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Venezuela, l’operazione Leonessa di Donald Trump

di nlp

Paratrump 800x445.jpgLa serie tv iconica per capire il comportamento dell’attuale amministrazione americana è, senza dubbio, Lioness di Taylor Sheridan. In Lioness le forze speciali americane compiono continuamente operazioni straordinarie, ai limiti quando non oltre la legalità. E il modo, brutale e sbrigativo, con il quale le forze speciali americane risolvono le crisi prepara le condizioni per nuove situazioni controverse da risolvere con altre operazioni al di fuori dell’ordinario. L’amministrazione Trump, seguendo la modalità di comunicazione di registi come Sheridan, ha fatto di Lioness un metodo di governo. La stessa cattura di Nicolás Maduro, e della moglie trattata da regina nera del narcotraffico, è rappresentata secondo lo stile narrativo di Lioness nel quale i capi di stato o i leader stranieri non sono mai interlocutori diplomatici; sono target più o meno raggiungibili.

In questo modo si applica la logica del western ovunque e il confine col Messico- o il Venezuela in questo caso –  marca la frontiera con un territorio dove la legge non arriva e serve l’intervento armato e spettacolare. Trump, che è stato un impresario dello spettacolo,  trasforma il neoconservatorismo pop di Sheridan in metodo di governo e, dopo aver prelevato Maduro, annuncia nuove stagioni e nuove operazioni fuori dall’ordinario: Colombia, Cuba, Groenlandia, Iran.  Lo stile narrativo stesso di Sheridan, adottato da Trump, non porta però ordine: procede di emergenza in emergenza, risolve disordine per produrre caos che produrrà nuovi episodi della serie. Se il “Trump Corollary” alla dottrina Monroe pubblicato nel 2025 per definire la National Security Strategy americana, fornisce il quadro concettuale e di programma della politica estera USA, l’adozione del metodo Lioness da parte di Washington definisce le modalità di implementazione della politica estera della Casa Bianca e la realtà del suo agire quotidiano: esistere affrontando il disordine producendo caos.

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sinistra

Venezuela e oltre siamo al dunque

di Algamica*

copia di copy of mexico venezuela us conflict crisisPremessa

Il più delle volte nell’affrontare una questione si pensa all’interlocutore cui ci si rivolge e quasi sempre la risposta è: non lo so. Si tratta di una questione seria e complicata perché non trovi sempre il modo di spiegare quello che intendi chiarire su un problema cogente. Parliamo del sequestro Maduro avvenuto qualche giorno fa da parte del banditismo americotrumpiano.

Trump avrebbe violato il diritto internazionale? Ma di che parliamo? Ma con quale faccia tosta il liberalismo democratico, cioè l’Occidente, che si è costruito sulla rapina mondiale, per oltre 500 anni, ai danni di tanti popoli del sud del mondo oggi invoca il diritto internazionale?

C’è un unico diritto ed è costituito dalla forza: se ce l’hai la usi, se non ce l’hai non la puoi usare e cerchi di arrangiarti come puoi.

Trump ha fatto quello che uno Stato imperialista in crisi è stato obbligato a fare: cercare a tutti i costi, pensando di avere la forza sufficiente e necessitata, di mettere le mani sulla maggiore materia prima del momento storico, il petrolio, e in modo particolare nei confronti di un paese, quale il Venezuela è il maggior produttore del miglior greggio.

Il punto in questione che dobbiamo perciò affrontare non è se ha violato o meno il diritto internazionale, figurarsi, ma perché è stato costretto a farlo e lo sta potendo fare in questo preciso contesto storico. La storia è fatta di tempi e mai un tempo successivo è uguale a uno precedente.

Siamo chiari: fallito il tentativo di costituire una nuova Israele in Ucraina, per smembrare e smantellare la Russia e mettere le mani sulle sue immense risorse, causa la dura e obbligata – e finalmente – reazione, agli Usa, rimaneva la necessità di mettere le mani altrove, in conto proprio e contro altri paesi occidentali, cioè gli europei, per intenderci.

