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Published: 25 July 2024
Created: 23 July 2024
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ottolinatv.png

Da Trump a Le Pen: la rivincita del capitalismo straccione e le lacrime di coccodrillo degli analfoliberali

di Ottolinatv

https://youtu.be/r2vvMEpKA8Y

Vladimir Putin and Donald Trump at the 2017 G 20 Hamburg Summit 4 1536x948.jpgTra analfoliberali sull’orlo di una crisi di nervi e miliardari fintosovranisti travestiti da working class heroes, andrà a finire che moriremo tutti, ma – di sicuro – non di noia: dopo 50 anni di pilota automatico, le diverse fazioni del grande capitale dell’Occidente imperialista, impanicate dal loro progressivo e inevitabile declino, sono tornate a farsi la guerra; e gli ultimi giorni, tra attentati falliti e la prima volta in assoluto dal 1968 che un commander in chief decide di rinunciare spontaneamente alla corsa per il secondo mandato, sono stati in assoluto i più movimentati del teatrino politico USA degli ultimi decenni. Ma al di là della rappresentazione teatrale, in cosa consistono davvero queste fazioni del capitale sull’orlo della guerra civile? Che interessi materiali rappresentano? Ha davvero senso tifare per una piuttosto che per l’altra? E sono davvero così alternative tra loro? Dalla Francia della Le Pen agli USA di The Donald, in questo video proveremo a dare alcune informazioni che speriamo ci permettano di navigare in queste acque turbolente senza essere totalmente in balia della propaganda e dei mezzi di produzione del consenso delle diverse fazioni del partito unico della guerra e degli affari; prima di farlo, però, vi ricordo di mettere un like a questo video (proprio per permetterci di portare avanti la nostra guerra quotidiana contro il pensiero unico imposto dagli algoritmi) e, se non l’avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e di attivare le notifiche: a voi costa solo pochi secondi, ma a noi permette di dare ogni giorno un po’ più di voce al 99% e a chi dalle faide tra pezzi diversi di oligarchia, alla fine, ha sempre e solo da rimetterci.

Come mi capita spesso, non c’avevo capito una seganiente: unico tra tutti gli Ottoliner, ho continuato per mesi a dire che, a mio avviso, la vittoria di Trump nelle prossime presidenziali di novembre non era scontata per niente.

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Published: 25 July 2024
Created: 22 July 2024
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collettivolegauche

Antropocene o Capitalocene? Le critiche di Moore e la difesa di Angus

di Collettivo Le Gauche

Moore crop II1. Perché Moore è contro l’Antropocene

Per Jason W. Moore nel libro Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, traduzione di Alessandro Barbero ed Emanuele Leonardi, l’Antropocene è una delle risposte concettuali date alla relazione moderna tra ambiente e natura. Il concetto si presta a molteplici interpretazioni ma una è dominante ed individua nell’Inghilterra del XIX secolo le origini del mondo moderno e nell’Anthropos la molla dietro le forze trainanti di questo cambiamento epocale, ovvero carbone e vapore. Si tratta di una storia che mette da parte la violenza propria dei rapporti moderni di potere e di produzione, nella disuguaglianza e nell’alienazione. Le attività umane nella rete della vita sono ridotte a un’umanità astratta dove non figurano problematiche come l’imperialismo e il patriarcato. La narrazione proposta vede la contrapposizione delle imprese umane con le grandi forze della natura. La complessità del cambiamento storico-geografico viene sostituita da nozioni lineari di tempo e spazio. Allo stesso tempo, dice Moore, i teorici dell’Antropocene non possono negare che gli esseri umani sono una forza geofisica operante nella natura. Emerge così la problematica mooriana “Un sistema/Due sistemi”. A livello filosofico l’umanità viene inserita nella rete della vita ma a livello metodologico viene pensata come separata da essa. In poche parole, il pensiero verde si dibatte in olismo in filosofia e dualismo nella pratica. Per quanto riguarda la teoria dell’Antropocene, essa possiede due dimensioni. Una che analizza i fenomeni bio-geologici e la seconda che si sofferma sulla storia. In breve, a partire da fatti e questioni bio-geologiche vengono prodotte delle periodizzazioni storiche. L’approccio è sostenuto da alcune importanti decisioni metodologiche. In primo luogo ci si sofferma sulle conseguenze dell’attività umana. Il domino dell’uomo sulla Terra è costruito sulla base di cambiamenti biofisici ridotti a categorie descrittive come i concetti di urbanizzazione e industrializzazione.

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Published: 24 July 2024
Created: 22 July 2024
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paroleecose2

Su L'ecosocialismo di Karl Marx di Kohei Sato

di Francesco Saverio Oliverio

pic greenmarx.jpgL’ecosocialismo di Karl Marx di Kohei Saito è comparso in lingua italiana per i tipi di Castelvecchi nell’ottobre 2023 [1]. La pubblicazione in lingua inglese risale al 2017, l’editore fu la Monthly Review Press [2]. Saito è filosofo del pensiero economico, professore all’Università di Tokyo; il suo nome è giunto al grande pubblico grazie al boom di vendite del successivo Capital in the Antropocene (Ed. Shueisha, 2020) vincitore dell’Asia Book Award del 2021 nella categoria dei libri con un gran numero di lettori che colgono con acutezza i cambiamenti della società moderna.

L’autore – sin dalle pagine introduttive – si immerge nel dibattito che ha attraversato le opere di Marx, in particolare in merito all’ecologismo. Il rivoluzionario di Treviri è stato criticato – ricorda Saito – a partire dagli anni Settanta anche dall’emergente movimento ambientalista per il suo “prometeismo” ovvero per il suo elogio al progresso delle forze produttive e anche in campo sociologico non sono mancate voci autorevoli – come quella di Anthony Giddens – che hanno condiviso lo stereotipo secondo il quale in Marx lo sviluppo tecnologico avrebbe permesso di manipolare la natura.

Proprio l’emergere delle preoccupazioni per le sorti dell’ecosistema – poste dal noto rapporto Limits to Growth nel 1972 nei termini di un prossimo raggiungimento dei limiti naturali se la linea di sviluppo fosse continuata inalterata in alcuni settori strategici come l’industrializzazione e la produzione alimentare [3] – e la nascita dei movimenti ambientalisti hanno posto alla tradizione di pensiero marxista delle sfide importanti, in primis quella di individuare gli elementi teorici con cui aggredire problemi nuovi. Si trattava di recuperare e costruire un’immaginazione socialista sull’ecosistema.

