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Israele, il grande equivoco
di Patrizia Cecconi
Se quella famosa “maestra di vita” avesse allievi semplicemente diligenti e appena un po’ intelligenti, non tanto, solo quel poco che basta per capire quanto appreso, non ci sarebbe più nessun umano onesto, ripeto onesto, pronto a sostenere, e nemmeno a giustificare, l’entità sionista autoproclamatasi Stato il 14 maggio del 1948 e colpevole da sempre di eccidi, stragi, furti, illegittime espulsioni e pulizia etnica contro la popolazione autoctona in Palestina (e non solo).
Azioni delittuose, in parte precedenti e “propiziatorie” alla dichiarazione di quel 14 maggio e da allora mai interrottesi, se non per brevissimi periodi e, comunque, sempre restando nell’illegalità internazionale, mai sanzionata per una sorta di “principio d’eccezione” che ha consentito a Israele di far avanzare l’originario progetto coloniale sionista stritolando vite e diritti umani con la complicità, a volte tacita, altre esplicita, della maggior parte degli Stati sedicenti democratici.
Ma la Storia è impegno e fatica e così, molto spesso, viene sostituita dalla cronaca dell’ultim’ora somministrata dal sistema mediatico, più o meno fedele portavoce della narrazione dominante. Le poche eccezioni che forniscono spiccioli di conoscenza storica autentica riescono a malapena a sollecitare una riflessione sulle cause originarie dalle quali sono scaturiti gli effetti. Ma si tratta di gocce nel mare.
È quindi indispensabile ricorrere alla Storia, sebbene nelle limitazioni imposte dalle norme editoriali di una rivista come Valori, partendo dalla menzogna originaria che vuole Israele nato per disposizione dell’ONU.
Visto che proprio l’articolo 1 della Carta Onu, al comma 2 afferma il rispetto e la tutela del principio dell'auto-determinazione dei popoli, sarebbe ben strano che la stessa Organizzazione sovranazionale che, tra l’altro, pone tra i suoi fini il riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, si fosse assunta il compito di negare sia l’auto-determinazione dei popoli che il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.
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In God we trust
di Leo Essen
Con un gesto generoso, Andrea Zhok chiede un impegno per la democrazia. Lo chiede proprio a chi, come il sottoscritto, non ci crede più; a chi pensa che sarà sempre la stessa cosa, che non cambierà mai niente. Lo chiede a chi ha smesso di crederci quando ha visto candidarsi alle politiche Fantozzi (cioè Paolo Villaggio, per D.P.), quando ha visto che, per raggiungere uno scopo, bisognava servirsi di certi mezzi, e che Fantozzi era uno di quei mezzi. Lo chiede a chi ha sempre pensato che i mezzi non sono innocenti, che non sono semplici strumenti.
Zhok si rivolge a persone come me e le invita a lasciar cadere questa forma di intransigenza. La democrazia non è perfetta, dice. Quella che abbiamo conosciuto nel dopoguerra, e che ha permesso ai nostri genitori di emanciparsi dalla povertà e dall’ignoranza, era piena di limiti. Non era facile, ma era pur sempre qualcosa. Era la migliore forma di democrazia che avessimo conosciuto dalla Rivoluzione francese in poi. Di quella cosa pubblica oggi resta soltanto la speranza – o, come dice Zhok, la fede – che possa ancora darsi, tornare a farsi viva.
È una presa di posizione generosa proprio perché non poggia su nulla. Non si affida ai numeri, non esibisce statistiche, tendenze o leggi storiche. Mette in gioco soltanto se stessa. Anzi, ancora meno: mette in gioco una promessa. Una promessa leggera, disarmata, che non cerca puntelli esterni, non pretende di giustificarsi con fatti, dati o deduzioni. Tutte motivazioni storiche ed empiriche, dunque inevitabilmente parziali e contestabili, sempre esposte alla polemica e alla gazzarra, come accade anche tra professori universitari che sembrano voler fare gli influencer.
È una professione di fede che mette a rischio soltanto la promessa e l’impegno a mantenerla. È il rischio della decisione stessa, della scelta, dell’eccezione.
È una chiamata alla quale si dovrebbe rispondere come rispose Abramo. È un rapporto che non passa attraverso la mediazione della ragione, della morale condivisa o della logica corrente, sempre pronte a trascinare tutto nel fango.
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Hormuz, il pedaggio dell’Apocalisse
di Margherita Furlan
La guerra contro l’Iran non nasce dal nucleare: nasce dalla fine della crescita. Quando lo sviluppo infinito urta contro il pianeta finito, il sistema converte la stagnazione in economia di guerra, la scarsità in rendita di posizione e l’attesa della fine in modello di business
Lunedì 13 luglio l’Opec ha certificato che la domanda mondiale di petrolio ha quasi smesso di crescere. Lo stesso giorno, Washington ha annunciato che tratterrà il 20% del valore di ogni carico in transito dallo Stretto di Hormuz. Non è una coincidenza: è la stessa notizia, letta dai due lati del limite.
Il lunedì delle due notizie
Alla chiusura dei mercati di lunedì 13 luglio il Brent segnava 83,30 dollari al barile, in rialzo del 9,59%; il WTI si fermava a 78,14 dollari, con un guadagno del 9,42%. Per il riferimento internazionale si tratta del maggior incremento in dollari in una sola seduta dal 2 aprile e del più alto livello di chiusura dal 12 giugno[1]. In termini percentuali, bisogna risalire al maggio del 2020, al mondo capovolto della pandemia, per trovare una giornata simile[2].
