Per chi suona la campana
di Marco Savelli
L’appello dell’enciclica "Magnifica Humanitas" ad una “pace disarmata e disarmante” ha reso evidente una frattura nella comunità dei credenti. La componente cattolica più vicina al magistero papale potrebbe forse essere spinta verso un’autonoma presenza politica organizzata, sganciata dall'intero arco partitico esistente
In questi tempi tristi, che con lo scorrere dei giorni si presentano sempre più come “tempi ultimi”, gettare uno sguardo meditato su quanto si muove e si agita nel mondo ecclesiale – e in generale nella comunità dei credenti – diventa una chiave interpretativa importante. La chiave per comprendere se possano ancora esistere degli argini alla rincorsa folle all’autodistruzione intrapresa da un mondo che non riesce più a trovare efficaci coordinate politiche, e non solo, che possano costituire gli orizzonti di riferimento per una nuova convivenza umana.
Uno scenario inquietante.
Il paradosso segnalato anche dall’ultima enciclica papale Magnifica Humanitas è che siamo finiti in un tunnel buio e apparentemente senza sbocchi, in cui la “ragione laica” sembra non avere più strumenti per contrastare una deriva protesa irreversibilmente verso la guerra. Sembra, anzi, che questa “ragione” sia in prima linea nell’incentivare e nell’accelerare un confronto militare che riconsegnerà i pochi sopravvissuti all’età della pietra. Per farsi un’idea di quanto rischia di materializzarsi con una Terza guerra mondiale non più a pezzi ma dilagante e devastante come un’interminabile sequenza di fuochi d’artificio, basta tornare per un attimo alle immagini iniziali de L’alba dell’uomo di 2001 Odissea nello spazio (1968) di Kubrick, a quelle immagini di violenza animale, bruta e incontrollata come unica forma di relazione tra umani nei tempi della preistoria molto prima della comparsa del logos. In effetti, a partire dall’ultima enciclica, a me pare che il papa americano sia tra le poche figure consapevoli del rischio di totale annientamento di un’umanità in preda alle convulsioni di dominio e sopraffazione esaltate dalle nuove tecnologie.
Specialmente preoccupano le convulsioni prodotte dall’intelligenza artificiale (AI), uno strumento quasi fuori controllo – l’ultimo “incidente” è di poche settimane fa! – di cui non vanno solo denunciate le sue funzioni in ambito bellico – in tutti i teatri di guerra, dall’Ucraina all’Iran, è l’AI a farla da padrona – ma va in modo “rivoluzionario” rimessa in discussione alla radice quale prodotto conseguente dei padroni del mondo da cui è stata concepita e progettata per essere alla fine usata in gran parte come strumento di morte materiale e spirituale. Altroché neutralità e oggettività della tecnica e della ricerca scientifica! Non c’è nessun naturale sviluppo delle “magnifiche sorti e progressive” generato dai laboratori californiani, e non solo, c’è solo un’incontinente volontà di dominio sull’umanità intera.
Se questo è il quadro, continuo in queste settimane a trascinarmi un cruccio generato da una contraddizione evidente, quasi plateale: nel momento in cui la “radicalità evangelica” del rifiuto assoluto della violenza nel nome di una “pace disarmata e disarmante” assume la forma della riflessione compiuta da parte della massima autorità spirituale del cattolicesimo romano (e del cristianesimo in generale), perché in Europa tra i massimi sostenitori dell’ineluttabilità della postura militare ci sono proprio coloro che si richiamano a quella fede religiosa? E fino a che punto potrà reggere il grossolano inganno linguistico mainstream per cui i sostenitori di tale postura sarebbero “i moderati”, mentre coloro che, anche all’interno del mondo cattolico, rivendicano il rifiuto della violenza e della guerra e il primato del dialogo e della diplomazia, sarebbero “gli estremisti”? È un po’ attorno a questi due quesiti che, magari lontano dai riflettori, in alcune comunità ecclesiali sta maturando una discussione ancora non egemone nel mondo cattolico. Sulle tracce lasciate in eredità da Papa Francesco e corroborate dalle riflessioni inequivocabili del suo successore, sta gradatamente prendendo forma una “radicalità evangelica” che mette progressivamente nell’angolo coloro che hanno praticato (e continuano a praticare) un liturgico pacifismo verbale (magari con gli alibi forniti dalle diverse