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Published: 07 July 2024
Created: 05 July 2024
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intelligence for the people

Assange, un viaggio nel Pacifico, e le maschere dell’Occidente

di Roberto Iannuzzi

Washington e i suoi alleati europei continuano a minare quella patina di democrazia e promozione dei diritti umani che Assange ha il merito di aver smascherato con il suo lavoro di giornalista

4ac86eb8 8e93 4912 8bcc 82a6d29b1b4a 2047x1365Dopo una battaglia durata 14 anni, 5 dei quali trascorsi a Belmarsh, famigerato carcere di massima sicurezza alla periferia di Londra, il fondatore di Wikileaks Julian Assange ha dunque inaspettatamente ottenuto la libertà.

Il giornalista australiano rischiava 175 anni di carcere per ben 18 capi d'accusa presentati dall'amministrazione Trump, poi presi in carico dal successore Biden.

Per 5 anni, il Dipartimento di Giustizia americano aveva ignorato gli appelli di tutto il mondo a far cadere le accuse dell’Espionage Act rivolte contro Assange.

 

Un patteggiamento improvviso

Tutto è cambiato a maggio, dopo che l'Alta Corte di Giustizia britannica aveva concesso al fondatore di Wikileaks un'udienza di appello sulla richiesta di estradizione negli Stati Uniti.

L'Alta Corte aveva ritenuto che il governo statunitense non avesse fornito garanzie soddisfacenti sul fatto che Assange potesse contare su una difesa in base al Primo Emendamento, se fosse stato estradato e processato negli USA.

Il Dipartimento di Giustizia, forse temendo di perdere la causa, si è affrettato a giungere a un patteggiamento con il team legale di Assange.

I procuratori statunitensi hanno accettato una dichiarazione di colpevolezza per una singola accusa di cospirazione ai sensi della legge sullo spionaggio, senza ulteriori pene detentive rispetto al periodo da lui già scontato in prigione.

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Published: 07 July 2024
Created: 03 July 2024
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machina

Una teoria da ripensare?

Sul rapporto tra ricchezza finanziaria e ricchezza reale nell'epoca della speculazione

di Andrea Pannone

Schermata del 2024 07 07 16 45 29.pngRicchezza reale e ricchezza finanziaria nelle teorie economiche

La distinzione tra ricchezza reale e diritti finanziari sulla ricchezza reale (ricchezza finanziaria) è una premessa fondamentale dell’economia politica, riconosciuta sia dalle scuole di pensiero neoclassiche che da quelle di ispirazione marxista. Nonostante la radicale differenza con cui i due approcci teorici vedono la relazione tra le due forme di ricchezza nell'economia[1], entrambi sono accomunati dal riconoscimento del fatto che i diritti finanziari dipendono dalla ricchezza reale sottostante, poiché rappresentano pretese legali su beni e servizi tangibili o sui flussi di reddito generati da essi. Questa relazione di dipendenza, però, diventa molto meno chiara in contesti di inflazione finanziaria – ossia di crescita continua dei prezzi degli asset finanziari (titoli, azioni, ecc.) – e speculazione eccessiva, allorché le due forme di ricchezza mostrano andamenti progressivamente divergenti a partire dagli anni ʼ90[2]. Questo impedisce a entrambe le scuole di pensiero di spiegare adeguatamente le cause e le implicazioni del processo di finanziarizzazione dell’economia che ha luogo nel XXI secolo e che ha portato quella divergenza a livelli parossistici, accrescendo enormemente le diseguaglianze distributive (vedi Piketty 2014)[3]. Osserviamo infatti che i guadagni derivabili da questi asset non hanno propriamente la natura di redditi, almeno non come il concetto di reddito è sempre stato considerato nella letteratura economica ossia la controparte esatte del valore dei flussi di produzione. Per questo motivo la loro consistente e non temporanea espansione, che implica un trasferimento puro di moneta dai redditi dei fattori produttivi alle rendite, non sembra immediatamente riconducibile né al concetto di legittima ricompensa della produttività dei fattori di produzione – come vorrebbe la scuola neoclassica – ma nemmeno al concetto di sfruttamento dei lavoratori e al conflitto capitale/lavoro – come vorrebbero le più classiche scuole di ispirazione marxista[4].

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Published: 06 July 2024
Created: 03 July 2024
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futurasocieta.png

I cinque principi per la coesistenza pacifica e il ruolo del Partito comunista

di Gianmarco Pisa*

originalnub.jpgUn’analisi in occasione del 70° anniversario della proclamazione dei Cinque principi per la coesistenza pacifica e all’indomani del 103° anniversario della fondazione del Partito comunista cinese. Non solo la capacità del marxismo e del leninismo, attraverso gli strumenti del pensiero e dell’opera di Marx e di Lenin, del materialismo e della dialettica, di adattarsi e di corrispondere ai diversi contesti nazionali, ma anche la sua straordinaria modernità, nel costruire percorsi autonomi, originali, di pace, progresso, giustizia sociale.

Un’importante conferenza, in occasione del 70° anniversario dei Cinque principi per la coesistenza pacifica, si è svolta lo scorso 28 giugno, a Pechino, con la partecipazione di oltre seicento persone, tra rappresentanti istituzionali, diplomatici provenienti da oltre cento Paesi, studiosi, analisti, ricercatori e media.

La ricorrenza non è importante solo per il suo aspetto celebrativo, quanto, in particolare, per la stringente attualità delle questioni cui rimanda. I Cinque principi furono infatti avanzati, per la prima volta, dall’allora premier cinese Zhou Enlai il 31 dicembre 1953 in occasione di un incontro con una delegazione del governo indiano; successivamente, nel giugno 1954, lo stesso premier cinese visitò l’India e l’allora Birmania (oggi Myanmar); al termine di questo percorso diplomatico, nel mondo uscito dalla Seconda guerra mondiale, nel quale si andava sempre più consolidando la contrapposizione bipolare propria della Guerra fredda e in cui maturavano i presupposti delle grandi lotte di liberazione contro il colonialismo e per l’affermazione, a partire dal 1961, del Movimento dei non allineati, le due dichiarazioni congiunte, Cina-India del 28 giugno 1954 e Cina-Birmania del 29 giugno 1954, avanzavano i Cinque principi per la coesistenza pacifica come principi guida nelle rispettive relazioni bilaterali e, in generale, come criterio generale per le relazioni internazionali.

