Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

mondocane

Regeni, Venezuela, Cuba --- È la verità che è rivoluzionaria-- Su certi assist alla narrazione del nemico

di Fulvio Grimaldi

fthfbh.jpgChi era e a chi serviva Regeni

L’hanno detto George Orwell e, prima di lui, Antonio Gramsci e l’ha pagato con la vita Giacomo Matteotti. E, oggi, 75mila palestinesi.

Comincio da Giulio Regeni, caso esemplare del quale mi sono occupato più volte per aggiungere elementi cognitivi che venivano ostinatamente ignorati dal racconto mainstream, dalla magistratura, dall’intero quadrante politico. Uno sforzo compiuto in splendido isolamento, non fosse che, all’inizio della vicenda, 2016, anno del ritrovamento al Cairo del corpo di Regeni, qualche foglio osò rettificare, con qualche pur innegabile notizia, la versione sacralizzata da media e politica.

La vicenda è tornata di attualità in occasione di uno stanziamento rifiutato - cosa giudicata vergognosa - a chi ne intendeva trarre un documentario. Naturalmente un dettagliato documentario, al quale anch’io, il generale Tricarico, politici italiani, avevamo dato un contributo, è rimasto innominato: lo avevano fatto gli egiziani.

Emblematica è stata la risposta dei rinomati “fact checkers” del giornale online “Open” di Mentana. All’elenco dei motivi e fatti per cui legittimamente giudicavo quanto meno opinabile la versione ufficiale sulla morte di Regeni, si era risposto sbrigativamente con il concetto dannante di “complottismo”. I dati oggettivi citati non meritavano menzione. Li riassumo, a beneficio di chi voglia farsi un’idea, sia della rinnovata denuncia di un assassinio attribuito ai servizi del presidente egiziano Al Sisi, sia delle basi di un processo romano, ovviamente stagnante, contro alcuni imputati scelti tra quanti dei discutibili e molto approssimativi testimoni hanno suggerito al tribunale.

Il corpo di Regeni, con segni di tortura, viene ritrovato su uno stradone, non lontano dal centro del Cairo. Esattamente nel giorno e nelle ore in cui una delegazione politico-industriale italiana si incontra con i vertici egiziani per discutere di investimenti e, in particolare, del ruolo dell’ENI nel giacimento di gas prospiciente le coste egiziane.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Strategia e tattica di un’efficace politica antimperialista

di Eros Barone

92b2a8a968cc015b515094d1838167dc XL.jpgNel presente articolo mi propongo di rispondere ad una questione basilare: in quale direzione va orientata la lotta contro l’imperialismo? Come è noto, il marxismo è stato un tenace sostenitore dei movimenti di liberazione nazionale sparsi nel mondo. Non per nulla, durante la prima metà del ventesimo secolo, ha costituito per molti di questi movimenti la principale ispirazione. In questo senso, i marxisti sono stati all’avanguardia di due tra le più importanti lotte politiche dell’epoca moderna: la resistenza al colonialismo e la lotta contro il fascismo. La maggior parte del nazionalismo africano sorto dopo la seconda guerra mondiale, da Nkrumah e Fanon in poi, si è orientata su una qualche versione del marxismo o del socialismo. Parimenti, la maggioranza dei partiti comunisti in Asia ha integrato il nazionalismo nelle proprie piattaforme programmatiche. Mentre le classi operaie dei paesi capitalistici avanzati, durante gli anni Sessanta del secolo scorso, sembravano essere relativamente passive (ma bisogna tenere conto del ruolo divisivo e frenante delle aristocrazie operaie), le masse contadine, insieme con le avanguardie intellettuali, di Asia, Africa e America Latina hanno portato avanti, in nome del socialismo, processi rivoluzionari o dato vita a società relativamente indipendenti. Dall’Asia, come tu ben sai, vennero sia l’ispirazione della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria di Mao Zedong in Cina nel 1966 sia la resistenza dei Vietcong di Ho Chi Minh contro gli USA in Vietnam, per tacere dei progetti e degli ideali socialisti africani di Nyerere in Tanzania, di Nkrumah in Ghana, di Cabral in Guinea-Bissau e di Franz Fanon in Algeria. Infine, dall’America Latina si sprigionò la rivoluzione cubana di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara.