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Published: 24 July 2024
Created: 16 July 2024
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lafionda

Uno schema di ricerca su Operai e Capitale

di Lorenzo Serra

0e99dc 7aa60b066c054d7ab8458168ffafe69cmv2.jpgNon dovremmo più considerare Operai e capitale un testo di esclusivo attacco, puramente escatologico – ciò, infatti, continua-a-significare il fraintendimento non solo di quest’ormai classico dell’operaismo italiano, ma anche, e soprattutto, un equivoco dell’intera opera trontiana: del suo stile o carattere – o, per esprimersi in termini lukácsiani, del suo pensiero solo. Sì, Operai e capitale è stato anche questo: una possibilità esperita – un tentativo di offensiva da portare nel cuore del Capitale, che doveva esser esplorato fin dentro i suoi limiti. Ma è stato anche altro, quell’altro che costituisce, poi, la cifra stilistica del pensiero di Tronti, dai caratteri, mai abbandonati, del malinconico, della scissione, della crisi: e, cioè, un pensiero rivoluzionario, dai tratti anche eretici, che diffida di marce trionfali o progressiste – eppure, forse in virtù di questo, mantenutosi, nel profondo, sempre, comunista.

Operai e capitale, allora, si potrebbe leggere come quel momento in cui – anche grazie ad una differente Storia – queste sue differenti anime si sono avvicinate, fino a toccarsi: il carattere gioioso di un tentativo, pensiero vissuto insieme a compagni e compagne con cui non smetterà di dialogare anche in seguito, che non riesce – perché non vuole – mai, fino in fondo, a liberarsi di quel suo lato pessimista, o tragico. Una questione insieme esistenziale e storica: vi è, infatti, come vedremo, l’embrionale intuizione che siamo già alle soglie di una possibile fine, o quantomeno di un arresto, del sogno operaio, ma, al contempo, vi è anche un’altra questione, più difficile e liminare – e, cioè, il fatto che anche a rivoluzione compiuta il mondo, e la società, non avrebbero raggiunto alcun Senso definitivo, e, allora, si sarebbe dovuto continuare a camminare, insieme, impossibilitati ad abbandonare, una volta per tutte, quel mondo di malinconia.

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Published: 23 July 2024
Created: 19 July 2024
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asimmetrie

L’eclissi della parola

di Elisabetta Frezza

buvkj9iDa qualche decennio a questa parte la scuola italiana è posseduta dal demone della innovazione: versa in uno stato di riforma permanente. È sovraccarica, ormai sfigurata, eppure chiunque passi dalle parti di quel ministero si sente in dovere di aggiungere la propria impronta senza chiedersi a quale τέλος (tèlos) essa concorra. Ammesso che un τέλος ci sia.

Si accenni solo a tre passaggi legislativi salienti, ex multis:

  • nel 1997 l’autonomia scolastica ha aperto gli istituti al territorio e li ha incoraggiati ad avventurarsi in ogni genere di sperimentazione, creando per questa via un surreale clima di competizione mercatista tra le varie scuole;
  • nel 2015 la cosiddetta “buona scuola”, tra l’altro (tra molto altro), ha fatto delle innovazioni didattiche – qualunque fosse il loro risultato – una sorta di obbligo e un titolo per accedere alle premialità;
  • nel 2019 la legge istitutiva della “nuova educazione civica” ha sfruttato quest’etichetta dal suono familiare e rassicurante per inondare l’orario curricolare di contenuti ad alto tasso ideologico (il piatto forte è l’Agenda 2030, nuovo libro sacro sui cui dogmi catechizzare, dall’asilo fino all’università, schiere di fedeli), contribuendo pesantemente a relegare la didattica delle discipline – già tanto sacrificata da attività estemporanee di ogni genere, spesso scadenti se non addirittura imbarazzanti – in uno spazio che si può a buon diritto definire residuale.

Ormai fare scuola a scuola è diventata un’esperienza piuttosto eccezionale e non occorre spiegare come le continue distrazioni, anche senza entrare nel loro merito, producano l’effetto plurimo di: interrompere il ritmo didattico; immiserire i contenuti dell’insegnamento; disperdere l’attenzione in mille rivoli ciechi; contribuire alla interiorizzazione della superficialità come metodo di lavoro.

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Published: 23 July 2024
Created: 15 July 2024
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micromega

Il coraggio di fare storia oggi. Dialogo a distanza con Adriano Prosperi

di Paolo Favilli

Cosa significa fare storia nell’epoca del presentismo del capitalismo totale. Conferenza al festival Echi di storia 2024

978880625067HIG.JPGIl degrado dell’uso pubblico della storia

Voglio cominciare questo intervento riflettendo sulle implicazioni, fattuali e di metodo, derivanti da un’affermazione che Adriano Prosperi colloca quasi alla fine di quel libro del 2021 che è un po’ il filo rosso intorno al quale si articola tanta parte di questa nostra discussione.

Dice, dunque Prosperi:

La malattia della memoria degli anni recenti (…) ha fatto calare la nebbia dell’ignoranza e della falsificazione su valori, riti e date civili. Nel senso comune è la storia stessa che è apparsa come un vecchiume da abbandonare perché dannoso. È l’economia la scienza del futuro (il grassetto è mio). Invece la storia è un ammasso di vecchiumi. (…) [Il portato principale] della cultura [del] «presentismo»[1].

In queste poche righe dove viene delineato il «momento attuale» nel cui ambito si trova ad operare chi esercita il «mestiere di storico», emerge con chiarezza la contraddizione radicale tra la logica profonda, l’essenza stessa di quel «mestiere» e la cultura del «presentismo», cioè la negazione assoluta dell’analisi del «presente come storia». Sullo sfondo gli esiti del mutamento di «paradigma», una nuova «grande trasformazione» all’incontrario rispetto a quella studiata da Karl Polanyi. Una «grande trasformazione» che ha la sua radice non nel «pensiero, ma nelle «cose», nel rapporto complesso tra il «regresso nelle cose» e il «regresso del pensiero».

L’indicazione di Prosperi sulla rappresentazione del tutto ideologica dell’«economia» come «scienza del futuro» (e del presente dunque) ci permette di affrontare uno dei punti centrali di questo rapporto.

È proprio nell’analisi del «lungo presente» che si possono cogliere i nodi intrecciati di approcci epistemologici e metodologici innovativi e, nello stesso tempo, la loro sostanziale non incidenza nei dominanti cascami di quello che si è chiamato «uso pubblico della storia».

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Published: 23 July 2024
Created: 26 June 2024
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machina

Attraversando il PNRR. Parte III

La formazione della forza lavoro

di Emiliano Gentili, Federico Giusti, Stefano Macera

0e99dc d31ec907253d4e3c8226fcc975afe889mv2La terza parte del dettagliato studio di Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera sul Pnrr. L’articolo odierno si concentra sulle trasformazioni dell’insegnamento e del sistema scolastico previste dal piano per favorire la formazione di una forza-lavoro che risponda alle esigenze delle imprese.

