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No, Israele non ha “il diritto di esistere”. Anzi, tutt’altro
di Craig Mokhibir*
A differenza dell’affermazione sionista secondo cui “Israele ha il diritto di esistere”, la mia asserzione si fonda sul diritto internazionale. Naturalmente, data la propensione di Israele a violare tali leggi, non sorprende che continuino a rivendicare un diritto privo di fondamento nella realtà.
La notizia che, nel pieno del genocidio in Palestina, il parlamento tedesco stesse portando avanti questa settimana una legge che criminalizzerebbe, con pene fino a cinque anni di reclusione, chi nega a Israele il “diritto di esistere”, non ha sorpreso praticamente nessuno.
Dopotutto, questa è la stessa Germania che ha perpetrato un genocidio prima in Namibia e poi in Europa , e che ora partecipa attivamente ed entusiasticamente al genocidio in corso in Palestina, reprimendo brutalmente chiunque osi opporsi all’interno del proprio territorio.
In effetti, insieme a Israele e agli Stati Uniti, lo Stato tedesco oggi ha la dubbia distinzione di essere tra quelli più asserviti agli interessi sionisti e più corrotti dall’ideologia sionista.
Lo Stato tedesco ha addirittura una politica ufficiale (Staatsräson ) che lo impegna a sostenere la continua esistenza del regime israeliano, e per acquisire la cittadinanza tedesca è necessaria una dichiarazione formale del “diritto all’esistenza” di Israele. (Non è invece richiesta alcuna dichiarazione analoga per la Germania).
Ma l’affermazione secondo cui il regime israeliano non ha diritto di esistere non è solo un’opinione legalmente tutelata. È anche dimostrabilmente vera, sia di fatto che di diritto.
Naturalmente, l’affermazione secondo cui Israele “ha il diritto di esistere” è sempre stata priva di senso, non avendo alcun fondamento né nel diritto né nei fatti.
Ma questa affermazione sionista suona familiare alle orecchie degli occidentali perché è stata ripetuta così spesso come pilastro della propaganda sionista, ripresa dai politici occidentali che beneficiano delle tangenti delle lobby israeliane e dalle società mediatiche allineate a Israele che diligentemente sostengono l’impunità del regime.
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Un imbroglio che dura da trent'anni
di Leonardo Mazzei
C’è qualcosa di più irritante della protervia con la quale vengono sfornate a getto continuo leggi elettorali sempre più antidemocratiche? Sì, almeno una cosa c’è: i festeggiamenti dei big del “Campo largo” alla Camera per una vittoria immaginaria; inesistente come il loro programma e la loro leadership.
Il 14 luglio non è stata bocciata la legge elettorale voluta dal governo, che è stata invece approvata dai deputati due giorni dopo, ma solo un emendamento delle forze di maggioranza che fingeva di reintrodurre le preferenze, con un meccanismo ingannevole che – tra premio di maggioranza e capilista bloccati – lasciava comunque alle segreterie dei partiti la nomina diretta dell’80% dei parlamentari. Una presa in giro bella e buona.
Senza dubbio il voto sulle preferenze, con il tradimento di alcune decine di deputati, ha segnato una seria sconfitta per Giorgia Meloni, che non a torto ha gridato alla “vittoria della Palude”. Ma quel voto non parla solo a lei. E’ un intero sistema politico ad essere in crisi. E di quel sistema Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, ed ovviamente Renzi, fanno parte a pieno titolo. Non a caso nel Paese reale il consenso è in calo per tutte le forze parlamentari, ma di questo dato incontrovertibile non c’è traccia nel Paese irreale dei palazzi del potere. Da qui il trionfalismo dei leaderini centrosinistrati, quelli che a marzo volevano goffamente impossessarsi di un risultato referendario che di ben altro ci parlava.
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Forme di disgregazione di massa
di Pier Paolo Caserta
Sono tra quanti sostengono, sulla scorta di Luciano Gallino, che il tempo presente, quello dell’egemonia neoliberista, si segnala per la compiuta instaurazione – efficacemente coperta dalla parvenza della democrazia – di un “totalitarismo liberale”, cioè un ordine con tratti totalitari perché capace di entrare in tutti gli spazi della vita dell’individuo, modellando secondo l’ideologia di mercato tanto i suoi stili cognitivi che i suoi comportamenti (1). Un totalitarismo diverso da quelli novecenteschi, con caratteri specifici, perché diversamente dai suoi antecedenti non ricorre strutturalmente alla repressione – sebbene possa all’occorrenza ricorrervi e nella più recente fase di ristrutturazione tecnocratica e neo-autoritaria vi ricorra in effetti in misura crescente – bensì della promessa dell’illimitata estensione della libertà.
Questa “libertà”, però, non è altro che il feticcio che nasconde la radicale riduzione dell’individuo-massa a soggetto di consumo (2). Sotto le insegne della libertà è stata contrabbandata l’attività desiderante degli individui convinti di poter fare e di poter essere tutto ciò che vogliono, alla sola condizione che lo vogliano con sufficiente determinazione lasciandosi plasmare dall’ethos mercantile e “meritocratico” che trasforma ciascuno in Impresa di sé, accettando di mettere a valore ogni aspetto dell’esistenza umana. In questo modo, in forme non soltanto fluide e apparentemente innocue, totalmente e quotidianamente normalizzate, ma anche accattivanti si è affermata la mercificazione di ogni aspetto dell’umano.