Il detonatore è arrivato al mattino, per via social. Donald Trump ha annunciato su Truth Social il ripristino di quello che lui stesso chiama «THE IRANIAN BLOCKADE»: un blocco navale che da martedì copre l’intera costa iraniana, porti e terminali petroliferi compresi, e si applica a tutte le navi, indipendentemente dalla bandiera[3]. Il Comando centrale americano ha precisato tempi e modalità: l’interdizione riprende alle 20 ora di Greenwich e segue una prima fase, tra il 13 aprile e il 18 giugno, durante la quale le forze statunitensi hanno dirottato oltre 140 navi, ne hanno rese inutilizzabili nove e hanno lasciato passare una cinquantina di carichi umanitari[4]. All’annuncio del blocco, Trump ha aggiunto nello stesso messaggio una seconda proclamazione: gli Stati Uniti si faranno «rimborsare» il 20% del valore di ogni carico in transito dallo stretto, e «il processo e la formazione cominciano immediatamente».
Fin qui la cronaca di un’escalation: la guerra iniziata il 28 febbraio con i raid congiunti di Stati Uniti e Israele e con l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, la tregua di due settimane annunciata a marzo, i negoziati di alto livello condotti dal vicepresidente JD Vance a Islamabad, il cessate il fuoco esteso a tempo indeterminato a fine aprile, il memorandum d’intesa in quattordici punti firmato il 17 giugno dopo due mesi di trattative in stallo, e poi il collasso di luglio.
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Iran. Verso l'ennesima Forever War?
di Davide Malacaria
J.D. Vance: "Ci sono alcune persone all'interno del loro sistema, lo sappiamo senza ombra di dubbio, che stanno manipolando… l'opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui indefinitamente. Non per raggiungere un obiettivo specifico, ma semplicemente indefinitamente"
S’intensifica il conflitto iraniano, con gli Stati Uniti che hanno cambiato target: non più obiettivi costieri, ma infrastrutture civili all’interno del territorio. L’idea è quella di degradare l’Iran per convincerlo alla resa su Hormuz. E non riusciranno.
L’unica conseguenza di tale strategia, al netto delle sofferenze inflitte al popolo iraniano (che dicevano di voler “liberare”…), è che Teheran ha dichiarato decaduto il Memorandum di Islamabad e ha ampliato il raggio e gli obiettivi del suo tiro a segno contro i target militari statunitensi. E minaccia di incendiare il Golfo se gli Usa ampliano ulteriormente raid e obiettivi.
Invece di scorrere, il tempo in Medio oriente sembra tornare indietro avvicinandosi pericolosamente al 28 febbraio scorso, quando iniziò l’improvvida, sanguinaria, avventura israelo-americana contro l’Iran.
Pochi i cenni in controtendenza. Quello più importante è l’intervista rilasciata da J.D. Vance a Joe Rogan, nella quale ha criticato le pressioni israeliane per fare del conflitto iraniano una guerra infinita: “Ci sono alcune persone all’interno del loro sistema, lo sappiamo senza ombra di dubbio, che stanno manipolando e cercando di cambiare l’opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui indefinitamente. Non per raggiungere un obiettivo specifico, ma semplicemente indefinitamente”.
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Missili da sfornare nelle fabbriche ukro-europee: l'odore della pecunia attrae i guerrafondai europeisti
di Fabrizio Poggi
16 luglio. Soldi e armi. Armi e soldi. Ma soprattutto tanti tanti soldi. Entro queste coordinate, si può raccontare di tutto sui rapporti tra Unione Europea e Ucraina, blaterando di “valori europei”, bofonchiando di difesa della “vittima dell'aggressione russa”. Basta non arrivare a confessare che, come anticipava l'imperatore Vespasiano duemila anni fa, pecunia non olet e che, dunque, ai farabutti delle cancellerie europee, usi a declamare su “democrazia”, “libertà”, “valori liberali”, non importa proprio nulla che a Kiev imperversi la più sfacciata corruzione tra le alte sfere del potere nazigolpista e che al centro di tutto ci siano proprio i soldi che vanno e vengono tra Bruxelles e le ville di Versilia o Costa del sol, dove albergano i ras nazisti tra un vertice G7 e un summit di “Volenterosi”.
In questo senso, non potevano essere più espliciti gli ultimi incontri di Ankara, Parigi, Kiev: soldi per le armi; tantissimi miliardi sottratti alle necessità elementari delle masse popolari europee e dirottati sulla produzione di guerra, che porta così tanti profitti nelle tasche delle varie Eurosam, Leonardo, Thales, Saab, Hensoldt, Diehl Defense, Safran e tante altre, insieme alla ucraina “FirePoint”, tanto magnificata dai media guerrafondai e che non fa mistero delle proprie ambizioni di intascare la pecunia europeista a scapito delle concorrenti italiane, britanniche, tedesche, untuosamente presentate però come “partner strategici” con cui avviare una produzione comune, per la verità da tempo iniziata. Si tratta solo di mettersi d'accordo sulla dislocazione, in base alla redditività dei singoli soggetti e, come si direbbe citando Marx alla bell'e meglio, spartendosi il lucro in base alla misura del singolo capitale.
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Salario vitale: la mossa del cavallo…
di Nico Maccentelli
Se gli USA e tutte le oligarchie capitalistiche e i vassalli presenti nel blocco occidentale dovessero avere a giusta causa (per loro) una ragione per liquidare la Cina con una guerra imperialista, ebbene questa non sarebbe la spartizione e il controllo delle risorse o dei mercati, o la competizione tecnologica, bensì la vecchia questione del comunismo.
Come si suol dire: adesso sì che avete una ragione.
