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Cosa sta succedendo

di Guido Ortona

I sostenitori di politiche sbagliate non sono quasi mai in mala fede. Prima di proporle riescono quasi sempre a convincere sé stessi che sono giuste (U.D.)

220px John Gower world Vox Clamantis e15470508127681. In breve. Che la terra sia sferica è ovvio per chiunque la guardi dallo spazio, ma non lo è per chi si trova al livello del suolo. Analogamente, quello che sta capitando oggi in Italia sembra molto confuso se si segue la cronaca politica mentre diventa più chiaro se si usa una prospettiva storica. Se adottiamo questa ottica scopriamo che ciò che sta capitando è un fenomeno non nuovo, e non nuove sono alcune caratteristiche che ne conseguono.

In breve: l’Italia è al centro di un processo di annessione a uno stato più forte, la nascente Europa a egemonia tedesca, come area debole destinata a essere colonizzata. E’ possibile che la nascente Europa dei padroni esploda nella culla per eccesso di ingordigia, come la rana della favola. Ma è meglio non farci troppo affidamento. Se ciò non avviene, il destino dell’Italia sarà analogo a quello dell’Italia meridionale nei confronti di quella settentrionale o degli Stati Confederati americani a seguito della guerra civile, vale a dire la condanna al sottosviluppo (rispetto alle aree forti), a seguito della subordinazione a leggi e istituzioni proprie degli stati vincitori e non solo inadatte a quelli subordinati, ma tali in molti casi da propiziare il loro sfruttamento. Con tutto ciò che ne è conseguito; in particolare la cooptazione delle classi dominanti delle aree subordinate nel sistema di potere di quelle vincitrici, e la subornazione culturale delle aree subordinate. Forse siamo ancora in grado di impedire tutto ciò. Vediamo più in dettaglio.

 

2. Leggi e istituzioni inapplicabili. Le norme europee prevedono che l’Italia sottragga ogni anno circa 50-70 miliardi alla sua economia per pagare interessi sul debito, somme che vengono investite quasi interamente in altri paesi, data la libera circolazione dei capitali. La libera circolazione di capitali è presentata come una norma sensata, progressiva e tale da massimizzare l’efficienza dell’economia mondiale.

Ora, se i capitali vengono investiti là dove rendono di più vuol dire che non vengono investiti dove rendono di meno; e “massimizzazione dell’efficienza a livello mondiale” vuol dire spostamento di risorse da dove rendono meno a dove rendono di più, nella speranza messianica che alla lunga la migliore efficienza vada a beneficio di tutti: una speranza che nel migliore dei casi, come la storia ci insegna, si realizzerà in tempi molto lunghi, se mai lo farà. E questo vale anche per i capitali italiani, che -spesso ce ne dimentichiamo- sono il frutto del lavoro degli italiani (e degli immigrati in Italia). Non occorre essere vecchi (come chi scrive): è sufficiente essere di mezza età per ricordarsi di quando si parlava con scandalo della “fuga dei capitali” e dell’opportunità di ostacolarla; oggi si parla di “libera circolazione”. I capitali sono appunto liberi di andarsene; e naturalmente sono particolarmente propensi ad andarsene dai paesi in cui l’economia va male – il che contribuisce a farle andare male. E’ il caso dell’Italia.

