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L’Italia come retrovia della guerra americana
di Giuseppe Gagliano
La sovranità dichiarata e la sovranità operativa
Le dichiarazioni di Mark Rutte sui 500 aerei statunitensi decollati da basi americane in Italia per sostenere l’operazione contro l’Iran hanno un peso politico superiore al dato militare in sé. Non rivelano soltanto l’ampiezza del contributo logistico europeo alle operazioni americane in Medio Oriente. Mettono a nudo una contraddizione strutturale della politica estera italiana: il Paese continua a proclamarsi sovrano, ma una parte essenziale della sua funzione strategica è ormai integrata nella macchina militare statunitense e atlantica.
Il punto non è stabilire se l’Italia abbia bombardato direttamente l’Iran. Il punto è capire se, senza le infrastrutture italiane, senza le basi, senza gli aeroporti, senza i corridoi logistici, senza la rete di rifornimento, sorveglianza, ricognizione e supporto, l’operazione americana avrebbe avuto la stessa profondità. La risposta è evidente: no. L’Italia non è stata necessariamente un attore combattente in prima linea, ma è stata una piattaforma essenziale della proiezione di potenza americana.
Qui nasce il nodo politico. Il governo italiano può sostenere formalmente che l’utilizzo delle basi sia avvenuto nel quadro degli accordi esistenti e che Roma non abbia autorizzato operazioni offensive dirette. Ma la distinzione tra operazione cinetica e supporto logistico, in una guerra moderna, è sempre meno convincente. La guerra contemporanea non comincia soltanto quando cade una bomba. Comincia quando decolla un aereo cisterna, quando parte un velivolo da ricognizione, quando si apre un corridoio aereo, quando una base diventa snodo di carburante, manutenzione, intelligence e comando.
Il problema politico per Giorgia Meloni
Per Giorgia Meloni la questione è delicatissima. Da un lato, la presidente del Consiglio ha costruito una parte della sua legittimazione internazionale sulla fedeltà atlantica, sul rapporto privilegiato con Washington e sulla disponibilità a presentare l’Italia come alleato affidabile.
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Continua lo smantellamento del SSN a vantaggio dei grandi privati
Chi soccorrerà i Pronto Soccorso al collasso?
di Francesco Cappello
Tra esternalizzazioni selvagge, crisi del pronto soccorso e fuga verso la sanità privata, il diritto alla cura si trasforma in merce e il paziente è ridotto a utente da cui estrarre valore
Dover frequentare, per necessità propria o di un nostro caro, un qualsiasi pronto soccorso d’Italia non è di per se un’esperienza augurabile a nessuno. Oggi in particolar modo, perché si tratta di uno di quei luoghi in cui il degrado dei servizi pubblici italiani è reso drammaticamente evidente. Il malfunzionamento dei pronto soccorso non è un semplice intoppo burocratico, ma una ferita aperta che sta mettendo a rischio la vita stessa dei cittadini. Le analisi di settore svelano una realtà dove il sovraffollamento e la cronica carenza di personale non sono soltanto disagi, ma veri e propri catalizzatori di errori clinici. Quando un medico è costretto a gestire una mole di pazienti insostenibile, la qualità della sorveglianza crolla vertiginosamente. Assistiamo così a scenari drammatici dove un dolore toracico, che avrebbe richiesto un immediato elettrocardiogramma, viene ignorato per ore, o dove i primi segnali di una sepsi o di un deficit neurologico sfuggono a un triage frenetico e approssimativo. Ogni ritardo, ogni svista dettata dalla pressione organizzativa si traduce in un rischio concreto di esiti fatali o di invalidità permanenti, trasformando il luogo che dovrebbe essere sinonimo di salvezza in un teatro di pericolosa incertezza.
Il disastro si consuma anche attraverso la frammentazione dei percorsi di cura. Per tentare di liberare posti letto e tamponare le falle del sistema, i pazienti vengono spesso dimessi troppo presto o trasferiti senza una reale continuità assistenziale, innescando un circolo vizioso di riaccessi che appesantisce ulteriormente le strutture. A questo si aggiunge l’ombra lunga del burnout, che non è solo un problema di benessere lavorativo per i medici e gli infermieri, ma una variabile clinica che riduce drasticamente l’attenzione, aumentando il margine di errore terapeutico e farmacologico. Il medico, logorato da ritmi disumani e responsabilità schiaccianti, perde quella lucidità che l’emergenza richiede, diventando lui stesso vittima di un sistema che ha smarrito la propria bussola.
Di fronte a questo panorama, sorge spontanea una domanda che scava nelle fondamenta dell’economia sanitaria: perché le cliniche private, solitamente così pronte a inserirsi nelle maglie della sanità pubblica, evitano accuratamente di gestire pronto soccorso?
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Il sionismo nasce come affare immobiliare
di comidad
Qualcuno si è accorto che le risposte della Meloni alle insolenze di Trump hanno assunto lo stesso tono extra-istituzionale, cioè sia la provocazione che la reazione si sono svolte come se si trattasse di una lite personale. A caposaldo di ogni istituzione dovrebbe esserci invece la distinzione tra persona e funzione; perciò se due capi di Stato o di governo si fanno fotografare insieme, ciò dovrebbe costituire un segnale diplomatico; non di una amicizia personale, bensì di un rapporto di collaborazione tra paesi. In termini istituzionali la Meloni avrebbe dovuto reagire inoltrando una protesta diplomatica, nella quale si sarebbe dovuto far presente all’interlocutore il carattere di ufficialità di certe foto, per cui non si posa per una foto con un governante straniero se si ritiene che gli elementi di tensione prevalgano, quindi non ha senso affermare di averlo fatto solo come favore personale; poi addirittura rinfacciando quello stesso favore. L’appello estemporaneo della Meloni all’orgoglio nazionale, dire che l’Italia non chiede e non implora, fallisce nel tentativo di ricondurre la questione nei termini istituzionali; semmai determina quell’inghippo comunicativo che consiste nel ribadire attraverso la negazione. D’altra parte, se la Meloni avesse reagito rimanendo nell’ambito delle procedure istituzionali, ciò comunque avrebbe determinato oggettivamente un paradosso comunicativo, cioè il contestare a Trump di non star facendo politica ma pubbliche relazioni; una contestazione che si sarebbe estesa all’intera farsa del G/7, e quindi alla stessa Meloni.
