
Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista
di Carlo Di Mascio
L’idealista non è chi nega l’esistenza del mondo esterno, così come il materialista non è semplicemente chi lo riconosce. Idealista è chi non vuole, non è in grado o non riesce a fare dell’esistenza del mondo esterno il punto di partenza della sua teoria della conoscenza. Al contrario, il materialista è colui che pone il riconoscimento dell’oggettività di questo mondo esterno (natura e storia) come fondamento di tutta la sua teoria della conoscenza, sviluppando su tale premessa la risoluzione di tutti i problemi legati alla conoscenza mediante la pratica e l’esperimento. Pertanto, il nucleo centrale della filosofia, intesa come scienza, è dato dal problema della teoria della conoscenza, cioè del rapporto della coscienza (includendo pensiero, psiche e scienza) con il mondo esterno. Ecco perché Lenin equipara la logica dialettica alla teoria della conoscenza, utilizzando questi termini come sinonimi a tutti gli effetti.
E. Ilyenkov, Sulla relazione di N. P. Dubinin
1. La critica di Hegel a Kant. Le forme e le leggi della logica come rispecchiamento del mondo oggettivo
Nei Quaderni Filosofici Lenin giunge ad affermare che «la logica coincide con la teoria della conoscenza»1. Si tratta della nota tesi formulata in relazione all’analisi della critica a Kant, come esposta nella Scienza della Logica, e che Hegel avanza opponendosi in particolare alla concezione puramente formale della logica sostenuta da Kant, secondo cui il suo oggetto sarebbe dato dalle forme del pensiero considerate solo in sé stesse, cioè indipendentemente dalla loro connessione con la realtà oggettiva: «Vien dichiarato [da Kant] per un abuso che la logica, che dovrebbe essere semplicemente un canone del giudicare, venga riguardata come un organo per la produzione di vedute oggettive.»2. Kant, in altri termini, avrebbe escluso dalla logica il problema di come accostarsi alla verità - «Kant si limita ai «fenomeni» […] l’ideale kantiano è fenomeno, non è oggettivo in sé»3 - laddove la logica dialettica, comportando l’ineludibile «inseparabilità» [Untrennbarkeit] di pensiero ed essere, di forma e contenuto, di teoria e prassi, di mediazione e immediatezza, di uomo e natura, ne garantirebbe gli strumenti logici per riuscire a coglierla4.
Tale inseparabilità, nei termini di coincidenza di natura e storia, o di accordo, come Hegel talvolta si esprime facendo riferimento anche al termine «Übereinstimmung» - per cui i suddetti elementi solo in questo modo devono essere conosciuti, «e non (secondo che accade nella coscienza) in quanto ciascuno è anche per sé; se non che, poiché sono nello stesso tempo conosciuti come diversi (eppure non essenti per sé), l’unità loro non è astratta, morta, immobile, ma concreta»5, implicando la presenza di «due mondi» nel processo conoscitivo, «il soggettivo e l’oggettivo»6 - conduce Hegel a paragonare l’approccio dualistico di Kant a quello di chi pensa di poter imparare a nuotare senza mai essere prima entrato in acqua. «Voler conoscere dunque prima che si conosca è assurdo, non meno del saggio proposito di quel tale Scolastico, d’imparare a nuotare prima di arrischiarsi nell’acqua.»7. Vale a dire che non si può affontare e risolvere il problema della conoscenza scientifica separatamente dal processo concreto della conoscenza stessa8. Hegel, in effetti, introduce un’importante novità, basandosi sul movimento dialettico delle forme logiche del pensiero, un movimento che procede su più livelli, e dal quale Lenin ritiene di poter trarre una chiara conclusione materialistica, poiché queste forme logiche non avrebbero per contenuto nient’altro che «le leggi generali del movimento del mondo e del pensiero»9. Nel delineare la dottrina dell'essenza, Hegel procede dall’apparenza (da ciò che appare, che si manifesta) verso il fondamento, per poi invertire il percorso, risalendo dal fondamento ai fenomeni per giungere infine alla realtà concreta. «L’essenza è dapprima un apparire e una mediazione in sé; come totalità della mediazione, è la sua unità con sé, posta come il superamento della differenza e perciò della mediazione. Così si torna all’immediatezza o all’essere; ma all’essere in quanto è mediato col superamento della mediazione, - che è l’esistenza (Existenz)»10.
Il pensiero si sviluppa così attraverso un complesso e delicato equilibrio di identità e differenza, spingendosi oltre i propri limiti per incontrare il suo opposto, abbracciando la contraddizione come elemento centrale e dinamico del suo sviluppo. Questo movimento, lungi dall’essere un caos disordinato, si configura invece come un processo organico e unitario, in cui la contraddizione non rappresenta un ostacolo, ma piuttosto una forza creatrice che trova realizzazione e risoluzione nel nucleo stesso dell’essere, trasformandosi nella radice primigenia di ogni forma di esistenza. Ciò che inizialmente appariva chiaro, stabile e manifesto, si rivela in realtà come una fase transitoria di un flusso inarrestabile e continuo: il movimento incessante di un’essenza unica che, distinguendosi da sé stessa, genera il mondo dei fenomeni. In questo processo di dinamica rivelazione, si dischiude una profonda interconnessione tra la realtà nella sua immediatezza pura e il meccanismo invisibile che ne compone la struttura. Non ci vengono dati solamente frammenti di fatti slegati e provvisori, ma una consapevolezza più estesa e penetrante che riconduce questi frammenti alla logica da cui traggono origine. Tale comprensione non si limita a illuminare l’apparenza superficiale delle cose, il loro lato sensibile e visibile, ma riesce a spingersi fino a far emergere il loro significato più intimo e la coerenza logica che le sostiene e le rende possibili. Si tratta, dunque, di un processo che accompagna il pensiero verso una visione d’insieme, capace di abbracciare sia la realtà, sia le profonde ragioni che la sottendono.
È proprio su questa linea che Hegel affronta la questione del rapporto tra il mondo sensibile e la logica, criticando l’approccio unilaterale dell’empirismo e del razionalismo11. Dopo Kant, la filosofia comincia ad orientarsi verso un’integrazione più profonda di teoria della conoscenza, logica e ontologia, con l’obiettivo di costruire un sistema più completo in grado di comprendere le diverse dimensioni della conoscenza. In questo contesto, Hegel, partendo da una prospettiva idealistica, cerca di superare la tradizionale dicotomia tra le leggi e le forme del pensiero umano e quelle che regolano il mondo oggettivo. Questo tentativo, colto dal marxismo-leninismo, mirava essenzialmente a sottolineare l’identità fondamentale tra le leggi dell’essere e quelle del pensiero. Hegel capì che un ulteriore progresso della filosofia [della dialettica] è possibile solo quando essa riconosce che le leggi della forma dell’essere sono allo stesso tempo le leggi del movimento del pensiero: «la logica coincide con la metafisica, con la scienza delle cose (Dinge) poste in pensieri, i quali pensieri perciò appunto si tennero atti ad esprimere le essenze delle cose»12.
Superando così la storica separazione tra logica e teoria dell’essere, respingendo cioè l’idea che le forme del pensiero siano esclusivamente soggettive e come, al contrario, siano esse stesse strettamente connesse alla realtà oggettiva, Hegel avrebbe così «genialmente intuito», come afferma Lenin, «che le forme e le leggi logiche non sono un guscio vuoto, ma il rispecchiamento del mondo oggettivo»13. Se la logica kantiana si propone come un’indagine scientifica circa le forme della conoscenza, mentre i suoi contenuti rimangono esterni, l’approccio hegeliano invece non separa forma e contenuto, poiché la realtà stessa è pervasa da una logica interna, in cui la razionalità si manifesta nella mente umana, pur essendo già presente nelle cose stesse. Per questo motivo si sostiene che la logica hegeliana coinciderebbe con la metafisica, in quanto le strutture della realtà, rivelate dalla logica, non sono semplicemente schemi formali del pensiero ma costituiscono le fondamenta della realtà, una realtà che va oltre i sensi e il percepibile, derivandone quindi che l’esplorazione di queste strutture logiche diventa anche uno studio delle strutture della realtà, per cui la logica e la metafisica sono in corrispondenza. Se per Hegel «la natura, questa totalità immediata, si svolge nell’idea logica e nello spirito», questo significa, scrive Lenin, che «la logica è la dottrina della conoscenza. La teoria della conoscenza», e quindi che «La conoscenza è il rispecchiamento della natura da parte dell’uomo»14.
