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Published: 18 October 2026
Created: 13 October 2026
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scenari

Integrazione o assimilazione? I migranti e la questione della diversità culturale

di Edoardo Greblo

L’immigrazione occupa ormai da tempo un ruolo cruciale nell’agenda politica, domina le campagne elettorali e incide sul loro esito. Serve infatti a movimenti e partiti per suscitare il clima di allarme sociale necessario a procacciarsi il consenso di una opinione pubblica che si sente minacciata sotto diversi punti di vista. I fantasmi agitati dal marketing della paura sono numerosi, ma quello prevalente, e che fa da cornice giustificativa alla volontà di mettere al bando categorie di persone ritenute inammissibili perché inassimilabili, è di ordine ‘culturale’. La paura del nuovo e del diverso trova una forma di giustificazione nell’idea che i migranti siano culturalmente troppo diversi dalla popolazione ospitante, per cui la loro integrazione passa necessariamente per loro assimilazione. Dal momento che gli esseri umani sono portatori di una cultura legata al luogo di provenienza, e le culture sono espressione di visioni del mondo reciprocamente incommensurabili, i rapporti tra coloro che ne sono implicati risultano inevitabilmente conflittuali. La sola forma di integrazione possibile passa dunque per l’assimilazione, un processo in virtù del quale i migranti perdono i propri marcatori identitari originari e vengono incorporati nella comune vita culturale della società di arrivo.

Questo approccio si basa su un’idea di cultura immaginata in termini di omogeneità nella composizione etnica, concepita in termini di lingua, usi, consuetudini, storia e tradizioni immutabili e immodificabili e tale da condizionare, in negativo, i regimi migratori, le politiche per l’integrazione e le regole per l’accesso alla cittadinanza.

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Published: 18 October 2026
Created: 12 October 2026
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lantidiplomatico

Diritti umani e il caso Romania: l'Occidente che cancella le elezioni può veramente fare la morale?

di Alex Marsaglia

Nell’annus horribilis 2026, in cui l’imperialismo ha arrestato legittimi presidenti come Maduro in Venezuela e massacrato guide spirituali e religiose come Khamenei, l’Occidente collettivo continua a ergersi a giudice dei “diritti umani”. Sembrerebbe grottesco, non fosse tragico. Se si approfondisce il tema però emergono tutte le ramificazioni della vicenda che rientrano pienamente nella visione colonialista che l’Occidente mantiene verso il resto del mondo, considerato semplicemente come un’entità indistinta da giudicare, processare e sottomettere al fine di estrarre valore. In questa visione suprematista i popoli non devono avere alcuna ambizione di sovranità o diritto di rappresentanza di sorta, in quanto non sono popoli in grado di ergersi allo status di nazioni, ma semplicemente moltitudini da dominare.

Poco importa l’Occidente sia in bancarotta, rispetto al Sud Globale. L’ideologia suprematista che permea la retorica colonialista dei diritti umani continua a operare alimentata da buoni propositi. Solo quelli, poiché le azioni restano improntate alla violenza e alla sopraffazione. Così, durante la Terza Commissione dell’81esima Assemblea Generale dell’ONU l’Occidente guidato dall’impero decaduto britannico è tornato ad attaccare la Repubblica Popolare Cinese sul tema dei “diritti umani”. Nella sua replica il vice-rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite Sun Lei ha evidenziato il doppio standard in atto, tanto più in un contesto in cui in Occidente queste norme che i “maestri” vorrebbero rispettate all’estero non risultano affatto in vigore.

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Published: 18 October 2026
Created: 12 October 2026
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aldous

Civiltà occidentale e inversione dei valori

di Francesco Coniglione

C’è un bambino che dorme. Stringe un orsetto senza un occhio, ha una coperta troppo corta e la certezza – che solo i bambini possiedono – che domani esisterà. Questa certezza è la cosa più preziosa che abbiamo. E siamo disposti a spegnerla per un pezzo di terra. Non è sempre stato così. Per secoli l’Europa, con tutte le sue colpe e tra errori e roghi, ha elaborato un’idea altissima e fragilissima: che ogni uomo valga in quanto uomo. Che la vita non sia proprietà del sovrano, della nazione, dell’esercito, della storia; che la vita non sia merce, che nessun trono, nessuna patria, nessun profitto possa esigere in cambio un innocente. Poi, certo, l’Europa ha tradito mille volte quei valori. Ha fatto guerre, ha colonizzato, ha massacrato, ha sfruttato. Ma quell’idea è stata la sua ferita e la sua grandezza: aver saputo dire «non si deve» persino al proprio potere. Quello era il valore primo. Tutto il resto – confini, ricchezze, bandiere – veniva dopo, e si inchinava.

Oggi l’ordine è capovolto. Il confine viene prima dell’uomo. Il prestigio prima del pane. L’etnia prima del volto. L’«interesse strategico» è diventato una divinità antica che pretende i suoi sacrifici, e i sacrificati sono sempre gli stessi: quelli che non hanno deciso nulla. Si difende una linea sulla carta e si perde ciò che la linea doveva proteggere. Un confine è un’idea. Un bambino è una persona.

È questa l’inversione: ciò che era mezzo è diventato fine, e ciò che era fine è diventato mezzo. Lo Stato, le frontiere, le armi erano strumenti per garantire la vita dei cittadini.