Con un eccesso di benevolenza, si potrebbe dire che l’Italia ha cercato “giustamente” di attrarre capitali operando sull’unica arma di cui disponeva, la riduzione del costo del lavoro. Ce ne erano anche altre, ma al di là di considerazioni etiche questa politica non ha funzionato. In effetti l’Italia è l’unico grande paese europeo in cui il PIL non ha recuperato i valori anticrisi. Questa anomalia è in gran parte dovuta, oltre che alla fuga dei capitali, all’eccesso di debito, che ha fatto sì che nel decennio di crisi si siano complessivamente sottratti all’economia più di 300 miliardi (ai prezzi attuali). Come si è visto anche recentemente, la ribellione sarebbe molto costosa: le “potenze occupanti” sono in grado di fare esplodere i tassi di interesse e di svalutare i titoli di stato italiani, dopo averli spostati sulle banche del nostro paese, che quindi si troverebbero a violare le norme (europee) sulla capitalizzazione e rischierebbero una fuga dalle medesime e il loro fallimento. Se l’Italia fosse una regione di una nazione unica e solidale, l’impossibilità di pagare un servizio del debito insostenibile avrebbe dato origine a opportune politiche: monetizzazione del medesimo (almeno in parte), prolungamento delle scadenze, e calmieramento dell’interesse. E’ molto difficile valutare i controfattuali; ma è chiaro che senza l’Euro l’Italia avrebbe potuto appunto monetizzare parte del suo debito e calmierare i tassi di interesse; e senza l’Europa come si è venuta a creare (che è molto diversa da quella sognata dai federalisti del dopoguerra) avrebbe potuto attuare una politica fiscale di sostegno ai poveri anziché di redistribuzione dai poveri ai ricchi, così come avrebbe potuto avere le risorse per creare un’amministrazione più moderna ed efficace, e anche sviluppare le sue industrie di stato: tutte cose rese impossibili dal dumping fiscale. Avrebbe potuto, appunto: forse non ci sarebbe riuscita, ma l’egemonia europea -di questa Europa- ha distrutto ogni possibilità.

In sostanza: la concorrenza fiscale ha reso “necessario” aumentare i profitti dei ricchi, la libera circolazione dei capitali e delle merci ha fatto sì che questi profitti venissero investiti dove conveniva di più e le fabbriche localizzate dove il lavoro costava meno, lo Stato italiano è stato obbligato a indebitarsi sempre di più per avere di che finanziare la sua spesa pubblica, spendendo però sempre di meno e quindi propiziando l’inefficienza delle istituzioni – il che a sua volta ha propiziato la fuga dei capitali. E’ la stessa spirale distruttiva che ha colpito la Grecia, anche se (per ora) gli effetti in quel paese sono stati più gravi.

 

3. Cooptazione delle classi dominanti. Naturalmente in Italia c’è chi può e preferisce essere europeo anziché italiano. Imprenditori che traggono vantaggio dalla rilocalizzazione, banchieri, coloro che hanno capitali da investire che rendono di più altrove, e naturalmente i loro dipendenti operanti nel “primo cerchio”. Molti di costoro diranno che non c’è niente da fare, è il mercato che lo impone, eccetera. Ciò è vero solo in parte, probabilmente in piccola parte; ma comunque il fatto che sia (in parte) vero nulla toglie al meccanismo infernale in cui siamo coinvolti, semmai lo rafforza. Il notevole peso che questi strati hanno sulla politica e sulla cultura italiana contribuisce potentemente al rafforzamento del potere coloniale esercitato dall’Europa sull’Italia, dal salvataggio senza condizioni delle banche a spese dei contribuenti italiani alla legislazione restauratrice sul lavoro “come richiesta dall’Europa”. Anche questo non è un fenomeno nuovo, ovviamente.

 

