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Published: 08 January 2013
Created: 08 January 2013
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Volere è economia

Suggestioni, rigorosamente qualitative, sulla crisi degli economisti

di Giacomo Gabbuti

[...] il problema è, c’è posto per tutti sulla macchina? E siamo in grado di nutrire una bocca in più?” Senza voltare la testa, ripeté la domanda: “Mamma, siamo in grado?”

La mamma si schiarì la gola. “Quanto a ‘essere in grado’, siamo in grado di niente; né partire per la California, né niente. La questione è di sapere se ‘vogliamo’ prenderlo con noi, o no. [...]

In quello che dovrebbe essere considerato un testo cardine dell’Economia Politica, John Steinbeck spiega – nel modo più rigoroso con cui si possano descrivere le passioni alla base dei comportamenti, umani prima che economici – la scelta razionale degli individui, quanto agiscano non da atomi (come li descrive la “moderna” microeconomia) ma da esseri sociali.

È una lezione importante, quella di Furore: perché da mesi, quotidianamente, siamo bombardati da un altro tipo di messaggio. Quando si parla dello Stato come di una famiglia, in cui “non bisogna spendere più di quanto si guadagna”, in virtù di una presunta moralità del debita sunt servanda, in realtà si allude a una diversa idea dei rapporti che fondano le società umane:

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Published: 08 January 2013
Created: 08 January 2013
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Foucault per tutti. Lezioni di critica al neoliberismo

di Marco Assennato

A metà degli anni ’70 Franco Fortini dedicò qualche pagina pungente all’impresa teorica del giovane Cacciari – si tratta più o meno dell’epoca di Krisis – impegnato allora a sdoganare Nietzsche e Wittgenstein dalla reazione idealistica e però, allo stesso tempo, deciso a ripiegare la potenza ermeneutica del pensiero della crisi sugli algidi orizzonti dell’analitica weberiana. Seppure timido rispetto a questi autori, Fortini ben colse già allora, il tentativo di apparecchiare un Nietzsche per tutti, buono per consolare i sacerdoti della pianificazione capitalista e carezzare i desideri sovversivi dei giovani filosofi. L’approccio di Cacciari fu allora descritto come un saggio immancabile di chi vuole ad un tempo dirsi belva e compagno: internazionalista e rivoluzionario certo, ma solo come sanno esserlo gli agenti delle multinazionali della finanza. È curioso notare come si ripresenti ad ogni tornante critico questa posa ambigua: antiaccademica ma d’ordine, coraggiosa nell’immaginare il futuro ma solo in quanto coincide col presente, tecnocratica ma certo infinitamente più sottile e forte di ogni nostalgia gauchiste, d’ogni amore per tutto ciò che é Stato.

Era certo, quello lì, un altro mondo. Eppure quella tattica teorica vale ancora: si prenda un autore, o un quadro teorico, potenzialmente produttivo, foss’anche e soltanto sul piano metodologico; se ne accentuino i caratteri critici, fino a darne una lettura sovversiva; e poi però la si ripieghi indietro – come la testa del ben conosciuto angelo di Klee – così che possa, allora mettiamo Nietzsche e oggi poniamo un Foucault o un Deleuze, esser masticato con gusto dai palati più raffinati dei tecnocrati e dei governi.

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Published: 08 January 2013
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Bussole impazzite

di Sandro Moiso

“When you live out here in the middle of nowhere, it’s easy to get lost” (John Mellencamp)

L’avevamo annunciato qualche tempo fa che l’unica alternativa al governo Monti sarebbe stato un Monti bis. Previsione fin troppo facile, considerati gli sponsor nazionali ed internazionali dell’operazione. La diretta discesa in campo del salvatore della patria, però, sembra aver comportato alcuni problemi gestionali e logistici per quei partiti che sull’agenda Monti avevano cercato di ricostruire la loro credibilità politica ed istituzionale.

In particolare per il PD.

Anche questo era stato previsto nell’articolo pubblicato su queste pagine il 16 ottobre scorso (Dove stiamo andando), ovvero che il PD potesse essere vittima della stessa politica contraddittoria (“liberale” e di “sinistra”) che ha costituito il suo marchio di fabbrica negli ultimi vent’anni (indipendentemente dalla sigla utilizzata). Sicuro del trionfo del progetto liberal-riformista fino a pochi giorni prima della discesa in campo del professore, oggi Bersani si trova a fare i conti con la necessità di delineare meglio i caratteri del proprio progetto, ormai in nulla dissimile da quello proposto dall’economista bocconiano.

Per continuare a galleggiare nell’area di governo il partito della piadina romagnola dovrà liberarsi di ogni “copertura” a sinistra (Fiom) e rilanciare, come era facilmente prevedibile, il sindaco di Firenze a discapito dei “giovani turchi” di Fassina.

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Published: 07 January 2013
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Giovanni Arrighi e l’eterno ritorno del Capitale

di Fabio Milazzo

I Cicli di accumulazione del Capitale

“Crisi” è uno di quei termini che quotidianamente vengono fatti rimbombare nelle nostre orecchie e che, proprio per questo, spesso diventano “impercettibili” alle nostre strutture cognitive. Assumendo lo statuto di “rumore di fondo” non li si discrimina più percettivamente e cognitivamente.

Porre sotto attenzione questo “silenzio del rumore” equivale a significarlo, a riscoprirlo, ad indagarlo nelle sue componenti troppo spesso celate nelle pieghe dell’abitudine.

Crisi, capitalismo e finanza, sono termini che devono essere tratti fuori da quello stato di invisibilità dovuto alla “troppa visibilità”. Al pari della “lettera” di E.A.Poe queste parole ci si celano proprio perché ci stanno sempre davanti.