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Published: 17 October 2026
Created: 12 October 2026
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lafionda

L’euro, la crisi e le illusioni della sinistra

di Enrico Grazzini

Critica agli economisti di sinistra: non capiscono che la crisi della Francia è la crisi dell’euro, la moneta della grande finanza e del debito pubblico

2121 51ee 5b59 a532 df6fcf94b247 9945006La crisi del debito pubblico francese rischia di espandersi all’Italia e all’eurozona e di tirare giù tutto il sistema dell’euro. La crisi francese annuncia una nuova grave e profonda crisi dell’euro dopo quella del 2011-2012. L’euro ha recentemente cominciato a perdere rapidamente quota sul dollaro perché è molto difficile che la Francia, fortemente indebitata e il cui popolo è in rivolta contro l’austerità di Bruxelles, possa essere salvata dalla Banca Centrale Europea e dall’Unione Europea. Ma la colpa della crisi non è solo dei governi francesi o di Bruxelles: anche se la quasi totalità degli economisti e dei politici di sinistra in Italia e in Europa non vuole ammetterlo, è proprio l’architettura dell’euro la principale causa genetica della decennale crisi sistemica europea. L’euro è una valuta intrinsecamente fragile e sempre sull’orlo del fallimento: infatti non è garantita da un fondo fiscale comune finanziato dalle tasse annuali dei cittadini europei. L’euro è dunque una valuta senza copertura. Nel passato la ricca Germania garantiva per tutti, e in particolare per la Francia costantemente in deficit fiscale. Ma da qualche anno Berlino è in crisi profonda, sia economica che politica. E la Francia ha un debito che continua inesorabilmente a crescere. Il peccato originale della valuta unica europea è che impedisce agli Stati di autofinanziarsi con la loro moneta nazionale per investire sui beni pubblici nazionali: gli Stati sono costretti a indebitarsi sui mercati per fare investimenti, e i mercati finanziari si ingrassano grazie alla crescita dei debiti pubblici.¹

Prima la crisi dell’euro era determinata dai “paesi straccioni” del sud Europa, dai cosiddetti PIGS, i “porci” del Mediterraneo, la Grecia, la Spagna, il Portogallo, Cipro e l’Italia. Oggi la crisi è molto più grave: sono i paesi più ricchi, i paesi leader in Europa, Francia e Germania, che soffrono. La Francia prevede di contenere il deficit pubblico sotto il 3% del PIL solo nel 2030, ma è una promessa scritta sull’acqua. Anche l’economia tedesca è ferma, e il debito aumenta a causa dei deliri di Berlino sul riarmo contro la Russia. Intanto l’Italia continua ad aumentare il suo debito pubblico, e il deficit aumenterà per la spesa per le armi. L’Europa dell’euro non ha futuro.

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Published: 17 October 2026
Created: 15 October 2026
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lantidiplomatico

Thomas Sankara, la rivoluzione spezzata e l'eredità del femminismo

di Geraldina Colotti

kfmidrjhgjOgni 15 ottobre i popoli ricordano l'omicidio di Thomas Sankara. Sulla figura del rivoluzionario panafricanista — il leader della Rivoluzione d'Agosto in Alto Volta, ribattezzato Burkina Faso ("Il Paese degli Uomini Integri") nel 1984 — è stato scritto moltissimo, spesso riducendo la sua traiettoria a un'icona pop della sinistra terzomondista: il "presidente antimperialista in bicicletta", il militare austero che rifiutava i privilegi, l'oratore brillante capace di sfidare i capi di Stato occidentali sui palchi dell'ONU e dell'OUA. Questa narrazione agiografica e puramente eticheggiante rischia tuttavia di sterilizzare la portata marxista e strategica della sua prassi politica, trasformando un rivoluzionario radicale in un simbolo inoffensivo da maglietta.

Sankara non fu un "moralista" capitato alla guida dello Stato per un accidente sentimentale, ma un quadro militare e politico che comprese lucidamente come la decolonizzazione formale concessa dalle metropoli francesi fosse una mistificazione neocoloniale: una transizione in cui la bandiera e l'inno cambiavano, ma il saccheggio delle risorse, il cappio del debito estero e la subordinazione economica rimanevano intatti. La specificità originale del sankarismo risiede nell'aver attaccato simultaneamente tre pilastri dell'oppressione strutturale: la dipendenza imperialista, con il rifiuto frontale del debito pubblico internazionale, definito uno «strumento neocoloniale di riconquista e di assassinio economico dei popoli»; la struttura di classe interna e la rendita burocratica, attraverso la demolizione dei privilegi della borghesia di Stato parassitaria, nutrita dai fondi della cooperazione francese e distaccata dai bisogni materiali delle masse contadine; e l'oppressione patriarcale.

È su quest'ultimo punto, sul terreno della liberazione delle donne, che la Rivoluzione d'Agosto (1983–1987) ha espresso la sua rottura più radicale e teoricamente avanzata rispetto a quasi tutte le altre esperienze rivoluzionarie africane del Novecento. Sankara non concepiva l'emancipazione femminile in chiave assistenziale o come una concessione giuridica calata dall'alto della democrazia borghese; la analizzava attraverso le categorie del materialismo storico in questi termini: «La rivoluzione e la liberazione delle donne vanno a braccetto.

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Published: 17 October 2026
Created: 12 October 2026
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Non trasformare la crisi attuale in una profezia che si autoavvera

Alberto Deambrogio intervista Amitav Acharya

Amitav Acharya.jpgAmitav Acharya, Distinguished professor alla American University di Washington D.C., è stato in Italia nei giorni scorsi per presentare il suo libro Storia e futuro dell’ordine mondiale (Fazi editore). Abbiamo approfittato della sua disponibilità per intervistarlo. Per questa lo ringraziamo molto.

* * * *

Alberto Deambrogio: Professor Acharya, nel suo lavoro lei descrive la fine dell’ordine globale a guida americana non come l’inizio di una nuova egemonia (ad esempio cinese), ma come un mondo “multiplex”, simile a un cinema multisala con film diversi proiettati contemporaneamente. Guardando alle crescenti tensioni geopolitiche attuali, ritiene che questo modello sia ancora stabile o stiamo assistendo a una frammentazione più pericolosa e polarizzata rispetto al passato?

Amitav Acharya: Vorrei innanzitutto chiarire cosa intendo per Multiplex. È un ordine non egemonico: in sostanza, sostiene che nessuna singola potenza possa dominare il mondo, che si tratti degli Stati Uniti, della Cina o dell’India. Sarà un mondo più pluralistico. Allo stesso tempo, però, non si tratta semplicemente di un mondo multipolare, nel quale soltanto alcune -magari tre, quattro o cinque -grandi potenze dominano. Multiplex significa qualcosa di più diversificato e realistico, con molti più attori, comprese le grandi potenze e le superpotenze, come gli Stati Uniti e la Cina, ma anche potenze regionali come l’Unione Europea, l’Indonesia, il Brasile e così via. Ora, non so esattamente cosa intendiamo quando parliamo di stabile. Questo è un mondo diverso, un mondo più diversificato, e penso che sia proprio il tipo di mondo nel quale stiamo già entrando.