2. Hegel e l’unità dialettica di pensiero ed essere
D’altronde, una logica che si limitasse a descrivere e a classificare ab externo le forme del pensiero - come nel suddetto esempio di colui che pensa di imparare a nuotare prima di entrare in acqua - non potrebbe mai aspirare al titolo di vera scienza, dato che la natura fondamentale di ogni scienza risiede nella necessità delle sue conclusioni e nelle leggi scientifiche che incorpora. Allo stesso modo, il valore della logica, come disciplina scientifica, si fonda sul suo carattere intrinsecamente necessario, nel senso che soltanto una logica così strutturata può risultare realmente applicabile. Lenin, difatti, segnala come in Hegel - a differenza di Kant che «non ha mostrato il trapasso delle categorie l’una nell’altra»15, a differenza cioè della vecchia logica in cui «non c’è trapasso, non c’è sviluppo (dei concetti e del pensiero) della «connessione interna necessaria» di tutte le parti e dell’«Uebergang» [passaggio] delle une nelle altre parti […] e non solo i trapassi, ma anche l’identità degli opposti: ecco dov’è per Hegel l’essenziale» - persistano «due esigenze fondamentali: 1. la «necessità della connessione»; 2. La «genesi immanente delle differenze»16.
Tuttavia, nonostante le suddette «esigenze»17, la logica non è in grado di dimostrare autonomamente le proprie leggi. «L’universo - scrive Lenin - è movimento della materia regolato da leggi e la nostra conoscenza, che è il prodotto supremo della natura, è soltanto in grado di riflettere queste leggi»18. Occorre dunque cercare questa verifica nella regolarità oggettiva, facendo sì che le leggi della logica trovino corrispondenza e rispecchino leggi oggettive, rispecchino cioè i principi della natura e del movimento del mondo oggettivo, poiché «la formazione di concetti (astratti) e l’operare con essi già include in sé la rappresentazione, la convinzione, la coscienza delle leggi della connessione oggettiva del mondo»19, con ciò stabilendo che la forma concettuale e la realtà, la natura e l’uomo, sono intrinsecamente legati da una medesima essenza, la quale va concepita come un principio di ordinamento logico o razionale, secondo cui l’intera struttura del mondo non solo è regolata secondo leggi, ma viene altresì rispecchiata dal pensiero. Tale connessione evidenzia una sintonia profonda tra le dinamiche universali e la corrispondente elaborazione intellettuale che compie ciascun individuo, derivandone che le categorie e gli schemi della logica vanno ricavati dall‘analisi della storia della conoscenza e della prassi dell‘umanità, cioè dal processo nel cui andamento gli uomini conoscono e trasformano il mondo materiale. In altri termini, la necessità logica rappresenta una forma essenzialmente mentale di quella oggettiva, per cui assumere che la logica è una teoria della conoscenza significa riconoscere che la sua forza risiede nel legame indissolubile con il mondo esterno, con la sua regolarità intrinseca e con la dimensione della pratica sociale20.
Come sul punto fa notare ancora Engels nella sua Dialettica della natura, il fatto che il nostro pensiero soggettivo e il mondo oggettivo siano entrambi sottoposti alle stesse leggi, e che quindi non possano contraddirsi nei loro risultati, ma debbano necessariamente trovare una corrispondenza, rappresenta un principio fondante che domina in modo assoluto il nostro pensiero teorico nel suo complesso, costituendo anzi una premessa implicita e incondizionata alla base di ogni riflessione filosofica e scientifica. Durante il XVIII secolo, il materialismo, con il suo carattere essenzialmente metafisico, si era concentrato sullo studio di questa premessa in particolare dal punto di vista del suo contenuto, cercando di dimostrare che ogni idea o conoscenza derivava inevitabilmente dall’esperienza sensibile. Si riaffermò così il principio secondo cui nell’intelletto non vi è nulla, che non fosse (prima) nel senso. Questa concezione, tuttavia, si dimostrava estremamente carente, in quanto non affrontava gli aspetti strutturali e formali di questa relazione. È solo con l’avvento della filosofia moderna, caratterizzata da un’impostazione idealistica ma al contempo dialettica, che questa premessa risulterà approfondita, ed in particolare con Hegel, il quale giunge ad esplorare in modo sistematico sia il contenuto che la forma di tale relazione, ponendo l’analogia profonda tra i processi del pensiero, quelli naturali e quelli storici, e mostrando come essi obbediscano alle medesime leggi universali, malgrado la varietà di costruzioni unilaterali e fantasiose che talvolta ne offuscano il principio. Nonostante la sua predisposizione idealistica, che tendeva a privilegiare l’aspetto astratto e concettuale delle cose, Hegel perviene all’unità di pensiero ed essere21.
Del resto, nella prospettiva hegeliana, la logica assume il ruolo di una struttura fondamentale, onnicomprensiva e articolata, che racchiude l’interezza delle questioni legate alla conoscenza, annullando ogni possibilità di residui che sfuggano al dominio del razionale o che non possano essere razionalizzati. La logica, in questa concezione, impone confini rigorosi e ben definiti, escludendo ogni spazio tanto per le immagini generate dall’intuizione quanto per quelle frutto della fantasia creativa. Eppure, tali immagini non vengono semplicemente respinte o trascurate, ma, al contrario, la filosofia le riconosce come espressioni esteriorizzate, manifestazioni concretizzate all’interno della dimensione sensibile e materiale, scaturenti direttamente dalla forza generativa e dinamica del pensiero. Queste rappresentazioni, pur non trovando una traduzione immediata in formule linguistiche, giudizi o elaborazioni deduttive, rivelano tuttavia la loro natura più autentica di pensiero puro. Esse si esprimono attraverso elementi concreti: azioni, accadimenti ed eventi che, radicandosi nella realtà fenomenica, instaurano inevitabilmente un’interazione dialettica con la coscienza individuale. Come dire che il mondo nel suo insieme è identico al suo concetto, dal momento che non vi è espressione non concettuale che lo colga, e Hegel definisce tale concetto idea, in cui realtà e concetto sono la stessa cosa: «L’Idea è il vero in se e per sé, l’unità assoluta del concetto e dell’oggettività. Il suo contenuto ideale non è altro che il concetto nelle sue determinazioni: il suo contenuto reale è solo l’esposizione, che il concetto si dà nella forma di esistenza esterna; e questa forma, inclusa nella idealità di esso, nel suo potere, per tal modo si mantiene nell’idea. La definizione dell’assoluto, [per cui si dice] che l’assoluto è l’idea, è essa stessa assoluta. Tutte le definizioni, sin qui date, si riportano a questa. L’idea è la verità; perché la verità è il rispondere dell’oggettività al concetto - non già che cose esterne rispondano a mie rappresentazioni»22.
