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contropiano2

Usa-Israele contro Iran, ma è il Dragone cinese il convitato di pietra

Stefania Valbonesi*  intervista Joseph Halevi

usa iran dragone cinese.jpegIl conflitto USA-Iran ha innescato un nuovo incendio in un’area del mondo segnata da conflitti sanguinosi, storici e senza fine. Un incendio che sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, aver preso la via dell’accordo, con la sottoscrizione del memorandum d’intesa.

Avventura senza senso per molti, dimostrazione di forza da parte degli Stati Uniti per altri, in generale qualcosa di poco comprensibile e molto poco vantaggioso per gli stessi USA per la maggioranza dei cittadini globali, in particolare per gli europei, che ne hanno subito le ricadute economiche, soprattutto in termini di energia.

Ma la questione è molto complessa, molto più di quanto appaia, come spiega lo storico ed economista Joseph Halevi.

* * * *

Guerra all’Iran degli USA. A chi giova?

“Chi ha premuto per la guerra è, secondo me, evidente, ovvero il governo israeliano, che è riuscito a convincere Trump che il momento giusto per abbattere il governo iraniano e cambiare il regime politico del paese fosse arrivato, contrariamente all’avviso dei maggiori esperti dentro le forze armate statunitensi.

Sono anni che gli USA fanno simulazioni e prove di guerra, ma i risultati di questi giochi, sono stati sempre negativi per gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Perciò, quando questa ipotesi veniva sollevata durante le presidenze di Obama, Biden ma anche Bush figlio, essi avevano sempre respinto l’idea, non perché non volessero fare la guerra all’Iran, ma perché non c’era il contesto militare adeguato.

Israele è riuscito a convincere il governo Trump che l’Iran era profondamente indebolito, che ampie rivolte erano in corso.

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analisidifesa

Per le “due NATO” i russi sono una minaccia ma non si preparano ad attaccarci

di Gianandrea Gaiani

20260708 summit bilat us 0005 16x9La NATO è uscita così rafforzata dal vertice di Ankara che sembra essere addirittura raddoppiata, O forse solo duplicata: in ogni caso sembrano essercene due.

Quella più evidente che ottiene maggiore eco politico e visibilità sui media è quella che sostiene che i russi ci attaccheranno presto, invaderanno l’Europa prima del 2030, o forse solo una parte di essa nel 2028 a sentire il segretario generale della NATO Mark Rutte e una lunga lista di premier, ministri e generali per lo più nordici, baltici e britannici.

Poi c’è l’altra NATO, quella dei militari, che poi è la stessa che con la precedente Amministrazione Biden consigliava prudenza nel provocare la Russia fornendo armi a lungo raggio all’Ucraina, e che nega vi siano segnali di un possibile attacco russo o che Mosca si stia preparando a farlo.

La dichiarazione finale del summit di Ankara ribadisce che “per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno rispettando l’impegno di difesa assunto all’Aia. Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza”.

La NATO continua ad avere bisogno di un nemico, ovviamente la Russia, che minaccerebbe di attaccarci entro pochi anni per giustificare così massicci, costosi e insostenibili piani di riarmo in Europa.

Peccato che il generale statunitense Alexus Grynkevich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, abbia negato che vi sano indizi che indichino la volontà russa do attaccare l’Europa. La Russia “non cerca un conflitto. Ho seguito molto attentamente le informazioni di intelligence. La Russia non cerca un conflitto. Capisce il concetto di ‘alleanza difensiva’ e comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici” ha detto il generale al Financial Times.

Questa differenza di vedute è stata oggetto di un dibattito politico anche in Itala che ha indotto il portavoce del generale Grynkevich a precisare che “la Russia resta una minaccia per l’Europa”.

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clarissa

Guerrafondai Illusionisti

di Gaetano Colonna

chebrutto e1783350496803Proporre all’umanità obiettivi fumosi è sempre stata una maniera per creare illusioni a beneficio solo delle forze che hanno invece chiarissimi obiettivi di potere e ben definite strategie da perseguire: basti pensare a quello che avvenne in Europa dopo la Prima Guerra mondiale, “la guerra che doveva porre fine alle guerre”, con i Quattordici Punti del presidente Usa, Woodrow Wilson.

