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Published: 24 December 2024
Created: 21 December 2024
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lafionda

“Lessico del neoliberalismo. Le parole del nemico”: una recensione

di Antonio Semproni

there is no alternative.pngIn “Lessico del neoliberalismo. Le parole del nemico” (Autori vari de La Fionda, Rogas, 2024) sono commentati i termini e le espressioni che la cultura neoliberale ha coniato o di cui si è appropriata, risemantizzandoli, per costruire un senso comune trasversale al tessuto sociale e perciò atto a negare la pensabilità di un’opposizione all’ordine neoliberale o comunque di una trascendenza di quest’ordine.

Questi termini ed espressioni corrispondono a concetti che Herbert Marcuse riterrebbe operativi, cioè la cui descrizione si esaurisce in una serie di operazioni e, tramite queste, in una o più funzioni. I concetti operativi designano quindi la cosa nella sua funzione, realizzando un’identificazione tra cosa e funzione, per cui attributo precipuo della prima è il suo ruolo servente l’ordine esistente. Così, per esempio, l’economia sociale di mercato dovrebbe soddisfare i bisogni sociali e le tecnologie smart dovrebbero risultare sempre e comunque intelligenti e pertanto profittevoli all’uomo.

L’operazionismo – cioè la definizione dei concetti in senso operativo – astrae dalla cosa in sé, dal complesso delle sue potenzialità che, se estrinsecate, la porrebbero in una relazione rinnovata con l’insieme di altre cose che compongono l’ordine esistente: una relazione che potrebbe anche assumere tratti conflittuali. Il concetto operativo rimuove dunque dalla cosa qualsiasi portata negatoria dello status quo o anche solo ostativa alla direzione indicata dal progresso. Così, per esempio, il concetto di concorrenza, se consideriamo l’etimologia del termine, indica l’azione di correre insieme e dunque dovrebbe escludere la competizione senza scrupoli tra gli operatori economici, dando piuttosto adito o a una regolamentazione statale che detti loro i tempi e i modi di realizzazione del bene comune o, addirittura, a una collaborazione orizzontale tra di essi.

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Published: 24 December 2024
Created: 24 December 2024
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sinistra

Antigone e noi

di Salvatore Bravo

antigone sito.jpgLetteratura e filosofia greca 

Vi sono opere eterne, il cui significato polisemico cela la verità della condizione umana che si presta a una molteplicità di letture condizionate dalle circostanze storiche. La verità è nella storia e si svela in essa, pertanto vi sono nuclei veritativi filtrati mediante l’orizzonte storico-mondano in cui l’essere umano è situato.

La letteratura greca è fonte di verità come la filosofia, si utilizzano linguaggi differenti ma in esse si colgono verità intramontabili. La verità non brilla al di là dello spazio e del tempo, essa è nel mondano, quindi pone problemi interpretativi, e nei differenti periodi storici un particolare aspetto della verità prevale sugli altri. La verità è prismatica e dinamica, è unità che contiene e relaziona una pluralità di aspetti tra di loro razionalmente congiunti in una fitta rete di relazioni. La letteratura e la filosofia greca sono creazioni politiche, in esse sono iscritte le progettualità politiche nelle quali il processo che conduce dal particolare al generale si rende reale e razionale mediante il confronto dialettico. La tragedia è processo di superamento concettuale delle scissioni che conducono a una conflittualità nichilistica e irrazionale.

La letteratura e la filosofia greca, dunque, non possono essere spiegate con il semplice rapporto struttura-sovrastruttura, tale consapevolezza vi era anche in Marx. La verità eccede la storia pur vivendo in essa. L’eterno si materializza nella storia. Marx è autore di stampo idealistico, egli è un hegeliano in tale prospettiva, poiché l’eterno si svela nella storia. Ogni semplicismo rischia di introdurre l’irrazionale il quale comporta una contrazione della capacità di decodificare la verità nel suo disvelamento storico.

Il mondo greco è per Marx un problema, poiché sfugge alle categorie del materialismo, vi è in esso un’eccedenza che esige altre categorie per poter essere interpretato e compreso. La verità della condizione umana ha un nucleo profondo che sfugge all’applicazione meccanica di taluni schemi preordinati:

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Published: 23 December 2024
Created: 18 December 2024
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seminaredomande

L’astronomica finanziarizzazione di Stellantis

di Francesco Cappello

Se i margini di profitto delle grandi imprese si riducono mentre si alzano i rendimenti finanziari l’economia si finanziarizza a discapito della capacità produttiva reale. La finanza parassitizza l’economia reale. Ovviamente non potrà continuare per molto. La guerra è allo stesso tempo effetto e causa di questo stato di cose

macchine invendute 006.jpgStellantis è nata il 16 gennaio 2021 dalla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles (FCA) e Groupe PSA. La nuova entità era diventata uno dei principali produttori automobilistici al mondo, con un portafoglio di 15 marchi in tutto il mondo, tra cui Fiat, Peugeot, Jeep, Alfa Romeo, e Maserati, 250.000 dipendenti e un fatturato di 190 miliardi di euro.

È scoppiato il bubbone della profonda crisi che sta attraversando il colosso automobilistico, in termini di calo delle vendite e aumento ingestibile delle scorte che ha portato alle dimissioni di Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis. Il valore delle azioni è crollato di oltre il 50% rispetto al picco del 2024. Il licenziamento coatto dell’amministratore delegato ha fatto seguito a uno scontro interno con il consiglio di amministrazione che gli ha comunque garantito una buon’uscita da 120 milioni di dollari e il mantenimento nel consiglio di amministrazione.

È di oggi l’annuncio di un piano ambizioso per rilanciare la produzione automobilistica in Italia, che dovrebbe vedere la nuova Fiat 500 presso lo stabilimento di Mirafiori, a Torino, la produzione della Panda nello stabilimento di Pomigliano d’Arco, in Campania, e una triplicazione dei volumi di produzione a Melfi, in Basilicata. A Cassino, nel Lazio, il gruppo promette l’avvio le linee per tre nuovi modelli di Alfa Romeo. Per sostenere questo piano, Stellantis ha stanziato 2 miliardi di euro di investimenti, dichiarando di non aver richiesto alcun supporto economico da parte dello Stato italiano.

A contribuire alla crisi del gruppo c’è sicuramente stata la minore attenzione verso i segmenti produttivi più tradizionali che in passato avevano decretato il successo del gruppo, a favore della transizione troppo veloce verso l’elettrico che ha causato prezzi troppo elevati delle auto elettriche e standard di qualità, sicurezza e sostenibilità ambientale assai discutibili.

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Published: 23 December 2024
Created: 19 December 2024
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lospiteingrato.png

Per una critica della ragione militare

di Antonio Prete

2024.12.19. PRETE.pngNelle guerre in corso l’orrore, giorno dopo giorno, è addomesticato, reso tollerabile perché evocato come notizia tra le notizie, come accadimento quotidiano e usuale: la stessa parola guerra finirà con essere rubricata accanto a voci come borsa, sport, cronaca nera e di costume. Le tante testimonianze di reporter e giornalisti esposti al pericolo ci trascorrono dinanzi agli occhi, con la loro immensa gravità, senza che l’indignazione dal singolo si estenda alla moltitudine, senza che il sapere del dolore sconfinato si trasformi in un grido, senza che la conoscenza diventi denuncia assidua e corale delle responsabilità.