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lantidiplomatico

Venezuela, il diritto contro l'arroganza imperiale

di Geraldina Colotti

vfdoilglif.jpgC’era un’emozione palpabile, ieri, tra i banchi dell’Assemblea Nazionale venezuelana. Non era solo il peso delle vittime — oltre cento tra civili e militari falciati dai bombardamenti del 3 gennaio — ma la consapevolezza di abitare un inedito momento di rottura. L'attacco che ha colpito obiettivi civili e militari a Caracas, Miranda, Aragua e La Guaira, ha innescato una battaglia immediata sul piano semantico.

Mentre i media mainstream, come la BBC, hanno diramato direttive interne che proibiscono tassativamente l’uso del termine “sequestro” (imponendo eufemismi come "detenzione cautelare internazionale"), la realtà dei fatti parla di una violazione dei più elementari diritti diplomatici. Il sequestro di un Capo di Stato in carica e di una deputata della Repubblica è un crimine di lesa internazionalità che, come denunciato da Samuel Moncada all'ONU, cancella secoli di giurisprudenza sull'immunità sovrana.

Nelle ore seguite ai bombardamenti, Washington ha tentato la carta della guerra cognitiva. Sono state messe in circolo calunnie pilotate volte a insinuare un presunto "accordo di transizione" tra gli Stati Uniti e la vicepresidenta esecutiva, Delcy Rodríguez, cercando di seminare il sospetto tra le fila del chavismo e della FANB. La risposta istituzionale è stata una smentita nei fatti: il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) ha ratificato Rodríguez come Presidenta encargada, un titolo che, ai sensi degli articoli 233 e 234 della Costituzione Bolivariana, non indica un governo di transizione ad interim, ma la piena continuità dell'ordine costituzionale in caso di assenza forzata del titolare.

Non c’è vuoto di potere, né spazio per le ambizioni neocoloniali di María Corina Machado, la quale, in un’intervista su Fox News, è arrivata a invocare apertamente l’amministrazione esterna delle risorse energetiche venezuelane, palesando il volto fascista di un'opposizione che vede nelle bombe l'unico strumento di consenso.

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ilponte

Contro l’imperialismo da gangster rovesciamo il tavolo dell’alleanza e rilanciamo il multipolarismo

di Pier Giorgio Ardeni

Venezuela 2 2 esteso.jpgL’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, il rapimento del presidente Nicolas Maduro e della moglie sono atti di una gravità inaudita. Uno Stato sovrano violato impunemente, per sequestrarne il presidente e portarlo di fronte alla giustizia a difendersi dalle accuse di organizzare il narcotraffico, questa la motivazione ufficiale, con un’azione di puro gangsterismo. Con l’aggravante, come ha ammesso lo stesso Trump, di puntare in realtà a gestire le risorse petrolifere del paese e «guidarlo verso una transizione giudiziosa». Insomma, qualcosa che dovrebbe essere considerato inaccettabile: rapire il capo di Stato di un paese il cui regime è inviso per poi controllarlo e governarlo, come era già accaduto con l’Iraq di Saddam Hussein e la Libia di Muammar Gheddafi. Con la differenza che, in quei casi, si cercò, a giustificazione dell’intervento, quantomeno l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. No, in questo caso gli Stati Uniti hanno agito unilateralmente e sfrontatamente in un atto di guerra per il quale il presidente Trump non ha neppure richiesto l’autorizzazione del Congresso, come stabilito dalla legge. Il che pone gli Usa in cima alla lista di quegli Stati “canaglia” che essi stessi avevano stilato all’indomani dell’attacco alle torri gemelle nel 2001.

Di fronte a questo, si pongono due questioni. La prima è capire il perché di tale inusitata iniziativa. Quale minaccia poneva il Venezuela? Perché gli Usa sono intervenuti per decapitarne il potere e prendere la guida del paese (e ancora non è chiaro come)? La seconda è: come dobbiamo reagire? Quali prospettive politiche si aprono? L’aggressione al Venezuela ha squarciato un velo: il leone imperialista ha dato una zampata per uscire da quella che percepisce come un’agonia e vuole riprendersi il controllo del mondo sul quale la sua supremazia sembrava indiscussa. E il mondo non ha che da temere e deve pertanto reagire cercando il modo migliore per non cadere in una spirale di violenza e disordine senza fine.