Parte I - Parte II

* * * *

I. Innovazione, digitalizzazione e formazione della forza lavoro

La formazione dei lavoratori è da tempo uno degli argomenti più dibattuti dalla stampa, che, in un'ottica favorevole agli interessi delle imprese, non perde occasione per magnificare i vantaggi derivanti dalla crescita delle competenze nella forza lavoro. Per essere espliciti potremmo sintetizzare il ragionamento in questi termini: una forza lavoro meglio formata è una condizione imprescindibile per arrivare a una maggiore produttività, ottenendo da ciascun dipendente maggiore efficacia nello svolgimento delle proprie mansioni. In più, essendo spesso un elemento necessario per far sì che un settore dell’economia produttiva progredisca, l’aumento della produttività può consentire alle imprese di stare al passo coi tempi.

A ben vedere, oggi la questione ha assunto maggior rilevanza proprio in relazione a quella trasformazione in atto che si suole indicare con la formula «Industria 4.0». Ora, diversi sono i fattori che hanno portato l’Italia a presentarsi in ritardo a questo appuntamento. Uno di questi è la prevalenza, nel tessuto produttivo, di aziende di piccole e medie dimensioni, tradizionalmente meno propense all’innovazione e dunque poco sensibili all’idea di una formazione continua della manodopera, soprattutto se la stessa avviene a discapito dell'attività produttiva quotidianamente erogata.

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Published: 22 July 2024
Created: 22 July 2024
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intelligence for the people

Dopo il 75° vertice NATO: verso l’irreversibile distruzione dell’Ucraina

di Roberto Iannuzzi

L’Alleanza Atlantica immola definitivamente l’Ucraina, lavora alacremente al completamento della nuova cortina di ferro, e mette nel mirino la Cina, mentre si allargano le crepe nelle sue fondamenta

426c81a6 b600 4e12 985c aaf2fd4ae45c 2200x1467L’elemento forse più rilevante del vertice che doveva celebrare in grande stile i 75 anni dell’Alleanza Atlantica compare nel 16° paragrafo della Dichiarazione conclusiva, dove si definisce “irreversibile” il percorso dell’Ucraina verso la piena integrazione euro-atlantica, inclusa l’adesione alla NATO.

Il ricorso all’aggettivo “irreversibile” è deliberatamente finalizzato a garantire due esiti importanti per i vertici dell’Alleanza: in primo luogo, il prolungamento della guerra, poiché lo status neutrale dell’Ucraina, elemento chiave delle richieste russe, viene automaticamente escluso dagli scenari possibili.

Circa un mese fa, il presidente russo Vladimir Putin aveva citato proprio la neutralità dell’Ucraina fra le condizioni che, secondo le sue parole, avrebbero portato “immediatamente” a un cessate il fuoco e all’inizio dei negoziati.

Secondariamente, la suddetta formulazione implica la seria possibilità che l’adesione definitiva di Kiev alla NATO resti un miraggio che non si tradurrà mai in realtà, visto che la “irreversibilità” del percorso garantisce che non si torni indietro, ma non necessariamente che si vada avanti.

Esattamente come nella dichiarazione del vertice di Vilnius dello scorso anno, i membri del patto atlantico dichiarano genericamente che estenderanno all'Ucraina l'invito ad aderire alla NATO “quando gli alleati saranno d'accordo e le condizioni saranno soddisfatte”.

In questo modo, Kiev avrà sempre degli obblighi nei confronti della NATO, mentre quest’ultima non ne avrà mai nei confronti di Kiev (a eccezione di quelli che vorrà imporsi volontariamente). Il surrogato che è stato offerto al paese è un “ponte” verso l’adesione effettiva all’Alleanza.

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Published: 22 July 2024
Created: 18 July 2024
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coku

I fiori vivi della critica. Oltre il già noto

di Eugenio Donnici

carl accardi composizione.jpgNell’approcciare l’ultimo libro di Leo Essen, pubblicato pochi mesi fa, ho cercato di porre l’attenzione sui nessi impliciti ed espliciti che legano le “sensazioni e i concetti” o più semplicemente ho dato spazio alla formazione di quei pensieri che sono sgorgati dalle fluttuanti sinapsi della mente. Pensieri che appaiono e poi prendono forma mediante la scrittura. Sembra che in principio, asserisce Essen, non ci siano solo pure sensazioni, non ci sia un groviglio di sensazioni dal quale emergerebbe la parola e il concetto. Senza concetto non ci sono sensazioni.

Che cosa sono allora le parole, i concetti?

Tra le tante risposte possibili, io assocerei o troverei calzante la proposizione che segue: «La fama, il nome, l’aspetto esteriore, la validità, l’usuale misura e peso di una cosa, dice Nietzsche (Gaia, 58) – in origine, per lo più, un errore e una determinazione arbitraria buttati addosso alle cose come un vestito e del tutto estranei all’essenza e perfino all’epidermide della cosa stessa». (1)

Non è un libro di facile lettura, per la miriade di sollecitazioni che l’interazione visiva ed uditiva stimola, per le interconnessioni concettuali che si dispiegano in autori del calibro di Bataille, Marx, Derrida, Hegel, Nietzsche, Heidegger, Freud e così via. Le prime difficoltà sorgono dalla necessità di avere dimestichezza con le opere degli autori citati, con la disinvoltura con la quale Essen espone il tema della legge del valore-lavoro, coinvolgendo il potenziale lettore, oltre il già noto, oltre il seminato. Tali ostacoli non sono insormontabili, in quanto l’autore del libro, sebbene utilizzi un linguaggio complesso e di un elevato registro, intriso di prosa e poesia, non perde di vista la funzione chiarificatrice della scrittura e soprattutto è lontano dagli sterili ambienti accademici.

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Published: 22 July 2024
Created: 18 July 2024
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lantidiplomatico

Il “Destino Manifesto” degli Stati Uniti, i Nativi Americani e il resto del mondo

di Raffaella Milandri

owenguogNel XIX secolo si fece strada negli Stati Uniti il concetto di “Destino manifesto” (in inglese Manifest destiny), una sorta di credo nella naturale superiorità di quella che allora veniva chiamata la “razza anglosassone”: espandersi era considerata una missione, per diffondere la loro forma di libertà e democrazia. Per i sostenitori del Destino manifesto l'espansione non era solo buona, ma anche ovvia (manifesta) e inevitabile (destino). Tutti concetti legati all'eccezionalismo americano e al nazionalismo romantico, e precursori dell’imperialismo americano e dell’americanismo. Oltre alle ovvie (anzi manifeste) riflessioni sul fatto che questo concetto sopravviva anche oggi, approfondiamone l’influsso nefasto, facciamo una visione d’insieme. Chiuderemo attenendoci al tema di questa rubrica: i Nativi Americani, che sono un ottimo esempio per analizzare la politica e la storia contemporanea. Disse Alexis de Tocqueville: “La storia è una galleria di quadri dove ci sono pochi originali e molte copie”.