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L’Ue esorta l’Italia a fare debito per comprare armi
di Francesco Vignarca
Pressioni sul governo perché chieda più risorse dal fondo SAFE. Ma i conti della Difesa indicano come di quei soldi non ci sia bisogno se non per sostenere l’industria bellica. Il 14 giugno scorso i pacifisti hanno manifestato in migliaia a Bruxelles
C’è qualcosa di rivelatore nella dinamica che si è consumata in questi giorni a Bruxelles. La Commissione europea, attraverso un proprio portavoce, ha esortato l’Italia a firmare “rapidamente” gli accordi di prestito del programma SAFE per la difesa, avvertendo che resta “ancora un mese di tempo” prima che i fondi non utilizzati vengano riallocati verso altri Stati membri. “Il tempo è essenziale”, ha dichiarato la Commissione, perché “dobbiamo aiutare la nostra industria della difesa europea ad aumentare la produzione e le sue capacità produttive”. Tradotto: l’Unione fa pressione su uno Stato Membro sovrano affinché contragga un debito. Non per ricevere un trasferimento, non per accedere a risorse a fondo perduto, ma per indebitarsi. È bene fermarsi un momento su questo punto, perché è davvero poco ordinario.
Un prestito, non un regalo
Conviene ricordare cosa sia davvero SAFE, perché il dibattito pubblico continua a ignorare l’aspetto più elementare della questione. Il Security Action for Europe è uno strumento finanziario da 150 miliardi di euro con cui la Commissione, indebitandosi sui mercati tramite l’emissione di obbligazioni europee comuni, mette a disposizione degli Stati membri dei prestiti da restituire in 45 anni.
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Israele, i media italiani e la propaganda
di Riccardo Taddei
Chiamiamola con il suo nome, senza girarci attorno: quella pubblicata dal Corriere della Sera martedì 23 giugno non è un’intervista a Isaac Herzog. Esce mentre la Commissione ONU dichiara che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira da Israele. È un’operazione di propaganda istituzionale confezionata nella forma dell’intervista. Il presidente israeliano non viene interrogato: viene accompagnato.
Gli viene offerto uno spazio protetto in cui depositare i propri messaggi — l’Iran, Hezbollah, l’amicizia mediterranea, il turbamento per una petizione letteraria — senza che nessuno gli chieda conto di nulla che conti davvero. Le regole del genere giornalistico prevedono che l’intervistatore eserciti pressione, che verifichi le affermazioni, che segnali le contraddizioni. Qui non accade nulla di tutto questo. Il risultato è un testo che avrebbe potuto scrivere l’ufficio comunicazione della presidenza israeliana: formalmente dialogico, sostanzialmente monologico.
Il momento più rivelatore è quando Herzog dice agli italiani: “Siamo vicini nel Mediterraneo, siamo amici, i problemi dobbiamo discuterli come si fa tra amici”. Bella formula. Peccato che l’amico in questione presieda istituzionalmente uno Stato che da anni blocca sistematicamente l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza — cibo, medicine, carburante — condannando la popolazione civile a morire non solo sotto le bombe ma per fame e per sete. Un assedio che organizzazioni internazionali, relatori ONU e la stessa Corte Internazionale di Giustizia hanno definito in termini che non lasciano spazio all’ambiguità.
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Perché i confini sono importanti
Federico Dal Cortivo intervista Andrea Zhok
Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Ha curato la prefazione del saggio di Frank Furedi, professore di Sociologia all’Università del Kent, a Canterbury “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere”.
* * * *
Prof Zhok, Frank Furedi sociologo ungherese, in un libro che potremmo definire politicamente scorretto, pone l’accento sull’importanza dei confini, quello che i Romani chiamerebbero Limes. Ce ne vuole parlare?
«Francamente non sarei incline a dire che il libro di Furedi è “politicamente scorretto”, a meno che non si voglia usare quest’espressione per qualunque idea non scontata. Si tratta in effetti di un’analisi molto ricca sul piano esemplificativo di un processo culturale di lungo periodo. Quando il sottotitolo del libro parla di “arte di tracciare frontiere”, con “frontiere” si traduce “boundaries”, che è in effetti ogni limite circoscrivente. La parola “frontiera” evoca la geografia, ma ciò che Furedi segnala è una denigrazione culturale generalizzata del valore attribuito al limite, che tocca la politica non meno che la psicologia, la pedagogia, la sociologia».
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Preparare la guerra, raccontare la pace
di Giovanni Tonlorenzi
1. Due fronti, una stessa logica.
La cronaca di queste ore registra quelli che sembrano essere significativi progressi almeno per quanto riguarda le trattative in corso tra Iran e Stati Uniti iniziate la settimana scorsa in Svizzera e quindi si deve sperare nella capacità americana di tenere al guinzaglio il proprio alleato israeliano.
Invece, sul fronte orientale la situazione sta peggiorando e a fronte di risultati negativi sul campo, Kiev si sta dedicando attivamente ad azioni di vero e proprio terrorismo, colpendo linee ferroviarie civili, autobus, dormitori di studenti, come ormai ampiamente noto. La logica è esasperare Mosca, spingendola a reazioni amplificabili dalla narrativa occidentale e per giustificare l’ulteriore escalation euro-atlantica.