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paroleecose2

L’amore ai tempi del petrolio. “Case morte” di Miguel Otero Silva

di Lorenzo Mari

maduro.jpgL’invasione statunitense del Venezuela di questi giorni, con la destituzione manu militari del governo in carica, ha riproposto con grande forza molte questioni, relative innanzitutto alla fragilità del diritto internazionale, all’ingerenza militare di alcuni Paesi su vaste aree del mondo – ridotte così alla funzione di “scacchiere geopolitico” – e, non da ultimo, la possibile esistenza di una “questione venezuelana”. Forza che tuttavia, nel caso venezuelano, non corrisponde affatto a chiarezza: è almeno dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, ovvero con l’ascesa del chavismo, che la situazione politica del Paese latinoamericano torna ciclicamente al centro dell’attenzione mediatica europea e statunitense senza per questo dar luogo, nella maggior parte dei casi, ai necessari approfondimenti. Prima del colpo di mano trumpiano, il copione si è ripetuto tale e quale nell’ultimo scorcio del 2025, con l’assedio delle navi militari statunitensi al largo delle coste del Paese, raddoppiato, a livello simbolico, dalla più o meno contemporanea attribuzione del Nobel per la Pace a María Corina Machado, leader dell’opposizione di destra al governo post-chavista di Nicolás Maduro.

Con ciò, non si intende di certo sintetizzare un’analisi assai complessa, né sminuire l’insieme di contraddizioni, anche gravi, rappresentato da un governo come quello di Maduro, che, ad esempio, ha inteso rilanciare l’esperimento politico partecipativo delle comunas e ha parimenti mantenuto agli arresti un numero imprecisato di persone – spesso, senza che fossero noti i capi di imputazione – tra i quali, da più di dodici mesi, il cooperante italiano Alberto Trentini (con aumentata apprensione, in questi giorni, a causa della destabilizzazione politica e militare in corso). Allo stesso tempo, altre accuse di Maduro sulla stampa liberale internazionale – come ad esempio l’accusa trumpiana all’intero Venezuela di essere una sorta di “narco-Stato”[1] – risultano allo stato attuale meno credibili, ma hanno nondimeno contribuito alla costruzione dello stereotipo di una nazione intera intrappolata in un ciclo apparentemente infinito di autoritarismo politico e di dipendenza economica, a ogni livello, dalle proprie risorse petrolifere[2].

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seminaredomande

2026 – Un anno di guerra?

di Francesco Cappello

Guerra e declino economico statunitense. La debacle della Moneta a debito e gli squilibri delle bilance commerciali conducono inevitabilmente alla guerra. Gli USA intendono frenare l’avanzamento della cooperazione commerciale cinese in Sudamerica e in generale l’avanzata dei BRICS in Sudamerica e in Medioriente. Gli USA mirano a utilizzare la forza militare e il protezionismo dei dazi per garantire la sopravvivenza del dollaro, costringendo il mondo a finanziare il debito americano con la ricchezza reale estratta dalle nuove colonie

Attacco aereo al Venezuela 1.jpgLe prime vittime dell’attacco al Venezuela

In passato il contrasto al narcotraffico in mare era stato gestito dalla Guardia Costiera come un’operazione di polizia (fermo, ispezione e arresto). Oggi, invece, l’amministrazione statunitense ha iniziato a utilizzare la forza letale diretta, bombardando e affondando imbarcazioni sospette in acque internazionali. L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha definito questi attacchi come “esecuzioni extragiudiziali” senza processo. Bombardare una nave sulla base di un semplice sospetto nega alle persone a bordo il diritto di essere processate. Sinora almeno 36 imbarcazioni sono state bombardate e affondate. Sono 115 i morti accertati.

 

Guerra e declino economico statunitense

Nella condizione di de-industrializzazione e de-dollarizzazione in cui si trovano gli Stati Uniti la gestione dei loro diversi tipi di debito risulta assai difficile. Gli Stati Uniti devono trovare compratori dei loro titoli di Stato. Soprattutto devono convincere i finanziatori del debito americano di essere ancora affidabili, ossia di avere le ricchezze necessarie a restituire i capitali prestati agli Stati Uniti con i relativi interessi. Poiché il vero sottostante del dollaro statunitense è sempre stato il suo sistema militare con 800 basi sparse per il mondo, ecco che gli Stati Uniti ricorrono come da tradizione alla rapina delle risorse altrui Manu militari (Venezuela ora e in prospettiva Nigeria e Iran così come Canada e Groenlandia per il controllo delle risorse dell’artico).

