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illatocattivo

Il demos, il Duce e la crisi

ovvero

Del «pericolo fascista» come diversivo per un golpe annunciato

di Il Lato Cattivo

ilc1119«Non siamo mai completamente contemporanei del nostro presente. La storia avanza coperta da una maschera: entra in scena con la maschera della scena precedente e già non capiamo più niente del dramma. Ogni volta che il sipario si alza bisogna riannodare i fili della trama. La colpa, naturalmente, non è della storia, ma del nostro sguardo, carico di ricordi e di immagini apprese.» (Régis Debray)

Pietà! Non se ne può più di tutto questo blaterare di fascismo e di fantomatici come-back del fascismo. A vedere tutti questi leccaculo vecchi e nuovi – gli Scalfari e i Mughini, le Murgia e le Fornero – agitarsi come isterici su giornali e televisioni, viene quasi voglia di difenderlo, questo dannato governo gialloverde! Ma questi sinceri democratici dove hanno vissuto, di grazia, negli ultimi vent'anni? Si sono forse scandalizzati quando la Troika otteneva la resa incondizionata di Syriza, stracciando contestualmente il risultato del referendum contro il piano di salvataggio? Hanno forse detto «bao» quando il generale Sisi e i suoi compari mettevano fine, con l'implicito benestare del FMI, all'unico governo democraticamente eletto nella storia dell'Egitto? Si sono forse indispettiti quando il duetto fra Unione Europea e spread faceva cadere l'ultimo governo Berlusconi, uscito comunque dalle urne, per sostituirlo con quello dei tecnici capitanati dal signor Monti, che non era stato eletto da nessuno? Tre autentici putsch che, come si vede, si fanno sempre più sovente in guanti di velluto, e quand'anche siano accompagnati da spargimenti di sangue (vedi in Egitto) sono attuati con le migliori intenzioni democratiche. Dopo la «guerra umanitaria» e altri ossimori dal retrogusto orwelliano, dovremo prendere atto dell'esistenza di un altro sorprendente ibrido: il golpe democratico. Così va il mondo: i governi si mantengono o cadono a seconda della solerzia con cui onorano i diktat del capitale mondiale. Diceva un tale che ci sono molti modi per uccidere un uomo. Lo stesso vale per i governi.

Questo è già sufficiente per affermare che l'alleanza gialloverde, quantomeno nella sua forma attuale, non durerà. O capitola o muore. Ciò ne fa forse un «governo amico»? No di certo. Come non erano governi amici quello di Syriza e ANEL in Grecia (nemmeno all'inizio), e ancor meno quello di Nour e dei Fratelli Musulmani in Egitto. Ma più la politica nazionale dà prova della sua impotenza, e più l'esigenza che essa torni ad esistere contamina le istanze sociali e le rivendicazioni «dal basso». Almeno per ora. Che dunque non si ci azzardi a lagnarsi e pianger miseria se, fino al giorno della caduta o della definitiva capitolazione del governo gialloverde, l'Italia sarà sempre più piena di pretesi e non meglio identificati «fascisti». Il piano inclinato su cui ci muoviamo oggi non può che rendere ancor più enigmatico il legame tra il «movimento» (il corso quotidiano della lotta di classe) e il «fine» (un qualunque orizzonte post-capitalista), disorientando e marginalizzando ancor più le correnti che cercano di esprimere o incarnare immediatamente questo legame in teoria o in pratica. O si sta alle regole del gioco, o si guardano gli altri giocare.

È una guerra di posizione e di logoramento, quella che si sta combattendo nella politica italiana del post-elezioni 2018: una guerra fra il nazionale e il globale di cui abbiamo già parlato altrove1, e che oggi attraversa l'apparato statuale, la maggioranza di governo, i due partiti che la compongono, e perfino le teste dei loro leader. Certo, non si tratta di uno scontro militare, ma di uno scontro politico comunque durissimo, in cui a conti fatti «è in questione l'idea stessa di rappresentanza politica» (Giuseppe Conte nella comunicazione alla Camera dell’11 dicembre 2018). Tra dichiarazioni di Moscovici, manifestazioni «Sì Tav», comitati civici, «manine» e sabotatori di stanza ai piani alti dei ministeri, rimpatriate di Confindustria, Confcommercio e compagnia cantante, il prossimo golpe si sta preparando. L'esito è scritto: o saltano i Pentastellati, o la Lega salta con loro. Non è un complotto, ma un concorso oggettivo di attori, di circostanze, di rapporti di forza troppo ineguali per essere ribaltati. Tocca davvero a noi spiegare che la «Manovra del Popolo» è una cosina piccina picciò, che non si è ancora spostata una virgola dei restanti 850 miliardi di spesa pubblica ereditati, che il Fiscal Compact non è in discussione, che – insomma – il governo in carica è il governo di un cambiamento tutto mimato e gesticolato, dietro cui per ora c'è ben poca sostanza? In ogni tempo e luogo, chiunque si sia fatto sloggiare in malo modo dal Palazzo (Chigi, in questo caso) non ha avuto che da rimproverare se stesso. Ciò non toglie nulla alla realtà di uno scontro che oppone i «mercati» e la Commissione Europea ad un governo poco gradito, perché vincolato ad un'agenda tanto eclettica e abborracciata, quanto spinosa in più punti per i maggiori gruppi d'investimento operanti sul territorio italiano.

Inutile, e peraltro del tutto astratto, andare a raccontare in giro che la democrazia è la solita sempiterna cazzata, e che da quel dì i veri sovversivi lo hanno ben sempre detto. Essere compiutamente non-democratici, non vuol dire considerare che la democrazia sia niente più che un teatrino, e nemmeno confondere il capitale – il cui concetto è così pregno di contenuto (rapporto salariale, estrazione di plusvalore, riconversione dello stesso in capitale addizionale etc.) – con una forma d'organizzazione o di governo, fosse pure quella più corrispondente a quel contenuto. Per una volta risparmieremo ai lettori le citazioni dei «classici» sulla democrazia come cornice politica più adeguata alla dinamica del capitale. C'è però un punto oltre il quale l'inquadramento – diciamo «tradizionale» – della questione in ambito marxiano o marxista, risulta insufficiente. In effetti, quest’ultimo presupponeva la cosiddetta autonomia relativa dello Stato, o piuttosto la sua «separatezza» (Althusser) – che nulla ha a che vedere con una sua presunta neutralità, ma che conferiva allo Stato nazionale la funzione di garante degli interessi del capitale nazionale nel suo insieme, anche a discapito di sue importanti frazioni. Orbene: l'operatività di questa funzione è stata così radicalmente intaccata dal corso stesso dell'accumulazione negli ultimi 40 anni, che ciò ha finito per ritorcersi contro i medesimi interessi che hanno più fortemente spinto in questa direzione. La tendenza inerente alla mondializzazione del capitale è andata nel senso di uno Stato non- separato, non-relativamente-autonomo. Le manifestazioni di questa tendenza – sempre incompiuta per definizione – sono innumerevoli, ma risultano di palmare evidenza nelle trasformazioni subite dalle modalità di finanziamento dello Stato e dal sovvenzionamento del sistema dei partiti. È banale citare, tra le ricadute della mondializzazione, le strategie di ottimizzazione fiscale utilizzate dalle imprese multinazionali e, di rimando, l'incitazione a ridurre la pressione fiscale sui redditi del grande capitale, che queste strategie esercitano su Stati nazionali in concorrenza fra loro per attrarre investimenti. A livello del sistema dei partiti, nei paesi a capitalismo maturo, si è progressivamente passati da un sistema di finanziamento pubblico – integrato all'occorrenza da un sistema parallelo illecito (si pensi a ciò che emerse da Mani Pulite) – a un sistema privato di donazioni a partiti e singoli esponenti politici, che così divengono i rappresentanti diretti di questo o quel gruppo di interesse, che a seconda dei casi può essere una sola famiglia o un intero settore economico. Se in Gran Bretagna il 70% dei fondi del Partito Conservatore proviene ormai da donazioni di privati (il triplo rispetto a Forza Italia!), negli Stati Uniti è stato per primo Barack Obama a optare per il finanziamento privato della sua campagna elettorale, nel 2008, ciò che gli permise di aggirare i limiti esistenti per il finanziamento pubblico (84 milioni di dollari, a quei tempi) che invece pesarono sulla campagna di McCain. In ogni caso, la funzione statuale di «capitalista collettivo ideale» ne esce completamente sconvolta. E allora si inizia a sentire, un giorno sì e l’altro pure, di ponti che crollano, terreni che franano e scuole che si sbriciolano. Stato e democrazia hanno un costo economico2, ed è proprio questo costo che il capitale mondiale è sempre più restio a pagare, al punto da tentare di scaricarlo – in proporzioni variabili, a seconda dei paesi – sui cornuti e mazziati della situazione: piccolo capitale a base nazionale, classi medie e proletariato. Se tutto ciò vi rimanda alla più scottante attualità, avete perfettamente ragione:

«Alcuni vorrebbero vedere nel movimento dei gilet gialli il rifiuto delle tasse. Ma la realtà è diversa: sono i ricchi che, da 18 mesi, si rifiutano di pagarle. […] Parlo dell'idea stessa di progressività delle tasse: secondo uno studio del World Inequality Database, a causa delle politiche di Emmanuel Macron, l'imposizione fiscale è diventata regressiva nelle fasce di reddito più alte. Significa che ai ricchi sono applicati dei tassi di prelievo più bassi rispetto agli altri. [...] le disuguaglianze economiche alimentano quelle politiche con i finanziamenti privati ai partiti; questi, una volta al potere, stabiliscono regole che aumentano ulteriormente le disuguaglianze economiche.» (Julia Cagé, La rabbia dei gilet gialli nasce da una crisi sociale, in «Internazionale», n. 1285, 7-13 dicembre 2018, p. 40).