Così, il nazionalismo rivoluzionario ha arricchito il marxismo e lo ha reso più aderente alle diverse situazioni concrete, nel mentre il marxismo ha cercato di offrire ai movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo Mondo qualcosa di più costruttivo e innovativo che non il semplice avvicendamento del dominio di una classe capitalistica, la cui sede era all’estero, con un altro dominio similare da parte di una classe capitalistica autoctona.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Venezuela, il glamour della menzogna e l'anatomia della riscossa: sovranità politica contro asfissia economica

di Geraldina Colotti

seàproemgdo.jpgSe la storia è maestra di vita, la storia intesa come lotta di classe è l’unica vera maestra di rivoluzioni. Vale anche per l'analisi odierna riguardo il processo bolivariano, dopo il sequestro del presidente legittimo, Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. L'aggressione multidimensionale contro il Venezuela e la sua Presidenta incaricata Delcy Rodríguez impone quindi di non fermarsi ai numeri, e nemmeno alla sola analisi economica, ma di intendere la natura del potere politico e il ruolo dello Stato nelle condizioni concrete e nel quadro dei rapporti di forza internazionali.

Non esiste avanzata che non preveda un arretramento, né vittoria che non sia stata preceduta da una correzione di rotta, spiegava già Marx, ne Il 18 Brumaio, ricordando che le rivoluzioni proletarie si criticano continuamente, ritornano su ciò che sembrava compiuto per ricominciarlo daccapo. Questa è la dialettica della sconfitta: il movimento che torna sui propri passi perché la caduta ha rivelato che la base non era ancora abbastanza solida. La sconfitta non è l'atto finale, ma una “stasi messianica” - una fase di ripiegamento necessaria in cui il movimento rivoluzionario è costretto a guardare in faccia la cruda realtà dei rapporti di forza.

E se Walter Benjamin ci invita a “spazzolare la storia a contropelo”, trasformando la memoria dei vinti in energia esplosiva, Antonio Gramsci ci insegna che dalla sconfitta nasce la necessità dell'egemonia e della teoria superiore. Rosa Luxemburg ci ricorda che la rivoluzione domani si rizzerà di nuovo - “ero, sono, sarò!”. Frantz Fanon, ci spiega che la sconfitta del riformismo è il parto della necessità della lotta radicale. E Lenin, che ha diretto la rivoluzione bolscevica nei momenti difficili e cruciali della NEP e del Trattato di Brest-Litovsk, ci insegna che il bilancio delle proprie forze e degli errori non è un atto di debolezza, ma la precondizione per un successivo salto qualitativo. E poi, Fidel, che ha saputo trasformare ogni sconfitta in vittoria.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Il Libano da vicino. Dimenticare Gaza, moltiplicare Gaza

di Fulvio Grimaldi

amvèpnvihkngvb.jpgL’Iran vince anche in Libano

Con l’Iran siamo passati dai 4 punti di Trump per farla finita con Tehran (via il vertice, esercito disintegrato, rivoluzione popolare, regime amico) al più modesto “Niente Bomba”. Una formula che, visto l’assoluto e storico divieto religioso iraniano di bomba, è come se un bullo di cartone mi intimasse “ti spacco la faccia se non la smetti di volare”. E, venendo al Libano, la ciliegiona sulla torta della vittoria dei superstrateghi di Tehran l’ha messa lo stesso Trump, rinsavito da Hormuz: “Gli Stati Uniti hanno vietato a Israele di bombardare il Libano”. Cose che voi umani….

Intanto, però, Israele rimane e continua a imperversare nel sud del paese e c’è da chiedersi se una storia di mezzo secolo di affettamento del Libano da parte del vicino cannibale sia davvero finita. E se il potenziale ricattatorio di Netanyahu nei confronti di chi lo arma e copre sia davvero esaurito. Quanto al rispetto, oltrechè di neanche l’ultima norma del diritto internazionale dal 1948, delle tregue sottoscritte, basta riandare a quella precedente con Beirut e culminata in una serie di stragi IDF, o a quella su Gaza siglata nell’ottobre del 2025 e che a metà aprile metteva sul conto dell’IDF 400 violazioni, 754 morti ammazzati e alcune migliaia di feriti.