Lo vediamo, per esempio, con i BRICS, il gruppo che sta aumentando la propria influenza. Non è un’organizzazione dominata dalla Cina.

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Published: 17 October 2026
Created: 14 October 2026
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contropiano2

“Deve scapparci il morto”. E’ in preparazione una operazione “False flag” per fare la guerra alla Russia?

di Sergio Cararo

Prima c’è stato un articolo giovedi 8 ottobre del giornale Politico.eu a rivelare che l’Unione Europea “di fronte all’escalation delle operazioni ibride russe” si stia preparando all’eventualità che, prima o poi, queste azioni provochino delle vittime in Paesi Ue o Nato.

Una riunione di diplomatici della Ue svoltasi a porte chiuse, senza telefonini e senza assistenti, ha valutato il rischio di attacchi gravi, “capaci di provocare vittime su larga scala”. Se diversi cittadini di Paesi membri dell’UE o della NATO venissero uccisi in quello che sembra essere un attacco, “la pressione ad agire sarebbe enorme per entrambe le istituzioni” riferiva una fonte diplomatica europea a Politico. A dare un quadro d’insieme della possibile azione della Nato contro la Russia era stato qualche giorno prima il segretario dell’alleanza Mark Rutte.

Poi, l’11 ottobre, è arrivato il Financial Times a suscitare l’allarme “wet work”, una espressione che indica operazioni murder or assassination, in particolare omicidi su commissione. Secondo il FT l’allarme è alto tra le intelligence occidentali sull’intensificarsi di sforzi da parte della Russia per assassinare i responsabili della difesa europei.

La stessa Ansa registra come “la coincidenza vuole che proprio nelle scorse ore il primo ministro polacco Donald Tusk abbia dichiarato che un uomo accusato di aver minacciato un attentato contro di lui e il suo ministro della Difesa è stato arrestato”. Ignota ovviamente sia l’origine della minaccia che l’identità dell’uomo arrestato.

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Published: 17 October 2026
Created: 14 October 2026
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marx xxi

Soldato Jack e la strategia fallimentare dell’Ucraina

di Fabio Mini

Senza una via d’uscita. Una discussione in Rete tra un contractor Usa e interlocutori alleati dimostra che sul terreno gli uomini gialloblù hanno finito le opzioni

Hit the road Jack...  

Pochi giorni fa, dopo l’ennesima notte di bombardamenti su Kiev, il cancelliere tedesco Merz s’è recato in segreto da Zelensky. Un precedente analogo risale al 2022, quando Boris Johnson intervenne per impedire un accordo con la Russia, minacciando il presidente ucraino proprio mentre sembrava disposto ad accettare una soluzione negoziale.

Merz sarebbe intervenuto per scongiurare il collasso psicologico di Zelensky e rilanciare un sostegno occidentale sempre più incerto. Ha promesso il proseguimento del riarmo tedesco e 1,3 miliardi di euro di aiuti: appena un giorno di guerra in più.

Forse il panico di Zelensky era solo una forma di pressione sugli alleati, ma gli avvertimenti alla popolazione, l’invito a lasciare le grandi città, la liquidazione dei pessimisti nel suo governo erano reali e alimentavano l’immagine dei governanti nel panico e del Paese sull’orlo del collasso. Intanto la Russia avanzava davvero.

La diffusione del panico, intenzionale o meno, ha funzionato: Merz s’è precipitato e i media occidentali hanno rilanciato domande così ovvie da risultare idiote: dove vuol arrivare Mosca? E quale strategia hanno Kiev e l’occidente per evitare la sconfitta?

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Published: 17 October 2026
Created: 13 October 2026
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Tecnologia, comando, potere, accumulazione: Panzieri di fronte all’I.A

Alberto Deambrogio intervista Massimiliano Amato*

 

Alberto Deambrogio: Nel tuo libro riprendi la tesi di Raniero Panzieri sulla non-neutralità della tecnologia, nata negli anni della catena di montaggio e del boom industriale. Se Panzieri oggi potesse osservare la transizione digitale e i moderni algoritmi di intelligenza artificiale applicati al mondo del lavoro, quale aspetto dell’odierno capitalismo delle piattaforme lo sconvolgerebbe di più e quale, invece, considererebbe la logica evoluzione di quanto aveva già previsto?

Massimiliano Amato: Credo che Panzieri non si stupirebbe affatto del fatto che la tecnologia continui a essere comando. Era esattamente la sua tesi: non esiste una macchina neutra che il capitale userebbe bene o male, esiste la macchina capitalistica. In questo senso la gestione algoritmica del lavoro di piattaforma non è una rottura rispetto alla sua analisi, ma una conferma spettacolare. Anche “Plusvalore e pianificazione”, il suo ultimo scritto teorico, già diceva che la pianificazione capitalistica tende a estendere alla società intera il comando che prima era confinato dentro i cancelli della fabbrica. Oggi quella fabbrica non ha più cancelli: è ovunque, dentro un’app, e il comando si è semplicemente disperso nello spazio sociale, esattamente come lui aveva previsto. Quello che credo lo sconvolgerebbe, invece, è la caratteristica peculiare che questo comando ha assunto: l’opacità.

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Published: 17 October 2026
Created: 17 October 2026
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sinistra

Anwar Shaikh, un economista eterodosso

di Antonio Pagliarone1

Anwar Shaikh è nato a Karachi nel 1945 da una famiglia sindhi. Diplomatosi alla Stuyvesant High School di New York nel 1961 ha poi conseguito una laurea in ingegneria (B.S.E.) presso l'Università di Princeton nel 1965. Dal 1965 al 1967 lavorò per due anni in Kuwait: inizialmente come impiegato bancario e ingegnere, e successivamente, dal 1966, come insegnante di matematica, fisica e scienze sociali presso la Kuwait-American School di Kuwait City. Una volta tornato negli Stati Uniti per studiare economia con Gary Becker, Robert Heilbroner e Luigi Pasinetti alla Columbia University ha poi conseguito il dottorato di ricerca sotto la guida di Ronald Findlay nel 1973. Durante gli studi di specializzazione, insegnò scienze sociali e matematica alla Harlem Preparatory School di Harlem (New York), un istituto privato fondato nel 1967.