Quelli che in Italia temono una dittatura, sono sicuri di aver ben compreso da che parte verrà? Quattro contadini della Coldiretti che ce l'hanno con il riso asiatico, non fanno una grande borghesia anti-liberale e protezionista3. Oggi come ieri, i movimenti che restano appannaggio dei «pesci piccoli» (classi medie vecchie o nuove, micro-imprenditoria etc.) senza attrarre a sé l'una o l'altra delle due classi fondamentali del modo di produzione capitalistico (MPC), almeno nei loro noccioli duri, hanno le gambe corte. Se il fascismo durò più di vent'anni in Italia, e più di dieci in Germania, è perché – anche malgrado le sue origini – arrivò a interpretare tensioni che emanavano dai settori dominanti dei rispettivi capitalismi nazionali. In questo senso, bisogna smetterla di contrapporre Gramsci e Bordiga, fascismo come espressione del latifondo e della piccola borghesia4, e fascismo come espressione del capitale industriale più moderno e concentrato: entrambi questi aspetti possiedono una loro realtà, e l'articolazione fra l'uno e l'altro è essenziale per la comprensione teorica del fascismo. La crisi del '29 fu un acceleratore formidabile per il passaggio dalla predominanza del primo a quella del secondo. In ogni caso, la formula classica fascismo = grande capitale, per quanto sia monca, è utile ad evacuare molti malintesi. Come incarnazioni del grande capitale industriale, fascismo e nazionalsocialismo furono due forme particolari di una ristrutturazione generale del MPC – quella «fordista» – che si produsse contro il ciclo di lotte delle fine degli anni '10/inizio degli anni '20. Come è noto, la prima catena di montaggio risale al 1906, ma è solo nel periodo compreso tra la fine degli anni '10 e l'inizio degli anni '50 che effettivamente l'Organizzazione Scientifica del Lavoro si generalizzò, e che parallelamente si sperimentarono quegli elementi che, dopo la Seconda Guerra mondiale, andarono a costituire le condizioni sociali del fordismo-taylorismo. Le varianti fasciste della ristrutturazione si imposero in paesi in cui il proletariato si era violentemente sollevato ma che, nonostante uno sviluppo capitalistico già solidamente acquisito, restavano condizionati dal carattere tardivo della rivoluzione politica borghese e dell'instaurazione della repubblica democratica, da problemi di unità nazionale, da sopravvivenze arcaiche all'interno della compagine sociale. Sia in Germania che in Italia, parte di questi arcaismi generò o appoggiò il fascismo, ma nel complesso il fascismo non fu un fenomeno regressivo, e diede un contributo decisivo alla loro liquidazione. Per alcuni è tutto semplice: rivoluzionari da un lato, sbirri e reazionari dall'altro – e che vinca il migliore. Una disamina anche superficiale della «guerra civile europea» (1914-1945) mostra una volta di più che le cose sono ben più ingarbugliate. La controrivoluzione non si riduce alla repressione, e soprattutto non si identifica con la reazione. Non è il contrario di una rivoluzione, ma una rivoluzione al contrario, che all'occorrenza recluta anche nelle file dei rivoluzionari. Gli esempi sono numerosi: Bombacci, De Man, Doriot, Mussolini stesso, etc. Piaccia o meno ai cultori del folclore resistenziale, nel fascismo italiano, come in tutto il contesto occidentale tra gli anni ‘20 e lo spartiacque del 1945, hanno convissuto modernizzazione e spinte retrograde. Sul versante della modernizzazione, un filo invisibile collega la legislazione fascista della prima ora, che introdusse la prima limitazione della settimana lavorativa a 48 ore, alla centralizzazione delle assicurazioni sociali (sussidio di disoccupazione, pensione) e al sindacalismo industriale nel New Deal roosveltiano, al nuovo ruolo acquisito dallo Stato nel periodo del Front Populaire in Francia (1936-’37), all'accordo sindacale di Saltsjöbaden in Svezia nel 1938, alla formazione dei primi organi di pianificazione economica non coercitiva sotto il regime collaborazionista di Pétain nel 1942 etc. (l'elenco non è esaustivo; inoltre, lasciamo volutamente da parte tutto il capitolo relativo al capitalismo di Stato russo). Più in generale, fu la proposta dell'economista anglosassone John Maynard Keynes in favore di uno Stato fortemente presente nell'economia, disposto ad alimentare la domanda attraverso l'indebitamento pubblico e l'economia di guerra, a diventare la soluzione più trasversalmente condivisa. Anche il ministro dell'economia della Germania hitleriana dal 1933 al 1939, Hjalmar Schacht, combinò politiche mercantiliste e keynesiane, spesa in deficit e grandi opere pubbliche (soprattutto autostrade). Quanto al fascismo italiano, fu allo stesso tempo quello della Riforma Gentile (rimasta invariata fino al 1962) e quello della ruralizzazione della fine degli anni '20, quello della creazione dell'INFPS (poi INPS) e quello dei Patti Lateranensi. Se nel fascismo convissero in maniera così stridente vecchio e nuovo, è in primo luogo perché Italia e Germania erano ciò che oggi si definirebbero «paesi emergenti», che spesso vuol dire anche ritardatari. Sul terreno della spartizione coloniale delle zone extra-occidentali, ad esempio. Questa era stata un asse portante del ciclo di accumulazione iniziato a metà degli anni 1890, e che giunse al suo acme alla fine della Prima Guerra mondiale. Già allora, i colonialismi rispettivi di Germania e Italia non possedevano né l'estensione né il vigore degli autentici imperi coloniali delle potenze dell’Intesa (Gran Bretagna e Francia.) Di più, con il Trattato di Versailles, la Germania perse tutte le sue colonie; mentre le pretese italiane nei Balcani e su ampie porzioni del Corno d'Africa furono solo parzialmente soddisfatte. Ogni qualvolta un ciclo di accumulazione entra nella sua fase «entropica», l'esacerbazione dei suoi tratti distintivi (economici, sociali, politici e geo-strategici) in forme più brutali e allo stesso tempo più caricaturali, convive con il rilascio di elementi nuovi, che andranno a stabilizzarsi e combinarsi nel ciclo d'accumulazione successivo. L'espansione coloniale e sterminatrice della Germania verso Est, o quella italiana nel Corno d'Africa, in Albania etc., rientrano chiaramente nel primo di questi due aspetti. Non si esce da un ciclo d'accumulazione in disgregazione riprendendo e portando al parossismo le linee direttrici che lo hanno condotto alla crisi. Non è un caso che dalla bagarre inter- imperialistica culminata nell'incubo splatter della Seconda Guerra mondiale, uscirono vincitori gli Stati Uniti, praticando lo stesso deficit spending della Germania, ma anche un tipo di estroversione economica di tutt'altro tipo rispetto agli accessi neo-coloniali del Reich (Piano Marshall etc.). Da prima colonia a padroni del mondo: dialettica! Resta che gli elementi costitutivi dello Stato fordista-keynesiano, spesso rimpianto o idealizzato, si sperimentarono tanto sotto Roosvelt che sotto Hitler e Mussolini.

Va da sé che nella generalità degli sproloqui attuali sul fascismo, di tutto questo non vi sia praticamente traccia. Eppure ogni tanto basterebbe guardarsi attorno. Qualcuno si è mai chiesto perché così tanti tribunali e stazioni ferroviarie, da Bolzano a Cagliari, furono costruiti proprio in quel dato stile architettonico? Qualcuno ha mai sentito parlare dell'IRI5, che dopo la crisi del ‘29 rimise in piedi tante imprese andate in malora, soprattutto nel settore dell’industria pesante (Ansaldo etc.), e che ridendo e scherzando ha continuato ad operare fino all'alba del nuovo millennio? Qualcuno, poi, pensa davvero che la Chiesa «in crisi d'identità» di Papa Francesco sia, non diremo disposta (perché di fatto non lo è), ma anche solo capace di fungere da cinghia di trasmissione tra un regime dittatoriale e la società civile, come la Chiesa di Pio XI fece ai tempi del Ventennio? E la lotta alla mafia? Assodato che nello spazio di un secolo la mafia ha radicalmente cambiato natura, essa ebbe vita più dura sotto il fascismo che sotto tutti i governi successivi della Prima o della Seconda Repubblica (compreso quello attuale), cosa che del resto non si stancavano di ripetere i tanto beatificati – anche a sinistra – Falcone e Borsellino (peraltro quest'ultimo, in gioventù, era stato membro del FUAN):

«L'unico tentativo serio di lotta alla mafia fu quello del prefetto Mori, durante il Fascismo, mentre dopo, lo Stato ha sminuito, sottovalutato o semplicemente colluso. Sfidiamo gli antifascisti a negare che la mafia ritornò trionfante in Sicilia ed in Italia al seguito degli “Alleati” e degli antifascisti, in ricompensa dell'aiuto concreto che essa fornì per lo sbarco e la conquista dell'isola!» (Giovanni Falcone & Marcelle Padovani, Cose di cosa nostra, BUR 2004, p. 103).

