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Published: 15 May 2025
Created: 13 May 2025
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infoaut2

Russia: i segreti della resilienza economica

di Mylène Gaulard

Visuel Russie.jpgAbbiamo tradotto il testo di Mylène Gaulard, docente di economia presso Università Pierre Mendes France – Grenoble 2, apparso originariamente su Hors-serie in quanto intende mettere a nudo l’enorme distanza tra la narrazione dominante occidentale (e principalmente europea) sul conflitto in Ucraina e la realtà materiale dei rapporti di forza economici e geopolitici che si stanno ridefinendo su scala globale.

La guerra contro la Russia è oggi il fulcro di una trasformazione sistemica attraverso la quale il Capitale euro-atlantico tenta di riconfigurare le proprie economie, principalmente attraverso l’estensione del paradigma bellico.

In Europa, la costruzione della Russia come “nemico esistenziale” risponde a esigenze strutturali prima ancora che strategiche: serve a fornire un quadro ideologico coerente per una profonda ristrutturazione industriale, che altrimenti sarebbe politicamente difficilmente giustificabile. In Germania – locomotiva industriale dell’UE e oggi per il secondo anno consecutivo in recessione – si parla esplicitamente di «Wirtschaftswende», una svolta economica che punta alla riconversione massiccia della filiera industriale verso la produzione militare: dai settori storici come l’automotive, sempre più orientati verso veicoli blindati e logistica militare, fino all’industria aerospaziale, oggi investita da programmi accelerati per la produzione di UAV, droni, sensori e sistemi di puntamento integrati.

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Published: 15 May 2025
Created: 11 May 2025
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officinaprimomaggio

Il nuovo Papa: perché chiamarsi Leone?

di Marino Ruzzenenti

leonemagno.jpgSon stati scritti fiumi di parole sull’esito inatteso del conclave e anche sulla ripresa di un nome desueto da oltre un secolo Leone, dicendo troppe banalità. Cerchiamo di decifrare il significato di questa scelta.

 

Vediamo i Papi Leone più illustri citati dalla stampa in questi giorni: dai primi secoli della Chiesa fino al XVI secolo.

Leone I, detto Magno, fu eletto nel 441 e nei suoi 21 anni di regno fu un instancabile combattente per affermare e consolidare il primato del vescovo di Roma, la rigida ortodossia, sconfiggendo le numerose eresie del tempo in particolare sulla natura della figura di Cristo e sulla Trinità.

Leone III, Papa dal 795 all’816, incoronò Carlo Magno imperatore del Sacro Romano Impero e stabilì il precedente storico dell’assoluta supremazia del papa sui poteri terreni.

Leone IV, Papa dal 847 al 855, fortificò Roma costruendo le Mura Leonine e promuovendo diverse spedizioni armate per sconfiggere i saraceni e impedirne le scorribande; il giorno di Pasqua dell’850 Leone incoronò imperatore Ludovico, figlio di Lotario, riaffermando il prestigio e il privilegio pontificio di compiere un tale atto.

Leone X, Papa dal 1513 al 1521, nato Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, fu particolarmente impegnato sul fronte dell’ortodossia, in un momento di particolari tensioni nel mondo della cristianità, evitando il pericolo di uno scisma, ribadendo il dogma dell’immortalità dell’anima, contro le teorie filosofiche degli averroisti e la sottomissione della verità filosofica a quella teologica. Fu il protagonista intransigente della diatriba sulle indulgenze, da lui stesso concesse, sollevata da Martin Lutero, con conclusiva scomunica di quest’ultimo e inizio della Riforma protestante.

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Published: 15 May 2025
Created: 09 May 2025
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machina

Medusa, ovvero l'inguardabilità della fine

di Agostino Petrillo

Esce oggi il nuovo libro di MachinaLibro: Medusa. Figure politiche dell'apocalittismo contemporaneo di Agostino Petrillo

0e99dc 798fe35bf4ba4c039e00b06388296b66mv2.jpgMai come oggi si moltiplicano i predicatori della fine del mondo. La catastrofe ambientale, facendosi prospettiva sempre più concreta, alimenta un’apocalittica che è sia colta sia popolare. Il libro propone un approccio critico al riguardo, e vuole mettere in luce i limiti e i pericoli di questa visione. Le filosofie della fine del mondo raramente sfociano in suggestioni etiche e politiche, ma sono per lo più ispirate a rassegnazione e passività. Una paralisi dell’azione che è simboleggiata dalla Medusa del titolo. Per sottrarsi alle retoriche del transumanesimo alla Elon Musk sarebbe necessaria una riscoperta della politica. Per farlo, l’autore spazia dall’incidente nucleare di Fukushima al cinema di Werner Herzog, passando per il Covid-19 e le filosofie americane della riconciliazione con la natura. Pubblichiamo un estratto dal capitolo conclusivo. 

* * * *

Un lettore senza corpo
Che legge silenziosamente.
Queste figure di Medusa
Questi accenti spiegano
Il frizzante cadere della notte sull’Europa
E sull’Atlantico in fogli
Wallace Stevens

La maschera di medusa

Medusa con il suo spaventevole aspetto unifica in sé due diversi poteri dell’orrore: per un verso con la sua chioma di serpenti atterrisce e tiene lontano chi le giunge a tiro, per l’altro paralizza chi ha l’audacia di fissarla in viso, e ne impedisce l’azione.

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Published: 14 May 2025
Created: 11 May 2025
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nicomaccentelli

Il significato di questo 9 maggio

di Nico Maccentelli

4BF79B2F00000578 0 image a 59 1525784793735.jpgL’80° anniversario della vittoria sovietica e dell’intera Europa (1) sul nazifascismo è carico di un grande significato.

Non è tanto perché da ogni parte, come dalle cazzate di falsificatori seriali alla Rampini (2) sull’inesistente complicità tra Stalin e Hitler all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, alla consacrazione postuma dell’8 maggio voluta da Trump, alla presenza dei governi guerrafondai a Kiev in concomitanza con la parata di Mosca, si è cercato con la propaganda di azzerare il valore di questa ricorrenza. E non sono stati neppure i divieti dei governi dell’UE di far sorvolare l’aereo presidenziale del premier slovacco Fico, fatto grave mai accaduto neppure nei peggiori momenti bellici, a riuscire in questa misera e patetica operazione.

Il significato di fondo risiede nel dato di fatto che a Mosca è convenuta una miriade di capi di stato da tutto il mondo (3), che rappresentano la maggioranza dei popoli e dei paesi che vogliono andare oltre l’unipolarismo suprematista dominante e oggi in progressivo e rapido declino.

Manifestare per questo, come sta accadendo un po’ in tutto il nostro paese (4) esprime anche da noi questo desiderio che deve inverarsi come progetto politico concreto e operante. Ciò non significa aderire a uno specifico modello socio-economico o a un dato sistema politico. Solo dei nemici di classe con tutta la loro propagandistica e demagogica mala fede possono inquadrare questo fenomeno politico come “putinismo”. Così come fecero con il Covid-19 criminalizzando come “novax” chiunque rivendicava la libertà del proprio corpo e si opponeva al ricatto discriminatorio della grande galera in tutto il paese scandita dall’inutile green pass.

