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Ceuta: il dito e la luna
di ALGAMICA*
“Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Il famoso proverbio calza alla perfezione circa le reazioni ai fatti drammatici appena accaduti a Ceuta, alle porte dei confini con l’Europa e in quell’exclave in Marocco che rimane tutt’ora una eredità del colonialismo Spagnolo in tutta la fascia dell’Africa Nord Occidentale.
In questo caso lo stolto è l’insieme composito delle società europee e occidentali che ha guardato e assiste agli avvenimenti tutt’ora corso. Nonostante verifichiamo sfumature diverse, riteniamo che tutte le reazioni siano il riflesso di quell’inesorabile declino dell’Occidente, in particolare dell’Europa che conta, che è messo alle corde da una crisi inarrestabile dell’accumulazione capitalistica.
C’è chi l’ha chiamata “invasione”, chi una “guerra ibrida”, chi sostiene che si sia trattato di complotto ordito da soggettività islamiste qatariote con lo scopo di destabilizzare la civiltà europea, laica e democratica attraverso una invasione araba e musulmana. Chi ascrive la causa dei fatti alla storica rivendicazione del Marocco sulla sovranità delle due exclavi coloniali spagnole di Ceuta e Melilla, che dunque ha sobillato la popolazione per creare pressioni politiche nei confronti della Spagna. Chi ritiene il tutto la conseguenza di una doppia “sciagura” operata dal governo spagnolo: la recente sanatoria per circa 500 mila immigrati non regolari e la sentenza della Corte Suprema che stabilisce il divieto di una espulsione immediata da parte di chi attraversa il confine a nuoto.
C’è chi poi al contrario ha sostenuto che l’avvenimento drammatico dei giorni passati sia stato realizzato dai servizi di intelligence statunitensi e israeliani per destabilizzare la Spagna governata dal socialista Pedro Sánchez, non proprio compiacente e del tutto accondiscendente nei confronti dello Stato sionista di Israele, che da ultimo ha negato l’uso delle basi militari USA per l’aggressione imperialista all’Iran. Alla stregua di quest’ultima analisi “geopolitica”, c’è anche chi aggiunge che il disegno sia quello di realizzare un “grande Marocco” nel Nord Africa per controllare l’intera regione e in particolare l’Europa meridionale e il traffico commerciale sullo stretto di Gibilterra.
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“Dove si appanna la stella Usa cresce il nuovo ordine mondiale”
Stefania Valbonesi* intervista Joseoh Halevi
Intervista a Joseph Halevi. Non è una sorpresa, per chi ha seguito e segue la dinamica militare americana. Dov’è la dimensione della sconfitta strategica? In primo luogo, gli statunitensi sono sostanzialmente disarmati per quanto riguarda i missili di precisione.
Ciò coinvolge tutto l’assetto militare strategico americano, sia nella sua capacità di vendere armi all’Europa affinché l’Europa le consegni gratuitamente all’Ucraina, sia nell’indebolimento dello schieramento americano nei confronti della Cina, perché gli statunitensi non possono rafforzare le loro punte avanzate nei confronti della Cina, ovvero il Giappone.
* * * *
In altre parole, rischia di sgretolarsi la capacità da parte statunitense di mantenere lo storico “protettorato” sui Paesi amici?
Bisogna partire dal presupposto che per gli Stati Uniti questi Paesi (Giappone, Europa) in cui la distanza fisica è compensata da una forte presenza militare e ideologica, sono una cintura di protezione, al di là della retorica che ha sempre rappresentato la presenza americana come un baluardo fonte di benefici per i Paesi che ne avevano accolto le basi militari.
In altre parole, è la Nato a proteggere gli USA, rappresentando a un tempo il campo di battaglia e la carne da cannone per coprire gli Stati Uniti.
Lo stesso dicasi per il Giappone. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, in questo momento gli USA si trovano sguarniti delle loro armi di punta, i missili di precisione, pur mantenendo un arsenale di armi ordinarie di tutto rispetto.