Quando Giovanni Arrighi (foto), per anni docente di sociologia alla prestigiosa Johns Hopkins University di Baltimora, iniziò ad indagare l’oggetto “crisi economica”, le sue lenti di osservazione si diressero verso la stasi degli anni 70; questo nella consapevolezza che la comprensione del fenomeno passasse per un’analitica di ampio respiro che traesse fuori l’evento dalla contingenza per relazionarlo alla congiuntura di riferimento, quella del “lungo secolo XX”.

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Published: 07 January 2013
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La fregatura elettronica

Scritto da Uriel Fanelli

Ci sono tante dicerie su come sarebbe possibile risolvere ogni problema del mondo, su internet. Una e' quella di non far pagare il  "signoraggio", con un risparmio che oggi sarebbe per l' Italia qualcosa come 500 milioni di euro e che dovrebbe risolvere ogni cosa. L'altro e' l'introduzione della moneta elettronica, ovvero l'abolizione della cosiddetta massa M0.

L'idea di queste persone e' che si possa commettere un atto illegale e lucroso solo perche' essenzialmente nessuno controlla in tempo reale i movimenti economici. Se tali movimenti venissero controllati, o fossero anche solo teoricamente controllabili, allora l'evasione sarebbe un problema risolto.

Il modo col quale si rendono "controllabili" tali movimenti sarebbe , secondo queste persone, la moneta elettronica.

Intendiamoci: solo qualche anno fa la cosa sarebbe stata, in gran parte, verissima. Faccio un esempio stupidissimo: moltissime escort avevano iniziato ad usare un lettore di carte di credito portatile, prendendo una partita IVA come "lezioni di lingua" o "interprete",  e rilasciando una ricevuta sonante con l'apposita dicitura.

Questo esempio mostra chiaramente i due punti deboli dell'assunzione.

Il primo e' che tracciare la transazione equivalga a tracciarne la  natura.

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Published: 06 January 2013
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Diffidare della sinistra anti-anti guerra

di Jean Bricmont

Sin dagli anni ’90, e soprattutto dopo la guerra del Kosovo nel 1999, chiunque si opponga agli interventi armati delle potenze occidentali e della NATO deve confrontarsi con quella che può essere definita una sinistra anti-anti-guerra (compreso il suo segmento dell’estrema sinistra). In Europa, e in particolare in Francia, questa sinistra anti-anti-guerra è costituita dalla  socialdemocrazia tradizionale, dai partiti Verdi e dalla maggior parte della sinistra radicale. La sinistra anti-anti-guerra non è apertamente a favore degli interventi militari occidentali e a volte non risparmia loro critiche (ma di solito solo per le loro tattiche o per le presunte motivazioni – l’Occidente sta sostenendo una giusta causa, ma goffamente e per motivi legati al petrolio o per ragioni geo – strategiche). Ma la maggior parte della sua energia la  sinistra anti-anti-guerra la spende nell’emettere  ”avvertimenti” contro la presunta pericolosa deriva di quella parte della sinistra che continua ad opporsi fermamente a tali interventi. La sinistra anti-anti-guerra ci invita ad essere solidali con le “vittime” contro “i dittatori che uccidono il loro stesso popolo” e a non cedere all’ istintivo anti-imperialismo, anti-americanismo o anti-sionismo, e, soprattutto, a non finire dalla stessa parte dell’estrema destra. Dopo gli albanesi del Kosovo nel 1999, ci è stato detto che “noi” dobbiamo proteggere le donne afgane, i curdi iracheni e, più recentemente, il popolo libico e siriano.

Non si può negare che la sinistra anti-anti-guerra sia stata estremamente efficace.

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Published: 06 January 2013
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marx xxi

Dal fronte esterno al fronte interno

Per una strategia di liberazione nazionale

di Pasquale Cicalese

Appunti per un programma di transizione dei comunisti nella fase attuale

Prima ancora di parlare di programma, è bene chiarire che compito dei comunisti è quello di adottare la matrice del materialismo storico per comprendere le dinamiche in atto, dunque analizzare in pieno i conflitti e le guerre di classe che attraversano la società italiana.


Ritornare a crescere con l’intervento pubblico nell’economia


Il Paese vive da vent’anni una fase recessiva che è stata essenzialmente dovuta alla dismissione dell’economia mista avviata con vigore nel dopoguerra, quando la produzione militare lasciò il passo alla produzione manifatturiera civile, con un forte connubio, nelle industrie pubbliche, tra scienza e industria.

Ritornare a un sentiero di crescita implica necessariamente un ritorno del pubblico nell’economia: ciò sottintende, innanzitutto, la nazionalizzazione del sistema bancario italiano e la creazione di oligopoli pubblici capaci di intercettare la richiesta di merci tecnologicamente avanzate da parte dei paesi che sono emersi o che sono in un sentiero di sviluppo.

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Published: 06 January 2013
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Il deleterio modello tedesco e i luoghi comuni sul welfare

di Guido Iodice e Daniela Palma

Il sistema di welfare non è nato per accompagnare la flessibilità e la moderazione salariale, come molti fan del “modello tedesco” sembrerebbero suggerire. Ecco perché sarebbe suicida per i progressisti italiani riproporre fuori tempo massimo (e senza risorse) le ricette di moda negli anni ’90.

Un articolo di Giovanni Perazzoli su MicroMega online [1] indica Keynes blog tra quelle fonti che diffonderebbero false informazioni sulla situazione sociale in Germania. Addirittura, veniamo accusati di essere parte di una “controinformazione italiana” la quale mirerebbe a “smentire che in Germania i salari siano più alti che in Italia”.

