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effimera

Il paradigma dell’IA e la nuova lotta di classe*

di Andrea Fumagalli

Marx e IA 800x450.png1. Premessa

Spesso ci si domanda se, con l’avvento dell’Intelligenza artificiale generativa, si possa parlare della nascita di un nuovo paradigma tecnologico, in grado di sviluppare traiettorie del tutto inedite nel contesto economico contemporaneo.

Parliamo di un nuovo paradigma tecnologico quando più o meno in simultanea siamo in presenza di innovazioni radicali (ovvero non generate dall’evoluzione di tecnologie precedenti) nel campo dell’attività di produzione (innovazione di processo), nel campo delle abitudini di consumo (innovazione di prodotto) e nel campo dell’organizzazione del lavoro e della produzione (innovazione di organizzazione).

In queste brevi note vorremmo verificare se l’Intelligenza artificiale generativa apre effettivamente un nuovo paradigma tecnologico e quali possono essere le nuove modalità per organizzare una forza sindacale in grado di fare lotta di classe. Con l’avvento del paradigma fordista, infatti, il nuovo modello organizzato della grande fabbrica aveva comportato il passaggio dall’operaio di mestiere (che aveva dato origine alle prime forme embrionali di sindacato con le società di mutuo soccorso) all’operaio massa, con una strutturale modificazione della composizione tecnica del lavoro. Ciò aveva portato alla necessità di rifondare l’azione rappresentativa e conflittuale del sindacato, come l’esperienza IWW ha ben mostrato.

Poiché il tema è di vasta portata, in questa sede ci limiteremo a evidenziare alcuni fatti stilizzati, che dovranno successivamente essere meglio approfonditi. Possiamo dire che quello che andiamo a presentare è una sorta di progetto di ricerca e conricerca futura.

 

2. Intelligenza Artificiale e il rapporto capitale-lavoro

Il sistema innovativo alla base dell’intelligenza artificiale generativa presenta una caratteristica che non è unica nella storia del progresso tecnologico capitalistico, ovvero alterare il rapporto sociale tra macchina e lavoro.

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conness precarie

Oltre il Turco Meccanico. Il Crowdwork e l’insubordinazione al comando algoritmico

di Laura Montanari

Racknitz The Turk 1.jpgCi sono tanti modi per guadagnare qualche cosa in più, per arrotondare uno stipendio che non permette di arrivare a fine mese. Uno di questi modi era Amazon Mechanical Turk. Era, perché il 30 settembre, dopo più di 20 anni di esistenza, ha chiuso. Da qualche anno, infatti, vari compiti svolti dai Turkers possono essere automatizzati grazie all’IA. Eppure, la chiusura di Mechanical Turk non dovrebbe essere letta semplicemente come la vittoria dell’intelligenza artificiale sul lavoro umano. 

L’immagine del Turco Meccanico è familiare a chiunque si occupi di intelligenza artificiale: una specie di automa costruito nel XVIII secolo, dentro cui si nascondeva una persona reale, ma che dall’esterno pareva muovere le pedine su una scacchiera senza alcuna interferenza umana. Quando Amazon lanciò Mechanical Turk nel 2005, recuperò proprio quell’immagine, facendo dell’invisibilità del lavoro vivo il suo modello di business. Mechanical Turk dunque inizia come una sorta di artificiosa intelligenza artificiale, spacciando per automazione il lavoro di centinaia di migliaia di persone – i cosiddetti Turkers – che negli anni hanno fatto ciò che i computer non sapevano ancora fare, completando milioni di Human Intelligence Tasks (HITs).

Più o meno come era successo con Remotask (ScaleAI) in Kenya, Mechanical Turk ha potuto chiudere quasi dal giorno alla notte, senza alcuna conseguenza o effettiva resistenza, una rete complessa che andava dagli USA all’India, fino in Europa. L’annuncio è arrivato alla fine di agosto, lasciando poco più di un mese per trovare un’altra fonte di reddito a tutti quei lavoratori e lavoratrici sparsi per il mondo, che nel periodo di maggiore espansione arrivavano a mezzo milione. L’email inviata da Amazon li ringraziava per aver contribuito a “plasmare il settore del crowdsourcing”. Ma sappiamo che il “progresso” non apre necessariamente frontiere luminose: per chi ci lavorava, rimangono l’affitto, il cibo, le bollette e la necessità di continuare a procurarsi un salario.