Cai Fang non è il primo che passa, ma uno dei massimi economisti ed esponenti politici del PCC che lavora negli ambiti in cui vengono elaborate le dottrine ufficiali, e riprese poi su organi autorevoli di partito come il Qiushi, ha posto la questione di un cambio radicale nel suo sistema salariale per rispondere attivamente all’impatto dell’AI sull’occupazione. Il che non significa altro che fare fronte a un aumento considerevole e destabilizzante per la valorizzazione del capitale costante espresso in automazione (macchine, impianti, robotica sistemi digitali di produzione e creazione di capitale), disaccoppiando la valorizzazione del capitale dalle necessità di vita della popolazione.
La chiave di volta è il salario vitale, che non coincide con il salario minimo legale, né con il salario di mercato determinato dalla domanda e dall’offerta di lavoro. Esso rappresenta una soglia retributiva che consente al lavoratore e alla sua famiglia di vivere dignitosamente, partecipare alla vita sociale e sostenere i consumi necessari a una società sviluppata.
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«L’intelligenza artificiale è fatta da milioni di lavoratori invisibili»
Anita Fallani intervista Antonio Casilli
Dietro l’IA ci sono milioni di lavoratori sottopagati e senza tutele. Antonio Casilli racconta il lato nascosto dell’intelligenza artificiale
Ormai onnipresente nelle nostre vite e nel discorso pubblico, l’intelligenza artificiale è presentata da alcuni come la promessa di un futuro radioso, da altri come una minaccia esistenziale. La verità, probabilmente, sta altrove: più che immaginare scenari lontani, è urgente guardare a cosa l’IA sta già facendo oggi alla società, al lavoro e ai diritti.
Ne abbiamo parlato con Antonio Casilli, ordinario di sociologia all’Istituto Politecnico di Parigi e tra i massimi esperti dei rapporti tra tecnologie digitali e trasformazioni del lavoro.
* * * *
Partiamo dall’inizio. Che cos’è l’intelligenza artificiale?
L’intelligenza artificiale nasce negli anni Cinquanta, tra Cambridge e gli Stati Uniti. Matematici, ingegneri, linguisti ed esperti di educazione si chiedevano come insegnare ai computer a ragionare come esseri umani. Da allora si sono affermati due approcci: quello basato su regole e quello basato sugli esempi.
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Z. Bauman e la critica impotente
di Salvatore Bravo
Il capitalismo trova i suoi sostenitori più solidi tra i critici del modo di produzione capitalistico. Vi sono “analisi estreme del sistema” che con il loro successo editoriale e con le loro critiche ben fondate trovano ampio sostegno nei media e nell’editoria. Apparentemente siamo dinanzi a giudizi radicali e dal successo delle critiche si potrebbe dedure l’imminente crollo del “sistema capitale”. La verità è ben altra, le critiche ardite riguardano unicamente gli elementi sovrastrutturali, queste sono accolte dai media, in quanto non toccano il problema nella sua causa prima: la struttura economica. L’ampio spazio che ricevono è “il segno” della loro impotenza.
Si critica il sistema, ma non si mette in discussione la causa profonda che è all’origine dei disastri antropologici e ambientali, anzi la “critica è evirata della causa prima” ed essa diviene il mezzo col quale il “sistema capitale” può presentarsi ai popoli dichiarandosi democratico e mondandosi da colpe e da contraddizioni sanguinarie. La critica debole, dunque, permette il consenso verso il sistema a capitalismo reale ed è usata per contrapporre le democrazie liberiste ai sistemi oligarchici. In tal modo i sudditi del sistema capitale non percepiscono di essere in piena oligarchia, mentre si tagliano i servizi e si investe nelle armi nel timore che la Russia con i suoi 19 mln di Kmq possa invadere l’Europa povera di risorse.
Si critica, ma non si elaborano alternative, pertanto il sistema ringrazia.
Z. Bauman sociologo e pensatore scomparso nel 2017 e autore di innumerevoli saggi di “grande successo” ha analizzato nei suoi scritti le miserie antropologiche e le derive distruttive e classiste del sistema capitalistico, ma si è astenuto dall’uso della categoria della “totalità”, non ha messo in discussione il sistema nella sua interalità.
Nei suoi saggi non vi è la condanna filosofica ed etica al mercato in sé e vi è quasi la speranza che il sistema possa autocorreggersi attraverso l’analisi critica delle tragedie nell’etico come direbbe Hegel.
La stessa filosofia per Bauman dev’essere un’attività incompiuta, che oscilla tra risposte e domande, si lascia, di conseguenza, ampio spazio all’indeterminazione.
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Che cosa vuole davvero il comunismo?
Una parola che fa paura, per spiegarla brevemente ai ragazzi
di Lavinia Marchetti
Poche parole spaventano come “comunismo”. Basta pronunciarla perché la conversazione si irrigidisca, e chi la usa venga sospettato di nostalgie per il filo spinato. Alcuni ragazzi di un college (canadese) mi hanno chiesto un documento dove rendessi intellegibile e molto brevemente la domanda: “ma cosa vuole davvero il comunismo?”. La sfida mi è piaciuta, anche a rischio di banalizzare un po’ e sintetizzare troppo con pochi distinguo. In Italia il comunismo ha una “sua” storia, complessa e articolata, ma raramente quando si parla di comunismo si va al “sodo”, ci disperdiamo tutti (me compresa) nella produzione dei più grandi intellettuali degli ultimi duecento anni, ognuno con la sua versione. Vorrei restituirle il suo senso andando al concreto, attraverso i pensatori che l’hanno costruita e corretta lungo quasi due secoli. Distinguo subito ciò che il senso comune tiene mescolato. Una cosa è la teoria con i suoi fini, un’altra cosa sono i regimi che ne hanno usurpato il nome.
Giudicare il comunismo dai gulag equivale a giudicare il cristianesimo dall’Inquisizione, con la differenza che del secondo nessuno pretende di liquidare l’idea a causa dei suoi tribunali.