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Quando è troppo è troppo!

di Alberto Bradanini

Sanctions shutterstock 1848729172 resize.jpg1. Nel cosiddetto Regno del Bene il dissenso, proprietà assiologica qualificante del termine Democrazia, non è solo demonizzato, ma ormai criminalizzato. I detentori del potere – da non confondersi col governo, dei quali questo non è altro che un obbediente servitore, pronto a tutto in cambio di un po’ di palcoscenico, carriere e denari – assumono posture radicali contro chiunque si ostini a pensare con la sua testa, senza nemmeno un’eccedenza di apprensione davanti alla realtà fattuale e alla propria coscienza. Per costoro, le nervature strutturali della società non presentano alcuna crepa. Del resto, come dar loro torto se la maggioranza, nel sonno della ragione, si lascia consumare da TV e smartphone. Eppure, ciononostante, il potere resta inquieto: il silenzio dei più, dietro le quinte del palcoscenico, suscita qualche punta di nervosismo, poiché nessun potere potrà mai cancellare l’indomita tensione di ogni essere umano verso un mondo dove regnino pace, giustizia e libertà (non di forma, ma di sostanza).

Oggi, gli usurpatori di democrazia, tra cui occupano un posto d’onore le de-stituzioni europee, Commissione e entità affini, luoghi eterei affollati da privilegiati non-eletti – oltre 60.000 persone, con stipendi stellari, al servizio di corporazioni private, il cosiddetto mercato – decidono finanche chi debbano essere i nostri nemici, in occulta complicità con i governi, senza che cittadini e parlamenti dei paesi membri (almeno quelli) ne siano stati informati e consultati.

In questo drappo funebre, cotanti geni della lampada hanno un giorno decretato lo stato di guerra de facto contro un paese il cui esercito sarebbe schierato alle frontiere e, dopo quattro anni di energico avanzamento nel sud-est dell’Ucraina, sarebbe pronto, secondo tali vaneggiamenti, a sbaragliare la potenza di fuoco (persino atomico) di 32 paesi Nato armati fino ai denti. Nessun cenno, inoltre, alla ragione di tale ipotetica invasione da parte del paese più esteso al mondo, ma fa niente.

È di tutta evidenza che siamo di fronte a una favola per bambini in età prescolare.

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Venezuela, colpo di Stato dal cielo: dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Trump

di Mario Sommella

manifestazione attacco venezuela Usa a Pisa 3 gennaio 2026 2.jpgNella notte di Caracas: quando il “cortile di casa” prende fuoco

Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana si è illuminato di missili. Fuerte Tiuna, La Carlota, obiettivi strategici lungo la costa tra La Guaira e lo Stato di Miranda: una serie di esplosioni, sorvoli a bassa quota, blackout. Poco dopo, fonti statunitensi hanno fatto filtrare la notizia del rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, trasferiti all’estero come ostaggi di guerra.

Non è solo un raid “mirato”. È la combinazione, in un’unica notte, di bombardamento e decapitazione forzata della leadership politica: un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.

Donald Trump ha rivendicato politicamente l’operazione incastonandola dentro una nuova versione della dottrina Monroe, ribattezzata con sfacciato narcisismo “Dottrina Trump”: l’America Latina come cortile di casa da disciplinare, punire, ricolonizzare con sanzioni, blocchi, bombardamenti e sequestri di capi di Stato. Un mondo diviso tra chi comanda e chi deve solo subire.

 

Dalla Monroe alla “Dottrina Trump”: due secoli di ingerenze

La notte di Caracas non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una lunga storia in cui la dottrina Monroe – proclamata nel 1823 per ribadire che l’emisfero occidentale doveva restare sotto influenza statunitense – si è tradotta in colpi di Stato, invasioni, “esportazioni di democrazia” a colpi di baionetta.

Basta scorrere qualche tappa:

Guatemala 1954: l’Operazione PBSuccess della CIA rovescia il presidente democraticamente eletto Jacobo Árbenz, colpevole di voler riformare la proprietà agraria.