Il sistema creato da Mechanical Turk, grazie sia al lavoro telematico sia all’espansione della sua rete, garantiva la possibilità di coinvolgere in modo ininterrotto la forza lavoro, 24/7, perennemente in attività, tenuta sotto controllo dall’algoritmo e dal pagamento a cottimo.

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codicerosso

La nuova rivoluzione industriale: Maschinerie, General Intellect e Intelligenza Artificiale

di nlp

marxbloc.jpgI poderosi mutamenti che attraversano oggi la sfera della produzione e l’intero tessuto della società presentano una portata drammatica, paragonabile per profondità storica soltanto alla prima rivoluzione industriale della fine del Settecento. E una rivoluzione industriale non è un semplice avvicendamento di macchinari, ma costituisce – per usare la celebre categoria antropologica di Marcel Mauss – un “fatto sociale totale” che sconvolge simultaneamente le basi materiali, giuridiche, spaziali e psichiche attraverso le quali una società si riproduce. Come l’avvento della macchina a vapore e del telaio meccanico recintò i beni comuni, produsse lo sradicamento violento di interi ceti sociali e produttivi, ridisegnò radicalmente il piano urbanistico facendo sorgere dal nulla le metropoli operaie e piegò i corpi a una disciplina di fabbrica senza precedenti, così l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale generativa e agentica sta ristrutturando la morfologia del mondo contemporaneo.

Anche oggi assistiamo allo smantellamento di intere stratificazioni professionali e intellettuali, accompagnato da una profonda mutazione urbanistica e territoriale: la geografia dei territori viene ridisegnata dall’espansione di giganteschi data center idrovori ed energivori, dalla proliferazione di hub logistici automatizzati, dallo svuotamento o dalla gentrificazione dei centri storici indotti dal lavoro cognitivo da remoto e dalla messa a valore di ogni centimetro dello spazio urbano attraverso piattaforme di consegna e sorveglianza predittiva. Tutto ciò si salda alla crescita di inedite masse di sapere che, superando di gran lunga i muri dell’officina tradizionale, governano l’accelerazione dei comportamenti, i tempi di vita e le abitudini cognitive sull’intera scala biopolitica.

Per comprendere l’origine di questo terremoto al di là delle narrazioni apologetiche o catastrofiste, occorre tornare al capitolo tredicesimo del primo libro del Capitale, dove Karl Marx traccia la distinzione ontologica tra lo strumento (Werkzeug) e la macchina (Maschinerie). Marx ricorda che la rivoluzione industriale si compie quando lo strumento viene strappato dalla mano del lavoratore e inserito in un meccanismo automatico:

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Il miraggio della fine del lavoro

di Fabio D’Alessandro*

La tecnologia, in ecosistema capitalistico, non è mai stata uno strumento di liberazione. È sempre stata uno strumento per riorganizzare un più efficace dominio

schiavismo.jpegNel 1930, John Maynard Keynes scrisse che i nipoti dei suoi contemporanei avrebbero lavorato quindici ore alla settimana. La tecnologia — prevedeva — avrebbe liberato l’umanità dalla fatica, regalando tempo per la cultura, le relazioni, la vita. Siamo nel 2026, a quattro anni dalla scadenza di quella profezia, e la realtà è un capovolgimento grottesco: non lavoriamo meno, lavoriamo peggio. L’automazione e l’intelligenza artificiale non hanno liberato nessuno. Hanno semplicemente spostato lo sfruttamento, rendendolo più efficiente e meno visibile.