La nostra epoca, invece di illusioni, richiede un livello sempre più elevato di coscienza. Dobbiamo quindi attivare la massima possibile consapevolezza in tutto quello che ascoltiamo, vediamo, leggiamo, dato che tutto questo influisce sui nostri pensieri, sui nostri proponimenti e sulle nostre azioni.

Una delle grandi menzognere illusioni propinate ai popoli, sta proprio nei programmi delle Nazioni Unite. Come tutti sanno, esse sono nate alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1945), esattamente come la Società delle Nazioni alla fine della Prima, nell’intento proclamato di creare una struttura sovra-nazionale capace di risolvere i contenziosi nelle relazioni tra gli Stati con metodi il più possibile lontani dalla guerra.

 

Fallimento dell’ONU

Il bilancio oggi dell’azione dell’ONU da questo punto di vista, cioè proprio dal punto di vista della pace nel mondo, è ampiamente fallimentare. Noi abbiamo infatti assistito da decenni a quelle che qualche studioso ha definito «guerre in serie»: il caso del Medio Oriente, di cui mi sono occupato[1], è un caso tipico. A partire dalla guerra arabo-israeliana del 1948, siamo arrivati a qualcosa come la quinta o la sesta guerra in serie: senza che mai le Nazioni Unite abbiano raggiunto in quell’area l’obiettivo che oggi viene proposto dall’Agenda 2030: vale a dire pace, giustizia, stabilità delle istituzioni.

Ma c’è un fallimento nel fallimento, perché dal 1994, cioè precisamente dal 28 febbraio di quell’anno, l’ONU di fatto ha ceduto alla Nato, cioè a dire all’organizzazione militare internazionale del Trattato dell’Atlantico del Nord, il ruolo di “risolvere” i conflitti: in questo caso, si noti, con un intervento militare nel nostro continente.

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La trappola di Gaza e il disperato tentativo di Israele di non perdere la Casa Bianca

di Redazione

nkcsurbjgSecondo un'analisi di David Hearst su Middle East Eye non c'è furia peggiore di quella di un Israele disprezzato.

Non esiste risentimento più cieco e rabbioso di quello che Israele riserva ai partner geopolitici che osano contraddirlo. L'ultimo cortocircuito ne è la prova plastica: nel giro di poche settimane – un battito di ciglia nella cronologia macroscopica del conflitto mediorientale – il presidente degli stati uniti Donald Trump è passato dall'essere un'icona intoccabile, così popolare a Tel Aviv da potersi vantare di essere eletto primo ministro, a una figura speculare e opposta. Oggi, per ampi settori dell'opinione pubblica e della politica israeliana, Trump è un uomo isolato, detestato, quasi un moderno amalek biblico da cancellare dalla memoria.

I commentatori filogovernativi non hanno risparmiato critiche.

Per darvi solo un assaggio dell'astio rivolto personalmente a Trump, Yinon Magal, conduttore di un programma in prima serata sul canale 14, ha definito il presidente degli stati uniti "un perdente" e ha etichettato suo genero Jared Kushner e Steve Witkoff come "piccoli ebrei".

Yaakov Bardugo, commentatore politico israeliano, ha affermato che Trump e il suo vicepresidente, JD Vance, stavano diventando i moderni Chamberlain, il primo ministro britannico associato alla politica di appeasement nei confronti di Hitler nel 1938.

Amit Segal, analista politico capo di Channel 12 e di Israel Hayom – testata di proprietà della miliardaria Miriam Adelson –, ha affermato che Trump si è arreso completamente permettendo all'iran di arricchire l'uranio.

Shimon Riklin, conduttore del canale televisivo israeliano di destra canale 14, ha pubblicato su x un articolo in cui affermava che gli stati uniti erano più deboli che mai e che nessuno avrebbe voluto esserne alleato.

Questi commentatori sono vicini al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Alcuni sono considerati i suoi portavoce. E insieme hanno eseguito una manovra di frenata improvvisa da manuale.