Solo assumendo questa prospettiva speculativa sull’identità è possibile cogliere appieno il significato della critica di Hegel a Kant, in particolare nel rigettare la tesi secondo cui una struttura formale-trascendentale a priori debba fungere da criterio esterno per determinare la validità di qualsiasi contenuto, sia esso di natura cognitiva, etica o estetica: «non avremo bisogno di portare con noi altre misure e di applicare alla ricerca le nostre idee e i nostri pensieri personali; al contrario, proprio lasciando tutto ciò da parte, otterremo di considerare la Cosa come essa è in sé e per sé»23. L’idealismo assoluto di Hegel non si riferisce, dunque, ad una straordinaria capacità del pensiero di produrre autonomamente ogni contenuto, ma piuttosto ad un pro-ducere, inteso come far uscire fuori, cioè portare alla luce l’essenza, la sostanza dell’oggetto, alla quale conferisce la forma di esistenza esterna, di contenuto reale, come riflessione della sua «attività interna»24: «Lo spirito pone qui la natura come qualcosa di riflesso entro sé, come il proprio mondo; le toglie la forma d’una opposta alterità, fa dell’altro che gli sta di fronte un qualcosa di posto da lui. Al tempo stesso però questo altro rimane ancora qualcosa di indipendente da lui, di immediatamente presente, non posto ma solo presupposto dallo spirito, dunque tale che il suo esser posto precede il pensiero riflettente. Il fatto che la natura sia posta dallo spirito non è quindi ancora, a questo livello, qualcosa di assoluto, ma qualcosa che si realizza soltanto nella coscienza riflettente; la natura non è quindi ancora concepita come esistente solo mediante lo spirito infinito, né come creazione di questo. Lo spirito trova qui ancora un limite nella natura, ed è, appunto per questo limite, spirito finito […] Lo spirito assoluto si coglie come quello stesso che pone l'essere, che produce il proprio altro, la natura e lo spirito finito, così che questo altro perde ogni apparenza di indipendenza di fronte a lui, cessa completamente d’essere un limite per lui, ed appare soltanto come il mezzo mediante il quale lo spirito accede all'assoluto essere per sé, all'assoluta unità del proprio essere in sé e del proprio essere per sé, del proprio concetto e della propria realtà effettiva.»25.
Quando, in particolare, Hegel afferma che «lo spirito assoluto si coglie come quello stesso che pone l’essere, che produce il proprio altro, la natura e lo spirito finito», non intende dire che il pensiero crea direttamente l’oggetto nella sua realtà effettuale, ossia nelle sue relazioni mediate e nel suo processo di trasformazione in qualcosa di diverso da sé. Piuttosto, attraverso la scoperta delle mediazioni, rendendole evidenti e collegandole in un sistema coerente, il pensiero rivela quell’elemento fondamentale della scienza che manifesta la forma autentica della verità. Questo processo è paragonabile al modo in cui un oggetto si rivela nella luce: la verità emerge nel concetto, permettendo di riconoscere i contenuti di intuizione e rappresentazione come espressioni parziali e incomplete dell’essenza dell’oggetto stesso. Tali aspetti trovano la loro giustificazione e fondamento unicamente nella totalità organica, «in cui l’una cosa deve andare insieme coll’altra»26, secondo «la legge universale della dialettica del finito»27, in cui l’oggetto si rappresenta integralmente: «La filosofia poi fa vedere concettualmente che cosa sia da pensare della realtà dell’essere sensibile, e premette quei gradi del sentimento e dell’intuizione, della coscienza sensibile etc. all’intelletto, in quanto che nel divenire di questo essi sono bensì le sue condizioni, ma soltanto nel senso che il concetto sorge dalla loro dialettica e nullità come loro ragion d’essere, e non già nel senso che sia condizionato dalla loro realtà»28. Le determinazioni che scaturiscono dall’assoluto non sono quindi autonome, bensì dipendono dal processo attraverso cui esso si compie. In sostanza, il finito nasce dall’assoluto proprio perché il divenire di quest’ultimo coincide con il divenire del finito stesso. L’assoluto, difatti, si definisce negando la sua unità indivisa, manifestandosi nell’altro da sé, sicché, ciò che ne consegue, ciò che trae la propria essenza da questo movimento dialettico e dal divenire dell’assoluto, sono le idee, le quali rappresentano le espressioni finite, ma profondamente integrate in quel processo più grande che è lo sviluppo dell’assoluto stesso, di cui «bisogna dire che è essenzialmente un risultato, che solo alla fine è ciò che è in verità»29.
Lenin, nel considerare l’idea come la forma più elevata di comprensione teorica della realtà, non la confonde con le modalità della conoscenza empirica, ma la separa anche dalle diverse forme di conoscenza teorica. L’idea rappresenta, in un certo senso, il punto culminante di questa scala, e Lenin, rielaborando il pensiero di Hegel, ne sottolinea il seguente rilievo: «Il Begriff non è il concetto più alto: più in alto sta l’idea = unità di Begriff e realtà.»30. Tale formulazione appare decisiva per comprendere l’essenza dell’idea, dato che la differenza tra le diverse forme di conoscenza, l’idea e le altre modalità di pensiero, risiede nel loro contenuto, e dunque, in che misura e con quale livello di precisione il soggetto viene riflesso al loro interno, ovvero in quale forma la realtà oggettiva trova espressione nel loro contenuto. Ciò che pertanto distingue l’idea dalle altre forme è proprio la sua capacità di raggiungere la massima coincidenza tra il contenuto del pensiero e l’oggettività, fornendo così la rappresentazione più completa ed esaustiva della realtà.
3. La filosofia hegeliana tra riflessione, storico e logico
Per Hegel il processo di riflessione rappresenta un elemento imprescindibile che deve necessariamente manifestarsi. Il concetto, dunque, è destinato ad auto-disvelarsi, senza possibilità di alternative, sicché la libertà del soggetto risiede nel riconoscimento di questa necessità, non nella capacità di sottrarvisi. La Scienza della logica si propone proprio come una ricostruzione sistematica di questa necessità di auto-disvelamento, in cui l'oggettività della ragione coincide con la soggettività. «Le leggi della logica - scrive Lenin - sono il rispecchiamento dell’oggettivo nella coscienza soggettiva dell‘uomo»31, nel senso che l’oggettività del mondo si manifesta nella sua capacità di autodeterminarsi, rimanendo indipendente da qualsiasi influenza esterna, rispecchiandosi nell’idea di una profonda unità che lega tutto ciò che esiste, attraverso connessioni e relazioni universali che nessuna singola componente può infrangere. Questa oggettività implica che il mondo non debba dipendere dalla coscienza di un soggetto individuale o collettivo, essendo questi ultimi sempre e comunque parte integrante di una realtà unica, governata da leggi universali. In tal senso, il mondo stesso diviene un’entità autonoma, dove ogni elemento trova posto all’interno di un sistema inscindibile e armonico, pienamente soggetto alle sue leggi generali.
Per la coscienza riflettente, per la coscienza cioè che rispecchia le leggi oggettive - la natura non si presenta allora come il prodotto di una sua creazione, ma piuttosto come una realtà preesistente che essa si trova a scoprire, per cui il soggetto non si interroga se un determinato contenuto, inteso come un oggetto specifico d’indagine, soddisfi qualche criterio predefinito di verità, bontà o bellezza. Al contrario, lascia che il contenuto stesso si esprima e si valuti secondo i propri criteri interni, ottenendo legittimità materialistica. In questa ottica, logica e teoria della conoscenza coincidono con un autentico storicismo integrale, non esistendo principi trascendentali, fondamenti nascosti o norme preesistenti da applicare ai fenomeni (storici) per interpretarli o giudicarli, dato che tutti i criteri devono scaturire esclusivamente dalla natura intrinseca dei fenomeni stessi32, sicché può adeguatamente sostenersi che - quand’anche in presenza di differenze tra il processo logico-pensato e il processo storico-reale, ovvero il pensiero rispetto all’essere - in ogni caso il logico non può che rappresentare sempre lo storico correttamente inteso, vale a dire che «lo storico, colto ed espresso nel concetto» altro non è che «il riflesso logicamente corretto della realtà nel pensiero»33.
Ora, per storico si intende il processo di trasformazione di un oggetto, comprendendo le fasi della sua origine e del suo sviluppo. Lo storico rappresenta il soggetto del pensiero, mentre il suo riflesso costituisce il contenuto. Il compito del pensiero è quello di riprodurre il processo storico reale nella sua oggettività, complessità e contraddittorietà. La logica, invece, è lo strumento attraverso il quale il pensiero assolve a questo compito, rappresentando un riflesso teorico dello storico, vale a dire la riproduzione dell’essenza dell’oggetto e del suo sviluppo storico attraverso un sistema di astrazioni. Di conseguenza, l’integrazione di logico e storico costituisce un presupposto indispensabile per comprendere il movimento del pensiero e la formulazione di una teoria scientifica, fornendo gli strumenti per affrontare le problematiche relative alla costruzione della scienza, alla sua organizzazione interna e al sistema delle sue categorie. Attraverso la loro unità dialettica è possibile affrontare la relazione tra l’evoluzione del pensiero individuale e di quello sociale, laddove nello sviluppo intellettuale di un individuo si condensa in maniera sintetica anche l’intera storia del pensiero umano.