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Published: 06 July 2024
Created: 02 July 2024
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lafionda

Cicli secolari

di Fabrizio Russo

chagall.jpgRileggo continuamente, anche se a spezzoni, il bellissimo lavoro di Peter Turchin e Sergey A. Nefedov: “Secular Cycles” edito da Princeton Press. La rilettura mi provoca ogni volta (e, devo dire, mio malgrado) una scarica rutilante, una fiumana, di pensieri. Il primo però è certamente: “Abbiamo davanti ai nostri occhi la corretta interpretazione delle cause dei problemi che ci circondano, e questo è già avere a disposizione mezze soluzioni, ma non vogliamo leggerla!”. L’essere umano è fatto in questo modo: agisce secondo il principio di economia (continua ricerca del minimo sforzo e massimo risultato) e così facendo evita di affrontare i sentieri più difficili della vita, preferendo le “autostrade” che portano a cercare soluzioni evanescenti e illusorie di brevissimo periodo a problemi di lungo termine. Oppure all’altro estremo si spinge nelle varie forme di negazione della realtà: droga, alcool e dipendenze varie, edonismo para-patologico nelle sue varie forme, disperazione e lotta armata contro i mulini a vento!

Qual è il collegamento delle analisi di Turchin e Nefedov con la nostra realtà di tutti i giorni? Il punto è proprio questo: il collegamento è molto distante, quindi pressoché invisibile, ma fortissimo …… anzi, oserei dire che è un legame di tipo deterministico! Nel dettaglio, Turchin e Nefedov hanno analizzato “matematicamente” i cicli storici degli ultimi due millenni considerando le principali dinamiche sociali, demografiche e di risorse naturali ed hanno scoperto delle sconcertanti regolarità di processo, con un modello che approssimativamente risulta il seguente:

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Published: 06 July 2024
Created: 02 July 2024
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arcipelagomilano

L’intelligenza artificiale: l'innovazione del dispositivo di dominio capitalista

Un pericolo incombente sulla nostra società

di Turi Palidda

Schickardmaschine.jpgLa storia dei dispositivi che memorizzano i saperi umani al fine di sviluppare le conoscenze e le applicazioni o anche storia dell’informatica è particolarmente affascinante innanzitutto perché risale alla più lontana antichità (si veda la pagina di Wikipedia in questo caso abbastanza utile.

Nell’accezione banale è la storia del progresso che però va solo parzialmente a beneficio della maggioranza dell’umanità. Come infatti suggerisce in particolare Michel Foucault, la questione cruciale riguarda sempre il rapporto fra potere e sapere: il dominio si accaparra dei saperi per perpetuarsi, per accrescere le sue risorse di ogni sorta e ovviamente l’accumulazione della sua ricchezza.

Senza risalire ai tempi remoti, l’ultima grande rivoluzione in tutti i campi si innesca all’inizio degli anni ’70. Lo sviluppo delle cosiddette nuove tecnologie e in particolare dell’informatica e dei programmi via via più sofisticati permette quella che è stata chiamata la finanziarizzazione del capitalismo e da allora quella che Harvey chiama la controrivoluzione liberista.

Da allora si è avuta la sconvolgente automatizzazione informatizzata, il boom del ricorso agli algoritmi, la possibilità di produzioni senza manodopera umana, il boom delle comunicazioni, dei trasporti, la pervasività della profilazione (o schedatura) per interessi di marketing, di controlli dell’elettorato oltre che dei soliti controlli delle polizie. Grazie alla videosorveglianza intelligente s’è approdati alla mostruosa Società di sorveglianza: sette miliardi di sospetti (vedi documentario Arte qui).

Va da sé che il business connesso alle nuove tecnologie è diventato immenso perché appunto è pervasivo e quindi penetra tutto e tutti.

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Published: 05 July 2024
Created: 27 June 2024
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tpi

“In Italia si fa disinformazione su Gaza. Rai e La7 non mi vogliono perché accuso Israele di genocidio”

Enrico Mingori intervista Francesca Albanese

“L’Olocausto non ci ha insegnato niente: abbiamo sconfitto Hitler ma non le su idee razziste. In Occidente c’è una forte lobby pro-Israele, un sistema di suprematismo bianco che intimidisce e punisce chiunque osi criticare lo Stato ebraico. E in Italia questo sistema è particolarmente forte: nei miei confronti c’è una conventio ad excludendum. Vi spiego perché quello di Israele è un genocidio e quello di Hamas no”. Intervista alla Relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati

1200x675 cmsv2 5313e609 21f3 5892 905b 4262989d40c3 8158592Francesca Albanese, 44 anni, originaria della provincia di Avellino, dal 2022 è Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati. Laureata in Giurisprudenza a Pisa, si è specializzata fra Londra e Amsterdam in diritti umani e in diritto internazionale dei rifugiati. TPI l’ha intervistata per parlare dell’offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza e del modo in cui il conflitto viene raccontato in Occidente.

* * * *

Albanese, in cosa consiste il suo lavoro di Relatrice speciale Onu per i territori palestinesi occupati?

«Il mio lavoro è sostanzialmente cambiato dallo scorso 7 ottobre. Prima c’era, sì, una violazione costante dei diritti umani nella Palestina occupata, ma non era tanto esasperata quanto adesso. La situazione è stata sempre grave, certo, ma ora è in atto un vero e proprio assalto costante nei confronti della popolazione sotto occupazione. Il mio lavoro consiste nella documentazione delle violazioni che hanno luogo a Gaza, ma sto raccogliendo informazioni anche su quello che succede in Cisgiordania e a Gerusalemme. Israele, infatti, sta approfittando del fatto che in questo momento l’attenzione è tutta rivolta su Gaza per accelerare con l’annessione di terre palestinesi in Cisgiordania, dove intere comunità pastorali sono state scacciate: fino a una decina d’anni fa incontrare tali comunità, incluso beduini nell’Area C della Cisgiordania (60% della terra che Israele controlla interamente) era un fatto comune, mentre oggi sta diventando sempre più difficile. Addirittura è documentata la vendita di proprietà e di terre palestinesi a compratori occidentali, con maggioranza di statunitensi o canadesi. È tutto abbastanza surreale».

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Published: 05 July 2024
Created: 03 July 2024
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lafionda

La banalizzazione dell’antifascismo

di Francesco Ricciardi

Ieri, sul palco dell’Associazione Nazionale Partigiani italiani, è andato in scena quella che definirei l’ultimo episodio della banalizzazione dell’antifascismo, che segue a quella analoga del fascismo stesso, che sta caratterizzando questo secolo

banalizzazioneAntifascismo.jpgIl presidente dell’associazione, Pagliarulo, ha proposto ai segretari dei partiti dell’opposizione presenti una nuova unità antifascista contro questo governo. Allora, uno potrebbe chiedersi il perché di una tale proposta estrema. Forse, perché staranno abolendo le elezioni o vi sono violenze di piazza contro gli oppositori, si propongono leggi razziste, si chiudono giornali, partiti o sindacati, vi si vedono uomini di governo che inneggiano palesemente a Mussolini o alle “cose buone” che avrebbe fatto e cose del genere, Tra questi esempi avrei voluto aggiungervi anche l’ipotesi che ci si stia preparando a una partecipazione in guerra ma– ahimè! – quest’ultima cosa già ci coinvolge e con il consenso convinto di buona parte dell’attuale opposizione, in aperta contrasto con l’art. 11 della nostra Costituzione.