Del resto, se i 75.000 abitanti uccisi a Gaza dal 7 ottobre, con il resto di quei centomila registrati da Lancet, se lo meritavano in quanto terroristi, come stupirsi che a livello occidentale non ci sia stato gran sollevamento di arcate sopraccigliari alla legge che i palestinesi sono passibili di condanna a morte se solo pensano di essere palestinesi.

Torniamo a bomba. Effetti della gazificazione del Libano al 20 aprile: 2.400 morti, 8000 feriti e mutilati, 1,5 milioni di sfollati senza alloggio, soccorsi e cura, un paese vastamente distrutto. Quella che viene definita una tregua viene regolarmente utilizzata da Israele per proseguire l’illegittima occupazione e le operazioni genocidarie contro civili. Eppure ora il progetto Libano gli si è spappolato tra le mani.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Tra il dire e i fare non c'è di mezzo il mare

di Raffaele Tuzio

ChatGPT Image 2 mar 2026 09 39 25.jpgPrendo spunto dall’articolo sul Rovescio “Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano” dell’”Assemblea contro la guerra” perché tocca alcuni elementi della discussione sull’aggressione all’Iran da un punto di vista “più schierato” sull’importanza della resistenza (anche statale) all’imperialismo e sul nesso di quest’ultima con la necessità/possibilità che si creino le condizioni per la ripresa di un resistenza generale e di classe internazionale al sistema di sfruttamento capitalistico.

Intendo più schierato, come mi suggerisce il titolo, dal punto di vista dell’orbo nel paese dei ciechi antagonisti che invece semplicemente la demonizzano (la resistenza iraniana) pur declamando la propria opposizione alle nefandezze del tecno-imperialismo, rimandando semplicemente “il dire e il fare” a una vera opposizione di classe tout-court. Il classico né con gli uni né con gli altri. Poi c’è anche di peggio in giro. Va dato atto a loro e altri compagni che si mobilitano contro l’aggressione all’Iran e al Libano di operare in un ambiente ostile e refrattario e di cercare di promuovere controcorrente uno schieramento contro il nostro imperialismo. Pertanto le osservazioni che seguono, pur partendo dal loro documento, valgono come riflessioni su interrogativi e problemi che si parano di fronte a tutti coloro che generosamente stanno in questi giorni contrastando quest’infame aggressione.

Evidenziando un tema di discussione mi chiedo e chiedo se si possa scindere il dire e il fare, ovvero come suggerisce l’articolo: “… non è sempre facile capire cosa dire (e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere…”. In altre parole se sia possibile scindere la battaglia per il sostegno alla resistenza (quella che i compagni giustamente vedono come un tutt’uno con quella palestinese etc.), i suoi esiti, le sue “Stalingrado” (il che implica il “dire”, l’espressione pubblica di un sostegno, che è un atto politico concreto) dal nostro “fare” qui. “Solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi.”

Print Friendly, PDF & Email

unblogdirivoluzionari.png

Il bluff dell’impero: perché Teheran non teme più l’America

di Mario Sommella

truppe usa afghanistan 690x362Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la guerra di attrito tra Stati Uniti e Iran svela i limiti industriali, economici e strategici della superpotenza americana. La narrazione del dominio regge ormai soltanto sugli schermi televisivi, mentre sul campo la realtà disegna un Medio Oriente profondamente diverso.

C’è un momento preciso, in ogni declino imperiale, in cui la propaganda smette di essere uno strumento e diventa l’unica risorsa rimasta. Quel momento, per l’amministrazione Trump, sembra essere arrivato nel cuore del Golfo Persico. Ventuno ore di trattative a Islamabad, un ultimatum rifiutato, una delegazione americana rientrata in patria a mani vuote: la fotografia di una partita diplomatica persa prima ancora di essere giocata. Eppure, mentre Teheran rafforza le proprie posizioni lungo lo Stretto di Hormuz e riconfigura gli equilibri regionali a proprio vantaggio, Washington continua a raccontare una guerra vinta che sul terreno non esiste.