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La fatwa di Moreno Pasquinelli contro i cosiddetti filo-cinesi
di Carlo Formenti
L’amico Visalli mi segnala un lungo articolo di Moreno Pasquinelli apparso sul blog “Sollevazione” (mi era sfuggito perché ho smesso di leggere gran parte dei siti della sinistra radicale, visto che è raro trovarvi significativi spunti di riflessione). Si tratta di un piccolo pamphlet contro le analisi che il sottoscritto e Vladimiro Giacché hanno pubblicato sull’esperimento cinese di costruzione del socialismo.
Non vi ho trovato niente di particolarmente nuovo rispetto ad analoghe posizioni espresse, fra gli altri, da Ernesto Screpanti, al quale mi ero limitato a dedicare poche battute in un post precedente. In quell’occasione osservavo ironicamente che, se si prendessero per buoni gli argomenti che trozkisti, bordighisti, neo e post autonomi e neo maoisti utilizzano per criticare il cosiddetto “socialismo reale” in tutte le sue varianti, se ne dovrebbe dedurre che, in tutta la storia mondiale, non è mai esistito, non esiste né esisterà mai un sistema socialista.
Come si vedrà, ciò vale anche per Pasquinelli, il quale rientra a pieno titolo nell’elenco delle sette sopra elencate. Dal momento che lo considero un amico, non mi limiterò a reiterare la battuta in questione ma gli dedicherò una breve replica (nella quale non terrò conto della parte in cui se la prende con Giacché il quale, se ne avrà tempo e voglia, risponderà a sua volta).
Evito di svolgere un’analisi linguistica del testo, anche se sarebbe divertente, dal momento che abbonda di sostantivi come corifei (perché non mosche cocchiere?) filo-cinesi (la fonetica dei nomi cinesi impedisce di coniare qualcosa di simile a putiniani), mitologie, falsificazioni nonché aggettivi quali assurdo, grottesco, paradossale, ecc. Insomma: un lessico che evoca certe polemiche d’antan, quando ci si accapigliava fra compagni di sezione, gruppuscoli in competizione, ecc. Del resto erano anni in cui si cercava di rinverdire la tradizione degli insulti incrociati fra le diverse correnti del marxismo occidentale (quando contavano ancora qualcosa).
Ma veniamo al sodo. Inizio dalla parte più gustosa, cioè quella in cui Pasquinelli ci spiega quale sarebbe, secondo lui, il “metodo” di Marx. Il pensiero del Moro aveva forse qualcosa a che fare con la dialettica hegeliana?
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Proxy war. Un po’ di luce (sinistra) nel tunnel della nostra ignoranza
di Salvatore Minolfi
Di sicuro, qualcuno dirà che si tratta della classica “scoperta dell’acqua calda”. Come dargli torto? Nondimeno, averlo messo nero su bianco, con la rilevanza delle fonti e l’autorevolezza del sigillo impresso, aiuterà almeno i più onesti a riconoscere il carattere fondamentale del terribile conflitto che dura non da quattro anni, ma da dodici.
L’onestà consiste nell’accettare l’ingrato compito di snidare e contrastare i propri pregiudizi cognitivi e nel provare a guadagnare un rapporto più diretto con il reale: una sfida che nessun essere umano potrà mai considerare assolta una volta e per tutte.
I poveri ucraini non c’entrano granché e se qualcuno li ascoltasse, come fa periodicamente Gallup (https://news.gallup.com/…/ukrainians-sour-washington…), scoprirebbe che da due anni il consenso ad una soluzione politica del conflitto si è stabilizzato intorno ai due terzi della popolazione.
Gli ucraini non c’entrano granché sin dall’inizio del conflitto: dai torbidi di Euromaidan al colpo di Stato del febbraio 2014, si è sempre trattato di un gioco assai più grande, giocato sulle loro teste.
