La diatriba sul sovranismo, una tempesta in un bicchier d'acqua
di Domenico Moro
Sono sinceramente meravigliato del clamore e dell’attenzione che sui social sta ricevendo la recente diatriba tra due professori universitari, Emiliano Brancaccio e Andrea Zhok. Tuttavia, ho deciso anch’io di cedere ai meccanismi “social” ed esprimere il mio parere sulla questione.
L’origine della diatriba nasce da un articolo di Brancaccio sul Manifesto in cui, dalla critica delle scelte economiche meloniane, trae spunto per un attacco contro il sovranismo. A questo punto, Zhok è intervenuto sulla bacheca Fb di Brancaccio dicendo sostanzialmente che si era rotto le scatole di vedere utilizzato il termine sovranismo a sproposito. Per la verità, Zhok ha usato un linguaggio più colorito, che forse avrebbe potuto risparmiarsi.
La risposta di Brancaccio è stata, però, di una arroganza fastidiosa, improntata al concetto “lei non sa chi sono io”, sostenendo che uno come lui, tanto importante da aver avuto interlocuzioni con personaggi come Blanchard (ex capo-economista dell’Fmi), Monti e Prodi, non poteva essere apostrofato in quel modo. Fra l’altro non è detto che essere interlocutori di questi soggetti sia particolarmente significativo della validità del proprio pensiero. Brancaccio, ha poi aggiunto che chi fa il filosofo e non conosce alcune tecnicalità dell’economia (Zhok) farebbe meglio a stare zitto. A questo punto tra i due è iniziata una polemica a distanza con toni personalistici, che ha scatenato i rispettivi fan.
Il problema è, in primo luogo, che i due in questione si comportano come “prime donne”, che interpretano il proprio ruolo su un palcoscenico – quello dei social media – che favorisce e vive di contrasti manichei tra posizioni delineate in modo estremizzato, sulle quali il pubblico di fan si posiziona a mo’ di tifoseria calcistica.
In secondo luogo, questo contrasto tra sovranismo e anti-sovranismo è un falso problema, che, esercitando un po’ di dialettica, potrebbe essere risolto, fra quanti, almeno a quanto dice, si richiamano al marxismo o comunque prendono spunto da Marx. Il cosiddetto sovranismo è declinato in diversi modi, di destra e di sinistra
. Comunque, il concetto di fondo è che la globalizzazione dell’economia, e l’affermazione di organismi sovrannazionali, ha indebolito lo Stato nazionale a tutto vantaggio delle élites capitalistiche. Tale concetto non è né giusto né sbagliato, dal momento che fotografa un dato di fatto storico. L’errore che entrambi i duellanti in oggetto fanno è di estremizzare tale concetto, ciascuno nella direzione preferita. Come spesso accade, se un concetto o una posizione si estremizzano troppo e si irrigidiscono, diventano inservibili.
Brancaccio ritiene che il sovranismo sia una tendenza sempre nazionalista, reazionaria e di destra, che contraddice il primato della lotta tra capitale e lavoro e contrasta con l’internazionalismo dei lavoratori. In sostanza, Brancaccio qui assume le vesti del difensore del marxismo. Purtroppo, si tratta di un marxismo troppo schematico e semplificato, in cui manca una analisi della composizione di classe delle società capitalistiche e soprattutto dello Stato. Su queste basi, Brancaccio fa dell’attacco al sovranismo una crociata personale che porta avanti da anni. Già nel 2018 criticai su Marxismo oggi un suo articolo sull’Espresso in cui attaccava “l’orrido sovranismo piccolo-borghese”[i].
Zhok, invece, coglie correttamente il legame tra “indebolimento” dello Stato nazionale e peggioramento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. Si rende conto che l’internazionalizzazione dei capitali mina anziché favorire l’internazionalismo dei lavoratori. Tuttavia, anche lui estremizza la questione e finisce per concentrarsi troppo sulla necessità di ristabilire la sovranità dello Stato nazionale, che, di per sé, non significa un miglioramento dei rapporti di forza tra lavoratori e capitale. Soprattutto, enfatizza il carattere “nazionale” della sovranità, in cui rientra anche una critica non proprio centrata dell’immigrazione[ii]. Il che è poi quello che fa scattare i riflessi pavloviani anti-sovranisti non solo di Brancaccio ma anche di altri nel campo, più o meno, marxista.
Il punto, secondo me, è che in certe analisi manca la teoria marxista (magari aggiornata) dello Stato. Lo Stato è sempre lo Stato della classe dominante, ma la forma che assume muta, dipendendo sia dalla fase che il modo di produzione attraversa sia dalla situazione dei rapporti di forza fra le classi. Partendo da questo assunto, si può dire che l’indebolimento dello Stato, specie quello avvenuto nei paesi della Ue e segnatamente in quelli dell’eurozona, non è assoluto, perché molte funzioni dello Stato, pensiamo agli apparati di polizia e militari, si stanno rinforzando. A essere indebolite sono quelle funzioni che ostacolavano o rendevano più difficile la subordinazione della classe lavoratrice e della piccola borghesia al capitale e che erano il risultato della risposta capitalistica alla crisi degli anni ‘30, di rapporti di forza tra capitale e lavoro più favorevoli a quest’ultimo e, last but not least, dell’esistenza dell’Urss e di un campo socialista.