Il fascismo è legato ad una strutturazione specifica della lotta di classe – il movimento operaio – che si estrinsecava come seconda società (grandi partiti operai, sindacati, cooperative) all'interno del modo di produzione capitalistico. È un movimento controrivoluzionario che per la prima volta si dota di una base di massa urbana – diversamente da quelli precedenti, la cui base di masse era prevalentemente rurale (1848, 1871 etc.); che fa appello alla «nazione proletaria», contro il trattato di Versailles nel caso della Germania, contro le conseguenze della «vittoria mutilata» nel caso dell'Italia; che esalta la figura del produttore, e realizza in maniera perversa il vecchio programma socialdemocratico – la creazione di una repubblica nazionale del lavoro – non senza celebrare l'amore per il suolo e la nostalgia per il mondo rurale che il movimento operaio aveva trascurato.

«Forse il massimo tributo alla centralità della classe operaia nel secolo scorso venne pagato dai più fanatici nemici del movimento autonomo dei lavoratori: i fascisti. L'idea del “corporativismo” fu di vitale importanza nell'Italia mussoliniana: mentre pretendeva di riconciliare lavoro e capitale, esso in realtà rinchiudeva gli operai in un campo controllato dal capitale e dallo Stato. Il movimento di Hitler si auto- battezzò Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, e la sua Germania divenne il secondo paese al mondo – dopo l'Unione Sovietica, ma prima della Svezia – a fare del Primo Maggio una festa nazionale: la Giornata del Lavoro Tedesco. Nel corso dei primi ottant’anni del XX secolo, gli operai non potevano essere semplicemente depennati o messi da parte. Se non ne facevi parte, dovevi tenerli sotto stretto controllo.» (Göran Therborn, Class in the 21st Century, «New Left Review», n. 78, novembre- dicembre 2012, p. 6).

In estrema sintesi: quando c'era Lui, forse non tutti i treni arrivavano in orario, ma è certo che con l'industria nazionale non si scherzasse. Che l'Italia decadente dei tempi nostri dovesse ad un tratto ridimensionare la narrazione resistenziale sul Ventennio, dipinto come un periodo storico esclusivamente negativo e retrogrado, è qualcosa che può pure non piacere, ma è un fatto inevitabile. Si nutrano pure le più grandi riserve sulla cultura, i suoi preti e i suoi adepti – chi scrive ne nutre innumerevoli –; ciò non toglie che l'egemonia culturale socialdemocratica e stalinista, nel Secondo Dopoguerra, abbia occultato l’esistenza di una grande cultura della destra anti-liberale e filo-fascista, che fu il rovescio necessario6 della grande cultura liberale degli Einaudi, dei Croce e dei Gobetti. Essa ebbe dalla sua letterati e intellettuali di rilievo (Ungaretti, Papini, Gentile Spirito etc.), notevoli produzioni cinematografiche (Cinecittà fu costruita nel 1937) e numerosi esponenti del più importante movimento italiano d'avanguardia artistica del Novecento (il futurismo). E non esistette solo in Italia: se Walter Benjamin leggeva ogni giorno il quotidiano de L'Action Française, non era solo per conoscere il nemico, ma anche perché vi scrivevano alcune delle migliori penne dell'epoca. L'esiguo numero di accademici che rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al fascismo illustra questa verità banale, che l'orientamento dell'intelligentsia non dipende da fattori etico-morali sospesi nel vuoto: di fronte al rischio (effettivo, non teorico) di perdere le loro prerogative e i loro privilegi, gli intellettuali preferiscono andare dove tira il vento.

Ritorniamo all'oggi. In merito all'oggettivo proliferare dei gruppuscoli d'estrema destra, anche in vecchie roccaforti antifasciste, in primo luogo va notato che questo gruppuscolame non è meno parodistico e frammentario rispetto al suo ideale antenato, di quanto non lo fosse la nebulosa dell'altermondialismo in rapporto al movimento operaio classico (donde i flop elettorali di Forza Nuova e Casa Pound). Il che non significa che esso sia innocuo. Ma un conto è parlare di «pericolo fascista», un altro è parlare di fascisti più o meno pericolosi – due cose che non possiedono né la stessa natura, né la stessa portata. In secondo luogo, anche lo sviluppo di quest'area politica si inscrive nel movimento più generale di esaurimento dell'egemonia antifascista. Possiamo azzardare un'altra eresia poco politically correct? Non sarà che tutta una parte di quella varia umanità bohémienne, declassata, marginale o lumpen, che une quindicina d'anni fa sarebbe finita a fare serata nei centri sociali, adesso si auto-produce una socialità e un welfare dei poveri nei covi dell'ultra-destra? Ci piacerebbe essere smentiti. In ogni caso, gli apparati dello Stato non sembrano particolarmente teneri verso questi ambienti – non più di quanto non lo siano nei confronti di Mimmo Lucano7. Il 3 ottobre 2018, il tribunale di Macerata ha condannato in primo grado Luca Traini a 12 anni per gli spari esplosi contro sei immigrati il 3 febbraio; senza voler sminuire il suo comportamento, notiamo – malgrado i suoi intenti omicidi – come non avesse effettivamente ucciso nessuno, e che ciononostante sia stato mantenuto un capo di imputazione molto pesante (strage). Il 12 dicembre scorso, la procura di Mantova ha chiesto pene fino a 4 anni di reclusione, in un processo per tentata ricostituzione del partito fascista: nel giugno 2017, i nove imputati si erano presentati alle elezioni comunali di un paesino nei dintorni di Mantova, con una lista denominata Fasci Italiani del Lavoro (emanazione della Fiamma Tricolore); la loro candidata sindaco, tale Fiamma Negrini, poco più di vent'anni, aveva raccolto il 10% delle preferenze. A mo' di termometro della situazione, sarà interessante tenersi aggiornati sull'evoluzione di questi e altri processi, tra cui anche uno a Chieti contro 19 neo-ordinovisti, perseguiti dal 2014 per associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Se i giudici saranno benevoli, ci sarà senz'altro qualcuno pronto a gridare alla collusione tra fascisti e giustizia borghese; ma in una configurazione politico-sociale che comunque pende a destra, un eccesso di repressione non rischia di dare fuoco alla prateria?

L'antifascismo militante mette nello stesso calderone cose che non hanno quasi nulla a che fare l'una con l'altra. A titolo di esempio, esiste una differenza fondamentale tra episodi come l'assassinio del militante libertario Clément Meric a Parigi, nel 2013, per il quale di recente si sono avute anche delle condanne (11 e 7 anni di reclusione), e le sommosse di Chemnitz (Germania) di alcune settimane fa. Non solo per il carattere relativamente massivo o organizzato di queste ultime. È che in barba ai loro motivi più appariscenti ed immediati (la protesta anti-immigrazione), eventi come quelli di Chemnitz sono indicativi di qualcosa d’altro. Quando percentuali così modeste di immigrazione residente – 4,4% nella Saxe, contro il 29% della città-Land di Amburgo – vengono percepite come una «invasione», vuol dire che il problema è altrove. Più che una manipolazione o un vizio del pensiero, ci troviamo di fronte a una tipica trasposizione collettiva di quella «causalità metonimica» già ampiamente scandagliata nel campo della psiche individuale8. Il ritorno o l'approfondimento delle disparità regionali, fin dentro il paese più ricco e sviluppato d'Europa, è il punto essenziale che bisognerà tenere presente, poiché fornisce una focale illuminante anche rispetto al contesto italiano. Nell'articolo già citato, Therborn affermava:

«Mentre questa [il XX secolo, ndr], come risultante delle lotte della classe operaia, è stata probabilmente l'epoca di maggiore perequazione delle classi all'interno delle singole nazioni, è anche stata quella della più grande disuguaglianza fra le nazioni dal punto di vista globale. Lo “sviluppo del sottosviluppo” nel corso del XIX e XX secolo, significava che le disuguaglianze fra gli umani dipendevano in gran parte del luogo in cui vivevano. Alle soglie del 2000, venne stimato che l'80 % dei differenziali di reddito delle famiglie era attribuibile al loro paese di residenza. Ciononostante, nel XXI secolo, le nazioni stanno convergendo, mentre le classi divergono.» (Göran Therborn, op. cit., p. 12).

Evidentemente, ciò non significa affatto che non sia più possibile distinguere tra paesi centrali, periferici e semi-periferici dal punto di vista dell'accumulazione del capitale. Le nazioni convergono, sì, ma non nel senso di un'omogeneizzazione. Se è vero che le disparità interne ai singoli paesi stanno diventando più importanti di quelle fra i paesi stessi, è bene precisare che la loro ripartizione non può essere omogenea né in termini spaziali, né in termini di peso specifico. Esse si traducono necessariamente in un aumento delle disparità regionali all'interno dei singoli paesi. Dalla crisi del 2008 ad oggi, questo fatto è divenuto altamente problematico, al punto da mettere a repentaglio l'integrità di taluni Stati anche all'interno della fascia di paesi a più alta densità di sviluppo capitalistico: lo si è visto ad esempio in Spagna (Catalogna). Ed è qui che casca l'asino leghista lanciato alla conquista del centro-sud. Forse mai come oggi nella storia, tanta parte del PIL italiano è stata prodotta in Lombardia e in Veneto. E secondo il rapporto OCSE, Regions and Cities at a Glance (2018)9, l'Italia è sistematicamente nei primi posti fra i paesi OCSE per disparità regionali anche su diversi altri fronti:

Dati questi presupposti, su quali basi Salvini potrebbe realizzare la trasformazione della vecchia Lega Nord in un vero partito nazional-popolare? Lo Stato federale ventilato nel programma del nuovo partito («Lega per Salvini Premier») è una boutade. Ricordiamo che la svolta salviniana è avvenuta in una congiuntura in cui l'ala maroniana dominante – più strettamente legata agli interessi del nord-est – e la Lega nel suo complesso, si erano molto indeboliti. Ricordiamo inoltre che non molto tempo fa (ottobre 2017) in Lombardia e in Veneto si è votato sull'autonomia, e che in Veneto l'affluenza alle urne è stata del 57,2% (che è molto per un referendum), con una schiacciante vittoria del «sì» (98,1%). Ricordiamo pure che, salvo eventuali dietrofront, nel giro di qualche tempo gli insegnanti di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna diventeranno dipendenti regionali, e che tutto ciò si è fatto in un silenzio quasi totale sulla questione, per nulla estemporanea, delle prerogative che competono ai vari livelli della governance nazionale, dai comuni allo Stato centrale. Lasciando da parte le criticità più evidenti e immediate in merito a ciò che si annuncia come il lancio di un sistema scolastico à la carte, sorgono un'infinità di domande collaterali: arriveremo fino al punto in cui ogni regione potrà farsi il proprio programma scolastico? La Serenissima e i Longobardi diventeranno più importanti di Garibaldi e di Cavour?… Infine, allo slancio della Lega nel sempre fiorente Trentino Alto Adige, ascrivibile alla tendenziale omogeneizzazione politica del nord-est (resiste ancora la Milano radical chic), fa da contraltare – al centro-sud – il riciclaggio di tutta una fauna di bulli di paese, arrivisti transfughi da altri partiti (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Nuovo Centro Destra, La Destra etc.), ex-faccendieri e compagni di merende di Cuffaro e del Movimento per l'Autonomia di Lombardo (vedi anche il Partito Sardo d'Azione) etc. In poche parole, è la solita minestra democristiana declinata in versione sempre più stracciona, senza nemmeno una briciola di progetto per porre rimedio ad un sottosviluppo cronico, che in alcune aree rasenta la desertificazione sociale. Immaginiamo pure che al sud questa minestra piaccia, e che la base meridionale della Lega cresca oltre ogni aspettativa, innervando il partito delle proprie istanze: non diventerà comunque una zavorra per la componente «nordista»?

Insomma: non solo il governo gialloverde non potrà continuare a temporeggiare sulla questione dell'autonomia del Veneto (Zaia l'aveva promessa come regalo di Natale) ma, più fondamentalmente, l'arroccamento dello sviluppo industriale italiano nel Triveneto e in Lombardia, espone seriamente la «nostra» povera Italietta al rischio di una balcanizzazione. In un quadro di crescenti disparità di sviluppo fra le regioni, e di trasferimenti di risorse già elevati dalle regioni più sviluppate a quelle meno sviluppate (attorno al 4% del PIL), il reddito di cittadinanza10 rischia di essere la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. È la miglior ricetta per riportare in auge – ma all'ennesima potenza – gli assalti con tanto di carro armato al campanile di Piazza San Marco. Si ricorderà la massima di D’Azeglio: «Abbiamo fatto l'Italia, si tratta adesso di fare gli italiani». Ci vollero più di cent'anni perché quella consegna venisse all'incirca portata a compimento. Ma oggi? Per chi sa leggere la realtà sociale, anche la polemica sui termovalorizzatori è un indicatore della divergenza tra i modi di vita di chi abita a Treviso e chi a Napoli. Altro che fascismo! Per tenere unita questa fragile penisola, non c'è più altro in cui sperare che una meridionalizzazione del nord: chissà che, con l'aiuto della prossima crisi, la «cultura sudista borbonica» (Paolo Villaggio in occasione dell'alluvione di Genova) non si estenda a tutto il settentrione! Non è certo che 'a munnezza campana partirà verso il nord, ma almeno non ci sarebbero più rifiuti industriali da stipare illegalmente nelle terre del sud!

* * *

La «crisi della rappresentanza» di cui si parla già da almeno due decenni, non è una crisi sui generis, ma anzitutto un effetto della rimozione del proletariato dalla sfera della rappresentazione. Il proletariato è stato radicalmente sottratto alla sfera della Darstellung politica, ideologica e culturale, e la politica non contiene più la contraddizione fra le classi fondamentali del MPC, se non come un buco, un'assenza (astensione massiccia, disprezzo per i politici, voto di protesta – anche di estrema destra). Con la crisi del 2008 si è varcata una soglia ulteriore, giacché da allora anche ampie porzioni della classe media salariata e della piccola borghesia cadono nel cono d'ombra del deficit di rappresentazione. È ciò che si vide in embrione con la crisi sociale argentina del 2001-2003: que se vajan todos! Ma per quanto possa essere massivo e profondo questo rigetto della politica, esso non muta qualitativamente: resta un rigetto della politica all'interno della politica, sempre passibile di essere recuperato elettoralmente. Ormai tutte le classi del capitalismo contemporaneo si dibattono alla ricerca di una soluzione politica a problemi che dalla politica non sono più risolvibili. L'odierna «lotta di popolo» – sia pacifica o violenta, inquadrata elettoralmente o ferocemente anti-istituzionale – porta con sé, in maniera congenita, questo paradosso: che da un lato essa si contrappone «[...] alla rappresentanza, ai partiti, alle istituzioni, ma non alla democrazia» (Carlo Galli, Il disagio della democrazia, Einaudi, Torino 2011, p. 64-65); dall'altra, «tutte le contraddizioni strutturali della democrazia, con le quali questa ha convissuto, tutte le mediazioni, tutta la complessità, oggi [le] appaiono insopportabili [...]» (ibid.). But still, lorsignori politologi sono proprio sicuri di aver ben compreso le ragioni di fondo di questo andazzo? La verità è che la mondializzazione del capitale, attualmente in stand-by, ha finito per svuotare di sostanza la democrazia nazionale tale quale è esistita (principalmente) nella seconda metà del Novecento nelle aree centrali dell'accumulazione. Quale che sia il grado di illusione o distorsione racchiuso nei ricordi che essa evoca, questa democrazia nazionale è esistita, le sue tracce sopravvivono ovunque, e quel che resta dei «diritti sociali» ad essa inerenti non può essere esercitato in nessun altra forma se non quella nazionale. Non se ne può più nemmeno di tutte queste anime belle che lanciano appelli del tipo: «un'altra Europa è possibile»! Nessun individuo capace di intendere e di volere – quand'anche non abbia ad avvalersene, o perfino li consideri con distanza o menefreghismo – si sognerebbe di abdicare alla possibilità anche solo formale di quest'esercizio (strettamente nazionale) di diritti sociali e politici, in cambio di fumose promesse di una loro eventuale instaurazione su scala sovranazionale. Da qui il tono allo stesso tempo profondamente nazionalista e profondamente «basista» degli attuali movimenti interclassisti – non ultimo quello dei Gilets Jaunes, in Francia. Parafrasando il Lenin di L'Europa arretrata e l'Asia avanzata (1913), diremo: la Francia arretrata e l'Italia avanzata! Sembra un paradosso: chi non sa che la Francia – dove si scende in strada a centinaia di migliaia, a cadenza ormai quasi annuale – è la punta avanzata, e l'Italia invece – così apatica e imbolsita – quella arretrata? Eppure questo paradosso racchiude in sé un'amara verità. Il motivo è semplice: in Italia il populismo è al potere. La prova provata della sua inanità, una volta prese in mano le leve del comando, non è forse una tappa obbligata affinché il blocco di classi che lo sostanzia si allenti, e l'antagonismo che lo sottende si sposti su di un altro terreno? E finché non si trova catapultato al potere, il populismo non è destinato a rimanere l'ideologia spontanea (o il divenire necessario) degli attuali movimenti sociali, più o meno interclassisti a seconda dei casi? In un articolo pubblicato circa tre anni fa11, suggerivamo che gli attentati di Parigi avrebbero messo il vento in poppa a Marine Le Pen. Poi l'etno-populismo del fu Front National, ora Rassemblement National, trovò degno avversario e concorrente nel demo-populismo de La France Insoumise di Jean-Luc Mélénchon. Ma soprattutto la velina Emmanuel Macron, alla testa di un finto partito sponsorizzato da big business e jet-society, venne a togliere le castagne dal fuoco. Dopo nemmeno due anni di mandato, il futuro di Macron fa già pensare alla trombatura di Renzi. A contatto con un movimento di protesta tanto sorprendente quanto indeciso su cosa fare di se stesso, attivisti e rivoluzionari di cartapesta si stanno dimenando come ossessi riempiendosi la bocca di paroloni più grandi di loro. Ma la sbornia, per loro e per il movimento, sarà dura da smaltire. Di fatto, le concessioni low-cost di Macron sono altrettanti sassolini di Pollicino che conducono dritto alle questioni dello Stato non-separato e dell'evanescenza della politica nazionale: il fantomatico aumento del salario minimo a 100 euro è, in realtà, l'aumento di un complemento sui salari più bassi (che già esiste) erogato dallo Stato, non un incremento del salario diretto imposto al padronato attraverso la legislazione – come non lo è alcuna delle misure annunciate. In assenza di una riforma del sistema fiscale in chiave fortemente progressiva, ciò equivale a far finanziare un sostegno al reddito degli strati inferiori del lavoro dipendente, dagli strati superiori del lavoro dipendente. I limiti dell'operazione sono evidenti: che fare se i quadri del settore pubblico e/o del privato d'Oltralpe dovessero scendere in piazza pure loro, stufi di cotanto contributo alla «solidarietà nazionale»? Il proverbiale trucchetto di déshabiller Pierre pour habiller Paul (spogliare Pietro per vestire Paolo) non è riproducibile all'infinito. Allo stesso tempo, l'insieme delle concessioni fatte dal governo, potrebbe portare la Francia a sforare, e non di poco, il tetto del 3% nel rapporto tra deficit di bilancio e PIL, dettato non solo dal Patto di Stabilità, ma dagli stessi parametri di Maastricht. Come recita la Marsigliese, intonata in lungo e in largo nelle manifestazioni parigine? «Quoi, ces cohortes étrangères! / Feraient la loi dans nos foyers!... Aux armes citoyens!... »12. Non sarà proprio per disinnescare questa bomba – potenzialmente letale per l'UE – che la Commissione Europea si è mostrata così comprensiva di fronte alle trasgressioni del governo Macron?

