Il crollo dello Yen e il ritiro dei capitali cinesi verso i beni rifugio e la scarsità di dollari offshore
di Francesco Cappello
Attualmente, sia il crollo dello yen sia la ritirata dei capitali cinesi verso i beni rifugio dimostrano che il sistema dell’Eurodollaro è teso, la liquidità globale in dollari è rigida e l’intera area asiatica sta scegliendo la via della massima cautela di fronte a mercati del lavoro fragili e a una domanda globale in calo
Il crollo dello yen giapponese ha toccato il livello minimo degli ultimi quarant’anni rispetto al dollaro americano, scivolando oltre la soglia di 162 yen per dollaro. Non si tratta di un semplice problema locale del Giappone o di una normale scommessa degli speculatori, ma di un serio campanello d’allarme che riguarda la salute dell’intera economia globale.
Il governo e la banca centrale giapponese hanno sostanzialmente perso il controllo della situazione, nonostante abbiano messo in campo misure teoricamente gigantesche. Per cercare di salvare la propria moneta, la Banca del Giappone ha infatti interrotto l’era dei tassi d’interesse negativi e ha alzato il tasso di riferimento fino all’1%, un livello massimo che non si vedeva dal 1995. Inoltre, le autorità di Tokyo hanno speso la cifra record di 11.730 miliardi di yen (circa 72,5 miliardi di dollari) in interventi diretti sul mercato dei cambi, vendendo cioè riserve in dollari per ricomprare massicciamente yen e sostenerne artificialmente il prezzo.
Secondo i manuali di economia tradizionali, queste mosse avrebbero dovuto far risalire immediatamente il valore dello yen. Nella realtà, la valuta ha continuato a perdere valore.
In pratica vediamo che le forze di mercato sottostanti sono molto più potenti delle decisioni dei banchieri centrali e che gli strumenti tradizionali della politica monetaria non stanno funzionando.
Il mistero del sistema dell’Eurodollaro
Il crollo dello yen è la manifestazione visibile di un problema invisibile: una forte contrazione della liquidità globale di dollari, regolata dal cosiddetto sistema dell’Eurodollaro.
Con questo termine non si intende la moneta europea, ma l’enorme mercato di dollari che vengono depositati, prestati e scambiati interamente al di fuori degli Stati Uniti (ad esempio tra banche europee o asiatiche). Questo mercato internazionale è il vero motore invisibile che finanzia il commercio e il credito mondiale.
Quando il sistema dell’Eurodollaro si irrigidisce a causa della diffidenza o della paura, si crea una vera e propria carenza di dollari a livello globale. Le banche e le grandi istituzioni finanziarie di tutto il mondo iniziano a competere per accaparrarsi quanti più dollari possibili per mettere in sicurezza i propri bilanci. Questa caccia globale alla moneta americana fa salire il valore del dollaro e schiaccia inevitabilmente le altre valute, a partire da quelle asiatiche come lo yen, a prescindere da quanto i governi locali provino ad alzare i propri tassi di interesse interni.
Il legame nascosto con la Cina
Mentre lo yen mostra la pressione del sistema all’esterno attraverso il crollo del suo tasso di cambio, il mercato finanziario cinese mostra la stessa identica pressione all’interno della propria economia.
Nello stesso momento in cui lo yen affonda, in Cina i rendimenti dei titoli di Stato stanno scendendo a nuovi minimi storici, con un fenomeno tecnico che segnala una forte ricerca di protezione.
In parole semplici, i grandi gestori di fondi cinesi hanno paura di un’ondata di declassamenti (ossia una riduzione del giudizio di affidabilità) sui debiti delle aziende e delle banche locali. Per questo motivo, stanno togliendo i soldi dagli investimenti produttivi e rischiosi per rifugiarsi in massa nei titoli di Stato sicuri. Quando tutti vogliono comprare questi titoli, il loro rendimento scende. Questo comportamento non è il segnale di un’economia che corre o di una banca centrale che stimola la crescita, ma rivela un sistema finanziario che si sta ritirando spaventato, riducendo il credito interno a causa della debolezza economica.