In primo luogo è bene chiarire che l’articolo a cui si riferisce implicitamente il nostro critico [2] è stato tratto da Voci dalla Germania [3], che a sua volta riprendeva i contenuti da due siti tedeschi. La “controinformazione” di cui saremmo un pericoloso tentacolo avrebbe perciò radici nella stessa Germania. Ma questo è evidentemente un argomento minore.

Ciò di cui Perazzoli sembra proprio non rendersi conto è che la sua argomentazione integra e conferma la tesi che abbiamo esposto, ossia che il “reddito minimo di cittadinanza”, di cui egli è un sostenitore, è esattamente ciò che ha permesso alla Germania di rendere socialmente sopportabili i mini-jobs, cioè il lavoro sottopagato. Come lo stesso Perazzoli spiega, infatti:

i Mini-Job sono lavori part-time da 400 euro al mese netti rivolti per principio agli studenti, e che – attenzione – si possono sommare a Hartz IV, il reddito minimo garantito tedesco.

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Published: 05 January 2013
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Ma l’Agenda Monti è davvero così diversa dalla Carta dei Progressisti?

di Alfonso Gianni

L’antivigilia di Natale ha portato nuove certezze agli italiani. Finalmente si è capito, punto per punto, in cosa consiste la celebre “agenda Monti” di cui tutti parlavano da alcuni mesi. L’ha pubblicata lo stesso Presidente del Consiglio dimissionario nel suo sito, in versione integrale. Si tratta di 25 pagine, ma non particolarmente dense. Alcuni sostengono che gliela abbia scritta Ichino. Questa sarebbe la causa della miniscissione dal Pd capitanata dal senatore. Se è vero non deve essersi sforzato molto: la parte sul lavoro non fa altro che ribadire perentoriamente che “non si può fare marcia indietro” rispetto alle riforme Fornero e al di là di frasi di circostanza si annuncia una drastica semplificazione normativa in materia di lavoro. Il progetto di legge Ichino, appunto.

A guardare bene, separato il loglio dal grano, non vi è poi tanta differenza fra questa “agenda” e la Carta di intenti dei progressisti e democratici. Anzi su qualche questione Monti appare persino più ardito. Ad esempio per quanto riguarda il welfare propone di generalizzare il “reddito minimo di sostentamento”, una sorta di reddito di cittadinanza, del quale la Carta di intenti non fa minimo cenno. Non vi è da stupirsi per almeno due ragioni. La prima è che questa misura era raccomandata dal parlamento europeo in una risoluzione assunta più di un anno fa come misura di contenimento della povertà e di facilitazione per trovare lavoro. Per quanto il Parlamento europeo abbia poteri solo virtuali, qualcuno prima o poi qualcosa la doveva pur dire.

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Published: 04 January 2013
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Un esercizio di egemonia perfettamente riuscito

di Antonio Calafati

Lo si capisce già dalle prime pagine di Manifesto capitalista*, quanto sia profonda la crisi del pensiero neoliberista. Scrive Luigi Zingales come viatico al lungo viaggio che compie in questo libro: “E quando arrivai in America (…) provai l’emozione inebriante di avere ogni obiettivo alla mia portata. Ero finalmente in una nazione in cui i limiti ai miei sogni dipendevano solo dalle mie capacità”. In effetti, non c’è più nulla da dire e da pensare, nessun argomento razionale per difendere il capitalismo americano e i suoi mercati finanziari. Ai neoliberisti non resta che disconoscerlo, affrettarsi a rinnovare la promessa di una riforma del sistema, e riscoprire la “retorica della frontiera”.

Molti sostenitori del capitalismo americano, quelli che avevano una coscienza liberale, per quanto incerta, erano preoccupati già da molto tempo. Non occorreva attendere la crisi finanziaria del 2008 per accorgersi di ciò che stava accadendo: “Tra il 1997 e il 2001 ci sono stati cambiamenti nel nostro sistema finanziario che mi hanno profondamente preoccupato” (“The New York Review of Books”, XLIX, n. 3) scriveva con mesto sconforto Felix G. Rohatyin, ambasciatore degli Stati Uniti in Francia e banchiere di lungo corso. Se lo chiedeva nel 2002, riflettendo su ciò che erano diventati i mercati finanziari, non nella loro isterica instabilità, bensì nella loro progettata indecenza. E poco più avanti aggiungeva: “Forse è troppo presto per emettere un giudizio definitivo, ma gli eventi recenti fanno pensare che il nostro sistema di regolazione stia fallendo”.

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Published: 04 January 2013
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L’essenziale sull’essenziale, ovvero del nihil privativum

(poche brevi note)

Giuseppe Sottile

“This critique analyzes the working class as an integral element of capitalism
rather than as the embodiment of its negation”
, M. Postone

Ho letto con interesse ed una certa gioia alcuni passi del testo “L’essenziale sull’essenziale” (Gilles Dauvé & Karl Nesic), quegli accenni relativi a come dovrebbe immaginarsi una rivoluzione e società comuniste, privi come sono della incredibile indecenza terminologica marxista del secolo scorso. Intelligenza e vita si coniugano felicemente in questi autori.