E anche laddove alcune parole potrebbero avere in sé una più adeguata corrispondenza alla sconfinata violenza messa in atto, si ricorre ad attenuazioni, a distinzioni, a rassicuranti comparazioni storiche: la parola genocidio, usata per indicare quel che accade a Gaza, è apparsa e continua ad apparire a molti impropria (anche se il Papa e alcune inchieste delle Nazioni unite l’hanno adoperata). Un’anestesia del tragico permette di non introdurre il turbamento e l’angoscia nel ritmo delle giornate e nelle quotidiane occupazioni.

Se nei decenni trascorsi alcune guerre provocavano tra intellettuali, scrittori, artisti, forti prese di posizione, appelli condivisi, analisi – penso a quel che accadde con la prima guerra del Golfo – ora l’indignazione non trova le vie di una sua rappresentazione diffusa. E persino le condanne emesse, su certificata e incontestabile documentazione, da una Corte internazionale di giustizia suscitano riserve, distinzioni, tentativi di neutralizzazione.

Eppure quel che accade continua a mostrare un’abiezione dell’umano propria dei tempi più tragici della storia. Sui vari fronti della guerra in Ucraina in tre anni ci sono state migliaia e migliaia di vittime, da una parte e dall’altra, e la distruzione di strutture non solo militari ha portato una devastazione di regioni e di paesaggi e di relazioni tra comunità della stessa lingua difficilmente ricomponibili.

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Published: 22 December 2024
Created: 16 December 2024
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coku

L’invenzione della proprietà privata

di Leo Essen

il cuore 1220x600.jpgLa volontà libera – sapersi nell’assoluto – può volere solo in quanto partecipa di quella verità, è sussunta sotto di essa, e ne consegue. L’eticità è lo spirito divino in quanto dimorante nell’autocoscienza, nella sua presenza effettiva. Se la volontà è pensata come il contenuto della libertà, e si parla pertanto di volontà libera, questa volontà non può essere considerata come esterna, come proveniente da fuori. Se così fosse, e il volere venisse dall’esterno, la volontà non potrebbe pensarsi come volontà libera, ma sempre e soltanto dipendente da questo fuori. Dunque, tra il contenuto e la forma deve esserci comunione, identità – auto-coscienza. Questa comunione, dice Hegel (Enciclopedia, Spirito oggettivo §552), si riscontra nel seno stesso della religione cristiana, nella quale non è l’elemento naturale a costituire il contenuto di Dio, o a entrare in tale contenuto come suo momento: il contenuto è Dio, saputo in spirito e verità.

Nella religione cristiana è Dio che si fa uomo. È Dio stesso che si conosce come uomo – o è l’uomo che, in Gesù, si conosce come Dio stesso, che si fa Universale Concreto (concreto, cioè cresciuto insieme, unito nello stesso). Il Finito – l’uomo empirico – è unito (è la stessa identica cosa) dell’Infinito – l’uomo logico. In Gesù la libertà – ovvero l’essere sciolto da ogni dipendenza, l’assoluto, l’infinito, la sovranità – proviene da sé stesso, perché è egli stesso a essere Dio.

Non è un oggetto esterno, un feticcio, un’immagine, un totem a dettare la legge, a dire cosa è vero e giusto. La verità sgorga direttamente dal cuore – la verità è la verità del cuore, e al centro del cuore c’è Dio.

L’uomo può ora specchiarsi in Gesù, in quanto Gesù è Dio che si fa uomo, vive, si fa esperienza. Ognuno può esperire l’assoluto, specchiarsi in Gesù e apprendere di essere anche lui figlio di Dio, di avere un cuore e di avere al centro del cuore questa verità, la verità di essere, come tutti gli altri uomini, figlio di Dio. Non ha bisogno di ricevere dal di fuori, dal padre, dalla natura, delle condizioni economiche e sociali esterne, dal feudatario, dalla corporazione, dalla famiglia, dal re, dal principe, eccetera; non ha bisogno che un potere esterno gli dica chi è veramente e quale è il suo rapporto rispetto agli altri, in quale struttura è collocato e può agire.

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Published: 22 December 2024
Created: 17 December 2024
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lafionda

Le parole del neoliberalismo

di Eugenio Pavarani

Presentazione del libro “Lessico del neoliberalismo. Le parole del nemico”, Rogas Edizioni, 2024

Neoliberism.jpgPrima di entrare nel merito dei contenuti del libro, devo dare una indicazione preliminare, importante quando si presenta un libro. I libri si possono dividere in due categorie: i Libri (con la elle maiuscola) e i libroidi (con la elle minuscola). Quindi comincio col dire che questo è un Libro. La classificazione non è mia. È di Carlo Galli. Mi è piaciuta e la faccio mia.

Galli però non ha dato una definizione di libro e di libroide. Io la vedo così: leggere un Libro è come indossare un paio di occhiali speciali che ti fanno vedere qualcosa che senza quegli occhiali non avresti visto, vedi qualcosa di nuovo e di interessante, qualcosa che ti arricchisce. Un libroide invece non ti fa vedere niente di nuovo, niente che non fosse già visibile e già visto. Ricordo la recensione che fece un autorevole barone accademico che voleva stroncare una monografia di un giovane ricercatore. In realtà voleva stroncare i maestri di quel ricercatore e la loro scuola: voleva colpire il ricercatore per colpire i suoi maestri. Disse il barone: il libro propone idee nuove e idee interessanti; purtroppo però le idee interessanti non sono nuove e le idee nuove non sono interessanti. Parole come pietre: libroide colpito e affondato.

Detto che “Lessico del neoliberalismo” è un Libro e non è un libroide, devo evidenziare cosa si vede di nuovo e di interessante attraverso questo libro; cosa consentono di vedere gli occhiali speciali offerti dal libro. Per arrivarci devo fare una premessa.

Un anno fa Marco Baldassari e Marco Adorni mi parlarono del progetto editoriale che poi ha dato vita a questo libro. Il progetto di cui mi parlarono consisteva nell’elaborazione di un glossario del neoliberalismo. Mi invitarono a portare un contributo e mi affidarono il lemma “concorrenza”. Mi è parsa subito un’idea originale e molto interessante.

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Published: 22 December 2024
Created: 22 December 2024
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sinistra

Contro la guerra. Come si può alzare il livello della lotta?

di Carlo Lucchesi

Foto news.pngPerché ci stiamo avvicinando al baratro di un conflitto senza ritorno nell’indifferenza generale? Perché la guerra in Ucraina e il massacro in Palestina hanno prodotto reazioni neppure minimamente paragonabili a quelle che abbiamo visto in altre simili circostanze? Perché il movimento per la pace vive di rare e piccole manifestazioni e non scuote le coscienze?

Questi interrogativi non sono all’ordine del giorno di alcuna forza politica, di alcun sindacato, di alcuna istituzione, di alcuna chiesa, sfiorano appena il mondo degli intellettuali, sembrano poco presenti persino tra le forze che meritoriamente quanto stentatamente provano a fare qualcosa.

Eppure è solo dalla risposta a queste domande che può nascere una lotta che abbia qualche possibilità di successo.

In prima battuta viene da pensare che l’assenza di partecipazione, emotiva oltre che politica, a eventi tanto tragici sia dovuta in gran parte al fatto che nel sentire comune vengono viste come guerre a noi vicine, ma non così tanto, che si tratta di due porzioni di mondo che non ci toccano direttamente, che sono destinate a restare in quegli ambiti, che non è facile farsi un’idea precisa di dove stanno le ragioni e dove i torti, perché ognuno dei contendenti almeno una piccola parte di ragione in fondo ce l’ha. E poi, comunque, finiranno là dove sono iniziate, perché nell’era nucleare non è immaginabile una guerra più grande, non è pensabile che ci sia qualcuno così folle da innescare un conflitto che metta a rischio l’intera umanità.