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Genova 2001: la democrazia spezzata e l’alternativa necessaria
di Marco Nesci
Il G8 di Genova del 2001 non è stato soltanto un drammatico evento di cronaca o una pagina nera della storia repubblicana; è stato il momento in cui il capitalismo globale e il neoliberismo, messi a nudo nella loro fragilità ideologica, hanno dovuto ricorrere alla violenza di Stato per sopravvivere. Chi, come me, ha vissuto quella stagione totalmente immerso in quel contesto essendo Segretario regionale ligure del Partito della Rifondazione Comunista e di Consigliere regionale, porta con sé non solo il peso della memoria e il dolore per quei fatti, ma la consapevolezza politica di ciò che quel movimento rappresentava: una minaccia reale e tangibile all’ordine economico dominante, il più alto momento di quella coscienza collettiva che aveva capito che si poteva cambiare il mondo.
L’alternativa di sistema: la convergenza delle differenze
La fase di preparazione che precedette le giornate del luglio 2001 fu un laboratorio politico di una complessità e di una ricchezza straordinarie. Per mesi, all’interno del Genoa Social Forum, culture politiche e storiche radicalmente diverse – dal marxismo critico al cattolicesimo di base, dall’ambientalismo all’anarchismo – trovarono una sintesi relazionale che non si è mai più replicata nella storia recente.
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Il mirino e la tenerezza
di Geraldina Colotti
19 Luglio 1979: la rivoluzione sandinista ha il volto delle sue donne
C’è un’immagine che ferma il tempo. Arriva dalle montagne del Nicaragua, dagli anni in cui la storia ha deciso di cambiare rotta, e porta con sé l’odore della terra bagnata, della giovinezza e del coraggio. In primo piano, sdraiata tra l’erba alta, una ragazza fissa il mirino del suo fucile. Ha i capelli scuri, ricci, che le incorniciano un viso ancora infantile; gli occhi, limpidi e terribilmente seri, guardano dritto davanti a sé, oltre l’obiettivo, verso un futuro che allora era tutto da conquistare. Dietro di lei, altre compagne, le muchachas, imbracciano le armi con la stessa postura fiera.
Questa foto non racconta la guerra come fine, ma la difesa della vita come principio. Racconta di una generazione di donne – staffette, infermiere, militanti, comandanti – che hanno deposto il destino domestico a cui la dittatura di Somoza le condannava per inventare, zaino in spalla, un’alba di liberazione. Erano la spina dorsale del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale. Nelle loro mani il fucile non era uno strumento di morte, ma la garanzia che nessun bambino nicaraguense sarebbe più morto di fame o rimasto nell'analfabetismo. Quella che Julio Cortázar definì, con mirabile sintesi, "la rivoluzione più tenera della storia", camminava sulle loro gambe e guardava attraverso i loro occhi.
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Da Kiev a Roma, istruzioni per fabbricare un nemico interno
di Pino Cabras
Maccartismo-piciernismo: dal bando di Russia Today alla costruzione del nemico interno: il progetto di legge importa in Italia la grammatica ucraina della guerra, trasformando dissenso, negoziato e pace in sospetto politico permanente e schedatura civile
Lunedì 20 luglio 2026, ore 14:30, sala stampa della Camera dei deputati. Carlo Calenda, Pina Picierno, Marco Lombardo, Federica Onori e la tesoriera di Europa Radicale Federica Valcauda presentano il progetto di legge “STOP alla propaganda russa in Italia”, corredato da un dossier il cui titolo merita di essere assaporato con calma: “La Peste Putiniana”.
Fermiamoci sul titolo, perché i titoli sono confessioni. Chi nomina una peste ha già prescritto la terapia: quarantena, cordone sanitario, disinfestazione. Con una peste mica si discute, e nemmeno si vota, figuriamoci se ci si confronta in un’aula parlamentare: l’unico approccio è eradicarla. La metafora medica applicata agli avversari politici ha una genealogia lunga e sinistra, e chi la maneggia dovrebbe almeno avere la decenza di conoscerla. Qui invece viene brandita da questi improbabili medici della peste con l’entusiasmo del neofita, come se patologizzare il dissenso fosse un’invenzione fresca di giornata e non il gesto inaugurale di ogni stagione di caccia all’untore.
I proponenti diranno che si tratta di ben altro: c’è un regolamento europeo che vieta la diffusione dei contenuti di Russia Today, il governo non lo attua, il progetto di legge colma la lacuna, pazienza se esiste una Costituzione con l’art. 21. Tutto qui, tecnica legislativa voodoo-bonsai. Prendiamoli sul serio per un momento, perché è esattamente così che comincia sempre: con un perimetro stretto, tecnico, retoricamente legalistico. Il problema è che questo film lo abbiamo già visto, per intero, dai titoli di testa a quelli di coda. È stato proiettato in Ucraina lungo vent’anni, e conoscere quella trama è il solo modo per capire cosa ci viene proposto oggi a Roma.
La grammatica prima della guerra
Chi giustifica ogni misura ucraina con l’invasione del 2022 dovrebbe spiegare come mai la macchina della stigmatizzazione fosse già a pieno regime molto prima.
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Genova 2001. Una storia del presente
di Emilio Quadrelli
Riproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni, un momento di rottura. Apparso originariamente in due parti su Carmillaonline e già ripubblicato sul nostro portale.
* * * *
Futuro anteriore
Uno, due, tre viva Pinochet
Quattro, cinque, sei a morte gli ebrei
Sette, otto, nove il negretto non commuove!