Una minoranza di ultranazionalisti ha trascinato il paese in un’avventura fatale e, per farlo, ha spalancato le porte a quel settore decisivo della classe dirigente americana che, dopo la fine della guerra fredda, aveva scommesso sul delirio allucinatorio di un “Nuovo Secolo Americano”. La profonda debolezza della Russia (soprattutto nel decennio dei Novanta) aveva eccitato i loro animi, fino al punto si sognare l’impensabile…
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L’Iran e l’impotenza dell’impero Usa
di Pino Arlacchi
"Se uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari, i rapporti di forza sono cambiati. Hormuz oggi lo dimostra".
C’è un’immagine che riassume lo stato presente della potenza americana meglio di qualsiasi statistica. Nessuna portaerei degli Stati Uniti naviga oggi dentro il Golfo Persico.
Le due dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano. La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei. La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.
Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile.
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Quando i topi abbandonano la nave
di Fulvio Grimaldi
Da una cronaca sulla fine dell’impero romano: Il cittadino romano medio non si era accorto che l’Impero era crollato finché, un giorno, strade e ponti cessarono di essere riparati.
Vale per l’impero statunitense, versione finale intestata al Trump che, a scopo di esorcismo, blatera di un’ “Età dell’Oro”.
Nel Mar Rosso, a tener testa agli yemeniti che fanno saltare i trasporti di idrocarburi sauditi, non c’è più una portaerei, né americana, né altra, Nel Golfo Persico, ad assicurarci che Hormuz è nostro, delle tre che Trump vi aveva collocato a dimostrazione della sconfitta dell’Iran né è rimasta una sola. E se è vero che la garanzia della riuscita militare è in prima istanza il morale delle truppe, la “Abraham Lincoln” è come se non ci fosse. E fra un po’ non ci sarà neppure lei.
La notizia che ci dà lo screenshot che riproduco qui sopra da News World America's dice: “Marinai statunitensi disperati hanno cercato di buttarsi in mare dalla USS Abraham Lincoln a seguito del prolungato impegno. Lo rivelano le famiglie”.
La notizia di questa forma di vero e proprio ammutinamento tra i 5000 marinai imbarcati, operativi nello Stretto dal 21 novembre scorso (240 giorni), con crescente scarsità di cibo fresco e bevande, conseguente riduzione delle porzioni, rifornimenti incredibilmente carenti (quanto, del resto, le riserve di missili e intercettori di tutto l’apparato bellico USA), disagio psichico, è diffusa da molti media negli USA e nel Regno Unito. In assenza di copertura da parte della maggioranza dei media, sempre ossequiosi quando si tratta di guerra, a diffondere lo scandalo hanno provveduto le famiglie dei militari.
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La “sovranità finanziaria” dell’Italia e un debito pubblico pari a 3.207,2 miliardi di euro
di Alessandro Volpi
Banca d’Italia ha diffuso a metà agosto le statistiche su finanza pubblica, fabbisogno e debito aggiornate al giugno 2026. Dati utili per comprendere chi ha in mano un debito da oltre 3.200 miliardi, il ruolo dei fondi finanziari statunitensi e l’impatto di rendimenti dei titoli di Stato sempre più “competitivi” ma molto onerosi per il Paese. Il tutto mentre il debito globale, pubblico e privato, è fuori controllo. L’analisi di Alessandro Volpi
* * * *
L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla finanza pubblica ha certificato un nuovo e preoccupante record storico per il debito pubblico italiano, che nel mese di giugno 2026 ha ufficialmente sfondato la barriera dei 3.200 miliardi di euro, attestandosi con precisione a 3.207,2 miliardi.
Questo balzo in avanti, caratterizzato da un incremento di oltre 26 miliardi in un mese soltanto, è stato alimentato non solo dal fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a circa 13,3 miliardi, ma anche da un aumento delle disponibilità liquide del Tesoro e dall’effetto della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione.
