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sinistra

Sulla Cina e la transizione al socialismo

di Giulio Bonali

Cina 1152x675.jpgDa semplice compagno di base quale sono sempre stato (purtroppo da molto tempo autocontraddittoriamente “senza partito”) mi pongo, credo doverosamente, dei problemi anche teorici, stimolato dalla lettura di scritti di autorevoli intellettuali organici (o che dovrebbero e forse vorrebbero essere organici al partito rivoluzionario del proletariato per il comunismo; se esistesse).

Mi rendo ben conto che così facendo inevitabilmente rischio di sostenere molte e grosse fesserie, che però qualcuno di tali intellettuali (auspicabilmente) organici (o comunque aspiranti tali) potrebbe (o forse dovrebbe) cercare con pazienza e buona volontà di criticare, aiutando noi compagni di base a superarle (quando ero giovane, in un’ altra era geologica, avrei esposto i miei dubbi e problemi teorici in quel “covo di stalinisti”, come amabilmente la chiamavano parlando fra di loro i “compagni” -absit iniuria verbis- miglioristi “alla Napolitano” della città, che era la sezione del PCI del mio quartiere, la per me gloriosa ”Bruno Ghidetti” di Porta Romana a Cremona, che ho avuto la fortuna di frequentare. Oggi sono ridotto -siamo ridotti- a proporli a Sinistra-in-Rete …e meno male che esiste questa lodevolissima testata telematica!).

Recentemente sono stato indotto ad arrovellarmi intorno alla questione del capitalismo di stato nell’ ambito della società capitalistica e nella dittatura del proletariato (durante la più o meno lunga e travagliata transizione al socialismo), soprattutto in seguito alla lettura di un ottimo scritto di Carlo Formenti sulla Cina proprio in questa sede.

Sono convinto che una serie di importanti problemi in proposito nasca da taluni residui di utopismo che, loro malgrado, affliggono le teorizzazioni dei fondatori e degli autori comunemente ritenuti classici del socialismo scientifico (Marx, Engels, Lenin e altri meno unanimemente riconosciti come tali). Residui che a mio parere dipendono da una certa sopravvalutazione delle potenzialità della cultura umana e delle sue auspicabili realizzazioni; ovvero, correlatamente, da una certa sottovalutazione degli insuperabili limiti naturali alle possibili realizzazioni culturali della civiltà umana.

Marx ed Engels in particolare, in accordo con un diffuso, alquanto ottimistico, “sentire comune” o “spirito dei (loro) tempi”, tendevano a sottovalutare questi limiti naturali che la biologa impone alla autorealizzazione ed alla felicità umana: inevitabilità (ma solo riducibilità) del dolore, della fatica, della necessità di svolgere attività sgradevoli e per niente affatto considerabili come “realizzazione delle aspirazioni umane” (per non parlare della morte), insuperabilità delle contraddizioni interpersonali e fra gruppi (non di classe, ma per esempio geografiche, linguistiche, nazionali, culturali, ideali, estetiche, in un qualche senso financo etiche, ecc.), come gelosie, invidie, frustrazioni, aspirazioni individuali non conseguibili se non a spese, almeno in qualche misura, di analoghe aspirazioni individuai altrui, generica fallibilità e “peccaminosità” mai completamente eliminabili, stante l’ insuperabile imperfezione umana naturale (ma anche, e forse a maggior ragione, culturale!). Limiti non superabili nemmeno in un auspicabile ordinamento sociale comunista-socialista avanzato, che comporti la proprietà integralmente sociale collettiva dei mezzi di produzione (personalmente devo questa consapevolezza soprattutto a due venerati e compianti maestri, il “marxista leopardiano” Sebastiano Timpanaro e Domenico Losurdo).

I due padri fondatori delle teorie del socialismo scientifico, che erano geniali pensatori ma non hanno mai preteso di essere infallibili profeti, un po’ ingenuamente (secondo il senno di oggi, cioè di poi rispetto ai loro tempi!), indulgendo in qualche limitata misura a un certo “utopismo anarchicheggiante o russovianeggiante”, per così dire, si illudevano che con il superamento della divisione della società umana in classi antagonistiche religioni, ideologie più o meno irrazionalistiche di varia natura, criminalità, conflitti internazionali, anche bellici, incomprensioni interpersonali in generale e in particolare intersessuali (considero quello di “genere” un banale concetto meramente grammaticale) e tanti altri motivi di ingiustizia e sofferenza umana sarebbero inevitabilmente venuti meno; al punto che lo stato si sarebbe estinto.

Certo, in assenza di divisioni di classe della società lo stato classista, lo stato in quanto insieme di apparati coercitivi e ideologici a tutela del potere delle classi privilegiate, non può che venir meno per definizione; ma esistono e persisteranno sempre inevitabilmente, oltre alle transeunti contraddizioni di classe, anche altre contraddizioni interumane, interindividuali o fra gruppi non definiti dai rapporti di produzione ma secondo altri criteri di tipo sovrastrutturale: contraddizioni meramente naturali o comunque, se culturali, non classistiche.

E dunque esiteranno sempre inevitabilmente dolore, malattie, morte, ingiustizie e conflittualità -per quanto qualitativamente diverse e molto meno disumane delle ingiustizie e conflittualità di classe- e di conseguenza ci sarà sempre bisogno di istituzioni statali, leggi, pene, apparati giuridici, “forze dell’ ordine”, ecc., anche se ovviamente -per definizione!- non classisti. Tanto più per il fatto, al tempo dei classici oggettivamente pochissimo evidente e da nessuno ben compreso (secondo me nemmeno da Malthus), che le risorse naturali realmente disponibili alle produzioni e ai consumi umani non sono (e non possono in alcun modo essere considerate, nemmeno “praticamente” o “con buona approssimazione”) illimitate, come anche le possibilità dell’ ambiente naturale di assorbire e metabolizzare i danni che in qualche misura inevitabilmente subisce dal lavoro umano, così da consentire la sopravvivenza della nostra specie biologica; e dunque non si potrà mai realizzare una società dell’ abbondanza materiale illimitata in cui viga l' utopistico principio “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” (Critica del programma di Gotha).

Sono inoltre convinto che altro non sia che un ulteriore residuo di irrealistico utopismo anche il vagheggiato superamento della divisione “tecnica” del lavoro: se ipoteticamente, nel comunismo, avessi bisogno di un intervento chirurgico non vorrei proprio -cito approssimativamente a memoria dall’ Ideologia tedesca- che me lo praticasse nel primo pomeriggio di un giovedì un tale che all’ alba coltivasse fiori, in seconda mattinata dipingesse quadri, nel tardo dopo pranzo suonasse uno strumento musicale, dopo cena compisse profonde riflessioni filosofiche, esercitando la chirurgia solo al pomeriggio del giovedì, mentre in quello del venerdì scrivesse poesie e in quelli degli altri giorni della settimana praticasse cinque diverse discipline sportive; lo esigerei invece da un competente chirurgo professionale che dedicasse una congrua parte del suo tempo di vita all’ esercizio ed al perfezionamento dell’ arte-scienza medica.

Di conseguenza non sarà mai possibile nemmeno l’ abolizione o l’ estinzione del commercio dei beni e servizi di consumo, né del denaro come misura del valore di scambio (tutt’ altre cose che il mercato dei mezzi di produzione di proprietà pubblica o privata in generale, e in particolare della forza lavoro, incompatibile -questo sì! E sempre per definizione- con la piena realizzazione del comunismo).

