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volerelaluna

Terra e cielo devastati. Non possiamo restare inerti

di Guido Viale

Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei Governi, dei media, delle istituzioni internazionali e, in gran parte, anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono incompatibili. Scegliere – sostenere in qualsiasi forma – la prima significa condannare l’altra. E viceversa. Per questo l’alternativa alla guerra non è la pace, l’assenza di guerre, ma la lotta per la salvaguardia del pianeta. D’altronde il clima, anche se ne rappresenta il fattore più urgente, non è che una metafora di un processo più generale di degrado che accomuna in un unico destino le condizioni materiali del nostro pianeta e la convivenza tra gli umani messa in forse dalle diseguaglianze e dalla violenza diffusa che la stanno minando alla radice.

Era – e rimane – questo il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco che Leone XIV non ha saputo o voluto approfondire o sviluppare nell’enciclica Magnifica Humanitas: la consonanza tra il “grido della Terra” offesa dalle forme assunte dallo sviluppo economico e tecnologico del nostro tempo e la crescente insostenibilità delle condizioni degli umili, degli sfruttati e degli oppressi.

Una consonanza che sgorga dalla interdipendenza, diretta o indiretta, tra tutto ciò che è vita e tra gli esseri umani e la Terra, “il creato”. In essa Francesco aveva individuato la regola di una reciprocità – ripagare la Terra per ciò che essa ci dona perché anche tutti gli esseri che la abitano possano vivere meglio tra di loro – che dovrebbe presiedere tanto ai rapporti tra le comunità umane quanto a quelli che ciascuno intrattiene con il “proprio” territorio: il contesto fisico di una comunità aperta, effettiva o potenziale, entro cui realizzarsi.

Troppo poco si è fatto finora per tradurre in misure pratiche quelle regole dettate dall’interdipendenza di tutte le forme di vita; regole che definiscono una “visione” del mondo e del suo divenire che potrebbero costituire l’orizzonte entro cui cercare la ricomposizione – la convergenza? – dell’agire di tutti o di gran parte di coloro che lavorano al superamento dello stato di cose presente. Viviamo un’epoca di cambiamenti rapidi e sempre meno controllati e controllabili. La crisi climatica e ambientale di cui in tanti ci stiamo dimenticando, insieme alle ripercussioni di guerre vicine e lontane, moltiplicheranno purtroppo le emergenze a cui si dovrà fare fronte: con salvataggi, sgomberi, ospitalità, ricostruzioni, opere e attività di prevenzione. Sono circostanze che sollecitano al massimo la solidarietà, il mutuo appoggio, la costituzione di embrioni di comunità (che rischiano però la dissoluzione quando l’emergenza si attenua), ma anche la tendenza a delegare quei compiti ai governi nazionali o locali o ad altre istituzioni che tendono a emarginare la partecipazione come un’indebita interferenza. Prepararsi per tempo ad affrontare le emergenze, climatiche o di altro genere, e offrire una prospettiva per consolidare le relazioni che si creano in esse, può fare la differenza.

Anche per questo è così importante affrontare in modo radicale la “normalità” di tutti i giorni. Abbiamo bisogno di un orientamento generale comune che ci guidi in ogni singola scelta: sia nella molteplicità dei comportamenti quotidiani che in tutte le iniziative di ordine sociale o politico che intraprendiamo per cercare di trasformare in meglio la realtà in cui siamo immersi.

Di ognuna di quelle scelte – soprattutto quando sono in gioco questioni al centro delle politiche sociali, come lavoro, salute, istruzione, servizi, consumi, mobilità, cultura e simili – dovremmo sempre chiederci: ci avvicina o ci allontana dalla salvaguardia del pianeta? E di quanto in più o in meno delle altre alternative che sono alla nostra portata? È un esercizio che bisognerebbe imparare a svolgere quasi quotidianamente: ovviamente, tanto meglio quanto più attraverso un confronto o una discussione collettiva con chi condivide gli stessi obiettivi di fondo; ma anche, e forse soprattutto, con chi ne contesta rilevanza o urgenza, ma è comunque disponibile a un confronto. Instaura con chi ci sta vicino un rapporto di reciprocità che può essere il primo passo nella costruzione di una vera comunità: la cosa di cui abbiamo massimamente bisogno tutti.

Non è cosa facile, sopraffatti come siamo dalle incombenze della vita quotidiana, dagli attacchi alle condizioni di vita, dalle urgenze imposte dal proliferare di guerre, violenza, razzismo, ipocrisia e cinismo. Lo sforzo per sviscerare sia il danno ambientale comportato da ognuna delle nostre scelte, attività o abitudini che le possibilità effettive di evitarlo che abbiamo a disposizione è ancora maggiore quando sono in campo questioni vitali come la difesa dei posti di lavoro in settori – e sono tantissimi – che producono danni ai lavoratori coinvolti, al territorio e alle comunità che ne subiscono gli impatti diretti, ma anche alla generalità dei consumatori, degli utenti o dei destinatari di ciò che si produce. Un dilemma che diventa evidente nel caso della produzione di armi che, come si è detto, non risparmia quasi più alcun settore industriale. È evidente che non si può rivendicare la chiusura di certe produzioni senza che i lavoratori interessati ne siano coinvolti mettendo in campo proposte alternative di produzione, o di impiego, o di supporto del reddito; anche quando – ed è il caso più frequente nelle vertenze di questo tipo – la possibilità di tenere in vita le produzioni in questione è scarsa o nulla. Ma la soluzione di queste vertenze è troppo spesso delegata a finte trattative tra governo e parti sociali (leggi padroni e sindacati) che hanno il solo scopo di perdere tempo per allentare la tensione sociale.

Le maestranze della ex Gkn di Firenze, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento del loro stabilimento hanno tenuto in vita per così tanto tempo le loro iniziative non solo grazie al coinvolgimento di tante comunità e alla costruzione di nuove e sempre più ampie reti di solidarietà, ma soprattutto – e le cose sono legate – grazie alla messa a punto di un progetto di conversione della loro fabbrica a produzioni alternative ecocompatibili e di socializzazione della sua gestione. Come nella lotta trentennale delle genti della Val di Susa il processo e le sue realizzazioni sono già un grande risultato e un insegnamento per tutti.

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