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mondocane

America Latina, la nuova Heartland

Elcondor pasa... e repasa

di Fulvio Grimaldi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__america_latina_la_nuova_heartland_el_condor_pasa_y_repasa/58662_64226/

video14.jpgNoi e l’America Latina…

Due parole per chiarire il titolo. Heartland, cuore della Terra, o terra-cuore, era per il mitivo geopolitico USA Zbigniew Brzezinski, nella configurazione della sua Grande Scacchiera, la regione del mondo di cui un impero doveva essere in possesso. per potere esercitare un dominio globale. Si trattava delle immense aree interne dell’Eurasia. Da qui il confronto epocale con l’URSS, divenuto Guerra Fredda.

Ciò che ci ha fatto intendere Donald Trump, con le sue recenti dichiarazioni sui propositi strategici degli USA, è uno spostamento drastico dell’attenzione e delle intenzioni, dall’Eurasia vagheggiata dal politologo di Jimmy Carter, alla più vicina e concreta America Latina. Ce ne siamo accorti, noi italiani? Non crediamo di avere buoni motivi per interessarcene?

Penso che per una volta noi italiani, abituati a denigrarci, a non considerare e neppure a ricordare chi si è speso per il nostro paese e con eccellenti risultati (Guerre e lotte di liberazione tra ‘800 e Resistenza partigiana), possiamo dirci abbastanza soddisfatti. Parlo della Palestina, di come siamo stati pronti e determinati a conoscerla, sostenerla, difenderla in tutti i creativi modi con cui ci siamo mobilitati in massa, traendone anche consapevolezza politica più vasta e profonda dell’ambito colonialista specifico. Bene, bravi, 7+.

Ma l’America Latina? A suo tempo un discreto movimento per Cuba, poi per il Venezuela molto di meno, qualcosina per il Nicaragua… In America Latina vivono oltre 1,5 milioni di italiani registrati all'AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero), con le comunità più numerose in Argentina (circa 870.000) e Brasile (oltre 470.000), secondo dati aggiornati a circa il 2021/2022, ma il numero totale di persone di origine italiana è molto più elevato, contando decine di milioni di persone (oriundi). In Venezuela gli italiani registrati sono 150mila, ma quelli che si dicono italiani sono almeno 1 milione. Erano cinque, ma sono venuti via in tanti dopo il cambio di paradigma imposto al paese dalla rivoluzione bolivariana di Chavez e Maduro che ha posto fine a una casta di privilegiati di cui imprenditori italiani erano protagonisti.

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sulatesta

Smascherare le complicità nel genocidio

di Paolo Ferrero

Schermata 2023 10 28 alle 15.00.25In questo numero della rivista pubblichiamo il Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967. La relatrice speciale, come sappiamo è Francesca Albanese.

Questo rapporto, di cui si è molto parlato, si intitola “Dall’economica dell’occupazione all’economia del genocidio” e illustra i modi e percorsi con cui molte aziende e colossi internazionali hanno aiutato Israele, in particolar modo dopo il 1967, nella guerra ai palestinesi e nella loro deportazione forzata dai territori in cui abitavano. Nel dossier si fanno i nomi di 48 corporation tra cui spicca l’italianissima Leonardo.

Sono produttori di armi, di macchine movimento terra, aziende tecnologiche, imprese edili e di costruzione, industrie estrattive e di servizi, banche, fondi pensione, assicurazioni, università e associazioni di beneficenza. Per sviluppare i loro affari danno il loro indispensabile sostegno al colonialismo israeliano e hanno permesso allo stato di Israele di violare i diritti umani e occupare terre palestinesi nel corso dei decenni, e oggi di compiere il genocidio del popolo palestinese a Gaza e di porre le condizioni per la pulizia etnica nella striscia come nel resto dei territori palestinesi.

Mentre scriviamo si è raggiunto un accordo sul cessate il fuoco a Gaza. Non è un accordo di pace ma certo un primo segno positivo. Si tratta di un risultato di cui siamo felici e che è stato possibile in primo luogo grazie alla resistenza del popolo palestinese che non ha ceduto a i ricatti e, pagando un prezzo umano indicibile, ha resistito nei suoi territori, determinando la modifica dell’orientamento dei paesi arabi e mussulmani. Parimenti le mobilitazioni dei popoli del mondo e segnatamente nei paesi occidentali hanno modificato l’orientamento delle opinioni pubbliche, in particolare quella degli strati giovanili e questo ha spinto i governi occidentali a modificare la loro posizione al fine di non pagare costi eccessivi sul piano del consenso.