Fra i teorici più recenti che hanno avuto netta consapevolezza di questi limiti dei classici spicca a mio parere per lucidità e perspicacia il già citato Domenico Losurdo, che li ha anche giustamente considerati fra i limiti soggettivi e teorici che, unitamente a ed in concorso con più profondamente determinanti limiti oggettivi e pratici, hanno portato alle disastrose sconfitte delle esperienze novecentesche del (non affatto spontaneamente crollato né tantomeno fallito) “socialismo reale”, con tutte le disastrose conseguenze che ne sono conseguite nella lotta di classe nel mondo intero (tra la realizzazione di un impossibile paradiso in terra e il “fallimento” ce ne passa… E per realizzare, al contrario che per sognare inanemente, bisogna essere disposti a sporcarsi metaforicamente le mani correndo letteralmente il rischio di compiere anche errori, e forse perfino qualche crimine, sempre in qualche misura inevitabili).

Altri importanti problemi sorgono da una certa visione (valutabile, sempre col senno di poi, come eccessivamente ottimistica) della rivoluzione proletaria socialista -fra l’ altro ritenuta inevitabilmente mondiale “o quasi”- che era propria dei classici (fino al Lenin di prima degli ultimi anni venti del XX° secolo compreso) e che è stata almeno in parte empiricamente falsificata dall’ osservazione dei fatti storici; la quale ha invece dimostrato che la rivoluzione per lo meno può (e forse inevitabilmente deve) vincere solo in uno o più paesi per volta, e dunque il socialismo può essere da realizzarsi in un solo o comunque solo in parte più o meno grande dei paesi del mondo (ovviamente intendendosi qui solo la prima fase del socialismo, quale sorge sulla base dei preesistenti rapporti sociali capitalistici nel corso della dittatura del proletariato, allorché contraddizioni di classe persistono, per lo meno ma spesso di fatto non solo, a livello internazionale. Di “comunismo in un solo o in pochi paesi” a quanto mi risulta nessuno ha mai farneticato).

Ed anche da un certo “zigzagare” della storia, con periodi non necessariamente brevi anche di stasi, di reflusso, di regresso, di restaurazione controrivoluzionaria, di cui pure i classici avevano una consapevolezza poi rivelatasi in qualche misura limitata: i tempi della rivoluzione (e le inevitabilmente connesse “doglie del parto”) si sono rivelati assai più lunghi e complicati e sofferti di quanto previsto e auspicato!

Tutto questo è sostanzialmente riconducibile, nel complesso, al carattere non deteriormente e semplicisticamente oggettivistico-deterministico delle teorie scientifiche del materialismo storico (che é una scienza umana, non naturala e men che meno esatta!) .

Carattere negato o comunque frainteso e sottostimato da certe distorte interpretazioni del materialismo storico stesso, spesso enfatizzate e spropositatamente ingigantite da avversari e critici anche soggettivamente “costruttivi”, che tendono ad essere “riscoperte” a cadenza all’ incirca quinquennale e che vengono spesso attribuite alquanto indiscriminatamente e indebitamente al “marxismo in toto o per lo meno in gran parte”. Mentre magari vi cadono platealmente senza accorgersene proprio quegli stessi critici e periodici “riscopritori”, come è il caso di chi ha sentenziato che la storia avrebbe falsificato la teoria dell’ “intermodalità del proletariato occidentale” per il fatto che il capitalismo appare -per lo meno- vivo e vegeto un secolo e tre quarti dopo il Manifesto del’48; pretesa che implica a mio parere inevitabilmente proprio la caduta in quell’ errata concezione oggettivistica-meccanicistica-deterministica che costoro insistentemente imputano a torto o a ragione a tantissimi altri marxisti: se è vero come è vero che il materialismo storico correttamente inteso non è semplicisticamente deterministico, allora dalla non realizzazione di fatto del socialismo -in qualunque lasso di tempo che arbitrariamente si assuma come “scadenza” per le lotte in proposito del proletariato occidentale- non può essere affatto derivata la pretesa inferenza logica che il proletariato occidentale non può realizzarlo (id est: è deterministicamente condizionato a non farlo). La corretta concezione del materialismo storico implica che non ci sia nulla di strano -e non subisce alcuna falsificazione storica!- se dopo quasi due secoli di lotte il proletariato occidentale non ha ancora realizzato il socialismo, dal momento che questa non è considerata una necessità deterministica ma solo una possibilità coesistente con l’ alternativa possibilità che ciò non accada; e la mancata realizzazione di fatto di una possibilità, al contrario di quella di un’ asserita necessità deterministica, non la falsifica affatto!)

Questo dilatarsi dei tempi e complicarsi dei modi della rivoluzione socialista rispetto alle aspettative dei classici ha molte cause e spiegazioni, però a mio parere tutte fondate sostanzialmente su questo carattere non semplicisticamente oggettivistico-deterministico del materialismo storico e implicanti una grande importanza dell’ etica collettiva (spesso trascurata nell’ ambito delle teorie del socialismo scientifico) e delle scelte soggettive più o meno razionali, lungimiranti, coraggiose, impegnative e onerose nell’ ambito della lotta delle classi lavoratrici (e di converso delle classi sfruttatrici, in un intreccio complesso e intricato di reciproche influenze e condizionamenti): la rivoluzione non è un pranzo di gala non solo per chi la subisce, ma nemmeno per chi la compie, e profondi cambiamenti rivoluzionari necessitano sempre di lotte durissime e di più o meno pesanti sacrifici da parte delle masse popolari, mentre aggiustamenti riformistici solo parzialmente e limitatamente vantaggiosi (ma precari ed instabili, a lungo andare tendenzialmente effimeri) generalmente richiedono impegni e sforzi decisamente meno onerosi e lotte meno dolorose e cruente, tanto più se basati anche sulla rapina ed il supersfruttamento imperialistici delle popolazioni dei paesi economicamente meno sviluppati (e di converso, dalla parte dei nemici di classe, una certa realistica disponibilità verso concessioni ai lavoratori richiede sforzi e sia pur limitati e relativi “sacrifici” -dal loro punto di vista di privilegiati!- ma può rivelarsi vincente nel contrastare spinte più profondamente e conseguentemente progressive, rivoluzionarie).

Come ben comprese e spiegò Lenin (ma già Marx ed Engels ne erano discretamente consapevoli, in particolare a proposito della questione irlandese), il dominio imperialistico di gran parte del mondo (la “periferia” del sistema imperialistico stesso) ha consentito e in minor misura ancora consente alle classi dominanti dell’ Occidente sviluppato di coltivare, attraverso limitate concessioni alle sue esigenze, una “aristocrazia operaia” tendenzialmente riformistica (socialdemocratica) utilissima nell’ impedire lo sviluppo e la diffusione di un’ adeguata coscienza di classe, poi socialista, poi gramscianamente egemonica nelle masse lavoratrici e sfruttate del “centro”.

E successivamente a Lenin, anche in conseguenza dello sviluppo tecnologico intervenuto (nonché a danno della necessaria conservazione delle condizioni ecologiche della sopravvivenza umana, cioè a scapito delle generazioni future!), questa “aristocrazia operaia” si è alquanto dilatata, tendendo in certe fasi della lotta di classe ad estendersi a gran parte dei lavoratori occidentali stessi.