Due parole, infine, su immigrazione e crisi. Negli ultimi anni, abbiamo dolorosamente riscoperto che nella contesa inter-capitalistica e inter-statuale tutto fa brodo, quando si tratta di mettere i bastoni fra le ruote dei concorrenti: emissioni di CO2, scandali sessuali, true e fake news. Il principio in vigore è lo stesso che nella concorrenza economica propriamente detta:

«[...] fino a che gli affari vanno bene, la concorrenza esercita […] un’azione di fratellanza sulla classe capitalistica che praticamente si ripartisce il bottino comune, in proporzione del rischio assunto da ognuno. Appena non si tratta più di ripartire i profitti ma di suddividere le perdite, ciascuno cerca di ridurre il più possibile la propria quota parte della perdita e di riversarla sulle spalle degli altri.» (Karl Marx, Il Capitale, Libro III, vol. I, Einaudi, Torino 1975, p. 355).

Questo vale non solo per il bottino comune, ma anche per certi suoi costi ambientali e sociali. I corsi e i ricorsi nella loro gestione non obbediscono ad altra logica, nel breve come nel lungo periodo. Finché gli affari vanno bene, l'azione di fratellanza esercitata dalla concorrenza fa in modo che la classe capitalistica possa ripartirsi simili costi; ma non appena la ripartizione dei profitti si rovescia in suddivisione delle perdite, ciascuno cerca di ridurre la propria quota parte nell'assunzione di questi costi, e cerca di riversarli sulle spalle degli altri. Ora, anche le migrazioni contemporanee, sia lungo l’asse sud-nord che lungo quello sud-sud (molto più consistenti), da fenomeno relativamente funzionale stanno diventando uno costo siffatto, una sorta di esternalità negativa. Tanto vale a dire che siamo entrati in tempi veramente difficili. In Italia, dopo anni in cui governi di ogni colore hanno accettato – sempre di malavoglia, ma non senza contropartite in materia di flessibilità sui conti pubblici – che gli altri Stati dell'Unione Europea riversassero sullo stivale i costi dell'emergenza migratoria, la diminuzione congiunturale degli sbarchi via mare ha propiziato un rovesciamento di prospettiva, già abbozzato da Minniti e proseguito da Salvini, che si riassume nello stornare i flussi migratori provenienti dall'Africa sub-sahariana verso la Spagna, e nel subappaltare il containement ad uno pseudo-Stato cuscinetto, la Libia, che assomiglia sempre di più ad un puzzle di potentati tribali e campi di concentramento. Ciò non vuol dire che prima fosse «la pacchia», né che l'Italia non sarà più meta di immigrazione; ma verrà privilegiata un'immigrazione selettiva, di soggetti riconosciuti come «fragili» dalle autorità preposte, oppure già formati e in grado di rispondere in tempi brevi ai bisogni effettivi del mercato del lavoro. Questa «svolta» ha meno a che vedere con le vedute dell'entertainer Salvini che con l'esacerbazione delle disparità regionali a cui abbiamo già accennato più in alto, e dunque non sarà rimessa in causa da alcun ricambio o rimpasto di governo. Alla crescente penetrazione della periferia nei centri dell'accumulazione corrisponde, a livello dei rapporti internazionali, la compressione dei costi di mantenimento della pace sociale nei paesi periferici. La tassa dell'1,5% sulle rimesse degli immigrati, introdotta per decreto dal governo Lega-M5S, vi si inscrive appieno: il suo scopo non è tanto di aumentare il gettito fiscale, ma di scoraggiare la circolazione internazionale di quote di reddito (salariale e commerciale) prodotte in loco. E meno male che bisognava «aiutarli a casa loro»! Ciò è ancor più evidente nel rapporto fra gli Stati Uniti e il resto del mondo. Il famigerato imperialismo yankee è preso da avarizia senile: lascia ai russi l'onere di bombardare l'ISIS, taglia i fondi ai palestinesi, riduce quelli di cui beneficiano Honduras, Guatemala e El Salvador, tenta di scaricare le sovvenzioni in favore dell'Egitto sul groppone dell'Arabia Saudita, esige che gli europei si facciano maggiormente carico dei costi della NATO, etc. Quali che siano i suoi danni collaterali, questa politica non obbliga forse alleati e concorrenti degli Stati Uniti a seguirli sulla stessa strada? L'Italia, come detto, è una fragile penisola, ma pure l'Europa lo è, e l'utopia di un'unità europea inclusiva si sta sbriciolando sotto l'effetto congiunto delle sue debolezze interne e della pressione dei mostri imperiali che la circondano da ogni lato. Chi pagherà il prezzo più caro, in termini di vite spezzate e di sofferenze subite, di questo incombente fallimento geopolitico? Gli abitanti d'Europa, o i milioni di proletarizzandi d'Africa e d'Asia, che – impossibilitati (per ragioni tanto economiche che climatiche) a vivere di agricoltura nelle campagne, e con poche prospettive d'impiego nelle metropoli dei loro paesi d'origine (o di quelli confinanti) – si lanceranno sempre più numerosi in un esodo rurale internazionale, trovando paesi centrali sempre meno disposti ad accoglierli? Si tenga ben presente che il fallimento dell'Unione Europea può anche significare il ritorno della guerra sul suolo dell'Europa occidentale. E che i redivivi ideologi del buon selvaggio non vengano a parlarci di un male metafisico consustanziale all'universalismo europeo-occidentale! Tutto questo discorso riguarda a pieno titolo anche le migrazioni sud-sud, i rapporti fra paesi periferici e semi-periferici, i rapporti interregionali fra zone centrali e periferiche all'interno di questi stessi paesi: basti vedere come girano le cose in Brasile con i flussi migratori provenienti dal Venezuela, in Guyana francese con quelli provenienti dal Suriname, in Algeria con quelli dell’Africa nera! In Giordania, gli scampati al macello siriano vengono chiamati sury nury, «zingari siriani». Anche quando si è arabi fra gli arabi, basta poco per diventare i Rom della situazione.

Contrariamente alle speranze di molti, la dinamica qui descritta non compatta nemmeno le popolazioni di origine straniera di stanza in Europa o in Italia, ma anzi le frattura e le mette ancor più in competizione fra loro. In Italia, tutte le rilevazioni mostrano che la condizione degli immigrati si è degradata – e non certo da ieri: da almeno 8 anni a questa parte, sotto tutti i governi che si sono succeduti, e in misura proporzionalmente maggiore che per gli italiani. La diminuzione del loro tasso di natalità, che per un certo tempo ha mitigato quello bassissimo degli «autoctoni», lo illustra bene. Ora, qualcuno si è adoperato per sapere cosa pensino dell'attuale governo il milione abbondante di rumeni, i 448.000 albanesi, i 420.000 marocchini, i 281.000 cinesi, i 234.000 ucraini, i 166.000 filippini, i 151.000 indiani, i 135.000 moldavi, i 122.000 bengalesi, i 112.000 egiziani, i 108.000 pakistani, i 104.000 srilankesi presenti sul suolo nazionale, a cui fanno seguito (per numero) altre decine di migliaia di senegalesi, peruviani, polacchi, ecuadoriani, bulgari etc., e a cui va aggiunto anche il milioncino di immigrati naturalizzati e di seconda generazione? Non se ne sa granché, ma c'è da scommettere che se ne sentirebbero delle belle. Se ormai l'insieme dello spettro parlamentare deve posizionarsi in funzione di una percezione dell'immigrazione che non potrà essere raddrizzata da alcuna pedagogia (foss'anche «rivoluzionaria»), gran parte del dibattito militante è ancora viziato da una visione provinciale dell'immigrazione, figlia del carattere relativamente recente del fenomeno nel contesto italiota. Eppure si tratta di una fetta della popolazione ormai vasta, socialmente stratificata, politicamente frastagliata, non di rado soggetta agli stessi rapporti clientelari intrattenuti dagli «autoctoni» con le amministrazioni locali e i partiti, e anch'essa dominata da quell'«io speriamo che me la cavo» che l'ultimo rapporto Censis ha definito sovranismo psichico. Va da sé – ma teniamo a dirlo chiaramente – che queste constatazioni non mirano in alcun modo a squalificare o minimizzare le lotte dei proletari immigrati sul posto di lavoro e fuori. Ma quando i moralisti si levano contro l'«indifferenza» della gente di fronte alle migliaia di morti nel Mediterraneo, dovrebbero anche chiedersi per quale motivo chi ha una storia di immigrazione recente alle spalle non si strattoni in favore dell'accoglienza, e talvolta propenda perfino per la politica delle porte chiuse. I casi di Paolo Diop (Movimento Nazionale per la Sovranità), Josef Lushi (Lega), Mike Gjeli (Lega), Zakaria Najib (ex-Lega, ora indipendente) Beatrice Lai (Blocco Studentesco) etc., sicuramente hanno goduto di un'esposizione mediatica che non è innocente, ma testimoniano di una realtà. Negli anni '30, antisemiti dal giudizio facile inventarono l'odio di sé ebraico – idea poi ripresa all'interno del movimento sionista. Più di ottant'anni dopo, dispensare giudizi rimane un passatempo a buon mercato.

