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Published: 06 September 2022
Created: 01 September 2022
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badialetringali

La guerra in un mondo senza futuro

di Marino Badiale

Clipboard1. Introduzione.

Il primo dei numeri della rivista “Limes” dedicati alla guerra in Ucraina (uscito a marzo) aveva il titolo “La Russia cambia il mondo”. È un titolo che coglie molto bene uno degli aspetti di fondo della situazione attuale, cioè il cambiamento netto, nella realtà politica mondiale, causato dall’attacco della Russia all’Ucraina. In questo intervento cercherò di esaminare come questo cambiamento si colleghi all’analisi della situazione storica contemporanea che ho sviluppato in vari interventi su questo blog, analisi la cui tesi principale è che l’attuale società capitalistica mondializzata si sta avviando verso un drammatico collasso.

Il punto di partenza per queste riflessioni è la sensazione che nei paesi occidentali buona parte dell’opinione pubblica, ma anche degli analisti e degli stessi ceti dirigenti, sia stata colta di sorpresa dall’azione russa, ritenendo evidentemente molto improbabile quello che poi è realmente accaduto. Anch’io ero di questa opinione, perché mi sembrava che una guerra, come quella attualmente in corso, fosse contraria agli interessi di tutti gli attori in gioco, e ovviamente confidavo nella razionalità di tali attori. La realtà ha smentito queste opinioni (che, come ho indicato, ritengo non fossero solo mie), e naturalmente occorre prenderne atto. D’altra parte, il fatto che la guerra sia iniziata e prosegua mi sembra non invalidi del tutto la tesi che vi siano, in questo fatto, forti elementi di irrazionalità, nel senso sopra indicato: tale guerra non appare del tutto congrua agli interessi dei vari attori coinvolti. Questo intervento è dedicato ad una riflessione su questo punto, cioè su come questa vicenda, e la sua disturbante irrazionalità, illumini alcuni aspetti di fondo della realtà contemporanea.

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Published: 06 September 2022
Created: 30 August 2022
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infoaut2

Il ritorno di Paul Volcker

di Paul Mattick, Jr

54ce30c08b7f02fbc827207dc393b6bf XLAbbiamo tradotto questo interessante articolo di Paul Mattick da Brooklyn Rail che ha il pregio di chiarire la direzione verso cui sta correndo la politica economica americana ed occidentale in generale (gli echi nel nostro paese sono chiari nelle dichiarazioni del Governatore della Banca d'Italia Visco sulla necessità di "evitare la spirale prezzi-salari" presa pari pari dal presidente della FED Powell). La sostanza è che sebbene la dinamica inflazionistica sia in gran parte differente da quella degli anni '70, la ricetta che sta venendo progressivamente imposta è la stessa, quella del famigerato Paul Volcker del cosiddetto "Volcker Shock". Lo scopo, senza girarci troppo intorno, è quello di un'ulteriore appropriazione delle ricchezze dall'alto attraverso l'abbassamento dei salari, il fallimento delle aziende medio-piccole e una ancora maggiore concentrazione dei capitali in poche mani. Di nuovo, l'innesco della recessione alle porte, non sta solo negli esiti della pandemia e delle guerra in Ucraina, ma nella forte tensione speculativa del capitalismo occidentale. La guerra semmai ne è in parte una conseguenza nello scacchiere geopolitico. Tra grandi concentrazioni di capitale, aumento della speculazione sui mercati, investimenti nell'industria militare e tendenze protezionistiche lo scenario somiglia insopportabilmente a quello anteriore alla Prima Guerra Mondiale, sebbene con le dovute differenze e ciò dovrebbe interrogarci seriamente, ma questa è un'altra questione, intanto buona lettura!

* * * *

Cardi B, astuta nell'interpretare la società, ha capito bene: "Quando tutti voi pensate che annunceranno che entreremo in recessione?" ha twittato il 5 giugno. Nove giorni dopo, il New York Times si è portato al passo, strombazzando in un titolo di testa a pagina 1 della sezione Business, "UN BRIVIDO CORRE ATTRAVERSO WALL STREET".

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Published: 05 September 2022
Created: 05 September 2022
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seminaredomande

Prove generali di dittatura ambientale. Niente e nessuno potrà opporsi al Commissario unico di Draghi

di Francesco Cappello

investituraAl fine di riuscire a dare le necessarie garanzie di realizzazione, in tempi rapidi, di quei progetti che potrebbero risultare invisi alle popolazioni locali ma che viceversa stanno molto a cuore a tutti quegli interessi, sempre più spesso esterni, che hanno colonizzato economicamente e politicamente il nostro Paese, ecco la figura del Commissario unico di cui si parlerà nello specifico più avanti, con il compito di realizzare in forma di iter agevolato dei “procedimenti unici” puntanti all’obiettivo preposto in un tempo massimo di 4 mesi; si tratta di prove generali di un autoritarismo governativo volto a spianare tutti gli eventuali ostacoli di un normale iter autorizzativo se in grado di minacciare la realizzazione del progetto o anche solo l’allungamento dei tempi di realizzo dell’opera in questione.

Alla base della forza persuasiva di tali iter accelerati la strategia e le politiche emergenziali.

Una strategia ormai consolidata secondo la quale generi ad hoc, artificiosamente, un’emergenza o ne adotti una esistente da pompare adeguatamente utilizzando tutti i mezzi di “informazione” a disposizione del mainstream, al fine ultimo di poter poi proporre la soluzione che ti permetterà di realizzare, insieme al business che ti sta a cuore, quegli obiettivi politici e di controllo sociale a cui puntavi.

L’emergenza sanitaria ha diffuso la paura della covid in seguito a contagio e infezione del virus ingegnerizzato, il Sars Cov 2, diffondendo e rafforzando la voce che essa fosse una malattia per la quale non esistesse alcuna cura efficace. Su questa base si è poi potuto affermare il successo della campagna vaccinale di massa che ha prodotto ed autorizzato in tempi record vaccini ogm (più di 200 i vaccini messi a punto su scala planetaria) e farmaci di nuova generazione (più di 500) utilizzanti bio e nano tecnologie autorizzati con procedura accelerata FAST TRACK.

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Published: 05 September 2022
Created: 30 August 2022
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voltairenet

Il conflitto in Ucraina accelera la fine del dominio dell’Occidente

di Thierry Meyssan

217842 3 6 b79a5Il conflitto ucraino, presentato come un’aggressione della Russia, è invece l’applicazione della risoluzione 2202 del 17 febbraio 2015 del Consiglio di Sicurezza. Francia e Germania non hanno tenuto fede agli impegni assunti con l’Accordo di Minsk II, quindi per sette anni la Russia si è preparata allo scontro attuale. Mosca ha previsto le sanzioni occidentali con molto anticipo, sicché le sono bastati due mesi per aggirarle. Le sanzioni scompaginano la globalizzazione statunitense, perturbano le economie occidentali spezzando le catene di approvvigionamento, facendo rifluire i dollari verso Washington e provocando un’inflazione generale, causando infine una crisi energetica. Chi la fa l’aspetti: gli Stati Uniti e i loro alleati si stanno scavando la fossa con le proprie mani. Nel frattempo le entrate del Tesoro russo in sei mesi sono aumentate del 32%.