Nei primi anni Sessanta a Princeton Shaikh si avvicina alla politica ascoltando Martin Luther King durante un'assemblea generale e Malcolm X quando intervenne ad un seminario ristretto presso il Dipartimento di Studi Islamici. Durante gli studi post-laurea alla Columbia,Shaikh simpatizzò per i Black Panthers e la Nation of Islam. Nel 1968 partecipò all'occupazione studentesca nel corso delle proteste alla Columbia University e fu cofondatore della Union for Radical PoliticalEconomics, ma venne espulso dal gruppo per aver invitato Joan Robinson a tenere un intervento presso il Dipartimento di Economia della Columbia.

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Published: 16 October 2026
Created: 13 October 2026
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lantidiplomatico

L'urlo degli studenti francesi smaschera il grande inganno delle cancellerie europee

di Domenico Moro

kgprfmgitflDa quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.

 

Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico

La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.

In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue.

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Published: 16 October 2026
Created: 16 October 2026
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seminaredomande

La domanda di energia dei data center farà aumentare la bolletta di tutti

di Francesco Cappello

Come si forma il prezzo dell’elettricità e perché i data center possono incrementarlo in modo brutale

data center 2 rid 585x293 1.jpgIl progetto di Data Center a Caselle Torinese di 250 MegaWatt di potenza comporterebbe un consumo di 2,19 Terawatt di energia elettrica, praticamente l’equivalente del fabbisogno di energia elettrica della città di Torino.

Per capire che cosa può succedere quando decine di nuovi data center si collegano alla rete elettrica italiana bisogna prima capire una cosa apparentemente semplice, ma che spesso viene raccontata in modo troppo complicato: come si forma il prezzo dell’energia elettrica che paghiamo in bolletta.

L’elettricità non è ancora come un’automobile che può essere prodotta oggi, immagazzinata in un magazzino e venduta domani. Per la maggior parte del tempo deve essere prodotta esattamente nel momento in cui viene consumata. In ogni istante Terna deve quindi mantenere in equilibrio la quantità di energia immessa nella rete e quella prelevata da famiglie, imprese, treni, industrie e, sempre più, data center.

È questo equilibrio continuo fra domanda e offerta che sta alla base del funzionamento del mercato elettrico.

Ogni giorno, nel Mercato del Giorno Prima gestito dal Gestore dei Mercati Energetici, i produttori presentano le loro offerte per vendere elettricità nelle ore del giorno successivo. Le offerte vengono ordinate partendo, in linea generale, da quelle economicamente più convenienti. Il mercato accetta progressivamente le offerte fino a quando viene raggiunta la quantità di energia richiesta. L’ultima offerta necessaria per soddisfare la domanda determina il cosiddetto prezzo marginale: tutte le offerte accettate in quella zona e in quella determinata ora vengono valorizzate sulla base di quel prezzo. È il meccanismo del market clearing price descritto dal GME. (GME Mercato Elettrico)

È qui che si trova una delle chiavi per comprendere il rapporto fra data center e prezzo dell’elettricità.

Immaginiamo una determinata ora della giornata. Una parte dell’elettricità viene prodotta da impianti fotovoltaici ed eolici, che hanno costi marginali molto bassi: una volta costruito l’impianto, il sole e il vento non devono essere acquistati.

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Published: 16 October 2026
Created: 14 October 2026
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lantidiplomatico

Altro che solidarietà a Kiev: la grande truffa tedesca degli "aiuti" militari all'Ucraina

di Fabrizio Poggi

14 ottobre. Inni alla guerra e proclami di attacco. I media di regime italici pullulano di incitamenti ad armarsi e passare all'offensiva. Questa l'atmosfera che circola nelle redazioni romane, torinesi, milanesi che, fiutata l'aria delle cancellerie europee, ardiscono prendere le distanze dai padroni d'oltreoceano, specialmente dopo il cosiddetto “Diesel deal”. Non sia mai che, seppur sommessamente e senza delinearne tempi e termini, qualcuno osi parlare di accordi per mettere almeno un freno al conflitto in Ucraina. Nemmeno le più che evidenti e sonore smentite ai fantomatici “attacchi russi” in giro per l'Europa, “certificati” dalle più indicibili fonti europeiste, riescono a frenare il grido di guerra delle redazioni a libro-paga dell'industria militare. Dunque, se si ventila un accordo Trump-Putin sul diesel, dall'Europa ci si attende che reagisca prontamente, sbraita il signor Jacopo Iacoboni su La Stampa e lo deve fare «agendo su due leve: petroliere ombra russe, e terminal di Primorsk... I Paesi Ue o il Regno Unito da un anno hanno stretto controlli, e potrebbero farlo ancora di più: sequestrare le navi della flotta ombra sotto sanzioni, e per quelle non sanzionate trovare motivi specifici come assicurazione mancante, falsa bandiera, rischi ambientali»; in casi estremi, si potrebbero anche minare le rotte di quelle navi, o mandare U-Boat d'attacco, pare frenarsi controvoglia dall'aggiungere il signor Iacoboni. E la sua collega di redazione, la signora Anna Zafesova plaude ai «nuovi bersagli della guerra» del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, che prende di mira «Agenzie statali, trasporti e servizi di pagamento bloccati». Più forte! Più in alto!

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Published: 16 October 2026
Created: 14 October 2026
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lantidiplomatico

L'alternativa ce la indica il grande sud

di Pino Arlacchi*

I BRICS e le analoghe aggregazioni del Grande Sud stanno cambiando in meglio l’economia mondiale. E in modi che gli economisti dell’establishment, i vari Draghi, Monti e simili, non hanno neppure immaginato. La stabilità economica del pianeta non viene più prodotta da un egemone occidentale, ma da un insieme di economie che producono stabilità e sicurezza come beni pubblici, a disposizione di tutti.