Questa unità di logico e storico diventa così un prerequisito metodologico imprescindibile per analizzare il rapporto tra la concezione della struttura di un soggetto [e dei suoi processi cognitivi] e la storia, dove storicismo e strutturalismo si fondono in una connessione inestricabile. Se il logico, in altri termini, riflette e sintetizza le tappe fondamentali della storia, il pensiero non deve limitarsi a registrare semplicemente il processo storico reale, con tutte le sue contingenze, deviazioni e oscillazioni, né tantomeno seguire in modo passivo e meccanico il movimento dell’oggetto in ogni suo aspetto. Per questo motivo - scrive Engels - la logica può essere considerata come lo storico, «unicamente spogliato della forma storica e degli elementi occasionali perturbatori. Nel modo come incomincia la storia, così deve pure incominciare il corso dei pensieri, e il suo corso ulteriore non sarà altro che il riflesso, in forma astratta e teoricamente conseguente, del corso della storia; un riflesso corretto, ma corretto secondo leggi che il corso stesso della storia fornisce, poiché ogni momento può essere considerato nel punto del suo sviluppo in cui ha raggiunto la sua piena maturità, la sua classicità.»34.
In questo senso può spiegarsi perché tutta la filosofia di Hegel, inclusi il sistema e il metodo da lui elaborati, si caratterizzerebbe per un approccio essenzialmente retrospettivo, da intendersi come svolgimento speculare del pensiero rispetto alla storia del mondo35. In altre parole, ciò che è storico in Hegel si dissolve nel logico, senza lasciare alcuna traccia autonoma, orientando la comprensione soprattutto sulla base dell’esperienza passata36. Del resto, la straordinaria capacità delle categorie filosofiche di superare i limiti dei risultati scientifici immediati nasce sempre dalla loro origine, ovvero dal fatto di emergere da una generalizzazione dell’intero patrimonio di conoscenze e di azioni pratiche compiute nella storia da miliardi di individui, sicché in esse non tende a realizzarsi una semplice sommatoria di conoscenze provenienti da ambiti diversi delle scienze, bensì una sintesi in grado di produrre [di portare alla luce] nuove intuizioni che offrono prospettive inedite sui fenomeni della realtà. Le categorie del pensiero, annota Lenin, «non sono un sussidio dell’uomo, ma espressione delle leggi della natura e dell’uomo [laddove per espressione occorre intendere proprio il «rispecchiamento» di queste ultime] momenti della conoscenza (= dell’«idea») della natura da parte dell’uomo»37. Poiché le categorie possiedono un significato intrinsecamente oggettivo, anche l’esperienza pratica, costruita nei secoli attraverso il loro utilizzo, assume lo stesso significato. La dialettica materialistica, quindi, non solo riflette ciò che conosciamo, ma delinea ed elabora nuovi modi di guardare al mondo, ponendosi come guida per il futuro del sapere umano.
Ecco perché, come dice Lenin, «nei ragionamenti di Hegel vi è di geniale l’idea fondamentale dell’universale, onnilaterale e vivente connessione di tutto con tutto e del rispecchiamento di questa connessione nei concetti dell’uomo […] La prosecuzione dell’opera di Hegel e di Marx deve consistere nell’elaborazione dialettica della storia del pensiero umano, della scienza e della tecnica»38. E questa «storia del pensiero», insiste ancora Lenin, corrisponde alla storia della scienza e della tecnica, la quale, ovviamente, non è data dall’azione di un singolo individuo, bensì dall’azione collettiva, cioè da un processo, ampio e multiforme, del tutto svincolato dalla volontà e dalla coscienza del singolo individuo, anche se compiuto in ogni suo momento proprio dall‘attività consapevole degli individui. «La conoscenza…trova dinanzi a sé il vero essere come una realtà che esiste indipendentemente dalle opinioni soggettive (Setzen). (Questo è puro materialismo!)»39.
Come acutamente ha sostenuto Evald Ilyenkov, la logica deve mostrare come il pensiero riesce a svilupparsi, quando è scientifico, se riflette e riproduce, attraverso i concetti, l’oggetto esistente al di fuori della coscienza e della volontà individuale. Questo processo crea una riproduzione dell’oggetto, ricostruendone l’auto-sviluppo e rigenerandolo nella logica del movimento delle idee per poi tradurlo nella realtà, attraverso la sperimentazione e la pratica. La logica rappresenta quindi anche la teorizzazione di un tale pensiero, derivandone che esso va concepito come la componente ideale dell’attività concreta dell’uomo sociale, che con il suo lavoro trasforma sia la natura esterna che se stesso40. In altri termini, le leggi che governano il mondo oggettivo, una volta comprese, si traducono in leggi del pensiero, poiché ogni legge del pensiero riflette quelle del mondo oggettivo. Studiando le dinamiche di sviluppo degli oggetti, riusciamo a comprendere le leggi che regolano lo sviluppo della conoscenza; allo stesso modo, analizzando la conoscenza e le sue leggi, possiamo svelare le regole che sottendono il funzionamento del mondo oggettivo. Il materialismo dialettico, evidenziando le leggi del movimento inerente alle cose e ai processi, si configura così come un metodo, una logica capace di orientare il pensiero verso la scoperta della natura oggettiva dei fenomeni, così da guidare il ragionamento secondo principi oggettivi, favorendo la corrispondenza tra il contenuto del pensiero e la realtà esterna ad esso. Senza un simile approccio, qualsiasi vicenda rivoluzionaria non può che culminare in una dimensione soggettivistica e romantica, laddove invece «soltanto il materialismo dialettico [che] ha collegato l’«inizio» con la continuazione e con la fine»41, rappresenta la difesa più solida contro tale prospettiva ed è proprio per questo motivo che esso viene ostacolato con forza da chi ha interesse a mantenere ogni tipo di antagonismo su un piano utopico, privo di reale efficacia, anziché ancorarlo su basi scientifiche42.
In perfetta aderenza con Hegel, la logica per Lenin non è allora un semplice formalismo del pensiero, ma il modo di procedere della conoscenza filosofica, il che implica una ontologia, né empiristica, né positivistica, vale a dire i principi della «connessione oggettiva del mondo»43, in cui il pensiero si configura come un processo che non è un atto isolato, ma piuttosto l’atto di osservare, analizzare e rappresentare i dati sensibili all’interno di un orizzonte più ampio, che consente di cogliere e comprendere la loro connessione universale. Se per Hegel il compito è quello di «portare alla coscienza questa natura logica, che anima lo spirito, che in esso spinge e agisce»44, è Lenin, invece, a specificare e a chiarire, amplificandone le conseguenze dal suo punto di vista materialistico, che «la logica è la dottrina non delle forme esteriori del pensiero, ma delle leggi di sviluppo «di tutte le cose materiali, naturali e spirituali», cioè dello sviluppo di tutto il contenuto concreto del mondo e della sua conoscenza, cioè il compendio, la somma, la conclusione della storia della conoscenza del mondo»45.
