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La Cina è vicina
di Luciano Vasapollo
Quello che sta accadendo nello scenario internazionale non può essere letto come una semplice sequenza di crisi regionali o come l’ennesimo episodio di instabilità in Medio Oriente. L’attacco statunitense contro l’Iran non è un fatto isolato, ma si colloca dentro una fase storica precisa: la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico nella sua forma nord-centrica ed euroatlantica. È una crisi di sovrapproduzione, di accumulazione, di natura commerciale e monetaria, che si manifesta anche come crisi ambientale, sociale e oggi apertamente geopolitica.
Quando il capitalismo entra in una fase di difficoltà strutturale, la risposta non è mai la ridistribuzione o la cooperazione, ma la guerra economica, il protezionismo aggressivo, la pressione monetaria e, quando necessario, l’intervento militare. La politica delle cannoniere non è scomparsa: si è modernizzata. È diventata guerra delle sanzioni, controllo delle rotte energetiche, dominio finanziario attraverso il dollaro, fino alla guerra aperta.
L’Iran, in questo quadro, non è soltanto un avversario politico. È un nodo strategico. Una parte rilevante del suo petrolio alimenta l’economia asiatica e in particolare la Cina. Colpire l’Iran significa incidere sui flussi energetici che sostengono la crescita tecnologica, industriale e infrastrutturale cinese. Significa tentare di mantenere il controllo sulle leve fondamentali dell’accumulazione globale, vincolando ancora una volta il dollaro al petrolio e riproducendo una posizione quasi monopolistica nella regolazione dei mercati energetici.
Colpire il concorrente più temuto: la Cina
Il bersaglio reale, dunque, non è solo Teheran. È Pechino. È il progetto di un mondo che non ruoti più esclusivamente attorno all’asse Washington-Bruxelles. È la prospettiva dei BRICS e delle relazioni Sud-Sud, che non nascono come blocco aggressivo, ma come tentativo di costruire spazi di autodeterminazione economica, cooperazione finanziaria alternativa e progressiva de-dollarizzazione.
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Il sistema internazionale e la guerra
di Tiberio Graziani
Norme, potere e transizione geopolitica
L’articolo propone una distinzione tra sistema internazionale e ordine geopolitico per interpretare la crisi attuale delle relazioni internazionali. La guerra in Ucraina viene letta non come una rottura improvvisa dell’ordine liberale, ma come l’esito di una progressiva erosione della credibilità normativa durante la fase unipolare. La politicizzazione selettiva del diritto internazionale ha indebolito la funzione regolativa del sistema, rendendo strutturale il disallineamento tra norme e distribuzione della potenza. La transizione in corso solleva quindi un interrogativo più profondo: è possibile ricostruire un principio di legittimità condiviso in assenza di egemonia?
Sistema internazionale e ordine geopolitico
Per affrontare questo tema è necessario chiarire una distinzione concettuale fondamentale: quella tra sistema internazionale e ordine geopolitico.
Con il sintagma sistema internazionale ci riferiamo all’insieme di regole, norme, istituzioni e principi che organizzano formalmente le relazioni tra gli Stati. Si tratta di una dimensione prevalentemente normativa e istituzionale, che comprende concetti come la sovranità statale, il diritto internazionale e le organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite. Il sistema internazionale fornisce quindi il quadro di legittimità entro cui gli attori dovrebbero agire, almeno nelle fasi in cui il sistema mantiene una capacità regolativa effettiva che dipende a sua volta dalle configurazioni dell’ordine geopolitico entro cui opera.
L’ordine geopolitico, invece, riguarda la distribuzione concreta della potenza: chi possiede capacità militari ed economiche decisive, chi esercita influenza, chi costruisce alleanze e chi è in grado di imporre vincoli agli altri attori. Qui il principio regolatore non è la norma, ma l’equilibrio di potenza.
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Libercomunismo o solita narrazione?
di Gianni Petrosillo
Abbiamo letto, questa volta per intero, il libro di Brancaccio “Libercomunismo” dopo la pre-recensione degli scorsi giorni che si basava non sull’immaginazione di chi scriveva, ma su quanto apparso su alcuni giornali. Dopo aver completato la lettura del saggio, possiamo affermare che effettivamente la disamina è stata avventata, perché c’è molto di più da dire, il che costringerà a essere ancora più critici. Questa non sarà una recensione, diciamo che sono solo appunti che condividiamo con tutti. Chi li leggerà se ne assumerà la noia, perché insieme saremo costretti a sprofondare in linguaggi lontani e in epoche trapassate.
Questo lavoro di Brancaccio si basa su studi suoi, ma anche o di altri, solo citati ovviamente per la natura divulgativa del testo, sulla tendenza o sulle tendenze del Capitale che, almeno per quanto ci riguarda, non suonano del tutto nuove, poiché richiamano concetti di tanti autori che nei decenni si sono cimentati sul tema, a partire da Marx. Tuttavia, per Marx la tendenza andava a parare da qualche parte e ovviamente sarebbe sfociata nel comunismo, “un movimento reale”, che avrebbe sostituito il modo di produzione capitalistico e cambiato tutta la struttura della società. Non in astratto, come moto dei sentimenti, ma per situazioni concrete ed esiti storici. Allora si diceva per dinamica oggettiva perché i soggetti della trasformazione non erano inventati ma discendevano da questa in quanto Marx aveva individuato il fattore oggettivo, della divaricazione delle classi (proprietari e non proprietari dei mezzi di produzione), con tutte le conseguenze discendenti.