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Oltre la favola degli Stati Uniti d’Europa: la svolta confederale contro la crisi dell’UE
di Enrico Grazzini
La nuova proposta fallimentare di Draghi: il “federalismo pragmatico”. Ma solo un progetto confederale può salvare un nucleo di cooperazione europea.
L’Unione Europea in via di disfacimento: il 2027 è l’anno decisivo
L’Unione Europea è ormai allo sbando ma, mentre Draghi e i politici europeisti di centro e di sinistra predicano che occorre avanzare verso nuove forme di pseudofederalismo, l’unica soluzione realistica ed efficace per superare la profonda crisi europea è invece quella confederale. Tutti però, anche la sinistra più radicale, continuano colpevolmente ad ignorarla, essendo ipnotizzati dal sogno inutile e dannoso degli Stati Uniti d’Europa.
Secondo Charles De Gaulle, antagonista del federalista Jean Monnet, era possibile tentare di costruire l’unità europea solo se venivano rispettate le sovranità statali, senza quindi abolire le democrazie nazionali. Ma la sua idea venne messa da parte, anche perché la sua proposta era sostanzialmente anti-americana: De Gaulle, infatti, auspicava un’Europa indipendente dall’America e dalla NATO e in competizione con gli Stati Uniti. Passò invece l’idea federalista pro-America e pro-NATO di Monnet, per la quale le democrazie nazionali devono essere subordinate a organi sovranazionali di tipo federale; organi che, come quelli di Bruxelles e di Francoforte, sovrastano gli Stati nazionali e centralizzano il potere. Organi autoritari senza democrazia.
L’Unione Europea è stata costruita come un organismo ibrido, sia sovranazionale che intergovernativo: infatti il processo decisionale è concentrato nel Consiglio Europeo e nella Commissione UE, che deliberano al di sopra delle nazioni, delle istituzioni rappresentative nazionali e dei singoli governi. Eppure il Consiglio Europeo è formato dai capi di Stato e di governo, e la Commissione UE è nominata dai governi. Nell’UE decidono dunque i governi — innanzitutto quelli di Germania e Francia — e non i popoli. Il Parlamento UE dà solo una verniciatura leggera di pseudo-democrazia perché, come noto, è escluso dalle decisioni più importanti, come quelle che riguardano il riarmo. In pratica il Parlamento serve solo a ratificare le decisioni prese dai governi UE. L’Unione Europea è dunque strutturalmente anti-democratica, paradossalmente nel nome del federalismo e della democrazia!
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IA: la bolla e lo spillo
di Vladimiro Giacché - Michele Tonoletti*
E’ passato quasi un anno da quando avevamo proposto – condividendola con Guerre di Rete – una lettura attenta delle dinamiche finanziarie che andavano accompagnando lo sviluppo impetuoso dell’Intelligenza Artificiale negli Stati Uniti (il resto dell’Occidente, ancora oggi, sta a guardare).
I recenti sviluppi sembrano confermare, con l’autorevolezza di due studiosi di primo piano, il sospetto che la “bolla” dell’IA sia in un condizione molto più che critica. Se ne è accorto ormai anche Il Sole 24 Ore, organo di Confindustria. Non siamo al “si salvi chi può”, ma i cigni neri svolazzano da tutte le parti…
* * * *
Lo scorso dicembre abbiamo realizzato uno studio dedicato all’ecosistema IA statunitense e alle elevate quotazioni raggiunte dai relativi titoli azionari (1).