Mentre Sam Altman e i CEO della Silicon Valley promettono un futuro di abbondanza alimentato dall’AI, a Nairobi un lavoratore di Sama etichetta contenuti traumatici per 1,32 dollari l’ora — il prezzo per rendere ChatGPT presentabile al mercato. A Stoccolma, Klarna licenzia 700 dipendenti sostituendoli con un chatbot, salvo poi riassumere esseri umani quando i clienti iniziano a lamentarsi in massa. La gig economy globale vale 582 miliardi di dollari nel 2025 e cresce al ritmo del 15% annuo, trascinando milioni di persone in un limbo contrattuale dove i diritti sono un optional e la precarietà è la norma. Il nocciolo della questione è semplice: la tecnologia non ha mai avuto l’obiettivo di liberarti dal lavoro. Ha sempre avuto l’obiettivo di rendere il tuo lavoro più redditizio — per qualcun altro.

Per capire come siamo arrivati qui, a un mondo in cui l’automazione crea più precarietà invece che meno, bisogna guardare chi ha preso le decisioni e chi ne ha pagato il prezzo. E bisogna partire da una profezia mancata.

 

Da Keynes ai bullshit jobs: come ci hanno rubato il tempo

La previsione di Keynes non era un delirio utopico. Poggiava su un ragionamento solido: se la produttività cresce al ritmo del 2% annuo — e nel 1930 stava effettivamente accelerando, con la produzione industriale americana aumentata del 40% in soli sei anni — entro un secolo il problema economico fondamentale sarebbe stato risolto. L’umanità avrebbe prodotto abbastanza beni per tutti con una frazione del lavoro necessario ai suoi tempi. E in un certo senso aveva ragione: la produttività è esplosa.

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effimera

Note in tema di lavoro subordinato nel tempo presente

di Gianni Giovannelli

strikers.jpgPoiché il lavoro vivo – mediante lo scambio tra capitale e operai – è incorporato al capitale e appare come un’attività che gli appartiene, tutte le forze produttive del lavoro sociale, non appena ha inizio il processo lavorativo, si presentano come forze produttive del capitale, esattamente nello stesso modo in cui la forma generalmente sociale del lavoro appare nel denaro come qualità di una cosa.

Karl Marx (Manoscritto economico 1861-1863; in Opere, vol. 37, pag. 48, Milano, 2023)

L’art. 1 della Costituzione italiana in vigore dal 1 gennaio 1948 , nel comma di apertura dell’intero testo, contiene un principio racchiuso nella sintesi finale di una discussione molto accesa e approfondita: una repubblica democratica fondata sul lavoro. Non uno stato dei lavoratori (come avrebbero voluto le componenti legate alle varie correnti del socialismo) e neppure poggiato sulla collaborazione fra le classi sociali (come da tradizione liberale o corporativa-cattolica); la colonna portante del compromesso raggiunto per avviare la ricostruzione post-bellica era semplicemente il lavoro, nella sua interezza, senza ulteriori specificazioni. Il testo proposto dai socialcomunisti (Togliatti e Nenni) fu bocciato di misura (239 voti contro 227) nonostante la conversione dei repubblicani di Ugo La Malfa; con più ampio divario furono respinte le proposte liberalconservatrici. Lo stallo venne superato su proposta, fra gli altri, di Aldo Moro e Amintore Fanfani, autori della stesura approvata dall’Assemblea Costituente il 22 marzo 1947, con acclamazione generale.

 

Il lavoro nella Costituzione

L’omissione di ulteriori chiarimenti non fu casuale, era il frutto di un accordo fra le diverse forze politiche presenti nell’assemblea costituente, con espressa esclusione dei nostalgici da quello che venne definito arco costituzionale (oggi non esiste più, gli ex fascisti sono da tempo dentro la maggioranza di governo o, alternativamente, nell’opposizione accettata).