4. Creazione di una cultura coloniale. E’ questo forse l’aspetto più interessante, perché meno percepibile a causa della disinformazione quotidianamente esercitata dai professionisti del settore (giornalisti e accademici, in primis). Non sempre, anzi forse raramente, in mala fede: come è già capitato in casi analoghi, e come è logico, costoro hanno enormi difficoltà, essendosi formati organicamente all’interno della cultura propizia alle classi dominanti, a rendersi conto di come essa sia sostanzialmente una cultura d’élite, staccata dalla vita reale del popolo; e ciò porta a far sì che il processo che stiamo discutendo non venga percepito nella cultura che costoro diffondono. (E’ utile tuttavia sottolineare che il concetto di “buona fede” è ambiguo. Ben pochi sono coscientemente al servizio dei poteri forti che stanno colonizzando l’Italia; molti però si rifiutano di accettare le informazioni che li obbligherebbero a dover valutare criticamente la loro predicazione. Per uno studioso questo è forse moralmente ancora più disdicevole della vera mala fede). Si sta diffondendo una visione del mondo che ha molto a che fare con quelle che in altri tempi giustificavano le annessioni coloniali -in condizioni, grazie al cielo, molto diverse, almeno per ora. La “Europa” costituisce la “modernità”, come contrapposta alla “Italietta”, arretrata, corrotta, e che è giusto quindi che paghi fino il fondo i costi della “modernizzazione”, in modo che possa rinascere, redenta, alla vera civiltà. Naturalmente nessuno dice (al massimo lo si sussurra) che i poveri (soprattutto al sud) sono fannulloni e incapaci di lavorare in un’economia moderna; l’idea è che -poveretti- sono prigionieri di istituzioni e tradizioni arcaiche, malfunzionanti e corrotte, e che distruggere queste istituzioni servirà a loro perché questa è la condizione per crescere “davvero”. L’analogia con l’idea che il colonialismo porta la civiltà a me sembra evidente; e non è sminuita -piuttosto il contrario- dal fatto che nella società italiana ci sono davvero profondi elementi di arretratezza, e che la “Europa” è in molti campi più avanti: così come è vero che gli inglesi in India hanno anche costruito le ferrovie, che il sistema delle caste bloccava la crescita dell’India, e che molti rampolli di ricche famiglie indiane hanno ottenuto in Inghilterra un’istruzione molto migliore di quella che avrebbero avuto in patria.

Quest’ultima analogia è importante: l’élite intellettuale italiana sempre più studia e lavora all’estero, e sempre più guarda la “Italietta” con distacco, se non disprezzo, e comunque con ben poca volontà di comprensione – non è affare loro. E naturalmente -e di nuovo nulla di nuovo, se non forse per l’assenza di una significativa opposizione di sinistra- la cultura delle élites esercita una possente egemonia. Per fare un esempio, l’idea che si possa tassare la ricchezza finanziaria dei ricchi è sostanzialmente un tabù, nonostante che un’aliquota dell’1% con una quota esente di 100.000E consentirebbe un gettito di parecchie decine di miliardi. Un altro esempio, più interessante per l’argomento di questo articolo, è il diffuso e furibondo disprezzo per i “populisti” in una larga parte di quella che una volta si sarebbe chiamata piccola borghesia: il disprezzo e l’ira sono ai loro occhi un motivo sufficiente per non preoccuparsi delle ragioni, profonde e gravi, che stanno alla base del successo elettorale dei partiti “populisti”. La cosa importante, per questa sottocultura (nel senso antropologico del termine) non è che quasi un terzo degli italiani è povero o a rischio di povertà, e questa percentuale è anormale per l’Europa sviluppata e in rapido aumento: bensì che bisogna fermare i populisti che “cinicamente” prosperano su ciò.

 

5. Siamo ancora in tempo a fermare questo processo di colonizzazione? E, prima ancora, cosa vuol dire fermarlo? A mio avviso, vuole dire riappropriarsi delle risorse economiche necessarie a implementare una politica di sviluppo, e interrompere la cosiddetta “macelleria sociale”. Qui è utile una parentesi: la mancata implementazione dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione (lavoro, salute, libertà da ricatti sul lavoro, reddito, sicurezza, dignità) non danneggia i cittadini solo come singoli: ha effetti deleteri sulla compagine sociale, in quanto propizia la corruzione, il qualunquismo, l’acquiescenza, il servilismo dei media, e altre patologie che vediamo quotidianamente all’opera. Come ha magistralmente osservato Ehrenreich (Una paga da fame, Feltrinelli, 2001), una persona che sul luogo di lavoro non gode di diritti e libertà civili difficilmente potrà essere un buon cittadino di una sana democrazia. Per questo se si vuole fare crescere il nostro paese bisogna non solo avere la disponibilità delle risorse necessarie, ma anche la possibilità di sfuggire al dumping sociale. In sostanza, sul piano economico si deve da una parte sfuggire all’emorragia del debito, intervenendo su di esso, e dall’altra sottrarsi al potere di ricatto dell’Europa sulle banche, eventualmente nazionalizzandole o comunque imponendo un controllo rigoroso sul loro comportamento, senza aspettare (o rispettare) la normativa europea; oltre che controllare il movimento di capitali (vi ricordate come ancora pochi anni fa l’adozione della cosiddetta Tobin Tax sembrava qualcosa di ovviamente giusto?). E sul piano sociale bisogna ricostituire i diritti fondamentali, come condizione per sottrarre i cittadini al ricatto dei poteri forti, e quindi consentire loro di essere i liberi protagonisti delle scelte politiche.

