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Il teatrino della politica nell’orizzonte della guerra
di Giovanni Tonlorenzi
Qualche giorno fa La Fionda pubblicava un articolo del professor Geminello Preterossi intitolato, con una formula che merita di essere presa sul serio, “Voterò no con grande sofferenza”. Il ragionamento in esso contenuto è denso e tutt’altro che scontato.
Preterossi riconosceva senza ipocrisie che i problemi della magistratura esistono, che essi sono reali e strutturali, come peraltro evidenziato dal caso Palamara e dalle correnti ridotte ad aggregazioni autoreferenziali, fino al ripiegamento anche culturale di un ordine che non è forse più, nella sua maggioranza, un efficace presidio di attuazione costituzionale.
Ma Preterossi individuava il cuore della crisi in qualcosa di più profondo e cioè nel collasso di quel circuito virtuoso tra legittimazione, responsabilità, partecipazione politica organizzata e delega democratica che aveva sorretto le stagioni migliori della Repubblica italiana.
Infatti, in molte e significative fasi della vita repubblicana la giurisdizione fu un avamposto a difesa di aspetti del progresso sociale, dove le scelte politiche di fondo maturarono comunque sul terreno della rappresentanza democratica, in Parlamento, nei partiti strutturati e capillarmente diffusi, nel conflitto organizzato, nei grandi dibattiti intellettuali di un mondo culturale vivo.
Oggi possiamo dire che quel terreno è deserto, non esiste più. E probabilmente non per caso naturale.
Se vogliamo capire fino in fondo la portata odierna dell’attacco alla Costituzione o a quel che resta dell’anima e della filosofia che l’ha prodotta, non potremo dimenticare la storia almeno degli ultimi trentacinque anni e comunque questa non è la sede.
Dovremmo però avere il coraggio di ammettere che quella stessa sinistra che oggi si erge a custode della Costituzione, ha nel corso degli anni contribuito a svuotarla nei suoi elementi più vitali e significativi.
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Risiko energetico e terza guerra del Golfo
di Alessandro Visalli
Il Sistema-Mondo è tale perché il livello di interconnessione sistemica è talmente alto che un’azione in un punto si riverbera a cascata su quasi tutti gli altri, disseminando conseguenze di secondo e terzo livello ed effetti di ritorno. Questo fatto individua sia un obiettivo strategico generale, chiaramente espresso dalla nuova amministrazione Usa, sia le difficoltà che ne derivano.
Nella National Security Strategy 2025, pubblicata a novembre, l’amministrazione Trump ha enunciato un “Trump corollary” alla Dottrina Monroe in pratica puntando a separare il mondo in Grandi Spazi sotto controllo egemonico[1]. Ciò comporta la necessità di distruggere relazioni economiche e ricondurre le materie prime sotto l’ombrello del sistema militare-industriale statunitense[2].
Ma nel fare questo, per ottenerlo, occorre distruggere letteralmente o inibire gran parte degli assetti economico-funzionali sui quali è stata creata la lunga onda deflazionistica degli ultimi quaranta anni[3]. Dunque comporta, a meno che la svolta tecnologico-energetica in corso riesca a sopravanzare gli effetti distruttivi (ovvero a conseguire guadagni di efficienza tali da soverchiare e compensare le perdite di efficienza della rottura delle supply chain del Sistema-Mondo), una più o meno lunga fase di ristrutturazione, accompagnata da persistente e alta inflazione. Ciò perché il problema lasciato dalla “Grande moderazione” degli anni Ottanta-duemila è l’eccesso di massa monetaria liquida e quindi di debito, e l’inflazione è la perdita di valore del denaro, quindi anche delle masse patrimoniali liquide, rispetto alle merci ‘reali’.
La massa monetaria liquida (ovvero, la cosiddetta “finanziarizzazione”) è un problema in quanto dissimetrica. Nello sforzo di gestire le dinamiche di concentrazione e diradamento a vantaggio delle élite globali sempre meno ancorate a luoghi e attività “reali”, questa ha determinato nel tempo una “divisione del lavoro” per la quale alcuni paesi detengono il monopolio delle materie prime, altri dell’industria e altri della finanza e dei servizi connessi.
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Berlinguerismo, malattia senile dello pseudo e post-comunismo
di Nico Maccentelli
Una compagna dal Venezuela mi ha raccontato che aveva in programma una trasmissione sulla situazione venezuelana, ma poi non le è stato possibile partecipare a causa dei suoi trascorsi nella lotta armata.
Chi ha messo i bastoni tra le ruote ha una storia di ortodossia “comunista”, ed è chi ancora oggi valuta come esperienza comunista il berlinguerismo, con punte di nostalgia.
Con degli osanna a Guido Rossa nell’anniversario della sua dipartita si annunciano i nipotini di Enrico, che partecipano all’ennesimo partitino comunista, come se non ne avessimo abbastanza in questo paese, tutti comunisti a chiacchiere e con il solo dottrinarismo di maniera. Ovviamente non vi do alcun riferimento riguardo ai protagonisti di queste festa poliziesche fuori tempo massimo, ma chi è autore di queste postume minchiate da solidarietà nazionale e fideismo statalista sa benissimo a chi mi riferisco. E ovviamente non miriferisco alla massa che proviene da quell’esperienza, ma a quei piccoli stati maggiori che da oltre quarant’anni sono totalmente ininfluenti nel panorama politico italiano, ma non tanto da produrre ancora guasti politici con una certa sicumera fuori luogo.
Mi ricordo, come partecipe della nascita di Rifondazione Comunista (1) la nostalgia che pervadeva coloro che non hanno partecipato alla svolta della Bolognina. Nostalgia per il PCI e per Berlinguer. Un leitmotiv che ha segnato quella “rifondazione” sin dal suo inizio e che non ha portato a rifondare un bel nulla.