 

Due memorie, nessuna fiducia

Per capire perché i colloqui pakistani fossero destinati a fallire occorre risalire più indietro dell’attualità, oltre la retorica dei talk show. Tra Stati Uniti e Iran non esiste una frattura recente: esiste una ferita lunga settant’anni, costantemente riaperta. Gli americani ricordano il 1979, l’assalto all’ambasciata a Teheran, i quattrocentoquarantaquattro giorni di ostaggi che segnarono la fine della presidenza Carter. Gli iraniani ricordano il 1953, l’Operazione Ajax, il rovesciamento del premier Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, e il successivo ritorno dello Scià sotto tutela angloamericana. Due traumi, due narrazioni, due diffidenze strutturali che nessun negoziato di ventuno ore può scalfire.

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

Contrordine! Cessate il fuoco per 15 giorni

di Dante Barontini

contrordine cessate fuoco.jpgUltim’ora. L’agenzia iraniana Fars ha reso noto il traffico nello Stretto di Hormuz, ripreso stamattina dopo l’accordo con gli Usa, è stato nuovamente interrotto a causa della violazione criminale del cessate il fuoco operata da Israele, che ha ha addirittura intensificato i bombardamenti sul Libano.

****

Tra il bluff e «la fine di una civiltà» per ora continua il bluff. Non stranamente è una buona notizia per tutti. Non si può vivere in un mondo in cui tirare un’atomica diventa una cosa «normale».

Usa e Iran, con la mediazione del Pakistan, hanno concordato una sospensione dei bombardamenti per quindici giorni. La base fisica per le trattative dirette è Islamabad, quella politica è il «piano in dieci punti» presentato dall’Iran e non quello in «15 punti» – di fatto una richiesta di resa senza condizioni – strombazzato per giorni da Trump. La differenza è sostanziale, perché si tratterà per raggiungere non una imposizione Usa un po’ attenuata, ma per un equilibrio proposto dall’Iran, seppure un po’ annacquato.

Questo è quanto, dopo di che ci sono le diverse trombe delle diverse propagande.

Quella più equilibrata è naturalmente espressa dal mediatore. Poco prima della scadenza diventata ormai un conto alla rovescia, il premier del Pakistan, Shehbaz Sharif è apparso per dire: «Con la massima umiltà, sono lieto di annunciare che la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, insieme ai loro alleati, hanno concordato un cessate il fuoco immediato ovunque, compreso il Libano, con effetto immediato».

«Accolgo con grande favore questo gesto saggio ed esprimo la mia più profonda gratitudine ai leader di entrambi i Paesi, invitando le loro delegazioni a Islamabad venerdì 10 aprile 2026 per ulteriori negoziati volti a raggiungere un accordo definitivo per la risoluzione di tutte le controversie», ha aggiunto.

Print Friendly, PDF & Email

futurasocieta2.png

Chi ha (avuto) paura della Global Sumud Flotilla?

di Stefano Bertoldi

Alla vigilia della nuova missione, la testimonianza inedita dell’ex-capitano della barca a vela Zefiro su come il centrosinistra o cosiddetto “campo largo” abbia cercato di inserirsi nell’iniziativa, cavalcandola e condizionandola, nel tentativo di sfruttarla in termini di immagine, a fini elettorali, per rifarsi una “verginità” politica sulla questione palestinese e del genocidio messo in atto dal sionismo e da Israele

