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seminaredomande

Il buco nero d'Europa: Chi guadagna davvero con le macerie ucraine?

di Francesco Cappello

Dalla distruzione demografica alla speculazione dei mercati transatlantici: come la guerra d’attrito ha trasformato una nazione in un’idrovora finanziaria, nel silenzio complice e masochista dell’Europa. Caccia all’uomo per le strade, miliardi a fondo perduto e corruzione di regime: sotto il velo dello stato marziale si consuma la fine di una nazione sacrificata sull’altare dell’unipolarismo 

Gemini Generated Image iozfa5iozfa5iozf 1140x641.pngAiutarli!? Aiutarli a morire del tutto in lenta agonia?

Nel dicembre del 2025, tracciando un bilancio analitico dopo quasi quattro anni di conflitto, provavo ad analizzare e denunciare il collasso generalizzato e senza speranza che stava investendo l’Ucraina (qui l’articolo: https://www.francescocappello.com/2025/12/01/alcuni-aspetti-dello-stato-dellucraina-dopo-tre-anni-di-guerra/).

 

L’agonia terminale dello Stato ucraino: l’epilogo di un fallimento strategico e finanziario annunciato

Oggi, nel maggio 2026, quel quadro fosco che avevo delineato non solo si è confermato, ma è precipitato in un’agonia terminale. Quello che gli analisti allineati si ostinano a chiamare “stallo” è in realtà il definitivo fallimento strategico, demografico, economico e infrastrutturale di un intero Paese, scientificamente sacrificato sull’altare degli interessi geopolitici anglo-statunitensi e della cecità masochista dell’Unione Europea.

La risorsa più preziosa e insostituibile, l’essere umano, è stata interamente consumata da una logica di attrito spietata. Recenti analisi e report istituzionali indicano che le perdite totali complessive sul teatro di guerra si stanno inesorabilmente avvicinando alla spaventosa soglia di due milioni tra uccisi e feriti. Questo dissanguamento ha generato una piaga che i vertici politici non possono più censurare, ovvero l’esplosione delle diserzioni e dell’abbandono volontario delle unità, che ha ormai raggiunto picchi insostenibili per la tenuta dei fronti. Di conseguenza, la caccia all’uomo da parte dei centri di reclutamento si è fatta brutale nelle strade, mentre il governo tenta disperatamente di varare strette normative che vincoleranno i giovani tra i 18 e i 22 anni all’addestramento obbligatorio, vietando di fatto ogni speranza di espatrio. Il risultato finale è un deserto demografico irreversibile, con una popolazione reale stimata ormai ben al di sotto dei 30 milioni di residenti (quasi 44 milioni ad inizio conflitto) e un tasso di natalità che tocca il minimo storico mondiale, configurando un vero e proprio suicidio biologico e sociale di lungo periodo.

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mondocane

America Latina tra tradimenti e resistenze. Bolivia 2000: rivoluzione - controrivoluzione - rivoluzione? Cosa c’è “sotto”?

di Fulvio Grimaldi

esdnsrnlàx.jpgLa Colombia tiene?

E’ lunedì mattina e aggiungo questo capoverso in testa al pezzo per completare la piccola rassegna degli ultimi sviluppi in un continente latinoamericano dalla forte turbolenza. Al primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia ha prevalso, per pochissimi voti, il candidato della destra Abelardo de la Espriella (44%), “El Tigre”, personaggio su cui punta Trump. Ivàn Cepeda, il candidato della sinistra (41%), continuatore della linea antimperialista di Gustavo Petro, ha contestato i risultati dello spoglio denunciando la manipolazione di centinaia di migliaia di voti. Il ballottaggio si svolge il 21 giugno. La partita è decisiva per l’intero Cono Sud. Petro aveva estratto la Colombia da decenni di narcotirannia e di milizie paramilitari (la famigerata “Israele latinoamericana”). L’eventuale vittoria di Cepeda costituirebbe un segnale di drastica controtendenza rispetto alla strategia di restaurazione lanciata da Trump con il suo piano Donroe.

 

Aspettando Cuba

In attesa che, constatata non risolutrice per l’eliminazione del maxidisturbo caraibico che tiene duro da quasi 70 anni, il metodo niente energia, niente trasporti, niente cibo, niente economia, niente sanità, si materializzi l’opzione che Trump adombra quando blatera “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Di opzioni ne ha tre. 1) Invasione, ma il ricordo della Baia dei Porci la sconsiglia. 2) Bombardamento, fino ad affondare l’isola, ma il contesto internazionale gliela farebbe pagare (da decenni 187 paesi votano contro il bloqueo, 3 a favore). 3) Una compravendita alla venezuelana.