 

Il Destino Manifesto

Vorrei dare un breve quadro geopolitico d’insieme.

Secondo lo storico William Earl Weeks, alla base del concetto del Destino Manifesto c'erano tre principi fondamentali:

1)L’assunto della virtù morale unica degli Stati Uniti;

2)L'affermazione della sua missione di redimere il mondo attraverso la diffusione della democrazia repubblicana e più in generale dello “stile di vita americano”;

3)La fede nel destino della nazione, stabilito in modo divino, di riuscire in questa missione.

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Published: 21 July 2024
Created: 19 July 2024
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lafionda

Macabre liturgie di fine impero

di Fabio Vighi

Cole Thomas The Course of Empire Destruction 1836.jpg‘Che grande abilità scenica quella del capitale che ha saputo fare amare lo sfruttamento agli sfruttati, la corda agli impiccati e la catena agli schiavi.’ (Alfredo Bonanno)

Il modello economico imposto dalla finanza occidentale è caratterizzato da una logica ormai strutturale di “creazione distruttiva”, che è l’opposto della “distruzione creativa” teorizzata da Joseph Schumpeter quale ‘fatto essenziale del capitalismo’[1]. La “creazione” oggi non interessa primariamente quel meccanismo di innovazione tecnologica per cui nuove unità produttive sostituiscono quelle obsolete e in tal modo aumentano la performance macroeconomica. Piuttosto, va riferita all’espansione a leva (debito) del capitale speculativo trainato dalle matrioske dei derivati, ​​che richiede l’abbandono del quadro di valori liberal-democratici già messo a tutela del capitalismo industriale. Il paradosso cui ci troviamo di fronte è che l’innovazione tecnologica distrugge il capitalismo a base industriale (il “mondo del lavoro”) e simultaneamente ci assoggetta alle strategie manipolatorie delle oligarchie finanziarie. Tradotto: le élite gestiscono la crisi terminale del capitale facendola pagare a masse sempre più immiserite, e reggimentate attraverso l’imbonimento di scenari apocalittici “provocati dal Nemico”, che in tale contesto diventa un bene più prezioso delle terre rare.

Se proprio vogliamo parlare di “sostenibilità” – concetto ideologico per eccellenza – almeno non facciamoci prendere per i fondelli. Perché il lemma non ha nulla a che vedere con i 17 obiettivi di “sviluppo sostenibile” solennemente dichiarati dall’ONU (debellare la povertà e la fame, migliorare la salute e il benessere, lottare contro il cambiamento climatico, per la parità di genere, ecc.).

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Published: 21 July 2024
Created: 17 July 2024
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carmilla

Kamo, Lenin e il “partito dell’insurrezione”

di Sandro Moiso

Emilio Quadrelli, L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo, DeriveApprodi, Bologna 2024, pp. 208, 18 euro

20 settembre.jpgOratori silenzio!
A voi la parola
compagno Mauser.
(Vladimir Vladimirovic Majakovskij, Marcia di sinistra)

 

Sono numerosi i contributi e le ricerche di Emilio Quadrelli sullo sviluppo e la storia dei movimenti antagonisti e rivoluzionari, così come sulle problematiche che gli stessi, anche in situazioni di riflusso sociale come quella che accompagna i nostri giorni, devono costantemente prepararsi ad affrontare. Per questo motivo si è scelto di aggiungere in coda alla presente recensione una bibliografia, certamente ancora incompleta, dell’opera e degli articoli dello studioso e, soprattutto, militante genovese che nel corso degli ultimi anni ha fornito anche alla nostra testata.

Detto e sottolineato questo, però, va detto che a giudizio di chi scrive il testo da poco pubblicato da DeriveApprodi può costituire una specie di summa dell’interpretazione data dall’autore dell’azione di classe e del rapporto intercorrente tra questa e lo sviluppo di una coerente teoria rivoluzionaria, capace di fornire ai militanti dei movimenti e al processo destinato a superare lo stato di cose presenti una cassetta degli attrezzi non permeata dall’ideologia e dai suoi evidenti limiti, ma capace di resistere alle chimere di questo tempo infame per superarlo.

Non per nulla il volume si intitola L’altro bolscevismo e rovescia, nel sottotitolo ma non soltanto, quel Kamo, l’uomo di Lenin che era stato il titolo della più celebre opera pubblicata in Italia1 sulla figura del militante, bandito e combattente irriducibile che dal 1903 al 1922, anno della sua morte per una banale caduta dalla bicicletta, avrebbe dato prova di una fedeltà totale alla causa della Rivoluzione proletaria e comunista. Motivo per cui avrebbe trascorso, in fasi e periodi diversi, una buona parte della sua vita nelle carceri zariste.

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Published: 21 July 2024
Created: 17 July 2024
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giubberosse 

Il "fattore T"

di Enrico Tomaselli

photo 2024 07 11 17 13 29.jpgEssendo fortunosamente scampato all’attentato a Butler, Trump veleggia verso una assai probabile vittoria alle presidenziali di novembre. Ed è assai probabile che anche l’America sia scampata – almeno per ora – allo scoppio di una guerra civile; se fosse morto, le possibilità che si innescasse una reazione a catena erano davvero forti.

Chiaramente, l’attentato in sé è stato un evento game changer; a questo punto per i democratici la partita è sostanzialmente persa, e quindi non ha più senso cercare un candidato alternativo a Biden. Non avrebbe senso bruciare adesso una candidatura spendibile tra quattro anni. Ma faranno bene a trovare in fretta un frontman (o una frontwoman…), e a prepararlo per la sfida: J.D. Vance è giovane e grintoso (e la sua biografia, ‘Elegia americana’, è un bestseller).

Se Trump confermerà le previsioni, e verrà eletto presidente per la seconda volta, avrà dinanzi a sé un arco di tempo limitato per sviluppare la sua politica; e anche se Vance è – come dice qualcuno – un suo clone, non è detto che verrà eletto nel 2028.

In questa finestra temporale si troverà di fronte numerose sfide, sia interne che internazionali, e i due aspetti sono intrecciati.

Tanto per cominciare dovrà risanare l’economia del paese – anzi, dovrà risanare il paese. Che ha un debito pubblico di 33.000 e passa miliardi. Dovrà probabilmente scontrarsi con una fortissima resistenza istituzionale da parte dei dem, a ogni livello, e ovviamente fare i conti col deep state (che è totalmente bipartisan, quindi saldamente presente anche tra le fila repubblicane). Per quanto la sua elezione sarà probabilmente trionfale, e questo taciterà il dissenso tra i rep, le divergenze non tarderanno a emergere.