Considerazioni apparentemente ragionevoli come queste erano diffuse anche in un passato non molto lontano quando, però, di fronte a guerre più vicine, come quella nell’ex Jugoslavia, o più lontane, come quella in Iraq, la voglia e la capacità di reagire furono ben diverse. Dunque la risposta va cercata altrove.

Va cercata partendo da una premessa che è la sola che possa dare un senso alla battaglia per la pace contro i costruttori di guerre.

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Published: 21 December 2024
Created: 21 December 2024
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lantidiplomatico

Il connubio jihadista-israeliano in Siria

di Maurizio Brignoli

Occupazione israeliana del Golan e silenzio jihadista. I palestinesi nella vecchia e nuova Siria. Fuga dalla Siria occidental-sionista-jihadista

nosnvibnlo.jpgUna delle prime preoccupazioni di Abu Muhamad al-Julani, capo dei jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham (Organizzazione per la liberazione del Levante, Hts), nella prima importante intervista concessa a Sky News, era, all’indomani di quella che definiva la “liberazione” della Siria da Assad e dagli ex colonizzatori russi e iraniani, tranquillizzare l’imperialismo occidentale chiarendo una volta per tutte quali fossero i veri nemici: «La fonte delle nostre paure proveniva dalle milizie iraniane, da Hizballah e dal regime che ha commesso i massacri a cui stiamo assistendo oggi. La loro rimozione è la soluzione per la Siria»[1]. Posizione del resto coerente da parte di chi era stato incaricato di organizzare la sovversione jihadista della Siria da Abu Bakr al-Baghdadi, primo califfo dell’Isis (2014-2019) e che proprio in Hizballah e nei pasdaran iraniani, i primi ad accorrere in aiuto della Repubblica araba siriana e a combattere contro l’Isis e le altre formazioni jihadiste, ha trovato un ostacolo insuperabile. Altra preoccupazione quella di rassicurare Israele nei confronti del quale il capo jihadista, in un’intervista al Times, ha promesso che non permetterà che la Siria venga utilizzata come rampa di lancio per attacchi contro Israele o qualsiasi altro stato[2]. È dai tempi del cambio di marchio in Hts nel 2017 che i qaidisti cercano di presentarsi quali referenti ideali per l’Occidente, insistendo sul comune obiettivo di abbattere il governo siriano ed espellere le forze iraniane dalla Siria, ponendosi come alternativa “moderata” all’Isis nel tentativo di farsi finanziare meglio dall’imperialismo occidentale[3].

Ma a offrire collaborazione con Tel Aviv non c’è solo Hts ma anche quelli che potremmo definire “jihadisti laici” o secondo la dicitura usata dall’imperialismo occidentale fin dall’inizio dell’aggressione alla Siria “ribelli moderati”, un escamotage per fornire armamenti a formazioni che hanno compiuto molteplici operazioni in sinergia con al-Qaida e Isis e che ospitavano nelle loro file gli stessi jihadisti che transitavano fra i gruppi di miliziani del Califfato, qaidisti e i cosiddetti “ribelli moderati”[4].

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Published: 21 December 2024
Created: 16 December 2024
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infoaut2

Cosa ci dicono le catene del valore? Dipendenza, crisi industriali e predazione finanziaria

di Infoaut

Il dibattito politico profondo latita e ci si scanna per lo più su ciò che intimamente si desidera, invece che su ciò che concretamente succede. Per sbrogliare questa matassa forse dobbiamo fare un passo indietro e porci alcune domande su dove sta andando il capitalismo. In questo caso lo faremo con un occhio di riguardo al nostro paese.

WEB FINK MELONI 1Purtroppo è necessario fare alcune premesse: noi siamo ancora tra quelli che ritengono che tra guerra, politica ed economia vi sia un’intima e inscindibile relazione che va oltre la semplice acquisizione che il mercato delle armi sia un business importante o che “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Allo stesso tempo non crediamo che ci si possa sedere su una visione meccanicistica in cui è l’economia che rigidamente determina gli altri campi del ragionamento, si tratta di un “movimento” in cui questi tre fattori si influenzano a vicenda, ma all’interno del quale il capitale ha un ruolo speciale che struttura e sostanzia la natura contemporanea degli altri due (guerra e politica esistevano prima della nascita del capitalismo ovviamente, ma la loro natura attuale è inspiegabile senza comprendere il funzionamento di quest’ultimo). Ecco dunque che la guerra in Ucraina, vista molto da vicino sembra “solo” un conflitto geopolitico per alcuni, un’invasione di una tra le potenze mondiali nei confronti di un paese più debole per altri. Allo stesso modo il genocidio di Gaza può apparire per alcuni “solo” come un conflitto etnico-religioso, per altri come uno scontro tra interessi regionali, per altri ancora come una pura atrocità. Tutte queste letture hanno dei tratti di verità, ma prese da sole, senza inserirle dentro il “movimento” ci fanno perdere la bussola. Questa piccola digressione è necessaria per far comprendere il presupposto da cui partiamo, sebbene in questo articolo si parlerà in particolar modo del nostro paese.

Dunque dove sta andando l’economia che possiede questo “ruolo speciale”? Cosa ci dicono le catene del valore?

Iniziamo da ciò che salta all’occhio immediatamente sfogliando qualsiasi giornale: l’Italia è immersa in un nuovo ciclo di crisi industriali che è appena al suo inizio. Il caso più noto, ma non per forza quello più esemplificativo è quello di Stellantis. La vicenda dell’ex-FIAT è certamente paradigmatica, ma a differenza del passato non rappresenta che parzialmente la natura del capitale industriale contemporaneo in Italia, fatto di medie e piccole imprese, spesso associate in distretti, a loro volta inserite in catene del valore internazionale.

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Published: 21 December 2024
Created: 16 December 2024
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collettivolegauche

La prospettiva dell’Amazon Capitalism

di Collettivo le Gauche

kjgpsnvn1. Una robusta introduzione al problema dell’Amazon Capitalism

Il libro collettivo del gruppo di ricerca Into The Black Box dal titolo Futuro presente. Il dominio globale del mondo secondo Amazon è una formidabile cassetta degli attrezzi, frutto di un seminario svoltosi presso l’Università di Bologna tra il 2021 e il 2022, per analizzare quello che viene definito Amazon Capitalism. L’impresa di Bezos, infatti, non è solo un negozio online in cui poter acquistare quasi ogni tipologia di merce o il principale rappresentante di servizi di consegna basati sullo slogan logistico just-in-time and to-the-point. Amazon contiene al suo interno molti più servizi. Si passa da Prime Video e Twitch a prodotti come Alexa e servizi informatici come Amazon Web Services. Senza contare gli altri investimenti di Bezos come il Washington Post nell’editoria o Blue Origin nell’industria aerospaziale. Amazon è quindi un attore economico ramificato in molte attività produttive che, sostengono i ricercatori di Into The Black Box, non si limita all’economia ma finisce per condizionare anche altre sfere come quella sociale e politica. Per questo motivo si parla di Amazon Capitalism di cui occorre indagare le caratteristiche. Infatti una simile società è capace di condizionare l’evoluzione del capitalismo esattamente come fanno imprese simili ad Amazon in altre parti del mondo, pensiamo ad Alibaba in Cina o MercadoLibre in America Latina. C’è una sorta di egemonia di questi attori economici che consente di parlare di amazonizzazione della società. Questa tesi viene supportata da tre ipotesi. La prima riguarda la capacità delle aziende Big Tech di essere il punto di sintesi delle operazioni del capitale, concetto coniato da Sandro Mezzadra e Brett Neilson su cui torneremo meglio in futuri lavori. Si tratta di tesi che dimostrano come all’interno della teoria critica si siano sedimentate analisi secondo cui non è possibile concettualizzare in termini univoci il capitalismo contemporaneo e sono focalizzate sulla molteplicità dei processi di valorizzazione contemporanei. La diversità nei processi capitalistici ha sempre fatto parte del modo di produzione capitalistico.