In definitiva, i nostalgici più da folklore che comunisti capaci di autocritica e ridefinizione di una linea politica rivoluzionaria, si sono tirati dietro tutte le tare da Togliatti in poi (2) , in particolare il berlinguerismo, quello che ha prodotto l’idea balzana e liquidatorio dell’Eurocomunismo.
E oggi con queste tare rischiamo di riprodurre errori analoghi ma ben più tragici, in una fase storica in cui l’imperialismo è ancora più feroce e guerrafondaio dopo il periodo in cui i comunisti si sono cullati nei trenta anni d’oro del welfare e dell’egemonia cuturale delle sinistre, un sogno effimero su cui si sono cullate le teorie più astruse sotto il cappello della democrazia progressiva.
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“Dimissioni!”, l’urlo che sale dalla società
di Sergio Cararo
E’ stato un voto nettamente politico quello per il NO, con cui la maggioranza del paese ha respinto la controriforma costituzionale voluta dal governo Meloni sull’ordinamento giudiziario.
E lo è stato non solo per le caratteristiche sociali e geografiche di chi ha votato NO, ma lo è anche per il segnale tutto politico che ha inviato sia al governo che al cosiddetto “campo largo” dell’opposizione. Su questo invitiamo a leggere con attenzione il grafico in coda a questo articolo.
Se si guarda alla composizione sociale del voto, quello giovanile è stato decisivo sia per l’aumento dell’affluenza che per il risultato. Tra studenti e studentesse il NO arriva a punte del 63%.
E’ il segno che la “generazione Gaza” – quella che ha riempito le piazze dell’indignazione in autunno – ha voluto concretizzare alla prima occasione questo suo ripudio politico e morale del governo in carica sia sui problemi interni che internazionali. E’ il segno di uno spirito critico attivo, magari ancora indeterminato nei suoi sbocchi politici, ma che sa riconoscere con certezza l’avversario principale da battere.
Anche se si guarda al voto degli italiani all’estero, il NO prevale tra quelli costretti ad emigrare in Europa (soprattutto giovani), e il SI in quelli integrati, conservatori e magari benestanti nei paesi “extracomunitari”.
Il dato interessante – e decisivo – di questo referendum è che la politicizzazione, e la conseguente polarizzazione, sono state la carta vincente, una vera rivelazione delle potenzialità di cambiamento esistenti nella società.
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Gli apprendisti stregoni
di Andrea Zhok
La logica in cui l’Occidente a guida israeloamericana si è infilata è una logica perversa e pericolosissima, una logica dell’escalation distruttiva come unico orizzonte percorribile. Se non emergeranno presto contropoteri interni (agli USA, improbabile nell’entità sionista), a premere per un disimpegno, l’orizzonte che si prepara è quello di una catastrofe. Al bombardamento dell’area del sito nucleare di Natanz, l’Iran ha risposto bombardando l’area del sito nucleare di Dimona in Israele; all’attacco ai depositi di gas dell’isola di Kharg, l’Iran ha risposto attaccando i più grandi depositi strategici e le raffinerie del Golfo; le minacce si succedono alle minacce con prospettive di distruzione che coinvolgono gli impianti di desalinizzazione, la cablatura intercontinentale su cui viaggia gran parte del traffico internet mondiale, e all’orizzonte la possibilità di un attacco decisivo diretto alle rispettive centrali nucleari, con la prospettiva di una creazione di due Chernobyl in una zona da cui proviene la metà delle risorse energetiche del pianeta. Mentre la pura e semplice distruzione di risorse militari e civili nel breve periodo può avere una logica di potere, la compromissione delle risorse energetiche di lungo periodo non ne ha nessuna. La “logica di potere” qui è la distruzione di risorse che alimenta commesse e rafforza la posizione di chi, detenendo grandi capitali da investire, si proporrà per la ricostruzione postbellica.Ma una compromissione a tempo indeterminato della cablatura sottomarina del Golfo Persico (FEA, SEA-ME-WE 4 & 5), così come una duratura compromissione delle risorse energetiche disponibili finirebbe per colpire anche i retroterra più solidi, gettando nella miseria centinaia di milioni di persone e creando aree di conflitto interno ed esterno un po’ ovunque, anche nei paesi aggressori.
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Trump chiede tempo a Xi perché Hormuz può far saltare l’economia USA
Paolo Rossetti intervista Alberto Bradanini
Per lo stretto di Hormuz Trump addirittura bussa alla Cina. Intanto vuole rinviare l’incontro con XI sperando che l’Iran esaurisca i missili. Ma si illude
Trump non sa più cosa fare e prende tempo. Chiede aiuto al Paese (la Cina) che a livello mondiale contende la leadership agli USA per controllare quello stretto di Hormuz che le sue iniziative insieme agli israeliani hanno messo in pericolo e nello stesso tempo domanda a Pechino più tempo prima che si tenga l’incontro previsto dal 31 marzo al 2 aprile con Xi Jinping. Un summit al quale, osserva Alberto Bradanini, ex ambasciatore italiano in Iran e Cina, arriverà con il cappello in mano perché gli servono le terre rare. Prima del faccia a faccia, però, Trump vuole risolvere la questione iraniana.
Ma non è detto che ci riesca: per ora pensa a un rinvio di un mese, ma potrebbe servirgli altro tempo. La Cina aspetta, anche perché le sue riserve energetiche sono più consistenti di quelle dell’Occidente, che sarebbe il primo a pagare una crisi economica a livello mondiale.