In Russia il dibattito interno sulla risposta strategica si sta facendo serrato.
Andrej Bezrukov, consigliere strategico di Rosneft, ex agente sotto copertura negli USA, attualmente docente al MGIMO, ha sostenuto al Forum Economico di San Pietroburgo che la Russia deve prepararsi a sostenere una situazione di conflitto permanente, di guerra strisciante basata sulla logica dell’attrito, diretta alla distruzione delle infrastrutture critiche in territorio nemico, come impianti energetici, centrali elettriche o reti di comunicazione.
Secondo Bezrukov questo tipo di conflitto potrebbe durare per decenni ma anche degenerare da un momento all’altro. Quindi, almeno due generazioni di russi saranno chiamate ad adattarsi, così come la società e l’economia nazionale – ad un clima di belligeranza permanente[1].
Secondo Bezrukov l’Occidente ha scelto di logorare la Russia evitando lo scontro nucleare diretto, facendo bollire la rana fino agli obiettivi prefissati.
L’approccio descritto da Bezrukov ricorda quello articolato dai due rapporti della RAND Corporation del 2019, che hanno fornito alle cancellerie atlantiche la cornice teorica del cost-imposing options contro Mosca[2].
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Il riarmo delle coscienze
di Rita Cantalino
Reclutamento culturale, scuola e spazio pubblico: come si costruisce la militarizzazione della società
Il 25 febbraio 2001 andava in onda per la prima volta, sul canale statunitense Fox, il quattordicesimo episodio della dodicesima stagione dei Simpson. La puntata si intitola “New kids on the blecch” e vede la nascita dei Party Posse, una band composta da Bart, Nelson, Milhouse e Ralph, che fa il verso a tante delle boyband che hanno fatto da sottofondo alla fine degli anni Novanta e hanno traghettato un’intera generazione di ragazzine e ragazzini attraverso la fine del millennio. Nel giro di pochissimo i quattro diventano famosi, in particolare a partire dal singolo “Drop Da Bomb”, di cui esce anche un videoclip. Nel ritornello compare la frase “Yvan eht nioj”. Si tratta di un messaggio subliminale ideato dalla Marina degli Stati Uniti per reclutare giovani e giovanissimi. Il ritornello, infatti, letto al contrario recita: “Join the navy”.
La prima ad accorgersene è Lisa, che nota come il messaggio stia già facendo presa sulla popolazione di Springfield. Da lì il disvelamento: l’impresario che ha coinvolto Bart e i suoi amici è un tenente della Marina; l’utilizzo di musica popolare è una delle più feconde pratiche di reclutamento delle forze armate e i Party Posse non sono altro che la sua ennesima riproposizione dopo operazioni di successo come Elvis, Sgt. Pepper, Captain & Tennille e la Kiss Army. Anche la boyband realmente esistente NSYNC, accorsa a sbrogliare la situazione, alla fine dell’episodio terrà un elogio della Marina militare e inviterà il pubblico ad arruolarsi, secondo il classico meccanismo dei Simpson in cui la satira sociale viene esplicitata proprio assecondando e radicalizzando gli elementi che intende denunciare.
Che gli autori dei Simpson ci abbiano sempre visto lungo nell’anticipare o leggere approfonditamente fenomeni sociali è abbastanza acclarato. La più nota delle profezie assurdamente avveratesi è la presidenza USA di Donald Trump, ma ci sono anche la performance a tema spazio di Lady Gaga al Super Bowl; il simulatore di lavoro agricolo che è a tutti gli effetti un Farmville ante litteram e ante smartphone; il correttore automatico delle frasi digitate da Homer su un palmare nel 1994; l’orologio da cui un personaggio riesce a fare una telefonata in un episodio ambientato nel futuro ma trasmesso nel 1995.
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Caracas, il termometro della fermezza
di Geraldina Colotti
Dopo ventisette anni di speranza, mobilitazione e sperimentazione, è davvero finita la spinta propulsiva del laboratorio bolivariano? È giunto al capolinea l'esperimento socialista, proclamato da Hugo Chávez nel 2005 di fronte ai movimenti altermondialisti a Porto Alegre come l'unica alternativa reale alla barbarie del capitale? Davvero tutto si sta risolvendo nell'ignominia e nel tradimento dei suoi dirigenti, come strillano i tribunali permanenti delle reti sociali? E, soprattutto, quali spazi reali restano all'alternativa sistemica nell'assoluta assenza di rapporti di forza favorevoli a livello continentale, mentre il Comando Sud presidia stabilmente le acque dei Caraibi, stringe d'assedio il Venezuela e minaccia l'esistenza di Cuba? C'è un passaggio decisivo nel saggio di Lenin del 1904, Un passo avanti e due indietro, che si proietta con precisione geometrica sulla geopolitica contemporanea. Il grande statista rivoluzionario, nel fare il bilancio delle fratture organizzative del socialismo russo, rammentava che la durezza dei principi non deve mai trasformarsi in cecità dogmatica: la tattica esige flessibilità, capacità di manovra e, quando necessario, l'accettazione consapevole di un ripiegamento temporaneo per preservare le forze strategiche. Il problema sorge quando il ripiegamento si prolunga oltre il dovuto, trasformandosi in una palude dove i contorni dell'alternativa di sistema sfumano nel ricatto del vincitore e nella difesa di uno Stato purchessia.
Scrivere oggi di Venezuela significa misurarsi esattamente con questa scivolosa dialettica tra principi e compromessi. L'assalto imperiale sferrato all'inizio del 2026, culminato nell'inedito sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ha gettato il processo bolivariano in una fase difensiva complessa e drammatica, dagli esiti tutt'altro che scontati. La scelta del gruppo dirigente, oggi guidato dalla presidenta incaricata Delcy Rodríguez, di non reagire militarmente all'offensiva – diversamente da quanto fatto dall'Iran nello scacchiere mediorientale – ha evitato una carneficina immediata ma ha spalancato le porte a un negoziato asimmetrico sotto ricatto, esponendo il paese al rischio di una perdita irreversibile di sovranità nazionale.