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Published: 20 December 2024
Created: 16 December 2024
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italiaeilmondo

La Turchia e il peggior scenario possibile

di Michelangelo Severgnini

njvaedoribnfhsihfjsDal precipitare degli eventi in Siria a oggi ho meticolosamente scandagliato la stampa turca e curda, presente e passata, per ricostruire perlomeno un pezzo della verità, perlomeno fonti alla mano, ricostruendo come il crollo di Assad sia percepito da questo lato della faccenda.

Questione quanto più sotto i riflettori dal momento che moltissimi analisti hanno da subito messo la Turchia sul banco degli imputati, riconoscendola mandante di questo improvviso epilogo del governo siriano.

Tuttavia tutto ciò non trova riscontri oggettivi ed è piuttosto la facile suggestione per colmare quell’inevitabile vuoto di comprensione che si crea in ciascuno di noi. Insomma, se qualcosa non torna, è colpa dei Turchi.

Questo mio intervento è motivato dall’unico obiettivo di vederci meglio e di diradare qualche fumo. Ho vissuto anni in Turchia, paese al quale sono legato, e leggo il turco. Faccio questa premessa per scoraggiare chi voglia leggere queste righe come quelle di un difensore della politica turca, che in passato (vedi con l’Urlo a Tripoli) non ho avuto problemi a denunciare.

Piuttosto credo che un processo sommario alla posizione turca, per altro non suffragato quanto piuttosto frutto di suggestione, in questo momento favorisca quegli obiettivi secondari del conflitto in corso, ma non meno importanti, quali la rottura diplomatica tra i soggetti firmatari gli accordi di Astana (Turchia, Russia e Iran) e l’allontanamento della Turchia dai Brics.

E non voglio favorire senza motivo il raggiungimento di questo obiettivo.

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Published: 20 December 2024
Created: 20 December 2024
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comuneinfo

L’autocrazia ha sconfitto il neoliberismo. E ora?

di Chris Carlsson

koshu kunii ILpe0MpOYww unsplash.jpgGli Stati uniti si preparano all’insediamento di Donald Trump. Quella cerimonia, dice Chris Carlsson, certificherà molte cose. La prima: il neoliberismo e la democrazia liberale, non solo negli Usa, sono morti. La seconda: Trump e i suoi accoliti si preparano al grande teatro della crudeltà per umiliare e mettere “al loro posto” prima di tutto donne e neri. La terza: dalla crisi delle democrazie emerge ovunque un capitalismo clientelare con un vasto apparato di sorveglianza tecnologico per controllare il dissenso. La quarta: non dobbiamo essere affranti e sentirci impotenti, questo sistema che prende forma non funzionerà, entrerà in crisi, probabilmente a partire dalle conseguenze delle crisi ambientale e climatica. “La sorveglianza ad alta tecnologia, il mercato e la manipolazione delle menti possono arrivare solo fino a un certo punto. Alla fine la capacità umana di autonomia e resistenza (e noia) sconfiggerà gli sforzi di autocrati imbranati che non comprendono la complessità sociale e pensano di poter imporre l’obbedienza alla società attraverso la repressione e la punizione. Questa roba non funziona…”. Forse ha ragione Bifo: la democrazia borghese è stata una trappola, aggiunge Carlsson, per chi pensava di cambiare il mondo. Adesso non sappiamo quando, dove e come emergeranno non solo una resistenza efficace ma soprattutto una visione del mondo e della vita che entusiasmerà tante persone, “abbastanza da spingerle a rovesciare il dominio di questa élite così platealmente folle…”. “Alla stregua di quanto fa John Holloway io dico che è la nostra umanità di fondo la base dei nostri desideri e della capacità di trasformare radicalmente il nostro modo di vivere e di ripensare il modo in cui produciamo la nostra vita insieme…”

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Published: 20 December 2024
Created: 20 December 2024
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tempofertile

Caroline Elkins, Un’eredità di violenza. Una storia dell’Impero britannico

di Alessandro Visalli

afrikaneer.jpgIl politico conservatore Enoch Powell, in un discorso all’autorevole Royal Society il 23 aprile 1961 pronunciò queste parole:

“La vita ininterrotta della nazione inglese nell’arco di mille e più anni è un fenomeno unico nella storia: il prodotto di un insieme specifico di circostanze come quelle che in biologia si suppone diano inizio per caso a una nuova linea evolutiva. […] Da questa vita ininterrotta di un popolo unito nella sua patria insulare scaturisce, come se emergesse dal suolo d’Inghilterra, tutto ciò che appare così straordinario nelle doti e nei successi della nazione inglese. Tutto il suo impatto sul mondo esterno – con le prime colonie, la successiva Pax Britannica, il governo e la legislazione, il commercio e il pensiero – è scaturito da impulsi generati qui. Questa vita ininterrotta dell’Inghilterra è simboleggiata ed espressa da null’altro se non dalla sovranità inglese […] Il pericolo non è sempre la violenza e la forza: a esse abbiamo resistito prima e possiamo resistere ancora. Il pericolo può essere anche l’indifferenza e l’ipocrisia, capaci di dilapidare la grande ricchezza della tradizione e svilire il nostro simbolismo sacro solo per raggiungere qualche compromesso a buon mercato o qualche risultato evanescente”.[1]

Queste parole, che articolano in modo sintetico e mirabile, il ‘razzismo popolare’ così diffuso in Inghilterra è al fondamento del “nazionalismo imperiale” che connette in un unico inestricabile insieme idee sulla razza, senso di appartenenza ed ambizione di dominio. Si tratta di quello che l’autrice chiama “imperialismo liberale”, o che Tony Blair chiamò “Nuovo imperialismo liberale”, per giustificare nel 2003 la guerra in Iraq. Quella unione indissolubile, nutrita di ‘bipensiero’ alla Orwell, di ‘totalità disumana’ e ‘promessa di riforme’ che caratterizza l’universalismo liberale nella sua stessa costituzione.

Confrontarsi con questa storia di pratiche e idee, è oggi particolarmente importante, quando la mai scomparsa postura di legittimazione del diritto (ed il fardello) di portare al mondo l’emancipazione e la ‘libertà’ riprende il suo posto centrale alla vigilia della nuova Grande Guerra che si prepara e, per intanto, nelle “guerre locali” che proliferano.

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Published: 19 December 2024
Created: 18 December 2024
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giubberosse

Sulle prospettive per la Siria

di Enrico Tomaselli

195548677 96f791e0 260a 4c28 acef df89d55b6886.jpgL’evoluzione della situazione siriana è inevitabilmente destinata a introdurre elementi di novità, non necessariamente previsti – e che, probabilmente, possono aiutare a comprendere alcune posizioni attualmente assunte da parte di soggetti coinvolti.