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La guerra contro l’Iran e la distruzione di Gaza sono solo l’inizio
di Chris Hedges*
Gaza è solo l’inizio. Il nuovo ordine mondiale è un ordine in cui i deboli vengono annientati dai forti, lo stato di diritto non esiste, il genocidio è uno strumento di controllo e la barbarie trionfa.
La guerra contro l’Iran e la distruzione di Gaza sono solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe.
Ospedali, scuole elementari, università e complessi residenziali vengono ridotti in macerie. Medici, studenti, giornalisti, poeti, scrittori, scienziati, artisti e leader politici, compresi i capi delle squadre negoziali, vengono uccisi a decine di migliaia da missili e droni assassini.
Le risorse – come sanno bene i venezuelani – vengono rubate apertamente. Cibo, acqua e medicine, come in Palestina, vengono usati come armi.
Lasciateli mangiare la terra.
Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono una farsa, inutili appendici di un’altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I leader più depravati della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta.
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Perde pezzi il castello dell’autoproclamato imperatore Trump
di Marco Consolo
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui veri protagonisti dell’attacco criminale all’Iran, li ha appena chiariti Joe Kent con le sue dimissioni da direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo (Nctc) degli Stati Uniti. Martedì 17 marzo, Kent ha pubblicato la lettera di dimissioni inviata a Donald Trump. “Non posso in buona coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran. L’Iran non costituiva una minaccia immediata per la nazione ed è chiaro che abbiamo cominciato questa guerra sotto pressione di Israele e della sua potente lobby“. “All’inizio di questo mandato, esponenti israeliani di alto livello e figure di primo piano dei media americani hanno messo in atto una campagna di disinformazione che ha minato totalmente la sua piattaforma America First e alimentato sentimenti pro guerra per spingerci a un conflitto con l’Iran”. “…Come veterano che ha partecipato a 11 missioni di combattimento e come marito che ha perso la sua amata moglie Shannon in una guerra fabbricata da Israele, non posso appoggiare l’invio della nuova generazione a combattere e a morire in una guerra che non ha benefici per il popolo americano e non giustifica il sacrificio di vite americane” continua la lettera [i].
Una smentita clamorosa delle bugie belliciste dell’amministrazione Trump e del criminale di guerra Netanyahu.
La risposta stizzita della Casabianca è arrivata prima tramite la sua portavoce, Karoline Leavitt, secondo cui la lettera di dimissioni di Joe Kent, contiene “molte affermazioni false“.
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La NATO: un'istituzione criminale fondata sulla violenza e sulla menzogna
di Carlo Formenti
Se mi domandassero quando, a mio parere, è apparso evidente che il Partito Comunista Italiano aveva imboccato la china che lo ha portato a convertirsi in partito liberale, non avrei esitazioni: è stato nel momento in cui Enrico Berlinguer dichiarò che i comunisti italiani si sentivano sicuri sotto l'ombrello protettivo della NATO (1). Da allora è passato mezzo secolo, nel corso del quale l'abiura della tradizione, della storia, dei valori e degli ideali del movimento comunista italiano ed europeo è progredita a ritmi accelerati, fino a culminare con la vergognosa delibera del parlamento Europeo che equipara comunismo e nazismo, un atto di revisionismo storico che si è consumato con l'avvallo di una "sinistra" che annovera nelle proprie file non pochi ex comunisti.
Ma non sono solo i transfughi del vecchio PCI ad avere rimosso dalla propria coscienza la consapevolezza della natura criminale di un'istituzione che incarna le peggiori oscenità del capitalismo occidentale: anche settori non marginali delle sinistre "radicali" hanno accantonato lo slogan "fuori l'Italia dalla NATO, fuori la NATO dall'Italia", motivando tale scelta, nella migliore delle ipotesi, con il fatto che si tratta di un obiettivo "irrealistico" (in altre parole: sappiamo che, se fosse possibile lottare per un cambiamento in senso socialista del sistema in cui viviamo, quest'obiettivo sarebbe irrinunciabile, ma visto che dobbiamo rassegnarci a rinunciare a tale lotta, tanto vale non parlarne più), nella peggiore con l'adesione al mito in base al quale solo in Occidente esisterebbero condizioni di vita "democratiche", il che è tanto più ridicolo in quanto la fine di ogni parvenza di democrazia alle nostre latitudini non è più un'opinione, bensì un dato di fatto che sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle.
Credo quindi si debba essere grati alla compagna Sevim Dağdelen, membro del Consiglio direttivo del partito SBW fondato da Sahra Wagenknecht, per il suo sforzo di spiegare anche ai più duri d'orecchio cosa è veramente la NATO in un libro appena uscito in edizione italiana per i tipi di Meltemi (La NATO alla resa dei conti. Un bilancio dell'Alleanza Atlantica), del quale cercherò qui di seguito di sintetizzare le tesi essenziali.
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L’aggressione israelo-americana all’Iran: un fatale errore strategico che mette in pericolo il mondo
di Roberto Iannuzzi
Siamo a un bivio cruciale: o la prima superpotenza mondiale riconosce di aver perso la guerra, e con essa il proprio primato, o porterà la regione e forse il mondo verso un’escalation incontrollata
L’attacco sferrato contro l’Iran da Israele e Stati Uniti il 28 febbraio ha scatenato un conflitto esteso all’intera regione mediorientale, spingendo il pianeta verso livelli di incertezza che non hanno precedenti nella storia recente.
Come già accaduto con la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, l’attacco è avvenuto a negoziato ancora in corso.
Ciò ha reso ancor più ardua una via d’uscita diplomatica allo scontro militare, infliggendo un colpo durissimo alla fiducia iraniana nella reale disponibilità di Washington di risolvere la crisi attraverso il dialogo, e più in generale alla credibilità negoziale americana a livello mondiale.