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effimera

Ha ancora senso parlare di lavoro?

di Andrea Fumagalli

nanni balestrini 1975 800x583Questo intervento è una elaborazione della postfazione al volume Salario o reddito? Il conflitto nella società del lavoro senza fine a cura di Toni Casano, Antonio Minaldi e Sergio Riggio, Multimage, Associazione Editoriale, Firenze, luglio 2026. I contributi di Antonio Casano (“I processi di trasformazione del lavoro. Dal modello fordista alla società postindustriale”), di Antonio Minaldi (“Reddito di base, welfare e ‘attualità del comunismo’ nell’era della fine del lavoro”) e di Sergio Riccio (“Liberazione dal lavoro, liberazione del lavoro”) affrontano un tema oggi dirimente, di strettissima attualità ma paradossalmente poco trattato: non il significato del lavoro (da Adamo lo conosciamo) ma il senso e il fine del lavoro. Sia i partiti di destra che quelli di sinistra, sia i sindacati concertativi che quelli di base, dichiarano che senza lavoro non si può vivere e che il loro primo obiettivo è incrementare i tassi di occupazione. Il governo Meloni si è fatto addirittura vanto che mai l’occupazione aveva raggiunto tali livelli (senza comunque sottolineare come tali statistiche siano costruite ad hoc sulla base di definizioni che lasciano spesso a desiderare…). Ma di che lavoro stiamo parlando? Il concetto di lavoro non è mai stato stabile nel tempo, soprattutto in un sistema capitalistico di produzione. In questa realtà, infatti, il lavoro, pur essendo un’attività formalmente libera, viene sussunto dalle modalità di produzione che variano continuamente a seguito di un progresso tecnologico finalizzato costantemente a incrementare la produttività e ad allargare la base dell’accumulazione. La qualità del lavoro si modifica continuamente e così pure la sua organizzazione.

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effimera

L’Intelligenza Artificiale come «Macchina»

«Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati

di Emiliana Armano

graffitismo e futurismo.pngAbstract

Il presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto diretto, critico e non canonizzato con l’opera di Marx: i suoi strumenti concettuali non vanno intesi come dottrina, ma come dispositivi analitici aperti, da ripensare continuamente alla luce delle trasformazioni del capitalismo. Muovendo dal suo ultimo libro sulla critica della riproduzione sociale (2021), l’articolo discute in che misura i concetti alquatiani di «macchina», «iperindustrialità», «capacità-umana-attiva. vivente» e «combinazione attiva» — intesi nella loro reciproca relazione e nei diversi livelli di realtà che Alquati distingue — siano in grado di illuminare le contraddizioni del capitalismo digitale contemporaneo. Il contributo beneficia del confronto con un’analisi specifica sviluppata con approccio interpretativo alquatiano in merito alla  questione della sussunzione dell’ esperienza umana (Pentenero, 1989), inoltre si misura criticamente con il recente lavoro di Matteo Pasquinelli (2023), che offre una storia sociale dell’intelligenza artificiale a partire dal concetto marxiano di general intellect, e con alcuni rilevanti contributi di critica dell’economia politica delle macchine, caratterizzanti il dibattito sociologico critico internazionale (Fortunati 2007, Fuchs 2014; Zuboff 2019; Gray e Suri 2019; Dyer-Witheford et al. 2019, Crawford 2021; Cingolani 2021; 2026, Casilli, 2025; Griziotti, 2025).

Al centro dell’articolo è la peculiare attenzione alquatiana alla «capacità-umana-vivente» come merce specialissima, al «sistema umano-macchina» come struttura sempre aperta sulle esclusività umane, e alla politicità intrinseca di ogni processo riproduttivo. Ciò offre strumenti concettuali tanto preziosi quanto scarsamente esplorati per pensare l’IA oltre i miti tecnocratici e oltre un certo marxismo schematico e richiede, tuttavia, di fare propri tali strumenti — riarticolandoli, non semplicemente applicandoli.