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mondocane

Da Gaza al Corno e a Suez, la geopolitica dell’infanticidio --- Egitto, l'ottava piaga

di Fulvio Grimaldi

morijgioboèpInfanticidi come strategia di espansione coloniale

A gettare lo sguardo sulla regione che dal Nordafrica arriva al confine afghano e che gli inglesi chiamarono Vicino Oriente e noi Medio, è difficile staccarsi da punti focali come l’aggressione israeloamericana (più israelo che americana) all’Iran e ai fronti correlati di Libano, Palestina, Yemen (gli Houthi), Iraq (le Unità di Mobilitazione Popolare), la Somalia (dove ogni due per tre Trump bombarda la resistenza islamica al regime fantoccio USA). E anche solo eticamente durissimo non soffermarsi su quanto lo Stato terrorista va compiendo di inenarrabile, a laido titolo di autodifesa, su Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano, occasionalmente Yemen

Abbiamo fatto fatica, consapevoli di orrori storici che pensavamo insuperati e insuperabili, a staccare lo sguardo da quanto le recenti inchieste dell’ONU, quella di Save the Children, quella giornalistica olandese, hanno esaminato e documentato in ogni dettaglio sulla strategia impiegata dai vertici israeliani per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese: la programmata carneficina dei bambini di Gaza. A fine giugno 21.000 uccisi, 45.000 feriti e mutilati. Prove, documenti clinici, autopsie, referti, foto, diagnosi: la dimostrazione dell’inconcepibile: un esercito di cecchini addestrati e comandati a colpire in testa, o agli organi vitali, i bambini.

Una pratica che nelle ultime settimane si è estesa alla Cisgiordania. Lo denuncia in un rapporto l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, precisando che tra ottobre 2023 e giugno 2026 sono stati uccisi più bambini che in tutto il periodo dal 1967.

Sono i militari di quello che viene raccontato al mondo come “l’esercito più morale del mondo”.

Non avrebbe dovuto sorprendermi. A Gaza, guerra del 2009 intitolata “Piombo Fuso”, filmai bambini che mi mostravano foto dei loro amici e fratelli morti, colpiti in mezzo alla fronte o al cuore.

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transform

L’America Latina svolta a destra con la doppia fedeltà alla Dottrina Donroe e alla Via della Seta

di Alessandro Scassellati

Uncle Sam Straddles the Americas Cartoon.jpgL’attuale spostamento politico a destra è un fenomeno globale. Le istituzioni statali e le forze politiche di centro e centro-sinistra tradizionali sono sotto pressione in tutto il mondo, semplicemente perché non sono riuscite a fornire le soluzioni richieste dagli elettori. Non c’è da stupirsi, quindi, che i populisti di destra stiano cercando di sfruttare la diffusa insoddisfazione degli elettori nei confronti dei partiti tradizionali per i propri scopi. In America Latina, populisti di estrema destra di diversi tipi sono in rapida ascesa, dopo aver sconfitto i candidati di sinistra in diverse elezioni presidenziali. Perché riscuotono tanto successo? Sono destinati a consolidare il loro potere? Quanto pesano i rapporti con USA e Cina?

* * * *

L’America Latina attraversa una fase di profonda riconfigurazione dei propri equilibri politici e geopolitici, caratterizzata da un netto, pervasivo e strutturale spostamento verso destra. Candidati di destra e centro-destra hanno vinto dodici delle ultime sedici elezioni presidenziali (sette consecutive dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025), capitalizzando sulla stanchezza e debolezza della sinistra e sull’insicurezza diffusa, e guardando spesso con esplicita ammirazione all’approccio autoritario di Donald Trump. Una dinamica che, secondo il settimanale The Economist, “crea opportunità”, anche perché ha definitivamente ridimensionato l’influenza della cosiddetta “marea rosa” (pink tide), ovvero la lunga stagione di governi progressisti, socialdemocratici e nazional-popolari che aveva dominato lo scenario continentale nei primi due decenni degli anni Duemila, dopo che molti Paesi della regione avevano subito una repressione massiccia sotto dittature militari di destra tra gli anni ’60 e ’80. Le recenti elezioni hanno impresso un’accelerazione straordinaria a questa metamorfosi. In Perù, il tesissimo ballottaggio del 7 giugno si è concluso con l’affermazione di Keiko Fujimori; in Colombia, l’elezione di Abelardo De la Espriella ha sancito la fine dell’esperienza di Gustavo Petro.