A differenza di quanto solitamente riferito dai media occidentali di grande diffusione, Teheran aveva mostrato un’inedita flessibilità nel negoziato nucleare.
Le trattative si stavano sviluppando secondo linee guida condivise incentrate sull’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano, sulle ispezioni delle installazioni nucleari, sull’abrogazione delle sanzioni, e su una “pacifica coesistenza” tra Iran e Stati Uniti.
Teheran aveva anche offerto alle compagnie americane di partecipare allo sviluppo del settore energetico iraniano. In cambio, i negoziatori iraniani chiedevano l’abrogazione delle sanzioni.
Poche ore prima dell’inizio dei bombardamenti, il ministro degli esteri omanita Badr Albusaidi (il principale mediatore fra Washington e Teheran) aveva dichiarato che un accordo fra le parti era a portata di mano.
Secondo Albusaidi, infatti, l’Iran aveva accettato misure ulteriori rispetto all’accordo nucleare siglato nel 2015 dall’allora presidente americano Barack Obama e unilateralmente abbandonato da Donald Trump.
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L’escalation al buio di Trump e Netanyahu porta al disastro energetico
di Gianandrea Gaiani
Non sanno come uscire dal disastro che hanno provocato e quindi cercano di tirarci dentro tutti. In estrema e semplificata sintesi Stati Uniti e Israele sembrano voler allargare al mondo intero le conseguenze della guerra nel Golfo dopo essersi infilati in un vicolo cieco con l’Iran, rivelatosi un osso ben più duro del previsto come avevano fatto trapelare fin dall’inizio delle ostilità diversi esponenti militari e dell’intelligence statunitense
Lo confermano anche le dimissioni del capo dell’antiterrorismo USA, Joseph Kent, “trumpiano di ferro” che ha lasciato l’incarico accusando la Casa Bianca di aver voluto una guerra immotivata.
Nella lettera su X, Kent ha negato che vi fosse una minaccia imminente iraniana per gli Stati Uniti e denuncia le pressioni israeliane e di gruppi influenti statunitensi filo-israeliani per muovere guerra a Teheran. Kent parla apertamente di “menzogna”, evocando il fantasma della Guerra in Iraq come monito ignorato.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha respinto l’accusa secondo cui Israele avrebbe “trascinato gli Stati Uniti in un conflitto con l’Iran” definendola falsa, sostenendo che Trump “prende sempre le sue decisioni in base a ciò che ritiene sia meglio per l’America” e parlando di “stretta coordinazione” tra Israele e gli Stati Uniti nel corso dell’attacco all’Iran. Netanyahu ha poi affermato che “l’Iran oggi non ha alcuna possibilità di produrre uranio né di produrre missili balistici”.
La versione di Kent trova però sostegno anche nelle dichiarazioni del ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che all’Economist definisce la guerra all’Iran una “catastrofe” e il segno che l’Amministrazione Trump “ha perso il controllo della sua politica estera”.
Albusaidi, mediatore dei negoziati di febbraio, ha precisato che un accordo fra Teheran e Washington “era davvero possibile”. I due Paesi sono arrivati vicini a un accordo due volte negli ultimi nove mesi, incluso a giugno dello scorso anno, prima della guerra dei 12 giorni, ha aggiunto.
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Mistificazione
di Elisabetta Teghil
Il patriarcato è un processo di sovranità, non c’è peggiore mistificazione che considerare il patriarcato capace di autoregolazione. E’ sempre un rapporto tra chi comanda e chi obbedisce.
Che cos’è il femminismo? Assumere il rapporto patriarcale non come concluso e definito, ma come rapporto di forza che di volta in volta si modifica sulla base della lotta, dei modi della lotta e pertanto delle figure della progettualità.
Più precisamente l’analisi femminista oggi si scontra con il ruolo delle patriarche. Queste nella nostra stagione quando la vita intera è sussunta nel capitale e la valorizzazione dello stesso è prodotta da una società messa al lavoro con una femminilizzazione che caratterizza tutto il rapporto produttivo e lo sfruttamento tipico della società patriarcale, si diffondono sull’intero tessuto sociale. E’ a partire da questo momento che la condizione femminile si trasforma perché non riguarda più solamente la condizione materiale femminile ma anche le dimensioni dei soggetti produttivi socialmente.
Patriarcato e patriarche vivono in simbiosi. I disastri di questo connubio, di questa costituzione materiale, sono sotto gli occhi di tutte. Guerra di poche elette contro la stragrande maggioranza delle donne e degli oppressi tutti.
E questo passare, armi e bagagli, dalla parte del patriarcato corrisponde all’esigenza che lo stesso ha di spezzare le lotte della “classe donne” strumentalizzando la parola femminista. Si è data la stura a una strana situazione, ambigua, perversa, ma prepotente e violenta che consiste da parte del patriarcato nello spostare i limiti, le forme e gli spazi del suo essere e del suo comando.
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Una ipotesi strategica
di Pierluigi Fagan
Da giorni seguo le varie timeline informative internazionali, i commenti, le analisi relative alla guerra all’Iran.
Per giorni, l’atteggiamento generale un po’ di tutti (sfera occidentale e araba) è stato quello di pensare quale razionale ci fosse dietro la decisione americana di iniziare questo complesso conflitto. Non trovandola, si sono lanciate varie ipotesi che vanno dalla sudditanza USA a Israele, all’impreparazione di Trump e sua personale sudditanza (Epstein, Kushner etc.), alla geopolitica dei nuovi blocchi (contro la possibile nuova egemonia BRICS/Cina) e così via. Ma forse, l’ansia da comprensione e l’emotività cognitiva rende ciechi verso una diversa razionalità. L’apparente mancanza di razionalità di questa guerra, giudizio dato su gli USA e non su Israele i cui obiettivi sono più evidenti e comprensibili e la cortina fumogena di dichiarazioni, smentite, battute e stupidaggini, potrebbero forse esser volute per nascondere la vera strategia e cuocere a fuoco lento le opinioni pubbliche come si fa nella metafora della “rana bollita” o nell’espressione anglofona “buying time”.