Ci troviamo così ormai da gran tempo senza che si siano realizzati cambiamenti rivoluzionari in Occidente (o nel Nordovest del mondo), mentre altrove una parte decisamente importante -per lo meno- delle esperienze rivoluzionarie di transizione, sia pur difficile e ad un certo punto “stentata”, al socialismo (comunque soprattutto nel caso dell’ URSS decisamente avanzata, almeno per quel che riguarda la base economica della società, la struttura sociale, i rapporti di produzione) è stata senza dubbio sconfitta dalla restaurazione controrivoluzionaria; ed in altra parte, comprendente la Cina, per lo meno si sono verificati pesanti passi in dietro “difensivi”, “ritirate strategiche” necessarie per evitare sconfitte e arretramenti ben peggiori, sostanzialmente paragonabili alla NEP leniniana ma ben più ampi, estesi, duraturi.

E qui si pone la questione della natura sociale della Cina e dei pochi altri paesi in cui un Partito Comunista ha conservato il potere ma al prezzo quantomeno di sostanziose concessioni al nemico di classe, se non (ed è ben questo il problema!) di una restaurazione capitalistica “sotto mentite spoglie”.

Dunque la domanda è: la Cina è diventata un caso di capitalismo di stato o invece di ritirata strategica comprendente il persistere ed anche il ripristino (fra gli altri, anche) di rapporti di produzione capitalistici (privatistici nazionali e stranieri e di stato), una sorta di NEP molto più vasta, estesa, profonda e duratura (e dunque pericolosa) dell’ originale leniniano?

Personalmente da molti anni mi sento costretto mio malgrado, da razionalista quale cerco il più possibile di essere, a sospendere il giudizio, nella (deprecabile!) mancanza di informazioni sufficientemente fondate, sicure e inequivocabilmente dirimenti; con frequenti oscillazioni ora in senso “ottimistico” ora in senso “pessimistico” (ultimamente, dopo l’ elezione a segretario generale di Xi Jimping, è un po’ più frequente il secondo caso).

Quali potrebbero essere i criteri per distinguere il capitalismo di stato nella transizione rivoluzionaria dal capitalismo al socialismo (dittatura del proletariato: NEP leniniana! Cina postmaoista?) e nel capitalismo “riformistico” -socialdemocratico o anche democristiano, tipo pima repubblica italiana- comunque “vivo e vegeto” (Cina postmaoista?)?

Vi sono da considerare molti e complicati aspetti quantitativi e qualitativi: quanto della produzione di beni e servizi è sociale-collettivo (statale oppure “pubblico locale” o anche cooperativo) e quanto è privato? Quale percentuale di lavoratori è dipendente da imprese statali o anche produttore in proprio o membro di cooperativa? E quali percentuali del PIL sono prodotte dai vari tipi di imprese? Per lo meno la terra, la finanza (banche, assicurazioni, ecc.) nonché le produzioni e i servizi “sensibili” (energia, comunicazioni, armi, elettronica e informatica, scuola, università e ricerca, sanità, previdenza e assicurazioni, ecc.) è interamente pubblica o in parte -e quanto ingente?- anche privata? Ci sono o no limiti ben definiti di grandezza per l’ iniziativa privata (numero di dipendenti ammesso, percentuale del PIL, valore degli impianti e del capitale posseduto in generale, e inoltre carattere non monopolistico dell’ attività, o altro)?

La proprietà privata dei mezzi di produzione è in grado di condizionare (mercantilmente) la produzione complessiva oppure è in qualche significativa misura condizionata da una pur inevitabilmente limitata (dal mercato) pianificazione generale (ma sarebbe preferibile usare il termine meno forte, che andava di moda nella prima repubblica italiana, di “programmazione”)?

Pur non esistendo spesso, a proposito di questi comunque numerosi e complessi criteri, dei limiti quantitativi oggettivi e non meramente soggettivi e ampiamente discutibili, la mia impressione superficiale (e ovviamente soggettiva) è che almeno per una parte non trascurabile di questi criteri quantitativi e qualitativi la Cina odierna sia pericolosamente oltre il “livello di guardia”, per dirlo metaforicamente, ovvero letteralmente oltre il livello di salvaguardia, del socialismo.

Fra l’ altro mi sembra di aver capito da quanto ho cercato di leggere in proposito che quantomeno ad una valutazione meramente quantitativa (e alquanto grossolana ed imprecisa: come classificare -e come “quantificarne le differenti proprietà”- le imprese di proprietà in parte statale in parte privatizzata attraverso l’ emissione di titoli e azioni, un po’ come le “partecipazioni statali della nostra prima repubblica?), la proporzione del capitale di stato (delle imprese tuttora di proprietà statale e non privata) relativamente al totale delle imprese produttive di beni e servizi della Cina odierna (finanza esclusa) non sarebbe superiore (sic!) a quella che fu per decenni nella prima repubblica italiana, la cui natura capitalistica non è mai stata messa minimamente in dubbio da nessuno (nessuna persona seria … Berlusconi, Trump e altri buffoni non potendo ovviamente essere presi in considerazione!).

Una considerazione più rassicurante è quella riguardante i ben diversi rapporti esistenti fra stato e imprese private nella prima repubblica italiana ed in generale nel capitalismo “riformato vivo e vegeto” ed invece in Cina. Nel primo caso la norma è quella della “privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite”; e infatti lo stato è al servizio del grande capitale privato, del quale di regola “nazionalizza” (“per salvaguardare l’ occupazione”, come di solito ideologicamente mistificato) indennizzandoli a carissimo, sproporzionato prezzo, i catorci improduttivi ridotti sull’ orlo del fallimento dalla tipica “efficienza imprenditoriale”, e svende invece per pochi spiccioli imprese pubbliche efficienti e redditizie alla faccia della pretesa “inefficienza economica dello stato; magari le stesse che, in perdita per la pessima gestione privata, aveva precedentemente nazionalizzato con pesanti indennizzi. Eclatanti ma tutt’ altro che atipici sono i casi dei ripetuti passaggi di mano fra pubblico e privato per tutti gli anni ’60 e ’70 della Montedison e successivamente dell’ Alitalia, dell’ Italsider, ecc., ecc., ecc.; o quello del regalo -letteralmente!- alla FIAT dell’ Alfa Romeo, la quale era indubbiamente non poco efficiente e produttiva se è vero come è vero che al momento del gentile omaggio del governo alla famiglia Agnelli erano in corso trattative per l’ acquisto da parte della Ford, che non era certo un ente di beneficenza o un branco di sprovveduti spendaccioni!).

Un altro criterio importante per discriminare fra capitalismo di stato in una dittatura del proletariato “sulla difensiva” o invece nel capitalismo “riformato vivo e vegeto” è quello degli investimenti all’ estero (tipici della “suprema” fase imperialistica del capitalismo e con tutta evidenza incompatibili con il socialismo anche solo in fieri e in fasi di debolezza e difficoltà che esigano concessioni al nemico di classe): il capitale (privato o di stato) può acquisire all’ estero (di solito formalmente con denaro, acquistandole sul mercato, ma sempre di fatto forzosamente, grazie a guerre e aggressioni o minacce e coercizioni armate “minori” da parte del proprio stato) minere, piantagioni, o può impiantavi imprese produttive di beni materiali o servizi che sfruttano proletari locali (per esso “stranieri”), ossia esportare capitale importando profitti?