Di cosa sto parlando? Parlo della tenuta della domanda cinese e asiatica durante le ultime recessioni, del freno alla piovra finanziaria americana costituito da circuiti alternativi di pagamento usati da tutti paesi del Grande Sud, siano essi alleati o avversari di Washington e dell’Occidente. Questo bene comune nasce sul terreno dell’economia reale. Un sistema nel quale il credito viene indirizzato verso la capacità produttiva di lungo periodo invece che verso il casinò della finanza globale.

L’industria cinese, che controlla oltre l’80% della catena produttiva dei pannelli fotovoltaici, ha contribuito in misura decisiva alla riduzione del 90% del costo medio dell’elettricità solare registrata nel mondo fra il 2010 e il 2023. E dinamiche analoghe hanno investito le batterie, i veicoli elettrici, le turbine eoliche, i macchinari e i materiali per le infrastrutture di trasporto.

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Published: 16 October 2026
Created: 13 October 2026
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doppiozero

Le tribù degli isolati e connessi

di Alfonso Maurizio Iacono

È da più di un secolo che si parla di Tramonto dell’Occidente, da quando, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, Oswald Spengler scrisse il suo tanto fortunato quanto discusso libro. La Prima Guerra Mondiale è effettivamente lo spartiacque storico: per la prima volta in modo massiccio e organizzato la tecnologia diventò uno strumento decisivo di distruzione e di devastazione. Anche se ancora c’era l’assalto con la baionetta e quella terribile vita stagnava dentro le trincee, dove, come ricorderà genialmente Marc Bloch, ebbero origine le false notizie di guerra, tuttavia i carrarmati sparavano solcando il terreno e gli aerei bombardavano sfrecciando nell’aria. Nel 1919 Max Weber, nella Scienza come professione, constatava che ormai i giovani non credevano più alla scienza e alla tecnologia e così il mito positivistico del progresso occidentale si faceva carico non più solo dello sfruttamento degli uomini ma anche del potere del massacro, una modalità di annientamento che affondava già le sue radici moderne nella distruzione degli Aztechi perpetrato da Cortez. Dopo il 1915-18 tornano in gioco il nichilismo e la trasvalutazione di tutti i valori. Quel che di distruzione e di morte lasciò la guerra, voluta con entusiasmo da molti, si rigenerò in linfa vitale con il fascismo e con il nazismo. Mentre i valori che si pretendevano universali si trasformano in merci, mentre le metropoli, come avevano visto Baudelaire, Simmel e Benjamin, determinano il nuovo senso di solitudine degli individui, quell’animale sociale – così era stato definito, sulla scia di Aristotele, da Seneca, Tommaso e Marx – che è l’essere umano, reagisce all’isolamento cercando o ritrovando appartenenze, aggregazioni, comunità.

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Published: 16 October 2026
Created: 11 October 2026
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contropiano2

UE-Cina: una tregua commerciale con lo spettro della guerra

di Gigi Sartorelli

L’8 e 9 ottobre il commissario europeo per il Commercio, lo slovacco Maroš Šefčovič, è stato a Pechino per sostenere le richieste europee, ovvero la riduzione del surplus commerciale del Dragone, arrivato a circa un miliardo di euro al giorno. La visita è stata preceduta da due iniziative.

Da un lato, le pressioni di Macron e Merz, che hanno pubblicato una lettera per chiedere alla Commissione europea nuovi strumenti con cui difendere l’economia europea dall’uso del commercio come arma e dalla “distorsione sistematica del mercato“. La Cina non viene citata esplicitamente, per ragioni diplomatiche, ma la pubblicazione alla vigilia del viaggio di Šefčovič non è certo casuale.

Dall’altro, una risoluzione del Parlamento Europeo dai toni molto duri, che affronta non solo le questioni economiche, ma anche temi politici come Taiwan e i “diritti umani”, che ha portato anche a promuovere una presenza militare stabile a ridosso delle coste cinesi. Non esattamente il miglior biglietto da visita.

Eppure, dall’incontro si è usciti con una dichiarazione congiunta in 16 punti, che dovrebbe portare a tre traguardi: dimezzare le vendite di ibride cinesi nei paesi UE, la facilitazione delle licenze per l’export di terre rare verso l’Europa, e anche il miglioramento dell’accesso reciproco ai mercati.

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Published: 15 October 2026
Created: 15 October 2026
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mondocane

Ritiro USA... vince Saddam

Damnatio memoriae, come uccidere un uomo morto

di Fulvio Grimaldi

mrjtuihud.jpegUn ritiro che sa di fuga

La Storia ha le sue vendette di verità e giustizia. Nei giorni scorsi si è completato il ritiro delle truppe e basi statunitensi dall’Iraq. Via anche gli italiani, che non si capisce per cosa diavolo dovessero star lì. Aspettare un’altra Nassiriya? Parzialmente il ritiro (fuga?) era già stato attuato nel 2011, sotto la pressione di una resistenza “saddamita” che aveva reso la presenza troppo costosa, nonostante la rapina del petrolio. Gli Usa si ripresentarono in armi nel 2016, col pretesto di combattere l’ISIS, o Stato Islamico, insomma la solita Al Qaida della strategia False Flag inaugurata con l’auto-attentato alle Torri. In effetti quarta forza armata imperialista, dopo quelle ufficiali di terra, aria, mare, da fingere di combattere, ma da sostenere per riprendere il controllo del paese sotto falsa bandiera.

Il fine del rientro nel 2016 era l’opposto. Si trattava di sostenere questo mercenariato rastrellato nei paesi islamici, coltivato e addestrato in Turchia, finanziato da quelli del Golfo e in evidente sintonia con Israele che, nei suoi ospedali, ne rimetteva in sesto i feriti. Era la forza d’urto proxy sia in Siria, contro il governo antimperialista e antisionista di Assad, sia in Iraq, dove veniva messa in difficoltà da una nuova resistenza nazionalista, quella delle Unità di Mobilitazione Popolare (UMP), eminentemente scite, ma non solo.