Eppure, l’attuale governo non è lì a seguito di un colpo di stato o per un atto unilaterale del Capo dello Stato, come accadde con Mussolini ovvero con Monti o Draghi. Esso è lì perché ha vinto le elezioni. E sì: oltre alla sinistra, anche la destra può, evidentemente, vincere le elezioni ed esprimere un governo. E’ la democrazia, bellezza! A chi scrive spiace constatare che queste cose le faccia notare anche la Meloni, ma la cosa più grave e che non le faccia, invece, notare la sinistra; quella stessa sinistra che è stata protagonista, di governi, appunto, a dir poco democratici e caratterizzati da riforme antisociali.

Insomma, con la predetta proposta di Pagliarulo, che pare abbia riscontrato i consensi dei presenti all’iniziativa, si sta praticamente sostenendo il principio che la destra in Italia non può andare al governo e che, se invece ci arriva al posto della sinistra – a meno che quest’ultima non trovi spazi per aggirare il consenso democratico, ritornandoci attraverso un c.d. governo tecnico – nel Paese scatta l’”emergenza democratica”.

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Published: 05 July 2024
Created: 01 July 2024
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jacobin

Le basi istituzionali di un panico morale

di Donatella Della Porta

Note sulla repressione della solidarietà con la Palestina in Germania: come si costruisce il folk devil

germania israele jacobin italia 1536x560.jpgNell’aprile del 2024, la filosofa Nancy Fraser, lei stessa ebrea, ha visto il suo contratto per la cattedra Albertus Magnus rescisso unilateralmente dall’università di Colonia. Nella dichiarazione firmata dal rettore dell’università si legge che: «è con grande rammarico che la cattedra Albertus Magnus 2024 non sarà assegnata. Il motivo è la lettera pubblica ‘Filosofia per la Palestina’ del novembre 2023, firmata dalla professoressa di filosofia Nancy Fraser, invitata alla cattedra Albertus Magnus. In questa lettera si mette in discussione il diritto di Israele di esistere come ‘Stato etno-suprematista’ dalla sua fondazione nel 1948. Gli attacchi terroristici di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 vengono elevati ad atto di resistenza legittima. I firmatari chiedono il boicottaggio accademico e culturale delle istituzioni israeliane». Dopo una serie di proteste da parte di professori e istituzioni accademiche, che tra l’altro hanno contestato l’interpretazione del contenuto della lettera pubblica come tendenziosa, l’università ha pubblicato un’appendice in cui si poneva l’accento sull’appello al boicottaggio, citando i numerosi legami con le istituzioni accademiche israeliane come componente centrale delle attività dell’università: «Quando si considera la questione, non si tratta di decidere se alla signora Fraser viene data o meno una piattaforma all’Università di Colonia. Si tratta piuttosto del fatto che la cattedra Albertus Magnus è un onore speciale conferito dall’intera università. Naturalmente è difficile conciliare questo con l’invito a boicottare le istituzioni partner israeliane contenuto nella dichiarazione “Filosofia per la Palestina”, quando noi dell’Università di Colonia abbiamo così tanti legami con istituzioni partner in Israele». Mentre la decisione di offrire la cattedra era stata presa nel 2022 e la lettera aperta era datata novembre 2023, la cancellazione è avvenuta poche settimane prima che la professoressa tenesse la sua lezione, quando il rettore era in visita in Israele.

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Published: 04 July 2024
Created: 03 July 2024
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ilpungolorosso

Il capitalismo britannico cambia cavallo per non cambiare nulla. I lavoratori potranno accettarlo?

di Il Pungolo Rosso

Keir starmer 1Le elezioni anticipate in Francia e Gran Bretagna, tra fine giugno e la prima settimana di luglio, preannunciano scossoni politici ma, a guardar bene, più di facciata che di sostanza: in Francia sarà il ballottaggio a decidere se il Rassemblement National di Le Pen otterrà la maggioranza in Parlamento; in Gran Bretagna è data per certa la vittoria dei laburisti dopo 14 anni di governo Tory. Quel che è certo è che l’alternanza politica nel Regno Unito non porterà a grossi cambiamenti della linea politica dei precedenti governi conservatori, soprattutto sul tema della guerra e dell’economia di guerra, su cui convergono praticamente tutti i partiti che sono nel “gioco” elettorale. D’altra parte l’attuale leader laburista, Keir Starmer, diversamente dal suo predecessore Jeremy Corbyn, compete con il premier conservatore Rishi Sunak e con i liberaldemocratici per il sostegno del grande capitale, che gli sta facendo credito.

 

Più cannoni, meno burro

Un esame dei programmi dei due principali partiti britannici, il laburista dato in vantaggio con il 40% dei voti contro il 20% dei conservatori, ci conferma il fatto che entrambi sono accomunati da ciò che le rispettive borghesie imperialiste ritengono essenziale: il riarmo con l’aumento della spesa per quella che è ipocritamente chiamata la “Difesa”, nonché l’appoggio all’Ucraina contro la Russia. Anche i liberaldemocratici sono allineati in politica estera, mentre solo il partito populista anti-immigrati di estrema destra, Reform UK di Nigel Farage, che i sondaggi danno al terzo posto con il 16,5% dei voti, esprime posizioni più mediate nei confronti della Russia.

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Published: 04 July 2024
Created: 01 July 2024
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linterferenza

“Realismo Capitalista” di Mark Fisher ossia lo “stalinismo di mercato”