Per Marx la metamorfosi sistemica sarebbe avvenuta nel giro di poco tempo, perché le contraddizioni del Capitale, alimentate proprio dalle sue tendenze, avrebbero modificato la composizione delle classi e del processo produttivo. Il pensatore tedesco lo descrive senza fraintendimenti nel Libro III del Capitale (Formazione Società per Azioni). Riporto i passi commentati da Gianfranco La Grassa:
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Capitalismo – Guerra – Rivoluzione
Comprendere il presente per sovvertirlo
di V. Pellegrino
Ebbene sì, siamo ripiombati nel fascismo! E il fascismo, braccio politico dell’imperialismo, produce la guerra, il genocidio, la distruzione. Ma ciò che è ancor più grave e preoccupante in questo terrificante presente è la totale assenza di una prospettiva strategica di classe, in grado di porre la rivoluzione necessaria come obbiettivo concreto, perseguibile e perseguito. I livelli di atomizzazione a cui è stata spinta la società, attraverso la manipolazione algoritmica profonda, sono senza precedenti e le lotte, lungi dal convergere, si fanno sempre più frammentate e isolate, tra loro e in seno alla società. Le classi subalterne sono talmente soggiogate, da vecchie e nuove forme di controllo e di oppressione, da non essere in grado di sviluppare un pensiero critico autonomo, restando così prive degli strumenti necessari a produrre autocoscienza e spinta rivoluzionaria e, ancor più, capacità di autorganizzazione collettiva.
Tanto il concetto di guerra (in atto) quanto quello di rivoluzione (necessaria) sono stati completamente rimossi dal quadro del pensiero politico anticapitalista, con il risultato che non solo ci troviamo del tutto impotenti rispetto alla devastante realtà di fascismo e guerra che ci circonda, ma anche privi di una prospettiva di riscossa, di liberazione. Al di là della critica delle forme della politica, che ho cercato di sviluppare negli articoli che ho scritto per Rizomatica, e della proposta di un nuovo metodo politico fondato sulla democrazia diretta informatizzata, l’impasse, in cui si vede intrappolato il molteplice e disperso mondo anticapitalista, ha radici profonde. Radici direttamente connesse con la particolare linea di pensiero che, secondo le recenti tesi di Maurizio Lazzarato, a partire da Foucault e dalla sua analisi del neoliberalismo, basata sul concetto di biopolitica, è stata fatta propria dal mondo antagonista in tutto l’Occidente.
Nel tentativo, sempre velleitario – come deve essere ogni prospettiva rivoluzionaria – di rintracciare le carenze del pensiero critico occidentale, successivo al grande momento di rottura rappresentato dal 1968 e di rimettere al centro le nozioni di «guerra», come elemento strutturale del sistema capitalistico, e di «rivoluzione», come necessaria via di uscita dalla catastrofe verso la quale lo stato presente di cose ci sta precipitando e come avvio della costituzione di una società auspicabile, farò riferimento a un autore che, nella sua recente opera, mostra di avere un quadro analitico sufficientemente chiaro e condivisibile insieme a un barlume di prospettiva strategica: il già citato Maurizio Lazzarato.
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Iran. Il suicidio di Trump mette a rischio il mondo
di Davide Malacaria
Trump minaccia un’invasione di terra dell’Iran e dichiara che l’America può continuare la “guerra per sempre” grazie alle sue scorte, riecheggiando le guerre infinite care ai neocon e che in campagna elettorale aveva promesso di chiudere. Inutile sottolineare il tradimento delle promesse, che ha fatto infuriare i suoi sostenitori, più utile verificare se un’invasione è realistica.
Questa non si organizza da un giorno all’altro. Ammassare una compagine per conquistare un Paese esteso come l’Iran e portarla in loco richiede mesi e le perdite americane sarebbero insostenibili data la consistenza delle forze iraniane.
È fattibile però organizzare un attacco delle milizie del Kurdistan iracheno con gli Usa a supporto. Ne avevamo accennato in una nota pregressa e lo scenario sembra confermato da un articolo di Strana che spiega così l’intenso bombardamento americano sul confine tra Iran e Kurdistan iracheno.
Scenario che sembra confermato da Axios che riferisce come Trump avrebbe contattato i leader delle due più importanti fazioni del Kurdistan per interagire sulla crisi iraniana. Da tempo il Kurdistan iracheno è usato da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, perché insiste sulle regioni iraniane con una forte presenza curda, di cui alimentano il separatismo. E qui si trovano le basi delle milizie curde contro cui di tanto in tanto le forze iraniane incrociano le spade.
Nella nota pregressa accennavamo a come le forze del Kurdistan potrebbero essere rimpolpate dai miliziani dell’Isis, 20mila dei quali sono fuggiti da un campo di detenzione siriano poco prima dell’attacco all’Iran.
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Iran, l’aggressione della coalizione Epstein
di Fabrizio Casari
Come ampiamente previsto, nonostante i negoziati l’attacco israelo-americano all’Iran c’è stato e, con esso, anche la reazione iraniana che – come promesso – ha colpito le basi statunitensi nel Golfo. Un’aggressione programmata e voluta che diventa nella grande manipolazione politica e mediatica una “guerra preventiva”. Una volta di più si capisce il valore politico e persino etico che Trump assegna alla diplomazia e la mancata richiesta di autorizzazione al Congresso chiarisce anche quanto agisca al di fuori delle procedure costituzionali, con tanti saluti al famoso sistema di “pesi e contrappesi”. Questa è l’America trumpiana, che a differenza delle versioni precedenti, specializzate nell’imbellettare da “diritti umani e democrazia” la sua dimensione imperiale estera, presenta anche una involuzione autoritaria interna di natura fascistoide ormai irrefutabile.
Ridicola la presa di posizione europea che si guarda bene dal condannare l’aggressione israelo-americana ma condanna “gli attacchi iraniani” dimenticando che sono attacchi alle basi militari USA e non alla popolazione civile. Emerge, nella paccottiglia di Bruxelles, la vicenda del cosiddetto ministro della Difesa italiano fermo a Dubai perché non informato dell’attacco. Dopo essersi autonominato osservatore del “Board of Peace” senza vedere niente di quel che succede, la riduzione a cinepanettone del governo Meloni è compiuta. La culla ideologica del genocidio e della sostituzione del Diritto con la forza non ha più nemmeno interpreti all’altezza del dramma e si rifugia nell’avanspettacolo.