Le questioni fondamentali sono essenzialmente due. La prima, è la partizione in atto nel paese, in almeno tre macro aree cantonali: quella occidentale, sotto il controllo dell’HTS, quella orientale, sotto il controllo delle forze curde, e quella meridionale, sotto controllo israeliano. Questa cantonizzazione della Siria fa ovviamente gioco sia agli USA che a Israele, perché non solo mina l’unità del paese arabo, ma rafforza la presenza politica e militare di entrambe nella regione. Ma taglia fuori dai giochi la Turchia, che si ritrova ad avere la stabilizzazione di un Kurdistan siriano ai propri confini, e per di più come protettorato statunitense.

Come risulta evidente dai primi passi, Al-Julani risponde chiaramente assai più agli interessi anglo-americani (suoi veri sponsor) che non a quelli turchi; i segnali pacificatori verso Israele da un lato (nonostante la massiccia campagna di bombardamenti in atto, che non accenna a finire), e l’apertura alla collaborazione, anche governativa, con le SDF, indicano chiaramente l’allineamento del potere islamista con i disegni americani.

Del resto, e per più di una ragione, Washington intende esercitare la sua influenza sul nuovo governo siriano, ma il suo alleato di riferimento restano (almeno per il momento) i curdi. I nodi da risolvere, in questo quadro, sono ovviamente i margini di autonomia che le SDF riusciranno a ritagliarsi, anche considerando che otterranno dei ministri nel governo nazionale (altra cosa destinata a irritare non poco Ankara…), e – parallelamente – come verrà risolta la questione del disarmo delle milizie (pretesa da Al-Julani). Considerato il prevalere degli interessi statunitensi, è probabile che entrambe le questioni siano risolte nel quadro di una qualche autonomia regionale, nell’ambito della quale le milizie curde diventano le forze armate territoriali.

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Published: 19 December 2024
Created: 13 December 2024
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blackblog

Globalismo contro democrazia

di Wolfgang Streeck

Globalismo contro democrazia.jpgCon l'avvento del globalismo neoliberista, la democrazia, come mezzo per l'intervento politico egualitario nell'economia, è caduta in discredito. Su entrambe le sponde dell'Atlantico, sono state le élite ad aprire la strada a questo processo. Vedevano la democrazia, tecnocraticamente, come "poco complessa" a fronte della "accresciuta complessità" del mondo; propensa com'era a sovraccaricare lo Stato e l'economia, oltre a essere politicamente corrotta a causa della sua riluttanza a insegnare ai cittadini "le leggi dell'economia". Secondo tale linea di pensiero, la crescita non proviene dalla redistribuzione dall'alto verso il basso: da incentivi più forti al lavoro, ma dal basso verso l'alto: in quella che è l'estremità inferiore della distribuzione del reddito, attraverso l'abolizione dei salari minimi e la riduzione delle prestazioni di sicurezza sociale; e nella fascia più alta, per contro, attraverso migliori opportunità di profitto e di guadagno, sostenute da una minore tassazione. Il processo che sottendeva a tutto questo era una transizione verso un nuovo modello di crescita, hayekiano, destinato a sostituire il suo predecessore keynesiano, nell'ambito della rivoluzione neoliberista. Come avviene per ogni dottrina economica, queste idee devono essere intese come rappresentazioni camuffate di vincoli e opportunità politiche derivanti da una distribuzione storicamente contingente del potere, travestite da manifestazioni di leggi "naturali". La differenza è che nel mondo hayekiano la democrazia non appare più come una forza produttiva, ma come una macina al collo del progresso economico. Per questo motivo, l'attività distributiva spontanea del mercato deve essere protetta dall'interferenza democratica di ogni tipo di muraglia cinese o, meglio ancora, sostituendo la democrazia con la "governance globale". La disintegrazione del modello standard del capitalismo democratico nel bel mezzo dell'avanzare della globalizzazione, è stata molto analizzata. Nel corso di circa due decenni, dalla scomparsa del comunismo sovietico, il neoliberismo ha fatto un ritorno sorprendente: Hayek, a lungo ridicolizzato e deriso in quanto leader di un culto settario, ha eclissato figure importanti degli affari mondiali, come Keynes e Lenin.

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Published: 19 December 2024
Created: 15 December 2024
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carmilla

Letture per sistemarvi per le feste

di Nico Maccentelli

Schermata 2024 12 12 alle 18.25.15.pngNelle prossime settimane c’è chi avrà un po’ di tempo da passare per sé. Per questo ho pensato di consigliarvi alcune letture che spaziano dalla narrativa alla saggistica. Quattro opere non troppo impegnative, ma che squarciano il velo della narrazione mainstream su una serie di argomenti che sono d’attualità da decenni.

Iniziamo con un libro che è stato presentato a Villa Paradiso la scorsa settimana e che racconta delle torture che dei compagni del collettivo politico autonomo della Barona, un quartiere di Milano hanno subito dalla polizia, dell’ignavia complice della magistratura, a seguito delle indagini sull’uccisione del gioiellere Torreggiani, di cui come chi co segue sa bene è stato incolpato Cesare Battisti, che oggi sconta l’ergastolo nelle carceri italiane dopo essere stato catturato in modo illegale in Bolivia e deportato in Italia, mostrato come un trofeo da un ministro pentastellato e sotto il ludibrio dei media e di una politica bipartisan forcaiola.

Il titolo è: Sei giorni troppo lunghi, autore Umberto Lucarelli, edizioni Milieu 2024, 112 pagine, € 13,50.

Qualcuno penserà che la tortura e le esecuzioni sommarie come quelle dei brigatisti in via Fracchia a Genova, siano retaggio di quel passato. In realtà questo sistema di potere rimetterà in campo le stesse dinamiche repressive se la situazione lo richiederà. Questo è bene saperlo. Ma anche la pratica ordinaria di repressione della “devianza” è da sempre parte del dna di polizia e carabinieri. Nella prefazione di copertina si legge: “I fatti risalgono a quaratacinque anni fa, ma da allora nulla è cambiato. Si continua tranquillamente a torturare e a uccidere, sia nelle carceri sia nelle questure, come confermano le cronache recenti da Cucchi ad Aldrovandi” Aldo Bianzino, Riccardo Rasman e altri aggiungo io, in un rosario di pestaggi e abusi violenti da parte di secondini e poliziotti. L’ultimo episodio, proprio a Milano, riguarda l’inseguimento di due ragazzi e la strana morte per strada in scooter di uno di questi: Ramy Elgami, e di cui sono stati poi incriminati i carabinieri di una gazzella. Episodio che ha dato vita a una vera e propria rivolta popolare, spacciata dalla stampa come criminalità dello spaccio e il Corvetto alla stregua di una “pericolosissima” banlieu.

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Published: 18 December 2024
Created: 15 December 2024
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perunsocialismodelXXI

Note sul marxismo sinizzato

di Carlo Formenti

ktbgpbb.jpgA mo' d’introduzione

Nei miei ultimi lavori – sia nei libri che in vari articoli pubblicati su questa pagina (1) – ho speso molte energie per contrastare il luogo comune – che accomuna destre e “sinistre” occidentali – secondo cui la Cina sarebbe un Paese capitalista, se non addirittura imperialista, la cui unica ragione di conflitto con gli Stati Uniti e l’Europa è la competizione per il dominio globale.

