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manifesto

Dodici anni fa, Marco Revelli pubblicò un libro intitolato "Le due destre"

Luigi Cavallaro

dalema berlusconiDodici anni fa, Marco Revelli pubblicò un libro intitolato "Le due destre". Vi si sosteneva che lo scenario politico italiano vedeva contrapporsi non una destra e una sinistra, bensì due destre, una tecnocratica ed elitaria, l'altra populista e plebiscitaria. Che entrambe avevano l'obiettivo di offrire una sponda al processo di ristrutturazione in corso nel mondo produttivo, smantellando le regole e le garanzie su cui si era costruito il compromesso socialdemocratico della seconda metà del '900. Che entrambe rimettevano al centro del discorso politico l'impresa, in pro della quale si prefiggevano privatizzazioni del patrimonio industriale pubblico, flessibilizzazione del mercato del lavoro e tagli delle prestazioni sociali (dalle pensioni alla sanità alla scuola). E che, unite nei fini, esse si distinguevano nei mezzi, la destra tecnocratica ed elitaria puntando essenzialmente alla mobilitazione dei ceti medi riflessivi in un progetto di società individualizzata e competitiva, la destra populista e plebiscitaria rivolgendo invece la propria offerta politica alle fasce sociali che più avrebbero sofferto del crollo della domanda indotto dalla dissoluzione del precedente patto sociale, vale a dire la piccola e media impresa, i disoccupati, i precari, i sommersi (e mai salvati).

Si poteva eccepire che l'analisi non teneva conto di alcune oggettive contraddizioni tra gli interessi della grande e della piccola industria. Che non considerava adeguatamente il ruolo frenante che, rispetto al disegno liberalizzatore, avrebbero giocato potenti interessi costituiti, taluni dei quali interni alla stessa area del lavoro dipendente (specie pubblico). Che non sviscerava fino in fondo le premesse economiche su cui si era retto il compromesso sociale precedente, che rimandavano alla costituzione economica impostasi in tutto l'Occidente durante gli anni Trenta del secolo scorso. Ma nell'insieme, si trattava di un'analisi corretta e lungimirante, tanto più se si pensa che, nel 1996, le uniche privatizzazioni di rilievo che si erano avute concernevano il sistema bancario e le "controriforme di struttura" avevano toccato la sanità e le pensioni, ma non ancora il mercato del lavoro.

Invece, dopo breve tempo, quell'analisi cadde nel dimenticatoio. Troppo forte era il contrasto fra l'opinione che analisti, dirigenti ed elettori avevano del centrosinistra (e dei Ds in primis) e l'acuta ipotesi di Revelli secondo cui proprio il centrosinistra sarebbe stato l'hardware su cui avrebbe girato il software della destra tecnocratica ed elitaria: occorreva una capacità di straniamento analoga a quella che portò Copernico a intuire (e poi a dimostrare) che non era il sole che girava intorno alla terra, ma l'esatto contrario. Proprio per ciò, la tesi di Revelli subì negli anni successivi uno slittamento concettuale e di campo affatto radicale: le "due destre" scomparvero e lasciarono il posto a due sinistre, l'una "moderata" e l'altra "radicale" (o "antagonista"), che competevano per l'egemonia della rappresentanza politica e sociale del mondo del lavoro.

La nouvelle vague delle "due sinistre" trovò seguito soprattutto nell'entourage politico e intellettuale della cosiddetta "sinistra radicale", che non poteva tollerare il dubbio di cercare insistentemente accordi di desistenza o programmatici con il proprio opposto, e certo giovò ai dirigenti della "sinistra moderata" per convincere il proprio elettorato che no, non c'era alcun "tradimento" della causa del mondo del lavoro e che si trattava solo di "modernizzare" il proprio patrimonio culturale per stare al passo coi nuovi tempi. Sennonché, mentre il palcoscenico della politica si sforzava di rappresentare al meglio quel copione, il precipitare degli eventi s'incaricava di smentirne ogni possibile parvenza di plausibilità, specie in relazione a quell'inoppugnabile cartina di tornasole che è la politica economica.

In effetti, se ci chiediamo quale politica economica sia lecito attendersi da un governo di centrosinistra, la risposta è semplice: all'incirca, dovrebbe aumentare la pressione fiscale e la spesa sociale, adoperarsi per la diminuzione della povertà e della disoccupazione, imprimere una più rigida regolazione al mercato del lavoro, ridurre l'occupazione "atipica" e il lavoro nero, guardarsi bene dal privatizzare il patrimonio pubblico, promuovere la transizione tecnologica della nostra struttura produttiva e mantenere nei confronti dei conti dello stato un atteggiamento non più "rigoroso" di quello di Lord Keynes (per il quale preoccuparsi del bilancio invece che dei disoccupati era degno di un malato di mente).

Ebbene, tutti i dati dei dieci anni trascorsi - inclusi gli ultimi due - ci dicono non soltanto che i governi dell'Ulivo e dell'Unione non hanno fatto nulla del genere, ma che hanno fatto esattamente l'opposto. Per dirla tutta, i dati evidenziano che il governo di centrodestra è stato nel complesso abbastanza "keynesiano", per quanto si possa certamente discutere dell'uso che ha fatto della spesa pubblica. Ma questo non dovrebbe sorprendere chi appena ricordi in quale complessa temperie ideologica maturarono le prime realizzazioni del keynesismo (o più semplicemente quali siano i trascorsi ideologici di Giulio Tremonti).

Oggi la scelta del Pd di sopprimere ogni riferimento alla "sinistra" e di "correre da solo" alle elezioni consente finalmente di far chiarezza. Per riprendere la metafora, è come se tutti noi fossimo stati d'improvviso proiettati al di fuori del nostro sistema solare, in modo da vedere che non è il sole a girare intorno alla terra, ma appunto il contrario. Non c'è nulla di polemico in queste considerazioni: la realtà è realtà, e solo chi ha interesse a nasconderla (o magari a non vederla) può scambiare la sua analisi con un attacco ad personam, come fece la Chiesa quando Galileo disse che Copernico aveva ragione.

Resta piuttosto da dire che la dimostrazione ex post factum della fondatezza dell'ipotesi delle "due destre", oltre a spiegare al meglio i pressanti rumors di "grande coalizione", costringe la sinistra a un'analoga operazione chiarificatrice. Troppe volte essa ha invocato i rapporti di forza sbilanciati a favore della "sinistra moderata" (cioè della destra tecnocratica) per mascherare un proprio deficit programmatico e culturale. Le difficoltà in cui si dibatte il processo di costruzione de "la Sinistra l'Arcobaleno" ne sono sintomo eloquente: senza una sintesi ordinatrice, non si possono tener insieme diritti sociali e pratiche di autogestione, eguaglianza di opportunità e differenze identitarie, lotta alla povertà ed ecologismo "radicale", programmazione economica e libertarismo.

Se il programma economico su cui le "due destre" stanno fondando la loro convergenza potesse nel medio periodo funzionare, più o meno come funzionò il "fascismo democristiano" negli anni 50, potremmo rinviare la questione a data da destinarsi. Ma quel programma, come ha argomentato Emiliano Brancaccio su queste colonne, è costruito sull'argilla, e può franare al minimo scossone della congiuntura internazionale. Dunque bisogna chiarirsi, qui e ora.


17/02/2008

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