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collettivolegauche

Sergio Bellucci, lavoro implicito, taylorismo digitale ed e-work

Concetti per comprendere le trasformazioni del lavoro

di Francesco Barbetta

photo 2026 05 19 22 57 23Nel lontano 2005 Sergio Bellucci scriveva E-work. Lavoro, rete, innovazione. Nel libro sosteneva che l’ubiquità tecnologica del digitale rappresenta il nuovo paradigma che sta ridefinendo la condizione umana dopo anni in cui la trasformazione era stata solo annunciata. L’impatto delle tecniche digitali è talmente pervasivo da modificare la stessa dimensione umana, passando da una somministrazione iniziale riservata agli adepti della nascente “religione informatica” a dosi massicce iniettate nel cuore della collettività. La loro applicazione ai contesti più svariati consente un’espansione del dominio ben oltre i confini delle tecnologie precedenti, investendo merci, apparati produttivi, mezzi di comunicazione, sistemi di controllo, armi, entità mediologiche e relazioni umane.

L’imponenza di questi processi coinvolge ogni individuo, sia esso alfabetizzato tecnologicamente o escluso attraverso il cosiddetto digital divide, trasformando ciascuno da passivo recettore del cambiamento ad attore protagonista della sua accelerazione, spesso in modo inconsapevole. Basti pensare alle trasformazioni di merci tradizionali come l’automobile e il quotidiano. L’auto odierna è satura di tecnologia digitale in ogni componente, dal motore all’impianto frenante, dai sistemi di sicurezza alla navigazione, mentre il giornale cartaceo è il risultato di una miriade di tecnologie digitali che hanno ridefinito la produzione, dall’uso di fonti digitali ai cicli di lavorazione completamente informatizzati, eliminando molte vecchie professionalità.

Anche il ruolo dell’uomo nella sfera naturale muta profondamente. Non esiste luogo dell’agire umano che risulti immune da questo processo di mutazione: dal lavoro all’intrattenimento, dalla casa agli oggetti di consumo, dai processi formativi alle forme comunicative, fino alle stesse progettazioni della vita. Le coordinate spazio-temporali del vissuto umano sembrano travolte da una variazione dimensionale. La quantità e la velocità delle informazioni disponibili rendono impenetrabile l’infinito intreccio delle relazioni che compongono l’evento che può essere sì mostrato ma difficilmente spiegato. Questa consapevolezza della parzialità del racconto, esplosa a livello di massa, legittima letture soggettive che inficiano le letture condivise degli accadimenti, traslando gli eventi dalla storia alla cronaca.

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contropiano2

IA e lavoro disperso

di Carla Filosa

intelligenza artificiale lavoro disperso 720x300.jpgDato che siamo riusciti ad avere ancora in vigore la Costituzione, cerchiamo di confrontare l’articolo 36 con il decreto lavoro dello scorso 1° maggio. Nell’articolo costituzionale si “garantisce che chi lavora abbia diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità/qualità del lavoro e sufficiente a un’esistenza libera e dignitosa. Sancisce inoltre il diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, irrinunciabili, e demanda alla legge la fissazione della durata massima della giornata lavorativa”.

Il lavoro, quindi, viene considerato non solo un mezzo di sussistenza, ma un pilastro della cosiddetta dignità.

Dati oggettivi dell’Istat mostrano però una realtà lontana da questo dettato: il 51% dei lavoratori non ha recuperato l’inflazione con una perdita di potere d’acquisto dell’8,7% in media dal 2021. L’uso capitalistico dell’IA nel nostro ultimo decreto lavoro o anche nel decreto sicurezza, poi, non viene minimamente preso in considerazione.

Si registra invece in aumento l’intermittenza lavorativa con tanto di potenzialità al licenziamento seppure l’assunzione sia stata a tempo indeterminato, viene introdotto un “salario giusto” che non mantiene affatto stabilmente una stessa capacità d’acquisto, il rinnovo contrattuale avviene sempre con almeno 1 anno o 1 anno e mezzo di ritardo senza recupero di perdita salariale, mantenendo bassi salari come controllo sociale richiede.

Non un cenno alle condizioni determinate dall’introduzione dell’IA anche in Italia, alle trasformazioni del mercato del lavoro per aumentare la produttività, ovvero lo sfruttamento lavorativo, e con previsioni di profonde modifiche di circa il 23% degli attuali lavori.

