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marx xxi

Soldato Jack e la strategia fallimentare dell’Ucraina

di Fabio Mini

Senza una via d’uscita. Una discussione in Rete tra un contractor Usa e interlocutori alleati dimostra che sul terreno gli uomini gialloblù hanno finito le opzioni

Hit the road Jack...  

Pochi giorni fa, dopo l’ennesima notte di bombardamenti su Kiev, il cancelliere tedesco Merz s’è recato in segreto da Zelensky. Un precedente analogo risale al 2022, quando Boris Johnson intervenne per impedire un accordo con la Russia, minacciando il presidente ucraino proprio mentre sembrava disposto ad accettare una soluzione negoziale.

Merz sarebbe intervenuto per scongiurare il collasso psicologico di Zelensky e rilanciare un sostegno occidentale sempre più incerto. Ha promesso il proseguimento del riarmo tedesco e 1,3 miliardi di euro di aiuti: appena un giorno di guerra in più.

Forse il panico di Zelensky era solo una forma di pressione sugli alleati, ma gli avvertimenti alla popolazione, l’invito a lasciare le grandi città, la liquidazione dei pessimisti nel suo governo erano reali e alimentavano l’immagine dei governanti nel panico e del Paese sull’orlo del collasso. Intanto la Russia avanzava davvero.

La diffusione del panico, intenzionale o meno, ha funzionato: Merz s’è precipitato e i media occidentali hanno rilanciato domande così ovvie da risultare idiote: dove vuol arrivare Mosca? E quale strategia hanno Kiev e l’occidente per evitare la sconfitta?

Dopo quasi 5 anni di guerra aperta, la prima domanda ha una risposta, la seconda dipende dall’accettazione della risposta alla prima, ma pochi in Occidente sembrano disposti ad ascoltarla. Anni di censura e sanzioni, di narrazioni fantasiose e bugie ci hanno relegato in una bolla informativa gestita e alimentata da Ue, Nato, Ucraina.

Mosca ripete da oltre 20 anni la propria richiesta fondamentale: riformulare l’architettura della sicurezza europea, eliminando le provocazioni a ridosso dei propri confini. Di fronte al rifiuto occidentale di considerare tale richiesta politica la strategia russa si è progressivamente evoluta in: 1) Pressione diplomatica, fallita. 2) Pressione militare per indurre Kiev a negoziare, fallita. 3) Acquisizione di territori russofoni o filorussi, realizzata. 4) Riduzione delle capacità militari e industriali ucraine, in corso. 5) Capitolazione dell’attuale sistema ucraino come premessa per una nuova sicurezza europea.

Questa sequenza non era inevitabile, ma si è consolidata con il coinvolgimento occidentale nella guerra, gli attacchi al territorio russo e il fallimento dei negoziati, facendo crollare la fiducia di Mosca nei suoi interlocutori.

Le prospettive sono la prosecuzione della pressione militare alla capitolazione ucraina, il contrasto alle iniziative Nato e l’eventuale ricorso alle armi nucleari. Mosca dichiara di non voler attaccare Paesi europei, ma d’esser pronta a reagire a minacce e provocazioni. Non intende, inoltre, aspettare il 2029-2030 per risolvere la questione della sicurezza europea.

La linea occidentale resta il rifiuto di concessioni alla Russia, accompagnato dalla richiesta di ritirarsi dall’ucraina, dalle sanzioni, dalle riparazioni di guerra e dal rafforzamento militare in vista di un possibile confronto entro il 2029-2030. Non si esclude neppure l’ipotesi di un attacco preventivo convenzionale o nucleare. Kiev, intanto, dovrebbe continuare a combattere a qualsiasi costo.

Lo scenario più realistico, secondo questa lettura, è la capitolazione ucraina e la spartizione dei suoi territori tra Russia, Stati Uniti, Polonia, Ungheria e Romania. Quello più estremo è una guerra nucleare in Europa, con conseguenze devastanti per il continente ed equilibri diversi nel resto del mondo.

Politicamente sembra identica a quella europea: alcuna concessione alla Russia e pretese ancor maggiori nei confronti di Mosca e degli europei.

Indicazioni più concrete emergono dalla propaganda ucraina, nelle sue diverse ramificazioni, compresa la galassia gialloblù di Internet. Di essa fa parte il video di un colloquio apparso poco prima degli attacchi russi a Kiev tra un blogger danese, un ucraino membro di una fondazione caritatevole e un ex contractor americano. Quest’ultimo, chiamato Jack, è stato soldato per 8 anni, tra Afghanistan e altri teatri, e in Ucraina dal 2023. Afferma d’aver combattuto a Bakhmut e d’esser ora consigliere del comandante del Terzo Corpo d’armata ucraino.

Parla di tattica e strategia, spesso confondendole, ma offrendo spunti interessanti. Sull’Ucraina e sulla Russia pone i luoghi comuni della propaganda del Paese che lo paga. Il suo piano per i prossimi mesi consiste nel concentrare le migliori unità terrestri ucraine nel controllo della cosiddetta “cintura delle fortezze” del Donetsk, tra Sloviansk, Kramatorsk e Druzhkivka, dove è schierato il suo Terzo Corpo.