Tuttavia restano alcuni punti che continuo a non intendere e su cui ho scritto qualcosa in passato. Si parla come al solito in maniera scontata di contraddizione capitale/lavoro (salariato), si sottintende dei proletari marchiati non si sa da quando come e perché dall’essere rivoluzionari, mentre da tutt’altro sembrano essere caratterizzati. Si concede in un punto del testo quanto segue: ““lotta” tra capitale e lavoro salariato non implica che queste due realtà si affrontino senza tregua, in forma larvata o violenta, all'interno dell'impresa o nelle strade, ma soltanto che esse sono legate da un rapporto di collaborazione obbligata e allo stesso tempo di inimicizia. Raramente due lottatori si combattono fino alla morte. Lottare, il più delle volte, significa essere forzati ad accettare il quadro all'interno del quale la lotta si svolge. Se il capitale ha bisogno del lavoro salariato, finché sussiste questo sistema, anche il lavoro ha bisogno del capitale.” E ancora poco oltre: ” Il problema, per i rivoluzionari, non è sapere se la lotta di classe esiste, ma chiedersi come, anziché auto-riprodursi, essa possa concludersi per mezzo di una rivoluzione.”

Dunque la “lotta” si assume comunque e mai si cita quella ben più sistematica nel tempo e nello spazio dei salariati contro se stessi, vale a dire della concorrenza da sempre e specie oggi spietata tra loro.

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Published: 03 January 2013
Created: 03 January 2013
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La crisi, quattro anni dopo

Da Lehman Brothers alla questione del debito europeo

Francesco Schettino

Ogni scienza sarebbe superflua
se l'essenza delle cose e la loro forma fenomenica
direttamente coincidessero [K. Marx, Il Capitale, III, 48]

Passato un quadriennio dalla formidabile deflagrazione che ha sconvolto definitivamente gli assetti dell'attuale fase del capitalismo, è giunto il momento di fare il punto della situazione. Esplosa come un bubbone, che covava sotto l'epidermide del modo di produzione contemporaneo da più di tre decenni - sempre più tesa e malridotta nonostante i continui interventi di maquillage ideologico -, la crisi ha iniettato di liquido infetto ogni angolo del pianeta, non risparmiando nessuno a causa della profonda interconnessione produttiva e circolatoria che si è andata, negli anni, configurando a livello planetario.

Il fallimento pilotato di Lehman Brothers - insieme agli onerosi salvataggi governativi di Fannie Mae e Freddie Mac - ha fornito una rappresentazione suggestiva di un fenomeno, quello della crisi, che, in realtà, affonda le proprie radici nel naturale svolgimento della produzione capitalistica e delle sue interruzioni iniziate, con frequenza sempre maggiore, già all'inizio degli anni settanta del secolo passato. Pressoché tutti ricordano le sensazioni provate nell'osservare i dipendenti della Lehman Brothers che abbandonavano, con le ormai celeberrime scatole di cartone, la sede di una di quelle aziende che ora vengono definite persino "too big to fail", e che riportava un magnifico rating sul livello di stabilità finanziaria [cfr no. 138, ...la chiamavano trinità] per molti fu uno shock, paragonabile forse solo a quello sperimentato in occasione del crollo delle torri gemelle, e non furono in pochi a pensare che da quel momento le cose sarebbero cambiate significativamente: e, non c'è dubbio, che costoro ebbero ragioni da vendere.

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Published: 02 January 2013
Created: 02 January 2013
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Cambiare è difficile

Livio Pepino

Un partito personale, un programma debole. Non basteranno le candidature della società civile

Due mesi fa, in settanta (diversi per storie e provenienza ma uniti negli obiettivi), abbiamo lanciato il documento «Cambiare si può». Volevamo verificare la possibilità di una presenza alternativa alle elezioni politiche del 2013. Alternativa al liberismo, al governo Monti e a chi ne è stato il socio di riferimento (le destre da un lato e il Pd dall'altro) sulla base di una diversa idea di Europa, di sviluppo, di politiche per uscire dalla crisi, di centralità del lavoro (e non del capitale finanziario). E, poi, alternativa al sistema politico che ha caratterizzato gli ultimi decenni (anche a sinistra) portandoci allo sfascio attuale: un sistema soffocato da un rapporto corrotto con il denaro e con il potere economico, dalla trasformazione della rappresentanza in delega incontrollata, dalla incapacità di affrontare i problemi reali della vita delle persone; un sistema da trasformare nel profondo con segni tangibili di radicale discontinuità e con nuovi metodi, nuove pratiche, nuove facce (designate dai territori, all'esito di un dibattito pubblico, senza quote o riserve per ceti politici).

A che punto siamo oggi, due mesi dopo?

Vale la pena ripercorrere le tappe del percorso. Abbiamo suscitato un entusiasmo impensato coinvolgendo in centinaia di incontri e assemblee, decine di migliaia di «cani sciolti» e orfani di partiti e sindacati ma anche associazioni, movimenti, gruppi, comitati: se ne facessimo l'elenco raggiungeremmo numeri a tre cifre.

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Published: 02 January 2013
Created: 02 January 2013
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Un metodo pericoloso

Sabina Spielrein e il femminile rimosso della civiltà

di Leni Remedios*

“Ogni uomo porta in sé la forma intera dell’umana condizione”
Michel de Montaigne
[1]

Nel 1977, in uno scantinato del Palais Wilson di Ginevra, vecchia sede di un prestigioso Istituto di psicologia, viene ritrovato uno scatolone colmo di documenti. Il ritrovamento è il frutto casuale di un paziente lavoro di ricerca capeggiato dall’analista italiano Aldo Carotenuto. Di cosa si tratta? Lo scatolone contiene frammenti di diario e un carteggio importante fra tre soggetti: il padre della psicanalisi Sigmund Freud, il suo discepolo Carl Gustav Jung, in seguito allontanatosi per fondare una nuova teoria e una certa Sabina Spielrein, psicanalista ed autrice del diario.