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analisidifesa

Vertice NATO ad Ankara: USA e Ucraina vogliono spennare i polli europei

di Gianandrea Gaiani

HLGzcYtWQAAAcWS.jpgChi se lo sarebbe mai aspettato? A pochi giorni dal vertice NATO di Ankara gli Stati Uniti strigliano per l’ennesima volta in pochi giorni gli “alleati” europei che non spendono ancora abbastanza per la difesa. E, va da sé, soprattutto non spendono abbastanza per comprare prodotti militari “made in USA”.

Lo ha spiegato bene ieri l’ambasciatore statunitense presso l’Alleanza Atlantica, Matthew Whitaker, che nel corso di un briefing con la stampa ha stilato la “pagella” degli alleati.

Polonia, scandinavi, baltici e Germania meritano un “10 e lode”, non solo perché alcuni di loro hanno già raggiunto il 5% del Pil nella spesa militare ma soprattutto perché stanno facendo incetta di armamenti americani.

Altri alleati raggiungono la “sufficienza”, più che altro sulla fiducia perché hanno presentato “piani credibili” di riarmo a breve termine ma molti altri partner NATO europei sono in procinto di venire bocciati o quanto meno rimandati a settembre.

“Troppi alleati sono in ritardo”, ha ammonito Whitaker, aggiungendo che “Trump si aspetta aumenti in tempi brevi” e che i principali partner dovranno farsi carico di un ruolo trainante nei confronti dei più restii a lanciarsi nella corsa al riarmo. A ben guardare la più demenziale della Storia, da attuarsi in piena crisi energetica ed economica e con l’obiettivo ormai palese di sostenere l’economia e l’industria statunitense anche a costo di sacrificare la nostra.

Whitaker non ha dimenticato di ricordare i dissidi sulla guerra in Iran e le restrizioni poste da alcuni alleati all’uso delle basi USA in Europa. “Terremo sempre in considerazione questi aspetti per decidere dove dislocare le nostre truppe”, ha precisato l’ambasciatore, annunciando colloqui con gli alleati su “accesso, dislocazione delle basi e sorvolo”, dossier da definire in confronti bilaterali, con il Pentagono e il Comando Usa in Europa (Eucom) chiamati a condurre la revisione militare complessiva della presenza americana in Europa.

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lafionda

La guerra fredda culturale

di Piero Bevilacqua

i id14668 mw1000 1x.jpgChiunque abbia seguito, con non superficiale attenzione, le vicende che hanno fatto epoca nel secondo Novecento, vale a dire la trasformazione dell’Europa nell’Occidente euroamericano, non può non guardare all’imponente volume La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo, prefazione di G. Fasanella, traduzione di S. Calzavarini (Fazi, 2026, pp. 617, € 22), grandiosa impresa storiografica della giornalista britannica Frances Stonor Saunders, come al libro più tacitamente atteso per fare nuova luce su quella vicenda. Per completare il quadro generale dei processi e delle vicende che hanno cambiato la natura culturale, politica e psicologica del nostro continente.

Tale dichiarazione sarà meglio compresa dal lettore se si ricorda che la storia degli Stati Uniti nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale ha ricevuto, in questo primo scorcio di millennio, due poderosi e clamorosi disvelamenti: la vasta ricerca di William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti (il cui titolo originale è Killing Hope. U.S. Military and CIA Interventions), Fazi, 2003, un testo di ben 886 pagine; e la ricerca di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Einaudi, 2021.