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Il delirio irrealizzabile dell'impero: spegnere una civiltà
di Pasquale Liguori
Quello a cui il mondo assiste non è l’ennesimo sussulto di una tensione regionale mai risolta, né un’escalation calcolata tra potenze rivali che si confrontano da decenni. È qualcosa di radicalmente diverso: l’assurdo disegno di cancellare uno Stato dalla mappa della storia. Definire l’offensiva lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran una “guerra esistenziale” è ormai un eufemismo che non rende neppure lontanamente giustizia alla realtà dei fatti, perché ciò che si sta consumando sotto i nostri occhi è una campagna di tentato annichilimento statale condotta alla luce del sole, mentre gran parte del mondo finge di non vedere.
L’obiettivo, del resto, non è più il contenimento nucleare, né il dichiarato cambio di regime spacciato per “democratizzazione”. Le parole di Trump sulla “demilitarizzazione totale” e le dichiarazioni dei vertici sionisti che promettono, con la disinvoltura di chi sa di non dover rendere conto a nessuno, di colpire la leadership iraniana “passata, presente e futura”, svelano un’agenda che trascende la politica: all’Iran non si chiede di smettere di essere una Repubblica Islamica, ma di smettere, semplicemente, di esistere come Stato.
Privare uno stato di ogni capacità di sviluppo tecnologico e difensiva significa molto più che neutralizzarlo, perché equivale a condannarlo alla precarietà, negandogli la possibilità stessa di ricostituirsi come entità sovrana in futuro. È una pretesa di sottomissione totale che va oltre la resa incondizionata, l’intimazione a non esistere più come soggetto politico della storia.
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Epstein-mania, ovvero il madornale errore della controinformazione
di Alessio Mannino
Come dimostrano le dimissioni del ceo del World Economic Forum di Davos, Børge Brende, il caso Epstein sta generando effetti a catena nelle prime file del gotha occidentale. Ma realismo impone di non scambiare la rimozione degli elementi più sacrificabili per un crollo dell’intera impalcatura su cui i grandi interessi internazionali si reggono. Per arrivare a questo non basteranno nemmeno i clamorosi arresti di Andrea, fratello di re Carlo d’Inghilterra, e di Peter Mandelson, ex braccio destro di Tony Blair. Né di altri in futuro. Anzi, tutto il contrario: la pur obbligata individuazione ed esposizione al pubblico ludibrio dei singoli segue il collaudato meccanismo di isolare e scaricare le “mele marce”, così da proteggere e puntellare l’istituzione o circolo di cui fanno parte. E anche quando la decapitazione dell’establishment assumesse proporzioni da valanga, le conseguenze ben difficilmente metterebbero in pericolo i meccanismi profondi che permettono alla classe dirigente di riprodursi. Per la semplice ragione che il piano giudiziario ed etico, di per sé, colpisce le storture del sistema. Ma non tocca il sistema. Facendo salire l’indignazione popolare, può provocare qualche terremoto dando maggiori appigli ai contestatori. Ma in assenza di una forza pronta a mettere in discussione non la sola gerenza sotto accusa, ma le fondamenta stessa dell’edificio, nessuna apocalisse politica potrà mai verificarsi. Non basta che i piani alti vengano squassati, per altro autogestendo gli scossoni: dev’esserci anche chi sa approfittare del momento per piazzare la dinamite alla base.
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Il sovranismo autocoloniale
di comidad
Ha suscitato imbarazzo il fatto che all’ultima conferenza per la sicurezza di Monaco il segretario di Stato USA, Marco Rubio, abbia riciclato il concetto di colonialismo indicandolo come valore da recuperare. A parte le ovvie considerazioni sull’inconsistenza di Rubio (un personaggio degno di nota solo per essere cognato di un narcotrafficante), va anche detto che, al di là delle ipocrisie ufficiali, il colonialismo non è mai tramontato. Sono state in parte superate le forme dirette di colonialismo, però con la rilevantissima eccezione della colonia sionista in Medio Oriente. Il colonialismo di stampo ottocentesco è stato in gran parte superato non per eccesso di bontà da parte occidentale, come vorrebbe far credere Rubio, bensì a causa del costo eccessivo che comporta l’occupazione dei territori.
Lo stesso concetto di “Occidente” non è altro che un eufemismo che sta a indicare il suprematismo e il colonialismo delle tribù bianche su quelle di colore. C’è una tendenza a “sinistra” a immaginarsi un occidentalismo scevro da implicazioni razziste e colonialiste, ma purtroppo non si può maneggiare il concetto di Occidente senza prendersi tutto il pacchetto. Si è avuto un ulteriore riscontro di questa concezione suprematista e tribale nel 2011, quando Rossana Rossanda ci informò che, non potendo essere considerato nostro amico, Gheddafi andava eliminato.
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Orwell, l'Europa e l'Iran
di Lavinia Marchetti*
Il linguaggio politico corrente assume forme perfettamente orwelliane. Come scriveva Orwell, «il linguaggio politico è fatto per far sembrare vere le menzogne e rispettabile l’omicidio». Nelle piazze d’Italia alcuni pacifisti sostengono che l’intervento occidentale «non è una guerra, è un aiuto militare per abbattere una dittatura», sostegno armato giustificato come liberazione. Questa frase speculare illustra esattamente il meccanismo di cui Orwell parlava: trasformare i piani di conquista in atti di “liberazione” e ribaltare così la verità a favore dei padroni del discorso.