Al momento, siamo al 21° giorno di conflitto, la sistematica distruzione dell’Iran continua senza sosta e pare che la macchina bellica americana stia portando truppe addestrate nel teatro di guerra da usare chissà quando e chissà come. Una operazione che anche solo per mere ragioni logistiche richiederà ancora settimane. Può darsi che sia, come alcuni pensano, il sintomo di una impreparazione e confusione sugli obiettivi originari che ha dovuto fare i conti con la resilienza iraniana oppure potrebbe esser stata prevista ab origine in un disegno di “guerra lunga”. Un disegno che si voleva celare all’inizio, forse. Perché?
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Il cuore del dollaro colpito nel golfo
di Pino Arlacchi
Non è in corso in Medioriente solo una guerra di aerei, missili, bombe e droni dai tempi lunghi e dall’esito confuso.
Un’altra guerra, molto più vasta e dall’esito già chiaro, cammina in parallelo. È la guerra contro il petrodollaro, la cui posta è la sopravvivenza dell’ordine finanziario globale basato sulla valuta americana. Questi ayatollah saranno certo sporchi, brutti e cattivi, ma stanno attuando una strategia di formidabile impatto contro il cuore del potere americano sul mondo, accelerando cambiamenti epocali che ribollono da tempo sottotraccia.
L’Iran è consapevole dell’inferiorità militare convenzionale rispetto alla superpotenza atlantica, e ha scelto di non contrastarla aereo contro aereo, nave contro nave, bomba contro bomba. Teheran non punta a vincere sul campo di battaglia. Ha sviluppato una strategia asimmetrica rivolta a colpire il nocciolo duro del capitalismo finanziario globalizzato: il petrodollaro. La ricchezza generata dal petrolio pagato in dollari, e investita nel sistema finanziario mondiale controllato da Wall Street e Tesoro Usa. Il petrodollaro non è un concetto astratto. È la massa di capitali accumulata da Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita attraverso decenni di vendita di idrocarburi nei mercati del pianeta. I fondi sovrani del Golfo gestiscono in tutto un patrimonio stimato tra gli 11 e i 13 trilioni di dollari (Pil Italia 2,2. Pil Usa 30). La quota maggioritaria di tale immenso capitale è investita negli Usa: in titoli del Tesoro, azioni quotate sui mercati di New York, immobili nelle grandi metropoli, fondi di private equity e hedge fund di Wall Street.
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Guerra del Golfo - guerra ucraina: attacchi paralleli alle risorse energetiche
di Davide Malacaria
Israele ha iniziato la guerra alla produzione energetica globale attaccando l’impianto di produzione di gas più importante del mondo, il South Pars, raid al quale ha fatto seguito la reazione iraniana che, come aveva preannunciato quando tale operazione era stata minacciata, ha colpito gli impianti petroliferi dei Paesi del Golfo collegati alle Compagnie petrolifere Usa.
In evidente combinato disposto, Kiev oggi ha attaccato le stazioni di compressione di gas di Gazprom che servono due importanti gasdotti tra Russia e Turchia, il TurkStream e il Blue Stream. Gli attacchi alle risorse petrolifere hanno diversi obiettivi.
Obiettivi ovvi dell’attacco israeliano, oltre a quello di creare criticità a Teheran, è quello di esercitare pressioni perché riaprano Hormuz se non vogliono vedere i propri impianti energetici andare a fuoco.
Inoltre, si tratta di costringere l’Iran a intensificare gli attacchi alle risorse americane nel Golfo così da spingere i Paesi della regione a intrupparsi nella guerra santa contro Teheran. Obiettivo che ne cela un altro meno immediato, quello di indebolire tali Paesi così da poterli inglobare più facilmente nella propria sfera di influenza, come detta la prospettiva di ergersi a unica potenza regionale.
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Ottanta anni di gratitudine e novanta gradi di alibi
di comidad
Il documento finale del Consiglio Supremo di Difesa dello scorso venerdì 13 è stato oggetto di accuse ingiuste e ingenerose da parte di molti commentatori. In particolare si è rimproverato al documento di non prospettare scelte chiare. In realtà, al di là dei rituali nonsensi della comunicazione ufficiale, il documento delinea una scelta precisa e univoca: l’Italia entra nel conflitto, ma dichiarando di non entrarci, in modo da poter presentare la partecipazione al conflitto stesso come l’effetto inevitabile dell’aggressione russa e iraniana. Insomma, l’importante è che si possa dire: “Maestra, è stato lui a cominciare”.
La testata online “Open” svolge le funzioni di organo ideologico del Quirinale; e infatti ha già cominciato a illustrare i termini della minaccia iraniana alla nostra sicurezza. Il caso in oggetto riguarda gli attacchi con droni contro la base aeronautica italiana di Ali Al Salem in Kuwait. Il sottosegretario Mantovano, l’Ammiraglio Cavo Dragone e il generale Camporini attribuiscono gli attacchi all’Iran, il quale vorrebbe intimidirci in modo da dissuaderci dall’aiutare gli Stati Uniti e Israele. I tre intervistati quindi confermano che esiste da parte nostra l’intenzione di aiutare USA e Israele; e ci si fa anche capire che, lungi dal dissuaderci, questi attacchi rafforzeranno la nostra determinazione bellicistica.