L’Occidente procede alla distruzione della sua stessa democrazia liberale per emergenze e laboratori di controllo sociale, sorveglianza, imposizione dei suoi TINA capitalistici. Eppure non è difficile capire dove risieda il nuovo fascismo e con quali nuove forme si esprima per essere quello che è sempre storicamente: la faccia più repressiva e bestiale del dominio classista delle forze del capitale sulle classi subalterne.

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Published: 14 May 2025
Created: 10 May 2025
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marxdialectical

Papa, papi e dottrina sociale della chiesa

di Roberto Fineschi

Facebook papa Leone XIV 2.jpgL’elezione di un nuovo papa suscita inevitabilmente grande interesse per il ruolo internazionale che questa figura ricopre, in particolare in Italia anche se la tendenza recente è quella di eleggere papi non italiani1. È evidente che, pur condividendo determinati principi di fondo, ci si può schierare assai differentemente (diciamo che i comunisti ne sanno qualcosa). Per quanto concerne la cosiddetta dottrina sociale della chiesa questi principi di fondo sono ben chiari, espressi in molti documenti e sviluppati con coerenza di impianto nel corso del Novecento. Essi consentono un vasto arco di “appoggi” possibili che possono spostare l’operato pontifico più a destra o sinistra; tuttavia nessun papa ha mai messo in dubbio le basi generali di quell’impianto.

Se dunque bisogna salutare con il giusto apprezzamento posizionamenti più sinistra di taluni rispetto a talaltri, non bisogna nemmeno confondersi sulle questioni di principio.

La seconda precisazione è che quanto si va a tentare di spiegare riguarda la posizione ufficiale della gerarchia ecclesiastica e non concerne necessariamente le mille anime popolari del cattolicesimo sociale. Si sa bene però le gerarchie hanno uno stretto controllo sulla faccia “ufficiale” di santa romana chiesa.

 

1) Le premesse: Pio IX2

Nell’enciclica Quanta cura (1864) e nel Sillabo a essa allegato Pio IX non combatte semplicemente lo stato moderno, ma la modernità come tale. Ecco qui un primo elemento da mettere bene a fuoco: il contenuto anti-liberale della critica della Chiesa Cattolica precede l’avvento della borghesia al potere e la diffusione mondiale del capitalismo ed è dunque tutto in chiave anti-modernista, vale a dire che non mira ad andare oltre il capitalismo, ma a tornare a un prima. Nel far questo Pio IX riprende il proprio precedessore Gregorio XVI che considerava una “follia” quanto segue:

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Published: 14 May 2025
Created: 07 May 2025
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transform

Venti di guerra

di Carlos Xavier Blanco

Ripubblichiamo l’articolo di Carlos Xavier Blanco pubblicato sulla rivista spagnola El Viejo Topo –

goya capriccio 12.jpgSoffiano venti di guerra. Il vento porta con sé zolfo e puzza di cadaveri. Inoltre, come si direbbe nella narrazione di JRR Tolkien de Il Signore degli Anelli, si possono vedere nuvole nere e fuochi lontani che oscurano l’azzurro del cielo europeo. Le stelle si spengono.

Il tardo capitalismo risolverà la sua crisi, come prevede Lazzarato nell’articolo “Armatevi per salvare il capitalismo”, con una nuova guerra. “La guerra finale”, dicono alcuni. Il potenziale nucleare, così come la temibile tecnologia militare convenzionale, suggeriscono che questa potrebbe essere la Grande Guerra, la Terza Guerra Mondiale, il conflitto che devasterà definitivamente l’Europa. Non sarà domani, ma potrebbe essere già all’orizzonte. E la gente non reagisce. Nessuno grida per dire “stop!”

Se il male raggiungerà tali estremi, lo vedremo. Ma il fatto tangibile che il nostro continente sia già disseminato di cadaveri è qualcosa che stiamo già vedendo oggi (centinaia di migliaia di morti ucraini e russi, per non parlare dei mercenari stranieri).

Perché l’Europa è sempre il palcoscenico centrale del Grande Massacro che deve ancora venire. La Terra di Mezzo (Mitteleuropa) è il cuore delle battaglie per il dominio dell’Eurasia: un vasto spazio tra il confine franco-tedesco e quello russo. L’Europa, sottomessa al potere yankee dal 1945, vuole condurre una guerra che non può condurre. Lei obbedisce a un padrone, “scegliendo” tra la propria distruzione e la propria distruzione, cioè: costretta da un padrone che intende annientarla perché è costoso mantenerla. L’Europa è stata “liberata” dal mostro nazionalsocialista, il Sauron del secolo scorso, solo per finire a essere una colonia, da allora fino a oggi, di un altro mostro. Lasciò il “mondo di Auschwitz” ed entrò nel “mondo di Hiroshima”.

L’Europa ha pagato a caro prezzo la guerra civile del 1914-1945, la guerra civile tra Imperi. Ora vuole diventare l’ariete di un altro mostro: il mostro del capitalismo imperialista angloamericano e neoliberista, contro la Russia.

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Published: 13 May 2025
Created: 13 May 2025
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sinistra

Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

Quarta parte. Dal 1905 al 1917

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8fTorniamo ai nostri sindacati russi di inizio Novecento. Alla luce di quanto esposto, è ora più chiaro il passaggio dei profsojuz verso la partijnost’ in favore dei rivoluzionari russi, pur mantenendo una neutralità operativa, ovvero non perdendo mai di vista i loro riferimenti primari e principali, i lavoratori, fossero o meno iscritti al partito.

Sin da subito fra sindacalisti e rivoluzionari fu alleanza vera e propria contro lo zarismo. Dichiarando lo sciopero generale durante l’insurrezione del 1905, i sindacati misero in crisi l’intero apparato statale, ivi compresa la repressione e la propaganda: anzi, non solo non uscivano i giornali di regime, ma erano gli stessi tipografici a stampare i fogli rivoluzionari. Non da ultimo, i sindacati parteciparono attivamente alla vita dei primi Soviet1.

In questo rapporto di reciproca intesa e scambio, anche altri partiti provarono a inserirsi: le altre formazioni di sinistra, per esempio, piuttosto che lo stesso partito cadetto. Tuttavia, i tentativi dei primi di creare “doppioni” del rapporto allora in essere, così come quelli dei secondi di portare la dialettica politica-sindacato al di fuori della lotta di classe, in un momento come quello di fortissimo inasprimento del conflitto, erano entrambi destinati a non incidere minimamente sul corso generale degli eventi. Eventi che, per l’appunto, dopo e nonostante la fallita rivoluzione del 1905, vedevano sempre più uniti nella lotta socialdemocratici e sindacati.

Anni difficili, quelli che seguirono, anzi tragici per il movimento sindacale russo: la reazione segnò significativi successi, con centinaia di sedi sindacali chiuse e sgomberate, scioperi sconfitti dalle serrate padronali e dispersione di iscritti e militanti.