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Gli Usa navigano in acque incognite
di Claudio Conti
La portaerei Usa si sta avvicinando agli scogli. Ma al timone non c’è nessuno che sappia guidare. Anzi. Si moltiplicano le mani che cercano di afferrare il timone, tirando un po’ di qua e un po’ di là.
La constatazione appare controintuitiva, visto che mai come ora c’è un’amministrazione apparentemente “decisionista”, costantemente oltre i confini – e le relative lentezze – della democrazia parlamentare. Ma se uno si sofferma sulla singole decisioni non può che registrare il loro carattere altalenante, in linea con le esternazioni orarie di Donald “Taco” Trump.
I punti focali sono come sempre le guerra e l’economia. Le prime sono state fin qui un disastro. Quelle ereditate – in primis l’Ucraina, preparata lungo gli anni dai democrats prima ancora del golpe di majdan, 2014 – non si riesce a chiuderle.
Anzi, diverse fonti “anonime” e analisti militari in chiaro spiegano che dietro la recente ondata di missili e droni ucraini in territorio russo, fino a Mosca e San Pietroburgo, ci sia non solo l’ottusità guerrafondaia dei “volenterosi” europei, ma anche un via libera dato da Trump ai costruttori di armi statunitensi, ansiosi di “testare” i loro nuovo prodotti sul campo. E nessun terreno di battaglia – a parte forse il Medio Oriente – si presta così bene alla sperimentazione gratuita. Tanto a pagare saranno comunque quelli di Kiev (la popolazione, non certo i nazisti corrotti che lì comandano)…
La chiave interpretativa sembra sempre la solita: “accentuare la pressione” su Mosca, nella speranza di ammorbidirne la posizione negoziale. Dal che si vede che a Washington mancano ormai esperti di cose russe, altrimenti quell’idea non sarebbe neanche venuta in testa.
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Marx e Spinoza “fuori programma”
di Vincenzo Capodiferro
Che Marx e Spinoza siano fuori dalle aule, come discoli allievi messi alla porta, o inginocchiati sui ceci, come si faceva un tempo, siano dei “fuori programma” non è una novità. Lo furono anche in vita: Spinoza bandito dalla sinagoga e maledetto con candele nere fumiganti, Marx bandito dagli ambienti accademici, temuto come uno spettro rossastro che si aggira per le strade, ed in parte lo era se lo si fosse veduto seduto da qualche parte o assiepato su di un’antica panchina di qualche parco londinese. Marx e Spinoza, due ebrei dissidenti, eretici, ognuno a modo suo! Uno panteista innamorato perdutamente dell’Assoluto, l’altro ateista (non ateo!), innamorato perdutamente dell’Assoluta, cioè della Materia, la grande Madre, la “Grande Proletaria”, ricca di figli. Marx e Spinoza come il crocefisso, cacciato dalle aule! Cristo, Spinoza e Marx, cacciati: tre ebrei dissidenti! Si caccia dalle aule ciò che è scomodo, pernicioso, ciò che può suscitare, o inculcare grilli volanti per la testa. Entrambi innamorati perdutamente della libertà.
«L’uomo libero a niente pensa meno che alla morte e la sua saggezza non consiste nel meditare sulla morte, ma sulla vita»[1].
«Solo gli uomini liberi possono nutrire vicendevolmente la massima gratitudine»[2].
«L’uomo libero non agisce mai con dolo, ma sempre in buona fede»[3].
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La concezione antropologico-strumentale misconosce la natura fondamentale della Tecnica planetaria
di Pier Paolo Caserta
Ho spesso occasione, e ne ho avuta ancora di recente, di constatare quanto siano radicati e persistenti, anche tra i compagni, retaggi che impediscono di cogliere la vera natura del fenomeno della Tecnica planetaria, in particolare nei suoi più recenti sviluppi innescati dalla controrivoluzione digitale.
Quando sostengo, come faccio da anni in tutte le occasione di confronto pubblico dedicate al tema, che la Tecnica delle ultime ondate non è essenzialmente uno strumento, non mancano mai sguardi perplessi, se non increduli. Sembra proprio che questa tesi offenda il senso comune. Eppure è vera. E quello che risulta offeso è, in realtà, il senso comune tecno-entusiasta.
Chioserà prontamente il sostenitore della posizione antropologico-strumentale: “L’intelligenza artificiale è come un’automobile, che può essere usata correttamente o per andare a sbattere”.
