
Guerra giusta e guerra santa
di Edoardo Greblo
L’adozione del linguaggio religioso nella retorica bellica è diventato una caratteristica ormai ricorrente dell’amministrazione Trump, che ha trasformato la politica estera e l’azione militare degli Stati Uniti in una sorta di impegno messianico. Il Segretario della Difesa Pete Hegseth ha descritto il conflitto con l’Iran come una “missione religiosa” da “nuovi crociati”, una “guerra santa” in nome della quale non esita a invocare la “provvidenza onnipotente di Dio”. Naturalmente, la politica americana non è nuova ad appelli di questo tenore. Già George Bush aveva adottato un linguaggio con connotazioni religiose in tema di lotta al terrorismo, specialmente nei primi anni dopo l’11 settembre, senza però mai dichiarare formalmente una “guerra di religione”. Con Hegseth si è compiuto un passo ulteriore: è arrivato il momento di far acquisire agli Stati Uniti il ruolo di nazione cristiana chiamata a difendere e a diffondere la propria civiltà.
Ora, le guerre non si combattono soltanto con le armi, ma anche con le parole. Il linguaggio usato per descriverle ne influenza la comprensione, la giustificazione e il giudizio. L’equivalenza tra “guerra giusta” e “guerra santa” postulata da Hegseth non si scontra soltanto con l’evidenza: si possono dichiarare guerre giuste senza che siano sante, così come non è detto che le guerre sante possano essere sempre considerate giuste. Ma, e soprattutto, porta a ignorare come sia stata proprio una lunga tradizione intellettuale cristiana a elaborare una distinzione fondamentale tra guerra giusta e guerra santa. La prima mira a limitare l’esercizio della forza affermando l’applicabilità di criteri morali anche nel caso degli interventi armati. La seconda, al contrario, sacralizza la violenza, presentandola come un dovere imposto da un’autorità indiscussa e indiscutibile che impone la difesa e l’affermazione della “vera” religione.
Dalla tarda antichità al Medioevo, numerosi pensatori hanno cercato di porre alcuni argini al potenziale distruttivo dei conflitti armati appellandosi alla dottrina della guerra giusta.
Questa tradizione ha offerto un quadro di riferimento inteso a valutare in quali circostanze l’esercizio della forza possa essere considerato giustificabile. È proprio questa la distinzione, di importanza fondamentale, a essere confusa o ignorata dall’amministrazione americana, difficile dire se deliberatamente o per semplice insipienza. E, comunque, i conflitti armati vengono inquadrati in modo incoerente: a volte come atti di difesa, a volte come l’attuazione di un piano divino che assegna agli Stati Uniti il compito di irradiare ovunque nel mondo la volontà del Signore. Queste oscillazioni sono al tempo stesso fonte di confusione e incoraggiano una forma di semplificazione manichea tra il Bene e il Male. È dunque più che mai necessario disporre di un quadro di riferimento storicamente fondato non solo per valutare la guerra in sé, ma anche il linguaggio utilizzato per descriverla.
La dottrina della guerra giusta risale ad Agostino d’Ippona, vissuto in un’epoca in cui l’Impero romano era segnato da violenza e instabilità. Per Agostino, la guerra non è mai un bene, ma la tragica conseguenza del peccato umano, per quanto talvolta necessaria a ristabilire l’ordine e senza legittimare la violenza quanto, piuttosto, per contenerla. La guerra va combattuta unicamente per raddrizzare un torto, sotto la dovuta autorità e per garantire la pace, non a scopo di vendetta o di dominio. Tommaso d’Aquino delinea in seguito il quadro di riferimento in modo più chiaro nella Summa Theologiae individuando tre criteri: autorità legittima, giusta causa e retta intenzione. Autori successivi avrebbero aggiunto la proporzionalità, per cui il danno non deve superare il bene perseguito, e la distinzione, che richiede la protezione dei non combattenti. La forza di questa tradizione risiede nella sua moderazione. La teoria della guerra giusta non giustifica la guerra, bensì la limita. Fornisce una grammatica per giudicare la violenza e insiste sul fatto che la sua applicazione non può contravvenire ai valori e ai convincimenti morali.
La guerra santa offre un quadro di riferimento diverso. Laddove la guerra giusta limita la violenza, la guerra santa la sacralizza. Non è più una tragica necessità, ma un atto in linea con la volontà divina, per cui ogni ambiguità morale viene a cadere. Le Crociate ne sono l’esempio più lampante. Predicate quali guerre sancite da Dio, vengono promosse in nome di una volontà superiore a quella degli uomini: “Dio lo vuole” – e infatti, Hegseth si è fatto tatuare “Deus vult” sul bicipite destro. La partecipazione poteva essere presentata come spiritualmente meritoria. Il nemico veniva dipinto come il male assoluto, al di là di ogni ordinaria preoccupazione morale. Se la guerra è voluta da Dio, la moderazione diviene secondaria. Le distinzioni centrali nel pensiero della guerra giusta svaniscono. La violenza non viene più giudicata, ma affermata. La guerra santa riduce il giudizio etico a certezza teologica e sostituisce la riflessione con una sorta di cieca convinzione che annulla ogni possibile riferimento a una qualche valutazione critica.