Le insicurezze ignorate relative a incidenti sul lavoro, a contaminazioni tossiche territoriali, a prevenzioni di frane scientificamente preannunciate, ecc. non frenano lo smantellamento degli ispettorati del lavoro, Asl, ecc. la cui assenza è invece garante di risparmio di costi aziendali o statali e impunità legalizzabile.

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nazioneindiana

Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro

di Andrea Inglese

Le Moulin a 15 7 1536x864.jpgFacciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.

 

Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia

Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (Cornelius Castoriadis, L’institution imaginaire de la société, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che non è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.

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sinistra

Il reddito di cittadinanza per il riscatto del mondo del lavoro

di Carlo Lucchesi21desk1 riapertura alla manifestazione ci vuole un reddito del 27 maggio a roma foto lapresse.jpg

Con l’intensificarsi dei processi di innovazione tecnologica e, in particolare, con il diffondersi dell’Intelligenza Artificiale, andiamo incontro a un’epoca segnata da crescenti fenomeni di disoccupazione di massa e di dequalificazione del lavoro. La drastica riduzione degli orari di lavoro e il Reddito di cittadinanza sono i due soli strumenti in grado di contrastarla. Non agirli entrambi sarebbe imperdonabile.

Proviamo a ragionare su cosa potrebbe rappresentare il ripristino, con opportuni aggiornamenti, del Reddito di cittadinanza (RdC). Sotto questa denominazione intendo qui sia il reddito erogato per contrastare la povertà, sia quello offerto alle persone in cerca di lavoro. La prima considerazione da fare è che, pur essendo due finalità nettamente distinte, converrebbe mantenere un solo istituto. In questo modo si terrebbero strettamente uniti gli interessi, diversi ma del tutto compatibili e per molti aspetti convergenti, di una massa considerevole di persone e di famiglie quale quella che si ottiene sommando le due tipologie. Così facendo, ogni eventuale tentativo di ridurre nel tempo il finanziamento dell’istituto alienerebbe al decisore politico una grandissima quantità di consensi e susciterebbe verosimilmente una forte reazione popolare. Del resto, in entrambe le finalità si conferma in via di principio che lo Stato ha il dovere di intervenire per assicurare il minimo vitale a tutti i suoi cittadini. In questo senso l’unico criterio da osservare per l’erogazione del reddito a contrasto della povertà dovrebbe essere quello derivante dal valore dell’ISEE dei componenti il nucleo familiare ricalibrato sulla base del loro numero e di altri riscontri oggettivamente accertabili.

Diverso e più complesso è il ragionamento sul RdC a sostegno delle persone in cerca di lavoro. Sotto questo profilo occorre assumere un punto di vista più ampio e più di parte, si dovrebbe dire di classe, rispetto a come è stato concepito e realizzato originariamente. Deve essere dichiarato apertamente il suo scopo, quello di strumento fondamentale per combattere la precarietà del lavoro, e i suoi modi di funzionare debbono essere finalizzati al raggiungimento di questo scopo.

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contropiano2

Giovanni Mazzetti e il tramonto del lavoro salariato

di Eugenio Donnici

disoccupazione 1024x585 1.jpg1.

C’è un dato di fatto che si fatica ad accettare nella società dei paesi capitalisticamente più sviluppati e si presenta come «scarsità di lavoro.»

Tutti i lavoratori che vivono del loro salario, quando percepiscono che il lavoro concreto che svolgono si sta dileguando e intuiscono che il valore di scambio della loro forza lavoro non trova una corrispondenza nel mercato, si aggrappano con veemenza a quella condizione, in quanto, sia dal profondo della loro mente che dalle loro esperienze pratiche, affiora la consapevolezza che la disoccupazione produca effetti più distruttivi nelle loro vite, al cospetto delle sofferenze e distorsioni derivanti dal rapporto di lavoro salariato.