1. LO SFRUTTAMENTO È LA REGOLA, NON L’ABUSO
Il punto di partenza di Marx è una scoperta che oggi appare banale, ma non lo era affatto quando l’ha formulato. Il profitto discende dalla struttura stessa del salario, e la disonestà del singolo padrone non c’entra, poiché la regola vale anche con il padrone “buono”. L’operaio produce in una giornata un valore superiore a quello che riceve, e quel di più, il plusvalore, resta a chi possiede i mezzi di produzione. Lo scambio appare libero e giusto, e proprio in questo sta la sua astuzia, perché l’estrazione avviene alla luce del sole, dentro un contratto firmato. Oggi la stessa logica governa il magazziniere cronometrato dall’algoritmo e il fattorino pagato a consegna. Il comunismo comincia dal rifiuto di considerare naturale questo prelievo quotidiano sulla vita altrui.
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Erano le ombre degli eroi: note di lettura ad un poema 'foscoliano’
di Eros Barone
1. Prolegomeni teoretici: densità, durata e armonia
La lettura del poema in parola1 ripropone, dal punto di vista estetico, alcune questioni legate al concetto di “rappresentazione”, la cui natura è tradizionalmente controversa e per il posto che tali questioni occupano e per il ruolo che svolgono nel quadro di una teoria generale dei sistemi simbolici. Il filosofo statunitense Nelson Goodman ha osservato a questo proposito che in alcune arti, come quelle letterarie o la musica, a differenza di altre, come la pittura o la scultura, non esiste la possibilità di falsificare un’opera nota: «Ogni copia accurata del testo di una poesia o di un romanzo è l’opera originale quanto qualsiasi altra» (Idem, I linguaggi dell’arte, Il Saggiatore, Milano 1976, p. 100); allo stesso modo, «tutte le esecuzioni corrette di uno spartito musicale sono esemplari autentici dell’opera»; viceversa «anche le copie più fedeli di un Rembrandt sono semplici imitazioni o contraffazioni, non nuovi esemplari dell’opera» (ibid., pp. 99-100). Goodman definisce “autografiche” quelle arti nelle quali «la distinzione tra falso e originale è significativa», “allografiche” quelle in cui una tale distinzione non ha luogo, e fa osservare che mentre in queste ultime le opere vengono prodotte e identificate in base a una notazione, cioè a un «insieme di caratteri e di posizioni relative» (ivi, p. 107), tale da fornire «il mezzo per distinguere le proprietà costitutive dell’opera da tutte le proprietà contingenti» (ivi, p. 102), una tale distinzione, invece, non è più possibile per le arti autografiche.
Nelle arti figurative, per esempio, «nessuna delle proprietà che il quadro possiede in quanto tale è distinta dalle altre come costitutiva, nessun tratto può essere considerato come contingente, nessuna deviazione come insignificante» (ibid.). L’opposizione tra allografico e autografico può essere dunque riformulata nei termini di presenza/assenza di un sistema di notazione (non necessariamente linguistico): ciò che in tal senso definisce le opere allografiche – e che le rende riproducibili ma non falsificabili – consiste nel loro carattere discreto e articolato, mentre ciò che definisce le opere autografiche – e che le rende non riproducibili ma falsificabili – consiste nell’assenza totale di articolazione, cioè nel loro carattere continuo o ‘denso’. Il punto che qui interessa sottolineare è che nelle opere autografiche, ovvero nelle opere a carattere denso, non esistono criteri per distinguere le proprietà costitutive da quelle occasionali, poiché in un quadro ogni tratto è un tratto pertinente.
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Guerra algoritmica, sovranità digitale e costruzione di immaginario
di Gioacchino Toni
Arturo Di Corinto, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Prefazione di Roberto Baldoini, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 220, € 22,00
Risulta ormai evidente come l’importanza assunta dalle tecnologie digitali nell’esercizio del potere contemporaneo abbia di fatto esteso all’ambito tecnologico la competizione internazionale tradizionalmente riservata ai piani commerciale e militare.
Essendo estremamente difficile pensare che un’entità nazionale possa raggiungere la piena autosufficienza tecnologica – che presupporrebbe la totale autonomia progettuale, la forza per imporre standard globali di funzionamento, il completo controllo delle infrastrutture e dei mercati necessari alla distribuzione e all’utilizzo delle tecnologie, oltre che la disponibilità dei materiali necessari –, ecco dunque presentarsi in tutta la sua rilevanza il problema della sovranità digitale affrontato da Arturo Di Corinto nel volume Guerra profonda (Luiss, 2026).
Ogni Paese che ambisca al mantenimento di un ordinamento democratico si trova oggi a fare i conti sia con un livello crescente di dipendenza tecnologica da sistemi progettati e governati secondo logiche disinteressate ai principi democratici sia con una concentrazione di potere tecnologico nelle mani di poche corporation globali private. A fronte di tale contesto, il volume di Arturo Di Corinto mette in luce come cybersicurezza, informazione digitale e nuove tecnologie stiano ridefinendo profondamente le dinamiche contemporanee del conflitto e della competizione internazionale.
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Allarme rosso sull’economia Usa
di Alessandro Volpi*
Torno sul viaggio precipitoso di Christine Lagarde negli Stati Uniti per incontrare il presidente della Fed Kevin Warsh e il segretario al tesoro Scott Bessent.
Il primo giorno il colloquio con Warsh ha avuto ad oggetto, al di là del tema molto formale – l’opportunità per i banchieri centrali di non annunciare in anticipo le loro mosse – la gravità della situazione debitoria degli Stati Uniti.