Il POSDR reagì a quella formidabile ondata repressiva accettando frontalmente lo scontro. In una circolare del CC datata 11 febbraio 1908 e indirizzata ai propri iscritti sindacalisti con delle linee guida per l’azione, invocava maggiori antagonismo, rafforzamento e radicamento sul territorio, nonché la sostituzione il più possibile immediata delle posizioni lasciate vacanti dai compagni arrestati o dalle chiusure forzate delle sedi.

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Published: 13 May 2025
Created: 07 May 2025
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effimera

Cambio di regime in Occidente?

di Perry Anderson

repressione9875.jpgPubblichiamo la traduzione italiana di un importante contributo di Perry Anderson, noto studioso marxista, docente di sociologia e storia all’Università della California, già direttore della New Left Review e collaboratore del quotidiano di sinistra Nation e della London Review of Books. Anderson è stato studioso di Gramsci e anche  esperto di politica italiana. Ricordiamo che nel 2014 scrisse un saggio dal titolo The Italian Disaster nel quale attribuisce la causa della lunga crisi italiana al ruolo anomalo assunto dall’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dalle sue continue interferenze costituzionali e politiche all’abbandono della prassi di guardiano imparziale dell’ordine parlamentare, avvenuto nell’ambito di un sistema già gravato dalla corruzione negli affari, nella burocrazia, nella politica. Il testo di Anderson non è mai stato tradotto e pubblicato su una rivista italiana.  In questo articolo, comparso sulla London Book of Review, Vol. 47 No. 6  del 3 aprile 2025, Anderson si sofferma sulla fase di transizione che sta caratterizzando la dinamica geopolitica internazionale in un contesto dove le destre estreme avanzano e dove una delle cause di questo declino populista è soprattutto imputabile al venir meno del ruolo critico della classe intellettuale progressista, prona, per vari motivi, ai diktat neoliberisti.

* * * * *

Negli anni recenti, il cambio di regime (Regime Change) è diventato un termine canonico. Significa il rovesciamento, tipicamente ma non esclusivamente da parte degli Stati Uniti, di governi in tutto il mondo non graditi all’Occidente, utilizzando a tal fine la forza militare, il blocco economico, l’erosione ideologica o una combinazione di questi elementi.

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Published: 13 May 2025
Created: 07 May 2025
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ilpungolorosso

La soluzione finale

di Il Pungolo Rosso

th 5 Netan e i suoi macellaiAncora una volta, in Israele, è la destra estrema con esplicite simpatie naziste, a dettare la linea di marcia al governo e all’esercito. E questa linea di marcia Smotrich e Ben-Gvir l’hanno tracciata da tempo: “distruggere interamente Gaza”, occupare in modo permanente l’intera striscia, “ripulire” questa area della Palestina storica dai suoi abitanti, deportandoli in paesi del “Terzo Mondo”, centellinare la ripresa degli aiuti (60 camion al giorno, il 10% del minimo necessario), appaltare la gestione di essi a due ditte amerikane poste sotto il controllo dell’esercito sionista, annettere formalmente tutta la Cisgiordania entro il 2026. In seguito, si passerà a regolare i conti restanti con gli “arabi-israeliani”. In breve: la soluzione finale della questione palestinese, e – insieme – un tassello fondamentale della costruzione del “grande Israele”. Da due giorni questa linea di marcia è stata fatta propria, in modo ufficiale, dal governo in carica. È il piano di una nuova Nakba, più radicale di quella del 1948.

L’ammasso di spazzatura che prende il nome di “libera stampa” non ha battuto ciglio davanti alla denominazione della nuova operazione militare del governo Netanyahu: “carri di Gedeone”. Una denominazione biblica che conferma il timbro sempre più fondamentalista religioso dello sterminismo sionista, e insieme l’illimitata capacità di mentire dei sionisti che raffigurano l’Idf, sostenuto incondizionatamente dalla gigantesca macchina di morte dell’imperialismo occidentale, come un’entità di forze di molte volte inferiore alle armate del nemico palestinese – laddove è palese l’esatto contrario.

Al massimo, i media di regime si lasciano scivolare una lacrimuccia sul viso per il fatto che a Gaza si soffre e si muore ormai, oltre che di bombe, di fame (*), dal momento che – indisturbato – lo stato sionista ha da mesi bloccato l’ingresso di ogni aiuto alimentare nella striscia con il proposito di straziare chi è ancora in vita, e con l’intento di scatenare scontri tra affamati e la rivolta contro Hamas.

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Published: 12 May 2025
Created: 06 May 2025
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coku

La deindustrializzazione

di Leo Essen

detroit 1220x600.jpgNel modello neoclassico standard, il mercato del lavoro raggiunge spontaneamente un punto di equilibrio attraverso l’interazione tra domanda e offerta, senza necessità di interventi esterni. I lavoratori decidono quanto lavoro offrire in base al livello del salario reale: se il salario aumenta, cresce anche l’offerta di lavoro; se diminuisce, l’offerta si riduce. Dal lato delle imprese, all’aumentare del costo del lavoro si riduce la domanda di lavoro, e viceversa. L’intersezione tra queste due curve determina un equilibrio in cui non esiste disoccupazione involontaria: ogni lavoratore disposto a lavorare al salario di equilibrio trova occupazione.

Se, tuttavia, intervengono rigidità istituzionali – in particolare salariali – che impediscono l’aggiustamento dei prezzi dei fattori, l’equilibrio viene disturbato. In presenza di salari minimi imposti, contrattazione sindacale rigida o altre barriere alla flessibilità salariale, il salario reale può mantenersi sopra il livello di equilibrio. In questo caso, una parte della forza lavoro rimane disoccupata non per scelta, ma per effetto di un prezzo del lavoro non compatibile con la domanda delle imprese.

Questo modello, posto che abbia mai funzionate perfettamente (automaticamente), riflette una società ottocentesca, nella quale le imprese assumono (domandano lavoro) entro i limiti della produttività marginale del lavoro. Assumono finché la produttività del lavoro è maggiore o eguale al salario. Se la produttività aumenta, aumenta anche la domanda di lavoro. Un calo della produttività riduce l’incentivo ad assumere.

All’inizio del Novecento, con il Fordismo, si osserva un marcato aumento della produttività marginale del lavoro. Le imprese riescono a produrre una quantità maggiore di output con lo stesso numero di lavoratori, oppure a mantenere lo stesso livello di produzione con un numero inferiore di occupati. Questa efficienza dovrebbe tradursi in una discesa dei prezzi e in un aumento del potere d’acquisto dei salari, ristabilendo un equilibrio dinamico.