La condizione di disoccupazione rappresenta il «nulla assoluto» per coloro che perdono il lavoro che svolgono, pertanto è una sana reazione opporsi a tale forma di esclusione sociale. Sulla base di questi presupposti, è possibile rilevare, come del resto fa Dahrendorf – osserva Mazzetti – che nei secoli della storia moderna hanno prevalso i principi della civiltà del lavoro.

E in questo contesto, la ricchezza si è presentata come lavoro oggettivato, come valore di scambio, come denaro e soprattutto come denaro che diventa capitale.

Se il riferimento alle categorie analitiche di Marx è evidente, la linea d’ombra dell’impostazione di Dahrendorf giace nelle accuse che indirizza a tutti i salariati che non riescono a emanciparsi dalla società del lavoro.

La legge del salario da cui dipende il reddito, per far fronte ai bisogni della vita quotidiana, esercita una forza di attrazione più grande delle spinte idealistiche dei “riformatori illuminati” come il noto direttore della London School of Economics, per circa un decennio.

Le proteste degli operai davanti le fabbriche, ogni volta che si presenta una crisi aziendale, possono essere considerate come un rifugiarsi in degli interessi corporativi, stando alle conclusioni a cui giungono gli studiosi del calibro di Dahrendorf?

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collegamenti

Le differenze di razza nascondono la differenza di classe

di Visconte Grisi

ROSSO BANLIEUE: Etnografie della nuova composizione di classe nelle periferie francesi di Atanasio Bugliari Goggia, Ombre corte, 2022, euro 29,00

articolo Visconte foto.jpgL’autore ha trascorso due anni nelle banlieues parigine integrandosi profondamente nella vita quotidiana dei banlieusard e nei collettivi politici. In questo modo vorrebbe mettere in luce l’importanza dell’inchiesta militante in questa fase in cui una nuova generazione entra sulla scena politica, anche in Italia, come testimoniano gli ultimi fatti dall’uccisione di Ramy in poi. Il libro dà ampio spazio alle testimonianze dirette degli abitanti delle banlieues e ai militanti dei collettivi sottolineando così l’importanza della storia orale per la piena comprensione della realtà.

Una realtà che è fatta di rivolte (émeute) contro la condizione miserabile della vita in banlieue, contro il lavoro precario, contro il controllo poliziesco. Una rivolta che viene definita dalle istituzioni come violenza urbana od opera di “casseurs des ghettos” ma che nasconde in realtà una violenta discriminazione di classe. Si tratta in definitiva di giovani, spesso giovanissimi, per lo più di origine immigrata, di seconda o terza generazione, sebbene in gran parte nati in Francia e quindi cittadini francesi, appartenenti a una specifica classe sociale sulla quale si sono testate le nuove forme di lavoro precarie e flessibili in entrata e uscita, segnate dall’incremento dei ritmi produttivi e dall’abbassamento delle tutele. In definitiva lavoro, territorio e povertà sono gli elementi che concorrono alla nascita di una classe sociale all’interno della banlieue parigina che è all’origine delle rivolte.

Il fatto è che la costante degradazione delle condizioni di lavoro e di vita della classe popolare coinvolge l’intero Occidente. La crisi capitalistica era già realtà per la classe proletaria di tutta Europa e il potere si affrettava a testarne effetti e rimedi nelle banlieues francesi, per estenderli successivamente ai miserabili di tutto l’Occidente globalizzato. La banlieue ha anticipato questi nuovi modelli di sfruttamento al tempo della crisi così come nei nuovi linguaggi di resistenza a questo modello, che si esprimono in una nuova e più estesa forma di riots. Una forma che però rivela i profondi legami di solidarietà che si instaurano non solo fra i giovani sfruttati ma anche fra le diverse generazioni.

