabile frase motivazionale.

Il testo, impreziosito dai contributi introduttivi e conclusivi di Geert Lovink e Raffaele Alberto Ventura (autore del piccolo grande caso editoriale del 2017, Teoria della classe disagiata), ha un certo portato autobiografico: Lorusso è infatti un giovane ricercatore, designer e artista espatriato, e tale condizione gli consente di adottare uno stile narrativo coinvolgente e tagliente ma, allo stesso tempo, profondo e consapevole su un fenomeno sociale non certo semplice. Entreprecariat è strutturato in tre capitoli a loro volta suddivisi in tre paragrafi. Come in una sorta di Divina Commedia attualizzata, Lorusso concettualizza l’inferno del precariato e l’agognato paradiso dell’imprenditoria, passando per il purgatorio dei freelancer attraverso aneddoti, riferimenti sociologici, storie di vita, aforismi e artwork che accompagnano il lettore in un viaggio tragicomico nella miseria del lavoro contemporaneo.

La prima sezione fornisce quindi le coordinate storiche e teoriche in cui inquadrare i concetti di imprenditoria, precariato e imprendicariato. Dopo aver passato in rassegna alcune delle principali vedette imprenditoriali, quei modelli che incarnano ciò che la massa vorrebbe essere senza poterselo permettere, Lorusso ripercorre l’evoluzione della figura imprenditoriale: elitaria e verticistica ai tempi di Joseph Schumpeter, inclusiva e orizzontale oggi, al punto da dedicarle diversi reality e talent show.

Spazi ibridi. Il coworking esemplifica lo spazio dell’imprecariato: connesso, informale, estemporaneo. Qui la solidarietà tra lavoratori abbandona le sue vesti politiche per darsi al produttivismo.

In maniera simile, l’autore propone nel paragrafo successivo una genealogia della precarietà che dall’originaria accezione positiva attribuitale da Max Weber muove sino alla sua più recente trasformazione in terreno di lotta politica, non senza aver dato il giusto spazio al disagio posizionale della classe media (cfr. Ventura, 2017). L’ultima parte del primo capitolo tratteggia quindi l’idea dell’imprendicariato, Giano Bifronte in grado di guardare contemporaneamente al peggio dell’imprenditoria e della precarietà e alle cui peculiarità sono dedicati i capitoli due e tre, perché, scrive Lorusso:

“se imprenditorialità e precarietà si mescolano dando forma a un’esperienza indifferenziata in cui non si sa più dove finisce l’uno e comincia l’altro, Entreprecariat si propone di discriminare, ovvero levare il velo imprenditoriale che avvolge la questione precaria e decifrare la strumentalizzazione dell’imprenditorialità per far fronte ai processi di precarizzazione”.

 

Don’t worry, be happy

Tempo, spazio e mente sono i tre pilastri fondamentali su cui poggia ogni vita umana, oggi in procinto di crollare sotto i colpi della ristrutturazione imprecaria. I pennelli con cui è dipinto questo quadro sconfortante sono perlopiù digitali: dalle app per ottimizzare produttività e bioritmi ai sistemi cloud per lavorare sempre e ovunque, Lorusso traccia nel secondo capitolo i contorni di una tecnologia non-neutrale (cfr. McLuhan, 1990) in cui, sovrapponendosi estetizzazione della produttività e dilatazione della vita lavorativa, il confine tra lavoro e riposo sparisce. O meglio, a sparire è il riposo stesso, perchè, scrive Lorusso:

“l’indaffaratezza non è più un imperativo morale (…) bensì è anche uno status symbol, una forma di posizionamento economico che è il rovescio dell’agiatezza tradizionale di Veblen: oggi essere benestanti non vuol dire avere più tempo libero, bensì essere maggiormente oberati”.

E questi nuovi ritmi esigono nuovi spazi e nuovi modi di attraversarli, distruggendo i tradizionali binomi ufficio-lavoro e casa-tempo libero. I luoghi del lavoro si trasformano allora in luna park in cui mettere a valore la socializzazione dei dipendenti; i mezzi di trasporto diventano più veloci, multimediali e connessi, permettendo al lavoratore di ottimizzare i suoi tempi; gli spazi urbani diventano invece più asettici, frenetici e disciplinari, per sfavorire l’ozio e lo svago (cfr. Scandurra, Agostini, 2018); mentre a casa o al bar, anche nelle sue variazioni in formule miste (ristorazione/libreria, per esempio), proliferano i dispositivi attraverso cui isolarsi per continuare a lavorare. I luoghi simbolo di questa evoluzione sono i coworking space, ambienti disseminati nelle città più gentrificate e disegnati come un limbo in cui il freelancer può lavorare o rilassarsi, così da non fare seriamente nessuna delle due cose mentre paga per entrambe.

Non c’è da meravigliarsi se una così profonda ristrutturazione dello spazio-tempo comporti una vera e propria chirurgia plastica della psiche: per far fronte alla paradossale densità del nulla in cui si è immersi, occorrono infatti iniezioni di ottimismo indotto, conformato, produttivo.

Ecco allora che i libri di auto-aiuto diventano il nuovo Verbo e i motivatori i nuovi Messia. Il fallimento si fa propedeutico al successo, le emozioni si capitalizzano e la loro gestione diventa una capacità cruciale, alle volte una professione vera e propria. “Don’t worry, be happy” non suona più come un ritornello fischiettante che invita all’inazione, ma si afferma piuttosto come colonna sonora di un capitalismo emozionale che, nonostante le massicce dosi di entusiasmo o forse proprio per questo, uccide per depressione.