Il materiale porta ad emersione particolari finora sconosciuti sulle vicende storico-biografiche dei tre personaggi, vicende che hanno inciso in maniera inequivocabile sugli sviluppi teorici di ognuno di loro. Ciò che viene alla luce turba e sconvolge talmente il mondo intellettuale da stimolare una lunga serie di saggi, opere teatrali e cinematografiche, di cui il film di Cronenberg, Un metodo pericoloso, rappresenta solo l’ultima appendice. Insomma, anche figurativamente parlando, Sabina Spielrein – dimenticata, rimossa, incompresa – emerge dal sottosuolo della civiltà, dall’inconscio della storia della psicologia, simboleggiato così bene dallo scantinato del palazzo ginevrino, per rivendicare la sua verità.

Sabina Spielrein è il perturbante [2] della storia della psicoanalisi. Il primo dei lavori a lei dedicato è naturalmente il libro di Carotenuto, Diario di una segreta simmetria. Sabina Spielrein tra Jung e Freud.

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Published: 02 January 2013
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Una recensione su David Harvey

di Connessioni

Harvey, David: The enigma of Capital and the Crises of Capitalism, London: Profile, 2010, 296 pp.

Come funziona il sistema capitalistico e perchè accadono le crisi? È difficile, ma cruciale, provare a rispondere a queste parole, specie di questi tempi. Un buon tentativo di accettare la sfida è il libro di David Harvey, “L'enigma del capitale”.

Nel suo libro, Harvey prova a costruire una teoria delle crisi del capitalismo, in primis proponendo la sua visione del capitale come un flusso. Se questo flusso è interrotto, a causa dei limiti che il capitale incontra, descritti da Harvey nel prosieguo del libro, c'è una crisi, come quella che stiamo sperimentando oggi. Le crisi servono a riconfigurare il capitalismo, permettendo la sua sopravvivenza.

Dato che le crisi hanno accompagnato l'intera storia del capitalismo, è piuttosto chiaro che ci deve essere una contraddizione sistemica nel processo di accumulazione capitalistica. Harvey affronta la questione definendo il capitale non come un oggetto ma come un flusso, dove il denaro è costantemente mandato in cerca di altro denaro.

I capitalisti, sotto la pressione della forza della competizione, sono costantemente forzati a re-investire i profitti che essi eventualmente abbiano guadagnato. I problemi nascono quando il flusso si interrompe. L'11 Settembre ha fermato momentaneamente il flusso. Non fu sorprendente, allora, che il presidente Bush dedicasse tutto se stesso a riportare il flusso alla normalità.

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Published: 01 January 2013
Created: 01 January 2013
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Ripoliticizzare la decrescita*

Considerazioni a partire dalla Conferenza di Venezia

Marino Badiale, Fabrizio Tringali

Quest'anno la Conferenza Internazionale sulla Decrescita, ormai giunta alla terza edizione, si è tenuta in Italia, a Venezia, dal 19 al 23 settembre. Senza dubbio l'iniziativa è stata un successo: circa 700 partecipanti provenienti da 47 paesi diversi, età media piuttosto bassa (più di un terzo degli iscritti aveva meno di 30 anni), grande partecipazione sia alle assemblee plenarie sia ai workshop (più di 80 in tre giorni), circa 180 papers discussi. Tutto ciò, unito alla capacità dimostrata dagli organizzatori, prova che anche in Italia il movimento della decrescita, nelle sue varie componenti, è ormai una realtà ben consolidata. Un risultato di questa portata comporta anche, come è ovvio, una grande responsabilità: quella di far crescere e fruttificare le potenzialità che il movimento ha dimostrato di avere, riuscendo ad incidere effettivamente sulla realtà politica, a livello sia nazionale sia internazionale.

Il pensiero della decrescita ha certamente la possibilità di sparigliare le carte della lotta politica tradizionale, imponendo un'agenda non riducibile agli schemi concettuali che hanno segnato gli antagonismi del Novecento, in particolare quello fra destra e sinistra. Ma affinché la decrescita possa sviluppare le sue grandi potenzialità, è probabilmente necessario un ulteriore sforzo di focalizzazione di alcuni nodi concettuali.

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Published: 31 December 2012
Created: 31 December 2012
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marx xxi

"Bentornato Marx!"

recensione al libro di Diego Fusaro

di Emiliano Alessandroni

Nel 1993 viene pubblicato in Italia per la Rusconi un libro di Armando Plebe: Dimenticare Marx? La presenza stessa del volume costituiva di per sé una risposta alla domanda espletata nel titolo, ma l'autore volle essere esplicito esortando a non dimenticarsi di Marx «irresponsabilmente, come ci si scorda di un numero di telefono che da qualche tempo non si usa più»; è possibile infatti «considerare meritoria oppure sciagurata la stesura del Capitale», ma occorre pur sempre tener presente che dietro di essa «stanno secoli di cultura» la quale «ha generato a sua volta un secolo e mezzo di cultura marxista»; ne discende che «un politico che non dimentichi Marx è un politico costretto ad accorgersi che la cultura esiste»1.

Da alcuni anni a questa parte, parrebbe quasi che il monito di Plebe abbia sortito un effetto maggiore del previsto. Nel 1999 un sondaggio della BBC ha premiato Marx come «il più grande pensatore del millennio»2. Sei anni più tardi il programma radiofonico In our time, della medesima emittente televisiva, ritenta il sondaggio in forme diverse, ma ottenendo il solo risultato di far conquistare a Marx anche il titolo di «più grande filosofo della storia»3.