Nei sette anni appena trascorsi spettava alle potenze garanti dell’Accordo di Minsk II (Germania, Francia, Ucraina e Russia) farlo rispettare. Non l’hanno fatto, sebbene l’intesa sia stata avallata e legalizzata il 17 febbraio 2015 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e a dispetto delle affermazioni sulla necessità di proteggere i cittadini ucraini, minacciati dal loro stesso governo.

Il 31 gennaio 2022, allorquando cominciavano a circolare notizie su un possibile intervento militare russo, il segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Difesa ucraino, Oleksy Danilov, sfidava Germania, Francia, Russia e Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dichiarando: «Il rispetto degli Accordi di Minsk significa la distruzione del Paese. Quando furono firmati sotto la minaccia armata dei russi  e sotto lo sguardo di tedeschi e francesi  era già chiaro a tutte le persone razionali che sarebbe stato impossibile applicarli» [1].

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Published: 04 September 2022
Created: 04 September 2022
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sinistra

Draghistan: se non riusciamo a uscire dal tunnel... almeno arrediamolo*

di Luca Busca

Qui e qui le puntate precedenti

lonely passerby man dark tunnel light end tunnel 406939 4413Il fatto che il governo Draghi sia caduto non comporta in alcun modo la fine del Draghistan. Al contrario lo scivolone politico assume sempre di più le caratteristiche di un golpe bianco. Per l’ennesima volta in Italia ha avuto luogo un evento straordinario, mai accaduto prima ma perfettamente in linea con i dettami costituzionali. Il premier si è dimesso pur avendo ottenuto la fiducia tutte le volte, moltissime, l’abbia richiesta. Caso ha voluto che fosse scelto il mese di luglio per rassegnare quelle anomale dimissioni, raccolte con spontanea complicità dal Presidente Mattarella, che con poco italica sollecitudine ha fissato le elezioni al 25 settembre. Il solerte Capo dello Stato ha poi avallato un espediente legislativo che, pur infierendo sulla già stremata costituzione, ha esentato tutte le forze politiche allineate con il regime dalla raccolta firme per la presentazione delle liste. Nel più assoluto rispetto dei principi democratici e di uguaglianza le costituende alleanze antisistema sono state, invece, costrette a rincorrere i firmatari tra ombrelloni e lettini o in estenuanti trekking d’altura. Per bilanciare la sicura vittoria della destra la povera Giorgia Meloni è stata obbligata a rinnegare le proprie origini fasciste, qualsiasi forma di correlazione con il mostro Putin, ogni sfumatura avversa al green pass e al vaccino. Si è dovuta dichiarare atlantista convinta e anche da sempre, in compenso e stata lasciata libera di esprimere tutta la sua propensione alla guerra e alla distruzione ambientale mediante ripristino del nucleare. Al fine di mantenere le strette relazioni politiche e programmatiche che legano i due fronti immaginari della scena italiana, è toccato al solito Berlusconi perdere qualche pezzo importante per il bene della patria. Così, come fece Angelino Alfano, i cagnolini più fedeli (Brunetta, Carfagna e Gelmini) hanno dovuto trasmigrare verso la fazione opposta, alla corte di Calenda e del più privo di vergogna dei politici italiani, Matteo Renzi.

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Published: 04 September 2022
Created: 31 August 2022
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acropolis

Il neoliberismo è il problema del XXI secolo

di Fabrizio Li Vigni

Introduzione (1)

HXKTDFGLU5G4VE3KZNBTABY7TALa domanda cui mi propongo di rispondere in queste pagine è la seguente: esiste un legame fra il cambiamento climatico, le crisi migratorie, le disuguaglianze, le carestie, la mortalità infantile, lo sfruttamento minorile, la disoccupazione, l’evasione fiscale, il degrado dei servizi pubblici e l’estinzione delle specie viventi? E se esiste, di che si tratta?

Il pamphlet che avete fra le mani ha come obiettivo di mostrare le interdipendenze che connettono tutti i principali problemi che i popoli della Terra sono ad oggi costretti ad affrontare. Tale filo conduttore va spesso sotto il nome di «neoliberismo». In un’intervista recente, il filosofo canadese Alain Deneault(2) affermava che il neoliberismo «è il problema del XXI secolo»(3). Nelle prossime pagine vorrei mostrarvi perché.

La maggior parte della cosiddetta «opinione pubblica» disconosce tanto il termine quanto il suo significato; spesso ignora persino che ci possa essere un minimo comun denominatore fra i fenomeni sopra citati. I politici che conoscono il neoliberismo non lo nominano quasi mai: quelli che lo sostengono non hanno interesse a dare ai cittadini un’arma concettuale potente per combatterlo; e quelli che lo combattono hanno paura di rendersi incomprensibili ai loro elettori.

Di fatto, creatori ed esecutori di questo sistema economico, politico e culturale sono abilissimi nel renderlo indecifrabile. Eppure se avete sentito parlare di «austerità», «società dei consumi», «aggiustamenti strutturali», «libero mercato», «mondializzazione», «globalizzazione»,«consenso di Washington», «turbocapitalismo», «libero scambio», «capitalismo finanziario», «reaganismo», «thatcherismo», «laissez-faire»(4) (lasciar fare), «deregulation» (deregolazione), «el modelo» (come lo chiamano in Cile), «new public management» (nuovo management pubblico), «gig economy» (economia dei lavoretti), «flessibilità», «flexicurity» (flessicurezza), «delocalizzazioni», «dumping salariale/fiscale/ambientale», «crony capitalism» (capitalismo clientelare o di collusione), «governance» (governanza), di «deep state» (Stato nello Stato) o di «filantrocapitalismo», allora avete sentito parlare di questo regime, di una sua variante o di una sua componente.

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Published: 03 September 2022
Created: 01 September 2022
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lantidiplomatico

La propaganda NATO è a nudo. Le implicazioni dello studio del "Marine Corps Gazzette"

di Roberto Buffagni

720x410c50trfvghniklEspongo con la massima brevità le principali implicazioni, a mio avviso di eccezionale rilievo dello studio dedicato all’invasione russa dell’Ucraina pubblicato dalla “Marine Corps Gazette” nei numeri di giugno e agosto 2022. L’Autore è “Marinus”, un ufficiale superiore del Corpo dei Marines. La traduzione italiana integrale dello studio di “Marinus” è disponibile ai due link in calce[1].

