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Published: 22 July 2025
Created: 16 July 2025
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poliscritture

Il comunismo nel buio (6)

di Ennio Abate

Stalin Joseph 1930 640x420 1Tra anni’60 e ’70, la storia ha spinto alcune generazioni, che pareva potessero intendersi e cooperare, su posizioni politicamente diverse e spesso in forte opposizione. È andata così e ne subiamo tuttora le conseguenze. Le separazioni spesso non si ricompongono più e al massimo si sopportano come brutte cicatrici. Al dunque, i dissensi, irrisolti e probabilmente irrisolvibili nel tempo che ancora ci resta da vivere, restano. Dialogare da dove siamo finiti (o forse eravamo già in quegli anni più luminosi) è arduo.Per il peso della sconfitta e senza più la speranza di un comune progetto. Possiamo, però, circoscrivere i nostri dissensi; e continuare a ragionarci sopra. Questo tento di fare replicando con questi appunti a Eros Barone, Beppe Corlito e Ezio Partesana . Comincio dall’intervento di Eros (qui).

@ Eros Barone

1. C’è un primo ostacolo al nostro dialogo: tu omaggi Fortini («con tutto il rispetto che si deve ai “maggiori”») ma subito dopo lo accantoni e salti a piè pari il suo scritto del 1989 (qui), dal quale io pensavo potesse partire questa riflessione sul comunismo. E con quale argomento?

Cito: «mi sembra importante prendere le distanze per il forte sapore di idealismo, di sconfitta e di potenziale opportunismo che quella definizione non sempre chiara e persuasiva, elaborata a ridosso degli eventi epocali del 1991, contiene e diffonde».

Non spieghi in cosa consista, nella definizione fortiniana di comunismo, il forte sapore d’idealismo, dove essa non sia chiara, perché non convinca e se la sconfitta sia stata reale o solo “sapore”.

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Published: 21 July 2025
Created: 18 July 2025
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metis

I cinque problemi strategici di Israele

di Enrico Tomaselli

Arab Israeli Conflict KeyStoricamente, Israele ha sempre avuto una leadership pienamente consapevole dell’importanza delle sue forze armate, intese non come ipotetico baluardo difensivo del paese, ma come strumento attivo e costante della politica statuale. A loro volta, le forze armate israeliane hanno spesso fornito importanti leader alla politica, e tutto questo ha fatto sì che la guida politica e militare dello stato ebraico è sempre stata caratterizzata da una piena integrazione dei due aspetti. Questo equilibrio è però cominciato a venire meno quando, all’interno della società israeliana, si è andato affermando un radicalismo di destra, con forti accenti messianici, che ha trovato in Netanyahu la figura di riferimento. Per il leader del Likud, infatti, l’esercito è a tutti gli effetti uno strumento del potere politico, che ne dispone a suo piacimento; e benché il personaggio sia indiscutibilmente un pragmatico – diciamo pure uno spregiudicato – è anche assai poco disponibile ad ascoltare chi non è d’accordo con lui.

Nel corso della sua ormai ventennale carriera politica, Netanyahu ha via via esercitato un controllo sempre più stretto sull’apparato statale (proprio al fine di consolidare e difendere il suo potere personale), in primis sulle forze armate e sui servizi di sicurezza. Trovandosi spesso in disaccordo con entrambe, ma imponendo sempre il proprio volere. Questa divaricazione, che in qualche misura si è riflessa sulla società, ha sicuramente aperto una crepa nella stessa capacità operativa di Israele.

Ciò risulta macroscopicamente evidente a partire dallo spartiacque del 7 ottobre 2023.

Senza entrare qui nel merito dell’operazione Al Aqsa Flood, e delle varie interpretazioni che ne sono state fatte (e sulle quali ho più volte scritto), appare evidente che a partire da quel momento Israele si è impegnato in una serie di conflitti – praticamente ininterrotti – che hanno visto il culmine con l’attacco all’Iran del 13 giugno scorso.

Questi conflitti – Gaza, Cisgiordania, Libano, Yemen, Siria, Iran – hanno opposto l’IDF essenzialmente a formazioni di guerriglia (Resistenza palestinese, Hezbollah), con le quali ha ingaggiato un confronto a contatto, mentre con le realtà statuali (Siria, Yemen, Iran) il confronto è sempre rimasto a distanza.

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Published: 21 July 2025
Created: 15 July 2025
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analisidifesa

Trump finge di minacciare la Russia ma spreme l’Europa

di Gianandrea Gaiani

250714a 014 rdax 775x503s.jpgIl 14 luglio Donald Trump ha precisato i contorni della nuova iniziativa statunitense nei confronti della Russia e della guerra in Ucraina. Con al fianco il segretario generale della NATO, Mark Rutte, Trump ha ribadito di essere “deluso dal presidente Putin, perché pensavo che avremmo raggiunto un accordo due mesi fa, ma non sembra esserci riuscito. Quindi sulla base di ciò imporremo dazi molto severi se non raggiungeremo un accordo entro 50 giorni. Dazi pari a circa il 100%” fa applicare alle nazioni che commerciano con Mosca. “Spero di non doverlo fare” ha detto Trump alla Casa Bianca, annunciando nuovi invii di armamenti a Kiev ma ribadendo, come aveva già anticipato, che saranno gli alleati europei a pagare il conto molto salato.

Trump e Rutte hanno presentato un accordo, peraltro ancora vago, in base al quale la NATO (cioè i partner europei dell’alleanza) acquisterà armi dagli Stati Uniti, comprese le batterie antimissile Patriot, per poi darle all’Ucraina. “Gli Stati Uniti venderanno miliardi di dollari di equipaggiamento militare alla NATO che li porterà’ rapidamente sul campo di battaglia”, ha dichiarato Trump.

Rutte ha aggiunto che grazie a questo accordo l’Ucraina riceverà “un numero enorme di armi”. “Quello che faremo è lavorare attraverso i sistemi Nato per assicurarci di sapere di cosa hanno bisogno gli ucraini, in modo da poter preparare i pacchetti” ha detto il segretario generale dichiarando che “è del tutto logico che gli europei paghino per le armi inviate all’Ucraina” e di essere in contatto con “numerosi Paesi” che vogliono aderire all’accordo, fra cui Finlandia, Danimarca, Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Olanda e Canada. “Ed è solo la prima ondata, ce ne saranno altri”, ha aggiunto.

Rutte, nei confronti di Trump più nei panni di un maggiordomo che di un segretario generale, sembra aver ormai sdoganato il fatto che la guerra in Ucraina contro la Russia riguarda solo l’Europa mentre gli Stati Uniti, bontà loro, ci vendono le armi necessarie a tentare di sostenere Kiev.