Da qui, come hanno ancora rilevato Rosenthal e Ilyenkov, la concezione leninista della dialettica, la quale, come logica e teoria della conoscenza, «è organicamente connessa a un profondo e concreto storicismo, che obbliga a esaminare ogni teoria (ogni sistema di conoscenze) non solo nel semplice confronto con l’oggetto rappresentato in una determinata teoria, ma anche con il suo significato storico. Pertanto, ogni teoria, compresa la stessa teoria della dialettica, deve essere necessariamente studiata come risposta a tutte quelle domande che le sono state poste nel corso dello sviluppo storico della conoscenza e che in essa hanno trovato la loro risoluzione.»46. In altri termini, il principio dello storicismo sostiene che le categorie logiche, nella loro moderna formulazione teorica, riflettono il reale processo storico di sviluppo della conoscenza e del suo oggetto. «[…] anche le categorie più astratte - scrive Marx - sebbene siano valide, proprio a causa della loro astrazione, per tutte le epoche, in ciò che vi è di determinato in questa astrazione stessa sono tuttavia il prodotto di condizioni storiche e hanno piena validità soltanto per e all’interno di tali condizioni»47. È proprio questa coerenza intrinseca che consente alle categorie logiche di rispecchiare tale evoluzione, sicché solo un principio di questo genere può fungere da strumento chiave per la loro sistematizzazione. Le categorie logiche, sottolineava Lenin, non vanno prese «arbitrariamente o meccanicamente», ma devono derivare da quelle «più semplici, fondamentali»48, e questa «derivazione» non ha e non può avere altro fondamento oggettivo che la storia della loro origine, del loro sviluppo e della loro applicazione: «[…] la storia reale è la base, il fondamento, l’essere, al quale tiene dietro la coscienza»49. In difetto, non potranno che risultare inevitabili l’arbitrarietà soggettiva, l’incoerenza e, di conseguenza, l’assenza di un sistema strutturato50.
4. Logica e teoria della conoscenza come processo di trasformazione dell’idea teoretica nella pratica
La logica, dunque, non può essere confinata in semplici schemi di pensiero astratti, rigidi e privi di dinamismo, ma deve abbracciare l’intera complessità della vita, sia nella sua sfera individuale che in quella universale. L’idea non è una realtà distaccata o astratta rispetto alla vita, dato che è proprio questa ad offrirle il suo nucleo essenziale e concreto. È proprio su questa base che Lenin, continuando a seguire Hegel, rileva che «L’idea di includere la vita nella logica è comprensibile - e geniale - dal punto di vista del processo di rispecchiamento del mondo oggettivo nella coscienza (dapprima individuale) dell’uomo e del processo di controllo di questa coscienza (di questo rispecchiamento) mediante la pratica»51. Ma se, dunque, la vita ha la capacità di cogliere il lato esterno dell’idea, la sua immediatezza, allora la conoscenza non può che intervenire come un processo di mediazione e differenziazione dell’idea, dividendosi in una idea teoretica e in una idea pratica.
Da un lato, la ragione si sforza di rimuovere l’unilateralità della soggettività dell’idea, riempiendola di oggettività e conferendole un contenuto reale, dall’altro, mira a rimuovere l’unilateralità dell’oggettività, ricercando un equilibrio tra queste due dimensioni fondamentali. «Questo processo è, in generale, il conoscere. Nel conoscere, viene intrinsecamente, con un sol atto, superata l’antitesi: l’unilateralità della soggettività con l’unilateralità dell’oggettività. Ma questo superamento accade dapprima solo in sé: il processo come tale è perciò immediatamente colpito dalla finità di questa sfera e si dirompe nel doppio movimento, posto come diverso, della spinta 1) a negare l’unilateralità della soggettività dell’idea con l’accogliere in sé il mondo esistente, - accoglierlo nel rappresentare soggettivo e nel pensare, - ed a riempire l’astratta certezza di sé stessa di un contenuto, che è questa oggettività che vale per tal modo come vera - 2) e, per converso, a negare l’unilateralità del mondo oggettivo, che, per contrario, qui vale solo come una parvenza, un’accolta di accidentalità e di forme in sé nulle; a determinarla e informarla mercè l’interiorità del soggettivo, il quale vale qui come l’oggettivo che veramente è. Quella è la spinta del sapere, della verità, il conoscere come tale, - l’attività teoretica; - questa, la spinta del bene per l’attuazione di esso, - il volere, l’attività pratica dell’idea.»52.
Lenin sottolinea in modo specifico questo passaggio della Logica di Hegel, accompagnandolo con il rilievo che è «molto buono il § 225 dell’Enciclopedia, dove il «conoscere («teoretico») e il «volere», l’«attività pratica», sono raffigurati come due lati, due metodi, due mezzi di distruzione dell’«unilateralità» [che condiziona] sia la soggettività che l’oggettività»53, ma, evidentemente, non ancora sufficiente, perché è «soltanto nel loro insieme e nella loro relazione che si realizza la verità»54. Proprio per il fatto che questa totalità, questo insieme complesso, può essere concepito solo attraverso il pensiero e mai colto direttamente nel rapporto immediato con l’oggetto, l’idea assume una realtà teoretica come forma di conoscenza filosofica. Ed è in questa dimensione teorica che risiede la sua essenza e la sua capacità trasformativa. Tuttavia, l’idea acquista piena concretezza solo quando entra a far parte dell’attività oggettiva dell’uomo, laddove la volontà tende naturalmente verso l’unità (ideale) del mondo. In questo modo Hegel giungerebbe a una conclusione straordinaria: l’idea teoretica finisce per tramutarsi nella dimensione pratica, «l'idea, in quanto il concetto è ora per sé il concetto in sé e per sé determinato, è l'idea pratica, il fare»55.
È proprio questo aspetto a segnare una frattura decisiva tra Hegel e Kant, insieme alle implicazioni teoriche successive di quest’ultimo, poiché colpisce il modo di concepire il rapporto tra logica e teoria della conoscenza. Hegel emerge come colui che, prima di Marx, ha saputo integrare, seppure ancora in forma idealistica, la pratica all’interno della logica, trasformandola in un criterio fondamentale di verità oggettiva, e, di conseguenza, nel dissolvere la separazione tra soggetto e oggetto, stabilirne il loro legame indissolubile. Diversamente dalla semplice attività conoscitiva o teorica, tale connessione si compie in modo più profondo e completo, dal momento che la soggettività non si limita a influenzare l’oggetto solo nei contenuti, ma diventa parte della sua stessa forma esistenziale. Ogni atto pratico non solo crea un vincolo tra soggetto e oggetto, ma genera anche nuove contraddizioni fra di essi, aprendo continuamente la strada a ulteriori interrogativi e sviluppi.
L’essenza della pratica risiede proprio in questo dialogo incessante con il mondo, in una tensione creativa che ci permette di riplasmare la realtà pur continuando a essere costantemente trasformati da essa. In altre parole, è proprio attraverso l’azione pratica dell’uomo sulla natura che è possibile verificare l’oggettività dei contenuti del suo pensiero, sicché, se la pratica costituisce la misura della correttezza dell’azione che ciascun essere umano elabora, il suo risultato non è altro che «il controllo della conoscenza soggettiva e il criterio dell’oggettività veramente esistente»56. Così Hegel: «Qui viene tolta in generale la presupposizione, cioè la determinazione del bene quale scopo semplicemente soggettivo e limitato quanto al suo contenuto, vien tolta la necessità di realizzare questo scopo solo per mezzo di un’attività soggettiva, nonché quest’attività stessa. Nel risultato si toglie di per sé la mediazione. Il risultato è un’immediatezza che non è il ristabilimento della presupposizione, ma è anzi il suo esser tolto. L’idea del concetto determinato in sé e per sé è con ciò posta come quella che è non più semplicemente nel soggetto attivo, ma che è anche quale una realtà immediata, e viceversa questa, qual è nel conoscere, è posta come una oggettività veramente esistente.»57.