Per intendere quanto sto per scrivere è dunque necessario aver letto con attenzione il testo di “Marinus” che mi accingo a commentare.

 

1. Perché lo studio di Marinus è così importante? Perché è un eccellente studio del conflitto in Ucraina, radicalmente discordante dall’interpretazione ufficiale largamente diffusa in Occidente, ed è: a) scritto da un tecnico di elevata competenza b) scritto da Autore insospettabile di parzialità a favore dei russi c) pubblicato dalla rivista del Corpo dei Marines: indirizzato dunque anzitutto a un reparto militare che deve prepararsi ad affrontare i russi sul campo di battaglia, e al quale appartiene anche l’Autore. È autoevidente che per affrontare con successo un nemico sul campo di battaglia è indispensabile conoscerlo e valutarlo nel modo più accurato, realistico e veritiero possibile. Dunque lo studio di Marinus proviene da una fonte insieme competente, obiettiva e affidabile, che ha tutto l’interesse ad accertare la verità.

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Published: 03 September 2022
Created: 28 August 2022
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bollettinoculturale

Crisi della legge del valore e divenire rendita del profitto in Carlo Vercellone

di Bollettino Culturale

ups and downs economyCarlo Vercellone con la sua tesi sulla “crisi della legge del valore e divenire rendita del profitto” afferma che il profitto e la legge del valore, con lo sviluppo del capitale, acquisiscono un carattere maggiormente rentier. Dopo la crisi del fordismo si può osservare un ritorno e una moltiplicazione della rendita, che implica una generale inversione del rapporto tra salario, rendita e profitto. Secondo l'autore, c'è un approccio molto diffuso all'interno delle teorie marxiste che considerano la rendita un’eredità precapitalista che ostacola lo sviluppo del capitale stesso. Il capitalismo puro non consentirebbe l'esistenza della rendita. Allo stesso modo, esiste una lettura che sostituisce la rendita fondiaria con la rendita finanziaria e interpreta la crisi del 2008 come un conflitto tra questa vocazione rentier del capitale finanziario e il capitale produttivo "buono", che genera profitto e occupazione. Capitale e lavoro avrebbero stipulato un accordo che implicherebbe il controllo del prezzo dei beni, salari compresi, con l'obiettivo di garantire la piena occupazione e ristabilire il funzionamento della legge del valore tempo di lavoro socialmente necessario, contro le distorsioni causate dall'intervento del settore finanziario sul settore produttivo. Vercellone afferma di non essere d'accordo con questa lettura per quattro motivi: (1) la rendita non è al di fuori delle dinamiche del capitale, né si oppone al profitto; (2) la rendita non è separata dall'aumento della dimensione immateriale e cognitiva del lavoro, successiva alla crisi del fordismo, di cui fanno parte i servizi finanziari; (3) c'è un esaurimento della logica industriale dell'accumulazione di capitale e un aumento della vocazione rentier e speculativa dello stesso capitalismo produttivo; (4) nega la natura globale della finanza, che ora è nell'intero ciclo economico, rendendo ancora più difficile distinguere tra economia finanziaria ed economia reale.

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Published: 02 September 2022
Created: 29 August 2022
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lantidiplomatico

Reagire e non aspettare: il manifesto della lotta di classe nel XXI secolo

di Lidia Undiemi

81iqYt4PlzLcMentre il dibattito sul lavoro prosegue spedito su questioni spicciole, la realtà corre molto più velocemente verso un inesorabile stravolgimento della capacità dei lavoratori di produrre reddito, per sé e per la propria famiglia.

Sino a poco tempo fa abbiamo vissuto nel mito del lavoro dipendente “stabile” e in grado di garantire il benessere economico, senza troppe pretese.

Adesso siamo nella fase di stordimento, quella in cui tutti ci siamo bene o male resi conto che il lavoro dipendente sta gradualmente perdendo i suoi due attributi di “stabilità” e “benessere”.

Senza capire il perché è inutile discutere di quale sia l’alternativa.

Come spiego in dettaglio nell’indagine compiuta nel libro “La lotta di classe nel XXI secolo”, i motivi sono sostanzialmente legati alla deriva del sistema capitalista globalista, che inevitabilmente conduce a conflitti tra super potenze, di cui oggi possiamo iniziare a cogliere le conseguenze con il pericoloso aumento del costo della vita dovuto alla guerra energetica.

 

Il ritorno al lavoro tecnologico di stampo fordista

Riguardo alla tecnologia, questa ha indubbiamente migliorato per molti versi taluni processi di lavoro e la qualità della vita in generale, ma d’altro canto sta producendo gravi danni al benessere dei lavoratori, riproponendo modelli di organizzazione del lavoro sempre più simili alle catene di montaggio dell’800 e del 900: tempi di lavoro scanditi in modo standardizzato dalle macchine “virtuali”, risultati sempre più basati sulla mera capacità dei lavoratori di elaborare pratiche nel più breve tempo possibile senza un rilevante apporto di conoscenze, che sono invece inglobate direttamente nei software delle macchine in uso.

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Published: 02 September 2022
Created: 27 August 2022
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effettoseneca

Il Problema della Scienza sono gli Scienziati

di Steve Templeton

Un articolo di Steve Templeton, dal suo blog "Fear of a Microbial Planet" (L'avevo già postato un anno fa, ma mi sembra sempre attuale, e quindi è il caso di ripostarlo. Tanto per ribadire certe cose) [UB]

mad science clipart free mad scientist clipart hdCinque anni fa l'astrofisico e divulgatore scientifico Neil deGrasse Tyson ha twittato un testo davvero memorabile e degno di una citazione:

La Terra ha bisogno di un paese virtuale: #Rationalia, con una Costituzione a una riga: tutte le politiche devono essere basate sul peso dell'evidenza

Il mondo ideale di Tyson era attraente per molti a causa della politica istintiva e guidata dalle emozioni e della guerra politica tribale che aveva invaso ogni arena della vita pubblica, inclusa la scienza. Ha attirato molti dei suoi colleghi scienziati, persone addestrate a pensare in modo obiettivo e testare ipotesi basate su osservazioni sul mondo naturale.

L'unico problema: l'enorme peso delle prove dimostra perché il paese virtuale "Rationalia" semplicemente non esisterà mai.

Questo perché, per gli umani, pensare razionalmente richiede un'enorme quantità di energia e sforzo. Di conseguenza, la maggior parte delle volte non ci preoccupiamo di farlo. Invece, nella stragrande maggioranza dei casi, il nostro pensiero è guidato completamente dalla nostra intuizione e dai nostri istinti, senza che entri in gioco quel fastidioso pensiero razionale che interferisce sulle nostre decisioni.