𝐏𝐑𝐎𝐕𝐀𝐓𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐔𝐍 𝐒𝐄𝐂𝐎𝐍𝐃𝐎 𝐀 𝐏𝐄𝐍𝐒𝐀𝐑𝐄 𝐒𝐄 𝐔𝐍 𝐌𝐈𝐒𝐒𝐈𝐋𝐄 𝐈𝐑𝐀𝐍𝐈𝐀𝐍𝐎 𝐀𝐕𝐄𝐒𝐒𝐄 𝐂𝐎𝐋𝐏𝐈𝐓𝐎 𝐔𝐍𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀 𝐈𝐒𝐑𝐀𝐄𝐋𝐈𝐀𝐍𝐀 𝐄 𝐀𝐕𝐄𝐒𝐒𝐄 𝐔𝐂𝐂𝐈𝐒𝐎 𝟏𝟔𝟎 𝐁𝐀𝐌𝐁𝐈𝐍𝐄.
Quando gli USA e Israele bombardano, la notizia è trattata come legittima difesa. le loro vittime non hanno nome, le loro distruzioni quasi scompaiono. Ma quando un Paese aggredito risponde nel rispetto del diritto internazionale, scatta la caccia all’“escalation”. Ad esempio, mentre a Teheran scendono in piazza migliaia di persone per gridare «morte a USA e Israele», manifestazione di popolo gigantesca ignorata dai media occidentali , la televisione mostra prevalentemente un pugno di esuli che invocano il “regime change” sotto le bombe. In altre parole, i cittadini iraniani che appoggiano la resistenza al loro governo tornano invisibili, mentre pochi oppositori in Italia o altrove rimbalzano come un “contro-potere”. Questo ribaltamento mediale annulla ogni distinzione tra aggressore e aggredito. L’esatto contrario di ciò che è stato fatto nel conflitto russo-ucraino.
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Le nuove geometrie dell’imperialismo
Riflessioni su alcune idee di Emilio Quadrelli
di Jacques Bonhomme
Inglés, ricordi? Dicevi che la civiltà è dei bianchi.
Ma quale civiltà? E fino a quando?
F. Solinas, G. Pontecorvo, Queimada.
1. Un’autocritica
La parabola recente delle vicende palestinesi ha scoperchiato la pentola dei nuovi disciplinamenti capitalistici dell’Occidente, cresciuti nel segno della riorganizzazione post-fordista del ciclo produttivo e distribuiti capillarmente nella società attraverso le bio-politiche neoliberali, con la loro modulazione antropologica di premi e castighi. L’economia di guerra che ci sta stringendo nella sua morsa, è stata da decenni la “legge bronzea” della riorganizzazione neoliberale della “formazione economico-sociale” capitalistica, una riorganizzazione che sottomettendo legislativamente i bisogni al successo e la socialità alla punizione, faceva della condizione emergenziale lo strumento amministrativo per affrontare le instabilità e i ristagni catastrofici dell’accumulazione del capitale. Quest’ultima, come sappiamo, da circa un secolo e mezzo, ha assunto le forme economiche, politiche e militari dell’imperialismo, studiate a fondo da una vasta letteratura scientifica, non soltanto marxista. Il nesso storico è indubbiamente oggettivo e irrefutabile, ma nelle lotte sociali in Occidente, e in particolare in Italia, questo nesso è emerso pienamente soltanto dopo che la sollevazione rivoluzionaria del popolo palestinese contro la lunga occupazione coloniale sionista della Palestina ha contrapposto platealmente la dimensione tutta occidentale del genocidio eseguito dalla mano israeliana, alla tenacia, al radicamento e alla combattività della Resistenza armata dei palestinesi, tra le macerie e nelle carceri di Israele.
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Dopo l’immorale aggressione all’Iran, le macerie!
di Alberto Bradanini
Fanno difetto le parole se si prova a descrivere le tragedie di cui sono responsabili i due principali stati canaglia dell’universo, Stati Uniti e Israele, il cui ordine di canaglità può essere invertito a piacimento.
Ormai tutto è chiaro, se solo si evita di sedersi davanti alle TV dei regimi occidentali o leggerne i giornali fortunatamente pressoché irreperibili. Eppure, poiché repetita iuvant, prendiamo qui la libertà di riflettere pubblicamente sul dolore del mondo.
La rassegna delle nefandezze dei due vetusti capi di governo – D. Trump (80 anni) e B. Netanyahu (77 anni) – richiederebbe un tempo infinito, perché la magnitudine dei loro crimini si perde nella profondità della galassia, in compagnia di quelli dei loro degni compagni: monarchi arabi e non, demonarchie europee e altri camerieri sparsi qua sul pianeta Terra.
La folle guerra di aggressione che il 28 febbraio Israele ha scatenato contro l’Iran, aizzando il suo cane da passeggio, gli Stati Uniti (dominati/ricattati dalla càbala epstiano/sionista) è illegittima (le leggi nazionali e internazionali dovrebbero essere il pilastro della vita collettiva e non utilizzate al posto della carta igienica), disumana (ogni essere vivente, se non si fa servo, viene torturato o ucciso ad libitum), furfantesca (gli Usa, per la seconda volta dal giugno 2025, hanno finto di negoziare, con la pistola puntata sotto il tavolo) e ladronesca (balcanizzare la millenaria Persia, per saccheggiarne le risorse, sottrarle alla Cina/indebolire il Sud Globale, far salire dollaro e petrolio, vendere armi a tutti e via dicendo). È sempre più chiaro che il tossico regime corporativo Usa non ha alcuna intenzione di rinunciare al privilegio di dominare il mondo.
Se qualcuno, di grazia, si chiede la ragione della posizione novantagradesca delle nostre classi dirigenti davanti all’incedere di questi carri mortuari, la risposta è banale: perché altrimenti ti fanno saltare il cervello.
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Il problema dell’oggettività in meccanica quantistica fra realismo e soggettivismo
di Eros Barone
La natura delle cose ama celarsi.