Intanto facciamo un breve giro d’orizzonte su altri punti focali dell’America Latina. E insistiamo sulla Bolivia, dove tutto sta per succedere.

 

Sul lato del passivo: Venezuela, Honduras, Ecuador, Perù

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unblogdirivoluzionari.png

L’impero nudo. L’eccezionalismo americano e il tramonto della coscienza occidentale

di Mario Sommella

Il 28 febbraio 2026, mentre i negoziatori statunitensi e iraniani si trovavano ancora seduti attorno a un tavolo diplomatico, i cacciabombardieri americani e israeliani aprivano i bay doors sui cieli di Teheran. Il copione era identico a quello di Baghdad nel 2003, di Tripoli nel 2011, di Kabul in ogni stagione di ogni decennio: le bombe cadono prima ancora che il linguaggio diplomatico si esaurisca. Non è un incidente. Non è un’eccezione. È la norma strutturale di una potenza che non riconosce limite alcuno alla propria volontà di dominio

Trump migranti sangue.jpg1. Il momento in cui l’impero smette di vergognarsi

Esiste un punto preciso nella vita di ogni impero in cui la propaganda smette di funzionare persino con chi l’ha costruita. Un momento in cui i codici del linguaggio dominante — «democrazia», «libertà», «ordine internazionale basato sulle regole» — iniziano a suonare vuoti, persino alle orecchie di coloro che li hanno coniati e distribuiti nel mondo. L’America di Donald Trump sta attraversando esattamente quel momento. Ma sarebbe un errore gravissimo, e politicamente miope, ridurre tutto alla figura di Trump.

Il problema non è Trump. Il problema è l’America.

Trump non è una deviazione della storia statunitense. È il suo compimento più esplicito. È il momento in cui la maschera democratica cade e rivela il volto nudo del potere imperiale: il volto di una potenza che si è sempre considerata moralmente autorizzata a fare ciò che vuole nel mondo, in nome di una missione che non è mai stata negoziabile con il resto dell’umanità. La brutalità trumpiana non scandalizza perché sia nuova: scandalizza perché rende esplicito ciò che il liberalismo americano preferiva nascondere dietro un linguaggio più raffinato.

Persino all’interno dell’establishment statunitense si registrano oggi crepe significative. Commentatori come Joseph Stiglitz hanno scritto senza ambiguità che le politiche erratiche e illegittime di Trump hanno già sovvertito l’era postbellica della globalizzazione, avviando un processo che culminerà con la perdita della primazia globale americana. Quello che manca, in questi autoesami dell’intellighentsia liberale, è la radicalità necessaria: riconoscere che il problema non è cominciato con Trump, ma molto prima, nelle fondamenta stesse della concezione americana del mondo.

 

2. La teologia del potere: alle radici dell’eccezionalismo

L’eccezionalismo americano non è una retorica recente. È una struttura mentale che attraversa secoli di storia, dall’idea puritana di «città posta sopra un monte» — mutuata da John Winthrop nel 1630 — fino alla «manifest destiny» dell’Ottocento che giustificava l’espansione territoriale come volontà divina e civilizzatrice.

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ilpungolorosso

“A Gaza non esiste alcun cessate il fuoco”

di Rami Abu Jamous

3f406e9d105afe18fc83d49a73295299.jpgRiprendiamo da “Orientxxi.info” un intervento del giornalista palestinese Rami Abu Jamous del 13 maggio scorso che descrive la drammatica quotidianità di Gaza, dove “non esiste alcun cessate il fuoco”, dove gli occupanti sionisti violano ogni singolo comma del cosiddetto “accordo di cessate il fuoco”, e dove nello stesso tempo la popolazione continua a resistere e ad organizzare come può la propria esistenza martirizzata dagli assassini di sempre.