Questa dicotomia è magistralmente spiegata nei minimi dettagli dal premio Nobel Daniel Kahneman nel suo libro Thinking Fast and Slow, ed è anche trattata con un focus sulle divisioni politiche nel capolavoro di Jonathan Haidt, The Righteous Mind. Entrambi sono opere interessantissime come tali e forniscono spiegazioni affascinanti sul perché ognuno di noi ha punti di vista diversi e perché è così difficile cambiarli.

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Published: 01 September 2022
Created: 29 August 2022
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linterferenza

L’ ideologia new-liberal e la deriva nichilista dell’Occidente

di Antonio Castronovi

Immagine evento“Il tramonto dell’occidente…esprime un destino a cui non ci si può sottrarre.
Il sole non si può fermare. Il tramonto è inevitabile.
L’occidente è la terra destinata a ospitare questo tramonto”.
(Umberto Galimberti – Il tramonto dell’Occidente )

 

Il capitalismo post borghese e tecnocratico: fine delle ideologie?

Il paradosso del nostro tempo è che viviamo in un’epoca iper-ideologica caratterizzata nello stesso tempo dalla negazione della stessa ideologia, in quanto la nostra sarebbe l’epoca post-ideologica e della Fine della Storia, dominata e governata dalla Tecnica. I suoi attori non sarebbero più le classi sociali ma oscuri tecnocrati che amministrano l’economia e la finanza e le tutelano dalle ideologie che vi si oppongono e le criticano. In questa autorappresentazione non ci sarebbe più posto per la filosofia e la politica come ricerca della verità sociale, come pensiero che trasforma il mondo con l’azione consapevole, e non ci sarebbe più posto per l’autocoscienza come processo di apprendimento dialettico dalla storia.

L’Epoca borghese è così tramontata con il tramonto del suo soggetto storico e della dicotomia borghesia-proletariato, e con la fine della narrazione che ne aveva segnato l’ascesa come ideologia del progresso.

La Globalizzazione si presenta oggi come fatalità ineluttabile e come destino, e tutto ciò che si oppone ad essa è denunciato come ideologia e come nemico da combattere anche con le guerre camuffate da guerre di civiltà.

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Published: 01 September 2022
Created: 28 August 2022
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blackblog

Lavoro morto, lavoro vivo: il gap energetico della società del lavoro [*1]

di Sandrine Aumercier

Aumersier1Ciò che angoscia molti, è cercare di capire come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto di quel che appare come uno sfrenato sviluppo tecnologico che implica l'automazione progressiva di ogni possibile attività, oltre a un incessante progredire di uno stato di sorveglianza di massa. Che genere di critica possiamo opporre a tale evoluzione, senza che essa si riveli solo come una sterile reazione, o un movimento puramente emotivo? Alcune delle critiche che sono già state fatte - e che sono diventate dei classici - si sforzano di trovare dei criteri per poter distinguere tra tecnologie buone e tecnologie cattive, tra un utilizzo buono e uno cattivo, tra tecnologie alienanti ed emancipatrici, se non addirittura tra tecnologie autoritarie e democratiche (se vogliamo usare i termini adottati da Ivan Illich, da Lewis Mumford, ecc.).

Spesso, sulla stampa o nella letteratura specializzata, leggiamo l'espressione del rifiuto che molte persone esprimono nei confronti di un «inaccettabile limite» dello sviluppo tecnico, il quale starebbe per essere superato. Vediamo anche come questo «confine inaccettabile» non smette mai di venire esteso e come, con ogni nuova generazione di critici, venga stabilito un nuovo «limite inaccettabile». Tuttavia, i criteri sembrano quasi sempre che siano basati, o sull'opinione degli autori stessi o sulle tendenze del loro tempo. Ciò che però tutti questi critici hanno in comune, è il fatto che essi idealizzano una loro «volontà consapevole», come se quasi fosse possibile determinare dei limiti razionali per questa «fuga in avanti» corrispondente alla competizione tecno-scientifica. Ma se osserviamo meglio, vedremo come invece queste critiche siano quasi sempre rivolte all'indietro: indicano dei limiti che sono già stati superati, o che si trovano in procinto di esserlo; cosa che le condanna, per principio, a essere delle posizioni reazionarie, oltre a renderle già superate a partire da ogni innovazione che si presenta.

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Published: 31 August 2022
Created: 27 August 2022
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gasparenevola

Pane e libertà. O della cugina povera rimasta vedova

di Gaspare Nevola

Pane e libertà: la cugina povera rimasta vedova. Questa è la storia o, meglio, il tema che vorrei qui vivificare in tempi di campagna elettorale

pane e libertà folla«Per sei famiglie italiane su 10 il tema del carrello della spesa o del caro bollette è prioritario rispetto a qualsiasi altra questione», in cima ai pensieri dei cittadini ci sono i timori dell’inflazione e del razionamento dell’energia. Così rilevano i sondaggi di opinione[1], i quali, come è noto, al di là della loro perizia tecnica nel descrivere le opinioni della società, contribuiscono a costruirle[2]. Simili timori del cittadino comune non dovrebbero essere trattati con supponenza, ma, d’altra parte, è bene che siano considerati nel contesto di una società che suole dirsi democratica e difendersi come tale. E qui il discorso pubblico non può banalizzare il tema della libertà, anche a costo di rimettersi a viaggiare in quel mare aperto e insidioso evocato dalla parola “libertà”: tanto quella degli antichi, quanto quella dei moderni, sia essa “libertà di” o “libertà da”, “libertà positiva” o “libertà negativa”[3]

Ben sappiamo quanto la libertà di ciascuno abbia dei limiti: limiti dati dalla libertà degli altri e dal danno che la libertà di ciascuno può procurare agli altri, come è stato teorizzato in modo esemplare, già a metà Ottocento, da un liberale classico come John Stuart Mill, padre di quell’utilitarismo che pure riconosceva in cima alla sua dottrina che “nessuno è miglior giudice di se stesso nel definire i suoi interessi di libertà”[4]. Ma il principio di Stuart Mill, tanto invocato (e strumentalizzato) dai sapiens  e dai minus sapiens dei nostri giorni, costituisce l’inizio e non la fine del discorso sulla libertà, specie in una società che si vuole democratico-pluralistica, fatta di maggioranze e minoranze, di costituzioni e di culture che intendono tutelare proprio il pluralismo (delle idee, degli interessi, dei valori), i diritti e le libertà; una società dove la tutela è posta anzitutto a difesa delle minoranze, temendo la “dittatura della maggioranza”, ovvero il fatto che the winner takes all – anche se pare che per molti tale timore valga solo nei giorni dispari, dato che lo si dimentica o respinge nei giorni pari.