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ilpungolorosso

Sudan, una rivoluzione popolare incompiuta schiacciata da una feroce controrivoluzione

di Il PungoloRosso

Picture1 1Da decenni in Sudan si muore a seguito di scontri militari tra fazioni e di sanguinose repressioni per opera dei vari regimi che si sono succeduti, tragedie per lo più relegate nei titoli di coda delle grandi testate dei paesi “civili e sviluppati”. Di recente c’è stato un soprassalto di interesse nei media, dopo la caduta di El Fasher (1), con la rituale denuncia delle sofferenze delle popolazioni. L’attenzione si è risvegliata per il rischio concreto di instabilità regionale, di un acuirsi della contesa, sia regionale che globale, che tocca gli interessi diretti delle grandi potenze imperialiste.

L’Italia ha responsabilità non secondarie per quanto sta accadendo in Sudan, anche se in questo momento non è un attore di primo piano, se non nelle sue ambizioni. Nell’aprile 2025, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione ha scritto un opuscolo dal significativo titolo: “Il Sudan nel Corno d’Africa: un’opportunità mancata. Ricalibrare il coinvolgimento dell’Italia nel conflitto e nella transizione del Sudan” (2).

Scrive “Nigrizia” il 17 ottobre scorso: “I missionari comboniani chiedono al governo italiano un intervento urgente per istituire corridoi umanitari protetti per i civili bloccati senza cibo nella città assediata in Darfur”.

Il governo italiano? Il governo Meloni? Quella Meloni che, nel 2023, ha promosso il “Processo di Roma”, una evoluzione del “Processo di Khartoum” dal medesimo contenuto neo-coloniale?

Nel novembre 2014, il governo italiano, allora presieduto dal PD di Renzi, organizzò a Roma la “Conferenza Ministeriale di lancio del cosiddetto Processo di Khartoum (EU-Horn of Africa Migration Route Initiative – HoAMRI) (3), un accordo multilaterale con gli stati del Corno d’Africa con l’obiettivo di “combattere l’immigrazione illegale”. Già allora il Sudan era uno snodo centrale dell’emigrazione dal Corno d’Africa e dall’Africa sub-sahariana. Per questo, nel 2016, nel semestre di presidenza italiana della UE, sempre Renzi firmò un accordo bilaterale con il Sudan, un Memorandum of Understanding (MoU), segreto, tra le forze di polizia dei due paesi, su polizia, criminalità organizzata e migrazione, con il chiaro obiettivo di esternalizzare il controllo delle frontiere e favorire i rimpatri accelerati.

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ilblogdim.consolo

In Honduras le urne sono piene di brogli

di Marco Consolo

HONDURAS CNE 1.jpgDopo 10 giorni dalle elezioni generali in Honduras (presidenziali, legislative e municipali) nel Paese regna l’incertezza e cresce la tensione. A oggi, ancora non si conosce il risultato finale di un voto pesantemente marcato da denunce di irregolarità e brogli, e da strane e molteplici interruzioni del sistema di trasmissione dei dati da parte del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE).

Mentre scrivo, il sito web del CNE ha ripreso a funzionare, dopo diversi giorni di oscuramento. Secondo gli ultimi dati “ufficiali” del CNE, in base all’97% dei verbali esaminati, al primo posto ci sarebbe Nasry Asfura, candidato del conservatore Partito Nazionale (e di Trump), con il 40,53% dei voti, seguito a ruota da Salvador Nasralla (presentatosi con il Partito Liberale), con il 39,16%, con poco più di 40.000 voti di differenza tra i due candidati conservatori.

Secondo i dati del CNE, Rixi Moncada, candidata del partito progressista LIBRE (Libertad y Refundaciòn), oggi al governo del Paese, sarebbe al terzo posto, con il 19,32%.