Eraclito, frammento 123
Come sa chiunque si interessi a questo argomento, il problema dell’oggettività occupa un posto centrale nella meccanica quantistica (d’ora in avanti MQ) a causa della portata storica e attuale che caratterizza tale teoria sia dal punto di vista filosofico che da quello scientifico. La relazione da cui occorre prendere le mosse nella disamina di questa tematica è quindi quella che intercede fra il soggetto e l’oggetto, e la domanda, per così dire protologica, che va formulata è la seguente: che cos’è l’oggetto?
1. L’oggetto in un mondo diviso
L’oggetto è ciò che si trova di fronte al soggetto: ha quindi un’esistenza e delle proprietà indipendenti dal soggetto. Questa definizione non gode di un consenso universale ed è ben noto il dibattito sul concetto di oggettività. Di certo, oggi il problema è più complesso di quanto non apparisse quando, nella prima età moderna (per tacere dell’antichità e del medioevo), gli oggetti microscopici erano identificati con le particelle compatte, dure e prive di struttura della fisica meccanicistica. Combattendo, sulle orme di Berkeley, 1 questa concezione materialista, Heisenberg arriverà alla conclusione che «gli atomi e le particelle elementari non sono reali» e che «essi formano un mondo di potenzialità o di possibilità piuttosto che un mondo di cose o di avvenimenti». Sennonché, non potendo trincerarsi in un mondo di pure potenzialità per spiegare i fenomeni analizzati dalla fisica classica, fu costretto ad ammettere, secondo una logica piuttosto incoerente, che almeno gli oggetti macroscopici avessero un’esistenza oggettiva.2
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Perché la Cina non interviene per fermare la guerra degli USA contro l'Iran?
di Brian Berletic
In qualche modo questa è una domanda che la gente si pone ancora, quindi ve la spiegherò.
1. L'esercito cinese è stato concepito per difendere la Cina all'interno e lungo i suoi confini da un massiccio e crescente rafforzamento militare statunitense lungo le sue periferie, in atto da decenni.
Le sue forze sono organizzate attorno a un hardware progettato specificamente per questo scopo, non per proiettare potenza militare in tutto il mondo come fanno gli Stati Uniti, e gli Stati Uniti hanno queste capacità perché hanno un esercito aggressore, non per la difesa nazionale.
La Cina non ha letteralmente la capacità di proiettare la potenza militare necessaria per affrontare e fermare con successo una guerra di aggressione su vasta scala degli Stati Uniti dall'altra parte del pianeta con le capacità di difesa nazionale di cui dispone;
2. Per scatenare questa guerra contro l'Iran, gli Stati Uniti hanno impiegato decenni a costruire una rete di basi globali e regionali, reti logistiche, depositi di munizioni, depositi di carburante, capacità di difesa aerea integrate regionali ecc. per prima cosa circondare l'Iran e poi attaccarlo.
Per fermare tutto questo, la Cina dovrebbe creare una rete uguale o più grande in tutta la regione, ma questo semplicemente non è possibile;
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Il crollo del diritto internazionale: perché l'attacco all'Iran segna il punto di non ritorno
di Michele Blanco
La totale ingiustificata assenza di reali reazioni all'aggressione militare con vittime civili e circa 100 bambine di una scuola elementare, da parte di Stati che operano contro ogni principio di diritto internazionale come sono Israele e gli Stati Uniti d'America, purtroppo che da ora in poi sarà legittima ogni altra terribile violazione. Prossimamente probabilmente si avranno l’invasione cinese di Taiwan e poi l'invasione degli statunitensi a Cuba che ci provano dall' invasione della baia dei Porci del 1961 con il fallito tentativo di rovesciare il governo di Fidel Castro a Cuba, messo in atto dalla CIA degli Stati Uniti d'America.
Ovviamente non è valida in nessun modo la vecchia e strausata scusa di "esportare la democrazia", anzi, se ci riescono, vogliono insediare al potere il figlio dell'ultimo Scià, il titolo dei sovrani di Persia/Iran, con poteri assoluti e notevole influenza politica in senso antidemocratico in tutti gli aspetti della vita, infatti mentre la famiglia del re navigava nella ricchezza più sfrenata il popolo viveva in povertà. L'ultimo scià è stato Mohammad Reza Pahlavi (regno 1941-1979), che durante il suo "regno" ha usato la repressione più che la democrazia. Infatti dal 1941 al 1979 in Iran la scena politica è stata caratterizzata dall'uso della polizia segreta, SAVAK, per reprimere l'opposizione politica, inclusi democratici, comunisti e islamisti, specialmente dopo il colpo di Stato antidemocratico del 1953. Questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979. La verità storica ci dice che questo regime autoritario, sostenuto dagli USA, ha portato a tortura e detenzioni, povertà diffusa, alimentando il malcontento che ha condotto alla Rivoluzione del 1979.
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E’ ancora il 1948. Per tutta la regione, e per Israele e Palestina
di Paola Caridi
E così è cominciata. È cominciata la guerra del 2026. Mentre è in corso un genocidio a Gaza, e la comunità internazionale è nel mezzo di una trasformazione del suo “ordine globale” che sta sovvertendo il sistema di regole. È come se avessimo messo in archivio la seconda guerra mondiale, il modello da non ripetere e da cui affrancarci.