Non sappiamo se i droni che hanno attaccato siano stati effettivamente lanciati dall’Iran oppure siano dei false flag. Sappiamo invece di un risvolto patetico, cioè che il comandante italiano della base è molto triste perché gli hanno distrutto un drone Predator di fabbricazione americana, ma in forza all’aeronautica italiana.
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La nostra superiorità contro il resto del mondo: la chiave per scatenare la guerra e farcela subire
di Milgram
I Filtri Cognitivi dell'Occidente: Deumanizzazione e Cecità Relazionale
Il doppiopesismo della classe dirigente europea e della “coalizione Epstein” è più evidente che mai, ma poiché la percezione collettiva è costantemente alterata e veicolata dai media mainstream, il cittadino medio occidentale vive ancora in un sonno profondo da cui molti nemmeno sanno di doversi svegliare.
I pennivendoli prezzolati e cerchiobottisti occidentali non si smentiscono mai, stanno dando il meglio di sé. I più “venduti” giornali nostrani e internazionali, hanno timidamente raccontato l’atroce massacro delle 165 bambine assassinate dalla “coalizione del bene”, rendendo la notizia irrilevante e relegandola a piè di pagina, oppure assorbendola in un contesto discorsivo più ampio. Senza parlare dell’immagine fumettistica che da anni ci viene presentata in maniera controllata e subliminale di Khamenei, assassinato e trasformato in martire dalle bombe di “USraele”.
La retorica tanto sbandierata del “c’è un aggressore e un aggredito” viene utilizzata quando fa più comodo, essa non viene applicata alla coalizione anglo-sionista e a tutto l’Occidente collettivo.
L’Iran, sebbene sia stato vigliaccamente aggredito, per le élite occidentali è lui l’aggressore, in una distorsione puramente orwelliana; a dimostrazione di ciò, abbiamo le dichiarazioni di Keir Starmer, il quale ha esortato l’Iran ad astenersi da attacchi militari indiscriminati” e a “cessare gli attacchi”, mentre la premier italiana Giorgia Meloni ha intimato Theran a cessare i suoi attacchi ingiustificati contro i paesi del Golfo, come se non sapesse — probabilmente “non è stata avvisata” dai nostri “liberatori” — che le petromonarchie pullulano di basi statunitensi armate sino ai denti, le quali ospitano aerei da combattimento, droni e sistema di difesa antiaerea con radar in grado di tracciare bersagli a distanze fino a 3.000 km. Alla lista non poteva mancare La Von der Pfizer, la quale ha praticamente approvato l’aggressione israelo-statunitense sostenendo fermamente il diritto del popolo iraniano a determinare il proprio futuro.
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Come le multinazionali ridisegnano il capitalismo
di Roberto Romano
Quando aziende come Apple, Microsoft o Amazon decidono di investire in una nuova tecnologia, spostare una produzione o cambiare la propria strategia industriale, gli effetti non riguardano solo i mercati finanziari. Intere filiere produttive si riorganizzano, nuovi standard tecnologici si affermano e milioni di lavoratori in diversi continenti ne risentono direttamente o indirettamente.
Questo potere non dipende soltanto dalla dimensione di singole imprese particolarmente innovative o competitive. È il risultato di una trasformazione più profonda che negli ultimi decenni ha investito l’intero sistema economico. Il capitalismo globale non si è semplicemente internazionalizzato: si è progressivamente concentrato. Innovazione, investimenti e potere finanziario tendono a concentrarsi nelle mani di un numero sempre più ristretto di imprese multinazionali.
Quando si parla di disuguaglianze, il dibattito pubblico tende a concentrarsi soprattutto sulla distribuzione dei redditi: salari che crescono poco, patrimoni che aumentano rapidamente, ricchezza che si accumula ai vertici della società. Ma questa è solo la manifestazione finale di un fenomeno più profondo. La disuguaglianza nasce sempre più spesso nella struttura stessa del sistema produttivo, dove il controllo delle risorse strategiche è concentrato in poche grandi imprese globali e negli attori finanziari che le sostengono. Per comprendere questa trasformazione è utile partire da alcuni dati sulla dinamica recente delle multinazionali.
Profitti e valore finanziario crescono molto più del lavoro
Secondo i dati della EU Industrial R&D Investment Scoreboard, circa duemila grandi multinazionali concentrano la grande maggioranza della ricerca e sviluppo privata mondiale e una quota molto rilevante del valore complessivo delle imprese quotate.
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Il benpensante, il giocatore e l’ayatollah
di Antonio Cantaro
Letture. Niente migliora tutto peggiora, disse il benpensante. Tutto accelera, rispose il giocatore. Ma come, disse il benpensante, non vedi che non ci sono più nemmeno le guerre di una volta, le guerre legali, le guerre giuste. L’unica virtù è la vittoria per annientamento, rispose il giocatore. E se The Donald non vincesse?
Correva l’anno 2026. L’anno in cui aveva avuto inizio il regno mondiale del caos, è scritto nei manuali di storia. E sempre quei manuali raccontano che quasi nessuno dei commentatori e analisti dell’epoca riusciva a dare una plausibile spiegazione del perché e del come il mondo stava scivolando sulla strada per l’inferno (https://fuoricollana.it/la-strada-per-linferno/). Molti di essi attribuivano la paternità dell’idea di fare la guerra all’Iran allo ‘psicopatico’, a The Donald. Certamente uno degli esecutori materiali del delitto, ma di un delitto tutto iscritto in quell’inconfessabile compiacimento per lo spettacolo della guerra virtuosa che da decenni permeava l’immaginario americano. In Iran, invero, l’America aveva già “vinto” nell’ottobre del 2011 (https://legrandcontinent.eu/fr/2026/03/07/guerre-gamification-trump/).