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Published: 21 July 2025
Created: 21 July 2025
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sinistra

Goffredo Fofi

di Salvatore Bravo

192146147 e9ede282 5b94 4cb5 8a61 e249494010a6.jpgIn questi giorni è venuto a mancare Goffredo Fofi. Sulle TV di Stato la notizia non è stata riportata. I libertari non trovano spazio nei media ufficiali privati e pubblici. Nei media statali l’informazione è stata sostituita dalle canzonette e dalla pubblicità dei concerti e delle produzioni musicali di cantanti, il cui vuoto siderale è abissale. In questo contesto in stile “panem et circenses” uomini come Goffredo Fofi non trovano spazio. La cultura della cancellazione avanza in una miriadi di modi. Si cancellano i vivi e i morti per trasformarli in “non nati”. Questo è il tempo del capitalismo senza limiti. Il deserto avanza annichilendo la memoria. Goffredo Fofi lottò per la democrazia radicale/reale e la sua vita è un testo da cui emergono domande profonde a cui diede risposte sperimentando l’alternativa al capitalismo. Uomini di tale valore politico sono presenze dialettiche, che il sistema capitale deve seppellire nel deserto delle canzonette e delle vuote parole senza concetto. Fu un cittadino militante in una realtà che produce in serie “consumatori” che possono assistere ad immagini di Gaza fumante, tra le cui macerie si alzano le urla di donne e bambini, a cui succedono con somma indifferenza gli spot agli spettacoli di cantanti di ultima generazione che inneggiano “all’amore e al successo nelle calde estati estive”. Goffredo Fofi ha donato la sua esistenza contro tutto questo. Democrazia è dignità di ogni essere umano, nel nostro tempo, invece, sono il denaro e il potere a dare rilevanza, così muore la democrazia e il pensiero politico. Goffredo Fofi ci rammenta che non è un destino, ma ciascuno di noi può testimoniare l’alternativa nel presente senza delegare ad altri l’alternativa. Ciascuno di noi può diventare con la sua storia un modello piccolo o grande che testimonia che un altro modo di vivere è possibile. Solo così si difende la dignità di tutti gli esseri umani dal consumismo pianificato che ha consumato anche “l’essere” e lo ha sostituito con la società dello spettacolo, nella quale attori e spettatori recitano un ruolo stabilito da potenze sempre più distanti e anonime

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Published: 21 July 2025
Created: 18 July 2025
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mondocane

Siria, gli avvoltoi si scannano sui bocconi

E l’America sta a guardare

di Fulvio Grimaldi

Un sanguinoso parapiglia di mercenari in parte sfuggiti ai loro datori di lavoro pare portare a uno scompiglio imprevisto nella sistemazione della Siria che sembrava completata con l’installazione al Damasco del capo del terrorismo islamico – nominato indifferentemente e senza sostanziali differenze Al Qaida, Al Nusra, ISIS, Daesh, Tahrir al Sham, e delle sue bande di tagliagole. Bande che ho avuto il maledetto privilegio di vedere all’opera in una ininterrotta orgia di atrocità contro civili, durante 12 anni di guerra su mandato Nato alla Siria libera, democratica e socialista. Bande che hanno subito continuato l’opera con la mattanza di centinaia di civili per la grave colpa di essere alawiti, la religione del presidente Assad, o cristiani.

Oggi il mercenariato druso di Israele, storicamente inserito nelle forze di sterminio dei palestinesi, addirittura come reparti d’élite, è stato mandato a dar man forte ai drusi di Siria che, al momento dell’invasione israeliana, si sono immediatamente messi a disposizione di quello che è il vero obiettivo di Tel Aviv, l’estensione della Grande Israele alla regione meridionale della Siria.

Il ruolo di manovalanza e vivandiere che i mercenari curdi hanno svolto a favore della stabilizzazione coloniale statunitense nel nordest della Siria, regione dei giacimenti petroliferi e dei settori agricoli più produttivi, corrisponde esattamente al ruolo dei drusi a servizio della colonizzazione israeliana.

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Published: 21 July 2025
Created: 21 July 2025
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volerelaluna

Una rapina chiamata libertà

di Carlo Rovelli

Nel corso della mia vita, ho visto la parola “libertà” subire una spettacolare traiettoria discendente. È passata da luminoso ideale universale, a ipocrita copertura della difesa di privilegi.

“Libertà” è stata la parola d’ordine della Rivoluzione Francese per liberarsi dal dominio dell’aristocrazia. Della Rivoluzione Americana per liberarsi dal dominio della corona inglese. Delle comunità religiose che volevano liberarsi dal potere corrotto delle gerarchie cattoliche. Delle polis greche che non volevano cadere nelle mani dell’impero persiano. Dei popoli che cercavano di liberarsi da secoli di feroce sfruttamento coloniale. È stata l’ideale della lotta contro fascismo e nazismo che avevano scatenato un’immensa aggressività distruttiva. Libertà è stata la parola magica che aleggiava sulla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sulla dichiarazione d’indipendenza, sulla Rivoluzione Russa e su quella Cinese. Era Galileo libero di difendere l’idea che la Terra gira. Era libertà dai dogmi, era l’idea che il pensiero non debba essere costretti in limiti. Gli esseri umani non debbano essere schiavi, non debbano essere in catene.

Libertà è stata la parola d’ordine della mia generazione, che rifiutava ipocrisie e imposizioni di un mondo dominato da minoranze, e voleva cercare la sua strada. Da ragazzo, percepivo attorno a me un mondo pieno di regole che volevano impormi modi di essere che mi sembravano ingiusti.

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Published: 21 July 2025
Created: 16 July 2025
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lantidiplomatico

Gli errori strategici figli dell'arroganza USA sconvolgono la guerra

di Alastair Crooke - Strategic Culture

Il grande problema emerso dal raid degli Stati Uniti contro l'Iran del 22 giugno – secondo solo alla domanda "l'Iran soccombe?" – è se, nel calcolo di Trump, egli possa "imporre retoricamente" l'affermazione di aver "annientato" il programma nucleare iraniano abbastanza a lungo da dissuadere Israele dal colpire nuovamente l'Iran, pur consentendo a Trump di perseguire il suo titolo sensazionalistico: "ABBIAMO VINTO: Ora comando io e tutti faranno quello che dico".

Questi erano i principali contrasti da risolvere con Netanyahu durante la sua visita alla Casa Bianca questa settimana. Gli interessi di Netanyahu sono essenzialmente orientati a una "guerra più calda", divergendo quindi dalla strategia generale di cessate il fuoco di Trump.

