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seminaredomande

Data Center e sovranità digitale

di Francesco Cappello

Gemini Generated Image o7b611o7b611o7b6 1140x641.jpgImmaginiamo il mattino di un giorno qualsiasi in cui un governo straniero, o il consiglio di amministrazione di tre multinazionali del tech, decide che l’Italia non è più un partner allineato o semplicemente che è giunto il momento di massimizzare un profitto estorsivo. Non ci sono truppe ai confini, né bombardamenti. C’è solo un interruttore logico che viene spento a diecimila chilometri di distanza. È questo il grado zero della sovranità digitale: la trasformazione di una nazione in un ostaggio senza alcuna possibilità di negoziare.

Nella Pubblica Amministrazione e nella sanità, il collasso potrebbe essere immediato e letale. Ai server cloud che ospitano il Fascicolo Sanitario Elettronico, l’anagrafe nazionale e i database dell’INPS, che per una parte crescente dei servizi dipendono da infrastrutture e software di fornitori extraeuropei, potrebbe essere ordinato, da remoto, di smettere di rispondere. Negli ospedali, i medici non potrebbero più accedere alle cartelle cliniche, i macchinari diagnostici salvavita andrebbero offline perché non riescono a dialogare con i server centrali, e le sale operatorie si fermerebbero. I cittadini perderebbero la loro identità civile: non si possono emettere documenti, pagare le pensioni, erogare sussidi o registrare nascite e decessi. Lo Stato italiano, per riavere accesso ai dati dei propri cittadini, sarebbe costretto a piegarsi a ricatti geopolitici o a pagare enormi pedaggi economici, senza avere alcuna competenza tecnica per aggirare il blocco. I nostri dati più intimi diventerebbero letteralmente un’arma puntata contro di noi.

Nel settore bancario e finanziario, lo scenario si traduce nell’espropriazione istantanea della ricchezza nazionale. L’intero sistema dei pagamenti digitali, i bancomat, i trasferimenti interbancari e il clearing delle transazioni poggiano su reti informatiche e cloud stranieri. Nel momento in cui la spina viene staccata, i conti correnti diventano fantasmi inaccessibili. L’economia reale si congela nel giro di poche ore: i supermercati non possono incassare, le aziende non possono pagare i fornitori, i risparmi di una vita evaporano dietro una schermata di errore.

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cambiailmondo

Big Tech e Big Oil si sono fuse: chiamiamola Fossil Tech

di Naomi Klein e Astra Taylor

menphis ia musk.pngUn giorno prima del lancio ufficiale di END TIMES FASCISM – And the Fight for the Living World, Astra ed io siamo entusiasti di condividere un breve estratto dal libro. Tratta un argomento che sappiamo interessare molti di voi: come la corsa agli armamenti dell’IA aziendale stia aggravando la crisi climatica in un momento davvero fatale per il pianeta. Questo estratto è uscito durante il fine settimana sul quotidiano nazionale canadese, The Globe and Mail, ma poiché si trova dietro un paywall, lo pubblichiamo integralmente per assicurarci che sia accessibile a tutti voi.

* * * *

Quando Elon Musk ha creato xAI nel 2023, si è ritrovato nella posizione che più disprezzava: indietro. Otto anni prima, aveva aiutato Sam Altman a fondare OpenAI, prima della loro tanto pubblicizzata e discussa rottura. Ora OpenAI dominava il campo, lasciando l’uomo più ricco del mondo a inseguire. Per come la vedeva lui, doveva costruire il computer più grande che il mondo avesse mai conosciuto, e doveva farlo in fretta.

Lo avrebbe chiamato Colossus. Il nome rende omaggio a una trilogia di romanzi di fantascienza degli anni ’60 e ’70 in cui un supercomputer autonomo chiamato Colossus si rivolta contro l’umanità e lancia un’arma nucleare contro l’Unione Sovietica. Questo avrebbe dovuto essere il primo indizio che il signor Musk e la sua macchina potrebbero non essere dei vicini ideali.