Tutto va male, quindi? Come dice Igor in Frankenstein Junior: «potrebbe esser peggio». Per coloro che continuano a organizzare le proprie esistenze in funzione della prospettiva di un superamento del MPC, ciò non deve essere motivo di disperazione. Chi ancora pensa che una qualsiasi rivoluzione futura possa assomigliare a un cocktail party, ovvero che possa trovarsi ad operare nelle condizioni irripetibili ed assolutamente eccezionali del Sessantotto europeo – pieno impiego, classe media salariata in ascesa, liberazione dei consumi e dei costumi – vive nel mondo dei sogni. Ciò non significa che le lancette della storia si siano messe a girare all’indietro. Forma e contenuto attuali del rapporto fra le due classi fondamentali del MPC, risultano da tutta la storia pregressa di questo stesso rapporto. Detto questo, ci sembra evidente che la sua evoluzione presente annunci sviluppi catastrofici, empiricamente più simili al panorama della prima metà del secolo scorso, piuttosto che a quello della seconda (anche se il fascismo non tornerà!): riduzione brutale degli standard di riproduzione della forza-lavoro, conflitti militari aperti tra i poli capitalistici più sviluppati, iper-inflazione, livelli di disoccupazione esorbitanti, militarizzazione del lavoro, razionamento etc. Situazioni estreme come quella del Venezuela non forniscono che poche indicazioni su come ciò potrà avverarsi nel mondo di oggi. La prossima crisi sarà un salto pauroso dentro l'ignoto.

A proposito! Con tutta probabilità, il rallentamento dell'economia USA segnala l'ingresso nella parte conclusiva dell'ultimo ciclo economico breve – il più lungo da molti anni a questa parte – prima del grande collasso. In un articolo pubblicato sul suo blog nell'agosto 2017, che avevamo diffuso fra i nostri contatti alcuni mesi fa (cfr. l'appendice, ndr), l'economista Michael Roberts notava la forte polarizzazione esistente su scala mondiale tra imprese con grandi riserve di liquidità e imprese fortemente indebitate:

«È probabile che il nuovo innesco arrivi dallo stesso settore corporate [imprese, ndr]. A livello mondiale, il debito delle aziende ha continuato a crescere, soprattutto nelle cosiddette economie emergenti. Nonostante i bassi tassi di interesse, una parte significativa delle aziende più deboli è a malapena in grado di ripagare i propri debiti. La S&P Capital IQ ha calcolato che la cifra record di 1,84 trilioni di dollari in contanti detenuta dalle società non finanziarie statunitensi, ha mascherato un fardello creditizio di 6,6 trilioni di dollari. La concentrazione di cash tra i primi 25 detentori, che rappresentano l'1% del totale delle imprese, costituisce oggi oltre la metà del totale della massa monetaria. Massa che è aumentata del 38% in cinque anni. Tutti i discorsi sulle enormi riserve di denaro detenute da colossi come Apple, Microsoft, Amazon, occultano il quadro reale della maggior parte delle aziende».

Un articolo apparso su The Economist del 3 maggio 2018, Where will the next crisis occur?, conferma lo scenario delineato da Roberts:

«Affermare che la genesi della prossima crisi sia in agguato nel debito corporate, può sembrare sorprendente. I profitti hanno conosciuto una forte crescita. Alla luce di tutti i risultati relativi al primo trimestre [del 2018, ndr] pubblicati, per le compagnie che fanno parte dell'indice S&P 500, si prospettano utili annuali intorno al 25%. E compagnie come Apple navigano nell’oro.

«Ma per molte altre, le cose non stanno così. Negli ultimi decenni, le imprese hanno cercato di rendere più “efficienti” i propri bilanci, ricorrendo al credito e traendo vantaggio dalla deducibilità fiscale degli interessi pagati. Quelle che avevano riserve di contante a disposizione, le hanno generalmente utilizzate per ricomprare i propri titoli azionari, sia perché messe sotto pressione da investitori particolarmente esigenti, sia perché così facendo spingevano verso l'alto il prezzo dei titoli stessi (e dunque il valore delle stock options dei dirigenti).

«Allo stesso tempo, una fase prolungata di bassi tassi di interesse ha reso il ricorso al credito molto attraente. Secondo S&P Global, un'agenzia di rating del credito, nel 2017 il 37% delle imprese su scala globale era pesantemente indebitato. Questa percentuale è di 5 punti più alta che nel 2007, appena prima che scoppiasse la crisi finanziaria. [...]

«Un altro segno che la qualità del mercato del credito si è deteriorata è che , su scala globale, a far data dal 1980, il rating dell'obbligazione mediana si è abbassato costantemente, passando da A a BBB-. Il mercato si divide in obbligazioni investment (con i meriti di credito più elevati) e obbligazioni speculative, o “junk” [spazzatura, ndr], che stanno al di sotto del primo livello. La linea di demarcazione si trova nella fascia compresa tra BBB- e BB+. Quindi oggi l'obbligazione mediana si attesta appena una gradino sopra la “spazzatura”.

«Anche nell'ambito dei debiti investment, la qualità si è abbassata. Secondo PIMCO, un gruppo di gestione fondi, in America il 48% di queste obbligazioni è valutato BBB, contro il 25% degli anni 1990. Inoltre, gli emettitori sono molto più pesantemente indebitati di prima. Nel 2000, il rapporto di indebitamento netto per emettitori BBB era dell'1.7. Adesso è del 2.9.

«Gli investitori non stanno chiedendo rendimenti più alti per compensare il deterioramento della qualità del debito corporate, al contrario. […] Virtualmente, sulle obbligazioni corporate, gli investitori della Gran Bretagna non stanno chiedendo alcun incremento dei rendimenti, che compensi i maggiori rischi legati al credito degli emettitori. In America, lo spread ha toccato i minimi degli ultimi vent’anni. Così come i bassi tassi hanno incoraggiato le aziende a contrarre più debiti, gli investitori sono stati attratti dall'acquisto delle obbligazioni a causa dei bassi rendimenti offerti in cash. […] anche il costo per assicurarsi contro un emettitore di obbligazioni che non riesca a ripagare il debito contratto, così come viene misurato dal mercato dei credit-default-swap, è caduto del 40% nel corso degli ultimi due anni. Ciò potrebbe far pensare che gli investitori siano meno preoccupati dalle insolvenze corporate. Ma uno studio sulla maniera in cui le banche stabiliscono la probabilità di un'insolvenza, redatto da Credit Benchmark, una società di data analysis, suggerisce che nello stesso periodo i rischi non si erano quasi modificati.

«Quindi, a fronte dello stesso grado di rischio, gli investitori stanno diventando meno attenti. Aggiungete il declino della liquidità sul mercato obbligazionario (poiché le banche si sono ritirate dalle attività di market-making) e avrete la ricetta per la prossima crisi. Forse non sarà quest'anno, e forse nemmeno il prossimo. Ma ci sono già segnali minacciosi.»

Il Sole 24 Ore di una decina di giorni fa13, da parte sua, considera ancora che «il debito delle imprese USA non preoccupa». Nel contempo deve però ammettere che il tema suscita vive inquietudini fra gli analisti finanziari, e che l'outlook per l'anno nuovo è particolarmente fosco e incerto:

«Altro tema che divide, guardando al 2019, è il livello di pericolosità del debito delle aziende statunitensi. Il grido d'allarme forse più autorevole arriva dal Financial Stability Report della Fed, che mostra grafici preoccupanti. Ma anche un recente report di Golman Sachs mostra come il debito delle aziende non finanziarie Usa sia passato da poco più di 6mila miliardi di dollari nel 2011 a 9mila miliardi. Sebbene – segnala Goldman – ci siano fattori che mitigano il rischio, questi numeri fanno paura a molti. E, soprattutto, fanno paura i debiti espressi in obbligazioni. Anche Janet Yellen, ex presidente Fed, ieri ha parlato di “giganteschi buchi nel sistema”. Riferendosi proprio al mondo dei leverage loans e dei debiti aziendali. “L'aumento dei tassi mette in significativo rischio le famiglie e le imprese nel 36% delle economie globali”, rincara la dose Citigroup.»

A questo quadro, va aggiunto il fatto che anche quegli attori che, più di tutti, possono contare su risorse di finanziamento proprie (i GAFAM), cominciano a dare segni di flessione14: le smargiassate di Trump all'indirizzo di Huawei ne sono un chiaro sintomo. Nel contempo, the Donald se la prende anche con la Fed, affinché addolcisca il più possibile il rialzo dei tassi d'interesse. Da questo punto di vista – ed è probabilmente l'unico – le preoccupazioni da un lato e dall'altro del Pacifico coincidono, giacché le imprese cinesi, dal 2009, hanno accumulato in dollari un debito di circa 450 miliardi. Le svalutazioni competitive della moneta cinese e l'apprezzamento del dollaro legato alla ripresa economica statunitense, hanno ulteriormente appesantito questo fardello.