di Gerardo Lisco

Senza titolo.vmnnigjpegRiflettere sul sistema capitalista come fa Mark Fisher nel suo saggio dal titolo “Realismo Capitalista” non è da tutti. Il saggio di Fisher “Realismo Capitalista” edito da Nero è stato pubblicato in Italia nel 2018, la sua prima edizione risale al 2009. Siamo in pieno passaggio dalla crisi finanziaria dovuta alla bolla speculativa legata ai “fondi spazzatura” alla crisi del debito “sovrano europeo” del 2010, secondo la corretta intuizione dell’economista Roubini. Come scrive nella sua prefazione al saggio di Fisher Valerio Mattioli << La tesi è semplice: il The Is No Alternative al capitalismo pronosticato dalla Thatcher è stato infine introiettato non solo dalle forze politiche che pure a suo tempo occupavano il campo avversario a quello del conservatorismo neoliberale, ma dallo stesso inconscio collettivo; il risultato è che “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”>> e’ in questo passaggio il senso del realismo capitalista. Il Capitalismo neoliberale ha avuto la capacità di modificare a tal punto la coscienza individuale e collettiva, con effetti drammatici sia sul piano sociale che psichico, che perfino coloro che dicono di opporsi , di fatto, operano nel senso indicato dal Capitalismo Neoliberale. Non è un caso che Fisher nel suo saggio evidenzi il crescere di malattie psichiche dovute a tale sistema. Fisher ha maturato le sue riflessioni, filosofiche e sociologiche, prendendo spunto da un “mondo” per così dire non accademico. Acquisisce notorietà come blogger per poi diventare famoso grazie ai suoi scritti di politica, musica e cultura popolare. Vicino alle teorie filosofiche “accelerazioniste” secondo le quali il capitalismo potrà essere superato alla sola condizione di “accelerare” i processi che lo caratterizzano portandolo all’autodistruzione. L’Accelerazionismo” si presenta tanto come filosofia politica di destra quanto di sinistra, Fisher si caratterizza come teorico di sinistra, chiaramente marxiano.

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Published: 04 July 2024
Created: 30 June 2024
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comedonchisciotte.org

Ecco perché non dovreste mai credere ai vostri occhi

di Kit Knightly - off-guardian.org

illusione 750x430.jpgLo spot pubblicitario è semplice. Un autobus è bloccato nel traffico dopo aver urtato un carretto della frutta, una giovane passeggera guarda fuori dal finestrino un bel ragazzo in una decappottabile. Scende dall’autobus, sale in macchina e l’uomo la porta via come fosse il suo autista mentre lei mangia una barretta di cioccolato.

La giovane donna è Audrey Hepburn.

Questo ha implicazioni molto significative sulla nostra percezione del mondo in cui viviamo, in modi di cui nessuno parla veramente. Ma su Audrey torneremo più avanti.

Non sempre sembra essere così, ma gli esseri umani sono innatamente fiduciosi.

Che si tratti di uno sviluppo evolutivo progettato per rendere più facile il funzionamento di un gruppo sociale o di un residuo di migliaia di generazioni di pensiero religioso, in fondo, quello che ci viene spontaneo pensare, in modo quasi automatico, è che la maggior parte delle persone – la maggior parte delle volte – dice la verità.

Si tratta di un’inclinazione naturale che i tiranni hanno ben compreso – e di cui hanno approfittato – per secoli.

Ma, per quanto la fiducia che riponiamo negli altri sia innata, c’è qualcosa di cui ci fidiamo di più: i nostri occhi.

Siamo creature visive e, una volta che qualcuno ha visto qualcosa, o crede di aver visto qualcosa, è quasi impossibile convincerlo del contrario.

E, al giorno d’oggi, anche gli aspiranti tiranni possono approfittarne.

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Published: 03 July 2024
Created: 01 July 2024
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collettivolegauche

L’Antropocene e l’insostenibilità del capitalismo

di Collettivo Legauche

antropocenenbfsdebvbg1. Introduzione

Ian Angus nel libro Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, tradotto in italiano da Alessandro Cocuzza, Vincenzo Riccio e Giuseppe Sottile, tenta di far dialogare le innovazioni delle Scienze della Terra che indagano la nuova fase in cui è entrato il sistema terrestre, l’Antropocene, e le teorie ecosocialiste della frattura metabolica prodotta dal capitalismo che porta a crisi ecologiche. L’autore offre agli scienziati del sistema terrestre l’analisi socio-economica del marxismo ecologico e a quest’ultimi la centralità del concetto di Antropocene nel XXI secolo. Come fecero Marx ed Engels con L’origine delle specie di Darwin, dobbiamo gettare ponti tra scienze naturali e sociali, integrando le scoperte degli scienziati nella teoria marxista.

 

2. L’Antropocene secondo gli scienziati

A portare alla ribalta il termine Antropocene fu il chimico atmosferico Paul J. Crutzen nel 2000 a partire dalla constatazione che le attività umane erano diventate talmente rilevanti da interferire con i processi naturali. Il risultato è l’abbandono della sua naturale epoca geologica, l’Olocene, con le attività umane capaci di rivaleggiare con le forze della natura, spingendo il pianeta verso una terra incognita, con molto più caldo e molta meno vegetazione e biodiversità. Ciò è possibile perché la Terra è un sistema planetario integrato dove la biosfera si comporta come una componente essenziale e attiva e le attività umane influenzano la Terra su scala globale in maniera sempre più rapida, interattiva e complessa finendo per alterare il sistema terrestre, minacciando processi ed elementi biotici e abiotici da cui dipende lo stesso uomo.

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Published: 03 July 2024
Created: 30 June 2024
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analisidifesa

Media, censure e facce di bronzo

di Gianandrea Gaiani

x1080.jpgHa suscitato reazioni aspre quanto ingiustificate in Europa la decisione resa nota il 25 giugno dalle autorità russe di imporre restrizioni nei confronti di 81 media europei impedendone l’accesso tv e internet al territorio della Federazione Russa.

Tra i media europei presi di mira figurano i siti di RAI, LA7, La Stampa e Repubblica, come spiega l’agenzia di stampa Ria Novosti ma anche i giornali tedeschi Der Spiegel, Die Zeit e Frankfurter Allgemeine Zeitung, i quotidiani francesi Le Monde, La Croix e l’agenzia France Presse (AFP) oltre a Radio France Internationale. La Russia ha imposto restrizioni anche ai quotidiani spagnoli El Mundo ed El Pais, all’agenzia di stampa EFE, all’emittente statale austriaca ORF e ai giornali web Politico ed Euobserver.

L’iniziativa russa costituisce una “rappresaglia” sul fronte mediatico rispetto alla decisione assunta il 17 maggio dal Consiglio Europeo di vietare sul territorio dell’Unione la diffusione video e internet dell’agenzia Ria Novosti e dei giornali Izvestia e Rossiyskaya Gazeta: divieto che ha preso il via proprio il 25 giugno.

”In risposta alla decisione presa dal Consiglio della Ue il 17 maggio di vietare ‘qualsiasi attività di trasmissione’ su tre media russi che entra in vigore oggi, 25 giugno, vengono adottate contro-restrizioni all’accesso introdotte dal territorio della Federazione Russa alle risorse radiotelevisive di numerosi media degli Stati membri dell’Ue e degli operatori di tutta Europa, che diffondono sistematicamente false informazioni sullo svolgimento dell’operazione militare speciale” in corso in Ucraina, si legge nel comunicato del ministero degli Esteri russo.

I russi, prosegue la nota, hanno ripetutamente e a vari livelli avvertito che ”le molestie politicamente motivate nei confronti dei giornalisti e i divieti infondati nei confronti dei media russi nella Ue non passeranno inosservati”.