L’illusione del petrolio e i segnali deflazionistici
Il Giappone importa quasi tutta la sua energia e la paga in dollari; di conseguenza, quando il prezzo del petrolio sale, il paese deve vendere più yen per comprare dollari, indebolendo la propria valuta.
Tuttavia, recentemente i prezzi del petrolio hanno iniziato a scendere, ma lo yen ha continuato a perdere valore comunque. Se la causa fosse stata solo il costo dell’energia, il calo del greggio avrebbe dovuto dare immediato sollievo al Giappone. Il fatto che lo yen continui a scendere suggerisce uno scenario più cupo: il petrolio non sta diminuendo perché c’è più offerta, ma per una distruzione della domanda. Significa che l’economia mondiale sta rallentando a tal punto da consumare meno energia. Questo è un forte segnale deflazionistico, cioè di contrazione dell’attività economica e dei consumi mondiali e di conseguenza un sistema finanziario globale in forte difficoltà.
Per quale motivo le grandi banche europee si stanno muovendo in direzione esattamente opposta rispetto alle dichiarazioni e alle intenzioni dei banchieri centrali?
Il paradosso dei titoli di Stato
Nei primi cinque mesi del 2026, le banche commerciali europee hanno fatto il pieno di titoli di Stato (i bond emessi dai governi), acquistandone per un valore enorme che supera i 220 miliardi di euro (di cui ben 46,5 miliardi solo nel mese di maggio).
A prima vista, questo comportamento sembra del tutto irrazionale. La Banca Centrale Europea (BCE), guidata da Christine Lagarde, ha recentemente alzato i tassi d’interesse e continua a minacciare nuovi aumenti per combattere il rischio che lo shock sui prezzi dell’energia si trasformi in un’inflazione permanente. Chiunque abbia una minima base di economia sa che quando i tassi d’interesse salgono, i prezzi dei vecchi titoli di Stato scendono, provocando perdite a chi li possiede. Di conseguenza, se le banche credessero davvero ai continui aumenti dei tassi promessi dalla BCE, dovrebbero stare alla larga dai bond statali. Il fatto che li stiano comprando in massa dimostra che i banchieri commerciali non credono affatto alla narrazione ufficiale della banca centrale.
Le banche si preparano alla recessione
Le banche europee sembrano piuttosto prepararsi ad una massiccia strategia difensiva perché prevedono una forte debolezza economica e un aumento del rischio di credito nei prossimi mesi, rifiutando di fatto il modello sull’inflazione della BCE.
Invece di concentrarsi sul pericolo che i prezzi continuino a salire, le banche guardano all’economia reale e vedono famiglie e imprese in forte difficoltà. Un aumento del costo dell’energia agisce come una tassa sul potere d’acquisto delle persone: se i cittadini spendono di più per benzina e bollette, avranno meno soldi per tutto il resto, a partire dai servizi e dai consumi non essenziali. Le aziende, di fronte a una domanda debole e a costi di produzione più alti, vedono crollare i propri profitti. In uno scenario così fragile, prestare denaro a un’impresa o a una famiglia diventa estremamente rischioso per una banca, perché aumenta la probabilità che quel prestito non venga ripagato. Ecco risolto il paradosso: le banche preferiscono comprare titoli di Stato, che pur rischiando piccole svalutazioni restano scommesse più sicure dal punto di vista del rimborso, piuttosto che rischiare di perdere capitali facendo prestiti all’economia privata. I titoli di Stato servono alle banche come scudo di sicurezza, liquidità immediata e garanzia di alta qualità.