A partire dall'avvento della crisi economica i richiami al teorico tedesco aumentano vertiginosamente: nel 2008 l’omonimo arcivescovo di Monaco Freising Reinhard Marx, dopo aver pubblicato un libro dal titolo Il Capitale. Una difesa dell'uomo, dichiara che «poggiamo tutti sulle spalle» del filosofo di Treviri «perché aveva ragione», infatti «nella sua analisi della situazione del XIX secolo ci sono punti inconfutabili»4.

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Published: 31 December 2012
Created: 31 December 2012
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Resistenza in Bahrain: le lotte dei lavoratori

di Yusur Al Bahrani

Il testo che segue è stato scritto da una compagna residente in Canada ma originaria del Bahrain. I legami che tuttora mantiene col suo paese le permettono di restituirci una realtà meno schiacciata su quelle che sono le letture cui solitamente possiamo accedere. Le avevamo chiesto di scrivere un resoconto che ci desse l'opportunità di inquadrare il ruolo che la classe lavoratrice sta giocando nell'isola perché troppo spesso ci pare sia l'attore che sparisce dalle cronache.

Ciò che ci sembra emergere dalla lettura è soprattutto la lotta per la fine di un regime oppressivo e reazionario. Ma nella critica alla gestione del potere degli Al-Khalifa, più che la rivendicazione di un modello simile a quello occidentale, si intravedono le parole d'ordine che hanno riempito e – fortunatamente – continuano a riempire le piazze arabe: “Pane, libertà e giustizia sociale!”

Le lotte dei lavoratori sono al centro del movimento. In questo testo si prende in considerazione soprattutto la repressione di cui sono stati fatti oggetto e che mostra una sostanziale comunanza di vedute del capitale privato e dello stato. I lavoratori sono il nemico e vanno sconfitti in ogni modo: con la tortura, la galera, i licenziamenti e la sostituzione con altri membri dell'esercito di riserva mondiale. Il tutto pur di lasciare inalterato l'attuale assetto di potere.
Per approfondire le dinamiche della rivolta in Bahrain, leggi 'La rivoluzione in Bahrain: resistenza all'imperialismo'.


Lavoratori e studenti sono l'essenza della resistenza all'oppressione ed alla repressione dello stato. Sono il cuore di ogni rivoluzione che voglia costruire una vera democrazia fondata sull'emancipazione della forza dei lavoratori.

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Published: 30 December 2012
Created: 30 December 2012
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znet italy

Il capitalismo globale e la sinistra

Jamie Stern-Weiner intervista Leo Panitch

sole fumoIn quale senso il capitalismo è un sistema ‘globale’?

Il nostro mondo è tuttora in gran parte costituito da stati nazione con economie e strutture di classe e sociali molto diverse.

Detto questo, molte delle economie sono integrate nelle reti di produzione delle imprese multinazionali (MNC) che producono, esternalizzano o appaltano in molti paesi diversi. Molti stati sono oggi altamente dipendenti, per una percentuale elevata del loro PIL, dalle esportazioni e dagli scambi che, a loro volta, sono inestricabilmente collegati a sistema bancario internazionale (attraverso i crediti al commercio, i derivati del mercato delle divise, e così via). Le banche commerciali e d’investimento sono diventate interamente internazionalizzate. Da questo punto di vista si può dire che ciò di cui parlava Marx intorno al 1850 – del capitalismo come sistema con tendenze globalizzanti – si è più o meno avverato.


Quale ruolo svolgono gli stati nel sostenere questo ordine capitalista globale?

Il nostro libro inizia con due citazioni. Una è di David Held, già della London School of Economics, che nei primi anni ’90 parlò di una crescente economia mondiale transnazionale che scavalcava anche gli stati più potenti. La seconda è di Eric Hobsbawm, nel suo magnifico ‘Age of Extremes’ [L’epoca degli estremi], e afferma che le MNC preferirebbero un mondo ‘popolato da stati nani o da nessuno stato del tutto’.

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Published: 29 December 2012
Created: 29 December 2012
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Le lotte contro il regime della Troika

di Thomas Seibert

(…dalla Interventionistische Linke, ma non per la Interventionistische Linke…)

Pubblichiamo l’intervento tenuto da Thomas Seibert all’interno degli eventi organizzati a Francoforte contro la Euro Finance Week nello scorso novembre. Si tratta di un contributo di grande interesse sulla crisi attuale che contiene una proposta sulle possibilità di superare politicamente le condizioni anche istituzionali che la crisi sta imponendo. Esso pone due questioni per noi essenziali, ovvero quella dell’organizzazione e quella del potere, cercando di collocarle, e quindi di discuterle, su di un piano di realtà. Ciò significa aprire il dibattito su quali sono gli strumenti che consentano di affrontare tali questioni, senza accontentarsi del presente e senza mitologici riferimenti al passato. Già lo sciopero europeo dello scorso 14N è stato un evento complesso del quale probabilmente dovremo cercare di individuare gli effetti nel tempo. La compresenza al suo interno di protesta e contestazione ha indicato un problema che chiede di essere affrontato. La rielaborazione della pratica dello sciopero è un’azione politica che deve avere come protagonisti dei soggetti reali – come per esempio i migranti – che si organizzano per affrontare la questione del potere. In nessun caso esso può essere scambiato con la riproposizione di un minoritarismo programmatico destinato a ottenere meno di nulla, se non la celebrazione dei pochi momenti necessari alla propria autorappresentazione come gruppo.