In Hegel, quindi, la logica comincia a configurarsi come una vera e propria teoria della conoscenza, poiché l’agire pratico dell’uomo, la realizzazione concreta dei suoi obiettivi nel contesto della materia naturale, costituisce una fase imprescindibile del processo logico. Non si tratta di un elemento marginale, bensì del pensiero stesso che si concretizza nella sua dimensione esteriore, in un percorso nel quale i risultati dell’azione umana sono messi alla prova attraverso il confronto diretto con le cose in sé, vale a dire con realtà esterne che non dipendono né dalla coscienza, né dalla volontà dell’uomo, nel senso che le leggi che governano il pensiero umano coincidono perfettamente con quelle della realtà oggettiva, dato che il pensiero rappresenta il nucleo essenziale di tutto ciò che esiste. Tuttavia, è noto, il problema concernente la complessa relazione tra le leggi del pensiero e quelle dell’essere, Hegel lo risolve direttamente nel concetto, individuato come la più autentica e fondamentale realtà, l’asse portante su cui si erige tutto il sapere, così da condurlo a porre la logica come pilastro centrale della filosofia che abbraccia e modella ogni ambito della conoscenza: «È assurdo ammettere - scrive Hegel - che ci siano prima gli oggetti che costituiscono il contenuto delle nostre rappresentazioni e che poi sopraggiunga la nostra attività soggettiva che ne forma i concetti mediante l’operazione […] di astrarre e raccogliere ciò che è comune agli oggetti. Il concetto è piuttosto veramente il primo, e le cose sono quelle che sono mediante l’attività del concetto che è loro immanente e in esse si rivela»58.Prima di Hegel, se l’ontologia si occupava di indagare entità statiche ed eterne separandole dal processo cognitivo, mentre l’epistemologia esaminava le capacità conoscitive dello spirito umano senza considerare le leggi oggettive, la logica invece si limitava a descrivere le forme pure e soggettive del pensiero ignorandone il contenuto.
Hegel, pur partendo da una concezione idealistica di identità di pensiero ed essere59, contribuisce a integrare queste tre dimensioni, dissolvendo ontologia (o metafisica) ed epistemologia nella logica, stabilendo che le leggi del mondo oggettivo, ovvero della natura, corrispondono alle stesse leggi della logica, ma solo nell’ambito dell’alterità del pensiero, cioè nella natura60. «Il movimento della coscienza, come lo sviluppo di ogni vita naturale e spirituale, riposa sulla natura delle pure essenzialità [Natur der reinen Wesenheiten], che costituiscono il contenuto della logica»61. Ora, questo principio, dice Lenin, va solo «rovesciato», in quanto «la logica e la teoria della conoscenza» non devono limitarsi a poggiare, a riposare «sulla natura delle pure essenzialità», ma «devono essere derivate dallo «sviluppo dell’intera vita naturale e spirituale»62, cioè non solo dalla storia della filosofia, rispetto alla quale «ogni sfumatura del pensiero = un circolo sul grande circolo (sulla spirale) dello sviluppo del pensiero umano in generale»63, ma anche dall’intera esperienza pratica, sociale e culturale degli uomini, sviluppatasi attraverso l’arte, la tecnica, la produzione, la scienza e la lotta di classe64, perché è solo in questo modo che è possibile riuscire a spiegare il movimento della conoscenza nella sua totalità, cioè il percorso e le leggi del progresso conoscitivo verso la verità.
È quindi l’attività pratica degli uomini a precedere la nascita dei concetti. È dalle esigenze della pratica sociale che scaturisce l’abilità di creare astrazioni. È sempre attraverso azioni ripetute sugli oggetti della realtà, e l’uso di strumenti, che prende forma la comprensione e la categorizzazione del mondo, perché solo dopo aver sperimentato e riconosciuto l’idoneità degli oggetti di rispondere ai bisogni, gli uomini possono attribuire loro una denominazione sia specifica che generica, collocandoli in categorie o classi definite. Questo processo non è solo teorico, ma profondamente legato alla pratica quotidiana, dove l’esperienza, in un processo di sviluppo prolungato nel tempo, prepara il terreno per la formazione dei concetti. «Le dieci dita», scrive Engels, «con cui gli uomini hanno imparato a contare e quindi a compiere le prime operazioni aritmetiche sono tutto quel che si vuole fuorché una libera creazione dell’intelletto. Per contare occorrono non solo oggetti numerabili, ma anche la capacità di prescindere, nella considerazione di questi oggetti, da tutte le altre loro proprietà tranne che dal loro numero: e questa capacità è il risultato di un lungo sviluppo storico fondato sull’esperienza.»65.
5. Perché Lenin si schiera con Hegel?
A partire dalla metà del XIX secolo, la filosofia borghese compie un evidente passo indietro, ritornando a Kant e, spingendosi ancora più indietro, a Hume e a Berkeley. Questo accadeva mentre la logica sviluppata da Hegel, pur con tutto il suo idealismo assoluto, emergeva sempre più chiaramente come il possibile nucleo razionale di un pensiero premarxista sulla logica. In particolare, Hegel offriva una concezione avanzata della logica come teoria dello sviluppo del sapere scientifico e come base per una teoria della conoscenza, sicché il suo idealismo rappresentava per Lenin uno strumento attraverso il quale racchiudere tutte le potenzialità dell’idealismo stesso, come approccio alla riflessione sul pensiero, sulla conoscenza e sulla consapevolezza scientifica.
Come, difatti, lo stesso Lenin a un certo punto riconosce - a proposito del capitolo sull’idea assoluta, nella parte conclusiva della Scienza della Logica - quando afferma che esso «quasi non contiene specificamente l’idealismo, ma ha come oggetto principale il metodo dialettico. Compendio e riassunto, ultima parola ed essenza della logica di Hegel è il metodo dialettico: questo è eccezionalmente importante. E ancora una cosa: in quest’opera di Hegel, che è la più idealistica, vi è il meno di idealismo e il più di materialismo. È «contraddittorio», ma è un fatto!»66. Per la filosofia borghese questa strada era preclusa, e la scelta di recuperare Kant non costituì una semplice questione teorica, ma una reazione dettata dalla paura. È in gran parte da queste dinamiche che sorgono con urgenza gli interessi filosofici di Lenin, concentrati con assoluta continuità tra Materialismo ed empiriocriticismo del 1908 e i Quaderni filosofici del 1916. La borghesia temeva le prospettive sociali che potevano emergere dall’adozione di una visione dialettica del pensiero, nonché le implicazioni rivoluzionarie che essa portava con sé. Da quando emerse la concezione materialistica della storia, Hegel cominciò ad essere visto dalla borghesia come il padre spirituale del marxismo, svelandone il significato profondo e concreto della massima conquista hegeliana, la dialettica, da trasformare in uno strumento utile per una concezione razionale e pratica circa il rapporto tra l’uomo e il mondo che lo circonda.
E allora, perché proprio con Hegel?67 Perché la filosofia hegeliana è il rifiuto di ogni forma di trascendenza; perché si propone come un sistema rigoroso che vuole restare nell’immanenza, senza mai uscirne fuori; perché non ammette le pretese del soggetto di ridurre a sé tutta la realtà; perché non c’è un altro mondo, non esiste nessuna cosa in-sé inconoscibile e perché «è in questo caso un materialista molto più deciso degli scienziati moderni»68; perché il vero e il falso non dipendono dalla fonte da cui provengono, bensì dal loro contenuto razionale; perché il pensiero umano, pur finito, non è destinato a rimanere ingabbiato nella sua finitezza, avendo la capacità di superare se stesso e di rivelare l’Essere nella sua totalità. La logica è dunque la teoria della conoscenza secondo Hegel, poiché essa (intesa come scienza del pensiero) viene da questi sviluppata attraverso l’analisi della storia della conoscenza dello «spirito» rispetto a sé stesso e, di conseguenza, del mondo delle «cose naturali». Queste ultime vengono considerate momenti integranti del processo logico, ossia schemi di pensiero e concetti che si manifestano «alienati» nella materia naturale. La logica, invece, è la teoria della conoscenza secondo il marxismo-leninismo, poiché le medesime «forme di attività spirituale», ovvero le categorie e gli schemi della logica, emergono dallo studio della storia della conoscenza umana e dell’attività pratica. Questo processo - in particolare «l’idea pratica, il fare», «lo scopo», quale «concetto soggettivo come essenziale sforzo e spinta a porsi esteriormente»69 - colto idealisticamente da Hegel, coinvolge l’essere umano pensante, o più precisamente l’umanità, intento a conoscere e a modificare il mondo materiale. Da questa prospettiva, la logica diviene inevitabilmente una teoria che illumina le strutture generali dello sviluppo della conoscenza e della trasformazione della realtà da parte dell’individuo sociale, identificandosi pienamente con la teoria della conoscenza stessa.