Il “broncio” del mercato dei derivati
Se si considera l’andamento del mercato dei derivati finanziari, nello specifico i contratti futuri legati al tasso Euribor (il tasso di riferimento a cui le banche europee si prestano denaro a vicenda) e si analizza la forma di questa curva finanziaria nel tempo, si nota una curva a forma di broncio o di arco triste. Questa forma particolare indica che gli investitori istituzionali si aspettano sì la possibilità di un ultimissimo e ravvicinato aumento dei tassi da parte della BCE (la parte iniziale della curva), ma prevedono che subito dopo la curva si piegherà verso il basso. Se il mercato si aspettasse un’inflazione forte e duratura, la curva continuerebbe a salire costantemente verso l’alto. Il fatto che si pieghi verso il basso dimostra che il mercato finanziario sta scommettendo su un imminente “errore di politica monetaria”: la BCE alzerà troppo i tassi in un’economia già debole, costringendola a fare marcia indietro e a tagliare i tassi molto presto per correre ai ripari contro la recessione.
I dati macroeconomici reali e il fattore lavoro
L’inflazione in Germania (l’economia più grande dell’eurozona) è inaspettatamente scesa al 2,4% a giugno, frenata dal calo del prezzo del petrolio, e l’inflazione di fondo si è stabilizzata. Non c’è quindi traccia di quel temuto effetto a catena sui salari o sui prezzi di cibo e servizi che tanto spaventa la BCE.
L’elemento più decisivo è però il mercato del lavoro. I sondaggi della Commissione Europea mostrano che la fiducia economica è debole e, soprattutto, che le intenzioni di assunzione delle imprese sono ferme su livelli molto bassi. Le aziende non stanno assumendo; al contrario, molte piccole e medie imprese, schiacciate dai costi energetici passati e dal calo delle vendite, stanno rimandando gli investimenti e iniziano a valutare il taglio delle ore di lavoro o del personale. L’occupazione è il termometro che distingue una vera fiammata inflazionistica da una crisi economica: se le aziende riducono i posti di lavoro e i consumatori hanno paura di spendere, non può esistere alcuna spirale di prezzi fuori controllo.
La BCE ha già commesso lo stesso identico errore nel 2008 e nel 2011, quando alzò i tassi d’interesse spaventata da un temporaneo aumento del prezzo del petrolio, senza accorgersi della fragilità strutturale dell’economia, finendo per aggravare la successiva crisi finanziaria. Il forte acquisto di bond da parte delle banche e la forma del mercato dei derivati indicano che la storia rischia di ripetersi: mentre la banca centrale combatte con gli strumenti di oggi un problema di ieri (il vecchio picco del petrolio), le banche commerciali si stanno già portando avanti e si stanno mettendo al sicuro per proteggersi dalla debolezza economica di domani.
(*) Già nel 1982 ci sono state diverse dichiarazioni storiche dell’ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, che dimostrano un fatto clamoroso: da oltre cinquant’anni le banche centrali hanno ammesso di non saper più definire né misurare la reale quantità di moneta in circolazione nel mondo (i vecchi indicatori come M1, M2 ed M3 sono ormai obsoleti).
L’evoluzione dei mercati ha creato canali di finanziamento paralleli e internazionali (come il mercato dei pronti contro termine, detti “repo”, e i depositi offshore), che sfuggono al controllo delle autorità. Non sapendo come misurare la moneta, la Federal Reserve e le altre banche centrali hanno smesso di guardare il sistema monetario e si sono concentrate solo sulla fine del processo, cioè sui dati macroeconomici come l’inflazione (indice CPI) o la disoccupazione. Il sistema monetario secondo alcuni, analisti somiglia sempre più a un “buco nero”: non lo si può vedere direttamente, ma si possono capire i suoi movimenti osservando come la sua gravità influenza tutto ciò che lo circonda. Le banche centrali usano modelli matematici teorici astratti che ignorano il funzionamento reale del credito, finendo regolarmente per provocare disastri o leggere i segnali al contrario.













































Add comment