In Siria sappiamo come è andata a finire: il capo terrorista, i cui tagliagole avevano seminato indicibili orrori in uno dei paesi più evoluti del Sud del mondo, è oggi l’universalmente riconosciuto e perfino celebrato presidente di un paese distrutto. Il cuore della resistenza araba squartato e ridotto a campo di contesa tra turchi e israeliani, mentre entrambi competono con il nuovo affidatario nell’eliminazione politica ed etnica di quanto rappresenta potenziali indocilità.

In Iraq non è andata così. Dopo il ritiro degli USA a Baghdad c’è un governo, come più o meno tutti quelli da vent’anni a questa parte, in bilico tra adeguamento ai termini di un controllo statunitense su economia e gestione delle risorse energetiche, e allineamento agli interessi iraniani per la salvaguardia di poli di resistenza regionale. Qui, questo polo è rappresentato dalle UMP alle quali va assegnato un ruolo decisivo nella recente decisione USA di togliersi dagli impicci.

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Published: 15 October 2026
Created: 10 October 2026
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marx xxi

Oltre l’Occidente. L’alba di una nuova storia. Carlo Formenti

di Marco Pondrelli

9788817180924 0 0 424 0 75.jpgIl volume di Carlo Formenti completa il percorso iniziato da Alessandro Visalli, con il primo volume di quest’opera, autore dell’introduzione. È proprio Visalli a cogliere con chiarezza il senso del libro quando scrive che in esso si trovano «amici e nemici chiari. In questo è un testo profondamente occidentale, e radicato nella tradizione critica marxista. Avevo diciotto anni quando iniziai a leggere Il Capitale, non capivo molto, direi nulla. Ma sono sempre stato ostinato e ho continuato. Tuttavia, una cosa passava subito: la chiara passione, la determinazione a definire il mondo e farlo per la lotta» [pag. 21].

È una buona chiave di lettura per comprendere Oltre l’Occidente. Il libro non è soltanto una critica dell’Occidente contemporaneo, ma un tentativo di ricostruire, attraverso Marx e la tradizione marxista, le ragioni storiche della crisi dell’ordine occidentale e di individuare nelle esperienze del Sud globale e nella Cina elementi utili per immaginare un diverso sviluppo storico.

Il volume è articolato in quattro parti. La prima affronta colonialismo, guerra e crisi dell’Occidente; la seconda rilegge Il Capitale e alcuni dei principali sviluppi del pensiero marxista; la terza è dedicata all’Africa e al pensiero anticoloniale e rivoluzionario; l’ultima alla Cina e al socialismo con caratteristiche cinesi. Un percorso molto ampio, ma unito da un filo conduttore preciso: mettere in discussione una lettura della storia nella quale l’Occidente rappresenterebbe il punto culminante e universale dello sviluppo umano.

 

Colonialismo, Occidente e guerra

Il punto di partenza è il colonialismo. A partire da Aimé Césaire, Formenti mette in discussione la separazione netta fra la storia del colonialismo europeo e quella del nazismo. Il filo che li unisce emerge anche dall’ammirazione di Hitler per l’esperienza britannica. Come scrive Césaire, ciò che non si perdonava a Hitler non erano semplicemente i crimini commessi, ma il fatto di aver portato in Europa quei «trattamenti tipicamente coloniali» che le potenze europee avevano applicato altrove.

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Published: 15 October 2026
Created: 15 October 2026
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sinistra

Leggendo la Dichiarazione finale di Nuova Delhi

di Eros Barone

319935 brics adottata allunanimita la dichiarazione di nuova delhi 2026Ho fra le mani il testo della Dichiarazione finale di Nuova Delhi. Si tratta di un documento composto da 140 paragrafi, che è stato approvato all'unanimità al termine del diciottesimo vertice dei BRICS che si è svolto nello scorso mese di settembre. Man mano che procedo nella lettura dei vari paragrafi, capisco perché gli osservatori internazionali abbiano concordemente sottolineato la natura enunciativa, eclettica e compromissoria di un testo che è chiaramente il frutto di lunghe e defatiganti trattative su temi divisivi come il Medio Oriente e l'Ucraina. Pertanto, il richiamo simbolico alla storica Conferenza di Bandung del 1955, che pure compare nel testo della Dichiarazione, non può celare le differenze, le fragilità e le contraddizioni che emergono dai vari paragrafi del documento e che rispecchiano la profonda diversità di interessi economici e geostrategici dei dieci Paesi che lo hanno elaborato e alla fine approvato. Sul piano economico e finanziario, il vertice ha, comunque, ribadito la linea di opposizione alla supremazia del dollaro statunitense, alle sanzioni unilaterali e ai dazi commerciali arbitrari (linea propugnata in particolare da Xi Jinping e Narendra Modi), puntando a una progressiva adozione delle valute locali e a sistemi finanziari alternativi.

Va detto, peraltro, che il documento contiene di tutto: finanza e commercio, clima e ‘governance’, perfino accordi di collaborazione per la promozione delle piante medicinali. Così, ho proceduto pedissequamente pagina per pagina, avvicinandomi sempre più alla fine, convinto che, dopo tanti ponderosi paragrafi, sarebbe arrivata l'unica cosa che contava: gli obiettivi immediati e le azioni conseguenti. E in effetti tre nomi che mi aspettavo di incontrare compaiono: Gaza, Cuba e Israele, poiché nella Dichiarazione si parla anche del conflitto israelo-palestinese. Sennonché ciò che non compare mai nell'analisi di queste crisi sono gli Stati Uniti come agenti della violenza, che pure il documento dichiara di voler contenere. Nel documento si parla pagina dopo pagina di conflitti da evitare, di limiti da non oltrepassare, di multilateralismo e di multipolarismo, senza mai fare il nome del massimo responsabile di ciò che viene timidamente evocato e virtuosamente deprecato.