Nel marzo 2024, dopo aver esaminato le opzioni, l’uomo più ricco del mondo ha dichiarato: “Ci daremo da fare a Memphis”. È così, almeno, che Ted Townsend, presidente della Camera di Commercio della Greater Memphis, ricorda il momento in cui il signor Musk ha accettato il pacchetto di incentivi. Questo includeva un ottimo affare per una gigantesca fabbrica vuota che un tempo produceva elettrodomestici e dava lavoro a più di 700 operai. E come ha riportato ProPublica riferito, la camera di commercio ha anche fornito un “team per le operazioni speciali di xAI” dedicato, composto da cinque membri, per garantire un “servizio di portineria 24 ore su 24” e la “esecuzione senza intoppi dei piani di rapida espansione dell’azienda”.

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Fuggire dal capitalismo con Clara E. Mattei

di Alessandro Scassellati

Recensione del libro Fuga dal capitalismo di Clara E. Mattei 

clara 200x300.jpg1. Introduzione e inquadramento editoriale: la genealogia di un’eresia necessaria

Nel panorama asfittico della teoria economica contemporanea, dominato dal monolitismo neoclassico e da un neoliberismo che ha saputo interiorizzare persino le proprie crisi strutturali, il lavoro di Clara E. Mattei si pone come un atto di radicale igiene intellettuale. La traiettoria editoriale di Fuga dal capitalismo testimonia la cogenza e l’urgenza politica del suo nucleo argomentativo. Nato originariamente in Italia nel 2023 con il titolo militante L’economia è politica per i tipi di Fuoriscena, il testo è stato successivamente internazionalizzato ed espanso nella versione in lingua inglese Escape from Capitalism: An Intervention (Simon & Schuster, New York 2026), per poi fare ritorno nel circuito editoriale italiano (pubblicato nel catalogo Fuoriscena RCS nel 2026) in una veste definitiva, ampiamente rivista, aggiornata e strutturata come un vero e proprio manifesto per una economia eterodossa e un socialismo umanistico.

Se già con il seminale The Capital Order: How Economists Invented Austerity and Paved the Way to Fascism (University of Chicago Press, Chicago 2022), che il Financial Times aveva inserito tra i dieci libri di economia più influenti dell’anno — pubblicato in italiano con il titolo Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo (Einaudi, Torino 2022) — Mattei aveva dimostrato come l’austerità sia storicamente nata dall’alleanza tattica tra economisti liberali (figure di rilievo come Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Luigi Einaudi, Umberto Ricci e Alberto De’Stefani) e il regime fascista di Mussolini per blindare la proprietà privata contro la minaccia del Biennio Rosso (1919-1920), in Fuga dal capitalismo questo nesso si fa sistemico. L’autrice svela come il fascismo non sia stato un’eccezione storica, ma il braccio armato e violento di una democrazia liberale pronta a sacrificare se stessa pur di proteggere l’ordine del capitale. Mattei prende di mira l’intera architettura epistemologica della scienza economica dominante, svelandone la natura intrinsecamente ideologica e apologetica. La tesi di fondo, squisitamente materialista, rompe con il fatalismo della sinistra riformista ed è mossa da una premessa analitica netta: l’autrice adotta pienamente la definizione di capitalismo di matrice marxiana, intendendolo non come un mero spazio di scambi commerciali, bensì come un modo di produzione storicamente determinato e fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulla separazione strutturale tra la classe proprietaria e i lavoratori salariati.

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lafionda

Lo sciame, il panico e il conto pubblico

di Fabio Vighi

1760119594 ilpost 20251010200557542 528af41753fd68db79d4c08efe3d7507.jpgC’è un tipo particolare di tweet che soltanto il CEO di un laboratorio di frontiera può pubblicare a mezzanotte di sabato. Quello comparso sull’account di Dario Amodei nella notte tra il 12 e il 13 settembre 2026 apparteneva a questa categoria: un avvertimento secondo cui, entro un anno, uno «sciame incontrollato» potrebbe prendere il controllo di Internet e provocare danni per centinaia di miliardi di dollari. Domenica mattina l’allarme era già virale. 

Consideriamo sia la tempistica che il ciclo mediatico. Nella stessa settimana, l’allora sconosciuto Jacob Coxon, ex ricercatore di OpenAI e Anthropic, ha lanciato un allarme sui social: entrambe le aziende stavano «puntando dritte verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi, mettendo così a rischio le nostre vite». Il thread allarmista ha superato i 120 milioni di visualizzazioni solo nelle prime ventiquattr’ore e ha spinto più di venti politici a rispondere con accorati appelli alla regolamentazione dell’IA.