Questo il ritornello intonato a squarcia gola dalle forze dell’ordine mentre lasciavano Genova pochi giorni dopo aver “normalizzato” la città e aver garantito il buon esito e funzionamento del vertice dei grandi. Su quanto accadute in quelle giornate esiste una pubblicistica corposa e sembra pertanto inutile tornarvi sopra per l’ennesima volta. Ciò su cui vale invece la pena di focalizzare l’attenzione sono alcuni aspetti rispetto ai quali, per lo più, le narrazioni costruite intorno agli eventi di “Genova 2001” si sono mostrate per lo meno lacunose e fortemente addomesticate. In primis l’attribuzione delle reali responsabilità di quanto accaduto. Come tutti ricorderanno il Governo in carica nel luglio 2001 era un Governo di centro – destra a guida Berlusconi che si era insediato da poco tempo avendo vinto le elezioni il 13 maggio entrando in carica l’11 giugno. Al momento dei fatti la destra governava da 38 giorni senza, nel frattempo, aver modificato di una sola virgola gli assetti burocratici e militari ereditati dal governo di centro – sinistra. In altre parole l’intera catena di comando politico – militare addetta alla gestione del Vertice era per intero legata al governo precedente.
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Augusto Graziani e l’equilibrio economico generale.
Dall’analisi disaggregata all’analisi macroeconomica (e poi alla dinamica strutturale?)
di Luca Timponelli*
In una serie di contributi apparsi nel corso degli anni ’60, il più importante dei quali è certamente la monografia Equilibrio generale ed equilibrio macroeconomico (1965), Augusto Graziani presentava un’interessante analisi della teoria dell’equilibrio economico generale e della sua evoluzione storica. Muovendo dalle incongruenze della teoria walrasiana della capitalizzazione, che già erano state discusse da Garegnani (1960), Tosato (1963) e Trezza (1963), Graziani sottolineava la necessità di riformulare l’equilibrio generale in termini aggregati per poter affrontare il problema della dinamica. L’invarianza dei prezzi nel tempo, e dunque la persistenza dell’equilibrio, poteva essere assicurata soltanto dall’assunzione di un tasso uniforme di espansione di tutti i beni capitali impiegati dal sistema: una condizione che equivaleva a considerare i differenti beni capitali come dimensioni di una singola merce. Diventava allora possibile per Graziani argomentare che, anche senza far proprie le assunzioni estremamente irrealistiche di preveggenza perfetta e dell’esistenza di mercati a termine per ogni istante futuro del tempo, l’equilibrio economico generale non poteva, se voleva condurre un’analisi realmente disaggregata, andare oltre la descrizione statica dell’economia in un istante puntuale del tempo. Un approdo alla dinamica era possibile, ma soltanto sulla base di un’analisi di tipo aggregato: in questa prospettiva, le analogie che Graziani metteva in luce tra il modello di von Neumann, che ambiva a tradurre la prospettiva walrasiana in termini dinamici, e i modelli macroeconomici di accumulazione di Harrod e Kaldor apparivano tutt’altro che casuali. Sebbene in questo modo l’estensione dell’equilibrio alla dinamica poteva dirsi compiuta e soddisfacente dal punto di vista formale, la significatività economica del risultato appariva per Graziani insoddisfacente. Anzitutto, l’opposizione tra teoria classica e teoria marginale della distribuzione restava aperta nella misura in cui nel modello di von Neumann, che a partire da Champernowne (1946) era stato invece letto come riabilitazione della prospettiva classica, non cessava di esibire una relazione funzionale tra salario e offerta di lavoro. Inoltre, questo approccio non poteva rinunciare all’assunzione della configurazione tecnologica come data, facendo così astrazione dell’interrelazione tra progresso tecnico, squilibrio e accumulazione del capitale: l’assimilazione del sistema economico al caso in cui non esista che una singola merce rappresentava una indebita semplificazione, che non rendeva possibile prendere in considerazione le differenze tanto nei saggi del profitto quanto nelle variazioni dei livelli di produttività nei differenti settori di un’economia in fase di sviluppo.
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La strategia americana: l'ucrainizzazione dell'Europa
di Martino Dettori
L'idea è quella di alimentare uno scontro con la Russia per infliggere a quest'ultima una sconfitta strategica. Tolta di mezzo la Russia, gli USA potranno così occuparsi della Cina
Ho letto giusto ieri, su Facebook, un interessante commento a firma di un certo Mattias Forsgren. Il commento propone un’idea che condivido e che ho già espresso in diversi miei articoli fin dal 2022, seppure in modo non così esplicito: l’idea americana di ucrainizzare l’Europa, cioè di fare in modo che il vecchio continente — una volta che l’Ucraina verrà sconfitta (e verrà sconfitta) — assuma il ruolo di nuovo proxy nella guerra contro la Russia, perché a quest’ultima venga inferta quella sconfitta strategica che gli americani inseguono da anni e che permetterebbe loro di occuparsi in tutta tranquillità della Cina, il loro avversario principale.
Vedete, la Russia e la Cina minano da anni l’egemonia americana e propongono un ordine internazionale multipolare. Ma questo ordine non è accettabile per gli USA, poiché — come dice l’autore della riflessione — «il welfare americano dipende dalla capacità di estrarre valore aggiunto dal resto del mondo» attraverso il dollaro, la superiorità tecnica e chiaramente la propaganda, molto spesso veicolata grazie ai film hollywoodiani che vedono gli americani come i salvatori e protettori del mondo libero.
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La guerra degli Stretti “gemelli”
di Alberto Negri*
È possibile che Casa Bianca e cancellerie europee precipitino in una nuova crisi di nervi e petrolio, quella che viene adesso dalla Porta delle Lacrime, Bab el Mandeb, la rotta vitale per il Canale di Suez.
Nella guerra dei mondi voluta il 28 febbraio dal presidente americano e da Netanyahu attaccando l’Iran, Trump e l’Occidente devono aggiungere come protagonisti gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran nell’asse della resistenza, che minacciano di chiudere questo Stretto sul Mar Rosso, insieme a Hormuz. di cui è l’unica rotta alternativa, il secondo canale di esportazione dell’oro nero del Golfo e del Medio Oriente (12% del traffico mondiale).