Se l’idea di pratica, come punto di incontro tra pensiero ed essere, trova le sue radici in Hegel, è solo attraverso il filtro del materialismo dialettico e storico marxista che essa riesce a ottenere una trasformazione profonda e decisiva. In questa prospettiva, la pratica non si riduce a una mera azione individuale, bensì diventa l’attività sociale per eccellenza: concreta, materiale e densa di potenziale rivoluzionario. Si tratta di un processo collettivo, portato avanti da ampie masse di individui, capace di modellare e trasformare la realtà stessa. Lenin, seguendo il solco tracciato dall’intuizione hegeliana, sottolinea un aspetto cruciale di questa concezione della pratica, ampliandone ulteriormente la portata. «La pratica è superiore alla conoscenza (teorica), perché essa ha la dignità non solo dell’universale, ma anche della realtà immediata»70. Nelle azioni collettive di milioni di individui si manifestano la necessità oggettiva e le leggi che governano i processi storici e sociali. Per questa ragione, la logica, intesa come disciplina filosofica, deve necessariamente includere la pratica nel suo sistema generale di principi. Solo così può rispecchiare pienamente l’interconnessione tra pensiero e realtà concreta, tra razionalità e trasformazione del mondo: «tutta la pratica umana deve entrare nella «definizione» completa dell’oggetto, sia come criterio di verità, sia come determinante pratica del legame dell’oggetto con ciò che occorre all’uomo»71.
Ecco perché nel marxismo-leninismo non possono esistere una «logica» e una «teoria della conoscenza» separate, dato che qualsiasi altra formulazione dei compiti a esse attribuite non può che condurre a una pericolosa variante di Kant e dei suoi epigoni teorici (empiriocriticismo, machismo, neokantismo e neopositivismo); perché il kantismo giunge a sostenere che la concezione del mondo deve necessariamente includere un elemento non scientifico, che può essere di tipo etico, morale, estetico-irrazionale o esplicitamente religioso, da ricondurre a una delle varianti moderne della sua ragion pratica. Esso, in altri termini, riduce tutte le forme e le leggi del mondo reale conosciute dall’uomo a una dimensione psicologica, interpretandole esclusivamente come «forme pure della psiche», come schemi «trascendentali», utili per collegare le idee in strutture concettuali, secondo convenienze e utilità momentanee in grado comunque di porsi in sintonia con quanto richiede lo sfruttamento capitalistico. La sua stessa versione moderna, coincidente con il neopositivismo, nel delimitare l’intera funzione della logica all’analisi del linguaggio, definendone il suo ambito esclusivamente in eventi verbalmente formulati mediante la coscienza, non fa altro che delineare in forma diretta i confini oltre i quali il pensiero non può estendersi. Una concezione che Hegel ha decostruito completamente, dal momento che il pensiero si manifesta, cioè si realizza e assume forma concreta, non solo attraverso il linguaggio, ma anche attraverso azioni rivolte alle cose e che, pertanto, trovano espressione reale negli oggetti creati e trasformati da tali azioni72.
Proprio la penetrazione della prassi nel contesto della teoria della conoscenza, fa notare Lenin, non è avvenuta materialisticamente, bensì idealisticamente, attraverso cioè un paradigma che abilmente ha provveduto a far sì che la scienza borghese nel suo complesso (politica, diritto, economia) si radicasse come imperforabile dominio assoluto di tutto lo scibile, capace in forma unica ed esclusiva di assicurare l’oggettività della conoscenza. Ma lo schema, grazie a Hegel, è ben diverso, dato che «il concetto (la conoscenza) rivela nell’essere (nei fenomeni immediati) l’essenza (la legge di causalità, identità, differenza, ecc.): ecco il cammino realmente universale di tutta la conoscenza umana (di tutta la scienza) in generale. Tale è il cammino sia della scienza naturale che dell’economia politica [e della storia]. La dialettica di Hegel è pertanto la generalizzazione della storia del pensiero. Sembra un compito eccezionalmente promettente quello di ricercare tutto questo, in modo più concreto e particolareggiato, nella storia delle singole scienze. Nella logica la storia del pensiero deve in complesso coincidere con le leggi del pensiero»73. Se il soggettivismo kantiano non permette di accorgersi che esiste una strutturale correlazione dialettica di realtà, forma, contenuto, pratica e tecnica, ma soprattutto che la conoscenza è necessariamente determinata dalla commistione dialettica di tali fattori oggettivi, è pertanto la dialettica, e soltanto la dialettica, che costituisce la vera logica, la quale come scienza si compenetra non solo con la dialettica, ma anche con la teoria della conoscenza del materialismo: «Nel Capitale si applica a una sola scienza la logica, la dialettica, la teoria della conoscenza [non occorrono tre parole: sono una stessa cosa] del materialismo, che ha attinto da Hegel quanto vi è in lui di prezioso e lo ha sviluppato ulteriormente»74. È ancora Ilyenkov a precisare questo rilievo di Lenin che compare nel Piano della dialettica (Logica) di Hegel.
La pratica, osserva Ilyenkov, non fa che confermare come la logica e la dialettica siano, in sostanza, due facce della stessa medaglia, dato che esse, nel condividere una stretta identità, mostrano come le strutture e i modelli del pensiero umano riflettano direttamente le dinamiche e gli schemi evolutivi della natura e della società. I principi della logica non sono altro che rappresentazioni universali dello sviluppo della realtà oggettiva, momenti che vengono trasformati e integrati come parte attiva della nostra capacità di pensare e agire. Ma c’è una sottile distinzione che va sottolineata. Le leggi della logica, sebbene rispecchino le leggi universali dello sviluppo dell’universo, con il suo perpetuo movimento tra contraddizioni, portano qualcosa di unico: una prospettiva specificamente umana. Come sottolinea Engels nel suo Ludwig Feuerbach, «il pensiero umano le può applicare in modo consapevole, mentre nella natura e sinora per la maggior parte anche nella storia umana esse giungono a farsi valere in modo incosciente, nella forma di necessità esteriore, in mezzo a una serie infinita di apparenti casualità»75. La distinzione fondamentale tra le leggi della logica e quelle del mondo esterno - prosegue Ilyenkov - risiede quindi nel modo in cui le prime vengono realizzate nella mente umana, e cioè in modo intenzionale, consapevole e deliberato, al punto da renderle uniche rispetto alle leggi della natura che operano indipendentemente dalla nostra coscienza. Proprio per questo motivo, la logica non è altro che la dialettica applicata consapevolmente nella scienza e nella vita quotidiana, costituendo un’unica realtà seppure espressa in forme diverse. Da qui la posizione di Lenin, secondo cui «la logica, la dialettica e la teoria della conoscenza del marxismo sono una sola e medesima scienza, non tre scienze diverse, seppure interconnesse tra loro […] Chi non accetta questo principio continuerà inutilmente a gravitare nella pura «ontologia» o nella pura «logica», o alternativamente in entrambe, ma non riuscirà mai a penetrare nella dialettica come logica e teoria della conoscenza, cioè nella filosofia marxista-leninista.»76.
6. Conclusioni. La logica dialettica è «la teoria della conoscenza (di Hegel e) del marxismo»
Hegel, come Lenin mostra ripetutamente, diventa così un eccezionale alleato del materialismo dialettico nella sua opposizione a quei costrutti filosofici che costituiscono la base di tutti i concetti borghesi «moderni» di logica, epistemologia e dialettica. Vi è un passaggio all’inizio dei Quaderni filosofici in cui Lenin manifesta un certo entusiasmo circa l’indicazione hegeliana secondo cui la logica deve essere dotata di «connessione interna necessaria» di tutte le parti e dell’«Uebergang» [passaggio] delle une nelle altre»77: «È molto importante! Tutto questo, a mio giudizio, significa: 1. connessione necessaria e oggettiva di tutti i lati, forze, tendenze, ecc. di un dato campo di fenomeni; 2. «genesi immanente delle differenze»: logica interna oggettiva dell’evoluzione e della lotta delle differenze, della polarità. […] Una formula eccellente: «Non solo un universale astratto», ma un universale tale che incarni in sé la ricchezza del particolare, dell’individuale, del singolare (tutta la ricchezza del particolare e del singolare!)!! Très bien!»78.