Implicito nel suo approccio all'Iran "In-Boom-Out & Cessate il fuoco" è che Trump potrebbe credere di aver creato lo spazio per riprendere il suo obiettivo primario: istituire un ordine più ampio, centrato su Israele, in tutto il Medio Oriente, basato su accordi commerciali, legami economici, investimenti e connettività, per creare un'Asia occidentale guidata dagli affari, con epicentro a Tel Aviv (e Trump come suo de facto "Presidente").

E, attraverso questa "Superstrada degli Affari", spingersi ancora oltre – con gli Stati del Golfo che penetrano nel cuore sudasiatico dei BRICS per interromperne connettività e corridoi.

La condizione sine qua non per qualsiasi rilancio di un presunto "Abraham Accords 2.0" – come Trump comprende bene – è la fine della guerra a Gaza, il ritiro delle forze israeliane dalla Striscia e la sua ricostruzione (nessuna delle quali sembra al momento realisticamente raggiungibile).

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Published: 21 July 2025
Created: 15 July 2025
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lantidiplomatico

Il prezzo della fedeltà atlantista: dazi, guerra e isolamento economico

di Fabrizio Verde

Come il fanatismo russofobo ha ucciso il rapporto strategico con Mosca e penalizzato l’Italia

La domanda sorge spontanea: ma questo è davvero un alleato? A guardare le recenti mosse dell’amministrazione Trump – non solo nel contesto del conflitto ucraino, ma anche nell’ambito delle relazioni commerciali ed energetiche con l’Europa – viene da chiedersi se la parola “alleato” utilizzata dalla politica e dai media mainstream abbia un senso. O se, invece, non debba essere sostituita da un termine più preciso: vassallo, o meglio, semi-colonia. Così è possibile inquadrare con maggiore precisione la condizione di subalternità nei confronti degli Stati Uniti in cui si trova l’Italia e l’intera Europa. E non di certo da quando alla Casa Bianca è tornato Donald Trump.

 

Armi a spese europee

Il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti forniranno missili all’Ucraina – tra cui i tanto richiesti sistemi Patriot – ma con una precisazione: “Non pagheremo noi. Saranno gli europei a farlo”. Ecco dunque che Washington con una sola mossa mossa ottiene due obiettivi: alimentare ancora il conflitto in Ucraina e allo stesso tempo realizzando profitti a scapito dei già spolpati “alleati” europei.

Trump non ha neppure nascosto che il pacchetto militare varato con l’Europa ammonta a “migliaia di miliardi di dollari”, con l’obiettivo di rifornire l’esercito ucraino di equipaggiamenti sempre più sofisticati. Equipaggiamenti che, però, finiscono per arricchire le industrie belliche statunitensi, mentre i contribuenti europei fanno cassa per il Pentagono.

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Published: 20 July 2025
Created: 15 July 2025
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machina

La fantascienza come profezia

La SF alla prova del presente

di Giulia Abbate

0e99dc dbe9b1de168342e8811b7f36333d5bb1mv2Riflettendo sullo stato dell’arte della letteratura di fantascienza, Giulia Abbate, scrittrice ed esperta del genere, fa il punto sul rapporto tra realtà e inquietudine speculativa, tra futuro inverato e critica sociale. E ripercorre la pista battuta da Mario Tronti, quella che coniuga politica e profezia, per illuminare il futuro critico della SF, ora che è divenuta «la star delle feste perbene». Un testo acuto e critico, come Abbate sa fare.

* * * *

Un genere della modernità

«Devo forse essere soltanto un’arancia a orologeria?». Anthony Burgess, Un’arancia a orologeria [1].

La fantascienza nasce con la civiltà industriale, dall’inquietudine suscitata dall’avanzamento tecnologico oltre limiti ritenuti insuperabili – è questo, ad esempio, il tema centrale di Frankenstein di Mary Shelley, opera fondativa del genere. Oltre a misurarsi con la tecnologia e la hybris della scienza, la fantascienza si confronta con la società di massa, con i lati oscuri delle utopie, con la propaganda del potere, elaborando visioni distopiche memorabili.

«La fantascienza è mitografia della scienza», afferma Franco Ricciardiello. Secondo Valerio Evangelisti, «la fantascienza è il genere narrativo che ha per oggetto i sogni e gli incubi generati dallo sviluppo tecnologico, scientifico e sociale». Una definizione di merito, che può essere arricchita da una nota di metodo: la fantascienza procede nella sua narrazione in modo razionale, sviluppando metodicamente le premesse poste dall’idea peculiare, che Darko Suvin chiama novum.

Il novum è l’idea di base su cui si fonda la traslazione fantascientifica: un cruciale «e se?», il cui sviluppo avviene in modo sistematico, non attraverso simbolismi o fantasie in senso lato, ma mediante il racconto delle implicazioni di quell’idea e la cura per la verosimiglianza dei suoi sviluppi. Inoltre, la fantascienza non si esprime in forme filosofiche o saggistiche, ma si realizza nella scrittura narrativa, e per di più «profana» – secondo la definizione di Northrop Frye – ovvero romanzesca e popolare.

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Published: 20 July 2025
Created: 15 July 2025
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sollevazione

Apologia del protezionismo

di Moreno Pasquinelli

PHOTO 2025 07 15 10 42 10.jpg«La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero». Karl Kraus

La buona notizia

Bullo, giocatore d’azzardo, erratico, collerico, narcisista impulsivo, nazionalista, matto…

Questi sono solo alcuni degli epiteti che i nostalgici della globalizzazione neoliberista, calpestando le sottigliezze formali del politicamente corretto, appioppano a Donald Trump. Insulti che tradiscono lo stato confusionale in cui sono caduti. Erano caduti nel criosonno della fine della storia e si trovano alle prese con le leniniane contraddizioni inter-imperialistiche.

La vetusta bagascia del capitalismo europeo, sedotta e abbandonata dal suo giovane amante americano, vive una crisi esistenziale perché non riesce a darsi ragione di questo tradimento, che non sembra affatto un voltafaccia estemporaneo ma lungamente meditato e programmato. Fanno i finti tonti: com’è possibile che Trump dimentichi i dogmi liberoscambisti e rinneghi l’Abc della ricardiana Teoria dei costi comparati che regolerebbero il commercio internazionale?

