Un impietoso atto d’accusa dal ventre della classe dirigente
di Marco Veruggio
Venti contrari. Imprese e politica nel declino economico italiano (Il Mulino, 2026) è un impietoso atto di accusa alla classe dirigente italiana, che tuttavia proviene dal suo interno. Gli autori Pietro Modiano e Marco Onado, infatti, sono o sono stati (Onado è morto nel 2025) due autorevoli esponenti delle élites: manager bancario Modiano, economista ed esperto di diritto bancario Onado, entrambi formatisi alla Bocconi, insieme già autori di un altro saggio sferzante verso il capitalismo italiano, Illusioni perdute. Banche, imprese, classe dirigente in Italia dopo le privatizzazioni (Il Mulino, 2023).
In Venti Contrari gli autori riprendono e generalizzano la critica relativa a quella singola stagione, stilando un lungo elenco di capi di imputazione, dentro una scansione in fasi della storia del capitalismo italiano dal primo dopoguerra mutuata da Michele Salvati e che fa da sfondo all’intero lavoro, con sintetiche ma accurate ricostruzioni storiche di alcune delle pagine più controverse di questi ottant’anni – dalla strategia della tensione alla P2, con occhio attento alle complicità tra Stato, imprese e criminalità organizzata. L’accusa rivolta alla borghesia liberale – imprenditori e politici – è quella di aver disperso un prezioso patrimonio di idee innovatrici accumulato nel corso della Resistenza antifascista e condensato in testi come il Manifesto di Ventotene e di aver sprecato le occasioni presentatesi a più riprese, vedi l’avvio del processo di unificazione monetaria e poi l’era delle privatizzazioni, e potenzialmente utilizzabili per instaurare nell’economia italiana un sistema di “buone regole di mercato” e un “rapporto equilibrato tra capitale e lavoro”, ignorando le preziose indicazioni di alcuni esponenti “illuminati” del mondo bancario e politico-accademico, tra i più citati l’ex governatore di Bankitalia Baffi e l’economista e l’otto volte ministro Andreatta.
Un’accusa rispetto alla quale il fatto che l’Italia sia stata frontiera nella Guerra Fredda non può essere usato, scrivono Modiano e Onado, come attenuante.
Il punto di vista degli autori si dispiega lungo traiettorie tutte interne alla classe dominante e il movimento operaio vi figura come un soggetto passivo, in una visione della storia quale esclusiva opera di élites politico-economiche. Di Andreatta, costantemente preso a modello positivo, a un certo punto si ricorda la frase rivolta all’ad della FIAT Cesare Romiti “Come ministro, io ho tenuto il cambio della lira così rigido da costringere gli industriali o a morire oppure a fare la battaglia contro il sindacato”. Del resto quella adottata da Modiano e Onado è un’impostazione coerente con la rivendicazione del Manifesto di Spinelli e Rossi, in cui – a sinistra pare che pur di polemizzare con la Meloni in molti se ne siano dimenticati – si spiega l’ascesa del fascismo come effetto della “formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un’unica direzione interi eserciti di lavoratori, sindacati e complessi che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro interessi”, minacciando “di dissolvere lo stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta tra loro” e se ne deduce che superato il fascismo le “classi lavoratrici” non dovranno essere lasciate “ricadere in balia della politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici anzitutto del grande capitale”.
Tuttavia proprio per questo il saggio risulta più efficace nell’analizzare i vizi della classe sociale di cui gli autori sono autorevole espressione intellettuale. Ad esempio quando in piena polemica con la mai sopita retorica del “piccolo è bello” e della “terza Italia” individuano come “principale elemento di distorsione dell’imprenditoria italiana” il “peso anomalo, ed eccessivo, della microimpresa”, cioè di “imprese che a stento si possono ritenere tali”, col “42% dell’economia non statale concentrato in imprese con meno di 10 dipendenti, circa il doppio di Francia e Germania, a livelli analoghi solo a quelli della Turchia”. Così come quando sottolineano – e questo secondo aspetto è strettamente legato al precedente – che l’economia italiana si è fondata, persino durante il boom del primo dopoguerra, su una dinamica di crescita dei salari costantemente al di sotto della produttività e del PIL. Modiano e Onado, pur criticando la rivendicazione sindacale del salario come “variabile indipendente” e la propensione di alcune imprese a pagare salari più alti per amor del quieto vivere (ciò a cui appunto Andreatta si vanta di aver messo fine), ammettono, insomma, che il problema non sono i salari troppo alti, bensì l’insufficienza della domanda.