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Published: 31 August 2022
Created: 26 August 2022
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sinistra

Caduto Draghi resta la sua agenda. Che non si fa mettere ai voti

La parola non alle urne, ma alla piazza!

di Nucleo Comunista Internazionalista

nucleocom DRAGHI html e9aa5911970a74dcAlle porte di mesi cruciali e devastanti – con tanto di possibili se non probabili razionamenti di gas, energia elettrica, forse anche di cibo e di altri possibili se non probabili giri infernali della giostra pandemica in seguito alla diffusione di nuovi virus o di nuove varianti – la caduta del governo Draghi di unità nazionale avvenuta il 20 luglio è una disdetta, un motivo di intorbidimento delle acque, dal punto di vista del movimento sociale di opposizione sorto il sabato 24 luglio 2021 che bene o male (male! certamente si può dire; ma gli uomini e le donne che da allora si sono attivizzati lo hanno fatto come hanno potuto in un quadro generale sfavorevole…) ha cercato di contrastare la subdola guerra di classe (1) dichiarata e attuata dal governo Draghi.

Sarebbe stato utile, secondo il nostro modo di vedere, avere innanzi nel combattimento sociale alle porte la Forza nemica apertamente unificata in tutti i suoi tentacoli politici dietro alla figura-Draghi incarnazione del potere più assatanato del capitale. Cosa estremamente utile come fattore di catalizzazione del massimo di energie disponibili nella lotta “contro tutti”, contro il governo “di tutti”, inclusa opposizione lealista e di facciata fratelloitaliota. Soli contro tutti e senza alcuna tangibile “sponda” parlamentare: splendida posizione di isolamento (rispetto ad una baracca marcia fradicia e tutta la sua ciurma) e di combattimento sociale e politico! Con il venir meno, per il momento, dell’Union Sacrée politica in questo senso si intorbidiscono le acque. Il polverone alzato con la crisi di governo ad annebbiare la vista.

Dobbiamo amaramente riconoscere che il governo di unità nazionale installato nel febbraio 2021ha centrato il suo principale obiettivo e Draghi lo ha, con giusta ragione dal suo punto di vista, rivendicato nel suo perentorio discorso programmatico pronunciato il 20 luglio alla Camera sul quale ha chiesto la fiducia.

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Published: 30 August 2022
Created: 26 August 2022
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cumpanis

La cambiale della guerra: siamo tutti incastrati

di Fabio Mini

Il risultato più evidente, mentre sul terreno poco si muove, è che gli sponsor di Kiev, anche quelli ormai meno entusiasti, non possono più tirarsi indietro

IMG 20220826 185559 1024x767Sembra la scadenza di una cambiale e in un certo senso lo è, ma non a sei mesi e nemmeno a un anno. La guerra non si misura a mesi, si misura a eventi, fatti importanti, cambiamenti strategici e soprattutto si misura alla fine. Ci sono state guerre di una notte, sei giorni e cento anni. Le celebrazioni o le ricorrenze riguardano le date d’inizio e fine e, in mezzo, le date delle vittorie, delle sconfitte e dei massacri. In Ucraina da tre mesi a questa parte non si è visto nulla di tutto ciò e anche i massacri dovranno essere accertati con riscontri oggettivi e non quelli della propaganda, che è uno strumento di guerra e non una sua finalità. Si sono viste alcune stanche attività sul campo di battaglia e quasi nulla su quello politico-strategico. Le posizioni sono quasi stabilizzate: i russi non premono sull’acceleratore per superare il Dniepr e nemmeno per arrivarci. Si limitano a consolidare le retrovie e le linee dei rifornimenti oltre a istituzionalizzare il controllo della popolazione dei territori occupati. Territori non ancora reclamati dalla Russia, ma appartenenti alle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk.

Gli ucraini non hanno risorse e capacità né per andare avanti né per ritirarsi. Tutti gli sponsor dell’Ucraina si danno da fare, ma con minore energia e determinazione di un mese fa. A chiacchiere, il sostegno americano e della Nato è immutato, nei fatti l’Ucraina non ha ancora i mezzi per nessuna azione decisiva. L’insistenza con la quale negli Usa e nel resto del mondo si enfatizzano i successi ucraini “grazie al ruolo determinante delle armi occidentali” e soprattutto degli Himars Usa è più una dichiarazione di cedimento che di propulsione. Sembra che si voglia mettere in evidenza che l’occidente ha fatto già la sua parte e ora, contrariamente a ciò che dice Zelensky, è l’Ucraina che se la deve sbrigare e non il resto del mondo.

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Published: 30 August 2022
Created: 19 August 2022
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la citta futura

America latina, la “nuova onda” progressista e il socialismo bolivariano

di Geraldina Colotti

Dopo l’attacco ai germogli di rivoluzione sbocciati 20 anni fa in America Latina a seguito dell’affermazione di Hugo Chavez in Venezuela, si assiste a una seconda ondata progressista. Ma sussistono differenze importanti fra le due ondate e differenziazioni strategiche fra le esperienze rivoluzionarie di Venezuela e Cuba e l’approccio moderato di altre forze progressiste, come quella del Pt di Lula in Brasile

db3c3c41db567cb432ab683bb772b5e2 XLUna seconda ondata progressista per l’America Latina? E su quali basi, forze, contenuti, nemici e alleati? La vittoria di Gustavo Petro, in Colombia, ha riacceso il dibattito: con qualche riflesso persino nell’isteria bovina che anima il nostro Stivale, avviato al voto anticipato. Nel pollaio politico in cui si beccano galletti e galline, si ripresenta infatti puntuale il presunto spauracchio Venezuela, simbolo di un socialismo come quintessenza di tutti i mali, fallito in ogni sua forma.

Che il “socialismo bolivariano” sia stato e sia lo stimolo per la tenuta o la ripresa dei processi di cambiamento in America latina, è dimostrato dai fatti. Il primo fatto, più testardo di tutti, è che, in Venezuela, ci sono governi che si richiamano al socialismo da quasi 24 anni: ossia da quando, il 6 dicembre del 1998, l’ex tenente colonnello Hugo Chávez Frias vinse alla grande le presidenziali, alla guida di una coalizione composta da nazionalisti progressisti, da partiti di centro-sinistra o di estrema sinistra e da ex guerriglieri che avevano combattuto con le armi le “democrazie camuffate” della IV Repubblica.

La prima “muta” di quel blocco sociale “plebeo”, deciso a portare la sfida di una nuova egemonia, coniugando 500 anni di lotta anticoloniale a una seconda indipendenza basata sui principi del socialismo (in base, però, a un modello che non fosse “né calco né copia”), avvenne dopo il golpe contro Chávez del 2002, e dopo la lunga serrata petrolifera padronale che seguì al ritorno al governo del Comandante. Gli elementi di socialismo si fecero da allora sempre più marcati. I parametri di quella svolta erano già insiti nel processo costituente, approvato dopo un’ampia discussione nel paese, nel 1999.