Occhio su Gaza! Specie ora che il comando è di spegnere le luci. (Red.)

https://orientxxi.info/A-Gaza-non-esiste-alcun-cessate-il-fuoco

I miei amici stranieri mi chiedono spesso: “Com’è la vita a Gaza dopo sette mesi di cessate il fuoco?” Prima di tutto, bisogna chiarire una cosa: a Gaza non esiste alcun cessate il fuoco. Semplicemente, si parla sempre meno di ciò che accade nella Striscia, sempre meno della nostra vita quotidiana. È anche per questo che gran parte dell’opinione pubblica finisce per credere che la guerra sia terminata e che i gazawi abbiano ripreso una vita “normale”. Certo, i bombardamenti sono diminuiti, ma continuano senza sosta. Ogni giorno vengono uccisi uomini, donne e bambini. Quello che stiamo vivendo assomiglia a un cancro che si diffonde lentamente nel corpo di un malato, fino a condurlo alla morte. Negli ultimi tempi Israele ha intensificato gli attacchi contro la polizia, nel tentativo di provocare il caos sul piano della sicurezza a Gaza. Le incursioni non si fermano: quasi ogni giorno vengono colpiti un commissariato, un fuoristrada o un posto di blocco.

Secondo l’accordo di “cessate il fuoco”, sarebbero dovuti entrare 600 camion al giorno. Ma siamo ben lontani da quella cifra.

Il presunto cessate il fuoco era accompagnato da un “piano di pace” che prevedeva, tra le altre cose, la creazione di un “comitato nazionale di amministrazione” della Striscia di Gaza, composto da quindici tecnocrati palestinesi. Ma qui non li abbiamo mai visti e nessuno sa realmente cosa facciano.

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mondocane

Bombe, tribunali, torture e messia

Grazie Flotilla per aver mostrato al mondo la peste fatta Stato

di Fulvio Grimaldi

inquisizione.jpgSassolini nelle scarpe

Siccome in ognuno di noi alberga una salutare dose di malizia, prima di centrare l’esaltante argomento epocale della Flotilla, eroica e vincitrice, invio un pensierino a coloro con i quali ci siamo spettinati al tempo dell’altra Flotilla. C’era chi, addirittura all’interno del nostro giro di valori, aveva inarcato le sopracciglia e quei veri e propri eroi li aveva mordicchiati così: “E’ solo simbolico, non serve a niente, esibizionismo inutile, meglio mandare soldi, molte perplessità...”

C’era anche chi aveva ritenuto opportuno (od opportunista), seccatosi anche il bacino no vax, archiviare l’ormai logora questione palestinese e saltare su un cavallo più visibile e glamour, l’Iran. Magari lo avrebbe portato più lontano e ne avrebbe fatto risuscitare vecchi e ormai logori fasti….

Sono ormai tre volte che quell’ “inutile esercizio simbolico” costringe la parte migliore di oltre 7 miliardi di viventi pensanti a prendere atto che la Palestina è l’ombelico del mondo, che la guerra all’Iran è un altro fronte palestinese e che lo Stato sionista è un’irrimediabile patologia dell’umanità. E se è vero, come tutti i sondaggi confermano, che l’80% degli israeliani ebrei sostengono questo regime e che, addirittura, la diffusione del video del torturatore Ben Gvir ne ha rafforzato il consenso, vuol dire che la mente collettiva di questa società è profondamente deteriorata.

Un esperimento, come esercitato sui palestinesi, dalla pulizia etnica a Gaza agli orrori irrepetibili delle carceri, che farebbe la gelosia di coloro cui si imputano Auschwitz e Buchenwald. La Flotilla e i suoi eroi sono quanto ci voleva per condannare questa entità, se non alla fine dei tempi (che intanto, in attesa del Messia, essa intendeva riservare ai palestinesi e a molti altri), alla fine del suo spettacolo di manipolazione illusionista, con tanti Jack lo Squartatore travestiti da orfanelli. Tragedia eseguita su un palcoscenico il cui assito è fatto di corpi, torturati e mutilati, con la kefiah. Dei quali corpi si è voluto dare ai benefattori dell’umanità imbarcati sulla Flotilla un senso di affinità.

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comuneinfo

Sul genocidio di Gaza e l’obbligo che l’Occidente non vuole vedere

di Riccardo Taddei

Palestina2025.jpgC’è un equivoco di fondo che attraversa ancora il dibattito pubblico su Gaza, e vale la pena smontarlo con precisione. La domanda «si tratta di un genocidio oppure no?» viene posta come se si trattasse di una questione tassonomica, quasi un problema di classificazione zoologica, qualcosa che riguarda gli esperti di diritto internazionale e non i comuni mortali. Nel frattempo, mentre accademici, opinionisti e cancellerie si accapigliano sul numero esatto di morti necessari per «qualificare» una catastrofe, Gaza e la Cisgiordania bruciano. Ma il problema, a ben vedere, non è solo la risposta. È la domanda stessa.