Per capire, si riprenda un noto esempio, impiegando la struttura della logica dialettica hegeliana. Quando formuliamo concetti come «rivoluzione proletaria», «crisi mondiale», «imperialismo», «democrazia», significa esprimere meri universali astratti che non possono essere compresi se non li «rivestiamo» delle determinazioni particolari che li caratterizzano79. Questo è un punto su cui anche Marx insisteva nei Grundrisse, quando sottolineava che, nello studio socio-economico di un paese, partire dalla «popolazione» può sembrare corretto solo in apparenza, ma se non si analizzano nello specifico le classi sociali e i rapporti al loro interno, il risultato è di avere una visione superficiale e disordinata della complessità reale - «un’immagine caotica dell’insieme»80. Il metodo corretto, dunque, è partire dal reale, afferrare questo caos iniziale e arricchirlo attraverso un percorsodi analisi in grado di integrare le particolarità, per poi giungere a ricostruire la totalità in una forma più densa e concreta.È quella forma a cui Marx stesso tendeva, una «popolazione» che non è più un’idea astratta, ma diventa un«universale concreto», connotato di complessità che le sue determinazioni particolari apportano.
Lenin, leggendo Hegel, descrive con entusiasmo questo risultato come una «formula eccellente», in quanto capace di delineare un concetto di totalità non statico, bensì intensamente dinamico, dominato da un intreccio di relazioni essenziali e cariche di contraddizioni interne, che, lungi dall’essere meri ostacoli, conferiscono vitalità al sistema. Sono proprio questi confronti interni, inevitabilmente portatori di conflittualità, a generare lo spazio per l’emergere di potenzialità nuove, in grado di dare origine a nuove realtà. Si tratta, quindi, di una concezione in costante evoluzione, una totalità sempre pronta a trasformarsi sotto l’influenza delle interazioni dinamiche tra universali e particolari in una dialettica che si delinea come una danza senza fine, dove la teoria non solo si lega strettamente con la realtà, ma lo fa in un modo duplice, poiché non si presenta solo come un meccanismo volto a interagire con il reale per analizzarne e comprenderne le tensioni e i conflitti già esistenti, ma, anzi, si configura pure come uno strumento attivo teso a plasmare nuove dimensioni, diventando il motore per la costruzione di totalità e strutture radicalmente innovative e rivoluzionarie, in grado di riformulare l’essenza stessa della realtà.
Questo processo si realizza attraverso una profonda analisi che permette di entrare nel cuore delle dinamiche concrete e delle tendenze strutturali del reale, osservandone attentamente le trasformazioni e i movimenti interni, così da far emergere una funzione che può essere definita sia metodologica che strategica, tale da fungere da autentico orientamento pratico e teorico, il cui obiettivo è quello di elaborare un punto di vista rivoluzionario che risulti specificamente adatto all’interpretazione di una determinata epoca storica. Come puntualizza Lenin in una lettera a Ines Armand, «Tutto lo spirito del marxismo, tutto il suo sistema esige che ogni situazione venga esaminata soltanto α) storicamente; β) solo in connessione con le altre; γ) soltanto in connessione con l’esperienza concreta della storia»81.
Un sistema, cioè, capace di analizzare la situazione presente adottando una prospettiva basata sull’osservazione storica concreta, secondo un tipo di valutazione che non deve limitarsi a cogliere una fotografia statica del momento, ma che abbracci una comprensione globale di una realtà in continuo mutamento, considerata nel pieno del suo processo di sviluppo dinamico. Il compito della scienza consiste, dunque, nel riflettere la fondamentale connessione storica, ossia la successione degli eventi e dei fenomeni: «Millenni sono trascorsi dal tempo in cui è sorta l’idea della «connessione di tutte le cose», della «catena delle cause». Un confronto dei modi come queste cause sono state intese nella storia del pensiero darebbe una teoria della conoscenza irrefutabilmente dimostrata.»82. Ciò naturalmente vale anche per la dottrina dell’identità degli opposti, poiché, se la divisione dell’insieme unitario e l’analisi delle sue parti contraddittorie costituiscono il nucleo della dialettica, anche in questo caso «l’esattezza di questo lato del contenuto della dialettica deve essere dimostrata dalla storia della scienza»83. È proprio grazie a questo approccio dialettico che diventa possibile svelare la vera natura di processi complessi, fornendo al contempo uno strumento efficace per evitare deviazioni interpretative ed errori nell’analisi: «Il marxismo esige da noi una considerazione esatta e oggettivamente controllabile dei rapporti tra le classi e delle particolarità specifiche di ogni momento storico. Noi bolscevichi ci siamo sempre sforzati di rimanere fedeli a questa istanza che è assolutamente indispensabile per ogni politica scientificamente fondata»84.
Da qui un metodo pratico-conoscitivo, che grazie alla sua capacità di sintetizzare riflessione critica e prospettiva di azione, finisce per assumere il ruolo di guida concettuale e operativa indispensabile per coordinare e indirizzare l’azione collettiva e politica delle masse85: «La cosa più sicura in una questione di scienza sociale, la cosa più necessaria per acquistare effettivamente l’abitudine di trattare in modo giusto la questione è di non smarrirsi in una quantità di dettagli o nell’enorme varietà di opinioni contrastanti, la cosa più importante per trattare questa questione in modo scientifico, consiste nel non dimenticare il nesso storico fondamentale, nel considerare ogni questione tenendo conto del modo come un dato fenomeno è sorto nella storia, delle tappe principali che ha attraversato nel suo sviluppo e, partendo dal suo sviluppo, esaminare che cosa esso è diventato oggi.»86. Ecco perché la logica dialettica è «la teoria della conoscenza (di Hegel e) del marxismo»87. Il pensiero borghese, dal canto suo, anche nelle sue versioni più moderne, se è certamente in grado di maneggiare le categorie concettuali di totalità e struttura88, sceglie, tuttavia, di smarrire deliberatamente la totalità, poiché, se approfondita, finirebbe per rivoltarsi contro di esso, avendo sempre attentamente mirato a costruire soggetti dissociati, mondi separati, saperi frammentati, e non a ricercare l’unità dialettica di reale e ideale. Dall’altra, si limita a dare una veste sufficientemente razionale alla categoria di struttura, ma abilmente riducendola a semplice elemento reificato, soprattutto quando è l'interesse di classe a renderlo necessario.
Lenin - nel prendere atto che la filosofia borghese non può tollerare che la coscienza sia immanente all’oggetto, poiché ciò comporterebbe sempre una dimensione costitutiva di «critica immanente», e quindi la formazione di un soggetto ribelle, non flessibile e non disposto a essere sottomesso ai meccanismi del decisionismo e dello sfruttamento politico ed economico - mostra come Hegel fosse già perfettamente consapevole di questo limite, e lo farà notare con sottile ironia: «La solita tenerezza per le cose - scrive Hegel - che bada solo a ciò che esse non si contraddicano, dimentica qui come sempre che con ciò la contraddizione non viene così risolta, ma soltanto respinta in generale altrove, cioè nella riflessione soggettiva o esterna, e che questa contiene di fatto come tolti e riferiti l’uno all’altro in una medesima unità quei due momenti, che mediante cotesto allontanamento o trasposizione vengono enunciati come un semplice esser posto»89. «Deliziosa ironia! - commenta Lenin - La «tenerezza» per la natura e la storia è (nei filistei) l’aspirazione a depurarle delle contraddizioni e della lotta…»90.










































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