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Una svolta culturale che cambia la storia
di Piero Bevilacqua
Quando sommovimenti repentini e profondi sconvolgono la crosta solidificata dello status quo, l’ordine delle cose a cui le menti dei contemporanei si sono assuefatte da decenni, il pensiero umano si mette in movimento e si sporge a guardare nel fondo ribollente del cratere. E oggi scorge una deriva dei continenti che scuote l’intero pianeta. Non stupisce perciò la straordinaria fioritura di studi e ricerche che analizzano lo scenario mondiale, che scavano nella storia di grandi Paesi a lungo fuori dallo sguardo eurocentrico, come la Cina, i Brics o l’Africa, che osservano con disincanto il fallimento dell’Unione europea, la divaricazione crescente tra USA ed Europa, il declino dell’egemonia dell’impero americano. Alle res gestarum succede invariabilmente la historia rerum gestarum, alle vicende reali la civetta della storia che giunge al tramonto per interpretare i fatti. Si tratta di una letteratura di alto profilo, frutto di studi non improvvisati, che si avvale finalmente di una non superficiale prospettiva storica e che cresce in modo spettacolare di giorno in giorno. Con ogni evidenza essa sorge dal bisogno di dipanare un’altra storia rispetto a quella che i gruppi dominanti ci hanno raccontato negli ultimi 80 anni, con soggetto le magnifiche sorti del mercato, il trionfo della democrazia americana e del suo ruolo pacificatore globale, insomma la suprema conclusione capitalistico-atlantica della vicenda del genere umano. È un’esigenza che comprensibilmente oggi tende a erompere in forme incontenibili, perché nel 2025 si sono conclusi gli 80 anni del “secolo americano”, iniziato nel 1945 col genocidio atomico delle popolazioni di Hiroshima e Nagasaki e concluso con quello del popolo palestinese, a Gaza, tramite la procura dell’esercito di Israele.
Spesso queste pubblicazioni sembrano ubbidire a ragioni politiche contingenti, come il conflitto russo-ucraino quale occasione immediata. E non c’è dubbio che quella guerra agisca da potente acceleratore. Esemplare è stato — non solo per l’eco suscitata — il contributo dell’antropologo francese Emmanuel Todd, “La sconfitta dell’Occidente” (Fazi 2024), a cui si potrebbe associare il quasi contemporaneo, di Elena Basile, “L’Occidente e il nemico permanente”. Prefazione di L. Canfora, Postfazione di A. Bradanini (Paperfirst 2024), insieme, ovviamente, a tanti altri titoli.
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Gaza, il diritto sotto assedio e la macchina della delegittimazione
di Giuseppe Gagliano
Quando il bersaglio non è una persona ma la verità dei fatti
L’articolo di Francesca Albanese non va letto come una semplice autodifesa. È piuttosto la ricostruzione di un meccanismo politico e mediatico che oggi colpisce chiunque tenti di nominare, con gli strumenti del diritto internazionale, ciò che accade in Palestina. Il punto di partenza è netto: le campagne contro la relatrice speciale delle Nazioni Unite non nascono da un confronto serio sui fatti, ma dalla volontà di alterarne il senso, di amplificarli o ridurli a seconda delle convenienze, di deformare dichiarazioni pubbliche fino a farne materia di delegittimazione personale. In questo senso il bersaglio non è solo Albanese. Il bersaglio è il diritto stesso di descrivere la realtà senza passare per il filtro degli interessi strategici occidentali.
Nel testo, Albanese osserva che da tempo, dentro il dibattito alle Nazioni Unite e ancor più nella sua eco mediatica, si è consolidata una narrazione diffamatoria: quella secondo cui le sue parole avrebbero giustificato le atrocità del 7 ottobre 2023, negato o minimizzato le violenze sessuali, attenuato il dramma degli ostaggi o, addirittura, espresso una forma di ostilità pregiudiziale contro Israele. La sua replica è dura perché è documentata. Ricorda di avere condannato senza esitazione i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità compiuti contro i civili israeliani, di aver parlato con chiarezza delle violenze sessuali commesse contro le vittime israeliane sulla base della documentazione raccolta dagli organismi dell’ONU, e di aver sempre collocato quei crimini dentro il quadro del diritto internazionale, non dentro una contabilità morale selettiva. Questa precisazione è essenziale: per Albanese la giustizia non è un riflesso emotivo, né un’arma da agitare contro il nemico di turno. È una qualificazione giuridica dei fatti, che implica responsabilità individuali, prove, procedure e rispetto del giusto processo.
