
Giovanni Mazzetti e il tramonto del lavoro salariato
di Eugenio Donnici
1.
C’è un dato di fatto che si fatica ad accettare nella società dei paesi capitalisticamente più sviluppati e si presenta come «scarsità di lavoro».
Tutti i lavoratori che vivono del loro salario, quando percepiscono che il lavoro concreto che svolgono si sta dileguando e intuiscono che il valore di scambio della loro forza lavoro non trova una corrispondenza nel mercato, si aggrappano con veemenza a quella condizione, in quanto, sia dal profondo della loro mente che dalle loro esperienze pratiche, affiora la consapevolezza che la disoccupazione produca effetti più distruttivi nelle loro vite, al cospetto delle sofferenze e distorsioni derivanti dal rapporto di lavoro salariato.
La condizione di disoccupazione rappresenta il «nulla assoluto» per coloro che perdono il lavoro che svolgono, pertanto è una sana reazione opporsi a tale forma di esclusione sociale. Sulla base di questi presupposti, è possibile rilevare, come del resto fa Dahrendorf – osserva Mazzetti – che nei secoli della storia moderna hanno prevalso i principi della civiltà del lavoro.
E in questo contesto, la ricchezza si è presentata come lavoro oggettivato, come valore di scambio, come denaro e soprattutto come denaro che diventa capitale.
Se il riferimento alle categorie analitiche di Marx è evidente, la linea d’ombra dell’impostazione di Dahrendorf giace nelle accuse che indirizza a tutti i salariati che non riescono a emanciparsi dalla società del lavoro.
La legge del salario da cui dipende il reddito, per far fronte ai bisogni della vita quotidiana, esercita una forza di attrazione più grande delle spinte idealistiche dei “riformatori illuminati” come il noto direttore della London School of Economics, per circa un decennio.



1. Premessa
Ci sono tanti modi per guadagnare qualche cosa in più, per arrotondare uno stipendio che non permette di arrivare a fine mese. Uno di questi modi era Amazon Mechanical Turk. Era, perché il 30 settembre, dopo più di 20 anni di esistenza, ha chiuso. Da qualche anno, infatti, vari compiti svolti dai Turkers possono essere automatizzati grazie all’IA. Eppure, la chiusura di Mechanical Turk non dovrebbe essere letta semplicemente come la vittoria dell’intelligenza artificiale sul lavoro umano. 
I poderosi mutamenti che attraversano oggi la sfera della produzione e l’intero tessuto della società presentano una portata drammatica, paragonabile per profondità storica soltanto alla prima rivoluzione industriale della fine del Settecento. E una rivoluzione industriale non è un semplice avvicendamento di macchinari, ma costituisce – per usare la celebre categoria antropologica di Marcel Mauss – un “fatto sociale totale” che sconvolge simultaneamente le basi materiali, giuridiche, spaziali e psichiche attraverso le quali una società si riproduce. Come l’avvento della macchina a vapore e del telaio meccanico recintò i beni comuni, produsse lo sradicamento violento di interi ceti sociali e produttivi, ridisegnò radicalmente il piano urbanistico facendo sorgere dal nulla le metropoli operaie e piegò i corpi a una disciplina di fabbrica senza precedenti, così l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale generativa e agentica sta ristrutturando la morfologia del mondo contemporaneo.
Nel 1930, John Maynard Keynes scrisse che i nipoti dei suoi contemporanei avrebbero lavorato quindici ore alla settimana. La tecnologia — prevedeva — avrebbe liberato l’umanità dalla fatica, regalando tempo per la cultura, le relazioni, la vita. Siamo nel 2026, a quattro anni dalla scadenza di quella profezia, e la realtà è un capovolgimento grottesco: non lavoriamo meno, lavoriamo peggio. L’automazione e l’intelligenza artificiale non hanno liberato nessuno. Hanno semplicemente spostato lo sfruttamento, rendendolo più efficiente e meno visibile.