Più o meno nello stesso periodo, gli economisti di Anthropic pubblicavano uno studio per scenari che prevedeva una crescita annua del PIL intorno al 15%, una disoccupazione di massa all’11,9%, e un calo della quota del reddito nazionale destinata al lavoro dal 60% circa al 45,2%: come se la disoccupazione tecnologica avesse bisogno di uno studio formale per essere presa sul serio!

Pochi giorni dopo l’avvertimento di Amodei, la testata giornalistica digitale Semafor riferiva che un disegno di legge bipartisan sulla sicurezza dell’IA, rimasto fino ad allora bloccato, era improvvisamente emerso come opzione legislativa. Nel frattempo, dopo aver annunciato il 3 settembre un disegno di legge per vietare la superintelligenza, Bernie Sanders si preparava a presentarlo formalmente e a convocare briefing con esperti sui «pericoli straordinari» dell’IA.

 

A cosa serve l’allarme

Che cosa produce, in concreto, questa improvvisa ondata di panico sull’IA? Una cosa che certamente non produce — e quasi sicuramente non produrrà — sono norme davvero vincolanti.

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doppiozero

La democrazia insostenibile

di Lelio Demichelis

photo 1622260206932 6f619e9051f7.jpegChe la democrazia moderna – là dove ancora esiste o resiste – non stia troppo bene in salute è cosa detta e ripetuta da tempo – ma in realtà, da sempre la democrazia riflette su se stessa. Libri e libri sono stati scritti per capire le cause di questa malattia che oggi si chiamano populismo, sovranismo, reazione, fascismo, neoliberalismo – con personaggi come Peter Thiel e Trump.

Significa che ci siamo forse stancati di nuovo di democrazia, di partecipazione, di responsabilità, cioè di libertà e di politica, tanto che sembra essere tornata dominante una nuova voglia di fuga dalla libertà (come il titolo del libro di Erich Fromm) o di paura della libertà (titolo del libro di Carlo Levi), noi cercando di nuovo qualcuno, autoritario che decida per noi, noi evitando la fatica di dover pensare? E questa ricerca di una personalità antipolitica e autoritaria a cui delegare il potere politico non è forse analoga a quella delega cognitiva che stiamo dando all’intelligenza artificiale (Intelligenza Autoritaria secondo Giuliano da Empoli, qui la recensione), per cui: "non pensare, chiedi alla macchina che ti darà subito una risposta che dovrai credere esatta e vera; non approfondire, non perdere tempo, non abbassare la tua produttività, chiedi alla i.a. di semplificare ogni cosa" – cioè una nostra resa cognitiva analoga alla nostra resa politica di cittadinanza quando cerchiamo appunto qualcuno che pensi e decida per noi, promettendo di semplificarci la complessità del mondo?

La democrazia vive di politica, se virtuosamente intesa come partecipazione, come costruzione libera e consapevole di un progetto comune da parte di un noi collettivo che non dimentica la libertà dell’individuo (dell’io) e delle minoranze, fondandosi (almeno in teoria) su libertà, uguaglianza e solidarietà/fraternità. Per curare la democrazia oggi di nuovo malata – perché quasi sempre solo formale e mai sostanziale – servirebbe (permetteteci qualche riflessione) eliminare il veleno nero che la sta corrodendo dall’interno (nero, appunto come il fascismo, ma su tutto ci sono capitalismo e tecnologia, antidemocratici per loro essenza) – veleno che ampia parte del demos ama tuttavia assumere in dosi sempre crescenti credendo che sia un farmaco, cioè confondendo i due significati del termine pharmakon.

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lafionda

Il peso del passato. Memoria, conflitto e politica nell’epoca dello sradicamento

di Stefano Stella

1783413446510.pngIn un recente dialogo con Andrea Zhok, ospitato dal canale YouTube di Darsi Pace, Geminello Preterossi ha detto qualcosa che vale la pena riportare. «Custodire il passato non come qualcosa di antiquario ma come memoria vivente» è, osserva, «uno dei passaggi decisivi». Il passato «fa attrito», aggiunge, e proprio per questo costituisce un antidoto «a questo senso di totale sradicamento, azzeramento» e al «non sapere nulla di chi si è [1]».