Il 7 ottobre e la trappola della selezione morale
Proprio qui emerge uno dei nuclei più forti dell’articolo.
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Il piano dell’Iran per resistere a una lunga guerra contro America e Israele
di Shadi Ibrahim*
“L’Iran ha studiato le guerre statunitensi per oltre due decenni per costruire un sistema che distribuisca strutture di comando, armi e unità, affinché bombardare la nostra capitale non comprometta la nostra capacità di combattere la guerra.”
Con queste parole, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha riassunto l’essenza della strategia di difesa iraniana, in una dichiarazione rilasciata all’inizio della recente guerra e del colpo di mira militare tra Stati Uniti e Israele ai centri di comando a Teheran.
Araqchi voleva sottolineare che la struttura del sistema di difesa del suo paese era progettata per neutralizzare l’impatto del “colpo decisivo” su cui si basava la strategia militare di Stati Uniti e Israele.
La dichiarazione di Araqchi ha attirato l’attenzione nella sua descrizione della strategia iraniana come “difesa a mosaico decentralizzata“, un termine militare iraniano che esprime l’essenza della sua dottrina difensiva.
Questo termine suggerisce che l’idea centrale della difesa iraniana non sia quella di proteggere la capitale o anche l’alto comando, ma di garantire la continuità delle decisioni e la capacità di combattimento anche se si tratta di comandi superiori o strutture vitali.
Così facendo, Araqchi ha rivelato esplicitamente che l’Iran ha preparato la sua struttura militare per un lungo conflitto, in cui la guerra si condotta come un attrito prolungato, non come una battaglia fulminea decisa da un attacco aereo concentrato, come speravano Stati Uniti e Israele.
Guerre lampo e guerra prolungata
Molti paesi hanno sviluppato le loro moderne strategie militari secondo il principio della vittoria rapida e della resa rapida, che è stato uno dei principi fondamentali della dottrina militare israeliana sin dalla sua fondazione, e che è stato manifestato più di una volta, forse più chiaramente dalla Guerra dei Sei Giorni (giugno 1967).
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Riuscirà Cuba a sopravvivere anche a Trump?
di Carlo Formenti
Premessa
È appena uscito, nella collana "Visioni eretiche" che dirigo per Meltemi, Su Cuba. Riflessioni su 70 anni di lotta e rivoluzione, di Noam Chomsky e Vijay Prashad. E' un libro importante in un momento in cui, dopo avere aggredito Venezuela e Iran, il Moloch criminale a stelle e strisce potrebbe rivolgere l'attenzione all'isola che considera da sempre una spina nel fianco. Prima di entrare nel merito, tuttavia, vorrei fare chiarezza in merito al mio pensiero in merito alle immagini che testimoniano l'esistenza di un rapporto fra Chomsky ed Epstein, che ça va sans dire, verranno sfruttate per neutralizzare le crude verità sui delitti yankee contro il popolo cubano documentate nel libro. Inizio citando qui di seguito il comunicato che l'editore Meltemi ha emesso qualche giorno fa:
Questo venerdì uscirà in libreria il volume “Su Cuba”, che vede come autore, insieme a Vijay Prashad, Noam Chomsky. Quando nell’autunno del 2024 abbiamo acquisito i diritti per l’edizione italiana di questo volume, si trattava di una scelta mirata ad ampliare quella parte del nostro catalogo dedicata all’analisi del post colonialismo e dell’imperialismo con l’aggiunta di due autori di primo piano.
Come molte e molti di voi, siamo rimasti scioccati dalla pubblicazione di numerose email e immagini che testimoniano lo stretto rapporto intercorso tra Chomsky e Jeffrey Epstein negli anni precedenti al secondo arresto di quest’ultimo. Anche nel caso in cui questi scambi non andassero a mettere in luce alcuna specifica condotta illegale, rimangono la testimonianza di una compromissione morale con un mondo di élite spregiudicate che non è giustificabile in alcun modo, a maggior ragione da parte di un intellettuale dalla storia di Chomsky. Questo volume è il frutto di un lungo lavoro di confronto e riflessione che ha coinvolto numerose persone, a partire dal musicista Silvio Rodríguez, che ispirò per primo a Prashad l’idea di scrivere un libro su Cuba, a Manolo de Los Santos, che ne ha scritto l’introduzione, e a Marc Favreau e Ishhan Desai-Geller, che ne hanno curato l’edizione originale. Le loro riflessioni rimangono un punto di partenza prezioso per comprendere Cuba oggi.