Questo intervento è una elaborazione della postfazione al volume Salario o reddito? Il conflitto nella società del lavoro senza fine a cura di Toni Casano, Antonio Minaldi e Sergio Riggio, Multimage, Associazione Editoriale, Firenze, luglio 2026. I contributi di Antonio Casano (“I processi di trasformazione del lavoro. Dal modello fordista alla società postindustriale”), di Antonio Minaldi (“Reddito di base, welfare e ‘attualità del comunismo’ nell’era della fine del lavoro”) e di Sergio Riccio (“Liberazione dal lavoro, liberazione del lavoro”) affrontano un tema oggi dirimente, di strettissima attualità ma paradossalmente poco trattato: non il significato del lavoro (da Adamo lo conosciamo) ma il senso e il fine del lavoro. Sia i partiti di destra che quelli di sinistra, sia i sindacati concertativi che quelli di base, dichiarano che senza lavoro non si può vivere e che il loro primo obiettivo è incrementare i tassi di occupazione. Il governo Meloni si è fatto addirittura vanto che mai l’occupazione aveva raggiunto tali livelli (senza comunque sottolineare come tali statistiche siano costruite ad hoc sulla base di definizioni che lasciano spesso a desiderare…). Ma di che lavoro stiamo parlando? Il concetto di lavoro non è mai stato stabile nel tempo, soprattutto in un sistema capitalistico di produzione. In questa realtà, infatti, il lavoro, pur essendo un’attività formalmente libera, viene sussunto dalle modalità di produzione che variano continuamente a seguito di un progresso tecnologico finalizzato costantemente a incrementare la produttività e ad allargare la base dell’accumulazione. La qualità del lavoro si modifica continuamente e così pure la sua organizzazione.
Abstract
Nel lontano 2005 Sergio Bellucci scriveva E-work. Lavoro, rete, innovazione. Nel libro sosteneva che l’ubiquità tecnologica del digitale rappresenta il nuovo paradigma che sta ridefinendo la condizione umana dopo anni in cui la trasformazione era stata solo annunciata. L’impatto delle tecniche digitali è talmente pervasivo da modificare la stessa dimensione umana, passando da una somministrazione iniziale riservata agli adepti della nascente “religione informatica” a dosi massicce iniettate nel cuore della collettività. La loro applicazione ai contesti più svariati consente un’espansione del dominio ben oltre i confini delle tecnologie precedenti, investendo merci, apparati produttivi, mezzi di comunicazione, sistemi di controllo, armi, entità mediologiche e relazioni umane.
Dato che siamo riusciti ad avere ancora in vigore la Costituzione, cerchiamo di confrontare l’articolo 36 con il decreto lavoro dello scorso 1° maggio. Nell’articolo costituzionale si “garantisce che chi lavora abbia diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità/qualità del lavoro e sufficiente a un’esistenza libera e dignitosa. Sancisce inoltre il diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, irrinunciabili, e demanda alla legge la fissazione della durata massima della giornata lavorativa”.
Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.

1.
L’autore ha trascorso due anni nelle banlieues parigine integrandosi profondamente nella vita quotidiana dei banlieusard e nei collettivi politici. In questo modo vorrebbe mettere in luce l’importanza dell’inchiesta militante in questa fase in cui una nuova generazione entra sulla scena politica, anche in Italia, come testimoniano gli ultimi fatti dall’uccisione di Ramy in poi. Il libro dà ampio spazio alle testimonianze dirette degli abitanti delle banlieues e ai militanti dei collettivi sottolineando così l’importanza della storia orale per la piena comprensione della realtà.
In questi tre anni dal lancio di ChatGPT i techbro della Silicon Valley ci hanno stordito con dichiarazioni roboanti sull’intelligenza artificiale: a seconda dei momenti soluzione a tutti i nostri problemi oppure causa della nostra estinzione. Allo stesso modo, per quanto riguarda il lavoro, alternano visioni di abbondanza – grazie all’erogazione di un reddito di base universale da parte dello stato, non a spese loro – e scenari di disperazione con la sparizione di oltre il 50% dei posti di lavoro. Dove sta la verità?








