La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 — un giorno prima della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non per caso — non nasce come uno strumento punitivo postumo. Non è un codice penale che si attiva quando ormai i morti si contano a centinaia di migliaia. La Convenzione ha una funzione che il suo stesso titolo enuncia chiaramente: prevenzione e repressione. In quest’ordine.

L’articolo I è lapidario: «Le Parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire e a punire». Prevenire viene prima. Non è un dettaglio stilistico, è un’architettura giuridica deliberata, costruita sull’esperienza della Shoah, sull’amara consapevolezza che la comunità internazionale aveva avuto tutti gli strumenti per vedere e non aveva voluto agire.

Settantasei anni dopo, lo stesso schema si ripete con geometrica puntualità.

La Corte Internazionale di Giustizia, nel gennaio 2024, ha stabilito nella causa Sudafrica c. Israele che esisteva un rischio «plausibile» di genocidio a Gaza, e ha ordinato misure cautelari. Non ha detto «genocidio accertato» — la procedura giuridica ha i suoi tempi, e la CIG non è un tribunale penale — ma ha detto qualcosa di giuridicamente equivalente, sul piano degli obblighi degli Stati: agite adesso. Le misure cautelari non sono un parere accademico. Sono un ordine vincolante emesso dalla massima autorità giudiziaria internazionale, in attesa del giudizio definitivo.

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mondocane

Cantico per l’Iraq - Damnatio memoriae

Saddam l’hanno fatto gli americani, Hamas l’ha fatto Israele”

di Fulvio Grimaldi

damnatio memoriae.jpgDa Tacito e Nerone a Mainstream e Saddam

Squalificare l’avversario, seppellirlo sotto un uragano di calunnie, creare un’opinione pubblica delusa, disgustata, scoraggiata che, considerando male minore la guerra all’esistenza del mostro, ti segua nel tuo intento di farlo fuori. Creare un ambiente mediatico e, ove possibile, anche accademico, dell’intrattenimento, per non lasciare più alcuno spiraglio al dubbio che, sotto una campagna del genere, vi possa essere qualche intenzione malevola e strumentale. Dare ampio spazio alle ONG dei diritti umani, efficaci soprattutto sui sinceri democratici, quelle di un ”Occidente che ha certo difetti, ma niente di paragonabile a una dittatura o a dei terroristi”.

Sono tecniche che conosciamo fin da quando le praticavano gli storici del Senato Romano e di cui le religioni, monoteistiche ed esclusiviste, hanno colto il valore evangelizzatore: contro gli eretici bastava diffondere la voce che quel blasfemo negava il Cristo dio, o quella donna, andando a raccogliere legna nel bosco dopo il tramonto, sicuramente cercava incontri satanici.

Tutto vero, ampiamente noto ai minimamente armati di diffidenza verso chi ti bombarda con verità dall’alto, per cui resta difficile cascare ancora preda del vittimismo accusatorio di un Netanyahu, o credere a chi, a innesco di ogni protesta colorata in Iran, presenta il caso risolutivo. Una ragazza “ammazzata dalla polizia”, che magari poi risuscita in Germania (Neda Soltan 2009); o un’altra, “pestata a morte”, ma deceduta in ospedale di un male cronico (Mahsa Amini 2022); o una terza, “lapidata per aver resistito alle violenze del marito”, ma rilasciata dopo una condanna a otto anni per aver ucciso con l’amante il marito, mediante veleno e scosse elettriche (Sakineh Mohammadi, 2006).

Nei miei quasi settant’anni ne ho viste. A partire da quando, nel mondo del dopoguerra, “tutti i tedeschi sapevano dei lager e sono responsabili” e io, ragazzino da quelle parti, mi ricordavo di quanto quei tedeschi fossero rimasti stravolti ed esterrefatti all’emergere degli scheletri viventi da Auschwitz o Dachau.