Nel caso delle destre, tale giudizio funge da argomento propagandistico, buono per scoraggiare qualsiasi simpatia nei confronti di una possibile alternativa nei confronti di un’economia, un sistema politico, una cultura e un modo di vivere che settori sempre più larghi delle popolazioni occidentali considerano intollerabile, come dimostrano il successo dei movimenti cosiddetti “populisti” e le altissime percentuali di astensione.

Nel caso delle sinistre occorre distinguere fra l’ala “progressista” neoliberale, di fatto allineata alle destre (fatta eccezione per l’impegno nei confronti dei diritti civili di individui e minoranze appartenenti alle classi urbane medio-alte), e l’ala radicale, che dedica ancora qualche attenzione agli interessi delle classi lavoratrici. La sinistra neo liberale ha definitivamente gettato la maschera votando nel Parlamento europeo l’infame delibera che equipara nazismo e comunismo. L’ala radicale, ormai priva di strumenti teorici per analizzare la realtà (l’ignoranza dei suoi quadri in materia di filosofia, storia ed economia, per tacere del pressoché totale oblio della teoria marxista, è disarmante), si limita ad annunciare che “un altro mondo è possibile” ma, non avendo la minima idea su cosa fare e come farlo per mettere in pratica tale slogan, disprezza i progetti politici che ci provano.

Rebus sic stantibus, non mi stanco di insistere sulla necessità di studiare l’unico esperimento (in verità non è il solo, ma è di gran lunga il più significativo, se non altro per le sterminate dimensioni geografiche e demografiche della nazione che lo sta attuando) che offra un esempio concreto del fatto che lo slogan della Tatcher (there is no alternative) è falso.

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Published: 18 December 2024
Created: 13 December 2024
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ilponte

Economia, politica e diritto dell’imperialismo. Quale spazio per la democrazia

di Roberto Passini

Imperialismo senza copyright.png1. La vecchia critica della statualità propria di un certo pensiero marxiano e radical-libertario del Novecento non ha in gran parte più senso nell’evo della globalizzazione dei grandi oligopoli del capitale transnazionale in assetto di guerra permanente.

Nella fase di disgregazione culturale, politica, economica e sociale in cui siamo immersi lo Stato nazionale e in special modo i suoi territori, in primis le autonomie locali, sono il luogo della convivenza civile reale tra le persone e tra queste e gli enti locali di riferimento, dove la democrazia è il modo in cui si vive la vita di ogni giorno. Non appare pertanto praticabile né opportuno scindere in locali e nazionali le diverse, e talvolta eroiche, istanze aspiranti alla ripubblicizzazione di molte attività, funzioni, beni che sono germogliati in alcuni Stati e territori, tra cui il nostro paese.

La scelta di fondo comune alle diverse istanze, più o meno esplicita, è quella per il rilancio del pubblico in tutte le sue articolazioni e declinazioni (statuale, locale, non statuale-sociale) in luogo dell’onnipervasivo privato, unico totem del liberal-capitalismo che si impone dall’alto del sovrastatuale fin nei più piccoli villaggi periferici: dopodiché è giusto verificare, volta per volta, quale sia la dimensione soggettiva e territoriale ottimale al fine di tutelare e valorizzare il bene della vita in questione (per esempio acqua, beni pubblici-comuni, lavoro, ambiente, energia, infrastrutture, opere pubbliche).

Si tratta, in sostanza, di porre in essere una strategia consapevole di difesa e rilancio della sovranità popolare e delle prerogative democratico-sociali all’interno degli Stati nazionali (lo Stato sociale di diritto, o lo Stato pluriclasse con una significativa tutela del lavoro secondo Costantino Mortati).

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Published: 18 December 2024
Created: 18 December 2024
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sinistra

Il caos siriano e la follia senza metodo

di Piero Pagliani

siria gia nel caosMentre i salafiti “liberatori” si stanno dedicando a saccheggi, massacri e vendette, così, tanto per mostrare il loro volto “moderato”, Ankara punta a conquistare le zone oggi occupate dal cosiddetto “Rojava” curdo sostenuto dagli Usa. Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha dichiarato che o il Pkk e l'Ypg in Siria si dissolvono o la Turchia li distruggerà.

Questo il commento di Larry Johnson, ex analista Cia ed ex funzionario dell'Antiterrorismo al Dipartimento di Stato:

«Resta da vedere se gli USA, che sono posizionati in territorio curdo, forniranno aiuti ai curdi, incluso il supporto militare, o si faranno da parte e lasceranno che i turchi li finiscano.

Credo che i russi in questo momento siano seduti davanti a un bel fuoco scoppiettante, sgranocchiando un sacchetto di popcorn e osservando il caos che si dispiega» ([1] enfasi mia).

Sono d'accordo. In questo momento Mosca sta alla finestra a vedere come si evolve la complicatissima e drammatica situazione siriana da cui si è tirata fuori. La ragione dichiarata è, come ebbe modo di dire Putin già nel 2015, che “i russi non possono essere più siriani dei siriani”. Ovverosia la volontà di combattere doveva partire dalla Siria. Così non è stato e Damasco forte di 170.000 soldati e 100.000 territoriali, con carri armati, artiglieria e aviazione, si è arresa in soli 11 giorni a meno di 30.000 guerriglieri in pick-up e qualche blindato, in modo sorprendente e inaspettato perché aveva tenuto testa da sola per 4 anni fino all'intervento russo a una coalizione di eserciti proxy di mercenari, di bande di fuori di testa e di consiglieri militari provenienti da tutto il mondo, armati, finanziati e sostenuti da UE, Nato, Usa, Australia, Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Israele.

Le ragioni non sono del tutto chiare, almeno a me. La corruzione, spesso citata, è un fattore. Ma non penso che basti (specialmente in un esercito complesso), occorrono ordini precisi. Ecco allora chi accusa al-Assad di essersi fidato troppo della Lega Araba, in cui la Siria era stata riammessa, e addirittura delle profferte di Washington di togliere le sanzioni in cambio di un mutamento di campo.

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Published: 17 December 2024
Created: 08 December 2024
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acropolis

La grande rapina: capitalismo contro il lavoro

di Andrea Cagioni

IMMAGINE PER LA GRANDE RAPINA copia scaled.jpegL’impoverimento e la precarizzazione delle condizioni lavorative e di vita provocate dal capitalismo finanziario e digitale impongono un cambio di paradigma, una vera e propria transizione sistemica. Transizione sistemica che in Occidente assuma come obiettivi di fondo la proprietà e l’uso comune dei mezzi di produzione e riproduzione, una distribuzione egualitaria della ricchezza sociale, differenti finalità cui ispirare le attività produttive e riproduttive, la cura di sé, degli altri e della natura, una nuova ripartizione dei tempi di vita e di lavoro. Una transizione sistemica immaginabile a partire dalla centralità della pianificazione, intesa come strumento di politica economica in grado di controllare il mercato ed esprimere al massimo grado la supervisione politica e pubblica sui fattori di produzione e riproduzione. Attorno alla pianificazione, si delineano quattro temi: redistribuzione della ricchezza e del tempo di lavoro, proprietà e uso collettivo dei Big data, reddito di base, socializzazione del lavoro riproduttivo.

Nel saggio vengono discussi quattro temi: la finanziarizzazione, la sua variante digitale, la svalorizzazione del lavoro e il tempo della cura.