È troppo apocalittico? Non credo. La guerra del 2026 non è certo il primo confronto armato tra Israele e Iran in questo tempo di genocidio, ma la sua misura e la sua grandezza sono già diverse. Entrambi i paesi lo definiscono, in modo antagonistico, nello stesso modo: una “minaccia esistenziale”. È la ragione addotta da Netanyahu nella sua dichiarazione di guerra contro l’Iran (è ora di chiamare le cose con il loro nome). Ed è quello che il regime iraniano ripete da giorni: un attacco da parte di Israele, a cui sono subito aggregati gli Stati Uniti, è considerato dall’Iran una minaccia esistenziale che pone le basi militari statunitensi nella regione come primo bersaglio. E così è stato. Missili iraniani non sono stati lanciati solo verso Israele, e la Giordania stavolta afferma di aver fermato due missili balistici diretti sul suo territorio. Sotto un primo attacco sono le basi statunitensi in Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq. L’inizio di una guerra regionale, in cui le differenze anche profonde tra i paesi arabi nei confronti di Israele, Palestina, e genocidio a Gaza, si annullano nell’attacco israeliano-statunitense all’Iran. E’ persino oltre l’invasione e disarticolazione dell’Iraq cominciata nel 2003, la prima tappa della trasformazione dell’Asia sud-occidentale (il vecchio, coloniale Medio Oriente).
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Solo un “piano” ci può salvare. Su Libercomunismo di Emiliano Brancaccio
di Francesco Bugli
L’ultima fatica di Emiliano Brancaccio intitolata Libercomunismo. Scienza dell’utopia si pone come un intervento necessario nel dibattito contemporaneo, operando una sintesi rigorosa tra la critica dell’economia politica e la ricerca di una nuova razionalità. Il saggio mette a critica la dicotomia convenzionale tra pianificazione economica e libertà individuali, proponendo quella che l’autore definisce scienza dell’utopia.
Non si tratta di una speculazione astratta, ma di un’indagine fondata sulle tendenze oggettive del modo di produzione capitalistico, con particolare riguardo verso la tendenza storica alla centralizzazione dei capitali, per tentare di scardinare quel realismo capitalista divenuto tanto celebre dopo la formulazione di Mark Fisher.
Tuttavia, questa formula sebbene efficace nel descrivere il senso di paralisi contemporaneo finisce per restare intrappolata in una fenomenologia dello spirito del tempo che malgrado le intenzioni del compianto autore inglese non riesce a smarcarsi da una sensibilità squisitamente postmoderna. Limitandosi a mappare l’impotenza riflessiva e mancando di individuare nella centralizzazione dei capitali quella base oggettiva che è fondo materiale all’ideologia dell’eterno presente.
È fondamentale precisare che la necessità della pianificazione economica volta al superamento del mercato, centrale nel lavoro di Brancaccio, non coincide affatto con l’idea di una razionalità cosciente intrinseca al sistema capitalistico, smentendo la vecchia tesi operaista del cosiddetto “piano del capitale” che attribuiva al comando capitalistico una capacità di coordinamento intenzionale e tendenzialmente onnicomprensivo.
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I mostri in attesa del nuovo mondo che tarda a venire
di Carla Filosa
La cultura del nostro tempo, quella della narrazione di un “dover essere che non è”, affonda sempre più le sue radici nella propaganda dei miti e riti di un passato mai trascorso del tutto, perché mai analizzato politicamente fino in fondo, e che nel ventennio prebellico si è articolato con un centinaio di parole ripetendo le stesse formule. Un Gaetano Salvemini poteva esser chiamato “ceffo” – tanto per un rapidissimo esempio – e nell’età dei cosiddetti totalitarismi in cui vigeva “l’organizzazione intellettuale degli odî politici” si è elevata la politica a religione[1][2]. Il linguaggio, da allora, doveva puntare alla semplificazione, alla riduzione della complessità del reale, peraltro ineliminabile, soggiogando gli individui attraverso un processo ipnotico disposto sui piani emozionali e a esclusione di quelli razionali. Tutto ormai noto, e in quanto tale mai conosciuto a fondo.
Attualmente abbiamo un ministro della Giustizia che si permette di travisare ogni parola ostile ai suoi obiettivi di vittoria politica, e che ultimamente ha definito “paramafioso” un Csm di cui è capo il Presidente della Repubblica, implicitamente recando offesa alla persona e denigrando l’Istituzione, che Mattarella ha successivamente prontamente difeso. Tanta sensibilità e onestà intellettuale del ministro si è resa evidente e stabile nello scendere l’altro bieco gradino in cui ha tentato di trascinare una vecchia denuncia di un magistrato autorevole come Di Matteo nel tranello di voto per il Sì, dato che nel 2019 questi aveva presentato la sua candidatura al Csm, definendo in tutt’altra accezione la “degenerazione del correntismo”.
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Guerra e bugie sorelle gemelle
Board of peace (war) per tutti
di Fulvio Grimaldi

In guerra la verità è così preziosa che deve sempre essere difesa da una vigilanza di bugie (Winston Churchill)
Far fuori l’Iran, costi quel che costi
Al momento in cui scrivo è partito l’attacco. A trazione israeliana, con gli USA a rinforzo, ma politicamente costretti a reggere il moccolo. E’ partito proprio quando pareva che Tehran stesse rispettando l’estrema linea rossa fissata da Trump: la rinuncia al materiale da arricchire e la sua consegna all’estero. Il nodo decisivo stava nel tiro della corda tra, a un capo, Netanyahu e la sua cosca internazionale e, all’altro, Trump e la realtà MAGA, confortata da alti comandi di Pentagono e Servizi, sorretta dal voto di chi voleva dal nuovo presidente lavoro, non guerre. E’ prevalso il ricatto di Netaniahu.
Questo tiro della corda è metaforicamente rappresentata dal genocida di Tel Aviv, con i suoi 800.000 squadristi delle colonie e una buona parte di popolazione intossicata di odio anti-arabo dal momento in cui hanno guadagnato la facoltà di udire, che dice: “O mi fai fuori l’Iran (mica solo gli Ayatollah), o tiro fuori foto e carte di Epstein. E saresti fottuto”. Con l’altro che risponde: ”Ti riconosco la Cisgiordania giudaizzata, ci piazzo subito un consolato, ti ridò Gaza ripulita e kushnerizzata, ma risparmiami l’Iran. Quella è un’altra guerra che non vinceremo e allora addio Trump e ti perdi quello che dicevi fosse il migliore amico di Israele”.