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Published: 12 May 2025
Created: 07 May 2025
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giubberosse

L’autodistruzione dell'Europa

di Thomas Fazi

Come possiamo dare un senso alla postura apparentemente autodistruttiva dell’Europa? Quattro dimensioni interconnesse possono aiutare a spiegare la posizione dei suoi leader: psicologica, politica, strategica e transatlantica

Immagine 2025 05 07 093156.jpgPer chi è esterno, la politica europea può essere difficile da decifrare oggigiorno, e questo è più evidente che mai nella risposta del continente all’evolversi della situazione in Ucraina. Dalla rinascita politica di Donald Trump e dalla sua iniziativa di negoziare la fine del conflitto russo-ucraino, i leader europei hanno agito in modi che sembrano sfidare la logica fondamentale delle relazioni internazionali, in particolare il realismo, secondo cui gli Stati agiscono principalmente per promuovere i propri interessi strategici.

Invece di sostenere gli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra, i leader europei sono sembrati intenzionati a ostacolare le aperture di pace di Trump, indebolire i negoziati e prolungare il conflitto. Dal punto di vista degli interessi fondamentali dell’Europa, questo non è solo sconcertante, è irrazionale. La guerra in Ucraina, meglio descritta come un conflitto per procura NATO-Russia, ha inflitto immensi danni economici alle industrie e alle famiglie europee, aumentando drasticamente i rischi per la sicurezza in tutto il continente. Si potrebbe sostenere, naturalmente, che il coinvolgimento dell’Europa nella guerra sia stato fuorviante fin dall’inizio, frutto di arroganza ed errori di calcolo strategico, inclusa l’errata convinzione che la Russia avrebbe subito un rapido collasso economico e una sconfitta militare.

Tuttavia, qualunque sia stata la logica alla base della risposta iniziale dell’Europa alla guerra, ci si potrebbe aspettare che, alla luce delle sue conseguenze, i leader europei avrebbero colto con entusiasmo qualsiasi via praticabile verso la pace – e con essa, l’opportunità di ripristinare i rapporti diplomatici e la cooperazione economica con la Russia. Invece, hanno reagito con allarme alla “minaccia” della pace. Lungi dall’accogliere con favore l’opportunità, hanno raddoppiato gli sforzi: hanno promesso un sostegno finanziario e militare a tempo indeterminato all’Ucraina e hanno annunciato un piano di riarmo senza precedenti che suggerisce che l’Europa si sta preparando a una situazione di stallo militarizzato a lungo termine con la Russia, anche in caso di una soluzione negoziata.

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Published: 11 May 2025
Created: 11 May 2025
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sinistra

Trump 2.0: una svolta epocale?

di Raffaele Sciortino

trump ue.jpg“Il capitalismo cadrà come il muro di Berlino”

José Francesco Bergoglio

Un confronto sulla percezione che sulle due sponde dell'Atlantico si ha della crisi in corso è importante, ma deve scontare uno choc cognitivo dovuto alla difficoltà di mettere a fuoco una svolta forse epocale. In effetti, è in corso a Washington un vero e proprio regime change, contrappasso della politica da decenni perseguita dalla Foreign Policy Community statunitense a tutte le latitudini. Se a prima vista sembra regnarvi il caos, la sfida è individuare una logica di fondo in questo caos. Detto altrimenti, Trump è sintomo e prodotto di profonde spinte materiali interne ed esterne oltreché l'attore di un tentativo di svolta nella postura strategica degli Stati Uniti nel mondo, dal corso incerto e con esiti difficilmente prevedibili.

Come fattori immediati, Trump 2.0 è il prodotto dei tre fallimenti principali e tangibili dell'amministrazione Biden: 1) non essere riuscita a infliggere una ”sconfitta strategica” alla Russia nel conflitto ucraino, avendo anzi favorito l'ulteriore riavvicinamento tra Mosca e Pechino e con gran parte del Sud Globale; 2) aver mancato l'obiettivo del decoupling selettivo con la Cina, ovvero il blocco della sua modernizzazione tecnologica e della risalita nelle catene globali del valore; 3) non aver arrestato il deterioramento del quadro sociale interno (nonostante gli impegni per una middle class foreign policy e gli abbozzi di reshoring, che in realtà si sono fermati sulla soglia del friendshoring con paesi come Messico e Vietnam). Anche solo alla luce di questi fattori, non era difficile ipotizzare che non Trump era la parentesi, ma Biden (le cui misure, non a caso, si sono collocate sul solco protezionistico di Trump 1.0, sanzioni comprese). Ma c'è di più. I fallimenti dell'amministrazione Democratica si configurano non come errori contingenti, bensì come la coda di un lungo ciclo della politica Usa e mondiale, quello della globalizzazione ascendente, già duramente scosso dalla crisi del 2008.

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Published: 11 May 2025
Created: 06 May 2025
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voltairenet

Le sfide dei negoziati di Donald Trump con l’Ucraina

di Thierry Meyssan

222195 5 68296.jpgIl presidente Donald Trump non è riuscito a portare la pace in Ucraina, come aveva creduto di poter fare. Ha scoperto una situazione molto più complessa di quanto supposto.

Rifiutandosi di schierarsi con una parte o con l’altra, si è ritrovato in mezzo a un conflitto che perdura da un secolo tra due fratelli nemici; un conflitto che i suoi predecessori, Barack Obama e Joe Biden, alimentarono e strumentalizzarono. Prima di poter superare lo stallo, deve però chiarire la situazione ai propri concittadini.

* * * *

Dopo aver esaminato i negoziati con l’Iran [1], in questo articolo analizziamo i negoziati del presidente Trump con l’Ucraina. Purtroppo, non disponiamo di documenti dei nazionalisti integralisti ucraini, mentre abbiamo quelli dei nazionalisti integralisti israeliani. Questo perché l’Ucraina di oggi è una vera e propria dittatura militare. In Israele invece l’esercito è ancora il garante di ciò che rimane della democrazia, picconata dai sionisti revisionisti di Benjamin Netanyahu.

La questione ucraina è molto diversa da quella iraniana in quanto gli Stati Uniti non hanno miti in comune con l’Ucraina, mentre ne condividono con Israele. In Medio Oriente il presidente Trump sta cercando di negoziare una pace equa e duratura preservando al tempo stesso gli interessi di Israele (non quelli dei sionisti revisionisti, che aspirano a un Grande Israele). In Ucraina si rifiuta di schierarsi con una delle parti e si attiene a una posizione di stretta neutralità. I suoi predecessori Obama e Biden avevano invece concluso con i nazionalisti integralisti un accordo segreto contro la Russia. Trump deve innanzitutto scoprire la reale complessità della situazione, ma per conseguire un risultato è necessario che ne renda consapevole anche la propria amministrazione.

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Published: 11 May 2025
Created: 04 May 2025
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carmilla

Scenari di intelligenza condivisa

di Gioacchino Toni

Ethan Mollick, L’intelligenza condivisa. Vivere e lavorare insieme all’AI, traduzione di Paolo Bassotti, Luiss Univerity Press, Roma 2025, pp. 184, ed. cartacea € 18.00, ed. ebook € 9,99

Lintelligenza condivisa COVER.jpgChe con la comparsa dell’intelligenza artificiale generativa il mondo stia cambiando in aspetti tutt’altro che marginali è certo e tutto lascia pensare che sia destinato a cambiare ancora più radicalmente in un futuro non troppo lontano, sebbene nessuno sia in grado di prevedere in che termini, come ammette lo stesso Ethan Mollick nel suo saggio Co-intelligence. Living and Working with AI (2024) ora pubblicato in italiano da Luiss Univerity Press. «Nessuno sa davvero dove stiamo andando. Non lo so neanch’io. Non ho risposte definitive», scrive l’autore, «nessuno ha un quadro completo del significato della AI e […] perfino le persone che creano e si servono di questi sistemi non ne comprendono in pieno le implicazioni» (p. 16).