Battlefield 3, il videogioco.Un’operazione militare motivata da un’imminente minaccia nucleare in cui il giocatore assume il ruolo di un soldato inviato a disinnescare una crisi che potrebbe scatenare una vera e propria esplosione nella regione. Lo scenario è quello di un attacco aereo all’aeroporto Mehrabad di Teheran, di operazioni con veicoli blindati, di aerei da combattimento statunitensi nelle strade dell’Iran. Dal 2011 milioni di giocatori, non solo in America, hanno trascorso ore a vincere in Iran, bombardando Mehrabad e neutralizzando la minaccia nucleare. Una finzione, annota il nostro scrupoloso storico. Ma una finzione, aggiunge subito dopo, che stabilisce un orizzonte di “prove” che mostra l’intervento in Iran come fattibile, legittimo nella sua forma narrativa e spettacolare nei suoi effetti. Vittorioso, virtuoso.
Battlefield 3 non aveva, ovviamente, previsto gli attacchi del giugno 2025 né l’Operazione Furia Epica (Epic Fury) iniziata il febbraio 2026. Ma aveva, come altri videogiochi, contribuito a creare il mondo iperreale in cui questi attacchi erano diventati concepibili, ancor prima che Netanyahu e Trump li nominassero come attuali. Videogiochi che non si accontentavano più di riflettere la geopolitica, ma partecipavano alla sua costruzione culturale generando le insicurezze (Il caos nel Regno) che giustificavano le “azioni di sicurezza” fuori da qualsivoglia finzione di regola ed etica universalistica (Il Regno del caos).
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Né, né, per tenersi il culo al caldo
di Fulvio Grimaldi
In “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti
“Senza infamia e senza lode”, il contrapasso
Simmetricamente all’avanzare del mostro di un conflitto che gli aggressori, nel loro delirio criminale millenarista, vogliono sempre più globale, esplode il festival del neneismo, fenomeno che, dai tempi dei tempi, è andato esprimendo uno dei lati deteriori dello spirito umano. Ne ha dato testimonianza padre Dante. Quelli del né né, gli ignavi, coloro che non si schierano, per viltà o complicità, li ha confinati, indegni di una sistemazione chiaramente definita, nell’anti-inferno, prima della traversata dell’Acheronte. Gente condannata a correre in perpetuo, intellettualmente accecata, dietro a un simbolo roteante, mentre insetti velenosi ne suscitano ferite il cui sangue si mescola a vermi e fango.
Peggio di così non li si poteva immaginare, i né né, quelli che non stanno né con gli uni né con gli altri, come coloro che stanno con gli uni e con gli altri, immergendosi nella pace dei sensi e dello spirito, assicurata dalla cancellazione della dialettica e della logica degli opposti. Quella di Eraclito, il primo e il più grande.
Andiamo sul concreto. Una lucida percezione di cosa sia il neneismo, con l’occasione di contribuire a crearne il neologismo né né, mi capitò quando, inviato di “Liberazione” alla guerra del 1999 contro la Serbia, in un servizio da Belgrado annichilita dalle bombe, deplorai l’atteggiamento dei famigerati “pellegrini di pace” convogliati da preti, dirittoumanisti e benpensanti vari nella Sarajevo bosniaca e antiserba.
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Voterò NO, con grande sofferenza
di Geminello Preterossi
Credere che votando NO si renda omaggio a Falcone e Borsellino è purtroppo tragicamente falso. Nella magistratura, i problemi ci sono. C’erano già allora, quando entrambi furono osteggiati, isolati e infine eliminati, anche con il concorso morale di chi in teoria avrebbe dovuto difenderli. Durante la fallimentare “seconda” Repubblica quei problemi si sono incancreniti, diventando strutturali, un “sistema”. Quello emerso con il caso Palamara (che non era una mela marcia, ma il gestore di un meccanismo che coinvolgeva ampi settori della magistratura, della politica, delle istituzioni). Una vicenda assai rivelativa di una logica e non affrontata adeguatamente, non solo dalla magistratura associata (le “correnti”, ormai ridotte a corporazioni autoreferenziali), ma anche sul piano istituzionale, il CSM in primis. Il grande inganno, però, è che questa “riforma” serva a risolvere tali guasti del sistema. L’uso strumentale, da entrambe le parti, della questione giustizia è evidente. Così come l’uso “congiunturale” (così lo chiamava Rodotà) delle riforme istituzionali (che dovrebbero essere frutto di una meditata riflessione che coinvolga tutto il Parlamento, e non una manovra governativa), Ma, a dire il vero, i primi ad iniziare questo andazzo furono quelli dell’Ulivo, con la nefasta riforma del Titolo V, cui sono seguiti gli altrettanto nefasti tentativi di manomissione costituzionale di Berlusconi e Renzi, stoppati dal popolo sovrano. Per inciso, è un dato significativo e per certi aspetti sorprendente il fatto che una Costituzione largamente disattivata, soprattutto nel suo nucleo fondante, sociale ed economico (artt. 1 e 3 in primis), perché ce lo ha chiesto l’Europa tecnocratica, rappresenti ancora un riferimento simbolico per molti italiani.