A questo proposito, per lo meno a considerare le cose un po’ astrattamente, la Cina odierna mi sembra comportarsi come un paese capitalista, sebbene con qualche importante differenza dall’ imperialismo capitalistico “classico” o comunque consueto. Infatti imprese cinesi (se ben capisco soprattutto statali o a proprietà mista; ma potrei sbagliarmi) investono, ricavandone profitti dallo sfruttamento di proletari locali, in coltivazioni, miniere, industrie e attività terziarie in America Latina, Africa e altre parti dell’ Asia (detenendone totalmente o parzialmente, la proprietà formale, per lo meno negli ultimi due casi, mentre di terreni agricoli e miniere se non sbaglio detengono formalmente “solo” il diritto di utilizzo, peraltro per periodi di tempo secolari).

A diversificare queste imprese cinesi da quelle capitalistiche imperialistiche “classiche” sta tuttavia il fatto (l’ importanza del quale non saprei valutare, non sembrandomi né del tutto trascurabile né tantomeno assolutamente dirimente) che questi diritti di investimento all’ estero le imprese cinesi li hanno acquisiti e finora li acquisiscono in maniera “non forzosa” o “commercialmente corretta”, cioè secondo le mere “leggi del mercato” internazionale, e non in seguito ad aggressioni belliche o minacce “a mano armata”, né imponendo localmente -sempre con la forza delle armi, oltre che con la corruzione di polirtici locali ad opera di O”””N””” G- governi fantocci attraverso colpi di stato e “rivoluzioni colorate”.

Diverso è il caso dei prestiti concessi dalle banche cinesi (statali) a paesi meno sviluppati (a quanto pare a tassi di interesse nettamente più bassi di quelli delle banche private e delle organizzazioni finanziarie internazionali (indubbiamente) capitalistiche; almeno finora, potendosi anche trattare semplicemente di un’ accorta strategia commerciale, ma non mi sembra il caso di fare processi alle intenzioni. Fra l’ altro prestiti a condizioni vantaggiose erano concessi ai paesi socialisti o non allineati ma con governi antiimperialisti anche dall’ URSS poststaliniana, e non mi sembra che gli interessi (decisamente bassi) con cui venivano pagati potessero essere ragionevolmente (ma casomai solo molto capziosamente) considerati conseguenza di sfruttamento (indiretto) dei lavoratori delle imprese così finanziate (a condizioni di estremo favore), specialmente se si tiene debitamente conto del contesto della guerra fredda e della totalità complessiva dei rapporti commerciali fra URSS e tali paesi.

Comunque mi sembra indubbio, per lo meno in sede pratica, che in ogni caso, anche se dovessimo concludere che in Cina è stato ripristinato il capitalismo (inevitabilmente per lo meno con potenziali tendenze imperialistiche, dato l’ elevato sviluppo economico raggiunto e la presenza di grandi imprese oligopolistiche private che investono anche all’ estero), dovremmo comunque evitare la tentazione tipicamente massimalistica di fare di tutte le erbe (capitalistiche) un fascio (littorio in senso più o meno lato?) ed ignorare le contraddizioni interimperialistiche; che dovremmo invece accuratamente studiare con grande attenzione, come del resto hanno sempre fatto i classici del marxismo, onde intervenirvi a vantaggio della nostra lotta (comunque) rivoluzionaria (anche se non immediatamente e presentemente tale): non si può pretendere di avere “tutto e subito” e “niente piuttosto che qualcosa”, ma potremo avere “tutto a tempo debito” solo se non aspettiamo, magari dedicandoci a una qualche fantomatica “ginnastica rivoluzionaria”, che la rivoluzione, come la manna, cada dal cielo, ma invece fin da subito ci proponiamo di raggiungere risultati anche limitati e parziali -se, come purtroppo spesso accade, è il caso- ma realistici e il più possibile avanzati.

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Paolo Selmi
Tuesday, 01 September 2026 16:52
Cari compagni,

mi permetto di intervenire velocemente, proprio da pausa sigaretta, non perché il tema non meriti ulteriore sviluppo, ANZI, ma perché cercherò (e so già che fallirò miseramente) di fare uno sforzo di sintesi nell'accennare ad alcuni punti, a mio avviso dirimenti, di questa vexata quaestio (vexata qui... inter nos... altrove ci guardano come la mucca vede passare il treno, anzi, la locomotiva che corre, corre...)

1. distinguiamo tra SOCIALISMO modo di produzione e SOCIALISMO tutto il resto.

Per la seconda, chi siamo noi per dare patenti di socialismo a qualcuno? Socialista era anche Fourier, giusto per dire il primo che mi è venuto in mente. La Cina è socialista, governata da un partito che si definisce comunista? Bene, mi fa piacere.

Per la prima, per socialismo modo di produzione cosa intendiamo? Ma soprattutto, e qui chiedo scusa per il maiuscolo, VALE ANCORA LA PENA DISTINGUERE FRA LE DUE COSE E, SOPRATTUTTO, INSISTERE SULLA PRIMA?

Per me si, e so già che sforo ma provo a dare brevemente spiegazione di questa mia affermazione.

2. Descriviamo, da manualistica sovietica, ovvero rifacendoci al marxismo-leninismo, ovvero alla variante sovietica di marxismo, il modo socialistico di produzione come fase di transizione da capitalismo a comunismo, data da:
a. proprietà sociale dei mezzi di produzione
b. conduzione pianificata degli stessi

La differenza, fra secolo passato e l'attuale, è che oggi è chiaro a tutti che lì non ci si arriva "naturalmente", per estinzione naturale del modo di produzione precedente. Non sono mai stato maoista, ma "la rivoluzione non è un pranzo di gala" la sottoscrivo.

Facciamo ora l'avvocato del diavolo e.. chi lo dice che il modo socialistico di produzione è quella cosa lì? E non altro?

Un possibile testo di riferimento, peraltro uno dei classici in tal senso, è la Critica al Programma di Gotha. Ci sono alcuni passaggi in tal senso, in particolare il brano dove critica il diritto borghese e sancisce, di fatto, l'inutilità di una "via giudiziaria al socialismo", giacché modificandosi - con la transizione al modo socialistico di produzione - la struttura, anche la sovrastruttura (di cui il diritto è parte) troverà la propria transizione a un proprio stadio socialistico:

" L'uguale diritto è qui perciò sempre, secondo il principio, diritto borghese, benchè principio e pratica non si accapiglino più, mentre l'equivalenza delle cose scambiate nello scambio di merci esiste solo nella media, non per il caso singolo.

Nonostante questo processo, questo ugual diritto è ancor sempre contenuto entro un limite borghese. Il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l'uguaglianza consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale, il lavoro.