Una situazione che, di fatto, non ha precedenti storici dal secondo dopoguerra e provo a mettere in luce perché
1. Debito Federale e Rapporto Debito/PIL
Il precedente: L’unico momento paragonabile per intensità fu la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, il rapporto debito/PIL raggiunse il 106%.
Oggi: Siamo oltre il 125-130%. La differenza fondamentale è che nel 1946 il debito servì a vincere una guerra e fu seguito da un boom demografico e industriale (i “Trenta Gloriosi“). Oggi il debito è strutturale, alimentato da spesa sociale, interessi passivi e spese militari per una sorta di stato di guerra endemica.
2. Tasso di risparmio basso e Debito privato alto
Il precedente: Il 2005-2007 (pre-crisi Lehman). Allora il risparmio scese verso il 2% e il debito delle famiglie era ai massimi.
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Riarmo europeo? Un grande bluff
di Pino Arlacchi
Per i vertici militari Usa e Nato, la Russia non è una minaccia: perciò i piani dell’Ue sono inutili. Ma l’industria della paura ha un difetto indelebile: consegnare la guerra promessa o restituire la paura incassata
Il 4 marzo 2025 Ursula von der Leyen annunciò al mondo, con una conferenza stampa di sei minuti, che l’Europa era entrata “nell’era del riarmo”.
Il piano ReArm Europe — poi ribattezzato, con un eufemismo degno dei tempi, “Readiness 2030” — avrebbe mobilitato fino a 800 miliardi di euro per fronteggiare la minaccia russa. La stampa europea si genuflesse davanti alla cifra. I mercati applaudirono. I titoli dell’industria bellica volarono. A più di un anno di distanza, possiamo dire con tranquillità ciò che gli osservatori seri avevano capito fin dal primo giorno: quel piano era un bluff. E il bluff è stato definito non da noi, ma dall’unico giocatore che al tavolo contava davvero: Putin.
Cominciamo dall’anatomia contabile dell’inganno. Degli 800 miliardi sbandierati, 650 non sono mai esistiti come risorse. Sono semplicemente il permesso, concesso agli Stati membri attraverso la sospensione delle regole di bilancio, di indebitarsi per comprare armi. Non un euro di fondi comuni: solo la facoltà di scavare più a fondo nei propri deficit nazionali, generosamente offerta a Paesi come l’Italia, che con un debito oltre il 140 per cento del Pil dovrebbe finanziare i carri armati con lo stesso strumento che le viene proibito di usare per la sanità.
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Conseguenze del pensiero
di Paolo Bartolini
In principio è l'azione, diceva Goethe, ed è tanto vero che anche il gesto linguistico va inteso come azione che acquisisce il suo senso in uno spazio comunitario, dove la parola facilita atteggiamenti coordinati tra gli umani che appartengono a un medesimo gruppo. Poi c'è un aspetto che sta molto a cuore a noi filosofi: in base a come pensi, così agirai. La tua visione del mondo produce effetti, perché orienta percezioni e decisioni. Ecco allora che il cerchio si chiude. Fare teoria, fare discorsi, non è un passatempo, onanismo a tempo perso: è ricerca di una coerenza, per quanto aperta e talora conflittuale, che possa guidare un'etica adeguata.
Trasposto tutto ciò alla situazione politica attuale, e ai relativi dibattiti online, ecco cosa ne deriva. Prendiamo tre opinioni intorno ai rapporti tra centro-destra e centro-sinistra (la mia è la numero 3):
1) Sono tutti uguali: vanno combattuti come se fossero la stessa cosa.
2) Il centro-sinistra è l'unico argine di un certo peso nei confronti del nuovo fascismo.
3) Il centro-sinistra, dopo la caduta del Muro di Berlino, è divenuto simmetrico e complementare al centro-destra: non sono affatto uguali su tutto, ma sull'essenziale (economia e politica internazionale) si assomigliano troppo e risultano entrambi al servizio del neoliberalismo.
Ora ragioniamo, pensando al quadro politico italiano e alle future elezioni.
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Di ritorno da un altro mondo
di Moreno Pasquinelli
«Una volta era la bandiera rossa di Lenin a rappresentare gli oppressi. Ora quella bandiera è la bandiera rossa di Husayn».
Non sarei sincero se nascondessi quel miscuglio di eccitazione e di inquietudine che mi ha accompagnato per tutto il viaggio verso l’Iran. C’ero già stato anni addietro, in tempi di “pace”, ma cosa era diventato il Paese dopo due devastanti aggressioni? Quale impatto ha avuto la contundente lezione sferrata ai farabutti sionisti e americani? Quanto è davvero solida la Repubblica Islamica? E la spinta propulsiva della fede religiosa, è ancora poderosa come un tempo? Quanto profondi i segni lasciati dalle rivolte armate di gennaio, inculcate e sobillate dai nemici esterni? Che tipo di società è quella iraniana? E qual è lo stato di salute di un’economia segnata da un cinquantennale assedio imperialistico? Quanto conta l’aiuto dei Paesi cosiddetti amici come Russia e Cina? Quanto fondate sono le speranze che i negoziati di Islamabad producano la fine dell’accerchiamento? Gli iraniani avranno finalmente la pace o dovranno prepararsi ad una spietata guerra di logoramento?
* * *
Appena giunti a Tehran il 4 luglio come delegazione di ASSE ANTIMPERIALISTA, abbiamo fatto un giro per le strade della capitale già colme di gente, di capannelli, di presidi. Al primo impatto restiamo colpiti da un’atmosfera surreale, spiazzante. Venuti per partecipare ai funerali della Guida Suprema, ci aspettavamo un clima di mestizia, di afflizione. Quale stupore invece il sentimento prevalente di serenità, anzi di giubilo. Avrà mica ragione Trump a dire che questi iraniani sono dei pazzi furiosi?