La verità è che, sgomenti, i nostalgici condannano Trump per quello che considerano il più grave dei crimini:

«Una politica che non è motivata da un’ideologia politica, non già da un pensiero economico. Con Trump, il determinismo economico che ha orientato la fase neoliberale (è l’economia che determina la politica) è stato sostituito dall’autoritarismo politico (è la politica che determina l’economia». [1]  

[Notare la chicca e il tranello semantico: la chicca per cui ogni determinazione politica dell’economia è squalificata come “autoritaria” e l’imbroglio per cui la finanza predatoria è chiamata “mercato”].

Incapaci di fuoriuscire dalla loro gabbia concettuale liberal globalista — il cui motto è: “mai mettersi contro il mercato che ha sempre ragione anche quando ha torto”—, i censori di Trump, dopo aver affermato che “una bilancia commerciale in passivo ha i suoi grandi vantaggi”,  si consolano prevedendo sfracelli per l’economia americana.

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Published: 20 July 2025
Created: 18 July 2025
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krisis.png

«Kaja Kallas, la guerrafondaia in capo dell’Unione europea»

di Thomas Fazi

Ritratto impietoso dell’Alto rappresentante Ue per gli Esteri, ex prima ministra estone accesamente anti-russa.

 Ursula von der Leyen and Kaja Kallas at the weekly college meeting of the von der Leyen Commission 2024 P065043 77274 resultDurissimo atto d’accusa del saggista italo-inglese nei confronti di Kaja Kallas. L’Alto rappresentante dell’Unione europea è descritta come una figura bellicosa e tutt’altro che diplomatica, alle prese con gaffe e tensioni internazionali. Nel suo intervento ospitato da Krisis, Fazi porta anche alla luce le discrepanze fra la linea anti-russa di Kallas e le profonde connessioni della sua famiglia con il regime sovietico, oltre ai controversi affari commerciali con la Russia del marito. Il giudizio finale di Fazi è tagliente: Kallas compromette l’immagine e la credibilità dell’Europa nel mondo.Sebbene Ursula von der Leyen sia sopravvissuta alla mozione di sfiducia del 10 luglio al Parlamento europeo, il risultato (175 voti favorevoli) ha messo a nudo un crescente malcontento nei suoi confronti. La mozione prendeva però di mira l’intera Commissione europea. E, in particolare, la numero due della presidente: Kaja Kallas, vicepresidente della Commissione e Alto rappresentante per gli Affari esteri.

La figura che, nell’architettura europea, più si avvicina a quella di un ministro degli Esteri è la vera minaccia all’Europa. Kaja Kallas ha costruito la sua carriera su una sfrenata russofobia, che attribuisce agli orrori vissuti crescendo nell’Estonia sotto il controllo sovietico. Il 23 agosto 2023, quand’era ancora primo ministro dell’Estonia, in visita al memoriale alle vittime del comunismo a Maarjamäe, ha per esempio denunciato con veemenza i «crimini mostruosi commessi dal comunismo».

Eppure, la realtà è ben diversa. La sua famiglia, ben lontana dall’essere vittima dell’oppressione sovietica, ha vissuto in realtà un’esistenza relativamente agiata all’interno dell’apparato del potere dell’Urss. Una famiglia la cui ascesa è stata facilitata, in misura non trascurabile, proprio dal sistema sovietico che lei oggi demonizza.

Questa ironia getta un’ombra pesante sulla sua postura morale anti-russa: è difficile conciliare le sue invocazioni a una linea dura e inflessibile contro la Russia con il fatto che gran parte del prestigio della sua famiglia – e quindi il suo – sia stato reso possibile dalle opportunità offerte dall’Unione Sovietica.

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Published: 20 July 2025
Created: 18 July 2025
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laboratorio

La prospettiva di default del debito USA e l'imperialismo valutario

di Domenico Moro

Recentemente sulla prima pagina del Sole24ore è stata messa in dubbio la sostenibilità del debito pubblico statunitense, ossia la capacità del governo di onorare i pagamenti dei titoli di debito emessi dal Tesoro[i]. La notizia viene da una indagine rivolta a 40 Banche centrali di tutto il mondo, la UBS Asset Management’s Reserve Manager Survey. Più precisamente, il 47% dei rispondenti ritiene possibile, in futuro, uno scenario di ristrutturazione del debito pubblico americano. Per ristrutturazione si intende la più o meno ampia insolvenza sul debito pubblico.

Non si tratta di una notizia da poco. Secondo le parole del Sole24ore sarebbe “un evento catastrofico, senza precedenti, che avrebbe ripercussioni devastanti per il mondo intero”[ii]. Perché sarebbe così grave? Per rispondere dobbiamo ricordare che il dollaro è la valuta di scambio commerciale e soprattutto di riserva mondiale. Il debito pubblico statunitense, essendo in dollari, assume un ruolo centrale nell’economia mondiale, dal momento che è usato come riserva da organismi ufficiali, come le banche centrali di tutto il mondo, ma anche da organismi quasi e non ufficiali. Se il debito non venisse onorato, anche solo in parte, verrebbe meno la fiducia negli Usa e quindi verrebbe minato lo status di riserva del dollaro. Questo creerebbe una grave instabilità a livello finanziario mondiale e finanche una grave crisi generale.

Il debito americano, cioè i suoi titoli di stato, è da lungo tempo considerato un investimento sicuro, anzi l’investimento sicuro per eccellenza, specie nei periodi di crisi. Sulla capacità degli Usa di onorare il loro debito si fonda non solo la stabilità finanziaria mondiale, ma anche il dominio economico e soprattutto valutario degli Usa. Grazie al fatto che il dollaro è valuta di riserva mondiale gli Usa fino a oggi hanno potuto finanziare un sempre più grande debito pubblico.

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Published: 20 July 2025
Created: 16 July 2025
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lantidiplomatico

Cosa spaventa veramente del rapporto di Francesca Albanese

di Agata Iacono

La solidarietà a Francesca Albanese si può esprimere anche con le tantissime petizioni, ma è fondamentale evidenziare che, se il suo report è oggetto di attacco (mai visto prima per un diplomatico dell'ONU), il motivo va ricercato proprio nell'elenco di aziende legate allo Stato genocida di Israele.

Ha toccato, come si suol dire, il portafoglio ed è questo che non le viene perdonato.

Come possiamo quindi noi, oltre le foto, i meme, le petizioni, gli hashtag, i proclami, dare concretamente seguito alla denuncia di Francesca Albanese?

Cosa spaventa veramente?

Il boicottaggio economico e commerciale.

Nel ricordare tutte le campagne BDS di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, raccomandiamo anche l'uso di App come NoTanks e Boycat per sapere se ogni singolo prodotto nei nostri supermercati è legato al colonialismo e al genocidio perpetrato da Israele, nei dettagli.