Insomma, con l’AI si naviga davvero a vista ma, soprattutto, l’impressione, almeno da parte di chi guarda al fenomeno con spirito critico, è che si sia entrati in un meccanismo che rischia di diventare sempre meno “umanamente governabile”. L’incapacità di immaginare con una certa precisione in che termini l’intelligenza artificiale impatterà sul mondo, modificandolo, sembra dipendere, più che dalla velocità con cui sta procedendo il suo sviluppo, dall’imprevedibilità di quest’ultimo, che infatti si sta dimostrando ben poco lineare nel suo procedere prendendo direzioni inaspettate (autonome, direbbero i più preoccupati) rispetto a qualsiasi pianificazione umana.

Rispetto a quella umana, quella delle macchine pensanti è un tipo diverso di intelligenza (artificiale, appunto) che, per quanto nutrita di conoscenze umane, segue traiettorie di ragionamento sue e si avvia a oltrepassare i limiti dell’umana intelligenza e comprensione. Di pari passo all’incapacità umana di prevedere gli scenari determinati dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale, questa, invece, si sta appropriando del linguaggio oracolare per interpretare e giudicare il mondo e una volta che ha previsto quanto dovrebbe accadere, derivandolo dalla mera analisi statistica, propone agli esseri umani di assecondare il futuro prefigurato.

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Published: 10 May 2025
Created: 10 May 2025
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perunsocialismodelXXI

Rileggendo Marx. Appunti sui libri II e III del Capitale

di Carlo Formenti

COVER SITO Leggere i Grundrisse.jpg

4. Processo di socializzazione e transizione socialista

Avvertenza. Proseguendo nel lavoro di riflessione critica su alcuni nodi teorici che Marx tratta nei Libri II e III del Capitale, mi sono reso conto dell'opportunità di apportare un paio di varianti al progetto iniziale: 1) in questa quarta parte ho inserito un cenno alla integrazione della classe operaia nel capitale, argomento che inizialmente avevo pensato di discutere in una sesta parte dedicata alla “de-naturalizzazione” di lavoro e terra. Ciò perché mi sono reso conto che non avrei potuto scriverne senza studiare a fondo la questione della rendita fondiaria, il che, al momento, mi è impossibile, per cui la sesta parte è stata esclusa dal progetto; 2) quanto all’annunciata appendice sulle critiche della Luxemburg agli schemi marxiani dell’accumulazione allargata, sarà integrata nella quinta e ultima parte su centralizzazione del capitale, caduta del saggio di profitto e crisi. Colgo infine l’occasione per chiarire (ove ve ne fosse bisogno) che con questi cinque testi non intendo offrire niente più che un elenco di dubbi e problemi relativi alla misura in cui certe categorie marxiane appaiono applicabili ai giorni nostri (un lavoro sistematico sulla seconda e terza sezione del Capitale avrebbe richiesto ben altre dimensioni). Quanto agli autori citati, oltre a Marx ed Engels, si tratta di mie personalissime scelte, per cui mi scuso in anticipo con tutti coloro che mi rimprovereranno di avere trascurato questa o quella voce dell’immane bibliografia che la tradizione marxista (e non solo) ha sfornato su queste questioni.

I brani del Capitale in cui Marx mette in evidenza il peso determinante del fattore sociale nel modo di produzione capitalistico sono talmente frequenti e numerosi che, a volerli citare tutti, si accumulerebbe una quantità di pagine non molto inferiore a quelle del Capitale stesso. Ecco perché le citazioni seguenti non hanno la pretesa di essere esaustive dell’argomento, ma rappresentano una scelta inevitabilmente limitata e arbitraria.

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Published: 10 May 2025
Created: 05 May 2025
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paroleecose2

All Quiet On The School Front. L’educazione nella nuova fase di transizione globale

di Marco Maurizi

manifestazione scuola 2.jpgIntroduzione

Costruire oggi un ragionamento lucido e critico sulla scuola risulta particolarmente complesso, immersi come siamo in una fase di profonda e convulsa trasformazione geopolitica. Da tempo, del resto, la scuola ha cessato di essere un motore di rinnovamento sociale: si è ridotta a campo di battaglia simbolico, dove si affrontano istanze ideologiche contrapposte che offuscano l’origine materiale dei propri discorsi. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, l’apparente polarizzazione tra conservatori identitari e progressisti inclusivi cela in realtà una profonda convergenza strategica. Nell’epoca neoliberale, la scuola segue traiettorie imposte, che solo un’analisi di classe può rendere visibili: è in questo contesto che si rivela il gioco a somma zero tra la pedagogia liberal e la destra reazionaria, poli complementari di un medesimo orizzonte sistemico.

Tuttavia, l’attuale scenario segna un cambio di fase. La globalizzazione che sembrava irreversibile viene ora rimessa in discussione dell’avventuroso “primato della politica” inscenato dall’amministrazione Trump e nuove configurazioni geopolitiche cominciano a delinearsi. In questo quadro, è plausibile attendersi che anche la scuola si allinei docilmente alle nuove direttive esterne, questa volta provenienti da un’Unione Europea disorientata, priva di strategia, ma intenzionata a ridefinirsi in chiave difensiva e identitaria. Il nostro paese vive infatti in pieno la stagione dell’euro-nazionalismo, cioè della  torsione autoritaria del progetto europeo in chiave militarista con i suoi meccanismi di ristrutturazione  politica, economica e ideologica. In questo scenario, tuttavia, la scuola viene coinvolta suo malgrado come uno dei luoghi in cui si rifrangono le tensioni tra blocchi geopolitici e tendenze interne  del capitale. Al tempo stesso, è proprio questa crisi convulsa che rende oggi più chiara la validità delle analisi critiche sin qui sviluppate dalla sinistra di orientamento marxista. Il problema, semmai, è che ci coglie impreparati a ripensare in modo radicale il ruolo della scuola nella fase che si apre.

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Published: 10 May 2025
Created: 10 May 2025
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sinistra

Per la critica della concezione borghese dell’eguaglianza

di Eros Barone

3 300x300.pngLa rivendicazione dell'eguaglianza ha così, sulle labbra del proletariato, un duplice significato. O, ed è quanto avviene specialmente nei primi inizi, per es. nella guerra dei contadini, è la reazione naturale contro le stridenti disuguaglianze sociali, contro il contrasto di ricchi e poveri, di signori e servi, di crapuloni e affamati; e come tale è semplicemente espressione dell'istinto rivoluzionario, e trova la sua giustificazione in questo contrasto e solamente in esso. O invece è sorta dalla reazione contro la rivendicazione borghese dell'eguaglianza e da questa trae esigenze più o meno giuste che la oltrepassano e serve come mezzo di agitazione per eccitare i lavoratori contro i capitalisti con le affermazioni proprie dei capitalisti, e in questo caso essa si regge e cade con la stessa eguaglianza borghese. In entrambi i casi l'effettivo contenuto della rivendicazione proletaria dell'eguaglianza è la rivendicazione della soppressione delle classi. Ogni rivendicazione di eguaglianza che esce da questi limiti va necessariamente a finire nell'assurdo.