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Published: 15 October 2026
Created: 12 October 2026
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piccolenote

Yemen. Non c'è una soluzione militare a questa guerra infinita

di Davide Malacaria

Non si comprende appieno perché le autorità di Riad abbiano voluto riaprire la guerra da loro iniziata nel 2015, quando decisero di intervenire in Yemen per rimettere al potere il loro governo fantoccio scalzato dalla rivolta Houti

Si intensifica la guerra yemenita, con le forze governative sostenute dai sauditi e i loro alleati che continuano a martellare le aree sotto il controllo dei cosiddetti “ribelli” Houti e con questi ultimi che bersagliano obiettivi in Arabia Saudita. Ha fatto notizia la strage all’aeroporto di Riad, 12 le vittime, poco o nessuno spazio mediatico è invece accordato alle molte più numerose vittime civili causate dai bombardamenti sauditi in Yemen (vedi raro dossier del New York Times).

In realtà, gli Houti avevano avvertito che avrebbero colpito gli aeroporti sauditi come rappresaglia per gli speculari attacchi di Riad, ma questi hanno preso l’avvertimento alla leggera, continuando a tenerli aperti.

A rivelare il motivo dietro questa improvvida decisione è quanto sottende un cenno del New York Times: “Gli attacchi all’aeroporto sono avvenuti alla vigilia di diversi importanti eventi politici e commerciali in Arabia Saudita, tra cui il vertice annuale sugli investimenti del principe Mohammed [bin Salman], evento di punta durante il quale leader mondiali, miliardari e dirigenti d’azienda si recano solitamente a Riad”.

Non solo l’evento in questione: chiudere gli aeroporti impedirebbe a Riad di ricevere i ricchi del mondo che vi affluiscono ogni giorno per i loro affari miliardari. Ma dopo l’attacco hanno dovuto chiuderlo, né possono contare sugli altri sparsi nel Paese, anch’essi bersagliati. Senza garanzie di sicurezza i vip ci penseranno due volte prima di utilizzarli.

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Published: 15 October 2026
Created: 12 October 2026
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sollevazione

Il golpe elettorale e il partito della guerra

di Leonardo Mazzei

Sulla legge elettorale è il momento di tirare le somme. Giovedì scorso la Camera l’ha votata, ed il giorno dopo Mattarella l’ha prontamente firmata. Che si tratti di una legge truffaldina ed incostituzionale lo abbiamo spiegato fin dall’inizio. Una legge che, con la norma sulle firme, è diventata un vero e proprio golpe.

Per opporsi a questo stupro delle più elementari regole democratiche può essere utile capire come si è potuti arrivare a questa enormità.

Dice un proverbio cinese che “il ghiaccio non si forma in una sola notte”. E la legge meloniana è ispirata a quegli stessi dettami che il regime bipolare di centro-sinistra-destra ci ha imposto fin dai primi anni ‘90, quando si volle stracciare il meccanismo della rappresentanza proporzionale, l’unico che può garantire il principio “una testa, un voto”. Da allora – sia a livello nazionale, che regionale e comunale – è stato un fiorire di leggi maggioritarie e presidenzialiste, sempre meno democratiche e sempre più tese a conservare il blocco dominante.

Giorgia Meloni è certamente la prima responsabile di questa ennesima porcheria, ma la finta opposizione del cosiddetto “campo largo” non ha certo la coscienza pulita. E di certo Mattarella non è nato sotto un cavolo.

Adesso siamo ai “si dice”. Si dice che la Corte costituzionale accelererà i tempi dell’esame della legge. Si dice che il suo pronunciamento arriverà prima del voto.

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Published: 15 October 2026
Created: 11 October 2026
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contropiano2

Più dell’onore potè il diesel

di Dante Barontini

La tentazione di estrapolare “scenari di cambiamento epocale”, a seguito di decisioni trumpiane sicuramente fuori dall’ordinaria amministrazione all’interno del mondo euro-atlantico, è sempre forte, ma quasi sempre sbagliata.

Non che manchino i cambiamenti radicali – il Venezuela è stato attaccato e reso una colonia senza più diritti sul proprio petrolio, la Groenlandia è stata acquisita con l’acquiescenza del governo danese e dell’Unione Europea, che fanno finta di mantenere la sovranità anche se solo formale, ecc – ma la ragione non è mai un “nuovo pensiero strategico”. Al massimo interessi di brevissimo periodo del governante di turno e la nostalgia per i tempi in cui l’America controllava e dava forma il mondo.

Premesso questo, la decisione di sospendere le sanzioni sulle vendite internazionali di diesel raffinato in Russia – fino all’aprile del 2027 – è quantitativamente secondaria, politicamente uno schiaffo in faccia all’Ucraina e alla UE, strategicamente spiazzante l’”asse occidentale”. Soprattutto perché accompagnata dal licenziamento in diretta dell’attore incaricato di ricoprire il ruolo di presidente a Kiev, Volodymir Zelenskij.

Partiamo dalle motivazioni urgenti secondo gli interessi di Trump (che sono anche quelli degli Usa, ma “fino ad un certo punto…”).

Il problema è sicuramente quello di far scendere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, e solo indirettamente nel resto del mondo, in vista delle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre, quando verrà rinnovato metà del Congresso (sia alla Camera che al Senato).

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Published: 15 October 2026
Created: 09 October 2026
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Legge elettorale: il vero obiettivo di Meloni

di Ugo Boghetta

1. Ebbene sì, abbiamo una nuova legge elettorale: l’ennesima della cosiddetta Seconda Repubblica. Cinque sono state le leggi approvate, due sono state cancellate dalla Corte costituzionale. Vediamo come va a finire questa.