Qui di seguito ecco l'elenco delle aziende occidentali citate nel rapporto ONU di Francesca Albanese ("From economy of occupation to economy of genocide"), suddivise per settore di attività e con indicazione delle responsabilità specifiche:

1. Industria Bellica e Tecnologica

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Published: 20 July 2025
Created: 16 July 2025
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lafionda

Contro la “comunità gentile” di Serra: not war, but social war

di Alessio Mannino

Il problema non è Michele Serra. Il problema è chi si beve i brodini tossici di Michele Serra. E potremmo dire più o meno lo stesso per Maurizio Molinari, Conchita De Gregorio, Adriano Sofri, Francesco Merlo e le altre firme di Repubblica. La polemica contro il “serrapiattismo” guerrafondaio è diventato un genere di maniera, e perciò ci interessa poco o punto. Interessa molto di più capire cosa si muove nella testa dei 97 mila lettori totali (di copie cartacee più digitali, dati Ads maggio 2025) che acquistano ancora un quotidiano che, come il resto della stampa stampata, rappresenta lo zero virgola della popolazione e tuttavia influenza, quota parte, l’agenda mainstream del Paese attraverso la grancassa deformante dei talk show televisivi. Perché, nonostante l’avanzata dei media sul web, è ancora la tv generalista a militarizzare le priorità del dibattito politico, almeno per quella minoranza di italiani che costituiscono la cosiddetta “opinione pubblica”. Nella selva di canali su internet si è lasciati liberi di ruzzolare (fino ad algoritmo contrario, s’intende), ma è sul piccolo schermo che il regime del consenso può continuare il balletto di idee ammesse e allineate, sfruttando la potenza d’attrazione di un numero limitato di emittenti nelle mani di pochi gruppi editoriali nazionali e internazionali (Rai semper fidelis al governo di turno, Mediaset copia conforme sia pur sotto spirito berlusconiano, La 7 di Urbano Cairo, l’americana Discovery-Warner Bros, e stendiamo un velo pietoso sull’editoria locale, che con il suo provincialismo non fa fare di certo una bella figura alla “provincia” del Belpaese).

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Published: 20 July 2025
Created: 14 July 2025
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lantidiplomatico

Abituare gli italiani alla guerra

di Fabrizio Poggi

L'opera di propaganda del Corriere della Sera è senza sosta: abituare gli italiani al conflitto e all'idea che i tagli ai diritti sociali siano necessari

 Se si va in cerca di florilegi euroraccapriccianti su quel corvino foglio che è il Corriere della Sera, raramente si rimane delusi. L'importante è premunirsi, assumendo degli efficaci gastroprotettori; dopo di che si possono affrontare, con relativa tranquillità, le lacrime di quegli eurosanfedisti per il fatto che, vedete un po', le persone comuni, in Italia, quelle che devono affrontare quotidianamente i sacrifici imposti da ogni governo liberal-reazionario in fatto di lavoro, sanità, pensioni, «dicono sì agli investimenti per la difesa ma temono sacrifici per sanità e assistenza sociale».

La prendono alla lontana, i professori Maurizio Ferrera e Stefano Sacchi, sul Corriere della Sera del 12 luglio, raccontando dell'arcivescovo di Canterbury e del suo “welfare”, contrapposto al «warfare state» nazista, per difendere il quale era indispensabile «lo sforzo militare contro Hitler». Terminato il conflitto e «Grazie all’ombrello militare americano, dal dopoguerra in avanti la spesa sociale in Europa ha superato di dieci volte o più la spesa per la difesa». Poi sono stati «Settant’anni di pace», ci raccontano, omettendo, dio ce ne scampi, degli interventi militari contro paesi stranieri, dei bombardamenti su vicini “sgraditi”, a est e a sud nel Mediterraneo; insomma: «I Paesi europei sono diventati “democrazie del benessere”».

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Published: 19 July 2025
Created: 15 July 2025
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mondocane

Terroristi i partigiani quando sono palestinesi? --- Medioriente, carta vince, carta perde

di Fulvio Grimaldi

soldato Isr. depresso.pngNon solo RAI, La7, Mediaset

La BBC, magistra informationis, che mi avviò, con notevole rigore e ricchezza di istruzioni, al mestiere che da quegli anni ’60 cerco di praticare, quanto meno con integrità, è sotto schiaffo. Uno schiaffone non da poco, somministrato nientemeno che da oltre un centinaio di suoi giornalisti, alcuni tra i più prestigiosi e da più di 300 professionisti del reparto audiovisivo. Il documento, pubblicato su tutti i media, denuncia dell’augusta “Auntie” (zia, come la si chiama da sempre) le indecenti manipolazioni, falsità, distorsioni, gli occultamenti. Il tutto sotto il titolo “Disinformazione sistematica dell’informazione BBC sul conflitto israelo-palestinese e, specificamente, su Gaza”.

I rimproveri, a volte dure proteste, mirati personalmente al direttore generale Tim Davie e che chiedono le dimissioni di Sir Robbie Gibb, Consiglier d’Amministrazione e già capo delle Comunicazioni del governo tory di Theresa May, parlano di strutturale faziosità filo-israeliana e filoccidentale, di censure editoriali, pressioni interne e silenziamento delle voci fuori dal coro, con minacce di rappresaglie a chi non sta agli “ordini di servizio”.

“Ci hanno negato il nostro lavoro di giornalisti. Ci hanno censurato articoli critici di Israele. Si pretende da noi una neutralità che in realtà si traduce nell’invisibilizzazione della sofferenza dei palestinesi e della loro resistenza”, dichiara il testo. Con particolare indignazione viene poi menzionata la cancellazione del documentario “Medici sotto attacco”, che documenta le distruzioni e stragi israeliane di tutti gli ospedali di Gaza.

Il documento, che solo un’allucinazione potrebbe immaginare ripetuto dai giornalisti e dipendenti del nostro servizio pubblico e magari indirizzato anche a Enrico Mentana, così conclude: “Siamo collassati in termini dei nostri tradizionali standard deontologici. Non stiamo informando con correttezza e contesto, né rappresentando le vittime palestinesi con umanità. Si priorizza la protezione di Israele da qualsiasi critica piuttosto che riferire la verità”

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Published: 19 July 2025
Created: 14 July 2025
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lantidiplomatico

Trump, Epstein e il Deep State

di Chris Hedges* - Scheerpost

njgoaubugueIl rifiuto da parte dell'amministrazione Trump di rendere pubblici i documenti e i video raccolti durante le indagini sulle attività del pedofilo Jeffrey Epstein dovrebbe mettere fine all'idea assurda, abbracciata dai sostenitori di Trump e dai liberali creduloni, che Trump smantellerà il Deep State. Trump fa parte, e da tempo, della ripugnante cricca di politici – democratici e repubblicani –, miliardari e celebrità che guardano a noi, e spesso a ragazze e ragazzi minorenni, come merce da sfruttare per profitto o piacere.