Assieme alle questioni di merito, la proposta di Thomas annuncia un criterio di metodo che va oltre il gruppo al quale comunque lui fa riferimento. Anche per questo lo pubblichiamo. Propone le questioni su una scala che anche noi abbiamo provato a impiegare, inserendo i movimenti di lotta in Europa in uno scenario che va dalla Cina agli Stati uniti.
Usa un linguaggio che noi non utilizziamo, dato che non abbiamo mai praticato il lessico del comune, né abbiamo parlato di sciopero metropolitano. Questo intervento invita però ad andare oltre le definizioni usuali e rassicuranti. E questo riguarda anche noi. Non da ∫connessioni precarie, ma per le connessioni precarie…

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Published: 29 December 2012
Created: 29 December 2012
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Keynesismo, socialdemocrazia e l’anomalia italiana

di Francesco Scacciati

Nei paesi per i quali la migliore definizione penso possa essere “a capitalismo democratico”, si è quasi sempre potuta distinguere “una destra” e “una sinistra”. Nell’ambito di quest’ultima, molto frequentemente si è potuto ulteriormente distinguere tra una sinistra moderata o “di governo” e una sinistra radicale o “antagonista”. La sinistra radicale molto raramente ha fatto parte delle coalizioni al governo e, quando ciò è accaduto, ha avuto un ruolo largamente minoritario e sostanzialmente di appoggio alle forze “riformiste”. Ma, a parte l’autodefinirsi tali (che ovviamente non basta), che cosa contraddistingue i partiti di sinistra, seppur moderata, dalla destra nei paesi a capitalismo democratico? Probabilmente l’elenco non è brevissimo e forse è anche opinabile. Pacifismo e ambientalismo certamente sono parte della cultura di sinistra, ma non è escluso che ci possa essere una destra pacifista (o quantomeno “non interventista”) e ambientalista; altrettanto può valere per l’accoglienza degli immigrati, per la tolleranza nei confronti di altre culture e delle diversità in generale, etc. Uno degli elementi caratterizzanti della sinistra è, a mio avviso, l’aver creato, o esteso e rafforzato, lo stato sociale, il cosiddetto welfare, o avere ciò nel proprio programma.

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Published: 25 December 2012
Created: 25 December 2012
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Questioni di filosofia, di verità, di storia, di comunità

Saša Hrnjez intervista Costanzo Preve

Il testo di questa intervista è stato pubblicato in lingua serba nella rivista Stvar/Thing – Journal for Theoretical Practices (No.3/2012, pp. 286-309) a cura del circolo filosofico Gerusija di Novi Sad (http://gerusija.com/stvar/ e http://www.facebook.com/casopisstvar) e in lingua italiana su Koinè, Periodico culturale – Anno XIX – NN° 1-4 Gennaio-Dicembre 2012, Petite Plaisance Editrice.

La fine della filosofia, Heidegger, paradigma dello spazio e temporalità storica


SAŠA HRNJEZ: Comincerei da un tema abbastanza trattato nel corso del Novecento. È il tema della “fine della filosofia”. Basta pensare a Heidegger, ma non solo. Mi interessa come ti rapporti con questo problema. Ed inoltre pongo la questione della autocontraddizione dell’annuncio filosofico della fine della filosofia, in quanto questa stessa affermazione rimane ancora nell’orizzonte della fi­losofia. É la questione che lateralmente apre un altro problema: il problema dell’autoriflessione della filosofia stessa.

COSTANZO PREVE: In primo luogo io penso che Heidegger non possa essere ridot­to all’annunciatore della fine della filosofia. Più esattamente lui è un annunciatore della fine della metafisica che egli ritiene risolta integralmente nella tecnica planetaria, perché il termine tedesco Gestell vuol dire dispositivo anonimo ed impersonale.

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Published: 25 December 2012
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L'essenziale sull'essenziale

Gilles Dauvé & Karl Nesic

Nell'autunno del 2009 uno degli attuali partecipanti a «Il Lato Cattivo» inviò un questionario a Gilles Dauvé e Karl Nesic, redattori della rivista «Troploin»; le relative risposte andarono a costituire la Lettre de Troploin n. 10 (novembre 2009). Ne pubblichiamo qui la traduzione italiana, che può essere letta sia come un testo autonomo, sia come un complemento al più lungo La Ligne Générale (Lettre de Troploin, n. 8, aprile 2007), anch'esso frutto delle risposte a un questionario che Dauvé e Nesic avevano ricevuto dalla rivista tedesca «Revolution Times». [ndr]

[1] Ha ancora senso, nella nostra epoca, credere ragionevolmente non diciamo alla necessità, ma alla possibilità di una rivoluzione sociale, e agire di conseguenza? Quali sono le condizioni di possibilità di una tale rivoluzione?

Oltre un secolo e mezzo dopo la pubblicazione del Manifesto del partito comunista, la rivoluzione si fa ancora attendere. La questione che sollevate è quindi non solo legittima, ma necessaria. Tutto dipende dal modo in cui la si pone... o la si aggira.

Alcuni dei nostri compagni hanno creduto nella rivoluzione, cercato di contribuire alla sua venuta, e poi smesso di credervi allorché non l'hanno veduta arrivare. Evidentemente, per loro, la rivoluzione aveva consistenza reale o possibilità di realizzarsi, soltanto nella misura in cui fosse sopraggiunta nel corso della loro vita, o diciamo piuttosto della loro giovinezza.

Altri conservano una prospettiva rivoluzionaria soltanto mantenendosi “sotto pressione”, come se la combinazione di un capitalismo sempre più insostenibile e di lotte sempre più profonde, conducesse inevitabilmente al sovvertimento dell'esistente.