Pochi conoscono gli Houthi e li hanno incontrati. Quando mi apparvero davanti nel dicembre 2009 erano dei giovanissimi guerriglieri con le piume colorate infilate nei turbanti e dei sandali scassati ai piedi, sbucarono con vecchi kalashnikov da santuari di roccia scura e affilata, protetti da crateri e fortificazioni millenarie che conoscevano alla perfezione e dove applicavano la tattica del “mordi e fuggi”.
Mai allora avrei immaginato che nel 2014 avrebbero conquistato la capitale Sanaa, eliminato sull’onda delle primavere arabe il presidente Saleh e sarebbero diventati i padroni dello Yemen, resistendo alla coalizione militare guidata dai sauditi e a una delle più devastanti crisi umanitarie mondiali.
Ora sono pure i “guardiani” del nostro petrolio.
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La logica del potere computazionale
di Diego Bertozzi
Quali sono le caratteristiche della particolare forma di potere definita “Potere computazionale”? Cosa la differenzia da quelle precedenti? Quali spazi lascia alla regolamentazione e, più di tutto, alla creatività e al cambiamento sociale? Si tratta di domande urgenti e impegnative alle quali vuole dare risposta Paolo Benanti nel suo ultimo e impegnativo lavoro “La nuova logica del dominio”.
* * * *
Per il celebre filosofo italiano Emanuele Severino (1929-2020) il dominio dell'apparato tecnologico (tecno-scienza) è un approdo certo della storia di un'umanita da sempre in cerca di un riparo dal quotidiano spettacolo del divenire e dall'annientamento. Cosa più della tecnica, con il suo prodigioso e incrementale sviluppo, può nutrire speranza di fuga dall'angoscia? E di questi inesorabili sviluppo e destino fa parte anche l'Intelligenza Artificiale (AI). Se non vi è alternativa reale e concreta a questo incipiente dominio, significa che a nulla valgono, se non come momentaneo e impotente argini, norme, morale e valori; la morale stessa è pronta ad essere assorbita nel cono d'ombra della volontà di potenza dell'Apparato: ciò che per la tecnica è possibile, diventa anche giusto. Il processo delineato con estrema coerenza da Severino, non trova del tutto concorde il Paolo Benanti, studioso assai attento alle conseguenze politiche, sociali e morali dello sviluppo tecnologico accelerato degli ultimi lustri, con particolare attenzione riservata alla AI e alla sua logica, e autore del recente La nuova logica del dominio.
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Dalla rivoluzione all’ONG: la metamorfosi dell’intellettuale latinoamericano
di Sergio Medina Viveros
Erano i primi tempi della transizione negoziata quando la rivista Punto Final pubblicò un articolo di James Petras che suscitò indignazione negli ambienti intellettuali della Concertación. Intitolato “La metamorfosi degli intellettuali in America Latina”, il testo evidenziava un aspetto inquietante: in balia di influenze esterne – soprattutto finanziarie – questi intellettuali di centrosinistra riorientavano le proprie posizioni verso “una serie di formule che giustificavano l’accondiscendenza con le élite militari ed economiche, locali e straniere, come unica opzione praticabile e ‘possibile’, congelando così il processo di trasformazione”.
A trent’anni di distanza, la diagnosi di Petras rimane una delle chiavi di lettura più acute per comprendere la profonda mutazione del pensiero critico in America Latina. La scomparsa del sociologo greco-statunitense il 17 gennaio 2026 ci invita a rileggere la sua opera e a chiederci: come si è trasformato l’intellettuale rivoluzionario del XX secolo nell’operatore democratico della sinistra revisionista attuale?
L’intellettuale collettivo: dall’esilio alla trincea militante
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Trenta volte gli utili: anatomia della bolla del riarmo
di Pino Cabras
Come la paura è diventata una materia prima finanziaria, perché i vostri risparmi la stanno alimentando senza che ve ne siate accorti, e perché il riarmo “permanente” durerà esattamente finché dura la bolla
C’è un’analisi di Alessandro Volpi che merita di essere letta, riletta e soprattutto tradotta in un linguaggio che arrivi a tutti, perché riguarda davvero tutti: i nostri risparmi, le nostre pensioni, il futuro dell’industria europea. Volpi la riassume in una frase che è insieme una diagnosi e un avvertimento: il riarmo è «un formidabile volano finanziario costruito su due elementi fondamentali e decisamente artificiali». I due elementi sono la paura e la spesa pubblica. Proviamo a smontare il meccanismo pezzo per pezzo, come si farebbe con un orologio. Scopriremo che non è un orologio, ma una bomba a orologeria.
Primo pezzo: cosa significa pagare un’azienda trenta volte i suoi utili
Partiamo dall’indicatore che Volpi mette al centro della sua analisi, il rapporto prezzo/utili, in gergo P/E. Sembra roba da addetti ai lavori, ma è il concetto più intuitivo della finanza. Immaginate di voler comprare un bar che ogni anno, tolte tutte le spese, lascia in tasca al proprietario 50.000 euro. Quanto sareste disposti a pagarlo? Se lo pagate 500.000 euro, state pagando dieci anni di utili: in dieci anni rientrate dell’investimento. Se lo pagate un milione e mezzo, ne state pagando trenta. Trent’anni per rientrare. Nessuna persona sensata lo farebbe, a meno di non essere convinta che quel bar, domani, incasserà molto, molto più di oggi.