L'elenco di coloro che gravitavano nell'orbita di Epstein è un vero e proprio Who's Who dei ricchi e famosi. Tra questi figurano non solo Trump, ma anche Bill Clinton, che avrebbe fatto un viaggio in Thailandia con Epstein, il principe Andrea, Bill Gates, il miliardario degli hedge fund Glenn Dubin, l'ex governatore del New Mexico Bill Richardson, l'ex segretario al Tesoro ed ex presidente dell'Università di Harvard Larry Summers, lo psicologo cognitivo e autore Stephen Pinker, Alan Dershowitz, il miliardario e amministratore delegato di Victoria's Secret Leslie Wexner, l'ex banchiere di Barclays Jes Staley, l'ex primo ministro israeliano Ehud Barak, il mago David Copperfield, l'attore Kevin Spacey, l'ex direttore della CIA Bill Burns, il magnate immobiliare Mort Zuckerman, l'ex senatore del Maine George Mitchell e il produttore hollywoodiano caduto in disgrazia Harvey Weinstein, che si divertiva nei perpetui baccanali di Epstein.

Tra questi figurano anche studi legali e avvocati di alto livello, procuratori federali e statali, investigatori privati, assistenti personali, addetti stampa, domestici e autisti. Tra questi figurano anche numerosi procacciatori e protettori, tra cui la fidanzata di Epstein e figlia di Robert Maxwell, Ghislaine Maxwell. Tra questi figurano anche i media e i politici che hanno spietatamente screditato e messo a tacere le vittime, e hanno usato la forza contro chiunque, compresi alcuni giornalisti coraggiosi, cercasse di smascherare i crimini di Epstein e la sua cerchia di complici.

Molte cose rimangono nascoste. Ma alcune cose le sappiamo.

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Published: 19 July 2025
Created: 14 July 2025
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lantidiplomatico

COVID-19, i tristi primati dell’Italia

di Marinella Correggia

720x410c50lmkòò.jpgIl saggio Covid-19 Modello Italia (di Marina Manera, edizioni V-piccola biblioteca della Torre, pag 224, euro 15) ripercorre i tristi primati italiani che nel biennio 2020-2021 hanno fatto dello Stivale un modello negativo nel mondo, da tutti i punti di vista: gestione pandemica, risultati sanitari, ripercussioni economiche, impatto psico-sociale. Con strascichi numerosi e dolorosi.

Anche chi all’epoca si era mantenuto lucido può aver dimenticato nel tempo tanti dettagli di quello sfoggio di «autoritarismo alla cinese ma con efficienza "all’italiana"», un misto di «tragedia e farsa» nel quale le disposizioni più repressive d'Europa che si pretendevano prevenzione e cura sono «andate a schiantarsi trascinandoci all'ultimo posto della classifica europea per decessi». Il saggio è certo destinato a risultare troppo indigesto a chi ha accettato convinto la manipolazione e dunque non ammetterà mai di essere stato vinto dall'inganno, ma la storia va ricordata: troppe volte, per dirla con Gramsci, «è maestra ma non ha allievi». Le domande che l'autrice rivolge alla fine di diversi capitoli servono un po' da Bignami pro-memoria; così come le centinaia di note.

La descrizione del metodo scriteriato messo in atto da governi, media, addetti ai lavori viene preceduta dal monito di Hannah Arendt: «Mentire ha lo scopo di far sì che nessuno creda più a nulla; ma un popolo così non può più distinguere il bene e il male ed è completamente sottomesso all’impero della menzogna». Un altro punto di riferimento dell'autrice sono i numerosi scienziati e medici che proposero tutt'altra maniera di affrontare l'emergenza. Ma anche il filosofo Giorgio Agamben che coraggiosamente ha parlato di «enorme esercitazione, laboratorio di ingegneria sociale, insieme alla militarizzazione territorio e alla segregazione delle persone».

Con i lineamenti di un giallo distopico, la ricostruzione inizia dalla comunicazione della Cina all’Oms il 31 dicembre 2019, circa un innominato virus. Si scatena allora l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ed entra subito in gioco l'Italia.

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Published: 19 July 2025
Created: 12 July 2025
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rete dei com

Le tre grandi rotture del Novecento

di Gianmarco Pisa

lenin.jpegIl contributo offerto dai compagni e dalle compagne della Rete dei Comunisti con il Forum – e la successiva pubblicazione degli Atti – per un “Elogio del comunismo del Novecento”, nelle sue quattro sessioni-approfondimenti tematici (prima della Seconda guerra mondiale: l’assalto al cielo; dopo la Seconda guerra mondiale: le nuove rivoluzioni, le conquiste operaie e i movimenti di liberazione dei Paesi in via di sviluppo; la regressione del movimento comunista e la controffensiva capitalista; la riemersione delle contraddizioni accumulate dalla supremazia del capitalismo), rappresenta, nel suo complesso, una iniziativa preziosa per l’approfondimento e il dialogo tra comunisti (e oltre l’ambito specifico del movimento di classe) nonché un terreno di lavoro condiviso con le soggettività del movimento che intendono sviluppare una riflessione, non apologetica e non liquidatoria, non eclettica e non dogmatica, per attualizzare l’analisi critica, marxista, e ricomporre terreni unitari.

Al di là delle – e senza l’esigenza di definire più o meno arbitrarie – periodizzazioni, un tema che conviene fare emergere e che offre elementi di riflessione e di approfondimento non scontati è offerto dalle grandi rotture che l’esperienza storica, politica e culturale del movimento comunista del Novecento ha attraversato e delle quali è stata, più volte, protagonista indiscussa.

Non va dimenticato, infatti che proprio il movimento comunista e, alla sua base, il marxismo e il leninismo hanno rappresentato, in Oriente, la concretizzazione di società e di sistemi liberi dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, in cui per la prima volta si sono realizzati diritti e istanze di emancipazione e di liberazione, e, in Occidente, il fattore maggiore nella sconfitta del fascismo storico e nell’avanzamento della democrazia.

Quali possono essere individuate, dunque, tra le grandi rotture del Novecento? La prima anzitutto: l’avanzata del movimento di classe e l’affermazione su scala planetaria del socialismo nel periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale alla metà degli anni Settanta.