La propaganda è sempre quella: i cittadini scelgono governi che sono stabili e operativi subito dopo le elezioni. In realtà, i governi sono rimasti instabili con i vari sistemi, poiché le alleanze sono contraddittorie, in quanto create solo per vincere. E così le coalizioni vincono, ma poi non convincono. L’esempio più ovvio è che M5S e Lega sono contrari all’invio di armi all’Ucraina e sono scettici sull’Unione Europea e sulla Nato, ma si trovano nei due fronti opposti. Ciò accade in Paesi come l’Italia, dove esiste il pluripartitismo e il maggioritario è innaturale. Inoltre, i sistemi maggioritari sono pensati anche per tagliare le cosiddette ali: i partiti critici o alternativi. Ma il paradosso è che eliminano soprattutto il cosiddetto centro, stritolato com’è dalle due coalizioni date per vincenti. Non a caso, i due schieramenti hanno in comune il termine «centro»: centrodestra e centrosinistra. Nel caso del Melonellum, che ha invece un impianto di base proporzionale a cui si aggiunge poi il premio, le ali sono tagliate con l’innalzamento smisurato del numero di firme da raccogliere per presentarsi.

Il fatto è che i partiti che vanno per la maggiore credono di risolvere i problemi cambiando le regole e non le politiche. Politiche che sono il vero motivo per cui, da alcuni decenni, siamo dinanzi al nomadismo elettorale: a ogni elezione, dagli 8 ai 16 milioni di elettori cambiano voto, delusi dalla scelta precedente e alla ricerca del partito che non c’è.

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Published: 14 October 2026
Created: 14 October 2026
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laboratorio

Cosa c'è dietro le rivolte giovanili in Francia e gli altri sommovimenti in Europa?

di Domenico Moro

Rivolte in Francia.jpgDa quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.

 

Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico

La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.

In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue.

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Published: 14 October 2026
Created: 14 October 2026
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jacobin

Shaikh, il più grande economista marxista

di Vivek Chibber

Scompare uno dei più brillanti studiosi di Marx, capace di aggiornare la sua lettura del capitalismo e di offrire un’analisi rigorosa, completa e utile alle trasformazioni attuali

Anwar Shaikh jacobin italia.jpgCon la scomparsa di Anwar Shaikh, la comunità intellettuale di sinistra ha perso uno dei suoi membri più dinamici e brillanti. Anwar non era solo una figura di spicco tra gli economisti eterodossi; era il più brillante economista marxista della sua generazione e probabilmente il più importante dai tempi di Karl Marx stesso. Ha fatto più di qualsiasi altro economista contemporaneo per far rivivere la tradizione classica dell’economia politica, associata ad Adam Smith, David Ricardo e Marx. Ha poi applicato tale quadro teorico alle dinamiche di breve periodo analizzate dalla tradizione keynesiana, dimostrando che la teoria economica classica era in grado di analizzare gli stessi fenomeni e di integrarli in un unico quadro onnicomprensivo. E come se non bastasse, ha portato a termine l’arduo compito di rendere operative le categorie marxiste per mostrare come le regolarità empiriche del capitalismo moderno fossero governate dai meccanismi descritti da Marx nei volumi del Capitale. Nella storia dell’economia marxista, è improbabile che ci sia stata un’altra figura che abbia fatto di più per promuovere il suo programma e consolidarlo.

Shaikh nacque a Karachi, in Pakistan, nel 1945. Tuttavia, poiché suo padre era impiegato nel servizio diplomatico pakistano, trascorse gran parte della sua formazione in Medio Oriente, nel Sud-est asiatico e in Turchia. Completò gli studi superiori negli Stati Uniti, laureandosi in ingegneria a Princeton nel 1965 e conseguendo poi un dottorato di ricerca in economia alla Columbia University nel 1973. Si è quindi trovato al centro dei movimenti studenteschi dell’epoca: pacifisti, per i diritti civili e femministi. Come molti degli studenti più talentuosi della sua generazione, si è radicalizzato politicamente nel marxismo e ha dedicato il suo straordinario talento allo sviluppo della teoria economica marxista.

Al centro del suo progetto di ricerca c’era la tesi che il capitalismo sia alimentato dalla continua ricerca di profitti da parte delle imprese. Questa potrebbe sembrare un’affermazione ovvia, ma i modelli teorici dominanti nell’economia eterodossa alla fine degli anni Sessanta non erano adatti a cogliere le dinamiche fondamentali del capitalismo.

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  1. Lavinia Marchetti: Un’Europa che divora i suoi figli
  2. Alessandro Volpi: Lo stupido servilismo della UE punito sul gasolio
  3. Giacomo Gabellini: La “formula magica” con cui l’Iran condiziona gli USA e i mercati
  4. Alessandro Bartoloni: Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere
  5. Patrizio Paolinelli: Democrazia liberale e nuova destra
  6. Alessandro Visalli: Discorsi a New Delhi. Questioni di dipendenza e scontro di Piattaforma
  7. Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni, Roberto Sidoli: Dibattito sulla Cina
  8. Davide Malacaria: Accordo con Putin: la mossa del cavallo di Trump
  9. Roberto Iannuzzi: Le rivelazioni sul 7 ottobre al centro dello scontro elettorale in Israele
  10. Alberto Comparini: Anne Carson Nobel unanime
  11. Emiliano Brancaccio: Anwar Shaikh, alla ricerca delle «tendenze» del capitalismo
  12. Fabio D’Alessandro: Il miraggio della fine del lavoro
  13. Lavinia Marchetti: Che c’entra Gaza con i «problemi degli italiani»?
  14. Fulvio Grimaldi: Prima di me? Il diluvio!
  15. Franco Berardi Bifo: Geronto-fascismo
  16. Fabrizio Marchi: A proposito del burqa nelle scuole (e altre ipocrisie)
  17. Tiziana Miano: L'urlo, la carne e l'algoritmo
  18. Michele Blanco: Dal welfare al carcere: come si costruisce il consenso della paura
  19. Francesco Cappello: Il data center di Caselle Torinese consumerebbe tanta energia quanta l'intera città di Torino
  20. Lavinia Marchetti: Smemoriale 
  21. comidad: Non è censura, è cleptocrazia
  22. Pierluigi Fagan: Il futuro della civiltà occidentale
  23. Elena Basile: Il DDL antisemitismo e la repressione del dissenso
  24. Danny Shaw: "L'imperialismo crede che al vincitore spetti il bottino, ma i popoli che resistono non abbassano le braccia"
  25. Thomas Fazi: La narrativa della “guerra ibrida russa”: una nuova strategia di tensione della NATO?

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