960px Global Sumud Flotilla Sidi Bou Said Tunis Tunisia 07 09 2025 05567 37.jpgLa campagna elettorale della “sinistra riformista” in vista di un possibile ritorno al potere nel 2027, non è iniziata intorno al “NO” al referendum ma ben prima, ovvero intorno al movimento Global March to Gaza, poi ampliatosi a Global Movement to Gaza e più recentemente, dall’estate 2025, Global Sumud Flotilla. Come “reduce” dal coordinamento della delegazione di una ventina di persone dal Lazio che il 13 giugno avrebbe voluto marciare nel deserto verso il valico di Rafah, marcia interrottasi, forse non a caso, proprio in quel giorno di giugno per lo scoppio della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, sono passato alla GSF (Global Sumud Flotilla) occupandomi, insieme ad altri, di barche, perizie, acquisti, ecc… Il cosiddetto “Campo Largo” (PD-M5S-AVS) si fece avanti – ma fu anche avvicinato – fin dall’inizio di questa avventura che coinvolse tra skipper, tecnici, solidali, equipaggio, ecc. dalle due alle tremila persone: nessuno qui mette in dubbio la loro/nostra buona fede e soprattutto i risultati, non solo mediatici, di ciò che passerà alla storia come il primo grande movimento di massa che sfociò, tra fine settembre e inizi ottobre 2025, nella più grande manifestazione di piazza dagli anni ’70. Qui vogliamo solo esporre, tramite testimonianza diretta, le manovre di cooptazione, le strumentalizzazioni elettorali, dei tre principali partiti della “sinistra” di governo (PD, AVS e M5S) che avvicinarono il movimento a puro scopo propagandistico. In quest’attivismo da “parvenu” hanno primeggiato alcuni esponenti del PD, quelli estranei alla Sinistra per Israele o non inseriti in liste che recensiscono esponenti sionisti in Italia o tra gli ispiratori del DDL per la censura dell’antisionismo, o direttamente inquadrati all’interno di contasti industriali più o meno bellici, come Marco Minniti e Luciano Violante. Tutto nasce da una serie di interrogativi cui il lettore può tentare di dare una propria risposta, proporre una teoria.

1) Perché uno skipper, a fine agosto, lascia precipitosamente il porto di Augusta alla volta di Licata per salire a bordo di Karma del progetto targato ARCI “TOM” ( Tutti gli occhi sul Mediterraneo) mentre era intento a dare una mano agli altri compagni, impegnati ad allestire/riparare barche, in una folle corsa contro il tempo, per lasciare finalmente gli ormeggi e andare a Gaza?

Print Friendly, PDF & Email

mondocane

Venezuela tra materialismo dialettico (e anche storico) e ottimismo della volontà

Illusioni, delusioni?

di Fulvio Grimaldi

nmfosnfglsd.jpg“Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico” (Bertold Brecht)

Sono consapevole, e mi dispiace, che con quanto scrivo qui mi troverò inondato di rimbrotti e rattristato dalle prese di distanza di qualche valido amico. Illuminismo, però, e suoi figliuoli come i gemelli Materialismo Dialettico e Materialismo Storico e un minimo di deontologia professionale che polvere dei tempi e battaglie mi hanno lasciato addosso, impongono che si dica ciò che si ritiene giusto dire. E anche necessario, visto che non dirlo potrebbe favorire coloro che, con l’altro polo del mio titolo, l’ottimismo della volontà, trasformano avvoltoi in innocue farfalle.

Il tema del trattamento si può riassumere in questo groviglio semantico: se pretendo che il disastro provocato a qualcuno da un malfattore, riuscito grazie alla complicità di un terzo che si finge solidale con la vittima, dal terzo sia stato invece sventato, ho bell’e che garantito il successo del malfattore e la riuscita del disastro.

Prima di rimettere i piedi sul terreno dalle parti di Caracas, ricorriamo anche alle stampelle dei due materialismi elargitici da Carlo Marx, con il non indifferente contributo di Hegel e Feuerbach. Senza dimenticare mai il lume della ragione che, grazie, appunto, al Secolo dei Lumi, ha trapassato le nebbie millenarie del mistico e dell’irrazionale.

Dialettico, grazie anche a Eraclito, significa teoria degli opposti. E, tra questi, il conflitto tra ricchi e non ricchi, è il conflitto trainante della Storia. Quanto Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela dopo che Trump gli aveva scippato il presidente e la di lui moglie, si dice d’accordo col rapitore, con il direttore della CIA, con il ministro del Tesoro USA e con quell’ dell’Energia, il conflitto rischia di evaporare e chi ha vinto ha vinto.

Storico vuol dire che come si configura una società dipende dai rapporti economici e di produzione prevalenti, storicamente assunti. Su questi si fondano le malamente dette sovrastrutture: politica, ideologia, giustizia, cultura, morale…L’origine di queste strutture dipende da come e da chi si risponde ai bisogni primari.