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Published: 20 July 2024
Created: 20 July 2024
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dialetticaefilosofia

Marx, il marxismo italiano e lo Stato come problema

di Carla Maria Fabiani*

hegel e la dialettica riassunto origEs ist der Gang Gottes in der Welt
dass der Staat ist.
Es ist die Gewalt der sich
als Wille verwirklichenden Vernunft.
Hegel

È innanzitutto una falsa astrazioneconsiderare una nazione,
il cui modo di produzione
è fondato sul valore,
e per dipiù
organizzata capitalisticamente,
come un corpo collettivo
che lavora unicamente
per i bisogni nazionali.
Marx

L’autonomia relativa dello Stato
non è un dato,
è una creazione continua.
Suzanne de Brunhoff

§1. Esiste una dottrina dello Stato in Marx? Bobbio e i marxisti italiani negli anni Settanta. Una ricapitolazione sintetica

Vent’anni prima del confronto polemico, aperto da Norberto Bobbio con i marxisti italiani sulle pagine di «Mondoperaio» nel 1975 (Bobbio et al. 1976), il filosofo torinese ingaggiò una accesa discussione con Ranuccio Bianchi Bandinelli, Galvano Della Volpe e Palmiro Togliatti (Bobbio et. al. 1951-1955)1, intorno al problema del rapporto fra libertà e socialismo, democrazia e dittatura, durante il disgelo, seguito alla morte di Stalin, anticipando l’ondata revisionista, che investì la sinistra dopo il XX congresso del PCUS.

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Published: 20 July 2024
Created: 15 July 2024
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comedonchisciotte.org

Il vecchio male

di Chris Hedges - chrishedges.substack.com

Dopo vent’anni sono tornato nella Palestina occupata, allora ero un reporter del New York Times. Oggi ho sperimentato ancora una volta il male viscerale dell'occupazione di Israele

orrore 700x430.jpgRamallah, Palestina occupata: Ritorna di colpo, la puzza di fogna, il gemito dei diesel, i lenti veicoli per trasporto truppe israeliani, i furgoni pieni di nidiate di bambini, guidati da coloni dai volti pallidi, certamente non di qui, probabilmente di Brooklyn o di qualche parte della Russia o forse Gran Bretagna. Poco è cambiato. I checkpoint con le loro bandiere israeliane bianche e blu punteggiano le strade e gli incroci. I tetti rossi degli insediamenti coloniali – illegali secondo il diritto internazionale – dominano le colline sopra i villaggi e le città palestinesi. Sono cresciuti di numero e si sono ingranditi. Ma rimangono protetti da barriere antibomba, filo spinato e torri di guardia, circondati dall’oscenità di prati e giardini. In questo paesaggio arido, i coloni hanno accesso a fonti d’acqua abbondanti che ai palestinesi sono negate.

Il tortuoso muro di cemento alto 26 metri che corre lungo i 440 chilometri della Palestina occupata, con i suoi graffiti che invocano la liberazione, i murales con la moschea di Al-Aqsa, i volti dei martiri e il volto sorridente e barbuto di Yasser Arafat – le cui concessioni a Israele nell’accordo di Oslo lo hanno reso, secondo le parole di Edward Said, “il Pétain dei palestinesi” – danno alla Cisgiordania la sensazione di una prigione a cielo aperto. Il muro lacera il paesaggio. Si attorciglia come un enorme serpente antidiluviano fossilizzato che separa i palestinesi dalle loro famiglie, taglia a metà i villaggi palestinesi, divide le comunità dai loro frutteti, dai loro ulivi e dai loro campi, si immerge e sorge dagli wadi, intrappolando i palestinesi in un Bandustan, nella versione aggiornata da parte dello Stato ebraico.

Sono passati più di vent’anni dall’ultima volta che avevo fatto un reportage dalla Cisgiordania. Il tempo sembra non essere passato. Gli odori, le sensazioni, le emozioni e le immagini, la melodiosa cadenzata dell’arabo e i miasmi di una morte improvvisa e violenta che si annidano nell’aria, evocano il male antico. È come se non fossi mai partito.

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Published: 20 July 2024
Created: 14 June 2024
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collettivolegauche

Intervista ad Ernesto Screpanti sul suo nuovo libro “Liberazione: Il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente”

Ringraziamo Gabriele Repaci per averci concesso di pubblicare l’intervista

maxresdefault.jpg1. Professor Screpanti, nel suo ultimo libro Liberazione: Il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente, edito da Tedaliber e da Punto Rosso (PDF scaricabile gratis da qui: https://www.tedaliber.it/liberazione/), lei contesta la visione della storia come processo di liberazione, cioè di espansione della libertà, definendola una metafisica destituita di ogni pretesa di scientificità. Se in passato, lei sostiene, abbiamo avuto un’evoluzione liberatoria, nulla garantisce che possa andare così in futuro. In altre parole per lei non c’è alcuna ragione per cui la storia debba avere un senso. Quindi, se non ho frainteso ciò che vuole dire, la storia è semmai il campo sterminato di una pluralità di processi, di dinamiche, di una molteplicità di percorsi, che spesso non hanno alcun rapporto tra loro, tanto meno uno di natura causale, ma sono dominati in gran parte dalla casualità e dall’eventualità delle cose.

La tesi che la storia è un processo di liberazione determinato dalle lotte sociali è centrale nel mio libro. È un’interpretazione giustificata da uno studio del passato. Ciò che nego è che esista un senso universale della storia per cui le cose debbano andare necessariamente così anche nel futuro. Sulla base di quella interpretazione possiamo ragionevolmente aspettarci che le lotte continuino ad avere esiti liberatori – possiamo sperarlo ma non possiamo esserne certi. Affermare il contrario equivale a costruire una filosofia metafisica della storia. In un orizzonte temporale ravvicinato possiamo solo dire che in ogni momento si apre una biforcazione tra liberazione e barbarie. In un orizzonte un po’ più lungo possiamo intrattenere quell’aspettativa e quella speranza, se non altro come motivazione della partecipazione alle lotte. In un orizzonte indefinito non possiamo dire nulla.

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Published: 19 July 2024
Created: 16 July 2024
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lafionda

Ambientalismo e sovranità popolare

di Franco Ruzzenenti

parco velino 690x335 1.jpgLa questione climatica, ancorché sarebbe auspicabile definirla come la questione ambientale o ecologica, che di questa è solo un paragrafo nel quadro di quella che potremmo chiamare la nuova lotta di classe della fase globalista e postfordista del capitalismo occidentale (una fase che auspicabilmente sta giungendo al suo epilogo) e che vede nell’ambiente uno dei suoi campi di battaglia, è sommamente divisiva e controversa.