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Published: 29 August 2022
Created: 28 August 2022
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maggiofil

Disertare contro il perbenismo guerrafondaio*

di Valerio Romitelli

Imperialismo americanoTra i tanti significati che può avere il termine gergale “perbenista” ce ne è uno che lo rende particolarmente d’attualità. Diciamo dunque che perbenista è chiunque creda che il mondo così com’è andrebbe bene, anzi di bene in meglio, se non ci si mettessero di mezzo dei fenomeni maligni, diabolici, che ne ostacolano il normale progresso civile e naturale.

Alla luce di questa definizione possiamo distinguere almeno due tipologie di perbenisti. C’è quella più classica del perbenista conservatore e moderato, che crede anzitutto nelle virtù civilizzatrici dello sviluppo tecnologico e delle istituzioni statali garanti della libertà; qui i fenomeni contrari al bene del progresso deriverebbero quindi dai cattivi sentimenti serpeggianti tra gli individui, quali la disonestà, la corruzione, l’ignoranza o la prepotenza autoritaria, se non totalitaria, ai quali le istituzioni democratiche o le virtù concorrenziali connesse alla libertà di mercato sarebbero chiamate a porre limiti.

Accanto a questa tradizionalissima figura di perbenista liberale, moralista, conservatore e moderato, c’è però anche quella del perbenista di sinistra, non esclusa anche la più estrema. Anche qui non manca certo la fiducia nella potenza emancipatrice del progresso tecnologico, ma la figura collettiva portatrice del bene nel mondo da questo punto di vista non è tanto lo Stato o le istituzioni pubbliche quanto il sociale. Sarebbero infatti le lotte e la cooperazione solidale messe in campo dalla “moltitudine” più generica e sfruttata dell’umanità a creare il “bene comune”; quel “bene comune” in cui si condenserebbero gli avanzamenti sia dello sviluppo tecnologico sia del riconoscimento dei diritti sociali.

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Published: 29 August 2022
Created: 23 August 2022
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jacobin

I dilemmi marxisti di Paul Sweezy

di John E. King

L’economista statunitense ha dedicato la propria vita a comprendere il funzionamento del capitalismo e i suoi cambiamenti dai tempi di Marx. Le grandi domande economiche che ha affrontato perseguitano ancora oggi la sinistra socialista

Sweezy jacobin italia 1320x481Paul Sweezy è stato uno degli economisti marxisti più illustri e più controversi del ventesimo secolo. Ha affrontato alcune delle questioni più vitali che chi vuole comprendere il capitalismo per poterlo superare si trova davanti. Nonostante abbia giocato un ruolo significativo nel diffondere le idee di Karl Marx, non gli è bastato fermarsi a questo e ha sviluppato un proprio schema concettuale per spiegare il modo in cui le economie capitaliste si stavano evolvendo durante i decenni del dopoguerra.

I suoi due libri più importanti, La teoria dello sviluppo capitalistico (1942) e Il capitale monopolistico (1966), quest’ultimo scritto insieme a Paul Baran, hanno generato una grande quantità di letteratura critica, e sono stati tradotti in molte lingue. La sinistra odierna è ancora alle prese con i problemi che Sweezy ha incontrato nel cercare di dare un senso al capitalismo contemporaneo, e la sua influenza continua a farsi sentire nel mondo intellettuale dell’economia politica radicale.

 

Il percorso di Sweezy verso il marxismo

Paul Marlor Sweezy è nato a New York City il 10 aprile 1910, figlio di un banchiere di Wall Street. È stato educato alla Phillips Exeter Academy e all’università di Harvard, dove si è laureato nel 1931, senza aver imparato assolutamente niente di Marx. Nel 1932-33, si è iscritto alla London School of Economics, dove ha studiato economia liberale sotto Friedrich von Hayek e Lionel Robbins, ma ha anche appreso idee politiche socialiste da Harold Laski.

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Published: 28 August 2022
Created: 23 August 2022
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lafionda

Che fine hanno fatto la UE e l’antieuropeismo?

di Matteo Bortolon

europacartaNell’arco dello scorso decennio un elemento importante del conflitto politico europeo è stato la posizione sulla Ue. La contrapposizione europeisti vs. antieuropeisti (semplificando) si è definita come trasversale rispetto a progressisti vs. conservatori o sinistra vs. destra, rispecchiando un po’ quella – a parere di chi scrive non particolarmente azzeccata – globalisti vs. antiglobalisti. Una contrapposizione capace di generare rotture, polemiche e contrasti, che ha visto il punto di massima intensità nei dibattiti sull’euro, ma nel biennio 2020-21 pare essersi offuscata, uscendo dal dibattito pubblico, perciò ci dobbiamo chiedere: che fine hanno fatto l’euro e la Ue come elementi divisivi e clivage politici? È una eclissi temporanea o permanente? Ma sopratutto: i soggetti che hanno assunto una posizione forte in merito per qualificarsi come sono messi?

In un arco cronologico grosso modo decennale (2010-2019) l’Unione europea ha subito le più vivaci contestazioni dalla sua nascita (1993), con il fiorire di gruppi, movimenti e partiti che programmaticamente la inserivano nei loro obiettivi polemici o che ne caldeggiavano la distruzione o il severo ridimensionamento.

Da una parte stavano coloro per cui l’unità europea era un valore forte tanto da glorificare la Ue o, in caso di posizioni più critiche dei modelli dominanti basati su mercato, concorrenza, e simili, da sostenerne una riforma significativa in direzione di riduzione delle diseguaglianze, lotta alla povertà, misure a favore dell’ambiente, ecc. Riformare l’Europa per un modello progressista (o addirittura socialista).

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Published: 28 August 2022
Created: 27 August 2022
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antropocene

La crescita si fermerà, per un motivo o per l'altro

Juan Bordera e Ferran Puig Vilar intervistano Dennis Meadows

Cinquant'anni dalla pubblicazione di The Limits of Growth (I limiti dello sviluppo): un'intervista di Juan Bordera e Ferran Puig Vilar a Dennis Meadows, coautore del Rapporto.

6fab35e296156f1b1431bf958fe7547d XLQuesto è un anno speciale. Ricorre il 50° anniversario della pubblicazione di una delle opere più importanti del XX secolo: The Limits of Growth [I limiti dello sviluppo (nell'edizione italiana) N.d.R.]. Quell’opera che, già nel 1972, dava un chiaro avvertimento che il pianeta aveva dei limiti e poco tempo per affrontarli. Per questo motivo, uno dei principali autori, Dennis Meadows, ha rilasciato interviste ad alcuni dei più importanti media del mondo, come Le Monde o la Suddeutsche Zeitung.