 

Il delitto perfetto

Il terzo capitolo del libro è dedicato a una delle più peculiari cifre della rivoluzione imprecaria: il proliferare delle piattaforme digitali, strumento essenziale per facilitare l’incontro di mercato tra una domanda e un’offerta dilatate globalmente ma frammentate individualmente. Lorusso passa in rassegna LinkedIn, Fiver e alcuni dei principali siti di crowdfunding, illustrando le diverse funzioni ma anche le contraddizioni e gli effetti indesiderati di questi medicinali palliativi.

Elemosine digitali. Finanziare un tirocinio, un prototipo o delle cure mediche spetterebbe ad aziende e enti pubblici.

Spesso, però, questi costi sono scaricati su qualche generoso volontario che paga due volte: la prima con consumi e tasse, la seconda col crowdfunding.

Mentre il social network dei professionisti e degli aspiranti tali assume le sembianze di un curriculum trasparente in costante aggiornamento, permettendo un monitoraggio senza precedenti di una forza-lavoro che in cambio non ottiene nulla, le piattaforme della gig economy mettono in vetrina salari da fame e bullshit jobs (cfr. Graeber, 2018), autorizzando un processo di deleghe e parcellizzazione che abbassa ulteriormente il costo del lavoro a scapito dei soliti dannati. Con il crowdfunding, infine, il delitto perfetto è compiuto: non solo si lavora peggio, di più e si guadagna meno, ma la realizzazione di certi progetti o la soddisfazione di alcuni bisogni – alle volte anche basilari, come nell’esempio più volte ripreso da Lorusso di cure mediche molto costose – passa per l’elemosina digitale, scaricando il costo su una serie di privati volenterosi piuttosto che sulla collettività di contribuenti che ha già pagato per quei servizi. Purtroppo in quest’ultimo capitolo del testo si registrano alcune grandi assenze: dare spazio a piattaforme come Blablacar o AirBnB avrebbe infatti permesso di portare altra acqua al mulino dell’imprendicariato, ma è evidente che l’autore non abbia pretese di esaustività enciclopedica quanto di stimolo intellettuale.

Encomiabile, infine, è l’assenza di boriose e azzardate proposte politiche che nel finale del testo lasciano spazio a un breve ma oculato invito al riconoscimento della propria limitatezza: la divisione sociale del lavoro non va condannata tout court, bensì reinterpretata in un’ottica di interdipendenza e mutualismo cooperativo.

 

Una questione di geocultura

L’imprecarizzazione è un processo ancora ai suoi albori e forse per questo motivo Lorusso lascia qualche tassello vuoto nel suo mosaico pionieristico, permettendo così di avanzare alcune ulteriori ipotesi.

Sul piano sociologico, per esempio, dove nonostante i numerosi riferimenti presi in considerazione sembra mancare anche solo un accenno al significato strutturale dell’imprendicariato. Questo, da una prospettiva sistemica e di lungo periodo, può essere visto come un’espressione geoculturale (cfr. Wallerstein, 2006), ovvero come una manifestazione di profondo cambiamento sociale volta a rinvigorire l’accumulazione di capitale. In buona sostanza, infatti, imprenditorializzare le masse significa ostacolarne il processo di proletarizzazione, che rappresenta un costo crescente per le aziende nonché un pericolo politico. Sinora, quest’obiettivo è stato perseguito soprattutto delocalizzando la produzione nelle periferie del sistema, ma tale strategia va incontro a ovvi limiti spaziali e temporali. I lavoratori tendono infatti a chiedere aumenti salariali e tutele sempre maggiori: cosa fare, allora, quando non ci sono più territori vergini presso cui delocalizzare? La risposta sembra velarsi proprio sotto le vesti dell’imprendicariato: trasformare gli operai in imprenditori permette infatti di diminuire il volume assoluto dei salari e quello relativo dei profitti, favorendo la concentrazione di questi ultimi presso poche e mastodontiche imprese ed evitando inoltre il formarsi di una solidarietà di classe ora smembrata in tante monadi in concorrenza.

Multitasking. In rete abbondano foto stock in cui l’estetica della produttività è celebrata ed esaltata a fini motivazionali. Ostentare l’indaffaratezza e la capacità di gestire più compiti ha infatti assunto il valore di status symbol.

L’esortazione con cui si apre il Manifesto del Partito Comunista è letteralmente rovesciata: “proletari di tutto il mondo, imprenditorializzatevi!”.

Rendere labili i confini tra lavoro e tempo libero, tra spesa e investimento, tra salario e profitto, significa illudere e confondere i lavoratori per aggirare norme e limiti precedentemente stabiliti e faticosamente conquistati. Il capitalismo, d’altronde, ha sempre abbisognato di forme di lavoro non salariato come il lavoro domestico o schiavistico per massimizzare l’estrazione di plusvalore. Nel caso dell’imprendicariato, inoltre, è interessante notare come tale estrazione avvenga non solo a danno delle risorse umane, ma anche di quelle materiali, di cui il capitale vuole evitare il sotto-utilizzo e raggiungere la piena messa a valore proprio attraverso piattaforme come quelle della cosiddetta sharing economy. Ciò, per inciso, si traduce in un aumento del metabolismo sociale economicamente vantaggioso per qualcuno, ma ecologicamente devastante per tutti.

In conclusione bisogna riconoscere che Lorusso, pur avendo glissato sugli aspetti sistemici del fatto sociale in oggetto, è riuscito in una missione altrettanto importante: tracciare un’etnografia di questa nuova società, così da comprenderne i valori, i limiti, le speranze e le paure. Entreprecariat svolge perfettamente questo compito, guardando in filigrana questo microcosmo in espansione e fornendoci così la migliore arma per sconfiggere il nemico: conoscerlo.


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