F. Engels, Anti-Dühring, Prima Parte, Cap. X: Morale e diritto. Eguaglianza.

 

  1. Razzismo e genetica

In un periodo di crescente “scontro delle civiltà” 1 e di risorgenti etnocentrismi, il razzismo sembra avere un grande futuro davanti a sé. Come è noto, si tratta del mito di una razza superiore, alla quale sarebbero dovuti tutti i vantaggi della civiltà, le creazioni della cultura, l’ordine morale e civile, e alla quale viene contrapposta una razza inferiore incapace di tutto questo, vivente da parassita a spese dell’altra, quindi indegna di partecipare ai benefici e ai diritti, e destinata a vivere nell’isolamento dei ghetti. Ridotto in forma pseudoscientifica in uno scritto di Alfred Rosenberg del

1930, 2 questo mito divenne l’insegna del nazismo hitleriano, che si avvalse di esso per giustificare sia la sua pretesa di dominare il mondo sia lo sterminio degli ebrei. 3

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Published: 09 May 2025
Created: 05 May 2025
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lafionda

I segni del presente e le difficoltà di pensare il nuovo

di Massimiliano Civino

mgpeihglòdLa condizione tragica dell’uomo

L’uomo è l’unico essere vivente capace di scegliere consapevolmente la morte per qualcosa che giudica più importante della propria sopravvivenza: la libertà, la dignità, la fedeltà a un principio. Questa possibilità, paradossale e profondamente umana, nasce dalla nostra condizione mortale e, allo stesso tempo, la riflette. Proprio perché sappiamo di essere finiti, costretti a confrontarci con il limite della morte, siamo spinti a produrre senso, a cercare direzioni che diano valore e orientamento alla nostra esistenza.

Questa relazione è circolare: la consapevolezza della morte genera il bisogno di senso, e il senso che costruiamo può arrivare a rendere accettabile, perfino necessaria, la scelta della morte per qualcosa che consideriamo superiore.

Le società umane, infatti, non possiedono un fine immanente, inscritto nella loro natura: devono darselo. Hanno bisogno di costruire scopi, significati condivisi, visioni collettive del vivere insieme.

Umanizzarsi significa allora entrare in questo processo di costruzione culturale: dar forma alla propria vita e a quella della comunità attraverso narrazioni, valori, orientamenti che ci permettono non solo di convivere, ma di dare un senso al nostro essere mortali.

Non dobbiamo confondere la formalizzazione dei significati — come li troviamo espressi nelle leggi, nelle norme o nelle istituzioni — con il loro reale processo di nascita. I significati autentici prendono forma nell’esperienza vissuta: si generano attraverso i comportamenti collettivi, le pratiche quotidiane, le relazioni, le emozioni e i desideri delle persone concrete. Essi cambiano con il tempo e variano da una società all’altra, perché riflettono ciò che gli esseri umani rappresentano gli uni per gli altri in un determinato momento storico: quali valori condividono, quali obiettivi si pongono, cosa giudicano degno o indegno.

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Published: 09 May 2025
Created: 04 May 2025
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contropiano2

Per una filosofia del divenire storico: dalle necessità all’impossibile

di Luciano Vasapollo - Rita Martufi - Mirella Madafferi

filosofia divenire storico.jpg«I sogni non si vendono».

Armonica, in C’era una volta il West, di Sergio Leone

Il presente Trattato è frutto di un’attenta e completa rielaborazione, attualizzazione e importanti inserimenti di aggiornamento, a partire anche, come base iniziale di riferimento, dai volumi MAAT. Capitale, crisi e guerra. Metodi di Analisi Antimperialiste per le Transizioni1 e SIDUN. In direzione ostinata e contraria…Capitale, crisi e guerra2.

L’analisi dei fenomeni della società capitalistica, oggetto di studio dei numerosi testi3 della Scuola Marxista Decoloniale per la Tricontinental del Pluripolarismo, ha permesso l’individuazione dei pilastri portanti della critica dell’economia e dell’economia critica, che sono da inquadrare nella produzione e riproduzione di uomini nel divenire storico, ossia alla luce dei rapporti storici e sociali determinati.

Negli ultimi decenni, si è sviluppato un ricco dibattito sulle prospettive del sistema mondiale, evidenziando le tendenze mondiali già chiaramente evidenti a livello internazionale secondo modelli e leggi dello sfruttamento capitalistico nelle relazioni tra paesi. Questo dibattito si è intensificato dagli anni ’70, evidenziando una maggiore consapevolezza delle dinamiche globali e delle disparità economiche tra le diverse regioni del mondo. Rifuggendo da qualsiasi meccanicismo, positivismo o messianismo socialista, sono state superate le concezioni che contemplavano la tendenza del capitalismo a evolvere, naturaliter, in modello socialista.

Citando Amin4, la frontiera tra questi due modelli è senza dubbio rappresentata da una vera e propria rivoluzione sociale. Stante la condizione endemica delle diseguaglianze e delle asimmetrie nello sviluppo delle forze produttive tra paesi, nel quadro del sistema mondiale dominato dal capitalismo, sono state – a partire dal dibattito poc’anzi ricordato – tentate delle formulazioni di scenari, proprio relativi allo sviluppo di sistema. Fattore determinante di questi scenari non può che essere l’esito della lotta di classe, nel pieno solco della lezione marxiana fondata sull’assunto per cui «la storia di ogni società sinora esistita è storia delle lotte di classe»5.

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Published: 09 May 2025
Created: 03 May 2025
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tempofertile

Alcune questioni circa la Cina, confronto tra universalismi. Parte Seconda

di Alessandro Visalli

WhatsApp Image 2025 04 27 at 16.34.30.jpegScopo del testo e articolazione

Questo articolo è diviso in tre parti, di cui il presente rappresenta la seconda, la prima qui. Si tratta di una riflessione che attraversa e mette a confronto due diverse forme di universalismo, riassumibili (pur con le commistioni storiche che si sono date nel tempo) in “Occidentale” e “Orientale”. Prestando la dovuta attenzione al carattere politico e ricostruttivo di queste due etichette, come insegna Said[1], affrontare questo nodo richiede valutazioni sulla filosofia della storia, le diverse ontologie sottostanti e antropologie filosofiche, la teoria politica e culturale, la geopolitica e i diversi pensieri critici che nel tempo sono stati prodotti intorno a due centri tematici, quello marxista e quello decoloniale.