Viene in questo modo occultato il carattere essenziale almeno della Tecnica delle ultime ondate. Un mezzo, per definizione, posso decidere quando usarlo; e in che misura, e in che modo usarlo. È quanto accade con un martello, con una lavatrice o, appunto, con un’automobile. Non è quello che accade con i prodotti del capitalismo digitale. Dovrebbe già suonare stravagante la definizione di “mezzo” se riferita a qualcosa che di fatto non possiamo affatto decidere se usare o meno, perché è parte di un apparato planetario che si impone
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Dal campismo alla rivoluzione, quando la geopolitica critica diventa critica della geopolitica
di Fabio Ciabatti
Raffaele Sciortino, Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia – Halford John Mackinder, Il perno geografico della storia, Asterios, Trieste 2026, pp. 96, €12,00
Gli esperti di geopolitica, veri o presunti tali, sono oramai le nuove star di mass media e social, ruolo che un tempo non lontano appartenne a virologi e professionisti di varia natura in campo sanitario. La guerra e le sue conseguenze sono entrate nella nostra quotidianità, per quanto gli scenari propriamente bellici in Occidente siano, al momento, osservati da lontano. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure convincerci che occorre fare sacrifici in nome della nostra sicurezza o dell’amor patrio. Eppure, c’è un modo diverso di guardare a questa disciplina, quello che ci presenta Raffaele Sciortino nel suo ultimo libro intitolato Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia: “L’interesse per la Geopolitica (anglosassone) sta precisamente in questo: essa permette di leggere in controluce il formarsi delle condizioni (necessarie, non sufficienti) di riemergenza della rivoluzione, per quanto tale prospettiva possa ad oggi apparire remota”.1 Affermazione che, però, deve fare i conti con un altro assunto che l’autore esprime a proposito di questa branca del sapere: “il suo è esplicitamente il punto di vista dell’egemone, l’universalismo del dominio”.2
È a partire da questa polarità che si dipana il nuovo libro di Sciortino dedicato alla contestualizzazione storica e all’attualizzazione dell’opera dell’inglese Mackinder, padre nobile della geopolitica, di cui viene pubblicato, nel medesimo volume, il seminale saggio del 1904 intitolato, appunto, Il perno geografico della storia. Sciortino mette in evidenza quella che potremmo considerare una delle principali virtù di questa scienza triste: “La Geopolitica non nasconde la natura antagonistica del sistema mondiale […] di contro all’ipocrita universalismo propinato nelle accademie e dai media”.3 Tutto ciò rappresenta uno choc per la generazione cresciuta in Occidente nella fase ascendente della globalizzazione che, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, sembrava aver lasciato spazio solo all’“interventismo umanitario” di un egemone “benigno”, assegnando alla liberal-democrazia il ruolo di cornice politica insuperabile del presente anche per i movimenti radicali orfani della lotta tra classi.
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I giacobini neri
di Stefano Nutini
C’è un fenomeno editoriale che – a ben vedere – si sta molecolarmente, pazientemente consolidando nel tempo. È quello delle ristampe ragionate di testi del marxismo, in particolare di quello critico, pubblicati in altre stagioni, dagli anni Settanta (e talvolta anche prima) in poi. Penso per intenderci a Il principio speranza1 o a Eredità del nostro tempo2, due opere vitali di Ernst Bloch opportunamente riproposte qualche anno fa da Mimesis, e che pure risalivano, nella loro prima edizione italiana, agli inizi degli anni Novanta (il che per converso ripropone un’altra questione, quella del ritardo delle traduzioni, per alcuni autori). Altrettanto si potrebbe dire per esempio per le opere di Frantz Fanon3, ma qui mi riferisco soprattutto all’operato di piccole case editrici, come tra le altre PiGreco4, che si dedicano intensamente, in modo elettivo e attento, al recupero di tanta saggistica marxista o più genericamente critica (per segnalare le ultime pubblicazioni di questo editore, rinvio ai testi di Samir Amin, Max Weber, Luigi Longo, Robert Jungk, Johan Huizinga ecc.).
Che cosa rivela questo fenomeno? Sostanzialmente, credo, esso evidenzia due aspetti:
- a monte, c’è spazio per editori intelligenti che sappiano rivalutare produzioni spesso di notevole interesse, affidandosi a nuovi traduttori, curatori e prefatori in grado di motivarne efficacemente la riproposta;
- a valle, esiste un pubblico sensibile, capace di rielaborare attivamente, nel presente, gli umori critici di questi saggi, che non hanno perso niente quanto ad attualità e qualità ma semmai hanno acquisito nuova vitalità, al di là della pesante censura del mercato, ossia del disinvestimento operato dagli editori originari (e qui si torna al primo punto) che non li hanno più ristampati, erroneamente convinti del loro deperimento.
È il caso, per esempio, de I giacobini neri. Toussaint Louverture e la rivoluzione di Haiti, di C.L.R. James, la cui prima edizione italiana risale al fatidico 1968, per Feltrinelli; riproposto da DeriveApprodi nel 2015, con il sottotitolo La prima rivolta contro l’uomo bianco e con una prefazione di Sandro Chignola, ora ricompare in libreria, nella nuova traduzione di Emanuele Giammarco e con un’introduzione di Sandro Mezzadra, per Tangerin5.
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Ucraina. Nuove speranze di pace, nuova escalation
di Davide Malacaria
Escalation pericolosa supportata dagli sponsor di Kiev tra i quali spicca la Gran Bretagna per la quale la guerra ucraina è diventata una questione esistenziale. Ha puntato tutto su di essa, nella speranza che logori le risorse europee, come sta avvenendo, così da mettere in ginocchio, o peggio incenerire, l'Unione europea
“La scorsa settimana è stata caratterizzata da attacchi potenti e di grande impatto contro le infrastrutture industriali e petrolifere russe. La raffineria di petrolio di Mosca è stata colpita due volte. In precedenza, quasi tutti i tentativi dei droni ucraini di raggiungerla erano falliti”. Così inizia un articolo di Strana.
“Ieri, un deposito di carburante a Kerch, i traghetti che attraversano lo stretto di Kerch e il porto di Kavkaz hanno preso fuoco, causando il blocco totale delle vendite di carburante nella penisola”, prosegue Strana. “Gli attacchi dei droni hanno provocato anche interruzioni di corrente e di acqua in diverse zone della penisola. In diverse regioni russe sono state introdotte restrizioni alla vendita di benzina. Oggi una raffineria a Voronež è stata colpita da un missile”. Un’escalation rispetto alla quale il Cremlino sta tenendo un profilo basso. Solo oggi Putin si è pronunciato, ma anche questo caso in modalità soft, sollecitando il governo a ridurre al minimo le conseguenze degli attacchi.
Non che non ci siano rappresaglie in vista, ma tanta cautela stride con certe reazioni del passato. Evidentemente la Russia sta studiando la situazione, che si sta facendo sempre più pericolosa.