Non possiamo nulla per i delusi, gli stanchi, gli impazienti e gli irritati dalla storia...

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Published: 24 December 2012
Created: 24 December 2012
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Finanza e capitalismo. Che cosa è cambiato

di Claudio Gnesutta

Gli intrecci della finanza con la produzione, il potere economico e il consenso sociale sono essenziali per capire la crisi di oggi. Il peso che ha ora la finanza è diventato insostenibile per l’economia e la società. O si ridimensiona la finanza, o si riduce lo spazio per la democrazia e i diritti sociali

La crisi, manifestatasi inizialmente sui mercati finanziari e immobiliare statunitense, si è rapidamente propagata a livello mondiale assumendo via via contorni diversi, tanto da presentarsi, specie in Europa, prima come caduta della produzione e dell’occupazione e successivamente, anche per effetto della recessione, come una crisi della finanza pubblica, il cui superamento non è stato certamente favorito dalle politiche di austerità adottate per contrastarla.

Il fatto che finanza e produzione, finanza privata e finanza pubblica risultino strettamente intrecciate rende manifesto il carattere sistemico di questi rapporti e induce a una loro analisi più attenta per comprendere i processi in atto e qualificare la critica all’attuale modo di produzione, qualificato correntemente come capitalismo finanziario.

È di particolare stimolo a questo riguardo l’analisi del volume di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini Il film della crisi. La mutazione del capitalismo (Einaudi, 2012, www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Come-la-finanza-ha-rotto-il-compromesso-tra-capitalismo-e-democrazia-15842) che inserisce l’attuale fase all’interno di un processo di lungo periodo, così lungo da comprendere almeno tre cicli storici e l’intero ventesimo secolo, dello sviluppo del capitalismo mondiale.

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Published: 24 December 2012
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Dopo la fine della rappresentanza

Disobbedienza e processi di soggettivazione

Maurizio Lazzarato

800px Pieter Bruegel d A 107Le forme collettive di mobilitazione politica contemporanea, che si tratti di sommosse urbane o di lotte sindacali, che siano pacifiche o violente, sono attraversate da una stessa problematica: il rifiuto della rappresentanza, la sperimentazione e l’invenzione di forme di organizzazione ed espressione in rottura con la tradizione politica moderna fondata sulla delega del potere a dei rappresentanti del popolo o delle classi. Il rifiuto di delegare la rappresentanza di ciò che è divisibile ai partiti e ai sindacati e la rappresentanza di ciò che è comune allo Stato, trova la sua origine in una nuova concezione dell’azione politica derivata dalla «rivoluzione» del ’68.

Le mobilitazioni che sorgono un po’ ovunque nel mondo affermano che all’interno della democrazia rappresentativa «non ci sono alternative» possibili.

Il rifiuto, la disobbedienza che abitano queste lotte cercano e sperimentano delle nuove azioni politiche all’interno della crisi. Ma di quale crisi si tratta e quali tipi di organizzazione politica si esprimono nella crisi?

In un seminario del 1984, Félix Guattari afferma che la crisi che l’Occidente attraversa dall’inizio degli anni Settanta, prima di essere una crisi economica, prima di essere una crisi politica, è una crisi di produzione di soggettività. Come intendere quest’affermazione?

Se il capitalismo «propone dei modelli (di soggettività) come l’industria automobilistica propone delle nuove serie» allora, la posta in gioco più grande di una politica capitalista risiede nell’articolazione di flussi economici, tecnologici e sociali con la produzione di soggettività, in modo tale che l’economia politica non sia altro che «economia soggettiva».

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  1. Pierluigi Sullo: Cambiare i partiti non si può
  2. Riccardo Achilli: Il progetto europeo pericolante
  3. Loren Goldner: Il capitale fittizio e la riproduzione contratta oggi
  4. Rossana Rossanda: L’io e la società, senza la politica
  5. Elisabetta Teghil: Ricordare/Trasformare/Uscire da qui
  6. Paolo Virno: Lo stato d’eccezione proclamato dal basso
  7. Marco Maurizi: L’animale dialettico
  8. N.Casale e R.Sciortino: Ritorno al futuro: agenda Monti ora e sempre
  9. Sergio Bologna: Il crack che viene dal mare
  10. Un'intervista a Karl Marx sull'Internazionale
  11. Alfonso Gianni: Le nuove incrinature del pensiero unico non deviano il corso della Ue
  12. Elvio Dal Bosco: La crisi si supera salvando il Pianeta
  13. Tutti sanno, tutti zitti: un’analisi sulle condizioni di vita in Italia
  14. menici60d15: La differenza tra meritocrazia e merito
  15. Piero Valerio: La dittatura dello spread e il programma della shock economy
  16. Gianfranco Ferraro: Insospettate insorgenze
  17. Guglielmo Carchedi: La finanziarizzazione come effetto della crisi
  18. Alberto Bagnai: L'"agenda Bagnai" e la maldicenza e mediocrità molto tenaci
  19. Pino Cabras: Il Grillo, il Principe e la Terza Repubblica
  20. Red: I cento giorni di Berluscone. Per Mediaset e per il bene del paese
  21. F.Gambino e D.Sacchetto: Le spine del lavoro liquido globale
  22. S.Chignola e S.Mezzadra: Fuori dalla pura politica
  23. Piero Valerio: La netta separazione fra moneta e credito
  24. Guglielmo Forges Davanzati: Il potere di generare crisi
  25. Antonio Carlo: La putrescenza del Capitalismo contemporaneo e la teoria del crollo

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