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mondocane

Nella Galleria degli Orrori --- Annessione costi quel che costa --- Finte elezioni, finti confini, finta sicurezza, ma linee gialle

di Fulvio Grimaldi

armageddon soldatoCitazione del giorno:

Imporre all’Iran, che arricchisce l’uranio a scopo civile, di non avere la bomba atomica è come ordinare a uno col bastone da passeggio di non fare il salto con l’asta”

 

Verso Armageddon

Nel mondo si aggira e imperversa un masskiller che tutti omaggiano e a cui molti obbediscono per quanto sia affetto da demenza insieme senile e infantile. Un volgare, incolto zoticone, dall’ego irragionevolmente ipertrofico e tossico, che spara dieci cazzate già solo a colazione e tutti gli danno retta anche quando dà in escandescenze e urla a uno dei popoli dalla civiltà più antica del mondo,“Aprite quel cazzo di Hormuz, brutti bastardi”, e “Faccio fuori la vostra civiltà in una notte”. Oppure quando, sprofondando nel ridicolo, delira “Non avete ancora pagato abbastanza per ciò che avete fatto all’umanità in 47 anni”. E sorvola sulla cinquantina di milioni di morti, tra ininterrotte guerre, colpi di Stato, rivoluzioni colorate, assassini extragiudiziali (specialità Obama), devastazioni, sanzioni, fatti da lui e dai suoi predecessori e soci, in particolare quello, sì, nucleare, solo dal 1945 a oggi.

Tutto questo tenuto al guinzaglio da questo rottweiler atomico (scusatemi cari rottweiler) a due zampe e venti zanne, creato e addestrato a squartare su disposizione e licenza di un dio inventato e idolatrato perché non ponga limiti ai crimini dei suoi fedeli. Il dio che, secondo Israel Katz, un altro dei forsennati del culto della morte altrui, perciò ministro sionista del Genocidio, dichiara il suo Stato, uscito dalla provetta dello scienziato pazzo, “pronto a riportare l’Iran all’Età della pietra”.

Da una costola di costui deve essere stato generato quell’altro rigurgito escatologico, dal prurito di zolfo alle mani, di questa 13esima tribù ahinoi mai perduta: Pete Hegseth, che da ministro della Difesa, si è evoluto in ministro della Guerra. Un mezzobusto della trumpista TV Fox News che, prima del suo Pentagono da 2,9 milioni di dipendenti e il bilancio da 3000 miliardi, mai era stato chiamato a gestire un organismo più ampio delle sue tre mogli e cinque figli.

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contropiano2

L’egemone predatorio. Scelta strategica di Trump o tendenza strutturale dell’imperialismo?

di Stephen Walt*

imperialismo predatorio usa.jpgL’egemone predatorio. Scelta strategica di Trump o tendenza strutturale dell’imperialismo?Stephen Walt*Qui di seguito presentiamo una lunga riflessione consegnata da Stephen Walt alle colonne di Foreign Affairs, probabilmente la principale rivista statunitense di politica estera e affari internazionali. L’articolo risale al 3 febbraio, quindi a oltre tre settimane prima dell’aggressione all’Iran, ma spiega benissimo anche gli eventi dell’ultimo paio di mesi in Asia Occidentale.

Partiamo dallo spiegare chi è Walt: politologo, esperto di politica internazionale, insegna ad Harvard. Insomma, un rappresentante esemplare della produzione intellettuale stelle-e-strisce, al cuore del suo sistema universitario. È diventato famoso per aver firmato con John Mearsheimer il libro del 2007 “La lobby israeliana e la politica estera statunitense“.

La tesi del libro era che, già allora, Washington avesse messo da parte gli interessi nazionali in favore di quelli di Israele, e che la politica estera statunitense per il Medio Oriente fosse essenzialmente dettata da Tel Aviv attraverso l’AIPAC. Non è difficile immaginare che tale testo sia stato sottoposto a un linciaggio sionista nel dibattito pubblico, ma Walt si è semplicemente limitato a far emergere i dati di fatto secondo i dettami del filone realista degli studi sulla politica internazionale.

E in un certo senso, si potrebbe dire che quello che emerge dal saggio tradotto qui sotto è l’adozione di uno stile di dominio tipicamente associabile a Israele: disprezzo per le norme internazionali e i diritti umani, rapina, aggressività suprematista.

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sinistra

Una giornata [molto] particolare all’Ambasciata del Mali a Roma

di ALGAMICA*

situazione mali 750x4302 maggio 2026, ben oltre il 5 maggio 1821...