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Il Secondo Fronte: Perché Kiev Punta a Trascinare la Bielorussia nella Guerra
di Fabrizio Poggi
Parafrasando il titolo di un celebre articolo pubblicato da Stalin sulla Pravda del marzo 1930, a proposito di metodi non corretti nella conduzione della collettivizzazione delle campagne in URSS e intitolato “Vertigini da successo”, l'osservatore Pavel Kotov, su Ukraina.ru, parla di “tempestose vertigini da dubbi successi”, che avrebbero colto i vertici nazigolpisti di Kiev. I principali “successi”, che hanno caratterizzato la settimana appena trascorsa, riguardano le conclusioni del vertice G7 a Evian e alcuni attacchi dei droni ucraini fino sull'area di Moskva.
Ed è a partire da tali “successi”, possiamo osservare, che hanno assunto toni sempre più intimidatori gli autentici ultimatum lanciati dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij all'indirizzo del presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko e che, a detta di vari osservatori militari russi, costituiscono una premessa a un probabile attacco ucraino al paese confinante.
Andiamo con ordine. Al summit in terra francese si sono sostanzialmente ripetute le declamazioni che ormai a cadenza quotidiana i media di regime si preoccupano di riportare quale verità rivelata su una stabile supremazia militare ucraina, che prelude a una prossima sconfitta della Russia. Nonostante al fronte continui, per quanto volontariamente lenta, l'avanzata delle forze russe, nel quadro disegnato dalla narrazione mediatica occidentale tale fronte è praticamente scomparso dalle cronache, che parlano solo degli “spettacolari successi ucraini” che lanciano sulla Russia droni e missili a ripetizione, che la contraerea non sarebbe in grado di intercettare.
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Terra e cielo devastati. Non possiamo restare inerti
di Guido Viale
Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei Governi, dei media, delle istituzioni internazionali e, in gran parte, anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono incompatibili. Scegliere – sostenere in qualsiasi forma – la prima significa condannare l’altra. E viceversa. Per questo l’alternativa alla guerra non è la pace, l’assenza di guerre, ma la lotta per la salvaguardia del pianeta. D’altronde il clima, anche se ne rappresenta il fattore più urgente, non è che una metafora di un processo più generale di degrado che accomuna in un unico destino le condizioni materiali del nostro pianeta e la convivenza tra gli umani messa in forse dalle diseguaglianze e dalla violenza diffusa che la stanno minando alla radice.
Era – e rimane – questo il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco che Leone XIV non ha saputo o voluto approfondire o sviluppare nell’enciclica Magnifica Humanitas: la consonanza tra il “grido della Terra” offesa dalle forme assunte dallo sviluppo economico e tecnologico del nostro tempo e la crescente insostenibilità delle condizioni degli umili, degli sfruttati e degli oppressi.
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Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo
di Redazione
Il livello del degrado professionale e culturale è dimostrato anche da episodi in fondo minimi.
E’ accaduto che la redazione europea della testata Politico – di proprietà dell’editore conservatore tedesco Axel Springer, che controlla anche la Bild, Die Welt e il polacco Fakt, nonché i siti americani Business Insider – abbia chiesto e ottenuto da Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, un articolo che chiarisse la posizione di Mosca riguardo alla guerra in Ucraina ed eventuali trattative di pace.
In questi casi, giornalisticamente parlando, si deve dare per scontato che la posizione del “nemico” non coincida con la propria (o dell’editore), ma che sia utile per far comprendere al lettore la complessità di un conflitto che rischia materialmente di stravolgere a breve tutta Europa.
Solo un vile, sul piano intellettuale, o uno stupido può pensare poi di nascondere in un cassetto il testo che ovviamente non può piacergli. Non è infatti un’intervista a uno studente qualsiasi, che non ha strumenti per far sapere quel che pensa e di “rivelare” l’idiozia fatta cestinando il testo. E’ inevitabile infatti che il lettore che troverà quel testo sia costretto a pensare che sei tu – “campione del mondo libero e dell’informazione corretta” – ad aver qualcosa da nascondere.
Eppure questo “malogiornalismo” o, peggio ancora, questo arruolamento del giornalismo nella propaganda di guerra, non è la prima volta che accade nei confronti del ministro degli Esteri russo. A novembre del 2025 la stessa opera di “cestinatura” la fece il Corriere della Sera. Ne abbiamo parlato, già all’epoca, sul nostro giornale.
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Come interpretare la realtà politica del Venezuela dopo il 3 gennaio?
di Mision Verdad
La realtà venezuelana dopo il 3 gennaio sfugge a interpretazioni binarie o moralistiche. È, soprattutto, uno scenario di sopravvivenza dello Stato in cui potere, coercizione e adattamento pragmatico ridefiniscono le regole del gioco.
Per comprendere questa riconfigurazione, il realismo politico di Hans Morgenthau offre un quadro di riferimento insostituibile: la sua opera sostiene che il realismo "riconosce il significato morale dell'azione politica, ma afferma che i principi morali universali non possono essere applicati alle azioni degli Stati in termini astratti; piuttosto, devono essere filtrati attraverso le circostanze concrete di tempo e luogo".
Da questa premessa, l'obbligo centrale di un governante è proteggere la sopravvivenza e gli interessi vitali del proprio Stato, il che spesso lo costringe a dare priorità alle decisioni pragmatiche rispetto ai postulati ideologici. Le azioni devono essere calibrate in base alle minacce, alle risorse disponibili e alle circostanze specifiche. Morgenthau l'ha formulata come la sua terza regola del realismo: l'interesse nazionale a preservare la sovranità e la continuità dello Stato è permanente, ma le sue espressioni sono dinamiche e si trasformano a ogni cambiamento negli equilibri di potere. Le coordinate che governano le azioni del governo venezuelano, il riorientamento della strategia statunitense e la ritirata dell'opposizione sono manifestazioni di una logica classica: l'interesse nazionale alla sopravvivenza è permanente, ma le sue forme mutano in base agli equilibri di potere.