parti politiche), per affermare con coerenza e rigore quel contenuto “non negoziabile” che è la pace con un mondo sempre più spinto sulla china della guerra. Non siamo ai primi passi e non siamo a casi isolati, perché il percorso spirituale in contrasto con “la guerra giusta” non nasce negli ultimi anni ma ha significativi antecedenti in Don Mazzolari e Don Milani, in Giovanni XXIII e nello stesso Giovanni Paolo II, fino agli ultimi due pontefici. Nonostante le capriole di qualche teologo improvvisato, la sostanziale rottura con la dottrina della “guerra giusta” di Agostino e Tommaso si è quasi interamente consumata in quel mondo ecclesiale sensibile e protagonista di una nuova sinodalità. La direzione intrapresa all’apparenza appare irreversibile, anche se credo sia ancora prematuro parlare di una nuova identità politica del mondo cattolico italiano edificata attorno a contenuti rigorosamente evangelici. Da una parte, esiste senz’altro un condizionamento religioso che fa sì che una parte ancora significativa della comunità dei credenti non riesca disgiungere la propria fede dall’assunzione di una visione del mondo che vede nell’altro, se non proprio un nemico, un pericolo da cui guardarsi come se questi appartenesse comunque a una pars infidelium. Da un’altra parte, la presenza nel mondo politico e istituzionale di molti cattolici in realtà assai più sensibili ai muscolari richiami euroatlantici rispetto ai richiami rigorosi della cattedra di Pietro, renderà la maturazione di questa identità non semplice né facile. Quella che è certa è l’accelerazione dei conflitti in corso con una possibile unificazione dei due più importanti teatri di guerra – Ucraina e Iran – che finirà per avvicinare in modo ineluttabile il momento delle scelte più o meno definitive.
Un futuro imprevisto?
Rispetto a ciò, esistono comunque delle controindicazioni e dei possibili sviluppi, al momento imprevedibili, nel caso in cui, come credo, Papa Leone mantenga fermo il suo atteggiamento e il suo tono contro i “signori della guerra”. Da un lato, a prescindere dai mal di pancia di una parte del mondo dei credenti, l’autorità di un papa è sempre fuori discussione e diventerà difficile per qualche “nostalgico” provare ad allineare le posizioni della Chiesa di Roma a quelle smaccatamente “politiche” di un certo episcopato americano, oltretutto in parte coincidenti con il suprematismo occidentale di tante sette religiose di matrice luterana, anche se qualcuno potrebbe sempre essere tentato di giocare, magari per deterrenza, la minaccia dello scisma. Dall’altro lato, spingere l’acceleratore nella direzione di un pacifismo intransigente potrebbe a un certo punto comportare in Italia un fenomeno inedito e per molti versi sorprendente. E cioè la rinuncia da parte della componente dei credenti più sensibile ai contenuti spirituali del magistero papale a quelle forme di tutela e garanzia fino ad oggi assicurate loro dagli eredi di quei partiti che laicamente diedero in passato un contributo decisivo, dopo le rotture tra Chiesa e Stato successive a Porta Pia, all’impegno diretto dei cattolici nella vita politica del Paese. Tradotto, se un tempo era la DC, come partito laico, a presidiare le istanze politiche (ed etiche) più evidenti generate dall’unità dei cattolici (vera fino a un certo punto), ora quella tutela, oltre a essere improponibile vista la consolidata frantumazione politica del mondo cattolico, diventa assai problematica. Ciò, perché nessuna delle forze in campo da destra a sinistra per le posizioni assunte sulla guerra (e non solo) è in grado di interpretare l’orientamento dei credenti più vicini al magistero papale. Pure quelle formazioni che da sempre hanno avuto l’aspirazione di rappresentare quel mondo e di incamerarne il consenso, come il PD, nato con il concorso di significative componenti di matrice cattolico-democratica. E allora, un pacifismo radicale orientato da Leone che potrebbe, sul versante politico e civile, precipitare alla lunga in un vero e proprio neutralismo – scelta che al momento sembra essere l’unica garanzia reale per tenere il Paese fuori dalla guerra – finirebbe per richiedere un’autonoma presenza politica organizzata dei credenti sganciata dall’intero arco politico esistente. Un arco politico rimasto sostanzialmente unanime e latitante, subalterno sulle grandi