Tutto ciò sarebbe possibile, grazie all’immenso potere di ricatto che l’Italia ha in Europa (e che sta però riducendosi, man mano che la nostra industria diventa sempre meno importante). Ma bisogna volerlo. “Volerlo” significa che su quanto sopra le forze politiche italiane devono essere concordi: è evidente che nulla può essere ottenuto in Europa se i tentativi di farlo scatenano immediatamente il terrorismo dei media italiani e l’opposizione dei partiti padronali (o servili) italiani. Credo che la marcia indietro del governo dal 2.4 al 2.04% di deficit e l’abbandono della retorica antieuropea siano state dovute in primo luogo alla scoperta che il popolo italiano, a torto o a ragione ma certamente influenzato da una propaganda quasi terroristica, non era disponibile a seguirlo su quella strada (una strada peraltro ambigua e poco coraggiosa; ma questo è un altro discorso).

Siamo ancora in tempo? Forse. Quasi tutti i politici e i maîtres à penser i italiani concordano sul fatto che siamo in una grave emergenza (per il governatore della Banca d’Italia il decennio appena trascorso è stato per l’economia italiana il più difficile a partire dal 1861). L’idea che ovviamente dovrebbe conseguirne, e cioè che un’emergenza deve essere affrontata con provvedimenti di emergenza e quindi con unità di intenti non sembra invece essere propria di nessuna forza politica, e di nessun commentatore politico. L’Italia si sta sempre più dividendo fra uno strato superiore che risiede in Europa e uno inferiore che è destinato a essere sempre più sfruttato ed emarginato; e il dialogo fra queste due Italie si fa sempre più difficile.

Naturalmente è lecito pensare che è meglio non fare nulla: è la globalizzazione, non si può fermare il progresso, eccetera. Anche qui nulla di nuovo: che i diritti naturali non esistano era già stato autorevolmente affermato da J. Bentham nel 1843, e l’idea che i poveri fossero le inevitabili vittime del progresso ma che alla fine anche loro avrebbero tratto vantaggio dal medesimo è l’ossatura della cultura padronale fin dai tempi di Menenio Agrippa. Su questo punto c’è però un’importante differenza rispetto ad altri casi e ad altre epoche. Una volta giustificare la propria indifferenza, o peggio, verso il destino delle vittime della storia richiedeva di assumere un diritto al privilegio che è diventato difficile rivendicare dopo la rivoluzione francese. Oggi è più facile: siamo cittadini europei (se non del mondo), tutti eguali; il Progresso, la Democrazia e la Europa dei Popoli faranno sì che Tutti Staranno Bene, prima o poi; sbaglia chi cerca di ostacolare il progresso, è lui il vero colpevole del fatto che si sia ancora arretrati.

Sono in molti a pensarla così, spesso aiutati dall’illusione che loro se la caveranno. La storia ci insegna che molto probabilmente la maggior parte di essi non se la caverà.


Guido Ortona, professore ordinario di Politica Economica, Università del Piemonte Orientale (in pensione)
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