Il principale filo rosso de La grande rapina è l’imponente trasformazione operata dal capitale collettivo negli ultimi decenni in Occidente, e i suoi effetti sulle condizioni di lavoro e di vita della classe lavoratrice e delle classi subalterne. Più precisamente, si è cercato di ricostruire le logiche che caratterizzano la genesi e lo sviluppo della finanziarizzazione e del capitalismo digitale.

L’egemonia della finanza e l’uso capitalistico delle tecnologie digitali fondano i nuovi regimi di accumulazione del capitale, che si caratterizzano per la messa a valore delle facoltà riproduttive della forza-lavoro e per la privatizzazione dei Big data. Questa metamorfosi del capitale è analizzata a partire dai presupposti teorici e dai concetti fondamentali che la qualificano.

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Published: 17 December 2024
Created: 15 December 2024
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intelligence for the people

L’implosione della Siria – parte II

di Roberto Iannuzzi

Il paese potrebbe avviarsi verso uno “scenario libico”, aggravato da un contesto regionale caratterizzato da una crescente disgregazione, sul quale continuano a soffiare minacciosi venti di guerra

8cfe7801 a669 4654 a01b 2ea2a543c69c 722x500Il presente articolo, sebbene possa essere letto in maniera indipendente, costituisce la seconda parte del pezzo “Dal fragile cessate il fuoco in Libano alla guerra in Siria – parte I”, consultabile al seguente link.

Vittima di un’offensiva partita dal nordovest della Siria, Damasco è caduta incredibilmente a poco più di dieci giorni dall’inizio di tale campagna. Gli eventi che hanno portato a questa svolta epocale presentano tuttora punti oscuri, ma se ne può tentare una parziale ricostruzione sulla base dei dati fin qui a disposizione.

Un pericoloso vuoto geopolitico si era aperto nel paese a causa di un governo fiaccato da anni di guerra e di sanzioni, privato delle risorse energetiche delle regioni orientali (sotto il controllo curdo e americano), e logorato da corruzione e lacerazioni interne.

Questo vuoto era stato ulteriormente accentuato dal conflitto regionale scatenato dalla crisi di Gaza, che ha messo in difficoltà i principali alleati di Damasco: l’Iran, le cui forze erano state ripetutamente colpite da Israele proprio in Siria, e Hezbollah, alle prese con la violentissima campagna militare israeliana in Libano.

La Russia, che aveva salvato il governo del presidente Bashar al-Assad intervenendo militarmente nel paese nel 2015, era a sua volta impegnata nella guerra contro Kiev, il cui esercito è sostenuto dall’intera NATO.

Di questo vuoto hanno approfittato gli avversari locali di Assad, a loro volta appoggiati da alcuni attori internazionali, fra i quali spicca la Turchia.

Alla guida di una galassia di gruppi ribelli il cui orientamento va dall’islamismo militante al jihadismo, Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), formazione in precedenza affiliata ad al-Qaeda e apparentemente riconvertitasi a una forma di Islam nazionalista, ha lanciato un’offensiva il 27 novembre in direzione di Aleppo, seconda città del paese, dalla limitrofa provincia di Idlib.

HTS stava preparando quest’offensiva forse da un paio d’anni, ed ha approfittato delle propizie condizioni regionali e della luce verde concessa dal “patrono” turco dopo il fallimento dei negoziati di riconciliazione fra Ankara e Damasco.

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Published: 17 December 2024
Created: 17 December 2024
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sinistra

La "nuova destra" in Italia

Note sulla governance della guerra senza limitii

di Alessandro Russo

29desk2 f02 sotto giorgia meloni a un comizio di voxNel numero di Crisis & Critique su “Future of Europe” avevo sostenuto che l’attuale “governo dell’euro” è il risultato della crisi dei partiti del Novecento.ii Si può dire che la “Nuova destra” sia un fenomeno dello stesso ordine? In parte lo è, ma rispetto a quattro anni fa, quando già si poteva prevedere un futuro oscuro dell’Europa, la situazione è peggiorata.

Al momento della creazione dell’euro, i partiti parlamentari europei, quelli di sinistra in testa, si subordinarono unanimemente alla nuova autorità per ricevere in cambio una legittimazione che avevano perduto, cantando in coro “ce lo chiede l’Europa”. L’euro è stato per oltre trent’anni il vero governo dell’Europa. Oggi i resti di quei partiti si inginocchiano tutti davanti all’autorità di ciò che possiamo chiamare il “governo della guerra”, e lo fanno in nome di slogan ancora più vacui come “in difesa dell’Occidente”, o “democrazia contro autocrazia”. Negli ultimi due anni gli Stati europei sono stati trascinati nei prodromi di una nuova guerra mondiale, in cui emerge in modo ancora più nefasto la decomposizione del sistema dei partiti del Novecento. L’unificazione monetaria dell’Europa, che aveva rimpiazzato la perdita di autorità dei partiti parlamentari, è stata a sua volta rimpiazzata da un’unificazione militare in preparazione della prossima guerra mondiale.

Non si tratta però soltanto della subordinazione alla supremazia militare USA, che è l’aspetto più evidente della politica estera degli Stati europei. Ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi è un profondo mutamento della natura stessa della guerra. Non è più la “continuazione della politica con altri mezzi”, come nella formula classica di Clausewitz, e neppure dell’inversione foucaultiana della politica come continuazione della guerra. È iniziata l’epoca della guerra come continuazione della guerra stessa, o della “guerra senza limiti”, come la chiamano i teorici militari.iii

È in atto un cambiamento epocale della guerra, così come si è costituita dal Neolitico con le prime organizzazioni statali e con i primi apparati militari specializzati.

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Published: 16 December 2024
Created: 14 December 2024
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contropiano2

Sull’autostrada della seta: impressioni di un occidentale in Cina

di Vincenzo Iaccarino

IMG 20241210 WA0013.jpgQuindici giorni a cospetto del Dragone. Quindici giorni attraverso il pianeta Cina. Una lunga marcia tra tradizione e contemporaneitá, tecnologia high-tech e quartieri popolari, musei e luoghi della Storia.

Osservando, riflettendo, dialogando dove possibile con i cittadini di quella Cina Popolare sul cui sistema politico, economico e sociale tanti sono i cliché che l’Occidente liberista e la sua stampa sono capaci di assommare, tra propaganda e ideologia.

E allora sgomberiano subito il campo dai luoghi comuni. A partire dalla rete e da internet.

Non esiste nessuna regia occulta o dittatura repressiva che vieta ai cinesi di usare Google o qualsivoglia social. Semplicemente loro non li usano.

Esistono decine di offerte per l’utilizzo di smartphone con la VPN. Già in aeroporto, ad esempio, vendono le Sim con le impostazioni per poter postare su instagram “la tua vacanza“. Tutti i cinesi potrebbero averne accesso. Alcuni hotel hanno persino la Wi-Fi “sbloccata”. Ma niente.

Sarà che i cinesi di Facebook, Instagram, X e degli altri social non sanno che farsene; o forse sarà anche che i loro dati non vogliono regalarli a Google e Meta.

Oppure sarà che le loro app sono utili per fare qualsiasi cosa: dal chattare al fare pagamenti; dal prenotare un museo o vedere la programmazione dei cinema; fino a prendere metro e bus. Funzionando tutte in modo impeccabile, perfino per noi che non parliamo né leggiamo il cinese.

Sta di fatto che la rete non incontra lo stesso successo che riscuote nel nostro Occidente.

Il secondo mito da sfatare riguarda invece il cosiddetto controllo oppressivo, sia esso individuale o sociale – dalla circolazione e la mobilità interna al pericolo terrorismo, per intenderci – in merito al quale ci sono due elementi da considerare.