Inflazione galoppante. Guerra. Problemi energetici sempre più gravi. Ondate di calore precoci e più potenti. Arresti di scienziati. Mattanze alle frontiere. Battute d'arresto sui diritti delle donne che ci riportano indietro di 50 anni ... Esattamente 50 anni. Tutto questo ha qualche collegamento?

In realtà lo ha.

* * * *

Juan Bodera: Sono passati 50 anni dalla pubblicazione del vostro libro e il vostro scenario standard del modello World3 è molto simile alla realtà; avevate previsto che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. È quello che stiamo iniziando a vedere ora?

Dennis Meadows: Non avevamo fatto previsioni, avevamo detto che è impossibile "prevedere" con precisione qualsiasi cosa in cui il comportamento umano sia un fattore; quello che avevamo fatto è stato modellare 12 scenari coerenti con le regole fisiche e sociali: 12 possibili futuri. Uno di questi, lo "standard", come sapete, mostrava che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. Poi tutte le variabili (produzione industriale, produzione alimentare, ecc.) avrebbero raggiunto il picco e in circa 15 anni avrebbero iniziato a diminuire inesorabilmente.

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Published: 27 August 2022
Created: 27 August 2022
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sinistra

Rivoluzione francese e temporalità del soggetto collettivo: tra Sieyès e Marx

di Luca Basso

In L. BASSO , S. BRACALETTI , M. FARNESI CAMELLONE , F. FROSINI , A. ILLUMINATI , N. MARCUCCI , V. MORFINO, L. PINZOLO , P.D. THOMAS , M. TOMBA: Tempora multa. Il governo del tempo, Mimesis, 2013

Magnus Enckell Ragazzi sulla spiaggia 1910. Courtesy Amos Rex1. Il problema della Rivoluzione francese

Il punto di partenza del discorso consiste nell’idea secondo cui la Rivoluzione francese, pur dovendo venir interpretata storicamente, in quanto elemento in sé concluso, attiva però una serie di aspetti che vanno al di là di un’epoca specifica, determinata. Ci si trova di fronte a un vero e proprio ‘campo di battaglia’ dell’analisi storica e politica: posizionarsi rispetto a tale avvenimento viene a rivestire una funzione cruciale anche per la comprensione della situazione presente. Inoltre, dal punto di vista storico in senso stretto, è necessario rilevare che la Rivoluzione francese costituisce un evento complesso, in cui si intrecciano varie rivoluzioni, quella del Terzo Stato, quella dei sanculotti nelle città e quella dei contadini nelle campagne. In tal senso, la vecchia interpretazione marxista della Rivoluzione francese come rivoluzione borghese1 coglie sicuramente un aspetto del problema, ma risulta non del tutto adeguata per farne emergere i segni distintivi. Tra l’altro, vari studi2 hanno rimarcato che, a rigore, a dare inizio alla rivoluzione furono gli officiers, e quindi la borghesia intellettuale e delle professioni, e non tanto la borghesia ‘capitalistica’. Occorre, quindi, problematizzare il plesso Rivoluzione francese-sviluppo capitalistico: non appare così del tutto evidente, indiscutibile la tesi, secondo cui la Rivoluzione francese portò a realizzazione gli interessi borghesi. Per quanto concerne gli studi sulla Rivoluzione, è necessario richiamare, dopo alcuni importanti testi ottocenteschi (si faccia riferimento, ad esempio, a Thiers, Michelet, Tocqueville), la Storia socialista della Rivoluzione francese di Jaurès, apparsa per la prima volta tra il 1901 e il 1904, che esercitò un grande influsso, in particolare nello scenario francese3.

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Published: 27 August 2022
Created: 22 August 2022
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coku

La supplenza metafisica. Ágnes Heller legge Marx

di Leo Essen

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«La teoria dei bisogni di Marx», apparso in Italia nel 1974 con una lunga prefazione di Rovatti, raccoglie alcune sottili riflessioni che Ágnes Heller – allieva di Lukács – elabora a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta.

Heller riprende e approfondisce l’umanismo anti-positivista tipico della svolta marxista degli anni 20. Il suo lavoro di distruzione si dirige verso quell’automatismo struttura-sovrastruttura che aveva lasciato all’azione umana (alla libertà) ben poco spazio.

Sono le condizione economiche, le leggi di sviluppo del capitalismo, che determinano le svolte sociali e politiche, che decidono del destino degli uomini.

È proprio contro queste leggi che Heller dirige la sua decostruzione. Una decostruzione storicista che piega il marxismo verso un umanismo vitalista. Il quadro è noto – non mi dilungo. L’uomo entra nella storia lavorando – lavorandosi – estraniandosi nel mezzo – nel medio, il quale gli si rivolta contro e lo domina.

È la storia del lavoro vivo che si oggettivizza in lavoro morto, e in quanto lavoro morto – capitale – comanda il suo produttore, etc. Questo sdoppiamento, che nel capitalismo diviene appunto sdoppiamento tra lavoro vivo e lavoro morto, tra valore-uso e valore (valore-scambio) etc, si struttura in antinomie che nel capitalismo, dice Heller, sono antinomie della produzione sviluppata di merci.

Il capitalismo si esprime in queste antinomie. Di più, il capitalismo è strutturato come un insieme di antinomie. La legge sta dal lato del lavoro estraniato. I rapporti sociali feticizzati in cosalità, dice Heller, stanno di fronte ai singoli uomini come leggi economiche, quasi-leggi di natura.

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Published: 26 August 2022
Created: 24 August 2022
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nicomaccentelli

Programmi

di Nico Maccentelli

We Can Do ItHo preso le sintesi(1) dei programmi di due liste che intendono porsi in opposizione e alternativa politico-sociale ai governi fin qui avuti nel nostro paese e qui mi fermo, capirete poi il perché. I programmi sono di Unione Popolare per De Magistris e Italia Sovrana e Popolare. Li riporto qui sotto:

Partiamo da quello di Unione Popolare. Ebbi a suo tempo a criticare i testi del Brancaccio, di Tomaso Montanari e Anna Falcone, che intendevano ricostruire una sinistra alternativa al sistema vigente, ma senza mai nominare gli attori di questo sistema, mai un avversario, mai un nemico. Il risultato era una pappa melensa di buone intenzioni intrisa di giustizia sociale, ambiente pulito, parità di genere, diritti civili. Tuttavia persino quei testi, così come i programmi di Coalizione Civica e di altre listarelle della sinistra “radicale” in quota al PD per alleanze, erano meno vaghe, generiche, prive di sostanza del programma di UP.