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Published: 02 July 2024
Created: 28 June 2024
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intelligence for the people

Dal 7 ottobre a oggi – Scivolando verso l’abisso

di Roberto Iannuzzi

Dal rischio di deflagrazione del conflitto tra Israele e Hezbollah, ai fantasmi del 7 ottobre che ancora aleggiano sul governo Netanyahu (con qualche stralcio tratto dal mio nuovo libro)

3965ff37 a12e 4bb8 9e09 f091feb6099d 1074x673.jpgIl protrarsi dell’operazione militare israeliana a Gaza, e l’intensificarsi dello scontro fra Israele e Hezbollah al confine libanese, hanno definitivamente sancito la saldatura delle due crisi o, se vogliamo, una sorta di “principio dei vasi comunicanti”.

Tradotta in altri termini, l’equazione è la seguente: 1) non ci sarà pace sul confine libanese se non verrà decretato un cessate il fuoco a Gaza.

2) Quanto più aumenterà il rischio di genocidio della popolazione palestinese nella Striscia, tanto più lo scontro al confine libanese rischierà di deflagrare in un conflitto su vasta scala, in grado di far impallidire la catastrofe di Gaza.

Per certi versi, questo esito era scritto fin dai primi giorni successivi al 7 ottobre. Allorché si è compreso che quella avviata da Israele a Gaza non era una semplice rappresaglia, per quanto dura, ma un’azione volta ad annientare Hamas sia militarmente che politicamente (se non addirittura a compiere una vera e propria pulizia etnica della Striscia), è parso evidente che questo conflitto avrebbe avuto pericolose ripercussioni regionali.

Come ho scritto nel mio libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda”,

Se c’è una cosa che i primi cento giorni del tragico conflitto di Gaza hanno dimostrato è che esso non sarebbe rimasto confinato a Gaza.

 

Asse filo-iraniano

Ciò è fondamentalmente dovuto al fatto che Hamas non è un attore isolato, ma fa parte del cosiddetto asse regionale filo-iraniano, che oltre a Teheran include le milizie sciite irachene (e alcuni raggruppamenti politici sciiti a Baghdad), la Siria del presidente Bashar al-Assad, Hezbollah in Libano, e il gruppo degli Houthi nello Yemen.

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Published: 02 July 2024
Created: 28 May 2024
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lantidiplomatico

Il Moribondo contro il Nascente

di Tariq Marzbaan – Al Mayadeen English

goya.pngGran parte del mondo è stanco dei mostri e cerca non un "re-set" ma una rinascita delle sue identità originali e delle sue eredità storiche... che sono state tenute troppo a lungo in ostaggio da uno spietato Impero divoratore.

Fin dai primi anni del 1900, la "dottrina dell'Heartland" di Mackinder ha dominato la mentalità e le azioni geopolitiche dell'Occidente (in primo luogo i britannici, ma anche la Germania nazista adottò questa ossessione). La strategia prevedeva inizialmente l'indebolimento, lo smantellamento e la presa di possesso totale dell'"Impero russo"... a cui sarebbe seguito il dominio dell'intero continente europeo e asiatico... e poi del resto del mondo. Come hanno sottolineato Zbigniew Brzezinski e George Friedmann di Stratford, si è sempre trattato di controllare le ricche risorse e la posizione geopolitica della Russia e dell'Asia.

Ma dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante la successiva Guerra Fredda, questa agenda essenzialmente britannica non sembrava più all'ordine del giorno, poiché il centro di potere imperiale e coloniale si era spostato dal Regno Unito agli Stati Uniti... e gli Stati Uniti avevano già iniziato a perseguire le loro numerose ambizioni imperiali in altre parti del mondo per espandere la propria influenza (attraverso varie guerre, guerre per procura e conflitti in tutto il mondo (Vietnam, Corea, Asia occidentale, Africa, America centrale e meridionale).

Per un certo periodo (in termini storici: 1945-1989) sembrava che la "Dottrina Heartland" non avesse più alcuna rilevanza. In realtà, aveva un'esistenza in ombra, perché nessuno ne parlava apertamente... Perché un certo gruppo – i neocon – non aveva ancora un'influenza sufficiente sulla politica e sull'opinione pubblica degli Stati Uniti... Ma oggi sappiamo che essi sono rimasti impegnati in questa agenda dietro le quinte.

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Published: 01 July 2024
Created: 28 June 2024
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lantidiplomatico

L'immolazione della Germania sull'altare dell'atlantismo

di Giacomo Gabellini

720x410c50.jjmlyeapgLo scorso 21 giugno, «Die Zeit» riportava con tono allarmato che, nel mese di maggio, «le esportazioni dalla Germania verso i Paesi al di fuori dell’Unione Europea sono calate drasticamente». I dati indicano una diminuzione su base annua del 6,4%, trainata in larga parte dal crollo verticale delle importazioni da parte della Cina (-14%). Secondo il settimanale tedesco, la contrazione del commercio tra Germania e Cina riflette in primo luogo l’avanzamento tecnologico conseguito dall’ex Celeste Impero, che allo stato attuale è nelle condizioni di fabbricare autonomamente beni che in passato venivano generalmente importati dalla Germania. Allo stesso tempo, un numero crescente di aziende tedesche stanno trasferendo gli impianti industriali direttamente in Cina, attratte dall’irriproducibile struttura demografica e dei costi che caratterizza il Paese e allontanate dalla madrepatria dagli alti costi energetici vigenti e dall’impatto negativo sugli utili ascrivibile alle direttive europee a tutela dell’ambiente – le quali rendono particolarmente antieconomico continuare a produrre sul suolo europeo.

«Die Zeit» non manca tuttavia di porre l’accento su una terza e parimenti cruciale motivazione alla base del crescente disinteresse cinese per il Made in Germany, consistente nell’incremento delle «tensioni legate alla disputa su Taiwan» contestuale a un allineamento generalizzato della Germania alle strategie politico-commerciali adottate dagli Stati Uniti. I quali, non a caso, si sono imposti come principali partner commerciali della Germania, soppiantando proprio la Cina che deteneva il primato fin dal 2015. Determinante, ai fini di questo avvicendamento, si sono rivelate le tensioni commerciali tra Repubblica Popolare Cinese e Unione Europea, accodatasi alla linea protezionista seguita dagli Stati Uniti a partire dall’era Obama e intensificata dapprima da Trump e successivamente da Biden.