All’inizio dell’età moderna, gli sforzi per limitare la guerra si spostano dalla teologia al diritto naturale. È Ugo Grozio, il padre del diritto internazionale moderno, a imprimere una svolta decisiva in questo campo. Scrivendo in un periodo di conflitti confessionali, Grozio cerca di definire delle regole applicabili anche al di là delle divisioni religiose. Il suo “diritto naturale delle genti” mira a regolare le relazioni tra i diversi Stati attraverso norme condivise piuttosto che in nome di una fede comune. Questo cambiamento coincide con l’affermazione della sovranità statale dopo la Pace di Vestfalia del 1648 e sostituisce i modelli precedenti, in cui l’autorità poteva essere condivisa o contesa tra imperatori, papi e giurisdizioni sovrapposte. L’autorità diviene territoriale ed esclusiva. La guerra inizia a essere vista come un’attività degli Stati all’interno di un ordine internazionale che si basa su fondamenti di legittimazione indifferenti alle visioni del mondo. Questo mutamento delle condizioni-quadro viene infine formalizzato nel quadro di una teoria giuridica che vincola il giudizio sulla guerra a procedure inclusive e imparziali per regolarne le condotte.
Nel ventesimo secolo, istituzioni come le Nazioni Unite hanno codificato il divieto della guerra di aggressione, un divieto che si ritrova dell’articolo 11 della nostra Costituzione. Pur essendo laici, questi quadri normativi recano in sé tracce evidenti della dottrina della guerra giusta, in particolare riguardo alle questioni dell’autorità legittima e della forza giustificata. Tuttavia, i problemi irrisolti non mancano. Le norme morali e giuridiche si scontrano con una volontà di autoaffermazione rivolta verso l’esterno di chi intende avvalersi di tutti i mezzi militari disponibili per ribadire la sua posizione egemonica nei confronti di possibili rivali. I recenti conflitti in Medio Oriente, in particolare quelli che hanno coinvolto Iran, Stati Uniti e Israele, lo dimostrano in modo sin troppo evidente. Pur essendo combattuti all’interno di quadri geo-strategici, vengono sempre più spesso descritti in termini religiosi, che rientrano in un piano divino o in una lotta apocalittica. Questa retorica non andrebbe sottovalutata, poiché riprende una dottrina, quella della guerra santa, che si riteneva ormai superata e che sfrutta la superiorità militare della potenza egemone per creare un ordine mondiale secondo i propri concetti di bene e di male improntati in senso religioso. Anche quando le ragioni rispondono alla logica di una potenza intenzionata a imporre un ordine geostrategicamente gradito, un linguaggio di questo tipo contribuisce a rendere “digeribile” a una certa parte dell’opinione pubblica una guerra altrimenti indifendibile. Se infatti gli interventi armati vengono riverniciati con la retorica del “Dio lo vuole” lo spazio del giudizio e della valutazione critica diviene sempre più angusto, e diventa sempre più difficile valutarne sia il significato che le implicazioni morali.
Ci si può naturalmente chiedere se possa ancora esistere una “guerra giusta”, se ogni guerra è ormai diventata, come ha dichiarato papa Giovanni Paolo II nel discorso natalizio del 1990, “un’avventura senza ritorno”? Comunque stiano le cose, e anche se è evidente ogni impegno andrebbe dedicato alla volontaria auto-obbligazione di Stati sovrani di impegnarsi in direzione della pace, i criteri della guerra giusta non dovrebbero comunque essere soppiantati dalla dottrina della guerra santa. E, in ogni caso, ci permettono di valutare sia le azioni che le argomentazioni. Non si tratta di reliquie del passato, bensì di principi che hanno plasmato il pensiero giuridico ed etico moderno. Il loro valore risiede nell’imporre disciplina al giudizio. Senza di essi, il dibattito oscilla tra gli estremi. L’assolutismo trasforma il conflitto in certezza morale. Il relativismo nega la possibilità di giudizio. Il recupero di un ragionamento morale rigoroso è, pertanto, essenziale. Il compito non è solo quello di giudicare le guerre, ma di resistere al linguaggio che considera qualunque tentativo di addomesticamento giuridico della violenza bellica come destinato a fallire solo perché qualcuno ritiene di dover combattere perché “Dio lo vuole”.










































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