Ma l'uno è fisicamente o moralmente superiore all'altro, e fornisce quindi nello stesso tempo più lavoro, oppure può lavorare durante un tempo più lungo; e il lavoro, per servire come misura, dev'essere determinato secondo la durata o l'intensità, altrimenti cessa di essere misura. Questo diritto uguale è un diritto disuguale, per lavoro disuguale. Esso non riconosce nessuna distinzione di classe, perchè ognuno è soltanto operaio come tutti gli altri, ma riconosce tacitamente l'ineguale attitudine individuale e quindi la capacità di rendimento come privilegi naturali. Esso è perciò, pel suo contenuto, un diritto della disuguaglianza, come ogni diritto. Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell'applicazione di un'uguale misura; ma gli individui disuguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi a un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio in questo caso, soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa. Inoltre: un operaio è ammogliato, l'altro no; uno ha più figli dell'altro, ecc. ecc. Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, l'uno riceve dunque più dell'altro, l'uno è più ricco dell'altro e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere disuguale.

Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista, quale è uscita dopo i lunghi travagli del parto dalla società capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale da essa condizionato, della società.

In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e corporale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza, - solo allora l'angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: - Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!

Mi sono occupato ampiamente del "frutto integrale del lavoro" da una parte, dall'altra parte dell'"ugual diritto," della "giusta ripartizione," per mostrare quanto si vaneggia, allorchè da un lato si vogliono nuovamente imporre come dogmi al nostro partito concetti, che in un certo momento avevano un senso, ma che ora sono diventati frasi antiquate; e, dall'altro lato, quanto la concezione realistica, così faticosamente acquisita al partito ma che ora si è radicata in esso, viene di nuovo deformata con fandonie ideologiche di carattere giuridico e simili, così comuni tra i democratici e i socialisti francesi.

Prescindendo da quanto si è detto sin qui, era soprattutto sbagliato fare della cosiddetta ripartizione l'essenziale e porre su di essa l'accento principale.

La ripartizione dei mezzi di consumo è in ogni caso soltanto conseguenza della ripartizione dei mezzi di produzione. Ma quest'ultima ripartizione è un carattere del modo stesso di produzione. Il modo di produzione capitalistico, per esempio, poggia sul fatto che le condizioni materiali della produzione sono a disposizione dei non operai sotto forma di proprietà del capitale e proprietà della terra, mentre la massa è soltanto proprietaria della condizione personale della produzione, della forza-lavoro. Essendo gli elementi della produzione così ripartiti, ne deriva da se l'odierna ripartizione dei mezzi di consumo. Se i mezzi di produzione materiali sono proprietà collettiva degli operai, ne deriva ugualmente una ripartizione dei mezzi di consumo diversa dall'attuale. Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e a sua volta da lui una parte della democrazia), l'abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si aggiri principalmente attorno alla distribuzione. Dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perchè tornare nuovamente indietro? "


https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1875/gotha/cpg-cp.htm

Giulio giustamente riprende Barca che sottolinea come nel capitalismo non si possa parlare di PIANIFICAZIONE ma di PROGRAMMAZIONE. Non si possa... non sia corretto, si rischi di fare un bel rabelotto, una notte in cui tutte le vacche siano nere.

Notazione che faccio mia, e aggiungo.
Il modo capitalistico di produzione è, per sua natura e a prescindere da chi sia il proprietario, incontrollabile e incontrollato. Anarchia, la chiamano i marxisti, ovviamente senza alcun accenno al movimento anarchico, ma solo in riferimento alla sua ingovernabilità.

I programmi macroeconomici restano tali, troppe leve restano fuori controllo. SOPRATTUTTO, RESTANO FUORI CONTROLLO LE CONSEGUENZE DELLE AZIONI CONDOTTE DA UN DATO SOGGETTO ECONOMICO, operante sotto le leggi del modo capitalistico di produzione.

Esempio concreto:
a. le ditte cinesi che producono carrelli elevatori sono partecipate statali
b. i loro prodotti sono di costo inferiore e di pari livello dei rispettivi prodotti europei
c. la penetrazione economica cinese nel mercato europeo prosegue con l'acquisizione di ditte locali, impiegate come testa di ponte per integrare le proprie reti di distribuzione e stoccaggio e ampliare ulteriormente il flusso di merci importate e vendute.
d. l'UE se ne accorge a buoi scappati e chiude il recinto con "dazi antidumping" nella cui istruttoria (il rapporto è pubblico e fa nomi e cognomi di tutti) denuncia la partecipazione / proprietà statale e del partito all'attività economica di tali imprese e le distorsioni di mercato a giustificazione di dazi a due cifre.
e. le ditte cinesi parano il colpo, dopo aver importato centinaia di container nel corso dell'istruttoria per farsi le scorte con dazi ancora a una cifra sola, e spostano la produzione LIMITATAMENTE AGLI ARTICOLI SOGGETTI AD ANTIDUMPING su territorio unionale. Ovviamente, non dietro mirafiori ma in un Paese molto più a Est. Quanto basta perché costi poco aprire lì e assumere lì e spostare il venduto nell'Ovest alla minore distanza (e costi di trasporto e logistica) possibile.

Risultato: lo Stato a fine anno si porta a casa i suoi dividendi, con cui - è socialista... - qualche cura medica in più la passerà la mutua. Domanda: Agli operai e ai lavoratori delle ditte locali di muletti e carrelli elevatori e stivatori che qui chiudono fa qualche differenza se chi li fa chiudere è il monopolista statunitense, o giapponese, o cinese di Stato?

Non dubito, quindi, che l'azione dello Stato cinese di ESPANSIONE ed ESPORTAZIONE DI CAPITALE sia mirata a ritorni economici interni. Allo stesso modo, non dubito che TALE AZIONE danneggi le economie locali e non contribuisca, in alcun modo, al trionfo del proletariato mondiale. E' il modo capitalistico di produzione, globalizzato e globalizzante, e la composizione organica e la struttura dello stesso.

Premesso questo, aggiungo a scanso di equivoci che i danni maggiori provengono non da Est, ma da Ovest. Anzi, siamo stati e continuiamo a essere noi a giocarci male le nostre carte. In questo capitalismo le cui regole elementari, di cui ci vantiamo di aver dato i natali, ormai ci sfuggono di mano, spostandosi continuamente il baricentro a Est. Forse pensiamo di raccogliere le briciole quando il nostro padrone avrà sconfitto i perfidi suoi nemici... boh.

Torniamo a noi. ENGELS va oltre, nella Critica al programma di ERFURT (1891), pubblicato nel 1901 e uscito in russo nel 1936:
Написано между 18 и 29 июня 1891 г.
Впервые опубликовано (без приложения)
в журнале «Die Neue Zeit», Bd. 1, № 1,
1901—1902 гг. и полностью на русском
языке в Сочинениях К. Маркса и Ф. Энгельса.
1 изд., т. XVI. ч. II, 1936 г
https://marx-engels.su/22.pdf
p. 227 e successive
Qui in inglese
https://www.marxists.org/archive/marx/works//1891/06/29.htm

c'è anche in italiano, ma non in rete:
Per la critica del progetto di programma del Partito socialdemocratico – 1891
ENGELS Federico, a cura di Ernesto RAGIONIERI
ESTRATTO DA ‘CRITICA MARXISTA’. ROMA. ANNO I N° 3 MAGGIO-GIUGNO 1963
pag 118-132 8° nota introduttiva e traduzione di Ernesto RAGIONIERI note; (Documenti)

Qui Engels, nel criticare i socialdemocratici, dà per scontata la PIANIFICAZIONE come tratto distintivo del socialismo. Anzi, critica la semplificazione fatta dai socialdemocratici dicendo che (cito dall'inglese)
Paragraph 4.
“The planlessness rooted in the nature of capitalist private production”
è in realtà troppo superficiale come affermazione. Quando il modo capitalistico evolve sotto la forma di trust, per esempio, esso contiene NECESSARIAMENTE molti più elementi di pianificazione rispetto alla piccola proprietà privata dei mezzi di produzione.