Si tratta di due ricerche – che fanno onore al giornalismo americano e che a tutti gli effetti vanno qualificate come opere storiche – le quali, insieme ad altri saggi meno noti che qui non è possibile ricordare, hanno aperto la via alla comprensione della storia profonda degli USA negli ultimi ottant’anni. Perché questo Paese, forse caso unico nella storia contemporanea, possiede un doppio Stato e quindi una doppia storia: lo Stato delle relazioni ufficiali, lo Stato liberal-democratico, quello che si mostra al mondo, all’apparenza rispettoso (almeno fino a qualche anno fa) del diritto internazionale, e al tempo stesso lo Stato segreto, quello che organizza colpi di Stato in altri paesi, pianifica assassini di politici non graditi, tiranneggia le economie di chi non si piega al Washington Consensus, muove guerre arbitrarie contro chi, per interessi economici e geopolitici, viene classificato come nemico.

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intelligence for the people

La mobilitazione europea contro la Russia e i fantasmi del passato

di Roberto Iannuzzi

https substack post media.s3.amazonaws.com public images 40c5776f e809 4a91 9b25 379b5f5bd46a 1027x647.jpegIl conflitto è ormai uno scontro militare diretto tra Mosca e i paesi membri della NATO. Dal punto di vista russo, la storia si ripete a 85 anni dall’inizio dell’Operazione Barbarossa

Il 22 giugno di ottantacinque anni fa (1941), la Germania nazista lanciò contro l’Unione Sovietica la più grande invasione militare della storia mobilitando milioni di soldati e migliaia di aerei, carri armati e veicoli motorizzati.

Denominata “Operazione Barbarossa”, l’invasione avrebbe aperto il rovinoso fronte orientale della seconda guerra mondiale.

La distruzione di intere città, lo sfollamento e la morte di decine di milioni di persone, e le immense sofferenze umane prodotte da una simile catastrofe, avrebbero rappresentato un monito per l’intera umanità negli anni a venire.

Nella sua opera “The Wages of Destruction”, lo storico Adam Tooze evidenzia la logica economica alla base dell’operazione nazista. Per sfidare lo strapotere economico degli Stati Uniti e dell’impero britannico, Hitler aveva bisogno delle enormi risorse naturali dell’Europa orientale e del Caucaso.

Secondo Tooze, l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica può essere meglio compresa come l’ultima grande conquista territoriale nella lunga e sanguinosa storia del colonialismo europeo:

Lo sterminio della popolazione ebraica fu il primo passo verso l’eliminazione dello stato bolscevico. A ciò seguì una gigantesca campagna di bonifica e colonizzazione. Questa non comportò solo l’eliminazione della popolazione ebraica, ma anche lo “sgombero” della stragrande maggioranza della popolazione slava e l’insediamento di coloni tedeschi su milioni di ettari di Lebensraum orientale.

Ricordando questo tragico periodo della storia del suo paese, il giornalista e storico russo Evgeny Norin ha scritto nei giorni scorsi che il 22 giugno del 1941 avrebbe segnato l’inizio del disastro per l’URSS e per la Russia:

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lafionda

L’Italia come retrovia della guerra americana

di Giuseppe Gagliano

1782313711 AP24081475050562.jpgLa sovranità dichiarata e la sovranità operativa

Le dichiarazioni di Mark Rutte sui 500 aerei statunitensi decollati da basi americane in Italia per sostenere l’operazione contro l’Iran hanno un peso politico superiore al dato militare in sé. Non rivelano soltanto l’ampiezza del contributo logistico europeo alle operazioni americane in Medio Oriente. Mettono a nudo una contraddizione strutturale della politica estera italiana: il Paese continua a proclamarsi sovrano, ma una parte essenziale della sua funzione strategica è ormai integrata nella macchina militare statunitense e atlantica.

Il punto non è stabilire se l’Italia abbia bombardato direttamente l’Iran. Il punto è capire se, senza le infrastrutture italiane, senza le basi, senza gli aeroporti, senza i corridoi logistici, senza la rete di rifornimento, sorveglianza, ricognizione e supporto, l’operazione americana avrebbe avuto la stessa profondità. La risposta è evidente: no. L’Italia non è stata necessariamente un attore combattente in prima linea, ma è stata una piattaforma essenziale della proiezione di potenza americana.