Non è bastato. Ha prevalso la demenza criminale necrofaga di Netaniahu, della sua cricca dirigente, sostenuta da una parte non indifferente della popolazione. Del resto qualsiasi concessione Tehran avesse fatta, fino alla chiusura delle centrali di ricerca nucleare e allo smantellamento dell’armamento missilistico, non sarebbe bastata allo Stato sionista. L’obiettivo è sempre stato chiaro e irrinunciabile: via dal Medioriente, dopo Iraq, Siria, Libano, Palestina, la Repubblica Islamica, 90 milioni di abitanti, la seconda potenza petrolifera del mondo, 1.648 milioni di chilometri quadrati, una popolazione che, alla faccia delle rivoluzioni colorate, vanta una fortissima coesione in difesa della nazione.
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La fine dell’Unione europea non è un progetto politico: è un destino ineluttabile
di Alessandro Somma
Viviamo da tempo una crisi che “non è fortuita”. Deriva dalla genesi dell’Unione europea: nata dalla volontà di “mettere insieme Paesi differenti, con economie differenti, con mondi del lavoro differenti, con politiche industriali differenti, con rapporti sociali differenti in una sola unione monetaria, senza prevedere contemporaneamente un’unione politica vera e propria”. Queste affermazioni costituiscono l’incipit del saggio che Gabriele Guzzi ha dedicato non solo alle cause del drammatico declino italiano, ma anche alle ragioni per cui esse sono state ignorate, ovvero alla volontà di “assecondare acriticamente e religiosamente questa integrazione europea”. Con buona pace della narrazione ufficiale, secondo cui l’Italia è in crisi perché è “un Paese indisciplinato, la cui colpa sarebbe di non aver seguito pedissequamente le indicazioni di Bruxelles”[1].
Il testo che accompagna questo incipit combina uno stile a tratti immediato e leggero ad analisi colte e approfondite, corredate da una documentazione rigorosa e capace di restituire la cronaca di un fallimento annunciato: l’Unione europea, appunto. Nelle pagine che seguono si ripercorreranno le principali tappe di questa cronaca, cercando di completare qua e là il punto di vista dell’economista con quello dei cultori del diritto. Consapevoli che si tratta di una operazione non semplice, che ha incontrato non poche resistenze. Ma consapevoli altresì che entrambi i punti di vista sono indispensabili nella loro combinazione a scardinare definitivamente i luoghi comuni su cui si regge la “cultura ingenuamente europeista… incapace di osservare realisticamente i fatti” (17).
Non si tratta qui di identificare una gerarchia tra discipline, e neppure di contestare una sorta di primato dell’economia, che “influenza la cultura, la politica, la demografia, lo stato emotivo delle persone” (100). Si tratta più semplicemente di valorizzare la circostanza per cui il mercato è un luogo artificiale prodotto da regole, il che rende l’interazione tra economia e diritto un elemento imprescindibile per comprenderne appieno e criticarne efficacemente le dinamiche[2].
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Donald Trump sta cercando una via d’uscita?
di Larry C. Johnson
L’attacco decapitante sferrato sabato da Israele e Stati Uniti ha ucciso l’Ayatollah Khamenei mentre, secondo quanto riferito, era in riunione con alti ufficiali dell’esercito iraniano. L’attacco israeliano è stato una fortunata coincidenza o una trappola deliberatamente pianificata? Gli Stati Uniti avevano inviato un messaggio a Khamenei per un incontro volto a discutere una proposta americana in preparazione della riunione prevista per lunedì – ora annullata – a Ginevra? Qualunque cosa abbia riunito questi alti funzionari iraniani, [la loro uccisione] è stata una vittoria di Pirro per l’Occidente e i suoi padroni sionisti. La morte di Khamenei non ha spinto gli oppositori iraniani della Repubblica Islamica a riversarsi nelle strade di Teheran per chiedere la cacciata dei mullah. No, l’attacco ha spinto il popolo iraniano a chiedere senza esitazione la continuazione del governo dei mullah.
Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Donald Trump sta facendo affermazioni esagerate sui successi militari statunitensi; in pratica uccidere degli iraniani. Tuttavia, ci sono nuove notizie che suggeriscono che Trump sarebbe in preda al panico e alla ricerca di un modo per dichiarare vittoria e uscire dalla guerra. Donald Trump ha chiesto all’Italia di mediare o fungere da tramite per proporre un cessate il fuoco immediato con l’Iran, a seguito dei recenti attacchi militari statunitensi e israeliani contro obiettivi iraniani (tra cui la presunta uccisione della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei alla fine di febbraio 2026).
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La guerra statunitense contro l'Iran
di Michael Hudson - Sovereignista
Venerdì scorso il mediatore dei negoziati nucleari tra Stati Uniti e Iran in Oman, il ministro degli Esteri di quel Paese Badr Albusaidi, ha svelato la finta pretesa del presidente Trump di minacciare la guerra con l'Iran perché aveva rifiutato le sue richieste di rinunciare a quella che lui sosteneva essere la sua spinta a costruire una propria bomba atomica. Il ministro degli esteri omanita ha spiegato su “Face the Nation” dell’emittente CBS che il team iraniano aveva accettato di non accumulare uranio arricchito e aveva offerto una "verifica completa e completa da parte dell'AIEA".
Questa nuova concessione fu "una svolta mai raggiunta prima. E penso che se riusciamo a catturare questo e costruirci sopra, credo che un accordo sia a portata di mano" per raggiungere "un accordo secondo cui l'Iran non avrà mai, mai un materiale nucleare che possa creare una bomba. Penso che questo sia un grande traguardo."