E’ stata una giornata molto – molto - particolare quella che si è svolta sabato 2 maggio all’interno degli spazi dell’Ambasciata del Mali a Roma. Attirati come da una calamita, insieme ad altri quattro compagne e compagni del coordinamento in solidarietà con il popolo palestinese di Roma, abbiamo assistito a un evento inedito qui in Occidente e in particolar modo in Italia. Una chiamata a raccolta di militanti e delle militanti maliani e saheliani presenti in Italia, così definiti dalla stessa portavoce dell’Ambasciata, in un momento di discussione e organizzazione politica riguardo gli attacchi della guerriglia “ribelle” del 25 aprile in diversi centri della nazione maliana.

Che cosa è accaduto e cosa sta accadendo in queste ore in quella regione strategica dell’area dell’Africa centrale subsahariana ricchissima di risorse minerarie e naturali?

In maniera coordinata, unitaria e simultanea forze paramilitari jidahiste e di separatisti Tuareg hanno attaccato importanti centri del Mali e in particolar modo sferrando un attentato all’interno della caserma - presso la città di Kati - che ospita il quartier generale dell’esercito maliano. Una autobomba che ha ucciso il generale Sadio Camara, Ministro della Difesa e uno dei principali ideatori della difesa unificata della Confederazione degli Stati del Sahel (AES), realizzata dal Mali, Niger e Burkina Faso. E’ la prima volta che forze mercenarie jihadiste che imperversano in Centro Africa riescono a realizzare una operazione militare di così vasta portata e in un territorio così ampio, a Kati nel sud Ovest, a Kidal nel lontano Nord, a Gao, Sevarè a Mopti e Menaka.

Risulta chiaro che la modalità di questa operazione concentrica e coordinata da parte delle truppe “ribelli” non sarebbe potuta avvenire senza il supporto logistico, in mezzi militari e di intelligence da parte degli Stati Uniti d’America, Francia, Gran Bretagna e di apparati della EU.

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lantidiplomatico

Cuba assediata. Cronaca di una guerra con poche telecamere

di Tom Joad

nvinclljkfnDue articoli pubblicati a distanza di poche settimane - "Los espejismos no salvan" su CTXT il 25 marzo e "Trump no es el problema" su Diario Red l'8 aprile - offrono forse l'analisi più lucida e meno consolatoria di quello che sta accadendo a Cuba. Il loro autore, Iramís Rigoberto Rosique Cárdenas, non è un commentatore esterno che guarda l'isola da lontano. Laureato in Biochimica e Biologia Molecolare all'Università dell'Avana, diplomato in Servizio Estero all'Istituto Superiore di Relazioni Internazionali Raúl Roa García, ricercatore all'Istituto Cubano di Filosofia e professore all'Università dell'Avana, membro del consiglio editoriale della rivista La Tizza: Rosique scrive da dentro, con la rara combinazione di chi conosce la teoria e vive la realtà quotidiana dell'assedio.

I due pezzi si completano. Il primo smonta con precisione il mito che circola anche tra gli amici di Cuba - che il governo dell'Avana avrebbe potuto evitare la crisi attuale muovendosi più in fretta durante il "disgelo" Obama, ancorando abbastanza interessi corporativi statunitensi all'isola da rendere politicamente costoso un ritorno alle ostilità. Il secondo allarga l'inquadratura: il problema non è Trump, è l'imperialismo senza forme che Trump rappresenta in questo momento storico.

Questi articoli arrivano in un momento in cui la crisi cubana rischia di restare schiacciata sotto il peso di altre crisi generate dallo stesso rigurgito violento dell'impero senza ricevere l'attenzione che merita. Rosique ci offre gli strumenti per capire. I fatti degli ultimi mesi ci offrono la materia. E quello che segue è un tentativo di tenere insieme entrambi.

 

SPIRAGLI COSTRUITI SULL’ABISSO

Per capire la crisi attuale bisogna fare un passo indietro e capire perché il cosiddetto disgelo con Obama era destinato a non durare, indipendentemente da quello che Cuba facesse o non facesse.

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mondocane

Regeni, Venezuela, Cuba --- È la verità che è rivoluzionaria-- Su certi assist alla narrazione del nemico

di Fulvio Grimaldi

fthfbh.jpgChi era e a chi serviva Regeni

L’hanno detto George Orwell e, prima di lui, Antonio Gramsci e l’ha pagato con la vita Giacomo Matteotti. E, oggi, 75mila palestinesi.