Oggi la tedesca Rheinmetall – carri, cingolati, munizioni – viene scambiata a circa trenta volte gli utili, e la media europea del settore viaggia tra le ventidue e le ventotto volte. Sono i multipli di un colosso tecnologico, di un’azienda che promette di conquistare mercati globali di miliardi di consumatori. Ma un produttore di munizioni non ha miliardi di consumatori. Ha un solo cliente: lo Stato. In economia si chiama monopsonio, un mercato con un compratore unico.
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Da Chaplin al post-work?
di Lelio Demichelis

Quanto è lontano da oggi– o forse è ancora vicino, ma digitalizzato – il lavoro dei Tempi moderni di Chaplin? E se poi fosse il capitalismo a liberarci dal lavoro (umano), automatizzando tutto e tutti, noi limitandoci a schiacciare un pulsante – o forse neppure quello, se è vero che Claude, l’i.a. di Anthropic, si sviluppa con un codice di cui circa l’80% viene scritto dal sistema stesso, arrivando al 100% entro due anni? Se fosse cioè il capitalismo (rovesciando Marx) a farci entrare in una società “in cui il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti”? Impossibile, ovviamente. Eppure non è forse nella tendenza del capitalismo e della tecnica “rendere l’uomo superfluo, sostituendo il lavoro umano con gli automatismi degli apparati tecnici” (G. Anders)? E il neoliberalismo e il capitalismo digitale non promettono forse la massima libertà individuale, così mascherando l’alienazione che invece producono quanto più il lavoro esce dalle fabbriche e dagli uffici e occupa e sfrutta ogni ambito della vita umana, individuale e sociale? Ed Elon Musk non ha forse proposto di creare un sostanzioso reddito universale per tutti, finanziato dai governi per affrontare la disoccupazione creata dalla stessa i.a. (e Anthropic ha mostrato come, pur senza un aumento immediato della disoccupazione, l’i.a. sta già modificando i lavori amministrativi, creativi e cognitivi, automatizzando compiti basati su parole e numeri)?
Di più: nel capitalismo e nella società tecnologica oggi digitalizzata tutto cambia velocemente, ma alcuni processi restano sostanzialmente sempre uguali. Si pensi alle tecniche di human engineering (il management, la divisione tayloristica del lavoro e dell’individuo, i social) e all’ideologia economicistica e industrialista (liberalismo e poi neoliberalismo, positivismo e pragmatismo) necessarie per farci adattare alle esigenze della rivoluzione industriale e del capitale senza opporre troppa resistenza, anzi condividendo la mission del sistema, insieme accrescendo la nostra produttività, attraverso l’accrescimento del nostro pluslavoro giunto ormai al lavoro gratuito.
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Anchorage come Minsk?
di Roberto Iannuzzi
A quasi un anno dall’incontro in Alaska fra Trump e Putin, a Mosca cresce la disillusione. Secondo Lavrov, la Russia è stata ingannata come avvenne con gli accordi di Minsk
Al recente vertice NATO ad Ankara, in Turchia, il presidente americano Donald Trump ha speso parole insolitamente calorose nei confronti dell’omologo ucraino Volodymyr Zelensky.
L’inquilino della Casa Bianca ha espresso il proprio appoggio agli attacchi ucraini a lungo raggio in territorio russo, affermando che “è un’escalation, ma è anche un’escalation che potrebbe contribuire a portare a una conclusione” del conflitto.
L’incontro amichevole fra i due presidenti è apparso in netto contrasto con la “lite dello studio ovale” consumatasi tra i due all’inizio del 2025 quando Trump aveva da poco inaugurato il suo secondo mandato.
La posizione apertamente filo-ucraina manifestata dal leader americano sancisce il fallimento degli sforzi diplomatici avviati dall’incontro fra Trump e il presidente russo Vladimir Putin ad Anchorage, in Alaska, nell’agosto 2025.
Tali sforzi, volti a giungere a una soluzione negoziata del conflitto, avevano incontrato la netta opposizione di Kiev e dei paesi europei, oltre che di esponenti repubblicani e democratici del Congresso americano.
Lavrov e il paragone con Minsk
Alcune settimane fa, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov aveva affermato di non voler “nemmeno pensare che l’Alaska, proprio come le azioni degli europei, sia stata concepita per guadagnare tempo al fine di riarmare il regime di Kiev. […]Ma in realtà le cose sono andate proprio così”.
Parlando delle “azioni degli europei”, Lavrov si riferiva alle dichiarazioni rilasciate dall’ex cancelliera tedesca Angela Merkel in un’intervista del 2022, secondo cui gli accordi di Minsk sarebbero stati uno stratagemma per permettere all’Ucraina di riarmarsi.
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Il nuovo argomento per distogliere l'attenzione da un mondo in fiamme
di Andrea Zhok*
Nel funzionamento dei media, non meno delle tesi esplicite che vengono presentate, conta l'imposizione del discorso dominante.
In questa fase, con il mondo che sta andando a fuoco verso una guerra mondiale, mentre l'endiadi Israele-USA sta tentando di ricostituirsi in impero unipolare a colpi di bombardamenti quotidiani, mentre l'Europa tutta, a partire dalla Germania, sta scendendo nel gorgo della deindustrializzazione perdendo cittadini con alta formazione e importando mano d'opera estera con bassa formazione, mentre tutto questo e molto altro sta succedendo, quest'estate ci viene imposto il tema della "Sicurezza fai da te" come questione fondamentale.
Non è importante per quali tesi questo o quel giornale o telegiornale parteggino, l'importante è che, su un tale tema, non ci si debba poter appellare a nessuna forma di ragione.
Si producono narrazioni mirate e si chiede alla plebe cogliona di contribuire lanciando sassi nell'arena.