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Published: 01 July 2024
Created: 28 June 2024
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effimera

La doppia natura del suffragio universale

di Gianni Giovannelli

Elezioni del 2 giugno 1946 in Italia.jpgBenché ad essi l’intorbidar l’altrui pace
guadagno sommo paresse, molti pure
vollero chiarire a quai patti s’avrebbe
a far guerra, quai sarebbero stati i premi
donde le speranze e gli aiuti.
Sallustio (La guerra di Catilina, 21, trad. V. Alfieri, Asti, 2004, pag. 89)

La cronaca della guerra, in queste ultime giornate, è costretta a dividere lo spazio della comunicazione mediatica con i risultati elettorali, sia sulla carta stampata sia in rete. Mentre il giudizio sulla guerra, nella nostra vecchia Europa, si riduce a un coro quasi unanime di sostegno alle posizioni americane e di condanna a qualsiasi forma, anche tenue, di opposizione-diserzione, i commenti ai risultati elettorali sono invece di contenuto contrastante, diversi nel valutare le possibili conseguenze, discordanti nell’individuare le soluzioni più utili, quelle più adatte a risolvere i problemi di controllo sociale e a mantenere l’ordine. Il contrasto che caratterizza le posizioni assunte dagli analisti di regime non si limita all’esito delle consultazioni concluse, ma affronta pure quelle in arrivo, proponendo anzi complicate strategie volte a ottenere, per il tramite delle urne, la stabilità necessaria della cabina di comando creata per garantire il potere (sempre più chiaramente biopotere) del capitalismo contemporaneo. L’idea forza, a modo suo non priva di un certa genialità creativa, lanciata da Mario Draghi ormai più di dieci anni or sono con la formula del c.d. pilota automatico, comincia a sentire gli effetti del tempo, ogni tanto si inceppa o quanto meno lascia spazio a possibili imprevisti. Nulla, del resto, dura in eterno.

 

Guerra, elezioni, crisi

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Published: 01 July 2024
Created: 27 June 2024
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dellospiritolibero

“Mario dacci la linea”

Antonio Gnoli intervista Rita di Leo

IMG 2278 500x380.jpgA volte dice: questo non lo scrivere. A volte però insiste: questo ci terrei che lo dicessi. È ondivaga Rita di Leo, la donna che abbracciò l’operaismo come forma suprema di emancipazione: «Furono anni interessanti che naufragarono in una disfatta. Eravamo io, Mario, Alberto e Umberto. Venivano da me. Giuseppina cucinava, e che piatti faceva… Discutevamo, anche con accanimento. Ma se oggi mi guardo indietro loro, i miei amici, non ci sono più. E non c’è più neanche Giuseppina. Come vedi sono sola. Abbracciata alla mia memoria». Ho letto con curiosità il nuovo libro di Rita di Leo: L’età dei torbidi (edito da DeriveApprodi). L’età in cui tutto si confonde e alla fine c’è un solo vincitore.

* * * *

C’è ancora la lotta di classe su cui tu hai scritto, sperato, partecipato?

«Morta e sepolta, almeno quella alla quale noi avevamo dato il nostro appoggio».

 

Dici noi, a chi pensi?

«Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Umberto Coldagelli, io. E poi si aggiunsero Toni Negri, Massimo Cacciari e altri ovviamente. Tutto ebbe inizio con Raniero Panzieri. Ma non vorrai fare la storia dell’operaismo».

 

Vorrei capire il tuo punto di vista di donna allora molto giovane e impegnata.

«Ti dico subito che non sono mai stata iscritta al partito comunista. Ma a 16 anni percepivo acutamente le ingiustizie sociali. Forse in questo agevolata dal sentimento della famiglia».

 

Che famiglia era la tua?

«Decisamente borghese. Un padre avvocato, una madre pedagogista. Due fratelli, uno dei quali era Fernando di Leo, regista cinematografico».

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Published: 30 June 2024
Created: 28 June 2024
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sollevazione2

Francia: chi votare alle prossime legislative?

di Jacques Nikonoff

elezioni francia.jpgMolti si chiedono quali siano le vere ragioni che hanno spinto il Presidente della Repubblica a sciogliere l’Assemblea Nazionale. Al di là del narcisismo patologico dell’individuo, ci sono ragioni politiche ben ponderate. Ad esempio, un gruppo di consiglieri di Emmanuel Macron, una decina di persone — “cocciniglie” secondo l’ex ministro delle Finanze Bruno Lemaire — ha lavorato a questo piano per diversi mesi nella massima segretezza. L’obiettivo dello scioglimento era quello di rafforzare il “blocco centrale” (Macronisti) sfruttando le debolezze e le divisioni a sinistra e a destra. Infatti, a sinistra e tra gli ecologisti, diverse personalità si erano unite a Macron, così come molti dirigenti dei Repubblicani (LR).

Di fronte alla crisi politica e all’ansia che la dissoluzione avrebbe provocato, l’obiettivo era quello di spaventare i cittadini con la solita retorica del rischio dei “due estremi”, Marine Le Pen e il Rassemblement National (RN) da una parte, Jean-Luc Mélenchon di La France Insoumise (LFI) dall’altra. La prima ha ottenuto il 23,15% dei voti espressi al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022 e si è qualificata per il secondo turno con il 41,45%, mentre Jean-Luc Mélenchon ha ottenuto il 21,95% al primo turno. Il caso sembrava semplice e ovvio.

Ma questa strategia è fallita miseramente. Sfidando tutte le previsioni, la sinistra ha formato un cartello elettorale chiamato Nuovo Fronte Popolare (NFP), mentre una parte dei repubblicani si è unita al RN invece che al partito di Macron. Nessuno si è unito al “polo centrale” perché oggi la mangiatoia è vuota e la prospettiva è quella di una batosta alle elezioni legislative.

La posta in gioco nelle elezioni legislative del 30 giugno e del 7 luglio è duplice: o una maggioranza assoluta per il Rassemblement National o per il Nouveau Front Populaire, improbabile ma comunque possibile; o una maggioranza relativa nell’Assemblea Nazionale per uno dei due.

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Published: 30 June 2024
Created: 28 June 2024
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ilpungolorosso

Francia: tre proposte politiche, l’una più reazionaria e anti-proletaria dell’altra

di Il Pungolo Rosso

Macron Le Pen MelenchonLe elezioni anticipate in Francia a meno di un mese da quelle europee offrono tre alternative della stessa salsa nazionalista, e qualunque sarà il risultato, il prossimo governo francese proseguirà sulla strada del riarmo e dell’economia di guerra.

Riponiamo le nostre speranze non nella vittoria di un “nuovo fronte popolare” tutto interno al sistema, ma nella ripresa delle lotte sociali e nella presa di coscienza e mobilitazione internazionalista contro tutte le guerre del capitale, e contro il “nemico interno” che le prepara e alimenta.