Queste le nostre conclusioni di allora:

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Il panopticon in cui le guardie sono i ladri
di comidad
Fino a qualche decennio fa Carl Schmitt era un argomento da specialisti, ma da un po’ di tempo è diventato un autore “popolare”, anche se conosciuto sempre per le solite citazioni. In questa epoca di emergenzialismo cronico, ha avuto particolare diffusione una citazione tratta da un testo del 1922, in cui Schmitt afferma che il sovrano è colui che può decidere lo stato di eccezione, cioè sospendere la legge per adottare le misure atte ad affrontare un’emergenza. Circa cinquanta anni dopo, Michel Foucault disse che la scienza politica non ha ancora tagliato la testa al re, che si sta ancora a chiedersi chi sia il sovrano. Sono passati altri cinquanta anni e in effetti il tema della sovranità, se riconquistarla o cederne sempre di più, sembra centrale nel dibattito politico; ciò mentre la realtà va da un’altra parte. Per tentare di descrivere questa situazione, si potrebbe combinare Schmitt con Foucault, inventandosi un Carl Schmitt in versione “hard boiled”; un fantasmatico “Karl Schmidt” che proponga lo strano ossimoro di uno stato di eccezione permanente, che è diventato la norma, e che si riproduce automaticamente, senza che ci sia un “sovrano”, una figura istituzionale ben precisa, che lo decida. Ciò dissolve non solo la categoria di potere legale-razionale stabilita da Max Weber, ma anche la nozione dei “saperi” funzionali al sistema del “sorvegliare e punire” che Foucault ha descritto, e di cui ha trovato un paradigma nel Panopticon, il sistema di sorveglianza assoluta progettato da Jeremy Bentham nel 1791.
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Il “nuovo” Venezuela e Israele ristabiliscono relazioni consolari
di Resumen Latinoamericano
Il governo criminale di Israele e Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per fornire servizi consolari ai loro cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.
L’accordo prevede inoltre il mantenimento della cooperazione tecnica nelle operazioni di emergenza e recupero dopo i terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.
Caracas ha interrotto le relazioni con Israele nel 2009, durante il governo dell’allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre evidenziato il legame storico tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.
La notizia è quella che è e deve essere data così com’è, ma da lì a non causare repulsione è un’altra cosa. In questo modo, qualcosa iniziato con la presenza militare immediata dei responsabili del genocidio israeliano sul suolo bolivariano, con la scusa del salvataggio di solidarietà, dopo il doppio terremoto, si sta concludendo.
Il mondo intero ha osservato con stupore gli incontri successivi, le foto, i video, del presidente con ufficiali dell’esercito colpevoli del più grande genocidio del XXI secolo finora contro il popolo palestinese. Un genocidio che continua giorno dopo giorno e che raggiunge anche i popoli di Libano, Siria e Iraq, oltre ai successivi attacchi all’Iran e all’assassinio della Guida Suprema Sayed Ali Khamenei.
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La fabbrica del nemico: estrattivismo sociale, ricatto biopolitico e la scomposizione etnica della classe
di Giovanni Russo Spena
Mi ha interessato moltissimo il saggio di Scassellati “Povertà dei migranti e ceto medio: le implicazioni politiche dell’estrattivismo sociale“. La categoria di “estrattivismo sociale” è centrale, anche sul piano teorico, perché colloca la “questione migrante”, lo sfruttamento dei migranti come ” scelta politica ed economica strutturale di un capitalismo maturo ma stagnante” come scrive Scassellati. Condivido molto la tesi del saggio, sia sul piano sociale che culturale. Dialogando con l’autore, sfioro solo alcuni temi, che mi stanno particolarmente a cuore.
La costruzione giuridica del nemico e la gestione capitalistica della forza lavoro
Ritengo una torsione imperialista e bellicista l’ossessione della nozione “valori occidentali” , di stampo squisitamente neocoloniale, sulla quale le destre plutocratiche/tecnologiche/feudali stanno fondando il proprio comando. Concordo con il Fanon de “i dannati della terra” : la mano invisibile del mercato del lavoro precarizzato trova la propria protesi disciplinare nel pugno di ferro di uno Stato che, da sociale, diventa sempre più uno Stato di guerra, di polizia, securitario e panpenalistico. Intorno al soggetto migrante viene costruita, anche sul piano giuridico, la figura del “nemico”. È, quindi, un giusto salto di scala analitico l’uso, che Scassellati fa, della categoria di “estrattivismo sociale”, la quale mette a tema lo “sfruttamento dei migranti come scelta politica ed economica strutturale di un capitalismo maturo ma stagnante.