A questo affondo si intreccia la diagnosi formulata dallo stesso Zhok, che mira a scavare nel nucleo profondo della ragione liberale. Per secoli, argomenta quest’ultimo, abbiamo potuto contare su meccanismi che funzionavano indipendentemente da noi: tradizioni, istituzioni intermedie e forme di credenza condivisa continuavano a lavorare in una co-costituzione di un mondo comune. Quel tipo di aggancio, nella lettura condivisa dai due filosofi, è venuto meno. Restano «simulacri», forme che funzionano come immagini vuote, prive di un reale contenuto capace di orientare un progetto condiviso.

È qui che la questione della memoria diventa rilevante. Perdere quell’aggancio al passato di cui parlano Zhok e Preterossi significa perdere la possibilità di dare per acquisiti i contenuti che costituiscono la base dello “stare assieme”. Viviamo in quella che la sociologa Carmen Leccardi chiama la «contrazione dell’orizzonte temporale», l’idea cioè che diventi sempre più difficile immaginare un futuro abbastanza stabile da potervi proiettare, con ragionevole fiducia, ciò che il passato ci ha consegnato [2].

Preterossi definisce questa stessa riserva un «pozzo profondo» a cui una politica futura potrebbe tornare ad attingere, lasciando tuttavia aperta una questione cruciale: a quale passato, esattamente, si può fare ricorso? Nessun passato arriva a noi come un deposito intatto, disponibile a essere semplicemente recuperato. Ogni memoria collettiva è invece il risultato di selezioni e trasmissioni compiute dentro specifici rapporti di forza. Chi custodisce quella memoria? Con quali materiali viene costruita? E, soprattutto, quali dinamiche di potere contribuiscono a stabilire ciò che una società considera degno di essere trasmesso, lasciando che altre esperienze vengano marginalizzate o dimenticate?

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lantidiplomatico

Da Mladic a Srebrenica all’11 settembre… agli squadroni di droni “russi” sull’Europa

di Fulvio Grimaldi

lòglrjhl.jpgPremessa sullo struzzo

E’ una questione metodologica, ma anche di grave portata politica, quella che ci impegna quando a una nostra visione delle cose si impone una modifica che rischia di capovolgere quanto si riteneva assodato. Parlo di un fenomeno di trasformazione che di questi tempi ha raccolto attenzione, commenti, analisi, dispute: quello delle posizioni statuali che ci sembravano consolidate, ma che subiscono rilevanti modifiche.

Un compagno mi conferma la sua fede nella “rivoluzione sociale, ecologica e femminista” curda nel Rojava siriano occupato dai curdi insieme agli USA. Un carissimo amico sindacalista mi rimprovera di dubitare della coerenza rivoluzionaria delle modifiche politico-economico-sociali adottate dalla dirigenza di Cuba sotto la pressione mortale esercitata da Trump. Una collega, legata al Venezuela da annosi rapporti, insiste a diffamare come tarantolati del digitale che osservano i fatti a distanza di divano (ci sarei anch’io) chi dubita – e si tratta della quasi totalità degli analisti –della buona fede della direzione venezuelana post-Maduro. A dispetto del totale capovolgimento dei dettami del chavismo con cui si concede a interessi privati stranieri (ENI compresa) la disponibilità delle risorse energetiche nazionali.

Sorvolando sugli interessi materiali che potrebbero indurre a tali atteggiamenti, qui rileva un dato: l’incapacità, l’indisponibilità a rivedere una convinzione saldatasi in vero e proprio mito, nel timore di perdere un punto di riferimento e, dunque, di appoggio morale, politico, ideologico.  Atteggiamento dal notevole peso sentimentale. A volte abbiamo bisogno che una cosa sia vera solo perché ci permette di esserne confortati. O di approfittarne. Avvolgersi nel sogno, tuttavia, comporta un effetto collaterale nefasto: si trae in inganno l’opinione pubblica e si legittima l’operazione imperialista che ha prodotto l’esito che ci si ostina a negare. Lo struzzo con la testa nella sabbia viene preso da dietro. Non è un buon risultato.

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doppiozero

Trump 2.0: i nuovi mostri

di Lelio Demichelis

photo 1761001316205 3f36441846b9.jpegIniziamo da qui: “Al di là dell’indignazione e della derisione, quale risposta è possibile dare a questi nuovi sovrani del ventunesimo secolo? E come possiamo misurare gli effetti sociali e geopolitici di un potere che non sembra più originarsi nei meccanismi impersonali del mercato o nella burocrazia statale, ma nelle decisioni arbitrarie di una infima schiera di uomini che ha accaparrato quote stratosferiche di potere sociale?”. E l’infima schiera sono i mostri del tempo nostro, a cui Alberto Toscano, filosofo e critico sociale, dedica questo suo dettagliato e analitico libro di critica politica – Il tempo dei mostri. Trump e la crisi dell’egemonia americana (Laterza, 2026) – riprendendo, ma rivedendoli e aggiornandoli, i testi apparsi sulla rivista americana In These Times, di cui Toscano è editorialista.