Per descrivere ciò che palpitava per le strade si potrebbe ricorrere a delle antitesi lessicali: collera e pacatezza, lutto e gioia. Lutto certo per la morte della Guida Suprema, collera per l’inusitata aggressione subita e il sangue versato, ma gioia per la memorabile e vittoriosa risposta armata all’aggressione americano-sionista, vittoria forse solo temporanea ma che per temerarietà e coraggio indomito ha posto l’Iran al centro del mondo e della storia.
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Usa-Israele contro Iran, ma è il Dragone cinese il convitato di pietra
Stefania Valbonesi* intervista Joseph Halevi
Il conflitto USA-Iran ha innescato un nuovo incendio in un’area del mondo segnata da conflitti sanguinosi, storici e senza fine. Un incendio che sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, aver preso la via dell’accordo, con la sottoscrizione del memorandum d’intesa.
Avventura senza senso per molti, dimostrazione di forza da parte degli Stati Uniti per altri, in generale qualcosa di poco comprensibile e molto poco vantaggioso per gli stessi USA per la maggioranza dei cittadini globali, in particolare per gli europei, che ne hanno subito le ricadute economiche, soprattutto in termini di energia.
Ma la questione è molto complessa, molto più di quanto appaia, come spiega lo storico ed economista Joseph Halevi.
* * * *
Guerra all’Iran degli USA. A chi giova?
“Chi ha premuto per la guerra è, secondo me, evidente, ovvero il governo israeliano, che è riuscito a convincere Trump che il momento giusto per abbattere il governo iraniano e cambiare il regime politico del paese fosse arrivato, contrariamente all’avviso dei maggiori esperti dentro le forze armate statunitensi.
Sono anni che gli USA fanno simulazioni e prove di guerra, ma i risultati di questi giochi, sono stati sempre negativi per gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Perciò, quando questa ipotesi veniva sollevata durante le presidenze di Obama, Biden ma anche Bush figlio, essi avevano sempre respinto l’idea, non perché non volessero fare la guerra all’Iran, ma perché non c’era il contesto militare adeguato.
Israele è riuscito a convincere il governo Trump che l’Iran era profondamente indebolito, che ampie rivolte erano in corso.
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Sul declino della civiltà occidentale
di Pierluigi Fagan
Arlacchi, sul Fatto, ha scritto un articolo di analisi sui rapporti tra declinante civiltà occidentale e ascendente gruppo delle civiltà oggi dette “Sud del mondo”, anche se alcune sono ad est piuttosto che a sud.
Ha citato Arnold Toynbee, storico il cui nome è legato in particolare proprio alla parte degli studi storici che si occupa delle civiltà. Toynbee segnalava come le civiltà muoiano per suicidio piuttosto che omicidio, ma avrebbe potuto anche dire per progressivo disadattamento.
Il ciclo di civiltà prevede nascita e affermazione, espansione, inizio delle contraddizioni adattative che accompagnano il declino, fine della civiltà che o si scioglie in altri sistemi e si riformula dopo un certo tempo, ma in maniera che è difficile ricondurre al corso della storia precedente. Il vertice della curva adattiva, lì dove terminano i “tempi d’oro” e inizia il declino, è dato dal semplice fatto che il tempo passa e modifica il contesto in cui la civiltà ha prosperato. Le civiltà sembrano cieche a questo cambiamento del loro contesto, non se ne accorgono o più spesso lo rifiutano e così vanno sempre più progressivamente in disadattamento perché non cambiamo quando intorno tutto cambia. Tutte le forme viventi sono soggette alle regole adattive, ma le civiltà sono soggetti solo in senso metaforico, sono sistemi acefali e incoscienti senza un unitario corpo biologico.
Prendendo le élite di sistema che governano o amministrano i corsi di una civiltà, nella fase del declino, si nota una scadente produzione di leader, una assenza di nuove idee, un insistere pervicacemente e con sempre più cocciutaggine ad applicare i modi che hanno fatto grande quella civiltà come se il problema fosse di quantità e non di qualità.
Va detto che le élite di sistema si trovano in un ontologico conflitto di interesse. Le modifiche richieste da nuovi adattamenti sono strutturali, richiedono cioè di cambiare i modi con cui le élite stesse vengono a essere tali, ovvio che non saranno certo loro a riformulare il sistema. Inoltre, essere “élite” non denota altro merito che l’essersi ben ambientati dentro un sistema, non porta affatto sapere bene cos’è quel sistema, la dipendenza dal contesto ed eventualmente in che senso e modo cambiare.
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Lindsey Graham e la tecnica di mettere davanti al fatto compiuto
di comidad
Le biografie sul senatore Lindsey Graham diffuse dopo la sua morte, concordano nel presentarlo come un oppositore di Trump successivamente diventato suo alleato, collaboratore o, addirittura, tutore. Se si analizza questa vicenda in termini oggettivi, senza fare processi alle intenzioni, si nota uno schema. Un senatore è noto come guerrafondaio e come esponente della lobby delle armi e, per questo motivo, diventa impopolare e ineleggibile al di fuori dei distretti in cui si è potuto creare una clientela piazzando fabbriche di armi. Di conseguenza, chi riceve l’ostilità di un personaggio del genere ottiene immediatamente credito presso l’opinione pubblica esasperata dal pagare tasse allo scopo di finanziare appalti alle multinazionali delle armi; una esasperazione accentuata dal fatto che ormai la nozione di “contribuente” si identifica con i ceti subalterni, dato che ai ricchi e alle multinazionali si concedono varie forme di immunità fiscale. Un Trump appoggiato da Lindsey Graham non sarebbe mai stato un candidato vendibile; ma, una volta che Trump è stato eletto, Graham lo ha potuto gestire e indirizzare.