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L’intelligenza artificiale sta per rubarci il lavoro?

di Stefano Borroni Barale

Quale il ruolo dell’Intelligenza artificiale nel lavoro del futuro ? Dopo i precedenti interventi su “Collegamenti” n. 6 e n. 7,  Stefano Borroni Barale cerca di risolvere gli equivoci in questo nuovo numero della rivista (10/inverno 2025-2026)

BARALE 2048x931.pngIn questi tre anni dal lancio di ChatGPT i techbro della Silicon Valley ci hanno stordito con dichiarazioni roboanti sull’intelligenza artificiale: a seconda dei momenti soluzione a tutti i nostri problemi oppure causa della nostra estinzione. Allo stesso modo, per quanto riguarda il lavoro, alternano visioni di abbondanza – grazie all’erogazione di un reddito di base universale da parte dello stato, non a spese loro – e scenari di disperazione con la sparizione di oltre il 50% dei posti di lavoro. Dove sta la verità?

Per provare a comprendere il presente, soprattutto rispetto alla tecnologia, è spesso utile studiarne e comprenderne l’evoluzione. L’intelligenza artificiale (Ai) non fa eccezione, anzi, è un caso emblematico.

Oggi, quando si vuole mettere a tacere chi solleva circostanziate obiezioni rispetto all’ultima ondata di “innovazione tecnologica” che minaccia i diritti dei lavoratori, quasi sempre lo si etichetta come “luddista”. Ma chi erano i luddisti? E cosa chiedevano, davvero?

Non avendo a mia disposizione gli strumenti culturali di uno storico, mi limiterò a considerare alcuni dati che mi sembrano particolarmente interessanti, e a metterli in connessione con l’attuale ondata di automazione del lavoro che si suppone possa essere introdotta a breve dall’intelligenza artificiale.

 

Nel 1811, al culmine delle proteste luddiste nella contea di Nottingham (quella che aveva dato i natali alla leggenda del ladro-gentiluomo Robin Hood1, da cui deriverà il mito del “Generale Ludd” o “Re Ludd”, leader-fantoccio2 dei rivoltosi) il Principe Reggente del Regno di Gran Bretagna è costretto a schierare 35000 uomini: un numero superiore alla metà di quelli che saranno a disposizione del Duca di Wellington durante la battaglia di Waterloo. Si realizza, in quell’occasione, la più grande occupazione militare del territorio della Gran Bretagna nell’intera storia della nazione3.

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Giovanni Mazzetti e il tramonto del lavoro salariato

di Eugenio Donnici

esame 1220x600.jpg1.

C’è un dato di fatto che si fatica ad accettare nella società dei paesi capitalisticamente più sviluppati e si presenta come «scarsità di lavoro».

Tutti i lavoratori che vivono del loro salario, quando percepiscono che il lavoro concreto che svolgono si sta dileguando e intuiscono che il valore di scambio della loro forza lavoro non trova una corrispondenza nel mercato, si aggrappano con veemenza a quella condizione, in quanto, sia dal profondo della loro mente che dalle loro esperienze pratiche, affiora la consapevolezza che la disoccupazione produca effetti più distruttivi nelle loro vite, al cospetto delle sofferenze e distorsioni derivanti dal rapporto di lavoro salariato.

La condizione di disoccupazione rappresenta il «nulla assoluto» per coloro che perdono il lavoro che svolgono, pertanto è una sana reazione opporsi a tale forma di esclusione sociale. Sulla base di questi presupposti, è possibile rilevare, come del resto fa Dahrendorf – osserva Mazzetti – che nei secoli della storia moderna hanno prevalso i principi della civiltà del lavoro.

E in questo contesto, la ricchezza si è presentata come lavoro oggettivato, come valore di scambio, come denaro e soprattutto come denaro che diventa capitale.

Se il riferimento alle categorie analitiche di Marx è evidente, la linea d’ombra dell’impostazione di Dahrendorf giace nelle accuse che indirizza a tutti i salariati che non riescono a emanciparsi dalla società del lavoro.

La legge del salario da cui dipende il reddito, per far fronte ai bisogni della vita quotidiana, esercita una forza di attrazione più grande delle spinte idealistiche dei “riformatori illuminati” come il noto direttore della London School of Economics, per circa un decennio.