Qui nasce il nodo politico. Il governo italiano può sostenere formalmente che l’utilizzo delle basi sia avvenuto nel quadro degli accordi esistenti e che Roma non abbia autorizzato operazioni offensive dirette. Ma la distinzione tra operazione cinetica e supporto logistico, in una guerra moderna, è sempre meno convincente. La guerra contemporanea non comincia soltanto quando cade una bomba. Comincia quando decolla un aereo cisterna, quando parte un velivolo da ricognizione, quando si apre un corridoio aereo, quando una base diventa snodo di carburante, manutenzione, intelligence e comando.

 

Il problema politico per Giorgia Meloni

Per Giorgia Meloni la questione è delicatissima. Da un lato, la presidente del Consiglio ha costruito una parte della sua legittimazione internazionale sulla fedeltà atlantica, sul rapporto privilegiato con Washington e sulla disponibilità a presentare l’Italia come alleato affidabile.

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Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo

di Redazione

Lavrov nuova 720x300.jpgIl livello del degrado professionale e culturale è dimostrato anche da episodi in fondo minimi.

E’ accaduto che la redazione europea della testata Politico – di proprietà dell’editore conservatore tedesco Axel Springer, che controlla anche la Bild, Die Welt e il polacco Fakt, nonché i siti americani Business Insider – abbia chiesto e ottenuto da Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, un articolo che chiarisse la posizione di Mosca riguardo alla guerra in Ucraina ed eventuali trattative di pace.

In questi casi, giornalisticamente parlando, si deve dare per scontato che la posizione del “nemico” non coincida con la propria (o dell’editore), ma che sia utile per far comprendere al lettore la complessità di un conflitto che rischia materialmente di stravolgere a breve tutta Europa.

Solo un vile, sul piano intellettuale, o uno stupido può pensare poi di nascondere in un cassetto il testo che ovviamente non può piacergli. Non è infatti un’intervista a uno studente qualsiasi, che non ha strumenti per far sapere quel che pensa e di “rivelare” l’idiozia fatta cestinando il testo. E’ inevitabile infatti che il lettore che troverà quel testo sia costretto a pensare che sei tu – “campione del mondo libero e dell’informazione corretta” – ad aver qualcosa da nascondere.

Eppure questo “malogiornalismo” o, peggio ancora, questo arruolamento del giornalismo nella propaganda di guerra, non è la prima volta che accade nei confronti del ministro degli Esteri russo. A novembre del 2025 la stessa opera di “cestinatura” la fece il Corriere della Sera. Ne abbiamo parlato, già all’epoca, sul nostro giornale.

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NATO e UE continuano a raccontare la favola della vittoria ucraina

di Gianandrea Gaiani

1466995.jpgI russi avanzano ma nessuno lo dice. Alcune delle ultime roccaforti ucraine nel Donbass stanno cadendo mostrando i limiti di una strategia incentrata sulla difesa di ogni metro di territorio basata sul trasformare ogni cittadina in una roccaforte (già cara alla Wehrmacht sul Fronte Orientale) che porta a guadagnare tempo al prezzo dell’annientamento dei reparti.

Eppure, politica e media in Europa raccontano l’opposto. “La situazione sta cambiando per l’Ucraina. Stiamo vedendo che sta tenendo duro e sta persino recuperando terreno, almeno in parte” ha detto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen incontrando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e impegnata a mostrare una compattezza del fronte occidentale che sta invece evaporando.

Sulla stessa linea il cancelliere Frederich Merz, alla testa delle nazioni UE baltiche e scandinave in prima linea nel sostenere il confronto con la Russia e impegnato a quanto sembra a scongiurare (o rimandare) ogni ipotesi di dialogo tra Bruxelles e Mosca.

Secondo Merz, la Ue dovrebbe concentrarsi sul raggiungimento di una posizione comune che guidi i futuri negoziati di pace con la Russia, piuttosto che su chi debba parlare al momento opportuno. Il cancelliere ha sottolineato anche l’importanza del formato E3 (Germania, Francia e Regno Unito) per il coordinamento degli sforzi europei, che, ha affermato, è stato un “esplicito desiderio dell’Ucraina”.