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La geopolitica del tifoso e il pragmatismo chavista
di Geraldina Colotti
Caracas. Esiste una strana creatura che popola i bar digitali della sinistra occidentale: il tifoso geopolitico. Il tifoso è un individuo affascinante: conosce il regolamento, urla contro l'arbitro e spiega con sprezzante sicurezza che quel rigore lui non l'avrebbe mai sbagliato. Il piccolo dettaglio? Il tifoso non è mai sceso in campo. Non ha mai sentito il sapore del fango in bocca, né ha mai dovuto decidere, sotto assedio, tra una mediazione tattica e l'annientamento totale. Persino uno psichiatra come Crepet, pur con la sua critica soft, riesce a centrare un punto quando parla di una generazione che si accontenta della mediocrità e rifugge il rischio di frantumarsi. Il tifoso vuole giovani startup biotech di rivoluzioni perfette, vuole la rivoluzione estetica, performativa, ma non è mai sceso in campo a farsi spaccare le ossa.
Un tempo esisteva un imperativo: la coerenza fra il dire e il fare. Esistevano i partiti, le grandi agenzie di regolazione di massa che trasformavano le idee in azione, e su questo si confrontavano e si scontravano, in base agli interessi delle classi che rappresentavano. E che avevano la propria linea politica, a livello interno e internazionale. Poi è arrivato il momento dell'associazionismo e del “sostegno” a chi fa politica nei propri paesi, il passaggio dal militante all'”attivista”, e la progressiva perdita di memoria sulla durezza del conflitto e sulla necessità di assumerselo in prima persona, e di sentirsi responsabili del mondo in quanto esseri sociali. Finiti i partiti e i movimenti di classe con carattere internazionalista, il cui primo dovere era quello di “fare la rivoluzione” nel proprio paese, di “sociale” restano le reti, in cui le “opinioni” si equivalgono perché valgono come il due di coppe a briscola. E il fenomeno è esploso. Passiamo dal "tecnico di droni" - che discetta di armi viste solo in mano ai carabinieri - e al distributore di "patenti da traditore", che dal suo divanuccio giudica la purezza di chi governa sotto ricatto e sanzioni criminali. Fino al reduce, che avendo "visto tutto" non approva nulla.
Mentre il tifoso analizza la "performance" della rivoluzione bolivariana come un reality, nuove geometrie imperialiste hanno ridisegnato il mondo. Siamo di fronte a una repressione, alla chiusura degli spazi di agibilità a livello globale basata su un dispositivo che, già Lenin chiamava con ragione “controinsurrezione preventiva”.
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L’Iran preso sul serio
di Antonio Martone
L’urto bellico scatenato dalle forze israelo-americane sull’Iran agisce su una realtà che non è solo geografica o militare ma profondamente storico-temporale. Quando le bombe impattano sul suolo iranico, stanno penetrando in una materia storico-culturale che ha sedimentato la propria coscienza attraverso duemila anni di invasioni e rinascite. La geopolitica dell’altopiano è inseparabile dalla sua geologia: una fortezza di cinquemila metri di altitudine media che ha costretto ogni potere centrale, dai Sasanidi ai Pasdaran, a sviluppare una psicologia della resilienza come struttura antropologica prima ancora che strategica. L’Iran abita lo spazio come una missione ontologica, percependo sé stesso come il custode di una luce civilizzatrice assediata dalle tenebre esterne del caos – quel concetto archetipico di Aniran che oggi assume le forme del Pentagono o del Mossad, così come in passato avevano preso le fattezze di Gengis Khan o delle compagnie petrolifere britanniche: una topologia del nemico cosmico che ogni generazione riscrive con i materiali del proprio presente.