Il testa a testa “ufficiale” di queste ore è quindi tra i due candidati delle destre esponenti del bipartitismo tradizionale (Partido Nacional e Partido Liberal), che ha governato il Paese sin dalla sua nascita, con una alternanza tra i due partiti. Ma oltre a LIBRE, lo stesso Nasralla, ha denunciato “brogli”, affermando che il sistema era stato ‘manipolato’ e che “c’è ancora molta strada da fare prima che possiamo accettare i risultati”.

Il CNE ha tempo fino a 30 giorni dalla votazione per pubblicare i risultati ufficiali e c’è da scommettere che, come ha già fatto nel passato, allungherà il brodo il più possibile per prendere per stanchezza (e sotto Natale) i contendenti.

 

LIBRE non accetta i risultati, ma ammette la sconfitta

La scorsa domenica (una settimana dopo le elezioni), Rixi Moncada ha dichiarato che LIBRE non avrebbe accettato il risultato elettorale, sia per le innumerevoli irregolarità riscontrate, sia per la sfacciata “ingerenza e coercizione” del Presidente statunitense Trump.

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mondocane

Alla ricerca della Bastiglia --- Occidente da carcerare

di Fulvio Grimaldi

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__alla_ricerca_della_bastiglia_occidente_da_carcerare/58662_64105/#google_vignette

sbarre.jpegCosa ha detto dell’Europa lo squinternato capo dell’Impero. Sembrava Gino Bartali, che non dava scampo a correzioni: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Finita la nostra civiltà (anche per merito suo), finita la libertà, tutti censurati, una specie di Titanic alla vista dell’iceberg. E ha ragione, tutte le ragioni. La cosa grottesca, drammatica è che una condanna così, senza attenuanti, ci venga, mica da Putin, ma da uno come lui: Il diavolo che da del cornuto a Mefistofele.

Osvald Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”. Libro epocale del 1923, opera in due volumi di filosofia della storia che mia madre mi diede da leggere quando avevo 10 anni. Era l’aprile del 1945, la guerra era persa e Churchill stava radendo al suolo una città d’arte dopo l’altra, senza più ombra di soldati. Colonia, Francoforte, Dresda, Lipsia, Monaco…Il Medioevo, il Rinascimento, il Barocco, il Guglielmino. Gli eventi davano senso al libro. Per il filosofo tedesco le civiltà, analogamente all'organismo umano, possiedono le quattro fasi di età: infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia. Per lui, analista più che visionario, l’ultima era quella che stavamo attraversando noi. Et pour cause, come stiamo percependo con la chiarezza di un cristallo lucidato.

Intendendo per Occidente quello che intendiamo, cioè Stati Uniti al piano di sopra, Israele, nell’appartamento sullo stesso pianerottolo (occupato abusivamente), Europa nella dependance, con l’incarico di tener fuori dai cancelli i propri popoli. Il tutto dotato di un tasso di criminalità senza pari nella storia della specie. L’unica a esserne provvista.

 

Ammiragli neologisti

L’idiotismo militarista ha assunto una frenesia psicotica che non conosce né limiti, né raziocinio. L’Ammiraglio ne ha dato prova. Ci ha dato l’impressione di assistere a una telenovela sudamericana, ornato da baffoni alla Umberto, appesantito sul lato sinistro, destro di chi guarda, da mezzo chilo di medaglie conquistate nelle eroiche e defatiganti battaglie in difesa della patria aggredita, invasa, occupata.

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mondocane

America Latina, il ritorno del condor

di Fulvio Grimaldi

https://www.youtube.com/watch?v=WoxOFLfrTcY&feature=youtu.be

https://youtu.be/WoxOFLfrTcY

operazione condor.pngAnni ’70, non solo Pinochet

Chi era in giro negli anni 70, e credo che siamo in parecchi visto l’invecchiamento della popolazione, si illuminerà al ricordo degli Inti Illimani e gli verrà da canticchiare una canzone che parlò al mondo di Ande, di dittatura e di resistenza. Una resistenza che non fece vincere i cileni, almeno non allora, ma che animò e diede scopo a quella di mezzo mondo. La parte nostra di quella resistenza quelli che se ne videro messi in discussione la chiamarono, per esorcizzarla, “anni di piombo”.