In ogni caso, sembra assodato che almeno un terzo delle imprese – americane e mondiali – viva puramente a credito. In queste proporzioni, l'ultra-indebitamento delle imprese, cioè dei «soggetti» che il plusvalore dovrebbero produrlo e/o spartirselo, indica che si va esaurendo ogni contrappeso all'ultra- indebitamento degli Stati. Dati questi presupposti – mentre si è appena concluso il negoziato sui decimali del deficit italiano – risulta che è il mondo contemporaneo nel suo insieme a non poter girare più se non a credito. Trimestre più, trimestre meno, negli Stati Uniti come in Europa e in Giappone, siamo agli sgoccioli del quantitative easing, e il seguito si profila... «movimentato»! A seconda della tenuta dell'economia globale nel corso del 2019, avremo – in alternativa – la crisi mondiale o il golpe italiano. Non il fascismo.


Note
1 Il Lato Cattivo, Della difficoltà ad intendersi. In risposta ad una recensione di Dino Erba, gennaio 2017, p. 9; disponibile qui: http://illatocattivo.blogspot.com/2017/01/della-difficolta-ad-intendersi.html.
2 Cfr. Julia Cagé, Le prix de la démocratie, Fayard 2018.
3 In Occidente, una grande borghesia di questo tipo esiste veramente solo negli Stati Uniti, e per ora non è egemonica nemmeno nel Partito Repubblicano. Non possiamo conoscere l’evoluzione futura della politica americana, ma in ogni caso ciò non fa di Donald Trump un «fascista».
4 Per la Germania, l’interpretazione della natura di classe del fascismo tedesco data da Wilhelm Reich, converge con quella di Gramsci (fatta eccezione per i grandi latifondisti). Cfr. Psicologia di massa del fascismo, Einaudi, Torino 2002, cap. II, pp. 37-80.
5 Fatto significativo, il suo primo presidente fu Alberto Beneduce, un economista social-riformista, già Ministro del Lavoro del governo Bonomi, che godeva dei favori di Mussolini.
6 Come ebbe a dire Amadeo Bordiga, l'individuo isolato e lo Stato etico sono i due poli entro cui oscilla la classe capitalista in economia e in politica. Se non assistiamo ad un ritorno del fascismo, si può invece parlare di ritorno dello Stato etico. Ma non come di una realtà effettuale: si tratta piuttosto dell’aspirazione a un primato della politica sull'economia. Ed è il Movimento Cinque Stelle, più che la Lega, a farsene portatore.
7 Con questo non intendiamo mettere sullo stesso piano Lucano e l'estrema destra, ma bisogna giocoforza riconoscere che la logica operativa della repressione statuale in materia di delitto politico, aderisce, molto più oggi che negli anni 1970, alla teoria degli «opposti estremismi». Diamo evidentemente per scontato che le accuse mosse contro Lucano abbiano una connotazione eminentemente politica.
8 «La Verschiebung, o spostamento: cioè, più vicino al termine tedesco, il viraggio della significazione dimostrato dalla metonimia e che, fin dalla sua apparizione in Freud, è presente come il mezzo più adatto per eludere la censura [del Super-io, ndr].» (Jacques Lacan, Scritti, vol. 1, Einaudi, Torino, 1957, p. 506; il corsivo è nostro, ndr).
9 Disponibile qui: https://www.oecd.org/governance/oecd-regions-and-cities-at-a-glance-26173212.htm.
10 Il reddito di cittadinanza meriterebbe una trattazione a parte. Ma dato che anche qui qualcuno ha gridato al fascismo, accontentiamoci di dire che è del tutto assurdo pensare che si possa mettere in piedi, dall'oggi al domani, un sistema di workfare capace di esercitare un forte controllo sui futuri percettori di questo sussidio. Peraltro, i paesi in cui un tale sistema di workfare funziona, secondo tutti i crismi e su scala nazionale, sono limitati. Anche qui le disparità regionali fanno sentire il loro peso, poiché laddove la disoccupazione è elevata, gli enti preposti sono spesso debordati dalle dimensioni della platea da seguire.
11 Il Lato Cattivo, Punk Islam, dicembre 2015, pp. 6-7; disponibile qui: http://illatocattivo.blogspot.com/2015/12/punk- islam.html.
12 «Che?! Delle coorti straniere / Vorrebbero dettar legge a casa nostra?... All’armi, cittadini!...».
13 Morya Longo, Orsi, tori e tweet: sul 2019 dei mercati la visibilità è zero, «Il Sole 24 Ore», 12 dicembre 2018, p. 5.
14 Apple taglia la produzione, crolla il Nasdaq, «Corriere della Sera», 20 novembre 2018, p. 35; Federico Rampini, La caduta degli dei della rete fa rumore pure in Borsa, «La Repubblica», 21 novembre 2018, p. 14.

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Appendice:

Dieci anni dopo: una nuova crisi?

Michael Roberts

[thenextrecession.wordpress.com; titolo originale: Ten years on; 8 agosto 2017]

Sono passati dieci anni da quel 9 agosto del 2007, giorno in cui il crash finanziario globale ebbe inizio con la notizia che la banca francese BNP aveva sospeso i suoi mutui subprime per «un'evaporazione di liquidità».

Nel giro di sei mesi il credito si restrinse e i tassi di interesse interbancari aumentarono vertiginosamente (vedi il grafico sopra). Le banche di tutto il mondo cominciarono a registrare enormi perdite sui fondi derivati, istituiti per trarre profitto dal boom del settore immobiliare, che era decollato negli Stati Uniti ma che iniziava a vacillare. Gli Stati Uniti e il resto del mondo entrarono nella cosiddetta «Grande Recessione», il peggior crollo della produzione e del commercio mondiale dagli anni '30.

Dieci anni dopo, vale la pena ricordare alcune delle lezioni e delle implicazioni di quel terremoto economico.

In primo luogo, le istituzioni ufficiali e i principali economisti non furono in grado di prevederlo. Nel 2002, il capo della Federal Reserve Bank, Alan Greenspan, a quel tempo incensato come Gran Maestro per avere in apparenza architettato un vero boom economico, annunciava che «le innovazioni finanziarie» – ovvero i derivati dei fondi ipotecari etc. – avevano diversificato il rischio al punto che «un eventuale shock per l'economia globale sarebbe oggi meglio assorbito e avrebbe meno probabilità di creare un effetto a cascata tale da minacciare la stabilità finanziaria». Ben Bernanke, che alla fine ha presieduto la FED proprio durante il crash finanziario globale, osservava nel 2004 come «i due decenni passati hanno visto una marcata riduzione della volatilità economica», ribattezzando questo periodo come quello della Grande Moderazione. E ancora, nell’ottobre 2007, il FMI decretava che «nelle economie avanzate, le recessioni economiche sono virtualmente scomparse nel dopoguerra».

Una volta divenuta evidente la profondità della crisi nel 2008, lo stesso Greenspan dichiarò al Congresso degli Stati Uniti: «Sono attonito». Gli venne chiesto: «In altre parole, ha scoperto che la sua visione del mondo, la sua ideologia, non era corretta, non funzionava?» (Henry Waxman, presidente del Comitato di Sorveglianza alla Camera). «Assolutamente sì. Lei sa che è proprio per questo che sono sotto shock, perché per 40 anni e più ho avuto prove molto rilevanti che tutto stesse funzionando perfettamente».

I grandi economisti mainstream non se la cavarono meglio. Interrogato su quali potessero essere le cause della Grande Recessione, se non lo scoppio della bolla del credito, il Premio Nobel e massimo economista neoclassico della scuola di Chicago, Eugene Fama rispose: «Non sappiamo cosa provochi le recessioni. Non sono un macro-economista, quindi non mi sento a disagio. Non lo abbiamo mai saputo. Ancora oggi prosegue il dibattito sulle cause della Grande Depressione degli anni '30. L'economia non è capace di spiegare le oscillazioni nell'attività economica... Se avessi potuto prevedere la crisi, lo avrei fatto. Ma non l'ho vista arrivare. Piacerebbe anche a me saperne di più su cosa sia all’origine dei cicli economici».

L’economista capo del FMI, Olivier Blanchard, col senno di poi commentò: «Potenzialmente, la crisi finanziaria porta con sé una crisi esistenziale per la macroeconomia... Alcune fondamentali ipotesi [neoclassiche, ndt] vengono rimesse in discussione, ad esempio la separazione netta tra cicli e tendenze» o «gli stessi strumenti econometrici, basati sulla visione di un mondo stazionante attorno a una tendenza».

La maggior parte dei cosiddetti economisti eterodossi, compresi quelli marxisti, non seppero prevedere il crollo e la conseguente Grande Recessione. Ci fu qualche eccezione: Steve Keen, economista australiano, aveva previsto un crollo del credito in base alla sua teoria secondo cui «l'elemento essenziale che dà origine alla depressione è l'accumulo del debito privato», debito che nelle principali economie del mondo, nel 2007 aveva raggiunto livelli senza precedenti. Nel 2003, Anwar Shaikh riconobbe una flessione della redditività del capitale e affermò che la caduta degli investimenti stava portando a una nuova depressione. E il sottoscritto, nel 2005, scriveva: «Non c'è mai stata una tale coincidenza di cicli dal 1991. E questa volta (a differenza del 1991), essa sarà accompagnata da una declino della redditività all'interno di una fase discendente del ciclo dei prezzi di Kondratieff. Tutto ciò è dietro l'angolo, avverrà nel 2009-2010! Ciò suggerisce che ci possiamo attenderci un grave crollo economico, di un livello mai visto dal 1980-’82 e oltre» (Michael Roberts, The Great Recession).