Propongo qui una riflessione rivolgendomi a quella nebulosa della sinistra sovranista (o se preferite, di ispirazione socialista o più genericamente antisistema, ma mi rivolgo a tutti coloro che, pur dichiarandosi di sinistra, non si riconoscono in quelle forze politiche progressiste, esplicitamente o larvatamente, filo-capitaliste e cripto-neoliberiste) e perché osservo talvolta con divertito stupore, talvolta con preoccupato rammarico, la faglia che si sta aprendo sul tema del clima nell’area politica in cui mi riconosco. Una faglia paragonabile per dimensione ed esizialitá a quella che abbiamo vissuto durante la ultima epidemia e seguenti, controverse, misure sanitarie e presunte tali (e sull’analogia tra le due questioni potrei insistere, ma preferisco soprassedere proprio per evitare l’esacerbarsi di quelle faziosità già dolorosamente vissute da tutti noi).

Questa riflessione aggiunge qualcosa, forse poco, al bel numero de La Fionda, Contro il Green[1], che sviscera l’argomento (della questione ecologica come terreno di battaglia politica) da prospettive giuridiche, economiche e filosofiche con solide e non banali argomentazioni, ma che evita, forse volutamente, di affrontare direttamente la questione climatica e il suo potenziale divisivo in seno alla sinistra anticapitalista.

Mi è d’obbligo oltre che dichiarare la mia affiliazione politica, dichiarare anche quella accademica, onde evitare equivoci o precipitose conclusioni circa i titoli che si hanno o meno per esprimersi su questa annosa e divisiva faccenda.

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Published: 19 July 2024
Created: 17 July 2024
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marxdialectical

L’onda lunga della crisi del marxismo (tra prassi e teoria)

di Roberto Fineschi

Italo Calvino e la crisi del marxismo italiano negli anni Sessanta

vbcjvcht.pngPremessa

La prima difficoltà nell’affrontare il tema proposto nasce dalla articolata definizione della stessa categoria di marxismo. Nel dibattito corrente si tende a distinguere tra (i) Marx come fondatore di una teoria della storia che nasce dall’esperienza pratica e che è capace di conseguenze pratiche, (ii) il marxismo, in generale, come tentativo di applicarla alla realtà con intenti trasformativi e (iii) i marxismi, al plurale, come diversificate modalità attraverso le quali quel tentativo viene concretizzato[1]. Si discute anche di quanto i vari marxismi siano stati coerenti con l’impianto generale della teoria di Marx, oggi in particolare alla luce delle novità emerse con la pubblicazione della nuova edizione storico-critica[2]. In via preliminare mi atterrò a questa articolazione, declinando quindi il tema a partire da una possibile individuazione di quale fosse il peculiare marxismo che entrò in crisi negli anni Settanta; poiché tuttavia caposaldo di questa impostazione è la mediata dialettica di teoria e prassi, di movimento reale e sua trasposizione politica, ritengo necessaria una premessa storico-reale e non meramente teorica. Le riflessioni qui proposte sono di carattere preliminare e da verificare in studi più approfonditi.

 

§1. Il marxismo-leninismo del PCI e la sua evoluzione negli anni Settanta

Credo si debba partire dall'individuazione dei tratti caratterizzanti il marxismo-leninismo del PCI, forma egemone di organizzazione pratica e politica in Italia, adattamento togliattiano di ispirazione gramsciana della tradizione sovietica sul modello del Partito nuovo[3]. Procedendo in maniera estremamente schematica e approssimativa, ritengo si possano individuare alcuni punti chiave:

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Published: 19 July 2024
Created: 15 July 2024
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ilpungolorosso

La Palestina nel suo contesto. Israele, gli Stati del Golfo ed il potere americano nel Medio Oriente

di Adam Hanieh

iychrhjIl saggio del ricercatore di Exeter Hanieh, che proponiamo in traduzione, offre una lettura di ampio respiro della questione israelo-palestinese inerendola nel contesto della vicenda del Medio-Oriente a partire dal secondo-dopoguerra. Hanieh ricostruisce le dinamiche politiche nell’area, divenuta, anzitutto per la dotazione di risorse petrolifere, un luogo strategico della storia del capitalismo contemporaneo. Richiama dunque l’azione spoliatrice e violenta dell’imperialismo occidentale a guida statunitense, che, con lo Stato di Israele come punta di diamante, mostra appieno il suo volto reazionario con la repressione del movimento di lotta anticoloniale, animato dal pan-arabismo, al cui interno, benché in subordine, sono vissute istanze di emancipazione sociale delle masse sfruttate. Hanieh si propone così di scardinare la lettura asfittica e astratta della questione israelo-palestinese, centrata su Israele, Gaza e la Cisgiordania soltanto, la quale priva la lotta dei palestinesi del suo enorme significato storico-politico e induce a credere che il legame tra Occidente e Israele sia un accidente da attribuirsi al semplice lavorio della “lobby ebraica”. Hanieh mostra come in Medio Oriente, viceversa, l’indomita resistenza palestinese costituisca storicamente, e a tutt’oggi, un macigno nella scarpa ferrata dell’imperialismo, e abbia dunque un significato generale di emancipazione dal giogo occidentale.

Una maggiore considerazione delle dinamiche sociali avrebbe ulteriormente avvalorato la tesi secondo cui, per usare un’espressione a noi cara, la Palestina è la patria degli oppressi di tutto il mondo. O meglio, Hanieh pone sotto la sua lente la società israeliana. Evidenzia come, al pari del Sud-Africa dell’Apartheid, sia nella natura delle colonie di insediamento, veri “centri di organizzazione del potere occidentale”, di diventare un concentrato di violenza militarista, a misura che rafforzano le proprie “strutture di oppressione razziale, di sfruttamento di classe e di espropriazione”, con il risultato che “una parte consistente della popolazione trae vantaggio dall’oppressione delle popolazioni indigene e intende i propri privilegi in termini razziali e militaristici.”

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Published: 18 July 2024
Created: 16 July 2024
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carmilla

I Grundrisse secondo David Harvey, tra totalità e doppia coscienza

di Fabio Ciabatti

David Harvey, Leggere i Grundrisse. Un viaggio negli appunti di Karl Marx, Edizioni Alegre, Roma 2024, pp. 526, € 26,60

Parte prima

chronicle reviewI Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica di Karl Marx, conosciuti anche come i Grundrisse, sono un testo “eccitante, frustrante, ingegnoso, ma anche ripetitivo ed estenuante”, sostiene David Harvey, eminente marxista britannico che ha scritto nel 2023 un commentario a questa opera, tradotta da poco in italiano per le Edizioni Alegre con il titolo Leggere i Grundrisse. Quando leggiamo questo scritto dobbiamo considerare che si tratta di appunti di lavoro non destinati alla pubblicazione in cui Marx parla fondamentalmente a sé stesso “attraverso qualsiasi strumento o idea a portata di pensiero, pronto a scatenare un flusso di coscienza in grado di proiettare su carta possibilità e interrelazioni che potevano o non potevano rilevarsi importanti per i suoi studi più ragionati”. In questo testo, scritto tra il 1857 e il 1858, troviamo dei “passaggi in cui Marx getta alle ortiche ogni cautela” dando spazio a “intuizioni geniali, drammatiche e spesso sbalorditive per le possibili implicazioni”.1

Insomma, i Grundrisse possono certamente letti come un testo preparatorio al Capitale, che vedrà la luce un decennio dopo, ma ci offrono anche di più. Perché si spingono oltre le conclusioni del Capitale, opera in cui Marx costringe sé stesso a un rigore metodologico che gli impedisce di anticipare qualsiasi risultato fino a che lo svolgimento del ragionamento non abbia ancora posto tutti gli elementi necessari per trattare l’argomento. Rigore senz’altro condivisibile. Peccato che Marx abbia realizzato solo una piccola parte del suo immane progetto di lavoro e questo ci privi di molte delle conclusioni cui voleva arrivare.