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Published: 19 July 2025
Created: 17 July 2025
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comidad

Sono gli israeliani a spiegarci come manipolano Trump

di comidad

Ci sono luoghi comuni che resistono a qualsiasi smentita da parte dell’esperienza. In particolare sopravvive la falsa convinzione che gli Stati regolino la loro politica per mezzo di processi decisionali, che potranno essere trasparenti oppure oscuri a seconda dei casi. Fortunatamente però ogni tanto qualcuno ci viene a raccontare come funzionano veramente le cose. Sul quotidiano “Times of Israel” del 18 maggio scorso un tale Lazar Berman intratteneva i lettori sulla questione della apparente impasse determinatasi per Israele a causa di alcuni comportamenti di Trump, che sembrava intenzionato a privilegiare gli affari multimiliardari con le monarchie del Golfo invece che i desiderata di Netanyahu, che per gli USA rappresenta un costo pesante. L’articolo perveniva però a una conclusione rassicurante per il lettore sionista; in quanto, al di là dei personali desideri di Trump, alla fine Israele potrebbe far valere ugualmente il suo punto di vista semplicemente tenendo in mano l’iniziativa, ovvero mettendo tutti davanti al fatto compiuto. Come a dire che gli Stati non sono veri soggetti politici, e tutto funziona come in un gruppazzo di adolescenti, nel quale comanda il più bullo e tutti gli altri cercano di salire nella gerarchia facendo a gara a compiacerlo.

L’articolo di Berman infatti si è rivelato fondato e persino preveggente, nel senso che meno di un mese dopo Israele ha potuto far saltare il tavolo negoziale tra USA e Iran procedendo ad un attacco ed ad un tentativo di decapitazione del regime di Teheran.

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Published: 19 July 2025
Created: 19 July 2025
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linterferenza

Come i dazi di Trump mettono a rischio l’Unione europea

di Alessandro Volpi

Trump punta a usare i dazi per dividere l’Unione europea e rafforzare la dipendenza economica e politica degli Stati europei dagli Stati Uniti

Esiste nel mondo una chiara volontà di distruggere l’Europa e di farne una colonia. E questa volontà parte dall’altra sponda dell’Atlantico. È sempre più evidente, infatti, che gli Stati Uniti intendono smembrare l’Unione europea e sostituirla con la Nato. O con qualcosa di simile. I dazi al 30% (conservando peraltro quelli già esistenti al 50%) sono lo strumento che Trump intende utilizzare per convincere i singoli Paesi europei a trattare, uno a uno, con il governo americano nella speranza di strappare condizioni di favore.

Ecco la strategia trumpiana. Le imposizioni dei dazi si basano sull’idea, tutt’altro che peregrina, che le economie dei vari Paesi europei non possano fare a meno della loro quota di esportazioni verso il mercato statunitense. A cui va aggiunta la pervicace chiusura verso la Cina da parte dei gruppi dirigenti dei diversi Stati del vecchio continente. Per questo diventa molto probabile che ogni singolo Paese arriverà a mettere in discussione la tenuta complessiva dell’Unione, e dell’Eurozona, provando a ottenere deroghe solo per le proprie produzioni. In estrema sintesi, Trump ha capito la profonda dipendenza degli europei dagli Stati Uniti, e il loro servilismo. E vuole utilizzare i dazi per porre fine a qualsiasi esperienza di Europa condivisa.

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Published: 19 July 2025
Created: 15 July 2025
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effimera

La NATO in guerra

di Gianni Giovannelli

Aut si inaniter timemus certe vel timor ipse malum est
quo incassum stimulatur et excruciatur cor
et tanto gravius malum quanto non est
quod timeamus et timemus
(anche se abbiamo paura senza motivo il male è la paura stessa
che punge e disturba invano il cuore: un male tanto
più grave in quanto ciò che temiamo non esiste davvero
eppure ci spaventa lo stesso).
Agostino
(Confessioni, VII, 5.7)

Il generale Fabio Mini è nato nel 1942; quando, nel 1963, dopo l’Accademia Militare a Modena, è entrato stabilmente nelle file dell’esercito italiano, erano gli anni del c.d. boom economico e della guerra fredda fra i due blocchi. Il primo esperimento di un governo di destra (quello di Tambroni) era fallito dopo soli tre mesi di vita, travolto dalle manifestazioni popolari che avevano riempito le piazze di tutto il paese, da nord a sud; a Genova quasi ci fu un’insurrezione per impedire il congresso del MSI, a Reggio Emilia in cinque caddero il 7 luglio sotto i colpi della polizia di stato, entrando stabilmente nella leggenda.

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Published: 19 July 2025
Created: 14 July 2025
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eticaeconomia

La crisi distruttiva dell'ordine internazionale

di Alessandro Colombo

Alessandro Colombo illustra la tesi che quella attuale non è già più, ormai, l’epoca della crisi dell’ordine internazionale liberale, bensì l’epoca della sua fine. Che significa, tanto per cominciare, fine dell’ordine come tale, con tutto ciò che comporta sempre la fine di un ordine internazionale: la crisi del controllo, la tendenza alla militarizzazione, il collasso delle regole. E, in più, significa ripiegamento del contenuto liberale di quell’ordine, che si manifesta tra le altre cose nella crisi del multilateralismo e nello smontaggio della globalizzazione

Nonostante i richiami sempre più irrealistici alla sua resilienza, l’ordine internazionale liberale concepito alla fine della Seconda guerra mondiale e apparentemente “liberato” dalla scomparsa dell’Unione sovietica è ormai definitivamente crollato. E lo ha fatto, sarà bene ricordarlo, dopo una parabola sorprendentemente breve di ascesa e declino. La condizione di superiorità senza precedenti della quale avevano goduto gli Stati Uniti e i loro alleati all’indomani della scomparsa dell’Unione sovietica non aveva impedito infatti al Nuovo Ordine Mondiale di entrare in crisi già pochi anni più tardi, grossomodo alla metà del primo decennio del XXI secolo, sotto i colpi di due fallimenti maturati pienamente al proprio interno: la guerra in Iraq a partire dal 2003 e, ancora di più, la crisi economico-finanziaria del 2007-08. Nel decennio successivo, lo smottamento dell’edificio aveva aperto lo spazio al riemergere di competitori sia su scala regionale (come la Russia) sia, almeno potenzialmente, su scala globale (come la Cina), mentre ciò non aveva tardato a reinnescare proprio ciò che dieci anni prima era stato precipitosamente escluso, una nuova competizione tra grandi potenze.