Basta presentare in maniera umana la posizione di una delle parti in causa (X), raccontandone le vicende pregresse, i colpi della fortuna avversa, narrandone il possibile filo psicologico, suscitando empatia, per poi raccogliere i frutti in termini di gente che si vuole arruolare nelle fila dei difensori di X.
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Genova 2001, il futuro che avevamo davanti
di Osservatorio Repressione
Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione.
Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i depistaggi, l’impunità. Tutto questo era ed è necessario ricordarlo, perché la richiesta di verità e giustizia non si prescrive. Ma limitarsi alla memoria della repressione significa lasciare incompiuta la comprensione storica di ciò che avvenne in quei giorni.
Genova è stata infatti molto più di una gigantesca violazione dei diritti umani. È stata l’apice e insieme la frattura di un ciclo storico. Il momento in cui un movimento globale, composto da culture politiche, esperienze e soggettività diverse, ha tentato di opporsi all’avvento di un nuovo ordine mondiale fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla privatizzazione dei beni comuni, sulla mercificazione della vita e sulla subordinazione della politica ai poteri economici e finanziari.
Il movimento dei movimenti non contestava semplicemente un vertice internazionale. Contestava un modello di sviluppo e una forma di globalizzazione che già allora producevano disuguaglianze, devastazioni ambientali, guerre e nuove gerarchie tra esseri umani.
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Tutto si tiene. Vance, Herzog, la propaganda, e la guerra. Il tempo più pericoloso
di Paola Caridi
Cominciamo dalla fine. Per meglio dire, cominciamo dalla periferia dell’impero. Italia, estate 2026: un governo di destra/destra che non ha dimenticato le sue radici fasciste vara una pessima legge elettorale balneare, di quelle che servono a blindare una vittoria possibile del governo in carica, anche se non una vittoria sicura, visto l’indebolimento mediatico di Giorgia Meloni. Causa Trump e le sue reiterate esternazioni contro la presidente del consiglio dei ministri.
A rendere ancora più pericoloso il quadro politico, e soprattutto istituzionale, è un caso di cronaca che – non è certo la prima volta – prova a rimettere in gioco la struttura istituzionale costruita dalla Costituzione. È il caso del gioielliere che ha ucciso due rapinatori, e ferito un terzo, ha avuto regolare processo, è stato condannato con sentenza definitiva compreso il pronunciamento della Cassazione. Per tutta risposta, il ministro Nordio (ma non è un magistrato?) si dimentica che, per il nostro assetto istituzionale, tocca solo ed esclusivamente al presidente della Repubblica decidere la grazia.
Quello che succede in Italia non è cosa così slegata dallo stato in cui versa un pezzo di occidente, segnato da un revisionismo delle strutture democratiche che conduce verso pratiche autoritarie. Quasi nelle stesse ore in cui alla Camera andava in onda una crisi di nervi della maggioranza riunita attorno a Meloni, il più ascoltato podcast USA, condotto da Joe Rogan, mandava in onda una intervista di quasi 3 ore con il vicepresidente statunitense JD Vance. Con un atto inusuale, uno dei tanti di questa amministrazione USA, il vicepresidente si concede a una intervista irrituale, invece di rimanere dentro un alveo istituzionale.
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La sfida al presente nel leggere Marx
di Alfonso Maurizio Iacono
«A tu per tu con ‘Il capitale’» di Roberto Fineschi, per Laterza. Il libro spiega il processo di accumulazione, la produzione del plusvalore e il profitto. Ma l’autore non si limita a spiegare le idee del Moro, lo interpreta e lo confronta con l’epoca attuale
Il miglior modo per avvicinarsi al pensiero di Marx e, in particolare, al suo capolavoro, Il capitale, è quello di leggerlo direttamente, specialmente oggi che l’Ia, dopo che si apre un documento sul computer o sullo smartphone, ci dice che esso è troppo lungo e che, se vogliamo, ci può fare un riassunto. Trionfo della lettura di seconda mano! Con la scusa che non c’è tempo, si procede dottamente verso l’ignoranza grazie all’assenza di quelle che una volta si chiamavano fonti primarie.
QUESTO, TUTTAVIA, non vuol dire che non si debbano scrivere introduzioni e guide alla lettura di testi classici come Il capitale di Marx, vuol dire più semplicemente che le introduzioni, le guide alla lettura, i riassunti non devono sostituire il testo originale, ma, semmai, accompagnarlo. È in questo senso che va letto A tu per tu con ‘Il capitale’ di Roberto Fineschi (Laterza, pp. 184, euro 18), il quale, peraltro, è il curatore della nuova, bella – e piuttosto cara edizione de Il capitale (Einaudi, 2024).
Non si tratta di un riassunto, ma di una intelligente lettura dell’opera di Marx e quindi, in questo senso, di una guida alla lettura.
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Israele, il grande equivoco
di Patrizia Cecconi
Se quella famosa “maestra di vita” avesse allievi semplicemente diligenti e appena un po’ intelligenti, non tanto, solo quel poco che basta per capire quanto appreso, non ci sarebbe più nessun umano onesto, ripeto onesto, pronto a sostenere, e nemmeno a giustificare, l’entità sionista autoproclamatasi Stato il 14 maggio del 1948 e colpevole da sempre di eccidi, stragi, furti, illegittime espulsioni e pulizia etnica contro la popolazione autoctona in Palestina (e non solo).
Azioni delittuose, in parte precedenti e “propiziatorie” alla dichiarazione di quel 14 maggio e da allora mai interrottesi, se non per brevissimi periodi e, comunque, sempre restando nell’illegalità internazionale, mai sanzionata per una sorta di “principio d’eccezione” che ha consentito a Israele di far avanzare l’originario progetto coloniale sionista stritolando vite e diritti umani con la complicità, a volte tacita, altre esplicita, della maggior parte degli Stati sedicenti democratici.