Un formato criticato apertamente dalla Polonia, in piena crisi politica e diplomatica con Kiev. Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha criticato il ruolo che si è ritagliato l’E3 nei colloqui sulla guerra in Ucraina.

“Tra il Mar Nero, il Mar Baltico e l’Adriatico vivono 120 milioni di persone nell’UE; se si aggiunge la Scandinavia, si arriva a 150 milioni di persone che sono minacciate dall’aggressione russa in modo molto più diretto rispetto alla Germania”, ha affermato alla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung.

“Noi siamo vicini sia della Russia che dell’Ucraina, voi in Germania no“, ha continuato proponendo di “seguire la via delle istituzioni previste dai trattati dell’Ue, come il presidente del Consiglio europeo”. Oppure si dovrebbe lavorare a una “coalizione dei volenterosi” che rappresenti il continente nei negoziati.

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lafionda

Quando una tregua diventa una resa dei conti strategica

di Giuseppe Gagliano

5214 1600 0 23d688e682.jpegIl memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, annunciato come passaggio verso la cessazione della guerra, non può essere letto come un normale documento diplomatico. Se i contenuti attribuiti all’intesa saranno confermati, siamo davanti a un testo che non si limita a fermare le armi, ma ridefinisce il modo in cui Washington e Teheran intendono misurare la propria forza nel Golfo Persico, nel Levante e nell’intero Medio Oriente.

La formula scelta da Teheran è significativa: fine immediata e definitiva della guerra, compresi i fronti regionali, Libano incluso. Questo significa che l’accordo non riguarda soltanto il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran, ma anche la rete di crisi che da anni collega il Golfo, il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso, l’Iraq, la Siria, lo Yemen e il Libano. In altre parole, il memorandum pretende di intervenire non su un singolo incendio, ma sull’intero sistema di combustione mediorientale.

Il punto è politico prima ancora che militare. Gli Stati Uniti hanno bisogno di chiudere una crisi che rischiava di trasformarsi in un conflitto regionale ingestibile, con effetti immediati sull’energia, sui mercati e sulla sicurezza dei propri alleati. L’Iran, al contrario, ha bisogno di dimostrare che la strategia della resistenza, della pressione indiretta e della tenuta nazionale ha prodotto risultati concreti. Per questo l’accordo nasce già dentro una doppia narrazione: per Washington è il ritorno della diplomazia; per Teheran è la conferma che l’avversario è stato costretto a trattare.

 

Il Golfo come teatro della nuova diplomazia coercitiva

Il Golfo Persico non è mai soltanto una regione. È una leva dell’economia mondiale. Attraverso Hormuz passano energia, sicurezza marittima, assicurazioni, finanza, commercio asiatico, equilibrio europeo e stabilità dei prezzi. Quando lo Stretto viene minacciato o chiuso, anche solo parzialmente, non si muovono soltanto le marine militari. Si muovono i mercati, le banche, le compagnie petrolifere, gli armatori, i governi importatori e gli apparati di sicurezza.

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La grande divergenza: strategie e destini dell’IA tra Cina, USA e UE