Mostri che incarnano e insieme producono/riproducono il corpo antipolitico e/o impolitico, antisociale ed ecocida, ma molto feticisticamente e messianicamente tecnico/tecnologico della società del XXI secolo – una mostruosità politica, la definisce Toscano, come a dire, i mostri non possono che produrre mostruosità, figlie della lunga crisi dell’egemonia statunitense, ma anche delle devastazioni sociali prodotte dal neoliberalismo e dalla atomizzazione tecnologica. In America. Ma che ha l’altra faccia della medaglia in Europa, dove vive i suoi fasti fascio-nichilistici nella crisi dei valori universalistici e umanistici europei (la complicità anche europea con il genocidio israeliano a Gaza è uno dei punti più bassi e infami della sua storia); sì che i mostri – noi li abbiamo definiti i folli ma la sostanza non cambia – sono anche in Europa, in speculari mostruosità antipolitiche, antisociali, antidemocratiche ma molto tecnologiche (IA FIRST! chiede e impone la baronessa von der Leyen, sulla scia di Mario Draghi e del suo mantra della competitività): tra populismi, sovranismi, democrature, neo/post-fascismi, l’alleanza di fatto tra Popolari (che del cristianesimo hanno rimosso tutto, ultima anche l’Enciclica Magnifica Humanitas) e destre estreme, su tutto il riarmo invece del Green Deal o le politiche europee anti-migranti tanto simili all’Ice trumpiana.

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Genova 2001. Una storia del presente

di Emilio Quadrelli

genova 2.jpgRiproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni, un momento di rottura. Apparso originariamente in due parti su Carmillaonline e già ripubblicato sul nostro portale.

* * * *

Futuro anteriore

Uno, due, tre viva Pinochet
Quattro, cinque, sei a morte gli ebrei
Sette, otto, nove il negretto non commuove!

Questo il ritornello intonato a squarcia gola dalle forze dell’ordine mentre lasciavano Genova pochi giorni dopo aver “normalizzato” la città e aver garantito il buon esito e funzionamento del vertice dei grandi. Su quanto accadute in quelle giornate esiste una pubblicistica corposa e sembra pertanto inutile tornarvi sopra per l’ennesima volta. Ciò su cui vale invece la pena di focalizzare l’attenzione sono alcuni aspetti rispetto ai quali, per lo più, le narrazioni costruite intorno agli eventi di “Genova 2001” si sono mostrate per lo meno lacunose e fortemente addomesticate. In primis l’attribuzione delle reali responsabilità di quanto accaduto. Come tutti ricorderanno il Governo in carica nel luglio 2001 era un Governo di centro – destra a guida Berlusconi che si era insediato da poco tempo avendo vinto le elezioni il 13 maggio entrando in carica l’11 giugno. Al momento dei fatti la destra governava da 38 giorni senza, nel frattempo, aver modificato di una sola virgola gli assetti burocratici e militari ereditati dal governo di centro – sinistra. In altre parole l’intera catena di comando politico – militare addetta alla gestione del Vertice era per intero legata al governo precedente.

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Sul declino della civiltà occidentale

di Pierluigi Fagan

745747875 1350872923659693 8432135800049501292 n.jpegArlacchi, sul Fatto, ha scritto un articolo di analisi sui rapporti tra declinante civiltà occidentale e ascendente gruppo delle civiltà oggi dette “Sud del mondo”, anche se alcune sono ad est piuttosto che a sud.

Ha citato Arnold Toynbee, storico il cui nome è legato in particolare proprio alla parte degli studi storici che si occupa delle civiltà. Toynbee segnalava come le civiltà muoiano per suicidio piuttosto che omicidio, ma avrebbe potuto anche dire per progressivo disadattamento.