Per quanto spesso dispersivi, i Grundrisse hanno comunque un focus ben definito e cioè “l’elaborazione esatta del concetto di capitale” che risulta necessaria poiché, ci dice Marx,

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Published: 18 July 2024
Created: 14 July 2024
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giubberosse

American dystopia - La maschera della propaganda e la sindrome dell'utopia (revisited)

di Larry Romanoff per Blue Moon of Shanghai

nouvvc.pngIn un articolo del NYT sulla “democrazia razziale” (o democrazia razzista) dell’America [1], Jason Stanley e Vesla Weaver hanno osservato che “la filosofa Elizabeth Anderson ha sostenuto che quando gli ideali politici divergono molto dalla realtà, gli ideali stessi possono impedirci di vedere il divario. Quando la storia ufficiale differisce molto dalla realtà della pratica, la storia ufficiale diventa una sorta di maschera che ci impedisce di percepirla”.

Ciò significa che se la propaganda non solo è incessante e pervasiva, ma se i suoi principi sono troppo lontani dalla verità fattuale, le vittime di questa propaganda perdono la capacità di separare i fatti dalla finzione e diventano incapaci di riconoscere la discrepanza tra le loro credenze e le loro azioni, credendo che le loro azioni corrispondano ai principi di ispirazione religiosa della loro propaganda anche quando palesemente e ovviamente non corrispondono. La teoria non è intuitivamente ovvia, ma è fortemente supportata dai fatti. Forse è per questo motivo che gli americani sono colpevoli di quella che io chiamo “la sindrome dell’utopia”, in quanto si confrontano non con il mondo reale delle loro azioni ma con qualche standard utopico che esiste solo nella loro immaginazione, un mondo di fantasia e di illusioni in cui loro soddisfano gli standard ma tutti gli altri no. In quest’ottica, è possibile che molto di ciò che attribuiamo all’ipocrisia americana sia in realtà dovuto a un tipo di follia di massa peculiarmente americana.

I dizionari definiscono generalmente “l’aberrazione” come una deviazione dal normale o dal tipico, un evento o una caratteristica che può essere sgradevole o addirittura criminale, ma che si incontra raramente.

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Published: 18 July 2024
Created: 15 July 2024
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doppiozero

Benvenuto in America, Mister Trump

di Alessandro Carrera

Fotografia di Evan Vucci Associated Press .jpgL’inquadratura di Donald Trump che con il sangue che gli cola sulla guancia alza tre volte il pugno e grida alla folla “Lottate!” (Fight!) non è l’unica cosa da osservare con attenzione nel video del suo tentato assassinio. Ma vediamo prima che cosa entrerà nella storia. Qualunque stratega elettorale sceglierebbe la fotografia della Associated Press, scattata mentre Trump scende dal palco. La descrizione che ne ha fornito Benjamin Wallace-Wells sul “New Yorker” (versione online), è da leggere con attenzione. Traduco qui il primo paragrafo:

“Quasi subito dopo gli spari al comizio di Donald Trump a Butler, in Pennsylvania, l'ex Presidente ha avuto un sussulto sul palco, si è portato una mano al viso ed è caduto a terra. Negli attimi di caos che sono seguiti, Trump è stato aiutato a rialzarsi dagli agenti del Servizio Segreto e ha dato una prova definitiva di vita: ha alzato il pugno destro verso il cielo e ha urlato alla folla "Lottate!". Nella foto circolata poco dopo, scattata da Evan Vucci dell'Associated Press, Trump è stagliato contro un cielo azzurro e limpido, mentre quattro agenti del Servizio Segreto lo stringono. Uno di loro guarda dritto nell'obiettivo, gli occhi protetti dagli occhiali scuri. Una bandiera americana sembra quasi veleggiare sulla scena. Trump ha le labbra serrate, gli occhi stretti e il mento un poco sollevato. Strisce di sangue colano dall'orecchio destro e sulla guancia. Lo sguardo è rivolto ben oltre quello che la macchina fotografica può catturare – al pubblico, al futuro – ed è uno sguardo di sfida. Chiunque abbia cercato di ucciderlo, ha fallito. È già l'immagine indelebile della nostra epoca di crisi e di conflitto politico” (The Attempt on Donald Trump’s Life and an Image That Will Last | The New Yorker).

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Published: 17 July 2024
Created: 15 July 2024
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lafionda

Il vertice Nato di Washington e il crepuscolo dell’impero atlantico

di Alberto Bradanini

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Alla lettura del comunicato finale del vertice Nato, tenutosi a Washington il 10 luglio 2024 (celebrativo, si fa per dire, del suo 75.esimo compleanno), si verrebbe sopraffatti da una profonda tenerezza se tale rito funesto non confermasse l’angoscia delle persone dotate di senno davanti al rischio di un olocausto che porrebbe fine al genere umano.

Coloro che siedono su tali prestigiosi scranni non amano guardare in volto la realtà sebbene essa sia luminosa come il sole a mezzogiorno, preferendo la pratica sistematica della Menzogna, nel caso di specie somministrata con la redazione di documenti così grotteschi e mistificatori che la metà basta a stordirci per l’eternità.

Per dar senso compiuto all’esistenza, gli antichi saggi invitavano a guardare in volto la realtà poiché nei limiti nell’umana esperienza essa deve assumersi quale sinonimo di verità. A quest’ultima occorre piegarsi anche quando fa male e non si vorrebbe vederla, quando smentisce illusioni o false certezze o quando le conseguenze della sua presa d’atto richiederebbero di cambiar mestiere. Di tutta evidenza, però, la saggezza non è moneta corrente presso le nostre modeste classi dirigenti.