Ciò detto, che un padrone coi fantastiliardi in tasca e in mano capacità produttive di uno o più Stati messi insieme DEBBA porre degli obbiettivi lungo una scala temporale, è ovvio. Ed è anche una buona palestra per chi volesse un domani riprodurre alcuni di questi schemi in tutt'altro contesto. Ma non è né il socialismo, né la sua anticamera. Per niente.

Anzi, la NEP ha insegnato che è più probabile che si verifichi il contrario: che operai e contadini che nulla di pianificazine sanno, dopo dieci anni di emulazione socialista riescano a padroneggiare
- politica finanziaria
- politica monetaria
- politica macroeconomica
- infrastrutture e logistica
- politica dei consumi
- direzione aziendale
- tecnologia della produzione industriale
- tecnologia della produzione agricola e interazione fra le stesse (SMT Stancija mashin i traktor)
- ricerca e sviluppo scientifici

oltre che gli altri campi non economici ma da cui il reddito accumulato dipende, essendo il servizio fornito gratuito, ovvero
- scuola
- sanità
- servizi sociali

E' più facile che un proletario dopo decenni di studio e lavoro, di errori e di conquiste, di cadute e di risalite, riesca a padroneggiare e a DARE CONTINUITA' a tutto questo fino a ELABORARE UN PIANO DI PRODUZIONE con un orizzonte quinquennale dove gli obbiettivi siano fissati concretamente, così come i modi per raggiungerli, IVI INCLUSE LE VARIANTI e le verifiche in corso d'opera, piuttosto che il Krupp di turno molli la baracca e la stessa diventi, solo perché cambia padrone, il pilastro del socialismo realizzato (inteso nei termini di cui sopra).

Di questo se ne era accorto Lenin. Già con lo scoppio del I conflitto studiava l'economia di guerra tedesca e vedeva in essa aumentare gli elementi di pianificazione, sia pur in ambito capitalistico.

Ma è nell'autunno del 1917 che UNISCE INDISSOLUBILMENTE CONTROLLO OPERAIO E PIANIFICAZIONE DELLA PRODUZIONE (non posso tradurlo ma basta passarlo in un traduttore tipo translate.yandex.ru:
«Пролетариат сделает так, когда победит: он посадит экономистов, инженеров, агрономов и пр. под контролем рабочих организаций за выработку «плана», за проверку его, за отыскивание средств сэкономить труд централизацией...

Мы за централизм и за «план», но за централизм и за план пролетарского государства, пролетарского регулирования производства и распределения в интересах бедных, трудящихся и эксплуатируемых, против эксплуататоров»
https://scepsis.net/library/id_2283.html

Questo, ci dice la nota in calce alla citazione, è peraltro il primo punto, nella produzione leniniana, dove troviamo questo.

Aggiungo infine quanto sottolineato altrove. Il SINDACATO, SCUOLA DI COMUNISMO, come elemento fondamentale
- di promozione della lotta di classe anche nel SETTORE PRIVATO di un'economia NEPISTICA
- di crescita di COSCIENZA fra i lavoratori non solo di classe, ma anche del RUOLO che tale classe è chiamata a svolgere nella società rivoluzionaria.
- di TRASFORMAZIONE della nozione stessa di lavoro, non più per il padrone ma "per sé" e PARTECIPAZIONE alla vita pubblica e sociale con tale nuovo spirito.

Il socialismo, inteso come modo di produzione, punto di arrivo di tale, enorme, trasformazione sociale, non può essere un movimento dall'alto, che avviene senza accorgersene e "arricchendosi". Come un kulak o un padrone con la tessera del partito. Le rivoluzioni passive, studiate da Gramsci e che hanno riscontri enormi nella storia contemporanea, non possono da sole portare al socialismo (modo di produzione). Possono sì modernizzare, introdurre singoli elementi, rafforzare alcuni settori strategici. Il che, vista la miseria attuale, NON è AFFATTO POCO, tengo a precisare. Ma si resta poi sempre lì. chi in un modo, chi in un altro. Poi... chi vivrà vedrà e sempre forza Cina.

Qui mi fermo.

Un caro saluto a tutti
Paolo Selmi
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Michele Castaldo
Tuesday, 01 September 2026 16:22
Caro Fabio Rontini,
ebbi la fortuna di andare in Cina nel luglio del 1989, all'indomani delle cosiddette mobilitazioni studentesche, per ben 15 giorni, spite di una agenzia per conto del governo cinese, e fummo ospiti a pranzo del sindaco di Pechino (non l'ultimo scemo del villaggio), un omone, ex operaio, così ci fu presentato, Io e un'altro compagno ne vedemmo di tutti i colori: dalla estrema arretratezza delle region interne e agricole ma con un tasso di entusiasmo straordinario di sviluppo, alla miseria dei mercatini di piccoli contadini, da grandi centri commerciali a Pechino alla città cantiere per eccellenza, in quel momento di Shangai - città sul fiume, ospiti su unavterrazza all'ultimo piano, composto da un disco ireole per osservare stando seduti tutto lo straordinario panorama.
Poter osservare da vicino come le impalcature per esterno fossero costituite da canne di bambù lunghe fino a 15 metri, e che le squadre dei carpentieri erano composte da uomini e donne e che il primo premio, per tutta la Cina l'avesse vinto una donna, ci lasciava a bocca aperta. 1989, ripeto.
In un negozio di ottica, gestito cooperativisticamente, contammo 8/10 gioani commesse, più una che fungeva da dirigente. Non abbondavano - almeno allora - i prodotti alimentari cone nei nostri centri sia di allora che di oggi.
Potemmo anche notare come la periferia di Pechino subiva una profonda trasformazione come tutte le grandi metropoli d'Occidente, smantellando le baraccopoli contadine e costruendo moderni palazzi.
Da allora (sono passati solo 37 anni) la Cina è certamente un'altra Cina, ci mancherebbe, e lo è potuta diventare grazie a due fattori: i prestiti americani, del tutto "disinteressati",ovviamente, e uno straordinario sfruttamento operaio, laddove per sfruttamento si intende produrre valore e riceverne in cambio meno di quanto prodotto in termini di valore. Tale processo Marx, non Michele Castaldo, lo definiva capitalismo, ovvero estrazione di plusvalore. Più si sono sviluppate tante garanzie e sicurezze, ci mancherebbe. Ma il meccanismo economico era di natura capitalistico. Anche in Italia, senza un partito comunista al potere abbiamo avuto una buona dose di grazia di Dio.
Ebbe, perciò, ragione Deg Xiao Ping: non importa se il gatto è rosso o nero, l'importante che prende i topi. Ed ebbe ragione a tal punto che il governo impose un unico figlio per famiglia.
La Cina di oggi per poter COMPETERE CON L'OCCIDENTE E CON GLI ALTRI AGGUERRITI PAESI ASIATICI (e occhio all'Africa che cresce) deve spremere oltremodo il suo proletariato in concorrenza con il proletariato dei paesi concorrenti.
Ora, se Rontini (e magari fosse solo Rontini) si accanisce nel voler guardare gli aspetti ideologici e governativi del PCC, senza mettere le mani nella produzione di valore, non capirà mai perché la Cina odierna non può per nessuna ragione al mondo essere socialista e ancor meno comunista perche è COSTRETTA A COMPETERE CON I GRANDI COLOSSI DELLA LOGISTICA (tanto per fare un esempio) e lo può fare SOLO CREANDO GRANDI GRUPPI CON MASTODONTICHE STRUTTURE E CONCENTRAZIONE DI CAPITALI.
Esattamente quanto sono costretti a fare gli altri paesi.
Tale andamento predispone la Cina verso il socialismo perché diretta da un unico partito chiamato PCC?
Personalmente non giuro in un modo o il suo contrario, dico SOLO che anche la Cina sta andando incontro a una paurosa DECRESCITA, e che le femmine cinesi intendono essere più DONNE CHE MADRI, al punto che il governo cerca di incentivare la maternità, ma - fino ad oggi - senza riuscirci. Allora la domanda è: perché con un PCC al governo si verificano fenomeni nella vita economica e sociale molto simili a quelli occidentali?
Si è in prossimità di uno sviluppo multipolate antiamericana, antioccidentale? Può darsi. Le leggi dello scambio lo negano, poi vedremo.
Se poi ci soddisfa che quel paese è retto da un partito che si definisce ancora comunista, beh, va bene così. Contento Rontini e quelli della Rete dei comunisti in Italia, e i tanti Pino Arlacchi che si mettono in fila per essere invitati alla tavola rossa, felicissimo io.
Michele Castaldo
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Franco Trondoli
Monday, 31 August 2026 15:59
Appunto...nel contesto di cui scrive Rontini ...
La Cina è una "forma" di
" Capitalismo di Stato".
Cordiali Saluti
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Fabio Rontini
Monday, 31 August 2026 17:57
Lo affermi ma non lo dimostri.

