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La giravolta dell’Fmi: chi vuole la pace prepari l’austerity

di Emiliano Brancaccio

Secondo l’outlook 2026, se la guerra all’Iran va per le lunghe si rischia un calo della crescita mondiale fino a un punto e mezzo e maggiore inflazione fino a due punti percentuali

Un manuale d’istruzioni per l’economia di guerra. Così possiamo intendere l’ultimo outlook pubblicato dal Fondo monetario internazionale che dedica due interi capitoli ai risvolti macroeconomici di questi nuovi tempi di ferro e di fuoco.

Il Fmi riconosce tardivamente un fatto che già altri avevano segnalato. I conflitti in corso non sono più episodici ma descrivono una tendenza generale: «Il numero di guerre attive è aumentato fino a livelli che non si vedevano dalla fine della seconda guerra mondiale». E al momento non si intravedono inversioni di rotta: «Le dinamiche sono destinate a continuare».

Il Fmi non osa interrogarsi sulle cause di questa tendenza. Nella miope ottica dell’istituto di Washington, una teoria della “guerra capitalista” resta inconcepibile. Il conflitto militare viene quindi ancora visto come uno “shock” inatteso, una specie di maledizione caduta dal cielo. Il massimo che gli economisti del Fondo riescono ad ammettere, per adesso, è che la guerra non è più una fenomenale eccezione storica, ma sta diventando una sorta di “baseline”, una normalità del sistema.

In questa nuova normalità, si pone un problema di adattamento retorico. Qui l’istituto di Washington sembra cadere in uno spettacolare cortocircuito argomentativo: da un lato l’ideologia della guerra, dall’altro la scienza della pace.

A una prima lettura, dal documento traspare infatti una certa benevolenza verso la spesa militare. «I rafforzamenti della difesa possono stimolare l’attività economica nel breve periodo, aumentando consumi e investimenti» e «possono aumentare la crescita nel medio periodo attraverso accumulazione di capitale e guadagni di produttività». Un’implicita apologia del bellicismo, con tanto di moltiplicatori del boom militare.

Non basta. A sostegno del riarmo viene anche l’argomento strategico: «L’aumento della spesa per la difesa può contribuire a rafforzare la resilienza e fungere da deterrente» contro eventuali aggressioni nemiche. Un assist ideale per Rutte, von der Leyen e tutti gli odierni riesumatori della vecchia locuzione latina: chi vuole la pace, prepari la guerra.

Esaminando però con attenzione il documento, saltano fuori alcuni dati che entrano in aperta contraddizione con l’iniziale indulgenza verso la spesa militare.

La retromarcia più imbarazzante riguarda l’idea del riarmo come fattore di deterrenza. In una piccola nota a piè di pagina, il rapporto contraddice sé stesso, ammettendo che la letteratura scientifica in tema smentisce l’idea che una maggiore spesa militare riduca la probabilità di conflitti futuri. Un piccolo sussulto di coscienza da parte degli estensori del rapporto, che sia pure con qualche eufemismo ammettono che il rischio è esattamente opposto. Spesso le armi vengono prodotte, guarda caso, per essere poi usate. E la spesa per armamenti può rivelarsi il preludio di guerre su più vasta scala.

La giravolta argomentativa riguarda anche gli effetti strettamente economici del riarmo. Esaminando 164 paesi dal dopoguerra a oggi, il rapporto scopre l’acqua calda. Ossia, che quando le guerre poi scoppiano davvero, la creazione si trasforma in distruzione, con «perdite cumulative di circa il 7% del Pil» e aumenti del debito pubblico «di circa 14 punti di Pil».

Un degrado macroeconomico evocato anche nelle previsioni del Fondo monetario internazionale futuro: specialmente se la guerra all’Iran va per le lunghe, si rischia un calo della crescita mondiale fino a un punto e mezzo e maggiore inflazione fino a due punti percentuali. Un allarme tale da suscitare l’irritazione di Scott Bessent, segretario al Tesoro di Trump. Che della guerra del suo presidente vorrebbe solo celebrare le magnifiche sorti.

Sia pure in note sparse, dunque, l’outlook riconosce i giganteschi costi passati e futuri del bellicismo. Eppure, il Fmi non sembra far molto meglio che trarre una lamentela da ragionieri militari: «Circa due terzi dell’aumento della spesa per la difesa è finanziato attraverso maggiore deficit», con «rischi per la stabilità macroeconomica». L’istituto ne trae la consueta ricetta. Dopo la guerra, ci vorrà l’austerity. Dopo il sangue, bisognerà versare le lacrime.

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