Noi invece avevamo capito, anche grazie agli Inti Illimani e all’altro grande cantore di quella rivoluzione, Victor Jara, che il Cile, dopo la Cuba del Che e di Fidel, aveva fatto della lontana - tenuta lontana apposta dalla cosca politico-mediatica - America Latina, terra anche nostra, un cuore e una volontà unica: El pueblo unido jamas serà vencido! Un canto, un grido che ha superato tutte le sconfitte, accompagnato le rivincite, resistito nell’oscurità. Un grido che si oppose agli artigli e al gracidare del “Condor”, operazione kissingeriana che l’ebbe vinta, ma per poco, fino a quando non fu del tutto spennata dal Venezuela di Chavez.

Il Cile, Cuba, ma anche il Portogallo dei colonelli rivoluzionari (i militari non sono necessariamente tutti dei Cavo Dragoni), ci indicarono chi erano i nuovi nemici dell’umanità, quelli che, rimesso in riserva il fascismo, ci stavano di nuovo addosso con i suoi succedanei. Nemici d’oltremare, imbellettati da liberatori, che avevano sostituito i vecchi colonialisti, spompati e debellati dalle rivoluzioni africane e asiatiche. Da noi si erano dati da fare per coltivare nuove classi dirigenti che ci tenessero in riga.

Gli anni della resistenza al Condor di Kissinger, che impiantava ovunque nel subcontinente degli orridi Jack Squartatori in divisa, erano anche quelli del riverbero europeo e noi di Lotta Continua ci demmo da fare per esserci, farlo sapere, provare anche di dare una mano. Aprimmo una sede a Lisbona, quando vi fiorivano i garofani che avrebbero strozzato il tiranno Salazar. Andammo in Cile dove, ucciso Allende, a socialisti e comunisti disorientati diede nerbo il MIR, Movimiento de la Isquierda Revolucionaria, che provò a tenere.

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lantidiplomatico

Dal cartello Zeta alla Generazione Zeta. Angeli e demoni nel Messico

di Fulvio Grimaldi

https://www.youtube.com/watch?v=OuhiaHuPBsE  (si combina bene con la lettura)

https://youtu.be/n1S-1XCrSnM  (qui s’impara anche lo spagnolo)

aeongorubDi Zeta in Zeta

Ma guarda un po’, Zeta è l’etichetta di quanto viene fatto passare per nuova “generazione” e che, inalberando il vessillo dei pirati, sta provando a buttare per aria un po’ di governi.  Essenzialmente quelli che agli USA e rispettivi stipiti stanno sul piloro, tipo Serbia e, soprattutto, da 200 anni, il Messico. Ma Z è anche il logo dell’ omonimo narcocartello messicano. Un cartello che, prima dell’avvento dei presidenti Obrador e Sheinbaum, era, assieme a quello dei Sinaloa, il più feroce e sanguinario e il più vicino agli interessi dei predecessori dei presidenti arrivati nell’ultimo decennio. Vedi un po’, le coincidenze…

Ho studiato e ammirato il Messico dalle sue prime rivoluzioni, Benito Juarez, Emiliano Zapata, Pancho Villa. Poi l’ho incontrato, amato, compianto, negli anni neri dei presidenti commissariati dagli USA e dai narcocartelli, quando dal Chiapas è partito un movimento che le nostre sinistre incantava con passamontagna, fucili e cartucciere e storie e vesti colorate. Un movimento di sacrosanta rivendicazione dei Maya, persi nelle foreste del Chiapas, ma che, alla resa dei conti storici, ha sostanzialmente impedito che si unificasse quella sinistra nazionale che pur scorreva impetuosamente nelle vene del paese. La sinistra rivoluzionaria di Benito Juarez, nel tardo ‘800 primo indigeno presidente in America Latina, e di Emiliano Zapata, autore della prima rivoluzione del ‘900 nel mondo. Quanti, ancora oggi, portano in suo onore quel nome, compreso mio figlio! Rivoluzioni alle quali  tanto sangue è stato fatto versare da farci annegare, alla fine, chi ha provato a divorarle.

Ora c’è chi di quella sconfitta si risente e prova a riavvolgere il nastro. Dopo un secolo di Messico tristemente (“Messico e nuvole…”) subalterno agli USA, spietatamente repressivo e convivente/connivente con i narcocartelli, in questi dieci anni due mandati consecutivi di presidenze socialiste (alla messicana) e antimperialiste, rompono l’odine delle cose, sono intollerabili.