Comincio da Giulio Regeni, caso esemplare del quale mi sono occupato più volte per aggiungere elementi cognitivi che venivano ostinatamente ignorati dal racconto mainstream, dalla magistratura, dall’intero quadrante politico. Uno sforzo compiuto in splendido isolamento, non fosse che, all’inizio della vicenda, 2016, anno del ritrovamento al Cairo del corpo di Regeni, qualche foglio osò rettificare, con qualche pur innegabile notizia, la versione sacralizzata da media e politica.

La vicenda è tornata di attualità in occasione di uno stanziamento rifiutato - cosa giudicata vergognosa - a chi ne intendeva trarre un documentario. Naturalmente un dettagliato documentario, al quale anch’io, il generale Tricarico, politici italiani, avevamo dato un contributo, è rimasto innominato: lo avevano fatto gli egiziani.

Emblematica è stata la risposta dei rinomati “fact checkers” del giornale online “Open” di Mentana. All’elenco dei motivi e fatti per cui legittimamente giudicavo quanto meno opinabile la versione ufficiale sulla morte di Regeni, si era risposto sbrigativamente con il concetto dannante di “complottismo”. I dati oggettivi citati non meritavano menzione. Li riassumo, a beneficio di chi voglia farsi un’idea, sia della rinnovata denuncia di un assassinio attribuito ai servizi del presidente egiziano Al Sisi, sia delle basi di un processo romano, ovviamente stagnante, contro alcuni imputati scelti tra quanti dei discutibili e molto approssimativi testimoni hanno suggerito al tribunale.

Il corpo di Regeni, con segni di tortura, viene ritrovato su uno stradone, non lontano dal centro del Cairo. Esattamente nel giorno e nelle ore in cui una delegazione politico-industriale italiana si incontra con i vertici egiziani per discutere di investimenti e, in particolare, del ruolo dell’ENI nel giacimento di gas prospiciente le coste egiziane.

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sinistra

Strategia e tattica di un’efficace politica antimperialista

di Eros Barone

92b2a8a968cc015b515094d1838167dc XL.jpgNel presente articolo mi propongo di rispondere ad una questione basilare: in quale direzione va orientata la lotta contro l’imperialismo? Come è noto, il marxismo è stato un tenace sostenitore dei movimenti di liberazione nazionale sparsi nel mondo. Non per nulla, durante la prima metà del ventesimo secolo, ha costituito per molti di questi movimenti la principale ispirazione. In questo senso, i marxisti sono stati all’avanguardia di due tra le più importanti lotte politiche dell’epoca moderna: la resistenza al colonialismo e la lotta contro il fascismo. La maggior parte del nazionalismo africano sorto dopo la seconda guerra mondiale, da Nkrumah e Fanon in poi, si è orientata su una qualche versione del marxismo o del socialismo. Parimenti, la maggioranza dei partiti comunisti in Asia ha integrato il nazionalismo nelle proprie piattaforme programmatiche. Mentre le classi operaie dei paesi capitalistici avanzati, durante gli anni Sessanta del secolo scorso, sembravano essere relativamente passive (ma bisogna tenere conto del ruolo divisivo e frenante delle aristocrazie operaie), le masse contadine, insieme con le avanguardie intellettuali, di Asia, Africa e America Latina hanno portato avanti, in nome del socialismo, processi rivoluzionari o dato vita a società relativamente indipendenti. Dall’Asia, come tu ben sai, vennero sia l’ispirazione della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria di Mao Zedong in Cina nel 1966 sia la resistenza dei Vietcong di Ho Chi Minh contro gli USA in Vietnam, per tacere dei progetti e degli ideali socialisti africani di Nyerere in Tanzania, di Nkrumah in Ghana, di Cabral in Guinea-Bissau e di Franz Fanon in Algeria. Infine, dall’America Latina si sprigionò la rivoluzione cubana di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara.

Così, il nazionalismo rivoluzionario ha arricchito il marxismo e lo ha reso più aderente alle diverse situazioni concrete, nel mentre il marxismo ha cercato di offrire ai movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo Mondo qualcosa di più costruttivo e innovativo che non il semplice avvicendamento del dominio di una classe capitalistica, la cui sede era all’estero, con un altro dominio similare da parte di una classe capitalistica autoctona.