Quindi, a essere stata messa in discussione non è la sovranità nazionale in senso stretto, ma la sovranità popolare (o democratica, se preferiamo), cioè quei meccanismi, che permettevano alla classe lavoratrice di esercitare la lotta di classe in modo più agevole. Ad esempio, i vincoli di Maastricht rappresentano una camicia di forza per le scelte di governi e parlamenti, nel caso in cui dovessero cedere a richieste dal basso, anche solo per ragioni elettoralistiche. Questo, naturalmente non significa che nella Prima repubblica, precedentemente alla Ue e dell’euro, fossimo in una sorta di società ideale, come alcuni tendono a rappresentarsi. A ogni modo, la sovranità, che taluni, fra cui il sottoscritto, rivendicano a sinistra, è quella democratica e popolare.
Un altro aspetto della teoria marxista che viene trascurato è quello dell’analisi della composizione di classe. In una società capitalistica, anche in una polarizzata e con una forte concentrazione e centralizzazione di capitale, permangono larghi strati intermedi. Inoltre, permangono anche molte differenze e divari anche tra i lavoratori salariati. Quindi, assumere una posizione tale per cui si condanna il sovranismo come tendenza piccolo-borghese, oltre a non essere corretta in senso generale, significa assumere un posizionamento politico che ignora la necessità delle alleanze di classe e di staccare almeno una parte della piccola borghesia dal capitale vero e proprio. Il vero nemico è rappresentato dal capitale, che, anche quando fa critiche alla Ue (come in questi giorni ha fatto la Confindustria), rimane profondamente europeista oltre che atlantista.
Parlare di sovranità democratica, e pertanto criticare la Ue e l’euro (e la Nato) e finanche metterne a programma la fuoriuscita, in uno Stato borghese non è un cedimento al nazionalismo. Rientra, invece, in questo contesto e in questa fase storica, all’interno di una strategia di lungo periodo di superamento del capitalismo, che deve essere modulata a seconda delle condizioni concrete esistenti.
Dall’altra parte, però, la rivendicazione della sovranità popolare deve fare i conti anche con la presenza di forze reazionarie e frazioni capitalistiche che declinano la questione della sovranità in termini nazionalisti e xenofobi, cercando di utilizzarla a proprio favore. Si tratta di settori politici, come Fratelli d’Italia, la Lega, ecc. Il cui “sovranismo”, però, lascia presto il posto a “necessari” adeguamenti ai vincoli europei e atlantici, come è accaduto al governo, presunto sovranista, di Meloni. Più che attaccare la Meloni perché è sovranista, quindi, dovremmo denunciarne la mancanza di rispetto della sovranità, popolare e democratica, e l’allineamento reale all’Ue, alla Nato e agli Usa. Al tempo stesso, rivendicare la sovranità “nazionale” in un paese che, malgrado tutta sua attuale subalternità agli Usa, è stato sin dalla fine dell’Ottocento e rimane ancora oggi imperialista, è piuttosto fuori luogo. Anche la determinazione con cui alcuni “sovranisti” di sinistra giudicano l’Italia una colonia e la sua classe capitalistica come una classe compradora è fuorviante. Ma qui ci sarebbe la necessità di riportare in auge un’altra decisiva teoria marxista, quella dell’imperialismo, e non è il caso in questa sede.
Quindi, estremizzare i concetti, nella fattispecie quello di sovranità, crea confusione e divisioni all’interno del campo anticapitalista (e marxista), che francamente sarebbe meglio evitare. La diatriba tra Brancaccio e Zhok può essere letta come uno scontro accademico fra professori universitari. In realtà, è il prodotto di un problema molto più importante: l’assenza della politica o meglio del connubio che deve sempre esistere tra politica e teoria, tra obiettivi pratici e riflessione, allo scopo di modificare la realtà a favore della classe lavoratrice. Se non si tengono in conto i risvolti pratici del proprio teorizzare, si rischia di andare fuori strada. Certo, cercare di elaborare e, ancor più, mettere in atto una politica marxista è molto più complesso e faticoso che fronteggiarsi sui social, dal momento che si deve agire concretamente tenendo conto contemporaneamente di una moltitudine di variabili interdipendenti. Ma non si può non “fare politica”. È, questo, è un problema non solo di Brancaccio e di Zhok, ma di tutti noi, a fronte della frammentazione organizzativa e della inconsistenza politica esistente.
Zhok e Brancaccio hanno indubbie qualità personali, ma se le usano in questo modo, l’unico risultato che ottengono (forse) è quello di aumentare la loro visibilità, ma certo non ci aiutano molto. Anzi replicano il fenomeno, oggi molto diffuso, della divisione in tifoserie contrapposte, che è il prodotto, oltre che del sistematico smantellamento dei partiti di classe e del marxismo, anche di anni di talk show televisivi e di social, a partire da Fb. Forse, più che scontrarci e continuare a dividerci su singole parole o formulazioni (sovranismo, uscita o no da Ue ed euro, rossobrunismo), dovremmo confrontarci realmente tra noi, partendo dal concreto e valutando insieme se quello che facciamo o diciamo è funzionale con gli scopi finali, che, mi pare, non teniamo in debita considerazione. Forse, in questo modo, supereremmo tante divisioni inutili e saremmo più forti nei confronti del nostro vero avversario, il capitale e la sua forma imperialista.











































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