Naturalmente sullo sfondo di tutto ciò è da considerare il conflitto ibrido in corso tra i due principali egemoni dei due campi, gli Stati Uniti e la Cina. E’ utile a tal fine la lettura di un recente intervento in tre parti di Giacomo Gabellini, alla cui lettura rimando[2]. In sostanza Giacomo racconta, con l'usuale abbondanza di fonti e particolari, la storia degli ultimi venti anni durante i quali si è manifestata (dalla Presidenza Obama) la sempre crescente divaricazione strategica tra l'economia debitrice e quella creditrice, la prima impegnata a consumare e la seconda a produrre, rispettivamente americana e cinese. Parte da lontano, dalle ragioni della rottura di Bretton Woods da parte di Nixon (1971) e della crisi degli anni Settanta, risolta dalla cosiddetta “globalizzazione” e dalla caduta dell'Urss; parte essenziale di questo processo, durato un trentennio, è stata l'estensione alla Cina delle filiere produttive in uno scambio per il quale le merci a buon mercato contenevano la perdita di capacità d'acquisto interna americana e il riciclo via finanza dei surplus (da parte di Cina, Giappone e paesi arabi) consentiva l'indebitamento. Questo meccanismo alla lunga non era e non è stato sostenibile, gli Usa sono passati da creditori netti nel 1983 a debitori oggi.

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Published: 08 May 2025
Created: 03 May 2025
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lafionda

Il Papa del popolo: Bergoglio e il populismo

di Alessandro Volpi

PapaMetro.jpgIl pontificato di Papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, ha rappresentato per molti aspetti una novità. È stato infatti il primo papa gesuita, ma anche il primo a scegliere il nome del Santo povero di Assisi, e il primo non europeo da più di un millennio. Ma più specificamente: il primo latinoamericano e argentino. Su questa sua provenienza geografica, che egli stesso ha sottolineato fin dal suo esordio, dicendo che i cardinali erano andati a prenderlo “quasi dalla fine del mondo”, si sono soffermati molti nell’analisi delle sue posizioni su temi politici, sociali ed etici. È interessante allora chiedersi che rapporto Bergoglio abbia avuto con la tradizione politica del suo paese, e in particolare con il populismo, fenomeno che nella variante peronista, ha dominato la politica almeno a partire dagli anni ’40. Questo ci permetterà anche di gettare luce su alcune dinamiche della politica contemporanea che hanno a che vedere con trasformazioni – forse – epocali che ci attendono.

Il 4 aprile 2025 sul Wall Street Journal Joshua Chaffin e Aaron Zitner hanno parlato di quella parte conservatrice e tradizionalista di chiesa cattolica statunitense, che ora vede nel vicepresidente J. D. Vance un suo riferimento, e che è fortemente critica dell’operato di Papa Francesco. I due giornalisti hanno citato le parole di Stephen P. White (Direttore esecutivo del Catholic Project, una iniziativa di ricerca della Catholic University di Washington, D.C.) il quale definisce queste posizioni come parte di un movimento “populista” diffuso in tutto il mondo. Parla quindi, e con lui gli autori che lo hanno citato, di un cattolicesimo populista e tradizionalista contro l’eredità di Francesco, con la prospettiva di superare il suo pontificato imprimendo una svolta conservatrice.

Dall’altro lato però il Papa argentino è stato egli stesso definito spesso populista, a partire dalla sua provenienza geografica e in rapporto al suo discorso pubblico.

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Published: 08 May 2025
Created: 08 May 2025
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acropolis 

Lo Sbroglio

di Satyajit Das

Parte 1: Furie Economiche e Finanziarie

proxyvk.jpgCondizioni così insostenibili devono finire come i nostri divertimenti. Come scrisse Fred Schwed in “Dove sono gli yacht dei clienti?”: “Quando le «condizioni» sono buone, l’investitore… compra. Ma quando le «condizioni» sono buone, le azioni sono alte. Poi, senza che nessuno abbia la cortesia di suonare un campanello d’allarme, le “condizioni” peggiorano”. Questo sta accadendo ora. Il fattore scatenante della tumultuosa fase finale del crollo è sconosciuto. Come aveva capito Mao Zedong: “una singola scintilla può appiccare un incendio nella prateria”. Potrebbe trattarsi di una recessione, perdite sul credito, crolli del prezzo delle azioni, il fallimento di una strategia di trading, il fallimento di un’azienda di grandi dimensioni, una frode o un evento geopolitico. Il mondo di oggi è una polveriera.

 

La prima parte di questa serie esamina i fattori che potrebbero rendere inevitabile una nuova crisi finanziaria. La seconda parte esaminerà la trasmissione degli shock, la resilienza e la capacità di rispondere per contenere una nuova emergenza.

Una nuova crisi finanziaria è alle porte. L’era sorprendentemente duratura dell’iperfinanziarizzazione si trova ad affrontare la prova più dura di sempre, a causa della concomitanza di condizioni economiche e finanziarie, unite a crescenti pressioni geopolitiche e ambientali. La mancanza di resilienza e la limitata capacità di risposta sono fattori aggravanti.

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Published: 08 May 2025
Created: 01 May 2025
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sollevazione2

Blackout: è il liberismo bellezza!

di Leonardo Mazzei

PHOTO 2025 05 01 18 07 45.jpgTranquilli, dietro il blackout spagnolo, che ha coinvolto pure il Portogallo, non ci sono né complotti né misteri. Ci sono piuttosto silenzi e reticenze di un sistema di potere che non può disvelare la vera causa, che è innanzitutto economica e dunque politica, di quel che è successo.

A questo proposito l’imbarazzo di Sanchez è apparso evidente. Il capo del governo spagnolo avrebbe preferito poter additare una delle tante cause fasulle di cui si è cianciato sui media: un “misterioso” evento atmosferico, i sempre buoni “cambiamenti climatici”, la cattiva manina di hacker ovviamente filo-russi. Non ha potuto farlo, forse perché consapevole che il ridicolo può davvero uccidere la credibilità di un politico. Si farà, invece, una Commissione d’inchiesta, che è il classico modo per non arrivare a nulla.

 

Come avvengono i blackout

Siamo dunque ben lontani da una verità ufficiale, ma le notizie che cominciano a trapelare sono già sufficienti a indicare una prima e robusta ipotesi. Ma prima di arrivarci bisogna capire che cos’è un blackout generale, come quello verificatosi nella penisola iberica lo scorso 28 aprile. Mentre i blackout locali sono molto frequenti, basti pensare alle zone di montagna durante i temporali, i blackout generali (che interessano, cioè, interi paesi o porzioni importanti degli stessi) sono eventi piuttosto rari, ma che tuttavia capitano.

Senza scomodare i “mitici” blackout newyorchesi, in Europa, l’esempio più eclatante riguarda proprio l’Italia, che il 28 settembre 2003 rimase completamente al buio con l’eccezione della Sardegna. In questi casi, infatti, le isole – che hanno sistemi elettrici largamente indipendenti dal continente – sono in genere avvantaggiate. E’ stato così anche stavolta nel caso delle Baleari.