Questa topologia non è soltanto una metafora: è una teologia millenaria che ha attraversato ogni mutazione religiosa della civiltà iranica senza mai abbandonare la propria struttura profonda. Tutto comincia con Zarathustra – probabilmente tra il XIV e il X secolo avanti Cristo – e con la sua rivelazione di un cosmo spezzato in due principi irriducibili: Ahura Mazda, il Signore Saggio della luce, e Angra Mainyu, lo spirito distruttivo delle tenebre. Questa frattura ontologica non è affatto un mito tribale ma una cosmologia sistematica, la prima nella storia umana a concepire il tempo come dramma morale orientato verso una fine – il Frashokereti, la rinnovazione finale del mondo.
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La Cina è vicina
di Luciano Vasapollo
Quello che sta accadendo nello scenario internazionale non può essere letto come una semplice sequenza di crisi regionali o come l’ennesimo episodio di instabilità in Medio Oriente. L’attacco statunitense contro l’Iran non è un fatto isolato, ma si colloca dentro una fase storica precisa: la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico nella sua forma nord-centrica ed euroatlantica. È una crisi di sovrapproduzione, di accumulazione, di natura commerciale e monetaria, che si manifesta anche come crisi ambientale, sociale e oggi apertamente geopolitica.
Quando il capitalismo entra in una fase di difficoltà strutturale, la risposta non è mai la ridistribuzione o la cooperazione, ma la guerra economica, il protezionismo aggressivo, la pressione monetaria e, quando necessario, l’intervento militare. La politica delle cannoniere non è scomparsa: si è modernizzata. È diventata guerra delle sanzioni, controllo delle rotte energetiche, dominio finanziario attraverso il dollaro, fino alla guerra aperta.
L’Iran, in questo quadro, non è soltanto un avversario politico. È un nodo strategico. Una parte rilevante del suo petrolio alimenta l’economia asiatica e in particolare la Cina. Colpire l’Iran significa incidere sui flussi energetici che sostengono la crescita tecnologica, industriale e infrastrutturale cinese. Significa tentare di mantenere il controllo sulle leve fondamentali dell’accumulazione globale, vincolando ancora una volta il dollaro al petrolio e riproducendo una posizione quasi monopolistica nella regolazione dei mercati energetici.
Colpire il concorrente più temuto: la Cina
Il bersaglio reale, dunque, non è solo Teheran. È Pechino. È il progetto di un mondo che non ruoti più esclusivamente attorno all’asse Washington-Bruxelles. È la prospettiva dei BRICS e delle relazioni Sud-Sud, che non nascono come blocco aggressivo, ma come tentativo di costruire spazi di autodeterminazione economica, cooperazione finanziaria alternativa e progressiva de-dollarizzazione.
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Le nuove geometrie dell’imperialismo
Riflessioni su alcune idee di Emilio Quadrelli
di Jacques Bonhomme
Inglés, ricordi? Dicevi che la civiltà è dei bianchi.
Ma quale civiltà? E fino a quando?
F. Solinas, G. Pontecorvo, Queimada.
1. Un’autocritica
La parabola recente delle vicende palestinesi ha scoperchiato la pentola dei nuovi disciplinamenti capitalistici dell’Occidente, cresciuti nel segno della riorganizzazione post-fordista del ciclo produttivo e distribuiti capillarmente nella società attraverso le bio-politiche neoliberali, con la loro modulazione antropologica di premi e castighi. L’economia di guerra che ci sta stringendo nella sua morsa, è stata da decenni la “legge bronzea” della riorganizzazione neoliberale della “formazione economico-sociale” capitalistica, una riorganizzazione che sottomettendo legislativamente i bisogni al successo e la socialità alla punizione, faceva della condizione emergenziale lo strumento amministrativo per affrontare le instabilità e i ristagni catastrofici dell’accumulazione del capitale. Quest’ultima, come sappiamo, da circa un secolo e mezzo, ha assunto le forme economiche, politiche e militari dell’imperialismo, studiate a fondo da una vasta letteratura scientifica, non soltanto marxista. Il nesso storico è indubbiamente oggettivo e irrefutabile, ma nelle lotte sociali in Occidente, e in particolare in Italia, questo nesso è emerso pienamente soltanto dopo che la sollevazione rivoluzionaria del popolo palestinese contro la lunga occupazione coloniale sionista della Palestina ha contrapposto platealmente la dimensione tutta occidentale del genocidio eseguito dalla mano israeliana, alla tenacia, al radicamento e alla combattività della Resistenza armata dei palestinesi, tra le macerie e nelle carceri di Israele.