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

“L’Iran e Gaza sono solo l’inizio”

di Chris Hedges*

gaza iran solo inizio.jpgIl genocidio a Gaza è solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe. Assistiamo quotidianamente a questa follia con la guerra contro l’Iran, i bombardamenti a tappeto del Libano meridionale e le sofferenze a Gaza.

Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono stati neutralizzati, trasformati in inutili appendici di un’altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I governanti più psicopatici della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta, aprendo un immenso abisso morale.

La legge, nonostante i coraggiosi sforzi di una manciata di giudici – che presto saranno epurati – sia a livello nazionale che in organismi internazionali come la Corte Internazionale di Giustizia, viene violata con disprezzo. Barbarie all’estero. Barbarie in patria.

Lucy Williamson della BBC riferisce che Israele sta distruggendo il Libano meridionale “usando Gaza come modello: un progetto di distruzione riproposto come via per la pace“.

In poche settimane, oltre un milione di persone sono già state sfollate in Libano, un quinto dell’intera popolazione di un Paese che già ospita il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo. A questi si aggiungono 2 milioni di sfollati a Gaza e 3 milioni in Iran. Sei milioni di persone sono rimaste senza casa.

Per quattro decenni il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto pressioni affinché gli Stati Uniti entrassero in guerra con l’Iran.

Print Friendly, PDF & Email

sputnik

Un nuovo mondo sta nascendo mentre quello vecchio sta morendo

di Pepe Escobar

1123876308 0 0 3072 1728 1920x0 80 0 0 875c00f2aa160a59289987e07b10b604.jpg "Pointed threats, they bluff with scorn
Suicide remarks are torn
From the fool’s gold mouthpiece the hollow horn
Plays wasted words, proves to warn
That he not busy being born is busy dying"
Bob Dylan

Il piano in 15 punti che il Team Trump ha presentato all’Iran è già destinato al fallimento

Si tratta di una capitolazione imposta: un atto di resa mascherato da “negoziazione”.

Il piano-non-piano – che impone richieste mentre implora una tregua di un mese – prevede l’azzeramento dell’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano; lo smantellamento completo degli impianti di Natanz, Isfahan e Fordow; l’espulsione di tutto l’uranio arricchito dall’Iran; il programma missilistico estremamente limitato; nessun finanziamento a Hezbollah, Ansarallah e alle milizie irachene; lo Stretto di Hormuz totalmente aperto.

Tutto ciò in cambio di una vaga “revoca della minaccia di reintrodurre le sanzioni”.

L’unica risposta realistica dell’Iran a questo accumulo di vane speranze potrebbe essere il signor Khorramshahr-4 che distribuisce il suo biglietto da visita su obiettivi selezionati – in linea con l’utilizzo della deterrenza economica e militare per dettare le vere condizioni.

E le condizioni reali sono dure:

Chiusura di TUTTE le basi militari statunitensi nel Golfo; garanzia che non ci saranno più guerre; fine della guerra contro Hezbollah; revoca di TUTTE le sanzioni; risarcimenti per i danni di guerra; un nuovo ordine nello Stretto di Hormuz (già in vigore: riscossione di diritti proprio come l’Egitto a Suez); programma missilistico intatto.

Conclusione: l’infernale macchina dell’escalation continua a girare.

Print Friendly, PDF & Email

mondocane

L’INVINCIBILE. Iran, tremila anni e andare

di Fulvio Grimaldi

jvnpsnvbnIl passato chi ce l’ha, chi meno

I padri romani, ai quali non nuoce mai rifarsi a indicare come l’evoluzione ogni tanto faccia delle inversioni a U e per capire cosa stesse succedendo o potrebbe succedere, raccomandavano repetita juvant e, anche Historia magistra vitae. Una raccomandazione che a forza di dar retta ai nordamericani, che da repetere non hanno che una raccolta di scalpi indiani, noi l’abbiamo buttata al vento dell’ovest.