Gestirlo come? Anche qui non c’è da fare psicologismi, bensì guardare allo schema, che è quello del mettere davanti al fatto compiuto. Graham non si limitava a dettare la politica estera, ma la faceva direttamente lui, e senza alcun titolo o alcun mandato; poiché, in quanto lobbista delle armi (in particolare della Boeing) aveva un suo specifico potere contrattuale quando si recava all’estero.
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Caso Ahmadinejad. La bufala che il New York Times non riesce a seppellire
di Pino Cabras
Ventiquattr’ore dopo il mio pezzo sulla «Fabbrica del Sogno e della Menzogna», l’ufficio di Mahmoud Ahmadinejad ha diffuso la smentita ufficiale: nessun arresto domiciliare, nessuna trama con il Mossad, e un giudizio tagliente sul New York Times, definito un giornale «noto per pubblicare notizie false e invenzioni», capace di riproporre «dopo 55 giorni» lo stesso «scenario hollywoodiano» già servito il 20 maggio. Il comunicato è stato pubblicato integralmente dalle principali testate iraniane e ripreso da varie agenzie internazionali.
Potrei fermarmi qui e passare all’incasso. Non lo farò, perché sarebbe un errore di metodo, e il metodo è precisamente ciò di cui voglio parlare.
𝗜𝗹 𝗽𝗲𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗲
Il comunicato di Teheran contiene due smentite di diverso peso.
La prima riguarda la sostanza dell’accusa: nessuna intesa con il Mossad, nessun ruolo assegnato nel dopo-regime. Su questo piano, per come vanno le cose, una smentita non chiude nulla: l’ufficio di un ex presidente respingerebbe un’accusa simile in ogni caso, e con tanta più energia quanto più fosse scomoda. È il territorio delle affermazioni interessate: né il comunicato di Teheran né le confidenze anonime degli apparati costituiscono, da sole, una prova. Con una differenza non secondaria: la prima parte si assume pubblicamente la responsabilità di ciò che afferma, le seconde no. Anche se – dati i precedenti – un’idea possiamo farcela da subito.
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Razzi per Cina e Stati Uniti, tappi di bottiglia per l’Europa
di Global Times
Un’analisi scientifica, fredda e totalmente politica della follia europea (nel frattempo riunita, solo in parte, a Parigi per dare, come “gruppo dei volenterosi”, per incrementare spese e partecipazione alla guerra in Ucraina).
Arriva dalla Cina, direttamente dall’ufficialissimo Global Times. E suona come una sentenza. Il resto del mondo, o almeno la sua parte più moderna, tecnologicamente sviluppata e affluente, ci vede così. Morti. Preoccupati di non far partire il tappo dalla bottiglia mentre gli altri avanzano a razzo (anche se il giudizio sull’economia Usa sembra parecchio “benevolo”).
Soprattutto inchioda i governi europei alla loro insopportabile e squallida ipocrisia: “Se una società non dà priorità alla protezione del proprio popolo durante eventi meteorologici estremi, quanto è credibile la sua affermazione di una governance superiore?“.
Blablabla su diritti umani, libertà (solo quella di impresa), democrazia, ecc, e non siete capaci neanche di trovare soluzioni efficaci per una ondata di caldo che la scienza aveva abbondantemente anticipato? E fate anche i neo-negazionisti climatici invece di assestare il vostro modello industriale verso un sistema che utilizza energie alternative?
Ecc.
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USA-Iran, la guerra e il nodo di Hormuz
di Michele Paris
Il presidente americano Trump ha fatto definitivamente carta straccia di un “Memorandum d’Intesa” (MoU) con l’Iran che gli Stati Uniti avevano mostrato di non volere rispettare già all’indomani della ratifica il 17 giungo scorso a Versailles. L’escalation militare di questi giorni conferma infatti un salto di qualità significativo nell’intensità e negli obiettivi degli attacchi di entrambe le parti, complicando sensibilmente la ricerca di una via d’uscita diplomatica permanente. A livello razionale, la ripresa del conflitto su vasta scala fa intravedere un vicolo cieco per Washington non molto diverso da quello seguito alle due aggressioni registrate negli ultimi tredici mesi. Per questa ragione, molti osservatori si aspettano tutt’al più qualche settimana di guerra e un ritorno al tavolo delle trattative, anche perché le prospettive politiche ed economiche appaiono molto cupe già nel breve periodo. Tuttavia, gli Stati Uniti sono organicamente incapaci di mantenere un impegno, poiché per l’Impero è semplicemente impossibile ammettere la sconfitta strategica incassata e, finché le condizioni lo permetteranno, è probabile perciò che l’opzione militare continuerà a essere quella preferita, nell’illusione di poter piegare la Repubblica Islamica e il suo popolo.
La misura dell’umiliazione inflitta agli Stati Uniti è evidente anche solo dal progressivo ridimensionamento dell’obiettivo ufficiale della guerra, ovvero dal cambiamento della definizione di “successo” delle operazioni militari scatenate il 28 febbraio scorso. Dal cambio di regime si è passati in maniera relativamente rapida alla negazione della facoltà di possedere armi nucleari, per arrivare infine al ristabilimento dello status quo ante nello stretto di Hormuz.
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Per le “due NATO” i russi sono una minaccia ma non si preparano ad attaccarci
di Gianandrea Gaiani
La NATO è uscita così rafforzata dal vertice di Ankara che sembra essere addirittura raddoppiata, O forse solo duplicata: in ogni caso sembrano essercene due.