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Dopo l’immorale aggressione all’Iran, le macerie!
di Alberto Bradanini
Fanno difetto le parole se si prova a descrivere le tragedie di cui sono responsabili i due principali stati canaglia dell’universo, Stati Uniti e Israele, il cui ordine di canaglità può essere invertito a piacimento.
Ormai tutto è chiaro, se solo si evita di sedersi davanti alle TV dei regimi occidentali o leggerne i giornali fortunatamente pressoché irreperibili. Eppure, poiché repetita iuvant, prendiamo qui la libertà di riflettere pubblicamente sul dolore del mondo.
La rassegna delle nefandezze dei due vetusti capi di governo – D. Trump (80 anni) e B. Netanyahu (77 anni) – richiederebbe un tempo infinito, perché la magnitudine dei loro crimini si perde nella profondità della galassia, in compagnia di quelli dei loro degni compagni: monarchi arabi e non, demonarchie europee e altri camerieri sparsi qua sul pianeta Terra.
La folle guerra di aggressione che il 28 febbraio Israele ha scatenato contro l’Iran, aizzando il suo cane da passeggio, gli Stati Uniti (dominati/ricattati dalla càbala epstiano/sionista) è illegittima (le leggi nazionali e internazionali dovrebbero essere il pilastro della vita collettiva e non utilizzate al posto della carta igienica), disumana (ogni essere vivente, se non si fa servo, viene torturato o ucciso ad libitum), furfantesca (gli Usa, per la seconda volta dal giugno 2025, hanno finto di negoziare, con la pistola puntata sotto il tavolo) e ladronesca (balcanizzare la millenaria Persia, per saccheggiarne le risorse, sottrarle alla Cina/indebolire il Sud Globale, far salire dollaro e petrolio, vendere armi a tutti e via dicendo). È sempre più chiaro che il tossico regime corporativo Usa non ha alcuna intenzione di rinunciare al privilegio di dominare il mondo.
Se qualcuno, di grazia, si chiede la ragione della posizione novantagradesca delle nostre classi dirigenti davanti all’incedere di questi carri mortuari, la risposta è banale: perché altrimenti ti fanno saltare il cervello.
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L’effetto domino e il “momento Pearl Harbor”
di Fabrizio Bertolami
Riceviamo e pubblichiamo da Fabrizio Bertolami per ComeDonChisciotte.org
E alla fine l’attacco all’Iran è arrivato. Come nel caso precedente, nel bel mezzo di negoziati tra le parti, ma questa pare essere ormai la firma di questa amministrazione americana.
Ogni presidente dall’epoca di Reagan in poi ha ha avuto sul proprio tavolo, nello studio ovale, un dossier relativo a un attacco militare alla Persia, e Trump lo ha infine messo in atto.
La decapitazione delle leadership di quella che fu la mezzaluna sciita è totale: Nasrallah, Hanyeh,Suleimani, Assad e Khamenei non ci sono più e l’Iran è obiettivamente in difficoltà.
La grande strategia di portare il gas iraniano nel Mediterraneo e quindi in Europa, attraversando l’Iraq del sud, la Siria e il Libano, è sfumata, forse per molto tempo e ora l’Iran è nelle ridotte, ma essendo preparato ha risorse per sopportare un conflitto di media durata.
Dobbiamo d’altronde pensare che una grande Nazione di Terra come la Russia, non riesce ad avere la meglio di una media Nazione di terra come l’Ucraina dopo 4 anni e non è quindi in prima battuta immaginabile che una Nazione con 90 milioni di abitanti e grande 3 volte l’Ucraina non possa resistere ad una Nazione di mare, come gli USA, senza più appoggio di terra nei paesi del Golfo.
Oltre al mare, gli USA possono ancora contare su Israele come base logistica nell’area, ma devono contemporaneamente difenderlo in quanto ampiamente raggiungibile dai missili iraniani, esaurendo così le scorte proprie. Se la guerra si prolungasse e avesse un’intensità maggiore nei prossimi giorni, la necessità di rifornimento per la Marina USA dovrebbe coinvolgere anche le basi nordeuropee e mediterranee della NATO, in Italia primariamente, allargando il fronte delle Nazioni coinvolte.