Il ciclo di civiltà prevede nascita e affermazione, espansione, inizio delle contraddizioni adattative che accompagnano il declino, fine della civiltà che o si scioglie in altri sistemi e si riformula dopo un certo tempo, ma in maniera che è difficile ricondurre al corso della storia precedente. Il vertice della curva adattiva, lì dove terminano i “tempi d’oro” e inizia il declino, è dato dal semplice fatto che il tempo passa e modifica il contesto in cui la civiltà ha prosperato. Le civiltà sembrano cieche a questo cambiamento del loro contesto, non se ne accorgono o più spesso lo rifiutano e così vanno sempre più progressivamente in disadattamento perché non cambiamo quando intorno tutto cambia. Tutte le forme viventi sono soggette alle regole adattive, ma le civiltà sono soggetti solo in senso metaforico, sono sistemi acefali e incoscienti senza un unitario corpo biologico.

Prendendo le élite di sistema che governano o amministrano i corsi di una civiltà, nella fase del declino, si nota una scadente produzione di leader, una assenza di nuove idee, un insistere pervicacemente e con sempre più cocciutaggine ad applicare i modi che hanno fatto grande quella civiltà come se il problema fosse di quantità e non di qualità.

Va detto che le élite di sistema si trovano in un ontologico conflitto di interesse. Le modifiche richieste da nuovi adattamenti sono strutturali, richiedono cioè di cambiare i modi con cui le élite stesse vengono a essere tali, ovvio che non saranno certo loro a riformulare il sistema. Inoltre, essere “élite” non denota altro merito che l’essersi ben ambientati dentro un sistema, non porta affatto sapere bene cos’è quel sistema, la dipendenza dal contesto ed eventualmente in che senso e modo cambiare.

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doppiozero

Peter Thiel, profeta della de-globalizzazione

di Nello Barile

Peter Thiel by Gage Skidmore 1.jpgUna delle figure più oscure, controverse ma anche onnipresenti nel dibattito contemporaneo sulla crisi dell’Occidente e sulla deglobalizzazione, è certamente quella di Peter Thiel. La sua visione definita come Illuminismo oscuro, Dark Enlightenment o Neoreazione, ha contribuito, insieme all’opera di altri cybercapitalisti, a riposizionare la Silicon Valley da sinistra a destra (si veda il mio articolo su Musk per doppiozero). In sintesi, il progetto di Thiel mira a elidere il legame stabile che per secoli ha tenuto insieme democrazia, tecno-scienza e mercato, per garantire che il potere economico e politico resti nelle mani della famigerata élite dei tecnocapitalisti.

Il libro di Paolo Perulli Peter Thiel L’America oggi, che parafrasa il celebre film di R Altman del 1993, propone una riflessione sistematica su questa figura apicale, protagonista di una nuova crisi della cultura americana che impatta oggi drammaticamente sulla politica globale. A partire dall’introduzione di Massimo Cacciari, si evidenzia come la crisi attuale rappresenti una rottura epocale fondata sul ruolo centrale della tecnica. Questa rottura, in cui persino la spinta verso lo spazio mira a ristrutturare i rapporti di potere sul pianeta terra, rappresenta un cambiamento qualitativo della nozione di tecnica, ovvero un salto paradigmatico che diventerà visibile ed esperibile nei prossimi anni grazie allo sviluppo della AI e dei computer quantistici, come ben notano Stefano Calzati and Derrick de Kerckhove in Quantum Ecology. Why and How New Information Technologies Will Reshape Societies (MIT Press 2024).

L’analisi di Perulli prende piede dal percorso biografico di questo imprenditore “illuminato”, da cui risulta chiaro che il fatidico riposizionamento a destra delle piattaforme, lungi dall’essere una conquista recente, rappresenti un processo di lungo periodo che ci riporta alle radici stesse della Silicon Valley. Come una sorta di doppelgänger di quell’anima progressista e multiculturale, Thiel ha lucidamente provato a riformare capitalismo e democrazia tramite l’innovazione tecnologica.