Pochi ahimè sembrano sorprendersi che il Potere (dal quale, come affermava Platone, provengono gli uomini peggiori!) ignori impunemente i popoli la cui volontà e sentimenti affermano di rispecchiare. Del resto, è legittimo il sospetto che il degrado intellettivo di cui soffre l’attuale inquilino della Casa Bianca si sia esteso ai suoi colleghi dell’Alleanza Atlantica, magari in forme mediche diversamente rilevabili e con qualche eccezione, che non fa tuttavia la differenza.

Tornando all’indigeribile documento, composto da 5.362 parole e 36.615 battute, esso proietta uno sguardo minaccioso su quella parte del pianeta che non intende piegarsi alle violenze e prevaricazioni dell’impero bellicista, ormai per di più, privo di egemonia.

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Published: 17 July 2024
Created: 15 July 2024
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ilblogdim.consolo

Sul fallito golpe in Bolivia

di Marco Consolo

Bolivia golpe.jpgIl 26 giugno scorso il mondo è stato testimone dell’ennesimo tentativo di golpe nello Stato Plurinazionale della Bolivia, per il momento fallito.

Da subito si sono susseguite interpretazioni più o meno interessate a costruire una matrice di opinione (auto-golpe del Presidente Luis Arce) o fantasiose ricostruzioni sulla rivalità tra Evo Morales e Luis Arce in base alle rispettive “simpatie” per la Russia o la Cina, le cui imprese hanno firmato contratti con il governo boliviano. Mi sembra importante evitare le ricostruzioni sempliciste, superficiali o manichee. Come sempre accade, i tentativi di golpe sono complessi e con molte varianti, con diversi ballon d’essai, tentativi in progress, esperimenti. E non tutte le ciambelle riescono col buco.

Ma andiamo con ordine.

 

Una prima ricostruzione dei fatti

La mattina del 26 giugno, alla testa di un manipolo di soldati e diversi autoblindo, il Gen. Juan José Zuñiga, fino ad allora a capo dell’Esercito, appare in Plaza Murillo, sede del palazzo presidenziale al centro della capitale La Paz. Il generale Zuñiga cerca di entrare nella Casa Grande del Pueblo (sede del Governo), con le truppe d’élite nascoste dietro i passamontagna e armate fino ai denti.

Nelle ore precedenti, in un’intervista televisiva, il generale aveva accusato di qualsiasi nefandezza l’ex-presidente Evo Morales, e aveva minacciato di “arrestarlo” (senza nessun tipo di sentenza giuridica) se si fosse candidato alla presidenza nel 2025. Il giorno prima, nonostante quelle dichiarazioni, Zuñiga non era stato destituito ipso-facto dal Presidente Arce per la violazione della legge boliviana sulle FF.AA., la cosiddetta LOFA.

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Published: 17 July 2024
Created: 14 July 2024
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analisidifesa

Ucraina nella NATO? Di irreversibile c’è solo la morte

di Gianandrea Gaiani

ebc2ebd0 deb9 47e6 b064 e0516e48d5f0.jpgIl bilancio del summit NATO di Washington per i 75 anni dell’Alleanza Atlantica sembra confermare la tendenza dell’Occidente a cercare il confronto militare con la Russia e quella degli Stati Uniti e dei loro vassalli a lasciare un’Europa sempre più debole sul piano politico, militare, sociale ed economico.

La prima tendenze sembra destinata a restare immutata almeno fino alle elezioni di novembre negli Stati Uniti mentre la tendenza a mantenere l’Europa debole verrà mantenuta e rafforzata anche dalla futura amministrazione statunitense perché rientra negli interessi di Washington indipendentemente dal fatto che alla Casa Bianca sieda un democratico o un repubblicano.

Tra i protagonisti del summit di Washington vi sono stati Joe Biden (giudicato da alcuni irrimediabilmente da sostituire nella corsa alla Casa Bianca e da altri “molto lucido” nonostante qualche gaffe) e il segretario generale della NATO, Lens Stoltenberg, che presto cederà lo scranno all’olandese Mark Rutte, un altro fedelissimo scudiero degli interessi di statunitensi.

Dopo aver annunciato che l’adesione dell’Ucraina alla NATO è questione “di quando, non di se”, Stoltenberg ha definito l’accesso di Kiev all’alleanza come “irreversibile”. Questione ribadita in modo perentorio dal premier estone Kaja Kallas, sempre in prima linea sul fronte anti-russo e candidata a ricoprire il ruolo di Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea.

Utile ricordare che tra le sue tante dichiarazioni bellicose brilla per lucidità strategica l’auspicio di una Russia sconfitta e divisa in 16 repubbliche in lotta tra loro: scenario così destabilizzante da minacciare la sicurezza mondiale anche solo perché rischierebbe di portare alla perdita del controllo su oltre 6.500 testate nucleari.

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  1. Afshin Kaveh: Quale forma per il contenuto della “Critica del valore”?
  2. Gaetano Colonna: La NATO è in guerra
  3. Eros Barone: Un partito per unirci, per lottare e per vincere
  4. Domenico Moro: Le pressioni di mercati e UE su una Francia in crisi
  5. Leonardo Mazzei: Sei cose sulla Francia (e non solo)
  6. Sergio Leoni: “Un avamposto del progresso” di Joseph Conrad
  7. Maurizio Lazzarato: La «guerra civile» in Francia
  8. Mike Whitney: Il piano USA per "espandere la guerra oltre l'Ucraina"
  9. Alessandra Ciattini: Riflessioni su alcune ideologie contemporanee
  10. Sandro Moiso: Le chimere del frontismo e dell’antifascismo elettoralistico: il cadavere ancora cammina
  11. Roberto Paura: La scienza di von Neumann, o di come capiremo il mondo
  12. Fosco Giannini: La crisi sistemica dell’Ue e la necessità della rivoluzione
  13. Paolo Missiroli: “Capitale, egemonia, sistema. Studio su Giovanni Arrighi” di Giulio Azzolini
  14. Alessandro Volpe: Sul ritorno alle “crisi” nella teoria critica contemporanea
  15. Leo Essen: Breve storia (teologica) del lavoro
  16. Salvatore Bravo: Microfisica del capitale
  17. Diana Johnstone: D-Day 2024
  18. Stefano Isola: Guerra robotica e iperrealtà psicotica
  19. Stefano Lucarelli ed Hervé Baron: Una nota introduttiva a “Classe operaia e padronato nelle recenti vicende economiche”
  20. Francesco Cappello: La transizione in atto verso un mondo nuovo è ormai frenabile solo dalla guerra globale
  21. Roberto Artoni: Gli errori di un trentennio
  22. Eros Barone: “Il tramonto dell’Occidente”: in quale parte della notte abitiamo?
  23. Norberto Fragiacomo: Il “fascismo” contemporaneo non veste l’orbace
  24. Carlo Di Mascio: Attualità di Evald Ilyenkov
  25. Ascanio Celestini: L’Italia s’è destra…., destrissima, anzi fascista

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