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Published: 07 May 2025
Created: 02 May 2025
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intelligence for the people

Gaza, USA e Cina: il futuro della guerra e la fine della civiltà

di Roberto Iannuzzi

La tendenza a reinterpretare le leggi di guerra è destinata ad avere serie conseguenze sulla distruttività dell’azione militare nei futuri conflitti. Gaza rappresenta un pericoloso precedente

https substack post media.s3.amazonaws.com public images b1ab8164 517b 4145 ac66 e08b5c47c319 2400x1600.jpegAvevo scritto più volte in precedenti articoli che la portata della tragedia di Gaza va ben al di là degli angusti confini di questa martoriata striscia di terra sulle coste del Mediterraneo:

Ciò che sta avvenendo a Gaza non resterà confinato a Gaza, si potrebbe dire, perché è il sintomo di un malessere più generale che sta erodendo la civiltà occidentale.

Avevo scritto già in passato che

Sotto le macerie di Gaza rischiano dunque di rimanere sepolti anche l’ordine internazionale che l’ONU ha rappresentato dal 1945, e il ruolo di garante della legalità internazionale di cui gli USA si sono sempre fregiati.

Ora un’inchiesta della rivista americana The New Yorker dal titolo “What’s Legally Allowed in War”, passata perlopiù sotto silenzio, aiuta a chiarire meglio la pericolosità del “precedente” rappresentato dallo sterminio in corso a Gaza.

Il reportage a firma di Colin Jones racconta come gli esperti giuridici dell’esercito americano si stiano confrontando con l’operazione militare israeliana nella Striscia, considerandola una sorta di “prova generale” per un possibile conflitto con una potenza come la Cina.

L’articolo esordisce descrivendo due visite compiute nella Striscia da Geoffrey Corn, professore di legge presso la Texas Tech University ed ex consulente senior delle forze armate USA sulle leggi di guerra, altresì note come Diritto Umanitario Internazionale (DIU) o Diritto Internazionale dei Conflitti Armati (DICA).

Per spiegare il livello di distruzione di cui è stato testimone a Gaza, Corn lo ha paragonato a quello di Berlino al termine della seconda guerra mondiale. Egli non è stato né il primo né l’unico a proporre un simile confronto.

Già nel dicembre 2023, ad appena due mesi dall’inizio del conflitto, esperti militari consultati dal Financial Times avevano equiparato la distruzione di Gaza nord a quella di città tedesche come Dresda, Amburgo e Colonia a seguito dei bombardamenti alleati.

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Published: 07 May 2025
Created: 30 April 2025
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carmilla

György Lukács, un’eresia ortodossa / 5 – Sul filo del tempo

di Emilio Quadrelli

rivoluzione repubblica.jpgLa lettura del conflitto di classe non avviene stilando una statistica al fine di individuare il punto medio della conflittualità ma osservando e facendo proprie le istanze strategiche che provengono dalle punte avanzate della classe. Su ciò si plasma la tattica cosciente del partito. Dalla prassi d’avanguardia della classe al partito dell’avanguardia di classe al fine di riversare e generalizzare in questa, quella tendenza. Il partito, quindi, non si accoda semplicemente alla lotta di classe, non si limita a portare solidarietà a questa, cosa che può fare chiunque, e neppure, come le letture burocratico-organizzative di Lenin offrono, si limita a porsi alla testa delle lotte. Certo, il partito solidarizza con la lotta e cerca di prenderne la direzione ma perché? A qual fine? Qui sta il nocciolo della questione. Il partito deve, soprattutto, trasformare coscientemente quella lotta in qualcosa che sta nella lotta ma solo in potenza. Non ha senso prendere la direzione di qualcosa che rimane in potenza, ma lo ha se questo prendere la direzione vuol dire realizzare la potenza. Detta in altre parole la tattica del partito mette la classe nella condizione di compiere un salto nell’elaborazione della strategia. In altre parole il partito più che prendere la testa del movimento è la testa del movimento. Facciamo un esempio: nel 1905 le masse organizzano una dimostrazione la quale, come noto, sfocia nel sangue e in seguito a ciò, in piena spontaneità, iniziano a battersi. Il partito sicuramente solidarizza con la lotta e cerca di mettersi alla testa di questo movimento, ma fare questo significa operare per far fare un salto qualitativo a quanto sta andando in scena. Questo salto è l’indicazione pratica dell’insurrezione quindi, di fatto, essere la testa del movimento. Dalla classe al partito, dal partito alla classe. Il partito non si è inventato nulla, non fa nulla, esso agisce come elemento cosciente e d’avanguardia dentro il punto più alto della conflittualità di classe. Ecco che, in quel momento, tutto il suo lavoro preparatorio emerge in maniera cristallina. Ma, una volta fatto ciò non è che all’inizio del suo lavoro perché la stessa pratica dell’insurrezione non farà altro che dare vita e forme qualitativamente diverse alla strategia della classe e inevitabilmente ciò porterà a una nuova lettura della strategia di classe e a una successiva rielaborazione della tattica di partito.

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  1. Francesco Coniglione: Il valore della cultura classica
  2. Paolo Selmi: Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
  3. Kit Klarenberg: Smascherata la truffa NATO: l'Europa è indifesa senza la "cavalleria americana"
  4. Algamica: I dazi nella temporalità del modo di produzione capitalistico
  5. Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli: In ricordo di Michel Aglietta
  6. Sergei Shoigu: Gli Stati Uniti ascoltano la posizione della Russia
  7. Emmanuel Todd: Sovranità nazionali e divergenza dei populismi
  8. Lo Sparviero: Sul filo del rasoio: "pace", capitolazione, guerra. O Thawra!
  9. Alessandra Ciattini: Le ambiguità del pontificato di papa Bergoglio
  10. Giacomo Gabellini: Il matrimonio di interessi tra Stati Uniti e Cina è saltato
  11. Domenico Cortese: Trump, la svolta protezionista del capitale statunitense e la leggenda dell’Italia “colonia”
  12. OttolinaTV: Xi e Huawei asfaltano pacificamente Trump. Lui reagisce riempiendo di missili il Pacifico
  13. Marco Lossani: Mar-a-Lago Accord. Il manifesto della pax trumpiana?
  14. Marco Canesi: Trump e l’eterogenesi dei fini
  15. Antonio Cantaro: De-costituzionalizzazione e confusione
  16. Alessandra Ciattini: Le peggiori menzogne di Israele
  17. Alessandro Visalli: Alcune questioni circa la Cina, confronto tra universalismi
  18. Geminello Preterossi: La teologia narrativa di Francesco
  19. Nico Maccentelli: La menzogna di Ventotene e il 25 Aprile
  20. Francesco Cappello: Dollarizzazione digitale
  21. Carlo Formenti: Rileggendo Marx. Appunti sui libri II e III del Capitale
  22. Flaviana Cerquozzi: Quale liberazione? Il popolo tradito
  23. Fosco Giannini: Robotizzazione generale del lavoro, espansione delle merci immateriali, caduta tendenziale del saggio di profitto e rivoluzione
  24. Claudia Wittig: BSW, sfide e nuovi equilibri politici in Germania
  25. Paolo Selmi: Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

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