* * * *

Il risultato delle elezioni europee del 10 giugno 2024, in Francia, con l’affermazione del Rassemblement National i come primo partito, ha indotto il presidente Macron a sciogliere l’Assemblea Nazionale e indire nuove elezioni politiche per il 30 giugno. Un azzardo secondo molti, comunque un calcolo che si basa sulla speranza, forse mal riposta, di arrivare comunque al ballottaggio grazie a una maggiore affluenza alle urne ii, e di avere di nuovo i voti della sinistra contro la destra, quale “male minore”. iii

 

Macron accusa il colpo e gioca l’azzardo

Il risultato alle Europee non costringe Macron alle dimissioni, tuttavia lo indebolisce in Europa, dove i 13 seggi del suo partito Renaissance lo ridimensionano dentro Renew Europe, che scesa a 79 seggi è a sua volta socio di minoranza nella coalizione a guida Von der Leyen – PPE (Partito Popolare Europeo), 186 seggi, e S&D (Socialisti e Democratici), 135 seggi iv. Anche se il RN della Le Pen con i suoi 30 seggi è sì maggioranza in ID (Identità e Democrazia) che tuttavia coi suoi 59 seggi non ha i numeri per riunire una maggioranza alternativa v. Il voto europeo indebolisce quindi la posizione dell’imperialismo francese nel Parlamento UE, e indirettamente nel Consiglio e nella prossima Commissione Europea.vi

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Published: 30 June 2024
Created: 26 June 2024
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jacobin

Le forze viventi e la logica del capitale

di Chiara De Cosmo

Michael Heinrich arricchisce la lettura di Marx con uno sguardo nitido sul rapporto tra scienza e critica. Occorre, però, non tralasciare in questo quadro le potenzialità del lavoro vivo

marx jacobin italia 1536x560.jpgA partire dagli anni Ottanta, con l’affermazione crescente delle politiche neoliberiste e il depotenziamento, almeno nel mondo occidentale, dell’immaginazione di un futuro alternativo rispetto ai rapporti capitalistici, la teoria marxiana pareva non tenere più il passo con i tempi. Lo studio dell’economia iniziò progressivamente a ridursi alla sola indagine quantitativa, all’esplorazione di modelli di equilibrio che facevano astrazione dalle relazioni materiali e storiche. Una seria presa in carico della teoria del valore marxiano sembrava, in questo contesto, ormai anacronistica.

Nata come una tesi di dottorato elaborata tra il 1987 e il 1990, La scienza del valore di Michael Heinrich, recentemente edita in italiano a cura di Stefano Breda e Riccardo Bellofiore (PGreco, 2023), si proponeva di sfidare questa prospettiva. Tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, riprendendo alcuni degli esiti più alti raggiunti dal dibattito degli anni Venti sulle categorie della critica dell’economia politica marxiana da parte di autori come Isaak I. Rubin e Henryk Grossman, il problema del valore e la teoria del capitale di Marx erano state rimesse a fuoco in una duplice direzione. Da un lato, letture di più stretta competenza economica – come quelle legate al paradigma neo-ricardiano che si rifaceva alla riflessione di Piero Sraffa – ne avevano tentato una formalizzazione; dall’altro, alcuni pensatori che rientrano nel novero di quella che è conosciuta come Neue Marx Lektüre, tra cui Helmut Reichelt e Hans Georg Backhaus, ne avevano colto la centralità per comprendere il modo in cui, in un mondo dominato dal capitale, si costruissero le forme della socializzazione. Tuttavia, proprio questo divaricarsi di orientamenti, da un lato più strettamente economico, dall’altro più apertamente sociologico, aveva impedito di cogliere la reale portata scientifica della teoria marxiana.

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Published: 29 June 2024
Created: 29 June 2024
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sinistra

Imperialismo, marxismo e questione nazionale

Riflessioni sul pensiero e sulla prassi di Marx e di Lenin

di Eros Barone

erbykksLa borghesia è sempre in lotta; da principio contro l’aristocrazia, più tardi contro le parti della stessa borghesia i cui interessi vengono a contrasto col progresso dell’industria, e sempre contro la borghesia di tutti i paesi stranieri.

Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il proletariato deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch’esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia. 1

K. Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista.

1. Una priorità strategica

La questione nazionale ha occupato un posto centrale nel pensiero di Lenin soprattutto a partire dal 1913-1914 in poi, diventando una priorità strategica negli anni della guerra mondiale e, dopo la rivoluzione d’Ottobre, in quelli della costruzione dello Stato sovietico, che coincidono con un nuovo periodo della storia del movimento operaio: il periodo dell’Internazionale comunista. Il concetto di nazione elaborato da Lenin traeva origine, per un verso, dalla categoria storica di Stato nazionale come prodotto dello sviluppo democratico borghese soggetto alle variazioni strategiche della lotta di classe internazionale, categoria messa a punto da Kautsky, e per un altro verso dalla tesi di Marx il quale affermava il carattere condizionato e temporaneo della validità del principio di autodeterminazione delle nazioni in rapporto ai fini dell’internazionalismo proletario e, nel contempo, subordinava il superamento delle differenze e delle rivalità nazionali al progresso del socialismo.

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Published: 29 June 2024
Created: 23 June 2024
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doppiozero

Elezioni europee: tragicommedia alla francese

di Andrea Inglese

Manif 01.JPGUn ecosistema politico scombussolato

Due settimane fa lo stile solenne, regale, napoleonico, gaullista, che sempre aleggia sui momenti cruciali della vita politica francese, e su quelli in particolare che riguardano le deliberazioni presidenziali, ha lasciato spazio a una gesticolazione forsennata e scomposta, tale da ricordare piuttosto lo stile italiano, e il suo talento per la commedia grottesca, tutta animata da calcoli cinici, guerre intestine, colpi bassi e maniere da spaccone. I colpi di scena non sono mancati: batosta della maggioranza di governo alle elezioni europee; l’estrema destra di Le Pen e del giovane Bardella primo partito di Francia (con più del 30% dei voti); immediata decisione presidenziale di sciogliere il governo e di andare alle elezioni legislative a poche settimane dall’inizio dei Giochi Olimpici; miracolosa e istantanea alleanza delle sinistre fratricide in un nuovo Front Populaire; Éric Ciotti, presidente del partito della destra conservatrice (quello di Chirac e Sarkozy), che proclama un’alleanza con l’estrema destra, rompendo un tabù fino a oggi inviolabile, e viene immediatamente smentito da tutte le personalità del suo partito, trattato come traditore e privato della sua carica; contesa tra Ciotti e il suo partito davanti al tribunale, con decisione di giustizia che permette al presidente appena ripudiato di riacquisire le sue funzioni; l’espulsione di Marion Maréchal Le Pen dall’altro partito di estrema destra, quello di Éric Zemmour, per aver espresso la volontà di allearsi con il partito della zia Marine. Di tutti questi eventi, l’unico veramente prevedibile, grazie all’arte divinatoria dei sondaggi, era la vittoria del Rassemblement National (ex Front National), il più enigmatico riguarda la scelta di Macron di andare alle urne subito (il 29 e 30 giugno per il primo turno, il 6 e 7 luglio per il secondo), il più inverosimile l’accordo delle sinistre, firmato nell’arco di qualche giorno, con tanto di programma assai dettagliato per “realizzare delle grandi biforcazioni” sui temi sociali, economici, ecologici, e di politica internazionale.