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Published: 19 July 2025
Created: 13 July 2025
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metis

Sulla situazione in Ucraina

di Enrico Tomaselli

Secondo quanto scrive il giornale svizzero Neue Zürcher Zeitung, Kiev ha solo due opzioni per impedire lo sfondamento delle truppe russe. La prima è una significativa ritirata operativa, che richiede però innanzitutto una decisione politica – difficile da attendersi da Zelensky – e soprattutto una grande capacità organizzativa e logistica. E, ovviamente, una linea fortificata su cui attestarsi, significativamente arretrata rispetto all’attuale linea di combattimento. La seconda, ancora più radicale, è un completo ridispiegamento oltre il Dnepr, sulla riva destra del fiume, facendone quindi una sorta di confine de facto tra quel che resta dell’Ucraina e i territori sotto controllo russo. Questo, naturalmente, è un punto di vista occidentale, per quanto razionalizzante.

Va innanzi tutto detto che questa seconda ipotesi deve chiaramente intendersi non in senso letterale, ma limitatamente all’area del Donbass; in pratica, le forze ucraine dovrebbero arretrare verso ovest, attestandosi al di là del fiume nel tratto che va sostanzialmente da Dnipro a Zaporizhia. Si tratta del braccio di fiume che scende quasi verticalmente da nord a sud, mentre più su di Dnipro piega decisamente a nord-ovest, arrivando sino a Kiev, mentre oltre Zaporizhia piega a sud-ovest arrivando a Kherson. Per dare un idea, tra il tratto Dnipro-Zaporizhia e la linea difensiva Sloviansk-Kramatorsk, che si trova ormai a ridosso della linea di contatto, ci sono circa 180 km. Una ritirata di questa portata, anche in condizioni migliori di quelle in cui si trovano attualmente le forze armate ucraine, significherebbe rischiare un massacro.

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Published: 17 July 2025
Created: 14 July 2025
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paroleecose2

Social media, realismo capitalista e post-fascismo

di Alberto Remonato

analysis 680572 640.jpg1. Esternalizzazione dell’intrattenimento

Nella raccolta di frammenti pubblicata postuma col titolo Pensieri, Pascal scrive che gli uomini non avendo potuto rimediare alla morte, alla miseria, all’ignoranza, hanno risolto, per vivere felici, di non pensarci[1]. Aggiunge che questa funzione del non-pensare è delegata al divertissement:

La sola cosa che ci consola delle nostre miserie è il divertissement, che pure è la nostra più grande miseria. Infatti proprio questo, principalmente, c’impedisce di pensare a noi stessi e ci porta inavvertitamente alla distruzione. Senza di questo saremmo nel tedio, e il tedio ci spingerebbe a cercare un mezzo più solido per uscirne. Invece la distrazione ci diverte e ci fa arrivare inavvertitamente alla morte[2].

L’intrattenimento, dunque, ‹‹ci porta a perderci››, a fuggire, ad alienarci da noi stessi, dagli altri, dal tempo. L’essere umano, per paura delle ‹‹proprie miserie››, rimuove la coscienza dalla propria condizione e della propria mortalità.

Nella nostra contemporaneità la funzione dell’intrattenimento è stata completamente esternalizzata. Il compito di produrre divertissement viene gestito integralmente da quella che Adorno e Horkheimer chiamano ‹‹industria culturale››, i cui prodotti appunto, ci consolano dalle nostre miserie e costituiscono la più grande delle nostre miserie; detto altrimenti: ‹‹il piacere del divertimento promuove la rassegnazione che vorrebbe dimenticarsi in esso››[3].

Come sapeva Platone, non può esserci pensiero senza eros. In una società del desiderio esausto, in cui le passioni sono sostituite da impulsi da assecondare in una coazione ossessiva e soffocante – ciò che Mark Fisher chiama ‹‹edonia depressa››, ossia ‹‹l’incapacità di non seguire altro che il desiderio››[4] – il pensiero non può costituirsi. Ne consegue l’impossibilità di immaginare un mondo altro e, dunque, il bisogno della sua messa in forma, appunto il racconto di un’alternativa.    Un secolo fa Walter Benjamin osservava che ‹‹la capacità di scambiare esperienze››[5] volgeva al tramonto; oggi quel tramonto è compiuto trascinando con sé l’attesa di una nuova alba.

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  1. Francesco Bugli: Programmazione ed ecologia in Marx
  2. BankTrack - PAX - Profundo: Obbligazioni di guerra a sostegno di Israele
  3. Gianandrea Gaiani: Il Piano Marshall si fa a guerra finita
  4. Paolo Giuliodori: Un piccolo omaggio a Mark Fisher
  5. Sonia Savioli: Cos’è rimasto di umano?
  6. Alberto Giovanni Biuso: Colonizzati dal peggio
  7. Vincenzo Morvillo: Goffredo Fofi, l’ultimo rompicoglioni
  8. Lelio Demichelis: Quei ‘sovversivi’ degli anni Settanta
  9. Enrico Tomaselli: Sulla situazione in Medio Oriente
  10. Marco Gatto: Compagno Fofi. Morte di un maestro
  11. Roberto Fineschi: Questioni correnti
  12. Alex Marsaglia: Salari: gli ultimi dati OSCE annientano la propaganda di Draghi e Meloni
  13. Geraldina Colotti: Frantz Fanon, a cent’anni dalla nascita
  14. Paolo Selmi: Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
  15. Sergio Fontegher Bologna: L’assedio alle scuole, ai nostri cervelli
  16. Alessandro Volpi: Le tre grandi cose uscite dal vertice dei Brics di Rio de Janeiro
  17. Andrew Korybko: La pace in Ucraina non porrà fine alla guerra ibrida dell'Occidente contro la Russia
  18. Hans Blix: «L’Iran non è una minaccia per l’Occidente»
  19. Stefania Consigliere & Cristina Zavaroni: Rimozione forzata. Cinque anni dal lockdown e (fingere di) non sentirli
  20. Roberto Rosso: Panorama estivo, prospettive autunnali e orizzonti futuri
  21. Davide Malacaria: Gaza: l'incontro segreto che potrebbe portare alla tregua
  22. comidad: La NATO non fa propaganda ma imbonimento da televendita
  23. Fabrizio Poggi: Predizioni non rassicuranti sullo scontro armato tra UE e Russia
  24. Dante Barontini: I guerrafondai “democratici” ora sperano in Trump, per disperazione
  25. Vincenzo Comito: La finanza corre indisturbata sui soliti sentieri

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