Ripeto, se Lenin (che l'inventore e massimo artefice del Socialismo realmente esistito) sostiene che la condizione necessaria e sufficiente per un paese potersi definire socialista sia il fatto che il suo apparato statale venga governato attraverso le assemblee popolari, e se non ci può essere nessun dubbio che lo stato cinese venga effettivamente amministrato con tale metodo, dovrebbe essere scontato che quel paese, almeno nei termini di Lenin, deve essere definito socialista.

Lenin ha effettivamente detto ciò. In Cina i Soviet ci sono davvero. Dunque la Cina, nei termini dal marxismo ortodosso, deve essere considerata socialista.

Se riesce a confutare questa affermazione allora avrà fatto una obiezione valida alla mia argomentazione.
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Franco Trondoli
Monday, 31 August 2026 19:24
Quoting Fabio Rontini:
Lo affermi ma non lo dimostri.

Ripeto, se Lenin (che l'inventore e massimo artefice del Socialismo realmente esistito) sostiene che la condizione necessaria e sufficiente per un paese potersi definire socialista sia il fatto che il suo apparato statale venga governato attraverso le assemblee popolari, e se non ci può essere nessun dubbio che lo stato cinese venga effettivamente amministrato con tale metodo, dovrebbe essere scontato che quel paese, almeno nei termini di Lenin, deve essere definito socialista.

Lenin ha effettivamente detto ciò. In Cina i Soviet ci sono davvero. Dunque la Cina, nei termini dal marxismo ortodosso, deve essere considerata socialista.

Se riesce a confutare questa affermazione allora avrà fatto una obiezione valida alla mia argomentazione.

Caro Rontini, quello che conta è il" modo di produrre"non la validazione "politica" del fatto che esiste il Socialismo o qualunque altro modo di definirsi anticapitalista. A me sembra questa la questione. Anche per Marx in definitiva..non mi invento niente.
Poi naturalmente non voglio "convincerla" di nulla. Ci mancherebbe.
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Fabio Rontini
Tuesday, 01 September 2026 10:05
Quoting Franco Trondoli:

Caro Rontini, quello che conta è il" modo di produrre"non la validazione "politica" del fatto che esiste il Socialismo o qualunque altro modo di definirsi anticapitalista. A me sembra questa la questione. Anche per Marx in definitiva..non mi invento niente.
Poi naturalmente non voglio "convincerla" di nulla. Ci mancherebbe.


Eh no! Certamente Marx si è occupato prevalentemente del modo di produzione, ma nella sua opera è presente anche una Teoria dello Stato. In "Le lotte di classe in Francia" (cito a memoria) dove si parla della Comune di Parigi, Marx delinea le condizioni attraverso cui il proletariato può conquistare con la Rivoluzione il potere dello stato, che si trasforma da Stato borghese in Stato proletario. L'errore dei comunardi per Marx è di essersi affrettati a voler cambiare subito il modo di produzione (orari di lavoro molto ridotti, abolizione del denaro), quando invece si sarebbero dovuti concentrare primariamente sulla propria autodifesa, stabilire alleanze con altre città e altri paesi anche non socialisti, e insomma fare tutto il possibile per resistere all'assedio della Borghesia, posticipando le riforme economiche che sono l'obiettivo a lungo termine della rivoluzione.

Questa teoria dello stato di Marx viene successivamente ripresa e sviluppata da Lenin in Stato e Rivoluzione dove si afferma che lo stato borghese è una macchina, un apparato, che può essere guidata dalla Borghesia oppure conquistata e guidata dai lavoratori, una volta modificatene le istituzioni. Lenin identifica successivamente nei Soviet la forma istituzionale dello stato proletario, della dittatura del proletariato.

Le riforme economiche che il proletariato andrà ad applicare, una volta al potere, non sono prestabilite, ma dipenderanno dalle condizioni concrete del paese (isolamento internazionale, arretratezza ecc.), ed il loro scopo primario non potrà essere raggiungere immediatamente il comunismo (impossibile in un unico paese), bensì vincere la resistenza delle borghesie interne ed esterne, favorire la rivoluzione anche negli altri paesi, e insomma creare le condizioni per le quali il cambiamento del modo di produzione divenga effettivamente possibile e praticabile in tutto il mondo. La vittoria, dunque. Precondizione necessaria per la scomparsa, in seguito, delle classi stesse.
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Franco Trondoli
Tuesday, 01 September 2026 12:13
No, non è così come pensa lei Rontini..mi spiace non posso rispondere qui'. E poi non condividerebbe.
Le dico solo che lo Stato non è una sovrastruttura del modo di produzione ( che sarebbe la struttura). E non è un "apparato" che si può conquistare usandolo in un'altro modo.
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Fabio Rontini
Tuesday, 01 September 2026 12:58
Lasci perdere se condividerei o non condividerei, e poi non stiamo facendo a gara di nulla, cerchiamo un attimo di chiarirci tra di noi.

Quando dice che le cose non stanno come penso io intende dire a) che la teoria marxista-leninista ortodossa non è quella che sto descrivendo (perchè l'ho fraintesa o non l'ho studiata bene ecc.), oppure b) che la teoria marxista-leninista ortodossa è sbagliata e va aggiornata?