Anche le chiavi per comprendere la complessa realtà venezuelana si stanno riconfigurando, di pari passo con la ristrutturazione che il Paese sta attraversando dopo gli eventi del 3 gennaio. Il quadro concettuale e il sistema di coordinate che hanno guidato le decisioni del governo venezuelano e del consiglio presieduto dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez sono stati caratterizzati da una flessibilità e un pragmatismo chiaramente condizionati dal contesto. Per comprendere questa dinamica, è necessario osservare non solo Caracas, ma anche l'intero insieme di attori e forze che interagiscono sulla scena politica.
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Quando la realtà smaschera la finzione: la debacle USA contro l’Iran
di Leonardo Sinigaglia
Nel 1946, Mao Zedong definì l’imperialismo statunitense una “tigre di carta”. Nel 2022, lanciando l’Operazione militare speciale, il presidente Putin si riferì agli USA come “l’impero della menzogna”. Queste due descrizioni si potrebbero sintetizzare in una terza, quella di “impero della narrazione”.
Gli Stati Uniti basano infatti il proprio potere, prima che sulla violenza e le misure coercitive, sulla diffusione dell’idea del loro essere onnipotenti e indispensabili. Sono le catene mentali imposte dall’egemonia di Washington nelle nazioni da essa controllate a fungere da primo ostacolo in qualsiasi processo di liberazione.
D’altronde, vista la base economica dell’imperialismo economico statunitense, non potrebbe essere altrimenti. Il sistema capitalista contemporaneo non si basa sulla realtà oggettiva della produzione e dell’economia reale, ma sull’irrealtà di una finanza ormai slegata da qualsiasi processo produttivo e ridotta alla mera speculazione tramite la creazione “dal nulla” di ricchezze virtuali e inesistenti. Un grande gioco di specchi dove a definire la “realtà” percepita non è il dato materiale, ma la narrazione proposta dai vari attori. Bastano alcune frasi su X del presidente degli Stati Uniti, per quanto palesemente distanti da qualsiasi descrizione veritiera della realtà, per provocare importanti movimenti capitale. Ci si comporta “come se” la narrazione fosse vera, perché all’interno del sistema capitalista fondato sull’egemonia di Washington, è la narrazione a definire la realtà.
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Il doppio inganno
di WS
In questo articolo Simplicius cerca di razionalizzare l’ attuale andamento della guerra in Ucraina che la solita macchina propagandistica occidentale ora vorrebbe venderci addirittura non più come uno “stallo” ma addirittura come una “ opportunità” per imporre alla Russia la sconfitta strategica programmata con questa “guerra ”.
In pratica sembrerebbe che il “pendolo “ dell’ “Impero occidentale”, dopo l’ evidente “battuta d’arresto” nel golfo si stia nuovamente concentrando sulla pratica “russa” dopo averla “contenuta” con lo “spirito di Anchorage” e più strettamente avvolta con la “cintura turca” nei “balcani caucasici”.
E detta così la cosa suonerebbe addirittura minacciosa per la Russia con il sempre più forte coro dei “nazionalisti” russi ad invocare di rompere questo “ cerchio” ripristinando “ la deterrenza che non c’ è” ( argomento su cui scrissi diversi mesi fa qualcosa qui ) con atti eclatanti se non addirittura strategicamente sconsiderati.
Ma se la cosa viene considerata più freddamente, come cerca di fare Simplicius, le conclusioni sono diverse; non c’ è nessuna “ crisi russa” sebbene sia sempre più evidente che la Russia sia coinvolta in una guerra da cui non può uscire.
E per capirlo bisogna innanzitutto partire dalle vere cause di queste “ crisi” , o per meglio dire di questa “ guerra mondiale a tranci ( congelabili)”. E la causa è una sola: Il sistema finanziario su cui si basa l’ impero americano sta per essere sommerso da un debito impagabile e gli “gnomi” che lo detengono hanno sempre più bisogno di una “guerra mondiale” per giustificare il LORO “non ti pago” restando non solo “in sella” ma cogliendo anche altre opportunità “ accessorie” che ne deriverebbero. Fermare Cina ad esempio; la definitiva liquidazione dell’ Europa.
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Debiti, Dollaro e bolle: le crepe dell'impero americano
di Alessandro Volpi
Debito record, dollaro in ritirata, industria stagnante e mercati in una fragile euforia. Sei numeri raccontano la fragilità crescente degli Stati Uniti e i rischi globali di una transizione imperiale
La pericolosità degli Stati Uniti sta in alcuni numeri molto espliciti. Ne ho già scritto ma voglio provare a metterli in fila con chiarezza.
1) Il debito federale è ormai vicino ai 40 mila miliardi di dollari. Il costo annuo degli interessi è di 1200 miliardi di dollari. I rendimenti dei titoli decennali sono superiori al 4,5. L’assicurazione contro il rischio di insolvenza del debito degli Stati Uniti è la più costosa tra quelle per i debiti dei principali paesi del mondo. I compratori esteri del debito Usa sono scesi al 25% del totale e le aste vedono una domanda non molto più ampia dell’offerta, per cui è fondamentale l’intervento delle banche americane che sono però imbottite di titoli che valgono sempre meno. Oggi il debito pubblico americano è pari al 40% del debito pubblico globale.
2) Il dollaro ha perso l’11% rispetto ad un paniere di valute globali e continua a registrare una tendenza la ribasso che non è giustificata solo con la volontà dell’amministrazione statunitense di favorire le esportazioni con una moneta debole, ma ha a che fare con una crisi di credibilità internazionale. La percentuale di asset in dollari delle banche centrali del pianeta è crollato a poco più del 50% e nel caso dei fondi sovrani è sceso ulteriormente al 48%.