Venti contrari ricorda e in qualche misura corrobora le tesi espresse dall’ex vicedirettore del Corriere ed ex senatore PD Massimo Mucchetti vent’anni fa in Licenziare i padroni? (Feltrinelli, 2004). Mucchetti, infatti, affondava il coltello nell’altra piaga capitale della borghesia italiana, l’allergia a investire capitali propri, e smentendo la principale tesi a favore delle privatizzazioni, dimostrava, dati alla mano, che tra gli anni ‘80 e ‘90 in Italia “a creare ricchezza è soprattutto lo Stato imprenditore con quelle sue imprese che gestiscono servizi sulla base di una posizione di mercato dominante”, mentre “A distruggere ricchezza – in misura sconcertante – sono i grandi gruppi dell’industria privata che hanno perso il treno delle nuove tecnologie e si sono impantanati in costosi scontri di potere a colpi di fusioni e acquisizioni”, con rare eccezioni, tra cui Luxottica, Benetton e, sul versante finanziario, addirittura Fininvest.
La surreale vicenda del P101 Olivetti, il primo PC low cost, esposto in un angolino dello stand aziendale al BEMA 1965 a New York e diventato in poche ore la star dell’esposizione – l’azienda di Ivrea del tutto inopinatamente ne venderà rapidamente 44 mila esemplari, il 90% negli Stati Uniti, alcune decine alla NASA, che li userà per pianificare l’allunaggio quattro anni dopo – esemplifica lungimiranza e propensione al rischio delle imprese italiane. Propensione che, sottolineano stavolta Modiano e Onado, si esprime in un capitalismo familiare in cui le dinastie proprietarie tendono a mantenere un ferreo controllo sulle aziende che hanno creato, ma per ridurre al minimo i rischi diluiscono il più possibile le proprie partecipazioni. Sempre Mucchetti ricordava che in Telecom Tronchetti Provera con un euro di investimento personale ne muoveva 5 mila altrui e scriveva “Se un terremoto cancellasse l’ex monopolio telefonico dalla faccia della Terra, la famiglia Tronchetti parteciperebbe alla grave perdita nella misura dello 0,018% del totale”.
Resta, ovviamente, un interrogativo. Il capitalismo italiano è stato sin dalla nascita “il regime dei pascià”. Così nel 1918 Gramsci titolava un articolo su L’Avanti, in cui diagnosticava che “In Italia non esistono partiti di governo organizzati nazionalmente, e ciò significa che in Italia non esiste una borghesia nazionale che abbia interessi uguali e diffusi: esistono consorterie, cricche, clientele locali che esplicano un’attività conservatrice non dell’interesse generale borghese (che allora nascerebbero i partiti nazionali borghesi), ma di interessi particolari di clientele locali affaristiche”. Oggi, potremmo aggiungere, la borghesia italiana, colonialista all’epoca di Gramsci, somiglia sempre più alla borghesia di un paese semicoloniale, pronta a svendere asset anche strategici pur di garantirsi una rendita di posizione, la “paghetta”. Tuttavia la retorica dell’ “anomalia italiana”, oltre un certo limite, rischia di esser frutto di un miraggio. Perché di paesi dove regnano le “buone regole di mercato” e vige un “rapporto equilibrato tra capitale e lavoro” all’orizzonte non se ne vedono, soprattutto se si va a scavare al di sotto dei miti (a partire da quello tedesco). Proprio per questo l’incipit della frase con cui si conclude Venti contrari – “In questo mondo, in questo continente, e in questo paese, non ci si può più affidare alle classi dirigenti” – sembra del tutto condivisibile, meno forse il seguito – “ognuno (noi con questo piccolo libro) farà quel che potrà”. Al fallimento di una classe dominante, più che una somma di ben intenzionate iniziative individuali, non potrà che rispondere un’iniziativa della classe dominata. Che pure, sia chiaro, non è né scontata né dietro l’angolo.













































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