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lantidiplomatico

Venezuela, il glamour della menzogna e l'anatomia della riscossa: sovranità politica contro asfissia economica

di Geraldina Colotti

seàproemgdo.jpgSe la storia è maestra di vita, la storia intesa come lotta di classe è l’unica vera maestra di rivoluzioni. Vale anche per l'analisi odierna riguardo il processo bolivariano, dopo il sequestro del presidente legittimo, Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. L'aggressione multidimensionale contro il Venezuela e la sua Presidenta incaricata Delcy Rodríguez impone quindi di non fermarsi ai numeri, e nemmeno alla sola analisi economica, ma di intendere la natura del potere politico e il ruolo dello Stato nelle condizioni concrete e nel quadro dei rapporti di forza internazionali.

Non esiste avanzata che non preveda un arretramento, né vittoria che non sia stata preceduta da una correzione di rotta, spiegava già Marx, ne Il 18 Brumaio, ricordando che le rivoluzioni proletarie si criticano continuamente, ritornano su ciò che sembrava compiuto per ricominciarlo daccapo. Questa è la dialettica della sconfitta: il movimento che torna sui propri passi perché la caduta ha rivelato che la base non era ancora abbastanza solida. La sconfitta non è l'atto finale, ma una “stasi messianica” - una fase di ripiegamento necessaria in cui il movimento rivoluzionario è costretto a guardare in faccia la cruda realtà dei rapporti di forza.

E se Walter Benjamin ci invita a “spazzolare la storia a contropelo”, trasformando la memoria dei vinti in energia esplosiva, Antonio Gramsci ci insegna che dalla sconfitta nasce la necessità dell'egemonia e della teoria superiore. Rosa Luxemburg ci ricorda che la rivoluzione domani si rizzerà di nuovo - “ero, sono, sarò!”. Frantz Fanon, ci spiega che la sconfitta del riformismo è il parto della necessità della lotta radicale. E Lenin, che ha diretto la rivoluzione bolscevica nei momenti difficili e cruciali della NEP e del Trattato di Brest-Litovsk, ci insegna che il bilancio delle proprie forze e degli errori non è un atto di debolezza, ma la precondizione per un successivo salto qualitativo. E poi, Fidel, che ha saputo trasformare ogni sconfitta in vittoria.

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lantidiplomatico

Il Libano da vicino. Dimenticare Gaza, moltiplicare Gaza

di Fulvio Grimaldi

amvèpnvihkngvb.jpgL’Iran vince anche in Libano

Con l’Iran siamo passati dai 4 punti di Trump per farla finita con Tehran (via il vertice, esercito disintegrato, rivoluzione popolare, regime amico) al più modesto “Niente Bomba”. Una formula che, visto l’assoluto e storico divieto religioso iraniano di bomba, è come se un bullo di cartone mi intimasse “ti spacco la faccia se non la smetti di volare”. E, venendo al Libano, la ciliegiona sulla torta della vittoria dei superstrateghi di Tehran l’ha messa lo stesso Trump, rinsavito da Hormuz: “Gli Stati Uniti hanno vietato a Israele di bombardare il Libano”. Cose che voi umani….

Intanto, però, Israele rimane e continua a imperversare nel sud del paese e c’è da chiedersi se una storia di mezzo secolo di affettamento del Libano da parte del vicino cannibale sia davvero finita. E se il potenziale ricattatorio di Netanyahu nei confronti di chi lo arma e copre sia davvero esaurito. Quanto al rispetto, oltrechè di neanche l’ultima norma del diritto internazionale dal 1948, delle tregue sottoscritte, basta riandare a quella precedente con Beirut e culminata in una serie di stragi IDF, o a quella su Gaza siglata nell’ottobre del 2025 e che a metà aprile metteva sul conto dell’IDF 400 violazioni, 754 morti ammazzati e alcune migliaia di feriti.

Del resto, se i 75.000 abitanti uccisi a Gaza dal 7 ottobre, con il resto di quei centomila registrati da Lancet, se lo meritavano in quanto terroristi, come stupirsi che a livello occidentale non ci sia stato gran sollevamento di arcate sopraccigliari alla legge che i palestinesi sono passibili di condanna a morte se solo pensano di essere palestinesi.

Torniamo a bomba. Effetti della gazificazione del Libano al 20 aprile: 2.400 morti, 8000 feriti e mutilati, 1,5 milioni di sfollati senza alloggio, soccorsi e cura, un paese vastamente distrutto. Quella che viene definita una tregua viene regolarmente utilizzata da Israele per proseguire l’illegittima occupazione e le operazioni genocidarie contro civili. Eppure ora il progetto Libano gli si è spappolato tra le mani.