di Alessandro Scassellati

53b0aa4bb6466bc02a9a539549184945.jpgIl panorama globale dell’IA nel 2026 è segnato da una frattura filosofica e industriale ormai insanabile tra le due superpotenze tecnologiche. Da un lato, gli Stati Uniti hanno consolidato un modello di business definibile “a castello”: un ecosistema chiuso, centralizzato e protetto da altissime barriere d’ingresso economiche, legali e computazionali. Giganti come OpenAI, Microsoft, Amazon, Anthropic e Google vendono l’accesso alla “conoscenza” come un servizio cloud (SaaS), mantenendo un controllo totale sui “pesi” dei modelli (i pesi o weights sono i valori numerici – miliardi di parametri – che un modello ha appreso durante la fase di addestramento; sono, in pratica, la sua memoria e la sua capacità di ragionamento), sugli algoritmi e sui preziosi dati di addestramento. Questo approccio closed-source crea una dipendenza tecnologica globale dai server della Silicon Valley, accentrando il valore economico e decisionale nel cloud, in una sorta di neofeudalesimo digitale dove l’utente è un semplice abbonato e produce dati senza essere retribuito, alla stregua di un servo della gleba (le persone vengono smaterializzate in dati e attraverso la banca dati sono trasformate in segmenti di mercato, in campioni statistici, in archivi diversi interoperabili). I dati di cui i sistemi di IA hanno bisogno spesso non vengono acquisiti con mezzi del tutto leciti, per non parlare di equi. Le aziende che si occupano di IA si appropriano della conoscenza umana, automatizzano i processi lavorativi, li brevettano e poi tentano di rivenderci tutto questo. Il governo statunitense asseconda gli oligarchi della tecnologia per timore di perdere la corsa al vantaggio tecnologico, nonostante la diffusa ostilità dell’opinione pubblica verso i sistemi di IA1.

Dall’altro lato, la Cina ha adottato una strategia “a sciame”, agile e distribuita. Consapevole delle limitazioni imposte dalle sanzioni occidentali sull’hardware avanzato, Pechino ha spinto i propri campioni nazionali — Alibaba, DeepSeek, Huawei — a rilasciare modelli open-weight estremamente efficienti. I modelli open-weight rappresentano una via di mezzo tra i modelli totalmente “chiusi” (proprietari) e quelli puramente open source. Questa scelta non è filantropica, ma tattica: distribuire il “motore” dell’IA permette una diffusione capillare su dispositivi locali (Edge AI), garantendo sovranità dei dati e indipendenza dalle infrastrutture straniere.

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Bezrukov: la Russia deve prepararsi a vent’anni di conflitto con l’Occidente

di Giacomo Gabellini

1473963.jpgLo scorso 3 giugno, il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo si è aperto sotto una densa colonna di fumo nero provocata dagli attacchi ucraini, che con diverse ondate di droni hanno colpito siti energetici e militari nelle adiacenze della grande città russa.

Gli Uav a lungo raggio ucraini hanno colpito i bersagli alla presenza di circa 20.000 delegati provenienti da 130 Paesi di tutto il mondo, con l’obiettivo di minare urbi et orbi la credibilità del Cremlino.

La vulnerabilità della Federazione Russa, palesata dai continui attacchi ucraini, è stata esaminata nel dettaglio durante una sessione del Forum dedicata alle “principali minacce per la Russia nel secondo quarto del XXI Secolo”. Tra i partecipanti alla discussione figurava Andrej Bezrukov, consigliere dell’amministratore delegato di Rosneft Igor Sechin, docente presso l’università statale di Mosca ed ex colonnello dell’SVR (Služba vnešnej razvedki) è il Servizio di intelligence estero russo) con trascorsi nell’intelligence sovietica.

Durante la lunga carriera nel servizio di sicurezza estero russo, Bezrukov aveva operato sotto copertura negli Stati Uniti con l’identità di Donald Heathfield, prima di essere arrestato dall’FBI e consegnato successivamente a Mosca nell’ambito di uno scambio di agenti segreti con Washington.

Nel suo intervento al Forum, Bezrukov ha dichiarato la Russia deve prepararsi a sostenere una situazione di conflitto permanente con l’Occidente che verte non sulla   conquista di nuovi territori, ma sul danneggiamento e/o distruzione delle infrastrutture critiche in territorio nemico – condutture energetiche, siti di stoccaggio di petrolio, centrali elettriche, reti di comunicazione, ecc.

Allo stato attuale, ha affermato l’ex ufficiale dell’SVR, la Russia è impegnata in una «guerra strisciante» basata sulla logica dell’attrito che potrebbe degenerare da un momento all’altro, e destinata a protrarsi per decenni plasmando almeno due generazioni di russi che saranno chiamati ad adattarsi se stessi, la società e l’economia nazionale a un clima di belligeranza permanente.