Da allora, le cause del crash finanziario globale e della conseguente Grande Recessione sono state analizzate fino alla nausea. Gli economisti mainstream non solo non sono stati in grado di prevedere il crash, ma sono rimasti in seguito decisamente perplessi rispetto alle sue possibili cause. Il crollo, nella forma, fu chiaramente di tipo finanziario: collasso di banche ed altre istituzioni finanziarie, oltre che delle cosiddette «armi di distruzione finanziaria di massa», per utilizzare la definizione ormai famosa di Warren Buffett, uno dei più grandi investitori di borsa del mondo. Molti si sono rifugiati nella teoria del caso: la possibilità di un tale evento era una su un miliardo; «un cigno nero» come ha affermato lo scrittore, matematico ed ex-trader Nassim Taleb.

In alternativa, si è sostenuta la tesi che il capitalismo sia intrinsecamente instabile e gli incidenti occasionali inevitabili. Greenspan fece sua questa lettura: «Non conosco alcuna forma di organizzazione economica fondata sulla divisione del lavoro (si riferisce qui alla visione smithiana dell'economia capitalistica, ndr), dal laissez-faire più sfrenato alla pianificazione centrale più oppressiva, che sia mai riuscita a raggiungere allo stesso tempo la massima crescita economica sostenibile e la stabilità permanente. La pianificazione centrale è certamente fallita, e ho forti dubbi che la stabilità possa essere raggiunta nelle economie capitalistiche, dato che i sempre turbolenti mercati competitivi possono avvicinarsi, ma mai raggiungere un pieno equilibrio». E ancora: «A meno che non vi sia, a livello societario, una scelta di abbandonare i mercati dinamici e di affidarsi ad una qualche forma di pianificazione centrale, temo che la prevenzione delle bolle sia in fondo impraticabile. Alleviarne le conseguenze è tutto ciò in cui possiamo sperare».

Le più importanti autorità ufficiali in materia economica, come Blanchard e Bernanke, hanno scorto solo i fenomeni più superficiali del crash finanziario, e hanno concluso che la Grande Recessione sia stata il risultato dell'avventatezza finanziaria di alcune banche non regolamentate o l'effetto di un’ondata di «panico finanziario». Ciò coincide con alcune visioni eterodosse basate sulle teorie di Hyman Minsky, economista keynesiano radicale degli anni '80, secondo cui il settore finanziario è intrinsecamente instabile, poiché «il sistema finanziario necessario a garantire il vigore e la vitalità capitalistici, che traduce lo spirito animalesco degli imprenditori in investimenti efficaci, comporta la possibilità di un'espansione incontrollata, alimentata da un boom di investimenti». Steve Keen, un seguace di Minsky, ha dichiarato: «Il capitalismo è intrinsecamente difettoso, essendo soggetto a boom, crisi e depressioni. Questa instabilità, a mio avviso, è dovuta a caratteristiche che il sistema finanziario deve necessariamente possedere, se vuole essere coerente con un capitalismo che sia tale a tutti gli effetti». La maggior parte dei marxisti ha fatto propria una visione simile a quella di Minsky, interpretando la Grande Recessione come il risultato di una «finanziarizzazione» dell'economia, che avrebbe portato a sviluppare una nuova forma di fragilità all'interno del capitalismo.

Fra i keynesiani mainstream, Paul Krugman si è scagliato contro i fallimenti della scuola neoclassica, ma d’altro canto non ha fornito alcuna spiegazione alla recessione che non sia quella di un «malfunzionamento tecnico», il quale necessitava di – e si sarebbe potuto correggere con – un ripristino della «domanda effettiva».

Pochissimi sono gli economisti marxisti che si sono rivolti alla visione originale di Marx, che vede i crash commerciali e finanziari come conseguenze di un crollo della produzione. Uno di questi è Guglielmo Carchedi, che ha riassunto tale prospettiva nel suo eccellente, ma spesso ignorato, Behind the Crisis (Brill, Leiden 2010): «Il punto fondamentale è che le crisi finanziarie sono causate dalla contrazione della base produttiva dell'economia. Viene così raggiunto un punto in cui deve necessariamente verificarsi una deflazione improvvisa e massiccia nei settori finanziari e speculativi. Anche se sembra che la crisi sia generata all'interno di questi settori, la causa ultima risiede nella sfera produttiva e nel relativo calo del saggio di profitto in questo ambito». In accordo con questa spiegazione, il miglior libro sul crash rimane quello di Paul Mattick Jr., Business as usual (Reaktion Books, Londra 2011).

In effetti, come dimostrano diversi studi, la redditività nei settori produttivi delle principali economie capitalistiche raggiunse livelli storicamente bassi nel 2007. Negli Stati Uniti, la redditività toccò il suo acme nel 1997, mentre l'aumento della redditività verificatosi durante il boom del credito del 2002-6 si concretizzò in gran parte nel settore finanziario e immobiliare. Ciò ha incoraggiato un enorme aumento del capitale fittizio (azioni e debiti), non giustificato da un adeguato incremento dei profitti derivanti da investimenti produttivi.

Negli Stati Uniti, la massa dei profitti cominciò a diminuire nel 2006, più di un anno prima della crisi del credito scoppiata nell'agosto 2007. La caduta dei profitti indicava una sovraccumulazione di capitale, e quindi una brusca riduzione degli investimenti. Ne seguì un crollo della produzione, dell'occupazione e dei redditi, ovvero la Grande Recessione.

A partire dalla fine di quella recessione, a metà del 2009, la maggior parte delle economie capitalistiche ha registrato una ripresa molto debole, molto più tenue che dopo le precedenti recessioni postbelliche e, per certi aspetti, anche più debole che negli anni Trenta. Un recente rapporto del Roosevelt Institute, a firma J. W. Mason, afferma che «non esiste alcun precedente rispetto alla debolezza degli investimenti nel ciclo economico corrente. Quasi dieci anni dopo, le spese reali dirette all'investimento superano di meno del 10% il picco del 2007. La ripresa è lenta anche in relazione al ritmo anemico della crescita del PIL, ed estremamente debole per gli standard storici».

La Grande Recessione si è così trasformata in una «Lunga Depressione», secondo la mia definizione adottata anche da alcuni economisti keynesiani come Paul Krugman e Simon Wren-Lewis. Perché la Grande Recessione non ha portato ad una «normale» ripresa economica, tale da ripristinare i precedenti tassi di investimento e produzione? I principali economisti della scuola monetarista sostengono che i governi e le banche centrali siano stati lenti nel tagliare i tassi di interesse, e nell'adottare strumenti monetari «non convenzionali» come il quantitative easing. Ma anche una volta entrate in vigore, tali politiche non sembrano essere riuscite a rilanciare l'economia: semplicemente hanno alimentato un nuovo boom del mercato azionario e del debito.

La scuola neoclassica riconosce che il debito dovrebbe essere ridotto, poiché pesa sulla capacità delle aziende di investire nel momento in cui i governi restringono drasticamente l'accesso al credito a causa del loro elevato indebitamento. In tal modo, si ignora quella che è la ragione di fondo di un debito pubblico così elevato, ovvero l'enorme spesa votata al salvataggio delle banche a livello globale e la diminuzione delle entrate fiscali causata dalla recessione. All'opposto, i keynesiani affermano che la Lunga Depressione sia dovuta alle politiche di «austerità», cioè al fatto che i governi cerchino di ridurre la spesa pubblica e di riequilibrare i bilanci. Ma le prove che giustificano una tale conclusione non sono convincenti.

Quello che le visioni neoclassiche, keynesiane ed eterodosse hanno in comune, è la negazione di qualsiasi ruolo del profitto e della redditività nei boom e nei tracolli del capitalismo! Di conseguenza, nessuno cerca la spiegazione dei bassi investimenti nella bassa redditività. Eppure la correlazione tra profitto e investimento è forte e continuamente confermata dai fatti, e la redditività, nella maggior parte delle economie capitalistiche, è ancora a livelli più bassi rispetto al 2007.

Dopo dieci anni e una fase di ripresa nel «ciclo economico» decisamente lunga, anche se molto debole, siamo già pronti per una nuova crisi? La storia suggerirebbe di sì. Ma a mio avviso non sarà scatenata da un altro crollo nel settore della proprietà immobiliare. In molti paesi, i prezzi dei beni immobiliari non sono ancora tornati agli standard del 2007 e, anche se i tassi di interesse sono bassi, il livello delle transazioni immobiliari resta modesto.

È probabile che il nuovo innesco arrivi dallo stesso settore corporate. A livello mondiale, il debito delle aziende ha continuato a crescere, soprattutto nelle cosiddette economie emergenti. Nonostante i bassi tassi di interesse, una parte significativa delle aziende più deboli è a malapena in grado di ripagare i propri debiti. La S&P Capital IQ ha calcolato che la cifra record di 1,84 trilioni di dollari in contanti detenuta dalle società non finanziarie statunitensi, ha mascherato un fardello creditizio di 6,6 trilioni di dollari. La concentrazione di cash tra i primi 25 detentori, che rappresentano l'1% del totale delle imprese, costituisce oggi oltre la metà del totale della massa monetaria. Massa che è aumentata del 38% in cinque anni. Tutti i discorsi sulle enormi riserve di denaro detenute da colossi come Apple, Microsoft, Amazon, occultano il quadro reale della maggior parte delle aziende.

I margini di profitto stanno scivolando verso il basso ovunque, e nelle aziende non finanziarie statunitensi i profitti sono in calo.

E ora le banche centrali, a partire dalla US Federal Reserve, hanno cominciato a invertire le politiche di quantitative easing e ad aumentare i tassi di interesse. Il costo dei crediti a venire e di quelli già contratti aumenteranno, proprio nel momento in cui la redditività sta rallentando.

È questa la ricetta per un nuovo tracollo – dieci anni dopo l'ultimo nel 2008?

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