Entrambe le opzioni sono plausibili e sono personalmente disposto ad ammettere che potrei sbagliarmi in uno dei due sensi.
Però bisogna intendersi:

- se si vuole dire che i cinesi hanno trasgredito gli assunti del marxismo-leninismo ortodosso, questo, secondo me semplicemente non è vero (potrei sbagliarmi ma mi si dimostri come)

- se si vuole dire che la storia dell'URSS, e della Cina, e i loro esiti, dimostrano che la teoria marxista classica ha fallito, questo può essere, è plausibile, ma è tutto un altro tipo di discorso.
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Franco Trondoli
Tuesday, 01 September 2026 14:56
Certamente è un altro tipo di discorso..!!
ed è quello che servirebbe..e super sinteticamente l'ho anche indicato in alcune questioni.
Sig. Rontini ognuno di noi ha fatto bene o male le sue letture, insieme alle proprie esperienze di vita. Non siamo gli unici..ciascuno vede le questioni a modo suo.
Cordiali Saluti
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Fabio Rontini
Monday, 31 August 2026 10:04
C'è una informazione che non viene mai menzionata.

Ma proprio mai mai mai, nè nei libri di Losurdo, nè da Sidoli e soci, nè da Formenti, nè da qualunque altro si occupi, favorevolmente o sfavorevolmente, della RPC.

Eppure è un fatto macroscopico, gigantesco, il classico elefante nella stanza:

Il fatto che in quel paese ci siano i Soviet (assemblee popolari) e non il Parlamento borghese, che ci sia una dittatura di un Partito Comunista e non delle elezioni competitive tra molti partiti.

Eppure Lenin ebbe a scrivere "Socialismo = Soviet + elettrificazione"

Non sarà che tutti questi commentatori trascurano di commentare questa informazione perchè hanno involontariamente assorbito l'ideologia liberale secondo cui l'Economia è tutto e lo Stato è nulla?
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Franco Trondoli
Monday, 31 August 2026 15:26
Lo Stato non è una semplice " sfera" che si associa temporalmente al "modo di produzione capitalistico" in senso Marxista Ortodosso.
Bensì un Apparato di Cattura che precede il Capitalismo e si adatta a diverse Epoche Storiche.
La forma-Stato contro la Produzione Fondamentale che è la Produzione Desiderante. La quale rappresenta un Flusso Continuo che cuce insieme l'Uomo, la Natura e la Società.
Lo Stato interviene come una Struttura Trascendente che si appropria di questa Energia Vitale. Non produce beni materiali da sé, ma cattura i flussi economici, i territori e le popolazioni delle comunità preesistenti. Nelle Società Arcaiche e Imperiali, lo Stato serve a "codificare" i lignaggi e i debiti, bloccando i flussi liberi del Desiderio attraverso il Potere del Despota.
Nel Capitalismo lo Stato cambia funzione.
Il Capitale Decodifica e Deterritorializza tutti i flussi (di denaro, merci, lavoro), e lo Stato funge da Assiomatica per regolare, contenere e compensare le crisi del Mercato Mondiale. Quando lo Stato assume direttamente la gestione totale della Produzione (come avvenuto soprattutto storicamente nell'Unione Sovietica), la Burocrazia Statale si sostituisce alla Classe Borghese diventando essa stessa la nuova Classe Dominante. Ecc.Ecc.
Cordiali Saluti
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Fabio Rontini
Monday, 31 August 2026 15:37
Ritengo che il PCC vada giudicato sulla scorta del Marxismo-Leninismo ortodosso, dacchè è la filosofia alla quale i comunisti cinesi dichiarano (nello statuto del partito) di aderire.

Ed è della aderenza o meno al concetto di socialismo contenuta in quella filosofia che si sta parlando. Focault, Derrida, Negri ecc. sono fuori contesto in tale discussione.
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Michele Castaldo
Monday, 31 August 2026 09:02
Caro compagno Giulio (certamente attempata quanto chi si appresta a commentare il tuo scritto di un vezzoso "compagno di base" ).
C'è un errore teorico di fondo in tutta l'impostazione marxista o marxiana riferita al l'ideale del comunismo: quello di ritenere un passaggio in progressione storica dal capitalismo al comunismo attraverso il socialismo, magari via dittatura del proletariato.
Ora, alla nostra età, nonostante lo stato comatoso in cui si trova l'insieme di detto movimento ideale, non c'è chi si domanda il perché.
Fine dell'Urss, dissoluzione della Jugoslavia, fine del maoismo, Vietnam al servizio delle merci sparse in tutto il mondo, il Venezuela divenuto bottino di rapina imperialista Yankee, Cuba sotto assedio senza nessuna possibilità di rilanciarsi e via drammaticando, eppure NESSUNO fra i tanti pensatori è capace di interrogarsi seriamente su cosa sia stato il periodo storico che va da 1861, 1905, 1917, 1949, 1972, fino ai giorni nostri.
Ci siamo formati, chi più chi meno su alcuni concetti chiave: la presa di coscienza (come?) della classe operaia, la sua rivoluzione in quanto classe sfruttata dal capitale (era sufficiente?), l'installazione della sua dittatura (possibile?) e la costruzione del socialismo che avrebbe spianato la strada al comunismo.
Il nostro farò teorico-politico? Beh, il grandissimo (e lo era per davvero) Lenin.
Poi però non ci siamo accorti che come comunisti predicavamo una cosa, mentre la storia procedeva verso un corso opposto alle nostre idee. Perché?
Lenin si trovò al cospetto di una massa di contadini poveri che fatta la rivoluzione, requisiti la terra alla nobiltà e al clero, in attesa di distribuirle per bocche, si svolgono le elezioni e i contadini votano compatti per i partiti liberali e Socialisti rivoluzionari che avevano appoggiato il governo che reprimeva le loro rivolte.
A quel punto Lenin, che aveva sempre lottato per volere l'assemblea costituente, alla sua costituzione la scioglie.
Tutto il mondo liberale occidentale gli diede addosso. Purtroppo anche molti comunisti in Occidente si fecero venire I mal di pancia.
Nel 1921, i marinai di Kronstadt, gran parte dei quali era figli di contadini che avevano avuto la terra, rivendicavano il diritto di commercializzare i raccolti agricoli anziché consegnarli allo Stato.
Lenin e i bolscevichi furono costretti a reprimere quella rivolta.
Gli anni 'trenta si completano l' opera con l'Occidente compatto contro " I crimini di Stalin" e molti comunisti a fare da questuanti per essere invitati come commensali.
Il resto è sotto i nostri occhi.
Dopo anni di dedizione totale all'attività di militante, da disoccupato prima e operaio poi, con una trentina di denunce e più volte arrestato e incarcerato, mi decisi di studiare, in un totale isolamento, il perché I conti non tornavano.
Nel 2018 ho pubblicato un libro LA CRISI DI UNA TEORIA RIVOLUZIONARIA, come bilancio di un percorso teorico politico, e il giornale IL MANIFESTO si è rifiutato recentemente di pubblicare uno spot a pagamento (ripeto: a pagamento) della sua seconda edizione.
Cosa è possibile sperare da simile intellettualismo?
Circa la Cina? È capitalismo allo stato puro, poi possiamo chiamarla sempre secondo i nostri desideri, ma capitalismo è e capitalismo resta al momento.
Cosa sarà con l'aggravarsi della crisi di tutto il sistema capitalistico?
Non lo sa neppure il Padreterno
Ti ringrazio, per la pazienza che hai avuto a leggermi.
Michele Castaldo
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