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Published: 16 December 2024
Created: 11 December 2024
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paroleecose2

Preparando il Sessantotto. Saggisti e scrittori nelle riviste della Nuova Sinistra

di Luca Mozzachiodi

[E’ uscito da poco per Pacini Editore Preparando il Sessantotto. Saggisti e scrittori nelle riviste della Nuova Sinistra (1956-1967), di Luca Mozzachiodi. Ne presentiamo l’introduzione]

sessantotto.jpgDi fatto, lo storico non esce mai dal tempo della storia: il tempo si avvinghia al suo pensiero come la terra alla zappa del giardiniere”.

(F. Braudel)

I

Questo libro è una storia intellettuale, culturale e letteraria di due generazioni di autori attive durante il periodo tra gli eventi del 1956 e quelli del 1968, vale a dire tra i due tornanti che hanno drasticamente segnato la mutazione di ruolo e funzione degli intellettuali e degli scrittori in Italia, ma non solo naturalmente in Italia. L’oggetto specifico è la discussione e ricostruzione dell’insieme di teorie, proposte critiche ed elaborazioni estetico-letterarie, ma anche pratiche e di intervento politico, di un insieme di esperienze all’origine di ciò che si suole chiamare Nuova Sinistra in campo culturale.

Ne consegue, date le specifiche forme in cui questa elaborazione è avvenuta, che è anche, se non principalmente, una storia di saggisti e di riviste politico-letterarie sviluppatesi in quei dodici anni.

Probabilmente l’impostazione storiografico-ricostruttiva di largo respiro non è (o non è ancora) il modello prevalente per gli studi sulla letteratura del secondo Novecento: si privilegia infatti la tendenza, negli studi di letteratura italiana contemporanea, ma (anche se in misura considerevolmente minore mano a mano che queste ricerche si avvicinano alla pratica) anche in quelli che coinvolgono le sfere disciplinari affini come la filosofia, la sociologia, la teoria politica, a non affrontare direttamente il problema della storicità dei testi. Spessissimo si considera il testo unicamente dal punto di vista estetico, stilistico, formale, strutturale o al limite in un insieme il cui riferimento cronologico immediato è costituito da altre opere letterarie o dalle opere del corpus dello stesso autore; qualche volta, soprattutto in quegli autori che, come quelli di cui la mia ricerca si occupa, sono stati anche o principalmente saggisti, stabilendo nessi interni arbitrari e ricavando sistematicità di pensiero più solide di quanto furono in realtà.

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Published: 15 December 2024
Created: 15 December 2024
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sinistra

In vita di Luigi Mangione

di Algamica*

6757d7ef095b3.jpegPer chi da sempre è impegnato idealmente in una lotta politica capita, un giorno sì e l’altro pure, commemorare morti sul lavoro oppure martiri che difendevano la causa degli oppressi e sfruttati, quando non addirittura giustiziati dalle forze di polizia di Stati democratici. Lo continueremo a fare con una certa sofferenza anche se lo abbiamo messo da sempre in conto.

In queste scarne note invece vogliamo spendere qualche parola e richiamare l’attenzione su Luigi Mangione in vita che ha compiuto un gesto “eclatante” negli Usa, che ha buttato e continua a buttare scompiglio fra i ben pensanti. Il perché è presto detto: sta riscuotendo non solo comprensione, che sarebbe, per così dire, nell’ordine delle cose in modo particolare se parte in causa in modo diretto, ovvero parente di un malcapitato che ha dovuto subire un torto da parte dell’ucciso, in questo caso tal Brian Thompson Ceo della divisione assicurativa di United Healthcare. Ma non in questi termini stanno i fatti, perché Luigi Mangione sta riscuotendo uno sconfinato plauso, forse anche inaspettato in modo particolare sempre dai benpensanti, che pone più di un interrogativo, in modo particolare perché il “killer di New York”, come viene definito dalla grande stampa assoldata dai vari establishment, non è un clochard, un barbone, un nero, un alcolizzato in preda ai fumi dell’alcool, un terrorista islamico, uno jihadista, o qualcuno sotto cura di qualche centro di igiene mentale e via di questo passo. No, ma si tratta di un giovane bianco di 26 anni, bello, ricco, laureato niente di meno che in ingegneria elettronica, che ha frequentato scuole di altissimo prestigio e di una famiglia di alto rango. Non solo, ma – chiosano i pennivendoli - «con un manifesto politico anticapitalista» dicono lor signori «nel quale rivendica il suo atto violento scrivendo: “Mi scuso per i traumi creati ma andava fatto, bisognava eliminare questo parassita”».

Lo scompiglio fra i ben pensanti non sta tanto nel gesto, figurarsi poi negli Usa dove si succedono stragi di chi spara all’impazzata “nel mucchio” proprio perché la società vive di rapporti economico-sociali capitalistici totalmente impersonali, dove perciò, è difficile se non impossibile arrivare al reo.

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  1. Enrico Grazzini: Trump e l’Unione Europea: tra la pace in Ucraina e una nuova possibile crisi finanziaria
  2. Luca Busca: Carlo Rovelli sulla sfiducia nella scienza e nelle competenze
  3. Roberto Fineschi: Alessandro Mazzone, Questioni di teoria dell'Ideologia I
  4. Gianandrea Gaiani: Aggressori e aggrediti, jihadisti democratici, curdi dimenticati ed europei inconsapevoli
  5. OttolinaTV: Corea del Sud, Romania, Siria (e anche Francia e Georgia): i 5 giorni che sconvolsero il mondo
  6. Carlos X. Blanco: Il fango spagnolo. Piccolo manuale sulla resistenza
  7. Enrico Tomaselli: Dopo Bashar
  8. Paolo Di Marco: Il Gioco Segreto…che ci ha regalato quarant’anni
  9. Chris Hedges: Uccidere un popolo
  10. Gianandrea Gaiani: Damasco come Kabul. La fuga di Assad è il “capolavoro” di Hakan Fidan
  11. Enrico Tomaselli: Ordinare il caos
  12. Francesco Ravelli: Per una teoria del conflitto: la nuova edizione del Capitale di Marx
  13. Marco Bertorello: Un Marx del ritorno al futuro
  14. Giovanni Iozzoli: Quando la Terra diventò piatta
  15. Pino Cabras: Ucraina: l’Occidente e la strategia verso il precipizio
  16. Alessandro Bartoloni: Tachipirina e vigile attesa? Solo un consiglio
  17. Collettivo Le Gauche: L’inchiesta operaia per analizzare Industria 4.0
  18. Enrico Vigna: Turchia, Russia, USA, Israele in campo, nella scacchiera strategica siriana
  19. Marco Maurizi: La scuola tradizionale non esiste. Il falso conflitto tra destra sovranista e ultrapedagogia di sinistra
  20. Eugenio Donnici: Lo spettro della sovrapproduzione nell’industria automobilistica internazionale
  21. Gianandrea Gaiani: In Siria il punto di congiunzione tra le guerre in Ucraina e Medio Oriente
  22. Giovanni Tosi: Tutela dei diritti umani e divieto di ingerenza: il caso del Sudan
  23. Leonardo Sinigaglia: Il marxismo e l'era multipolare - Quarta parte
  24. David Hearst: Dopo il cessate il fuoco in Libano, Netanyahu è a corto di carte da giocare
  25. Roberto Iannuzzi: Ucraina, i giorni dell’incertezza

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