Ma la Storia è impegno e fatica e così, molto spesso, viene sostituita dalla cronaca dell’ultim’ora somministrata dal sistema mediatico, più o meno fedele portavoce della narrazione dominante. Le poche eccezioni che forniscono spiccioli di conoscenza storica autentica riescono a malapena a sollecitare una riflessione sulle cause originarie dalle quali sono scaturiti gli effetti. Ma si tratta di gocce nel mare.
È quindi indispensabile ricorrere alla Storia, sebbene nelle limitazioni imposte dalle norme editoriali di una rivista come Valori, partendo dalla menzogna originaria che vuole Israele nato per disposizione dell’ONU.
Visto che proprio l’articolo 1 della Carta Onu, al comma 2 afferma il rispetto e la tutela del principio dell'auto-determinazione dei popoli, sarebbe ben strano che la stessa Organizzazione sovranazionale che, tra l’altro, pone tra i suoi fini il riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, si fosse assunta il compito di negare sia l’auto-determinazione dei popoli che il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.
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In God we trust
di Leo Essen
Con un gesto generoso, Andrea Zhok chiede un impegno per la democrazia. Lo chiede proprio a chi, come il sottoscritto, non ci crede più; a chi pensa che sarà sempre la stessa cosa, che non cambierà mai niente. Lo chiede a chi ha smesso di crederci quando ha visto candidarsi alle politiche Fantozzi (cioè Paolo Villaggio, per D.P.), quando ha visto che, per raggiungere uno scopo, bisognava servirsi di certi mezzi, e che Fantozzi era uno di quei mezzi. Lo chiede a chi ha sempre pensato che i mezzi non sono innocenti, che non sono semplici strumenti.
Zhok si rivolge a persone come me e le invita a lasciar cadere questa forma di intransigenza. La democrazia non è perfetta, dice. Quella che abbiamo conosciuto nel dopoguerra, e che ha permesso ai nostri genitori di emanciparsi dalla povertà e dall’ignoranza, era piena di limiti. Non era facile, ma era pur sempre qualcosa. Era la migliore forma di democrazia che avessimo conosciuto dalla Rivoluzione francese in poi. Di quella cosa pubblica oggi resta soltanto la speranza – o, come dice Zhok, la fede – che possa ancora darsi, tornare a farsi viva.
È una presa di posizione generosa proprio perché non poggia su nulla. Non si affida ai numeri, non esibisce statistiche, tendenze o leggi storiche. Mette in gioco soltanto se stessa. Anzi, ancora meno: mette in gioco una promessa. Una promessa leggera, disarmata, che non cerca puntelli esterni, non pretende di giustificarsi con fatti, dati o deduzioni. Tutte motivazioni storiche ed empiriche, dunque inevitabilmente parziali e contestabili, sempre esposte alla polemica e alla gazzarra, come accade anche tra professori universitari che sembrano voler fare gli influencer.
È una professione di fede che mette a rischio soltanto la promessa e l’impegno a mantenerla. È il rischio della decisione stessa, della scelta, dell’eccezione.
È una chiamata alla quale si dovrebbe rispondere come rispose Abramo. È un rapporto che non passa attraverso la mediazione della ragione, della morale condivisa o della logica corrente, sempre pronte a trascinare tutto nel fango.
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Hormuz, il pedaggio dell’Apocalisse
di Margherita Furlan
La guerra contro l’Iran non nasce dal nucleare: nasce dalla fine della crescita. Quando lo sviluppo infinito urta contro il pianeta finito, il sistema converte la stagnazione in economia di guerra, la scarsità in rendita di posizione e l’attesa della fine in modello di business
Lunedì 13 luglio l’Opec ha certificato che la domanda mondiale di petrolio ha quasi smesso di crescere. Lo stesso giorno, Washington ha annunciato che tratterrà il 20% del valore di ogni carico in transito dallo Stretto di Hormuz. Non è una coincidenza: è la stessa notizia, letta dai due lati del limite.
Il lunedì delle due notizie
Alla chiusura dei mercati di lunedì 13 luglio il Brent segnava 83,30 dollari al barile, in rialzo del 9,59%; il WTI si fermava a 78,14 dollari, con un guadagno del 9,42%. Per il riferimento internazionale si tratta del maggior incremento in dollari in una sola seduta dal 2 aprile e del più alto livello di chiusura dal 12 giugno[1]. In termini percentuali, bisogna risalire al maggio del 2020, al mondo capovolto della pandemia, per trovare una giornata simile[2].
Il detonatore è arrivato al mattino, per via social. Donald Trump ha annunciato su Truth Social il ripristino di quello che lui stesso chiama «THE IRANIAN BLOCKADE»: un blocco navale che da martedì copre l’intera costa iraniana, porti e terminali petroliferi compresi, e si applica a tutte le navi, indipendentemente dalla bandiera[3]. Il Comando centrale americano ha precisato tempi e modalità: l’interdizione riprende alle 20 ora di Greenwich e segue una prima fase, tra il 13 aprile e il 18 giugno, durante la quale le forze statunitensi hanno dirottato oltre 140 navi, ne hanno rese inutilizzabili nove e hanno lasciato passare una cinquantina di carichi umanitari[4]. All’annuncio del blocco, Trump ha aggiunto nello stesso messaggio una seconda proclamazione: gli Stati Uniti si faranno «rimborsare» il 20% del valore di ogni carico in transito dallo stretto, e «il processo e la formazione cominciano immediatamente».