Quella più evidente che ottiene maggiore eco politico e visibilità sui media è quella che sostiene che i russi ci attaccheranno presto, invaderanno l’Europa prima del 2030, o forse solo una parte di essa nel 2028 a sentire il segretario generale della NATO Mark Rutte e una lunga lista di premier, ministri e generali per lo più nordici, baltici e britannici.
Poi c’è l’altra NATO, quella dei militari, che poi è la stessa che con la precedente Amministrazione Biden consigliava prudenza nel provocare la Russia fornendo armi a lungo raggio all’Ucraina, e che nega vi siano segnali di un possibile attacco russo o che Mosca si stia preparando a farlo.
La dichiarazione finale del summit di Ankara ribadisce che “per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno rispettando l’impegno di difesa assunto all’Aia. Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza”.
La NATO continua ad avere bisogno di un nemico, ovviamente la Russia, che minaccerebbe di attaccarci entro pochi anni per giustificare così massicci, costosi e insostenibili piani di riarmo in Europa.
Peccato che il generale statunitense Alexus Grynkevich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, abbia negato che vi sano indizi che indichino la volontà russa do attaccare l’Europa. La Russia “non cerca un conflitto. Ho seguito molto attentamente le informazioni di intelligence. La Russia non cerca un conflitto. Capisce il concetto di ‘alleanza difensiva’ e comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici” ha detto il generale al Financial Times.
Questa differenza di vedute è stata oggetto di un dibattito politico anche in Itala che ha indotto il portavoce del generale Grynkevich a precisare che “la Russia resta una minaccia per l’Europa”.
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Il concetto della politica. Storia, teorie, prospettive
di Gennaro Imbriano
Recensione a Carlo Galli, Necessità della politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, 249 pp.
L’ultima fatica di Carlo Galli – Necessità della politica – si presenta come un libro complicato, che si colloca a un alto livello di astrazione (storica e teorica), la cui ambizione è quella di ricostruire scientificamente l’apparato categoriale che ha caratterizzato la riflessione filosofica sulla politica. È necessario, per cogliere appieno le tesi contenute in questo volume, qualificarne in prima battuta lo statuto epistemologico: la ricerca di Galli mira a una definizione della politica (e, come vedremo, della sua necessità) in chiave teorica sulla scorta di una ricostruzione genealogica condotta mediante una felice combinazione di storia concettuale, storia del pensiero politico e storia della filosofia.
Il libro di Galli si sviluppa, inoltre, su un doppio livello temporale, che si tratta di intendere fin da subito. Da un lato aspira a ricostruire, retrospettivamente, i modi in cui la tesi che la politica sia necessaria è stata posta nella storia del pensiero filosofico-politico occidentale. Per altro verso si propone di mostrare l’attualità di questa tesi nel contesto della «terza fase della politica del secondo dopoguerra» (così, come vedremo, Galli definisce lo scenario attuale), «una fase tutta collocata nel ventunesimo secolo» (p. 233), che segue le prime due, ovvero i trent’anni gloriosi (1945-1975) e il periodo propriamente neoliberale (1975-2008), del quale sperimenta la crisi, approfondendola e non risolvendone le contraddizioni strutturali (pp. 233 segg.).
Kratos e arché. Intorno alla necessità della politica
Galli muove la sua indagine seguendo la dialettica – per un verso oppositiva, per altro fatta di relazione e co-appartenenza, mediazione e coesistenza – tra kratos e arché, i due momenti che compongono la sostanza del potere (pp. 9-14). Questo è, anzitutto, kratos: il lato oscuro, violento, ma anche espressivo – di volontà, di energia, di autoaffermazione – del potere, che si esprime anzitutto nella sua immediatezza, misurandosi con altri poteri e dominandoli (o soccombendo di fronte a essi). Se questo è, in certo senso, il lato originario del potere, si tratta – secondo modalità variamente intese dalle diverse tradizioni di pensiero – di metterlo in forma, neutralizzando le sue prerogative distruttive e potenzialmente nichilistiche e inquadrandolo nella struttura di una arché.
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Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale
di Marco A. Pirrone
Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Del resto, il capitalismo poggia sempre più su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale
Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1.
Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile.
Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2.
La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione.
L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali.
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Dopo Ankara, la nuova divisione internazionale – privata - del lavoro
NATO per soldi
di Fulvio Grimaldi
NATO per far soldi, ma che davvero? E allora diamoli i numeri. Quelli delle cifre che, come sbalorditivi fuochi d’artificio, scoppiettavano nel cielo sopra Ankara nei giorni dei fasti della fiera-mercato del cosiddetto Vertice NATO. Cosiddetto perché faceva credere ai gonzi che trattavasi di un rendez-vous dei capi di 32 governi, o Stati e dei rispettivi commensali, di secondo piano. Comparielli facenti parte della conventicola creata per distribuire, su disposizione dell’imperatore, trasmessa dal suo portaordini (oggi Rutte), schiaffi a destra e manca in direzione di destinatari depositari di risorse che andrebbero riappropriate.
Avete presente Trump quando si appalesa al mondo nei momenti di massimo fulgore decisionista imperiale? Lui in ampia poltrona che verga e poi esibisce una specie di geroglifico che pare riprodurre Manhattan, ma sarebbe una firma e, alle sue spalle, in piedi e sull’attenti, ma virtualmente in ginocchio, il coro liturgico di composti e compunti visir, apostoli, cortigiani ed eunuchi. Bisanzio 2.0.
Defence Industry Forum
Questa la scena anche nella capitale del nuovo favorito dell’imperatore, quell’Erdogan che ha il merito di concepirsi autocrate quanto lui, ma in seconda rispetto a lui, ed è stato l’unico buon motivo per il quale Trump si è acconciato a mescolarsi con gli gnomi di un’alleanza di residuati europei.
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