Sottolineando che questa svolta "è stata fortemente trascurata dai media", ha sottolineato che chiedere "zero stockstock" andava ben oltre quanto negoziato durante l'amministrazione Obama, perché "se non si può accumulare materiale arricchito, allora non c'è modo di creare una bomba".
L'Ayatollah Ali Khamenei – che aveva già emesso una fatwa contro qualsiasi cosa del genere e aveva ripetuto questa posizione anno dopo anno – ha convocato i leader sciiti e il capo militare iraniano per discutere la ratifica dell'accordo che prevedeva la cessione del controllo dell'uranio arricchito per prevenire la guerra.
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Decapitare stanca
di Francesco Piccioni
“Fare una proposta che non si può rifiutare” è pratica antica di imperatori e mafiosi. I primi ammantano di diplomazia la successiva trattativa, i secondi ti fanno trovare una testa di cavallo nel letto, ma la sostanza è la stessa: se non ti arrendi, ti sparo.
Gli Stati Uniti, dal 1945 a oggi, hanno sempre seguito questo schema con qualsiasi Paese non fosse dotato di armi nucleari. Israele idem, potendo contare sul supporto incondizionato dell’imperatore dominante. La retorica stesa sulle aggressioni, fino a un certo punto, si sforzava di presentare il bersaglio come fonte di tutti i mali inneggiando a “libertà”, “democrazia”, “diritti umani”, “libertà delle donne”, ecc.
Argomenti ad hoc, reversibili, scambiabili, a doppio standard (nell’Afghanistan sovietico, per esempio, le donne godevano di tutti i diritti – almeno nelle città più grandi – e i freedom fighters sostenuti da Usa e Arabia Saudita erano invece i Talebani che poi hanno reimposto il burka; per essere subito dopo attaccati con la scusa di “liberarle dai liberatori”).
Era il periodo dell’impero dei “buoni”, che abbattevano governi e regimi di tutti i tipi – il socialista Allende, il laico Mossadeq nell’Iran del 1953, e poi i musulmani laici Saddam Hussein e Gheddafi, lo jugoslavo Milosevic, il narcotrafficante Noriega e tanti altri – per imporre il proprio dominio in nome del superiore modello occidentale.
La crisi crescente – rimandiamo ad altri contributi per gli aspetti “strutturali” – alla fine ha reso in-credibile questo dispositivo giustificazionista delle aggressioni, ma ha aumentato la loro frequenza e “necessità”.
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IN AGGIORNAMENTO. Iran: 787 morti per gli attacchi di USA e Israele. Tel Aviv occupa territori in Libano
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
AGGIORNAMENTI
Ore 13:00 Un riepilogo degli sviluppi recenti
- Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, afferma che i nemici dell'Iran "devono fermare la guerra" e invita la comunità internazionale "ad assumersi le proprie responsabilità prima che sia troppo tardi". Avverte che il processo avviato "presto travolgerà l'Europa".
- L'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha confermato, sulla base delle ultime immagini satellitari, "alcuni recenti danni agli edifici d'ingresso" dell'impianto sotterraneo di arricchimento dell'uranio di Natanz in Iran, aggiungendo che non era previsto alcun impatto radiologico e che non è stato rilevato alcun impatto aggiuntivo.
- Israele ha ordinato alle sue forze di avanzare e conquistare posizioni nel Libano meridionale, in seguito al precedente accumulo di truppe in quella zona, spingendo l'esercito libanese a ritirarsi dalla zona di confine.
- Almeno 30.000 sfollati hanno cercato protezione nei rifugi in Libano da quando, lunedì, sono iniziate le ostilità tra Israele e Hezbollah, afferma l'UNHCR.
- L'Iran ha celebrato una cerimonia funebre di massa per le 165 persone uccise in un attacco israelo-americano contro una scuola nella città meridionale di Minab.
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L’effetto domino e il “momento Pearl Harbor”
di Fabrizio Bertolami
Riceviamo e pubblichiamo da Fabrizio Bertolami per ComeDonChisciotte.org
E alla fine l’attacco all’Iran è arrivato. Come nel caso precedente, nel bel mezzo di negoziati tra le parti, ma questa pare essere ormai la firma di questa amministrazione americana.
Ogni presidente dall’epoca di Reagan in poi ha ha avuto sul proprio tavolo, nello studio ovale, un dossier relativo a un attacco militare alla Persia, e Trump lo ha infine messo in atto.
La decapitazione delle leadership di quella che fu la mezzaluna sciita è totale: Nasrallah, Hanyeh,Suleimani, Assad e Khamenei non ci sono più e l’Iran è obiettivamente in difficoltà.
La grande strategia di portare il gas iraniano nel Mediterraneo e quindi in Europa, attraversando l’Iraq del sud, la Siria e il Libano, è sfumata, forse per molto tempo e ora l’Iran è nelle ridotte, ma essendo preparato ha risorse per sopportare un conflitto di media durata.
Dobbiamo d’altronde pensare che una grande Nazione di Terra come la Russia, non riesce ad avere la meglio di una media Nazione di terra come l’Ucraina dopo 4 anni e non è quindi in prima battuta immaginabile che una Nazione con 90 milioni di abitanti e grande 3 volte l’Ucraina non possa resistere ad una Nazione di mare, come gli USA, senza più appoggio di terra nei paesi del Golfo.
Oltre al mare, gli USA possono ancora contare su Israele come base logistica nell’area, ma devono contemporaneamente difenderlo in quanto ampiamente raggiungibile dai missili iraniani, esaurendo così le scorte proprie. Se la guerra si prolungasse e avesse un’intensità maggiore nei prossimi giorni, la necessità di rifornimento per la Marina USA dovrebbe coinvolgere anche le basi nordeuropee e mediterranee della NATO, in Italia primariamente, allargando il fronte delle Nazioni coinvolte.
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Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
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Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto







