Se invece, a dispetto di tutti coloro a cui serve che ce ne liberiamo, la memoria cui si consegnavano i romani la coltivassimo ancora, potremmo ricordare ai collezionisti di scalpi che sono 80 anni che non vincono una guerra e, quando non la perdono, si lasciano dietro una roba dalla quale non viene niente di buono a nessuno, nemmeno a loro. Vale pari pari anche per Israele. Ne ha vinte un paio, 1948 e 1967 e da una, Kippur 1973, ne è stato salvato per la collottola dagli USA quando, soccombendo, stava già innescando le atomiche. Due ne ha perse ignomignosamente contro una guerriglia in ciabatte, Libano 1980 e 2005 e una, la penultima, contro l’Iran nel giugno dell’anno scorso, quando, alla faccia del soccorso USA, ne ha beccate di più di quante ne abbia date.

Immemori di quanto è successo nel mondo prima di Wounded Knee e Gary Cooper, inconsapevoli di quanto vi sia di preciso in questo mondo sotto Starlink e al di là di Washington DC, quelli di Trump si sono lasciati trascinare in un’altra partita a perdere. E proprio da coloro – ebrei polacchi, russi, moldavi, tedeschi, inglesi, italiani, iberici e quant’altro - che, invece, rivendicando (del tutto abusivamente) un retroterra di 2.600 anni fa, disceso dal Sinai ed esteso a tutta la Palestina, storicamente la dovrebbero sapere più lunga.

Un dato va premesso ed è indiscutibile. Dei risultati della risposta militare dell’Iran all’aggressione israelo-statunitense, che è devastante, dai nostri media e circoli politici sappiamo un decimo.

Print Friendly, PDF & Email

perunsocialismodelXXI

La NATO: un'istituzione criminale fondata sulla violenza e sulla menzogna

di Carlo Formenti

nato cos e e cosa fa orig.jpegSe mi domandassero quando, a mio parere, è apparso evidente che il Partito Comunista Italiano aveva imboccato la china che lo ha portato a convertirsi in partito liberale, non avrei esitazioni: è stato nel momento in cui Enrico Berlinguer dichiarò che i comunisti italiani si sentivano sicuri sotto l'ombrello protettivo della NATO (1). Da allora è passato mezzo secolo, nel corso del quale l'abiura della tradizione, della storia, dei valori e degli ideali del movimento comunista italiano ed europeo è progredita a ritmi accelerati, fino a culminare con la vergognosa delibera del parlamento Europeo che equipara comunismo e nazismo, un atto di revisionismo storico che si è consumato con l'avvallo di una "sinistra" che annovera nelle proprie file non pochi ex comunisti.

Ma non sono solo i transfughi del vecchio PCI ad avere rimosso dalla propria coscienza la consapevolezza della natura criminale di un'istituzione che incarna le peggiori oscenità del capitalismo occidentale: anche settori non marginali delle sinistre "radicali" hanno accantonato lo slogan "fuori l'Italia dalla NATO, fuori la NATO dall'Italia", motivando tale scelta, nella migliore delle ipotesi, con il fatto che si tratta di un obiettivo "irrealistico" (in altre parole: sappiamo che, se fosse possibile lottare per un cambiamento in senso socialista del sistema in cui viviamo, quest'obiettivo sarebbe irrinunciabile, ma visto che dobbiamo rassegnarci a rinunciare a tale lotta, tanto vale non parlarne più), nella peggiore con l'adesione al mito in base al quale solo in Occidente esisterebbero condizioni di vita "democratiche", il che è tanto più ridicolo in quanto la fine di ogni parvenza di democrazia alle nostre latitudini non è più un'opinione, bensì un dato di fatto che sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle.

Credo quindi si debba essere grati alla compagna Sevim Dağdelen, membro del Consiglio direttivo del partito SBW fondato da Sahra Wagenknecht, per il suo sforzo di spiegare anche ai più duri d'orecchio cosa è veramente la NATO in un libro appena uscito in edizione italiana per i tipi di Meltemi (La NATO alla resa dei conti. Un bilancio dell'Alleanza Atlantica), del quale cercherò qui di seguito di sintetizzare le tesi essenziali.