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La patria dei patrioti.Terre e vite di troppo
di Fulvio Grimaldi
In questi video ci sono due appelli contro il biocidio deciso dalla maggioranza di questo governo di patrioti e difensori della Nazione. Una delle componenti della cittadinanza di questa Nazione, quella bipede che viene impegnata nelle missioni e guerre NATO, è già stata programmata a uccidere e farsi uccidere in operazioni di messa a tacere di altri popoli. Soluzione welfare ai problemi esistenziali dei 6 milioni di poveri, del 25,4% della cittadinanza a rischio di povertà e dei sei milioni che non hanno neanche i soldi per il ticket.
Esentate da una brutale patrimoniale, le 50.000 persone più ricche del paese, il cui patrimonio è soltanto raddoppiata dal 1995, contribuiranno con le loro tasse all’adeguato armamento di coloro che saranno sfuggiti alla povertà assoluta grazie all’ufficio di collocamento NATO. A questa bisogna li sta già preparando l’alternanza scuola-Forze Arnate predisposta dal ministro Valditara. L’altra, quella che garantisce la sopravvivenza e il futuro di tutto il resto, l’hanno sistemata con due leggi: una sulle terre da abbandonare e l’altra, un ddl, sulla caccia.
Per inciso, va detto che a quest’ultimo ha voluto subito plaudire, anticipandone il risultato, nientemeno che Donald Trump jr, confermatosi degno figlio del trombone bombarolo. Lo si è visto sulla laguna veneta mentre, in mimetica, stivaloni e carabina, con altri yankees dava la caccia ad anatre e specie avicole rare, di cui, come poi dichiarava ai microfoni, manco sapeva cosa fossero. Che confluenza di amorosi intenti tra la nostra capa legislatrice e il pargolo di colui che suole…implorare!
Il “Liberi tutti”
Di quest’ultima vi cito un riassunto come l’ha proposto, in un drammatico e lacerante video, Giovanni Storti del trio Aldo Giovanni e Giacomo.
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NATO e UE continuano a raccontare la favola della vittoria ucraina
di Gianandrea Gaiani
I russi avanzano ma nessuno lo dice. Alcune delle ultime roccaforti ucraine nel Donbass stanno cadendo mostrando i limiti di una strategia incentrata sulla difesa di ogni metro di territorio basata sul trasformare ogni cittadina in una roccaforte (già cara alla Wehrmacht sul Fronte Orientale) che porta a guadagnare tempo al prezzo dell’annientamento dei reparti.
Eppure, politica e media in Europa raccontano l’opposto. “La situazione sta cambiando per l’Ucraina. Stiamo vedendo che sta tenendo duro e sta persino recuperando terreno, almeno in parte” ha detto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen incontrando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e impegnata a mostrare una compattezza del fronte occidentale che sta invece evaporando.
Sulla stessa linea il cancelliere Frederich Merz, alla testa delle nazioni UE baltiche e scandinave in prima linea nel sostenere il confronto con la Russia e impegnato a quanto sembra a scongiurare (o rimandare) ogni ipotesi di dialogo tra Bruxelles e Mosca.
Secondo Merz, la Ue dovrebbe concentrarsi sul raggiungimento di una posizione comune che guidi i futuri negoziati di pace con la Russia, piuttosto che su chi debba parlare al momento opportuno. Il cancelliere ha sottolineato anche l’importanza del formato E3 (Germania, Francia e Regno Unito) per il coordinamento degli sforzi europei, che, ha affermato, è stato un “esplicito desiderio dell’Ucraina”.
Un formato criticato apertamente dalla Polonia, in piena crisi politica e diplomatica con Kiev. Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha criticato il ruolo che si è ritagliato l’E3 nei colloqui sulla guerra in Ucraina.
“Tra il Mar Nero, il Mar Baltico e l’Adriatico vivono 120 milioni di persone nell’UE; se si aggiunge la Scandinavia, si arriva a 150 milioni di persone che sono minacciate dall’aggressione russa in modo molto più diretto rispetto alla Germania”, ha affermato alla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung.
“Noi siamo vicini sia della Russia che dell’Ucraina, voi in Germania no“, ha continuato proponendo di “seguire la via delle istituzioni previste dai trattati dell’Ue, come il presidente del Consiglio europeo”. Oppure si dovrebbe lavorare a una “coalizione dei volenterosi” che rappresenti il continente nei negoziati.
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Chi finanzia la guerra di Israele?
di Gaetano Colonna
Nel mondo contemporaneo non bisogna mai dimenticare l’antico adagio britannico: “Follow the money” (segui i soldi), per capire come vanno davvero le cose. Può essere veramente utile a questo scopo riprendere i dati che Profundo, società di ricerca sulla sostenibilità (nelle sue diverse accezioni), ha condiviso con il periodico online Middle East Eye. Partiremo da qui per un approfondimento della questione.
Guerra, banche e fondi di investimento
Un conflitto moderno, come quello che Israele sta sviluppando in Medio Oriente dal 2023, ha infatti bisogno di soldi, tanti soldi: per trovarli, gli Stati ricorrono all’emissione di obbligazioni, titoli finanziari offerti al mercato per ottenere in questo modo, ovviamente indebitandosi, le risorse economiche necessarie per condurre un conflitto.
Solo tra il 7 ottobre 2023 e il gennaio 2025, sono stati emessi titoli di Stato israeliani per un valore di 19,4 miliardi di dollari, attraverso un pool di sette banche d’investimento internazionali: Goldman Sachs guida il gruppo con 7,2 miliardi di dollari, seguita da Bank of America (3,6 miliardi), Citigroup (2,9), Deutsche Bank (2,5), Bnp Paribas (2,0), JPMorgan Chase (0,69) e Barclays (0,5).
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