Prendiamo alcune parole d’ordine: “Ricompensare e rispettare il lavoro”: che cosa vuol dire? Tutto e niente. Anche il padrone che usa i caporali per i campi di pomodori ricompensa il lavoro: a due euro l’ora… e allora? Mah, si poteva dire salario minimo a 10 euro, che viene detto ma nelle vertenze (e la questione della comunicazione immediata è una delle tare degli autoreferenziali…), abolire leggi come il jobs act, ripristinare l’art 18 e ampliare i diritti e le tutele sul lavoro, un governo che non guarda i profitti ma la piena occupazione, il reddito, il salario… macchè, due righe per non dire nulla sul lavoro.

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Published: 26 August 2022
Created: 23 August 2022
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contropiano2

La guerra vista senza paraocchi

di Michele Franco

Intervista a Francesco Dall’Aglio, Ricercatore presso l’Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia (Bulgaria)

guerra senza paraocchi 720x300Sul tuo profilo Facebook stai conducendo una disamina seria e documentata delle notizie che provengono dagli eventi che, quotidianamente, si consumano nel corso della guerra in Ucraina. Leggendo i tuoi post e i commenti che esprimi si ricava l’impressione di osservare un altra realtà rispetto a quella che ci viene propinata dai dispositivi della comunicazione deviante che appestano la “pubblica opinione”. Puoi illustrarci le motivazioni e le ragioni per cui ti stai cimentando in questa attività?

Le motivazioni non hanno nulla a che fare con l’apprezzamento per la ‟operazione speciale”, come ogni tanto qualcuno mi rinfaccia. Il motivo è molto semplice: io mi occupo di storia e presto molta attenzione all’interpretazione delle fonti.

Per motivi professionali, inoltre, conoscendo sia il russo che l’ucraino (molto meno bene purtroppo) avevo la possibilità di seguire i media locali, da ben prima che scoppiasse la guerra.

Fin dall’inizio del conflitto ho notato uno scollamento pressoché assoluto tra le informazioni che al pubblico italiano, e occidentale in generale, era consentito ricevere dai mass media, e ciò che si vedeva sul campo. Tutto ciò che contrastava con i punti fermi del discorso che, per brevità e in maniera un po’ superficiale definirò ‛atlantista’, veniva omesso; le voci dissidenti etichettate come prezzolate dal Cremlino, e i media russi censurati per evitare che ‛infettassero’ l’opinione pubblica.

Ho anche notato da subito una distanza abissale tra la doppia narrazione che ci veniva fornita: una Ucraina valorosa e che bisogna dotare di armi ed equipaggiamenti perché in tempi più o meno brevi la sua resistenza consentirà di infliggere perdite talmente tanto alte alla Russia da obbligarla a ritirarsi e a chiedere la pace.

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Published: 25 August 2022
Created: 09 July 2022
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materialismostorico

Comunismo e/o marxismo? Note in margine a La questione comunista. Storia e futuro di un’idea, di Domenico Losurdo

di Luigi Alfieri (Università di Urbino)

SALVO HERO1.

È come filosofo politico che intervengo qui: toccherò quindi quello che in un’ottica filosofico-politica mi sembra il tema fondamentale proposto nel libro postumo di Losurdo.

Da un punto di vista filosofico-politico, direi che il punto centrale, sia per la sua obiettiva importanza intrinseca, sia per tutta una serie di conseguenze anche implicite ma comunque molto rilevanti che ha, è la polemica di Losurdo contro la teoria dell’estinzione dello Stato e in particolare contro le versioni anarcoidi e utopistiche recenti di questa teoria, il cui atteggiamento Losurdo, con un’espressione che mi piacerebbe rubargli, caratterizza come “gesto civettuolo” che maschera una posizione rinunciataria da slancio utopico1. E si riferisce a Badiou, a Negri, ad Asor Rosa, a Žižek, a coloro insomma che continuano a vedere nel marxismo essenzialmente una dottrina del superamento dello Stato, e quindi della politica, e quindi di ogni forma di potere2. Senza considerare abbastanza che il potere statale non è necessariamente soltanto strumento di oppressione, ma può anche essere strumento di garanzia, di protezione, di riconoscimento.

Mi sembra che a questo proposito Mimmo ragioni in un’ottica che è evidentemente, direi clamorosamente, hegeliana. Ci sono dei brani, dei capitoli interi di questo libro che potrebbero essere intitolati Hegel con- tro Marx3. Non c’è dubbio che la visione che Losurdo esprime dello Stato, in questo testo, è molto più hegeliana che non marxista. Anche se in verità Losurdo presenta la propria presa di distanza dalla teoria dell’estinzione dello Stato come conseguenza di un “processo di apprendimento” interno alla storia del marxismo, quindi come un almeno potenziale o incompleto autosuperamento del marxismo stesso:

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  1. Giordano Sivini: Le basi per una discussione sull’esperienza cinese
  2. Alberto Sgalla: L’anti-positivismo rivoluzionario e il ruolo del partito nel pensiero di Lenin
  3. Il Rovescio: Tabula rasa, o della scuola digitale
  4. Piero Bevilacqua: I danni del Partito Democratico all’Italia
  5. Gaspare Nevola: Potere della crisi e retoriche dello screditamento
  6. Vittorio Morfino: Introduzione a Tempora multa. Il governo del tempo
  7. Pier Paolo Dal Monte: I tortuosi sentieri della conoscenza: orientarsi nel vasto mondo
  8. John J. Mearsheimer: Giocare con il fuoco in Ucraina
  9. Sandro Moiso: Un capitalismo totale?
  10. Alessandro Barile: L’indecifrabile genealogia degli anni Settanta
  11. Fosco Giannini: La “questione comunista” e la fase che viviamo
  12. Leonardo Mazzei: Gas: i fenomeni del "Whatever it takes"
  13. Sandro Moiso: Paul Auster e i fantasmi della guerra civile americana 2.0
  14. Enrico Livraghi: Lo statuto dell’immagine digitale
  15. Jacques Camatte: Niente è risolto
  16. Gaspare Nevola: Caccia alle streghe: successo di una mitologia e “razionalità” politica. Lettura sotto l’ombrellone
  17. Michael Roberts: Ucraina: l’invasione del capitale
  18. Il Rovescio: Istantanee per le anime afflitte e per quelle esaltate
  19. Mariano Bizzarri: COVID. I vaccinati si ammalano più degli altri: cosa cambia con la “scoperta” dell’ISS
  20. Igor Pelgreffi: La società automatica secondo Bernard Stiegler: lo stato della mutazione
  21. Michele Castaldo: Tra antirazzismo di maniera e razzismo di fatto
  22. Lauso Zagato: Chi salvò il liberalismo da se stesso
  23. Giorgio Ferrari: La guerra sporca che si combatte intorno a Zaporizhzhia
  24. Eugenio Donnici: C’era una volta la FIAT di Bocchigliero
  25. Megas Alexandros: Dodici anni di distruzione economica per convincere la BCE a fare la Banca Centrale

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