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Published: 29 June 2024
Created: 24 June 2024
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lafionda

Il problema non è la disobbedienza civile, è l’obbedienza civile

di Alberto Bradanini

malevich.jpg1. In Palestina, quarantamila morti, ottantamila feriti, verosimilmente molti di più, lo sapremo solo quando l’indignazione verrà ufficialmente consentita, autorizzando a discuterne pubblicamente anche i giornalisti di giornali e TV, che confondono quotidianamente la libertà di parola con la parola in libertà. Tale umano sentimento di esecrazione sarà dunque sdoganato quando non avrà più effetto sulla sofferenza e la sopravvivenza di quel popolo martoriato, in ossequio al disegno di pulizia etnica e massacri di massa perseguito dello stato d’Israele.

Sul fronte ucraino, si combatte invece una guerra provocata a tavolino dall’incontenibile bulimia dell’impero americano che mira a destabilizzare/frammentare la Russia, per accaparrarsene le ricchezze: l’evidenza, per gli scettici residuali, riempie intere biblioteche, mentre i cervelli di regime pappagalleggiano le veline che ricevono dalle redazioni agli ordini della plutocrazia atlantica.

Con ferrea vigilanza sulla narrativa pubblica, il neoliberismo bellicista a guida Usa modella la coscienza popolare, genera sordità e acquiescenza, e rende superflui persino gli interventi destabilizzanti (colpi di stato, invasioni, diffusione di droghe, attentati) cui facevano un tempo ricorso i padroni del mondo per diffondere quei gioielli che essi chiamano democrazia e diritti umani.

Ciononostante, l’esercizio della menzogna e la criminalizzazione del dissenso non sono divenuti per ciò stesso superflui. Seppur narcotizzato o assonnato, il popolo resta inquieto. La storia insegna che se si tira troppo la corda, può uscire dal coma! La sorveglianza rimane indispensabile. Tuttavia, l’egemone unipolare – sempre meno tale, grazie al cielo, essendo il Sud del Mondo uscito finalmente dall’irrilevanza – non abbandonerà facilmente la presa e, seppur privo di egemonia, insiste a voler dominare il mondo, ricorrendo ancor più alla violenza, e diventando più pericoloso, come un orso ferito.

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Published: 28 June 2024
Created: 27 June 2024
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italiaeilmondo

Le condizioni della Germania

Thomas Meaney e Joshua Rahtz intervistano Sahra Wagenknecht

233019429 0a189085 5683 4ba9 bdf9 2c4a07c89955.jpgL’economia tedesca deve affrontare molteplici crisi convergenti, sia strutturali che congiunturali. L’impennata dei costi energetici dovuta alla guerra con la Russia; lo shock del costo della vita, con un’inflazione elevata, alti tassi d’interesse e salari reali in calo; l’austerità imposta dal freno costituzionale al debito, mentre i concorrenti americani puntano all’espansione fiscale; la transizione verde che colpirà settori chiave come l’industria automobilistica, l’acciaio e la chimica; e la trasformazione della Cina, uno dei più importanti partner commerciali della Germania, in un concorrente in settori come i veicoli elettrici. Può dirci innanzitutto quali sono le regioni più colpite dalla crisi?

C’è in corso una crisi generale, la più grave degli ultimi decenni, e la Germania si trova in una situazione peggiore di qualsiasi altra grande economia. Le più colpite sono le regioni industriali, finora spina dorsale del modello tedesco: la Grande Monaco, il Baden-Württemberg, il Reno-Neckar, la Ruhr. Durante la pandemia, il commercio al dettaglio e i servizi sono stati i più colpiti. Ma ora le nostre imprese del Mittelstand sono sottoposte a una forte pressione. Nel 2022 e 2023, le imprese industriali ad alta intensità energetica hanno subito un calo della produzione del 25%. È un dato senza precedenti. Hanno appena iniziato ad annunciare licenziamenti di massa. Queste piccole e medie imprese a conduzione familiare – molte delle quali specializzate in ingegneria o produttrici di macchine utensili, ricambi auto, apparecchiature elettriche – sono davvero importanti per la Germania. Sono perlopiù gestite dai proprietari o a conduzione familiare, quindi non sono quotate in borsa e spesso hanno un carattere piuttosto robusto.

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  1. Ascanio Bernardeschi: “La guerra e l’oligarchia finanziaria”
  2. Chris Hedges: L’imminente crollo dell'impero americano
  3. Salvatore Bravo: Produrre e lobotomizzare
  4. Enzo Traverso: Il laboratorio Israele
  5. Alessandro Visalli: Vincenzo Costa, La società dell’ansia
  6. Roberto Iannuzzi: Picconate sulla globalizzazione
  7. Jeffrey Sachs: Perché gli USA non aiutano a negoziare una fine pacifica della guerra in Ucraina?
  8. Paolo Ferrero: L’Occidente è un accidente
  9. Carla Filosa - Francesco Schettino: L’imperialismo e il conflitto tra aree valutarie
  10. Andrea Muni: Cittadini ucraini “russi”, “russofoni” e “filo-russi”: un po’ di chiarezza
  11. Lorenzo Zamponi: Doppio colpo all’università
  12. Fosco Giannini: Ue e movimento comunista: cosa dovrebbe fare, oggi, il MpRC, se fosse un partito comunista?
  13. Paolo Arigotti: Il problema dei diritti fondamentali negli Stati Uniti (e non solo)
  14. Michael Roberts: Cosa è andato storto nel capitalismo?
  15. Fabrizio Denunzio: Indisciplinabili dal fordismo
  16. Paolo Di Marco: Covid, l’ultima parola
  17. Pietro Terzan: Il fattore Malvinas
  18. Gianmarco Pisa: Una cosiddetta “conferenza per la pace”, e il suo fallimento
  19. Carlo Formenti: Luciano Canfora. Uno storico "sovversivo"
  20. Davide Sali: Dall’indignazione all’azione
  21. Enrico Tomaselli: La guerra inevitabile
  22. Leonardo Mazzei: Cacciare Macron!
  23. Salvatore Minolfi: Il martello di Maslow
  24. Alessandro Visalli: Si intravede
  25. Gianandrea Gaiani: Qualcosa di nuovo sul Fronte Occidentale

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