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Perché l'Iran
di Nicola Casale
Lo scritto che presentiamo è la relazione svolta da Nicola Casale (uno dei pochissimi militanti di orientamento marxista degni di questo nome in circolazione in Italia. Le dita di una mano bastano e avanzano per contarli. Parere personale) in un dibattito che si è tenuto a Mestre sabato 21 febbraio sull’“amletico” tema: “Iran: sollevazione popolare spontanea o tentativo occidentale di instaurare un governo amico?”.
La semplice, chiara e tagliente relazione di Nicola scioglie ogni amletico dubbio. Non si tratta, a nostro parere, di “libero confronto di diverse opinioni” ma di schieramento di forze lungo opposte linee di tensione fisiche/materiali e ideali/spirituali. Il carattere della lotta è esistenziale, per la vita o per la morte, non solo per la Repubblica Islamica iraniana. Questa Lotta Suprema drammaticamente in atto in Iran, in Palestina, in tutta l’Asia occidentale è infatti parte di una lotta generale che coinvolge il mondo intero ed il suo tema di fondo è stato molto ben centrato in un intervento che abbiamo recentemente presentato al “pubblico” italiano: “E’ necessario comprendere che la scelta che abbiamo davanti non è tra diversi tipi di capitalismo, ma tra il capitalismo e la sopravvivenza umana. I bambini che piangono nelle prigioni di Epstein e i bambini che muoiono a Gaza gridano la stessa voce, chiedendoci di scegliere tra preservare un sistema che premia i mostri e costruire un mondo in cui la dignità umana diventi il fondamento dell’organizzazione economica e politica…” (1)
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Palestina, pace e giustizia non significano disarmo
di Fabio Ciabatti
La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2025, pp. 94, € 12,00.
Hamas è un’associazione terroristica e dunque chiunque abbia a che fare con Hamas è un terrorista. È su questo semplice ragionamento, di natura politica prima ancora che giuridica, che si regge l’inchiesta che vede coinvolti molti palestinesi residenti in Italia con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il pensiero mainsteram non nutre alcun dubbio alla natura del gruppo islamista. Ma questo presupposto è accettabile?
Può essere utile partire da questa domanda per presentare La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, testo che nasce dalla traduzione di una lunga intervista del filosofo francese pubblicata nel 2025 sulla rivista transalpina “K Reveu” a cura di Luca Salza. Ebbene, Balibar, sostenitore da anni dalla causa palestinese anche in qualità di membro del Tribunale Russel sulla Palestina, fa un’importante precisazione:
non bisogna passare facilmente dal riconoscimento di azioni terroristiche, o persino dalla loro rivendicazione, all’essenzializzazione dei movimenti e delle loro organizzazioni come ‘movimenti terroristici’, intrinsecamente perversi da eliminare con ogni mezzo. Hamas, per quanto disastrosi si giudichino il suo programma e le sue azioni, non è lo Stato islamico (Daesh). E questo significa che i rapporti storici tra lotte di emancipazione o di resistenza e il terrorismo come tattica sono sempre stati (e sono oggi più che mai), complessi, impuri, soggetti a evoluzione.1
Balibar sostiene che l’attacco del 7 ottobre merita la qualifica di atto terroristico perché ha colpito principalmente civili disarmati ed è stato accompagnato da un’esplosione di brutalità, sebbene la crudeltà dei fatti sia stata sistematicamente ingigantita dalla propaganda israeliana. Aggiunge, però, che bisogna sempre stare attenti nel maneggiare il concetto di terrorismo. Le sue definizioni ufficiali, infatti mirano a occultare
la reciprocità e la dissimmetria tra le azioni terroristiche e le operazioni “contro-terroristiche”. In modo perfettamente arbitrario, le prime sono definite criminali, mentre le seconde sono ritenute legittime, qualunque sia la ferocia dei mezzi impiegati.2
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Venezuela, il sequestro della sovranità e l'etica del possibile
di Geraldina Colotti
Caracas. La storia del socialismo è costellata di gesti che definiscono un'epoca. Quando Iosif Stalin rispose alla proposta nazista di scambiare il figlio Yakov con il feldmaresciallo Paulus dicendo: "Non scambierò un soldato con un generale", egli sigillò l'etica del comunismo del Novecento. Era l'etica del sacrificio assoluto, della sottomissione del legame di sangue alla ferrea disciplina della lotta di classe globale. Era il tempo della "dittatura del proletariato", dove la sopravvivenza del simbolo contava quanto la tenuta del fronte.