Print Friendly, PDF & Email

analisidifesa

La guerra contro l’Iran svela i limiti della potenza americana?

di Giuseppe Gagliano

251125 N IP140 1172P.jpgLa vera fragilità degli Stati Uniti in questa guerra non è la mancanza di mezzi in senso assoluto, ma la crescente sproporzione tra ambizione strategica, disponibilità materiale e capacità di sostenere un conflitto lungo. Il problema si manifesta anzitutto sul piano logistico ed economico: gli intercettori e i sistemi americani costano da dieci a cento, fino a mille volte più dei droni e dei missili impiegati dall’Iran.

Questo significa che il rapporto tra spesa e rendimento si sta capovolgendo. Washington può anche conservare una superiorità tecnica, ma la paga a un prezzo tale da rendere sempre più difficile la durata. Quando la risposta costa infinitamente più dell’attacco, la superiorità rischia di trasformarsi in una trappola.

 

Il complesso militare-industriale

Per capire questa crisi bisogna tornare alla genesi del sistema americano. Il complesso militare-industriale nasce tra il 1939 e il 1940, quando gli Stati Uniti comprendono che la loro tradizionale struttura militare da tempo di pace è troppo ridotta per affrontare una guerra mondiale.

La funzione originaria era semplice e formidabile: trasformare in tempi brevi una grande potenza economica in una macchina bellica capace di mobilitare risorse gigantesche. Era già accaduto durante la guerra civile americana, quando un esercito minuscolo fu ampliato fino a mobilitare quasi due milioni di uomini; accadde di nuovo nella Seconda guerra mondiale contro Germania e Giappone.

Ma col passare dei decenni il meccanismo ha cambiato natura. L’avvertimento di Eisenhower nel 1960 non riguardava soltanto il rischio per le libertà pubbliche: riguardava il fatto che il complesso militare-industriale avrebbe potuto smettere di lavorare prioritariamente per l’efficacia sul campo e iniziare invece a lavorare per la propria riproduzione. È esattamente ciò che oggi appare.

Print Friendly, PDF & Email

Guerra alla biosfera. Il ruolo dei né né e dei curdi

di Fulvio Grimaldi

rmngòoirNè nè

Parto con una considerazione che col resto dell’articolo c’entra solo di striscio. Ma capita che a volte sia determinante.

Ci sono quelli che danno ragione a tutti e stanno comodi comodi, senza dare gran fastidio e senza essere neanche tanto infastiditi. Sono come fiocchi di neve di primavera che non fanno in tempo a esserci che spariscono, si sciolgono. Lasciano niente, solo un po’ di umido per terra.

Poi ci sono coloro, perlopiù caratterialmente tanto saccenti quanto superficiali, che danno torto a tutti e, se contendenti, a entrambi. Sono nefasti, sono i più nefasti. Fanno danno. Allignano nella sedicente e detta, incredibilmente, ancora sinistra. Sono quelli che la sanno più lunga. Spesso si definiscono dirittoumanisti, con particolare voluttà se si tratta di diritti conculcati delle donne. Si presentano in forma organizzata di ONG, quasi universalmente celebrate, alla pari da furbi e sciocchi, che si professano propugnatori dei diritti umani e denuncianti di coloro che li violano. Hanno agevolato più guerre d’aggressione, più rivoluzioni colorate e regime change, più dannanti demonizzazioni, loro, che gli stessi attori di queste operazioni. Come i missionari nei fasti del colonialismo sanno farsi, oggettivamente, apripista di armate che, nel nome delle superiori verità da loro proclamate, spazzano dalla scena popoli e civiltà. La Storia ce ne tramanda una definizione che risale alla guerra contro la Serbia: i “né né”. Né con la Nato (che da noi aveva le sue polene in D’Alema e Mattarella, che ancora parlano), né con Milosevic.

Esempio recente, che peraltro si trascina da decenni, è che tanti fenomeni analoghi perfettamente e abiettamente rappresenta, è quello di gente la cui anima è fatta di puzza al naso quando critica l’aggressore imperialsionista dell’Iran. Cosa, questa facile, anzi inevitabile, imposta dall’incontrovertibile realtà dei fatti (che ci vuole una madre cristiana della Garbatella a non vedere).