Fin qui la cronaca di un’escalation: la guerra iniziata il 28 febbraio con i raid congiunti di Stati Uniti e Israele e con l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, la tregua di due settimane annunciata a marzo, i negoziati di alto livello condotti dal vicepresidente JD Vance a Islamabad, il cessate il fuoco esteso a tempo indeterminato a fine aprile, il memorandum d’intesa in quattordici punti firmato il 17 giugno dopo due mesi di trattative in stallo, e poi il collasso di luglio.
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Iran. Verso l'ennesima Forever War?
di Davide Malacaria
J.D. Vance: "Ci sono alcune persone all'interno del loro sistema, lo sappiamo senza ombra di dubbio, che stanno manipolando… l'opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui indefinitamente. Non per raggiungere un obiettivo specifico, ma semplicemente indefinitamente"
S’intensifica il conflitto iraniano, con gli Stati Uniti che hanno cambiato target: non più obiettivi costieri, ma infrastrutture civili all’interno del territorio. L’idea è quella di degradare l’Iran per convincerlo alla resa su Hormuz. E non riusciranno.
L’unica conseguenza di tale strategia, al netto delle sofferenze inflitte al popolo iraniano (che dicevano di voler “liberare”…), è che Teheran ha dichiarato decaduto il Memorandum di Islamabad e ha ampliato il raggio e gli obiettivi del suo tiro a segno contro i target militari statunitensi. E minaccia di incendiare il Golfo se gli Usa ampliano ulteriormente raid e obiettivi.
Invece di scorrere, il tempo in Medio oriente sembra tornare indietro avvicinandosi pericolosamente al 28 febbraio scorso, quando iniziò l’improvvida, sanguinaria, avventura israelo-americana contro l’Iran.
Pochi i cenni in controtendenza. Quello più importante è l’intervista rilasciata da J.D. Vance a Joe Rogan, nella quale ha criticato le pressioni israeliane per fare del conflitto iraniano una guerra infinita: “Ci sono alcune persone all’interno del loro sistema, lo sappiamo senza ombra di dubbio, che stanno manipolando e cercando di cambiare l’opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui indefinitamente. Non per raggiungere un obiettivo specifico, ma semplicemente indefinitamente”.
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Missili da sfornare nelle fabbriche ukro-europee: l'odore della pecunia attrae i guerrafondai europeisti
di Fabrizio Poggi
16 luglio. Soldi e armi. Armi e soldi. Ma soprattutto tanti tanti soldi. Entro queste coordinate, si può raccontare di tutto sui rapporti tra Unione Europea e Ucraina, blaterando di “valori europei”, bofonchiando di difesa della “vittima dell'aggressione russa”. Basta non arrivare a confessare che, come anticipava l'imperatore Vespasiano duemila anni fa, pecunia non olet e che, dunque, ai farabutti delle cancellerie europee, usi a declamare su “democrazia”, “libertà”, “valori liberali”, non importa proprio nulla che a Kiev imperversi la più sfacciata corruzione tra le alte sfere del potere nazigolpista e che al centro di tutto ci siano proprio i soldi che vanno e vengono tra Bruxelles e le ville di Versilia o Costa del sol, dove albergano i ras nazisti tra un vertice G7 e un summit di “Volenterosi”.
In questo senso, non potevano essere più espliciti gli ultimi incontri di Ankara, Parigi, Kiev: soldi per le armi; tantissimi miliardi sottratti alle necessità elementari delle masse popolari europee e dirottati sulla produzione di guerra, che porta così tanti profitti nelle tasche delle varie Eurosam, Leonardo, Thales, Saab, Hensoldt, Diehl Defense, Safran e tante altre, insieme alla ucraina “FirePoint”, tanto magnificata dai media guerrafondai e che non fa mistero delle proprie ambizioni di intascare la pecunia europeista a scapito delle concorrenti italiane, britanniche, tedesche, untuosamente presentate però come “partner strategici” con cui avviare una produzione comune, per la verità da tempo iniziata. Si tratta solo di mettersi d'accordo sulla dislocazione, in base alla redditività dei singoli soggetti e, come si direbbe citando Marx alla bell'e meglio, spartendosi il lucro in base alla misura del singolo capitale.
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Salario vitale: la mossa del cavallo…
di Nico Maccentelli
Se gli USA e tutte le oligarchie capitalistiche e i vassalli presenti nel blocco occidentale dovessero avere a giusta causa (per loro) una ragione per liquidare la Cina con una guerra imperialista, ebbene questa non sarebbe la spartizione e il controllo delle risorse o dei mercati, o la competizione tecnologica, bensì la vecchia questione del comunismo.
Come si suol dire: adesso sì che avete una ragione.
Cai Fang non è il primo che passa, ma uno dei massimi economisti ed esponenti politici del PCC che lavora negli ambiti in cui vengono elaborate le dottrine ufficiali, e riprese poi su organi autorevoli di partito come il Qiushi, ha posto la questione di un cambio radicale nel suo sistema salariale per rispondere attivamente all’impatto dell’AI sull’occupazione. Il che non significa altro che fare fronte a un aumento considerevole e destabilizzante per la valorizzazione del capitale costante espresso in automazione (macchine, impianti, robotica sistemi digitali di produzione e creazione di capitale), disaccoppiando la valorizzazione del capitale dalle necessità di vita della popolazione.
La chiave di volta è il salario vitale, che non coincide con il salario minimo legale, né con il salario di mercato determinato dalla domanda e dall’offerta di lavoro. Esso rappresenta una soglia retributiva che consente al lavoratore e alla sua famiglia di vivere dignitosamente, partecipare alla vita sociale e sostenere i consumi necessari a una società sviluppata.
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