questioni di fondo – le diseguaglianze sociali, la distribuzione della ricchezza, il destino del pianeta, il clima e l’abbandono delle energie fossili per quelle rinnovabili – ai poteri sovraordinati europei e americani. Potrebbe questa strada impervia e in controtendenza rispetto alla spinta identitaria tradizionalista e sostanzialmente anti-papale rimanere l’ultima carta da giocare, l’unico modo per dare rappresentanza politica a una comunità ancora in grado di immaginare evangelicamente un mondo “altro” prima di essere schiacciata dalle compatibilità imposte dai troppi “vincoli esterni”. Sarebbe l’imprevisto paradosso a decenni dal superamento del “partito dei cattolici”, quasi un’eterogenesi dei fini. Ma, a differenza del passato, questa presenza politica organizzata, piuttosto che misurarsi sulla propria ineludibile vocazione/funzione di governo (come, ai suoi tempi, la DC), finirebbe per fondare la propria legittimazione democratica su una distanza radicale dalle formazioni che tristemente stanno accompagnando la progressiva decadenza della democrazia liberale nel nostro Paese. Sarebbe questa una presenza non solo in nome del magistero papale ma pure in nome della Costituzione repubblicana alla cui stesura i cattolici concorsero allora (1946-47) in prima persona in modo decisivo. Sarà cosa tutt’altro che semplice, ripensando a un tentativo simile attuato nel dopoguerra dal Partito Cristiano Sociale del bibliotecario vaticano Gerardo Bruni che, dopo l’elezione di un parlamentare – lo stesso Bruni – alla Costituente non riuscì a sopravvivere nel nuovo mondo diviso in blocchi dalla “guerra fredda” e si dissolse nel 1948.
Non praevalebunt?
Forse lo scenario ipotizzato sembrerà a tanti azzardato, più fantasioso che futuribile. Sulla complessa “questione cattolica” però in questo Paese bisogna, da una parte, tenere conto di tutti gli elementi che alla becera vulgata mainstream sfuggono completamente, e, dall’altra, riflettere a fondo su quella longue durée (Braudel) che è racchiusa dal ciclo storico compreso tra i due Leoni (il XIII della Rerum Novarum e il XIV della Magnifica Humanitas) tra il XIX e il XXI secolo, riprendendo metodi e riflessioni che a loro tempo attraversarono anche il celebre intervento togliattiano di Bergamo del 1963, “Sul destino dell’uomo”. Questo per dire che quanto accade nel mondo ecclesiale, e nella comunità dei credenti in generale, non va mai banalizzato, magari ricorrendo alle solite superficiali categorie della ragione “politica” (destra/sinistra), perché quanto accade nel presente è sempre conseguenza di un passato. Tanto più all’interno di un’istituzione come la Chiesa di Roma, dove quasi nulla è lasciato al caso, dove – e in questa ultima enciclica la cosa è esplicita – il pensiero di un papa non rappresenta mai un’elaborazione solitaria ma interpreta sempre lo sviluppo di un’elaborazione lunga nel tempo promossa e messa in atto da chi lo ha preceduto. A differenza di tanto mondo laico, per il quale la storia sembra sempre essere iniziata qualche ora prima, la Chiesa di Roma prova a misurarsi sui tempi lunghi, a volte anche molto lunghi. La “pace disarmata e disarmante” che dà tanto fastidio alle idiozie dei cantori dannunziani di quart’ordine rapiti dalla suggestione estetica della guerra e delle armi, non ha niente di casuale e non nasce improvvisamente dal pensiero di un agostiniano nato a Chicago e vissuto in Perù. Quella invocazione alla pace è semplicemente l’epilogo di una riflessione e di un travaglio reale passato attraverso concili, encicliche, testimonianze drammatiche e veri e propri conflitti interni al mondo ecclesiale – “ben scavato, vecchia talpa”, avrebbe detto Marx – che hanno progressivamente trasfigurato la Chiesa di Roma nella pressoché unica opposizione radicale alla mercificazione del mondo e allo strapotere dei mostri digitali e analogici contemporanei che si aggirano indisturbati dal Pacifico all’Atlantico, dall’Artide all’Antartide, conducendoci per mano alla distruzione del pianeta. Il futuro è ignoto, e a questo punto può accadere veramente di tutto, sia l’improvvisa e imprevista “irruzione del messia” (Benjamin), sia l’Apocalisse (S. Giovanni, attribuita).
Tertium non datur? Unicuique suum, non praevalebunt?













































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