Era il tempo di Bertolt Brech, cosciente che chi avrebbe voluto approntare il terreno alla gentilezza non aveva potuto permettersi di essere gentile. Il tempo, poi, di Frantz Fanon, che voleva calare il machete sulla maschera dell'”umanitarismo” coloniale. Brecht vive la crisi del capitalismo tra le due guerre e l'ascesa del nazismo; Fanon vive il tramonto degli imperi coloniali. Due generazioni diverse, ma unite dalla volontà di usare la parola e l'azione per smascherare i meccanismi dell'oppressione, fosse essa di classe o coloniale.
Nel film Apocalypse Now, il protagonista Kurtz racconta di quando, come ufficiale statunitense, si recò in un villaggio per vaccinare i bambini contro la poliomielite. Dopo che i medici nordamericani se ne furono andati, un uomo del villaggio corse a richiamarli. Tornando indietro, trovarono un mucchio di piccoli bracci mozzati: i Vietcong erano passati e avevano amputato il braccio a ogni bambino che era stato vaccinato dagli invasori.
Quell'atto terribile non era semplice crudeltà, ma un messaggio politico assoluto: "Non vogliamo nulla da voi, nemmeno la salute, se essa è lo strumento della vostra colonizzazione". Kurtz rimane folgorato dalla "purezza" di quell'odio e dalla volontà d'acciaio di un popolo che preferiva l'automutilazione piuttosto che accettare il "dono" dell'invasore. E il Che Guevara lottò fino alla morte per innescare “uno, cento, mille Vietnam”.
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Il codice della guerra. Come le Big Tech sono diventate l’industria degli armamenti del XXI secolo
di Mario Sommella
Per anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale.
La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica dell’infrastruttura militare contemporanea.
Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale, nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria espansione.
Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura del potere.
La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari
I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno.
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La "transizione" in Venezuela: più chavismo, non meno
di Juan Carlos Monedero - La Iguana
Ho sempre pensato che la Rivoluzione Bolivariana abbia avuto più successo nel combattere il neoliberismo, che all'epoca era al suo apice, che nel superare i problemi strutturali storici del Venezuela. Non c'è da stupirsi.
Perché superare i problemi storici di un Paese richiede almeno una generazione e, cosa importante, richiede che gli Stati Uniti non frappongano ostacoli sul loro cammino. In Spagna, Franco è morto 50 anni fa, e ancora si sente l'odore del franchismo. La magistratura è piena di franchisti, i partiti di destra sono franchisti e le principali reti televisive sono favorevoli al franchismo. Chávez ha sempre avuto un programma sia immediato che a lungo termine.
Il Venezuela chavista, quello che ha sradicato l'analfabetismo, restituito dignità ai quartieri popolari, redatto una delle costituzioni più avanzate al mondo, iniziato a prendersi cura degli anziani, aperto ospedali, scuole e università, costruito case per la gente, unito il continente con UNASUR e CELAC e restituito dignità ai quartieri popolari, ovviamente deve continuare ad andare avanti. La complessa situazione successiva al 3 gennaio serve proprio a continuare ad avanzare. Andare avanti non significa, come intende l'opposizione, rappresentata da una donna che si definisce terrorista e che ha vinto a malapena qualche elezione nel Paese, smantellare i risultati già ottenuti. Tutt'altro.
Gli analisti politici, gli stessi che per decenni sono rimasti invischiati nella menzogna secondo cui la democrazia statunitense fosse il modello mondiale di democrazia, stanno cercando di paragonare la situazione attuale del Venezuela a quella della Spagna dopo la morte di Franco. Il Venezuela, assediato dall'esercito più potente del mondo, che possiede anche armi nucleari che potrebbe utilizzare, con la Spagna, in fase di transizione, cercando giustificazioni per nascondere il fatto incontrovertibile e più rilevante: il presidente costituzionale Nicolás Maduro e la deputata Cilia Flores sono stati rapiti da un altro Paese in una vera e propria dichiarazione di guerra.
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