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Petrolio e conflitti globali nella crisi del capitalismo fossile statunitense

di Fabio Ciabatti

Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47

iran allarme oms rischi ambientali fumi incendi.jpgIl sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la continuità del ruolo globale degli Stati Uniti, si sia affidato a un presidente che ha una ben scarsa cognizione di quello che fa, come appare chiaramente dalla gestione della guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele. Per farla breve, deve essere un sistema impazzito nel suo complesso quello che riesce a partorire soltanto una strategia del “cane pazzo” (formula coniata, guarda caso, dal fu capo di stato maggiore israeliano Moshe Dayan) come unica via per cercare di tirarsi fuori dal pantano delle sue contraddizioni interne (una coesione sociale oramai in pezzi) ed esterne (la crisi della sua egemonia globale). Dio acceca chi vuole perdere, verrebbe da commentare con malcelata soddisfazione, se di mezzo non ci fossero innumerevoli vittime, per non parlare della famigerata valigetta nucleare affidata a mani davvero poco rassicuranti.

Quanto alle accennate contraddizioni esterne, un capitolo importante di questa storia andata a male è costituito dalle profonde trasformazioni che ha subito dall’inizio del nuovo millennio il capitalismo fossile a guida statunitense, perno fondamentale dell’ordine globale del dopoguerra. Sebbene si tratti solo di un capitolo di una storia più ampia, sarebbe sbagliato sottostimarene la profonda rilevanza per comprendere il proliferare sempre più accelerato di conflitti bellici a cui stiamo assistendo. A tal proposito può essere utile prendere le distanze dall’immediata attualità e soffermarsi sulle dinamiche strutturali di più lungo periodo attraverso un interessante testo di Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market. In questo modo possiamo mettere a fuoco come il petrolio non sia semplicemente una risorsa energetica tra le altre, ma rappresenti una componente materiale che attraversa l’intero sistema economico mondiale, legando produzione industriale, trasporti, finanza e potere politico.

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doppiozero 

Il mito dei mercati

di Giandomenico Scarpelli

Il mito del libero mercatoNaomi Oreskes ed Erik M. Conway, docenti di Storia della Scienza rispettivamente alla Harvard University ed alla Purdue University (West Lafayette, Indiana), sono diventati piuttosto celebri per un volume pubblicato nel 2010, Merchants of Doubt (edizione italiana: Mercanti di dubbi - Come un manipolo di scienziati ha nascosto la verità, dal fumo al riscaldamento globale, Edizioni Ambiente, 2019 – 2025). In quel libro i due studiosi documentarono come alcuni scienziati – non molti, ma di alto livello – negarono o minimizzarono per decenni il cambiamento climatico indotto dalle attività umane. La riconosciuta competenza di quegli scienziati consentì ai portatori di interessi (esponenti di grandi aziende, uomini politici) di instillare dubbi nell’opinione pubblica sulla reale gravità del problema, contestando conoscenze scientifiche consolidate. Quando Merchants of Doubt venne pubblicato, infatti, la stragrande maggioranza degli esperti era già giunta da tempo a un ampio consenso sul fatto che le emissioni di gas-serra stavano provocando gravi alterazioni del clima.

Oreskes e Conway inoltre illustrarono come altri scienziati negarono o minimizzarono i rischi per la salute derivanti del consumo di sigarette, nonché l’esistenza e gli effetti delle piogge acide, del buco dell'ozono e dell’inquinamento da DDT.

Il successo di Merchants of Doubt fu tale che nel 2014 ne venne tratto un film documentario diretto da Robert Kenner.

Nel 2023 Naomi Oreskes ed Eric Conway hanno pubblicato un altro libro che fornisce molti spunti di riflessione sulla genesi di idee molto diffuse e radicate negli Stati Uniti. Come essi stessi hanno scritto, questo nuovo libro “non è il seguito di Merchants of Doubt, ma potrebbe esserne il prequel” (p. 588). Il libro s’intitola The Big Myth: How American Business Taught Us to Loathe Government and Love the Free Market. Anche questo libro è uscito in Italia a cura di Edizioni Ambiente, con la traduzione di Marco Moro (che ha inserito nel testo brevi ed utili note esplicative) ed il titolo Il grande mito - Come il business ha creato la leggenda del libero mercato e ci ha insegnato a odiare il governo. Il volume è corredato da una Prefazione di Massimo Polidoro (docente universitario, divulgatore televisivo e segretario del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze - CICAP) e da un breve saggio di Gianfranco Bologna (Presidente onorario della Comunità scientifica del WWF Italia).