Jack riconosce che gran parte del Donbass è controllata dai russi, ma sostiene che, anche completando l’occupazione del Donetsk, Mosca si fermerebbe al Dniepr. Gli ucraini dovrebbero quindi mantenere la cintura fortificata per impedire alla Russia di rivendicare il successo dell’“operazione militare speciale”. È una strategia di negazione che punta soprattutto al risultato simbolico: se Mosca non conquista quelle posizioni, Kiev potrà proclamare la vittoria. Si tratta di trasformare un obiettivo tattico circoscritto in un successo politico generale, secondo una logica già sperimentata dagli americani con i loro annunci di “missione compiuta”. Sfortunatamente, spesso tali annunci son stati seguiti da anni di guerra, occupazione e ritirate imbarazzanti.

Il progetto sembra rispondere soprattutto all’urgenza di ottenere un successo operativo capace di sostenere il morale. “L’ucraina non deve crollare come Stato, come Paese, come nazione”, afferma il rappresentante della fondazione. Quando in guerra si evoca il rischio di crollo vuol dire che ci si è già dentro fino al collo. L’iniziativa di Jack non è banale e presenta almeno cinque aspetti significativi: affidare a un mercenario americano il ruolo di motivatore nazionale suggerisce una carenza di figure ucraine credibili, politiche e militari. (…) Il suo sembra più che altro un tentativo estremo di salvare il morale dell’esercito e della nazione proponendo comunque un altro e più grave disastro come Bakhmut. Potrebbe esser parte di un piano d’inganno volto a costringere i russi a distogliere forze da altri settori per difendere il Donbass o a sospendere i bombardamenti su Kiev. Gesto eroico, ma anche i russi negli ultimi anni hanno imparato qualcosa.

Altre debolezze del piano emergono dalle stesse dichiarazioni di Jack. Il Terzo Corpo si è appena schierato e non è ancora completo. Ha sostituito una formazione precedente, quasi distrutta e giudicata inefficiente, elevando la Terza Brigata d’assalto al livello di corpo d’armata e aggregandole i resti di altre 5 brigate: la 60ª, 63ª, 53ª, 66ª e 125ª. Jack afferma: “Dai potenziali 12.000 uomini della Terza, ora abbiamo 40.000 potenziali”. Non chiarisce quanti siano gli effettivi realmente disponibili per controllare oltre 200 chilometri di fronte. I numeri sollevano interrogativi: se sei brigate non raggiungono complessivamente i 40.000 uomini, le loro consistenze reali sono molto inferiori a quelle teoriche. Un Corpo di 40.000 significa che solo 5.000 sono combattenti d’assalto. Spalmati su 200 chilometri fanno 25 per chilometro. Con questa densità non si realizza nessun attacco e nemmeno nessuna difesa. Concentrando le forze soltanto su due fortezze diventano obiettivi paganti per bombardamenti infernali. E non esistono riserve. Dove sono finiti gli uomini mancanti? E che fine ha fatto il milione di combattenti ucraini che, secondo Jack, erano disponibili nel 2022?

Lo stesso consigliere ammette la necessità di completare la mobilitazione e l’addestramento: “Dobbiamo effettivamente ricevere quelle truppe, reclutarle e addestrarle”. Riconosce inoltre che la preparazione alla battaglia per la cintura fortificata è in ritardo, nonostante lo scontro possa iniziare presto.

Sacrificare il 3º Corpo sarebbe uno dei piani per evitare il collasso morale e militare dell’ucraina. Ma anche il bisogno di eroi è un segno di panico e capitolazione. Nel frattempo, la Russia ha spostato il proprio impegno strategico su Kiev: se riuscisse a piegarla con le campagne missilistiche, il resto del Donbass potrebbe cadere per esaurimento. E anche se l’ucraina le riprendesse. In alternativa, le fortezze potrebbero essere aggirate e le guarnigioni costrette alla resa. Un po’ alla volta, con calma.

Secondo Jack, il successo dipende soprattutto dalla disponibilità di uomini addestrati secondo la dottrina americana. Per ora, sostiene, l’adeguamento riguarda solo i posti comando. Per compensare la carenza di personale preparato, gli ucraini punterebbero sulla presunta superiorità nel rapporto tra perdite inflitte e subite.

Dobbiamo in effetti ricevere quelle truppe, reclutarle e addestrarle. Jack la stima, con calcoli approssimativi e discutibili, in un rapporto di 20 a 1 e dichiara: “Il mio compito, come consigliere militare, è portare quel 20 a 1 a 30 a 1, poi a 40 a 1”. Il rappresentante della fondazione reagisce con entusiasmo: “Sì! E che Dio ci aiuti a riuscirci”. Evidentemente anche Lui è stato arruolato, con la forza, e opportunamente indottrinato.

… and don’t you come back no more no more!


Da Il fatto quotidiano 11 ottobre 2026
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