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Peter Thiel, l’Antichrist Superstar di cui faremmo volentieri a meno
di Alessio Mannino
Ma Peter Thiel ci è o ci fa? Entrambe le cose. I cicli di lezioni sull’Anticristo che si compiace di tenere per diffondere il suo verbo hanno fatto tappa anche in Italia, riproponendo l’interrogativo se prendere o no sul serio le dissertazioni di questo magnate dell’industria americana, non fra i più ricchi (26 miliardi di dollari di patrimonio stimato, Musk è arrivato a 839) ma certamente il più intellettualmente dotato. Fin da studente universitario a Standford, mentre si impegnava ad accumulare montagne di quattrini fondando e poi vendendo, assieme all’allora socio Musk, il colosso dei pagamenti digitali PayPal, i suoi interessi sono sempre andati di preferenza alla filosofia. Ha scritto vari libri (dal giovanile The Diversity Mith a The Straussian Moment, fino al più famoso, intitolato Zero to One) e, pur mantenendo un profilo basso, ha sempre inteso il far quattrini come strumento di una visione addirittura escatologica. Riguardante, cioè, il destino del pianeta. O meglio, così vorrebbe far credere lui. Già il nome prescelto per la multinazionale di data analysis che ha fondato, e con cui sta facendo affari d’oro grazie a Trump, è la spia di una marcata sensibilità nell’unire senso del business e vagheggiamenti da sociopatico ricco sfondato: Palantir, infatti, è la palla di cristallo in cui, nel Signore degli Anelli di Tolkien, si vede il futuro, e simboleggia un sogno di dominio assoluto che rimanda a fantasie di onnipotenza da adolescente mal cresciuto. Ma, attenzione, non per questo meno pericoloso, data la posizione raggiunta ai vertici dell’apparato militar-finanziario degli Usa, impero in crisi ma pur sempre impero.
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Se non è la nostra guerra allora è tempo di ritirare i militari italiani dal Medio Oriente
di Gianandrea Gaiani
L’Italia “non partecipa e non prenderà parte alla guerra” in Iran, ha ribadito ieri il comunicato diffuso dal Quirinale dopo la riunione del Consiglio Supremo di Difesa.
Al di là della condivisione della “grande preoccupazione” per “i gravi effetti destabilizzanti” che la crisi sta producendo in Medio Oriente e nel Mediterraneo dopo la “nuova guerra” – nata a seguito “dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, il Consiglio sottolinea che “la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale” di fronte alle sfide comuni.
Tra queste, il Consiglio evidenzia “le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni”.
Un contesto in cui l’Italia “è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica” e a valutare “le richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa”, nonché “la necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali”.
Il Consiglio definisce “gravi” le azioni di Teheran “per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz” e chiede “a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah” che hanno trascinato il Paese in “un nuovo drammatico conflitto.
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La "trappola dell'Iran" dietro i proclami di vittoria di Trump
di Clara Statello
Forse in un maldestro tentativo di manipolare i prezzi impazziti e incontrollabili del petrolio, il presidente USA Donald Trump ha più volte annunciato l’imminente fine della guerra in Iran, auto-proclamandosi vincitore. In modo analogo il premier israeliano Netanyahu si vanta dei successi militari.
Questo il tenore delle litanie che la coppia dei leader del “Mondo Libero” (tragicomica definizione di Mark Rutte), ci propina da giorni:
“L’Iran sta per arrendersi”,“La guerra sta per finire”,”La guerra è praticamente finita”, “Abbiamo colpito tutti gli obiettivi previsti”, “Siamo avanti con gli obiettivi della campagna militare”, “Abbiamo vinto”, “Abbiamo vinto pochi minuti”.
Ma forse questo l’Iran non lo sa e continua lo stesso a colpire e infliggere danni alla coalizione USA, ai suoi alleati/collaborazionisti e – preventivamente – alle forze occidentali presenti in tutta la regione.
Attacco contro base francese
E così anche questa notte è stato colpito un obiettivo militare occidentale nel Kurdistan iracheno. L’attacco è stato condotto con droni contro una base francese a Mala Qara, nella regione di Erbil, a 40Km dalla città irachena.
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Count down
di Enrico Tomaselli
L’improvvisa escalation della guerra contro l’Iran, nonostante il pedestre tentativo di Trump di continuare nel giochetto poliziotto buono – poliziotto cattivo – in cui lui e Netanyahu (o che ne ha preso il posto, a questo punto…) sicuramente eccellono, è un pessimo segnale, e se non interverranno fattori nuovi nei prossimi giorni potrebbe essere l’anticamera di un disastro globale di proporzioni incommensurabili.
Ovviamente, non è solo l’attacco israeliano al campo gasifero di South Pars in Iran, con conseguente e prevedibilissimo allargarsi del conflitto a tutte le installazioni energetiche dell’area, ma la rinnovata insistenza statunitense sulla vittoria militare (mettendo momentaneamente in sordina i tentativi di uscirne fuori in maniera indolore, che pure sottobanco continuano), i nuovi spostamenti di forze verso la regione (il MEU della USS Tripoli in arrivo dal Mar Cinese), e soprattutto l’improvviso dietrofront degli europei, che sino a ieri avevano dichiarato di non volersi unire alla campagna per tenere libero Hormuz, e che all’improvviso firmano una dichiarazione congiunta (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone) in cui si dicono pronti a contribuire agli sforzi per garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz. La premier giapponese, Sanae Takaichi, è già volata a Washington a prendere ordini.
Tutto questo sembra indicare che sta prevalendo la linea dura, e gli Stati Uniti pensano di poter (o dover…) giocare la carta dell’all-in. Non a caso, anche le petromonarchie del Golfo – che sinora avevano cercato di tenere in piedi un’immagine di facciata neutrale – ora spingono apertamente perché Trump eserciti la massima potenza possibile per schiacciare l’Iran.
Di fatto, gli Stati Uniti sono in trappola, che ci si siano cacciati da soli o che ce li abbia trascinati Israele, a questo punto è secondario. Personalmente propendo per l’idea che alla Casa Bianca, anche grazie a informazioni fuorvianti fornite da Tel Aviv, si era radicata la convinzione di poter replicare in Iran – più o meno in modo simile – il colpaccio fatto col Venezuela, e che vista la situazione generale era opportuno tentare il raddoppio adesso, nonostante le difficoltà prospettate dal Capo di Stato Maggiore Generale Caine.
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