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effimera

Le chiavi false di Trump. Recensione a Dario Togati “Il capitalismo fragile”

di Nicolò Bellanca

Capitalismo fragile.jpgLa tentazione è forte, e in parte comprensibile: liquidare Trump come una follia. È ciò che fanno molti commentatori progressisti, economisti liberali, osservatori istituzionali. Il suo protezionismo appare un autogol; il disprezzo per le regole democratiche, un pericolo evidente; la brutalità comunicativa, una patologia politica. Eppure questa diagnosi, proprio perché coglie qualcosa di vero, rischia di nascondere l’essenziale. Se Trump è soltanto un pazzo, il problema è rimuovere il pazzo. Se i suoi elettori sono vittime di risentimento o irrazionalità, bisogna educarli meglio. Ma così si evita la domanda più scomoda: che cosa, nel capitalismo democratico americano, ha reso Trump possibile e credibile? E soprattutto: come mai la risposta progressista, disponendo di tutti gli strumenti interpretativi della tradizione critica, continua a mancarlo?

Il merito del libro di Dario Togati, Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarko, 2026), sta anzitutto qui: obbliga a prendere sul serio il trumpismo senza assolverlo. Capire non significa giustificare. Significa rifiutare l’idea consolatoria secondo cui la democrazia liberale e il capitalismo globale funzionavano ragionevolmente bene, finché un demagogo non è arrivato a turbare l’ordine naturale delle cose. Togati rovescia il punto: il trumpismo non cade come un meteorite su un corpo sano; rivela una malattia già in corso. E questa malattia ha un nome: crisi della fiducia.

 

L’economia come navigazione, non come calcolo

La tesi è semplice, ma non banale. L’economia non si regge soltanto su prezzi, contratti, salari, tassi d’interesse e investimenti. Si regge su aspettative condivise, promesse istituzionali, abitudini di cooperazione, credenze circa la tenuta del futuro. Non si tratta della fiducia sentimentale delle buone intenzioni, ma dell’infrastruttura invisibile che consente agli individui di lavorare, consumare, indebitarsi, investire, aspettarsi che le regole non cambino sempre a favore degli stessi. Quando questa infrastruttura si incrina, gli indicatori macroeconomici possono anche restare discreti; ma la società comincia a non credere più a se stessa.

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Clara Mattei: “L’austerità è una guerra di classe permanente”

Il capitalismo, la crisi sociale e la de-democratizzazione dell’economia

di Nicola Bielli

2 Mattei scaled 1Per la Prof.ssa Clara Mattei il capitalismo contemporaneo non è un sistema in crisi a causa di errori occasionali o cattive decisioni politiche. La crisi stessa – la precarietà diffusa, la compressione dei salari, la crescita della disuguaglianza, l’impoverimento del lavoro – rappresenterebbe il funzionamento normale dell’ordine economico moderno. L’austerità, in questa lettura, non sarebbe un incidente della storia economica recente, ma uno strumento strutturale di governo.

Nel lungo intervento pronunciato durante il festival politico-culturale Costituzione 2023 a San Daniele del Friuli , dedicato alla critica economica e sociale, l’economista italiana ha esposto una ricostruzione storica e teorica radicale: le politiche restrittive adottate negli ultimi decenni non sarebbero state progettate per risolvere le crisi, ma per gestirle a vantaggio del capitale, disciplinando il lavoro e limitando il potere democratico sulla sfera economica.

L’idea che attraversa tutto il discorso è semplice quanto dirompente: l’economia non è mai neutrale. Dietro ogni scelta fiscale, monetaria o industriale esistono rapporti di forza sociali, interessi di classe e precise decisioni politiche.

Mattei apre la sua analisi partendo dalla realtà italiana, che descrive come un laboratorio avanzato delle trasformazioni del capitalismo occidentale. I dati sulla distribuzione della ricchezza vengono definiti “agghiaccianti”. Una quota minima della popolazione concentra ormai patrimoni enormi, mentre milioni di persone sperimentano povertà assoluta, precarietà lavorativa e perdita di potere d’acquisto. L’elemento che più colpisce l’economista è il carattere simultaneo di questi fenomeni: mentre aumenta il numero dei lavoratori poveri, cresce anche il numero dei super-ricchi.

Secondo Mattei, questo non rappresenta una contraddizione del sistema, ma il suo esito logico. I profitti crescono proprio perché diminuisce la quota di ricchezza destinata al lavoro. La compressione salariale, l’indebolimento sindacale e la precarizzazione dell’occupazione non sarebbero quindi anomalie temporanee, bensì condizioni necessarie per mantenere elevati livelli di accumulazione del capitale.

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