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L’Iran ha cambiato la domanda. Washington non ha risposta
di Vijay Prashad*
Per più di tre decenni, gli Stati Uniti hanno trattato la diplomazia mediorientale come un esercizio di dettatura delle condizioni per gli altri. La strategia regionale emergente dell’Iran sta sfidando questo privilegio.
La prova immediata è nello Stretto di Hormuz. Iran e Oman stanno negoziando un accordo in base al quale Teheran potrebbe sovrintendere alle navi in entrata nel Golfo, mentre Mascate gestirebbe il traffico in uscita.
La proposta rimane ancora indefinita, ma rappresenta qualcosa di più grande di un semplice accordo marittimo: l’Iran sta tentando di spostare l’agenda diplomatica dalla ristretta questione della sua conformità nucleare verso l’architettura più ampia della sicurezza del Golfo.
Dalla fine della Guerra Fredda, la diplomazia statunitense in Medio Oriente è spesso partita da una conclusione: Washington definisce la crisi, identifica le parti accettabili e stabilisce i confini dell’accordo finale.
La negoziazione diventa quindi meno una discussione sull’ordine politico e più un processo attraverso il quale si chiede agli stati più deboli di accettarlo. Gli accordi prodotti sotto questo sistema non erano letteralmente documenti di resa.
Eppure, spesso portavano con sé la logica politica della resa: una parte manteneva il potere di decidere cosa costituisse conformità, mentre l’altra era tenuta a dimostrare la propria idoneità per ottenere sollievo economico, riconoscimento politico o un’autonomia limitata.
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Giardini, foreste e l’armonia del modello economico ortodosso
di Riccardo Leoncini
Qualche tempo fa, mentre camminavo verso la fine del mio trekking in una foresta indiana, all’avvicinarci del posto di ritrovo, ho fatto notare alla mia guida che dopo aver camminato nel silenzio della foresta, i rumori che sempre più distinti si facevano largo fra piante e fogliame indicavano che ci avvicinavamo al punto di ritrovo comune. Anche io, completamente perso nel bel mezzo della foresta, capivo che stavamo tornando alla civilizzazione. Quando l’ho fatto notare, lui si è messo a ridere e ha confermato dicendomi: “Ora siamo al sicuro!”. Questa sua risposta mi è sembrata la perfetta metafora della nostra condizione: siamo al sicuro soltanto quando siamo (finalmente) fuori dalla natura. La natura, di cui, da buoni ecologisti della domenica, siamo paladini e santi protettori, in realtà ci fa paura. Tuttavia, non è soltanto la paura che esprime la nostra relazione con la natura, e tuttavia ci fornisce una metafora della modernità che vale la pena di approfondire.
Immagino ciascuno di noi abbia presente un giardino. Da quelli più o meno (disastrosamente) curati di casa nostra a quelli regalmente curati di Versailles. Ebbene, secondo me, questi giardini, ma in realtà tutti i giardini (perché stiamo parlando del concetto stesso di giardino, e non di uno in particolare) costituiscono il punto più avanzato del trionfo dell’uomo sulla natura. Probabilmente il primo giardino è stato pensato nel momento in cui l’uomo ha intellettualmente compreso che sarebbe stato in grado di controllare l’entropia del sistema semplicemente allargando i confini del proprio io e inglobando il disordine esterno nel proprio ordine interno. Mettere ordine nel caos costituiva l’unico modo per sopravvivere in un ambiente decisamente ostile, in cui il passaggio da predatore a preda era funzione di un numero veramente limitato di parametri: forza, velocità, ed eventualmente resistenza. L’unico modo per non dover vivere in continua tensione adrenalinica, guardandosi intorno in continuazione per prevedere e quindi prevenire il possibile attacco, cioè l’unico modo per sopravvivere nel caos primigenio era quello di ridurre l’entropia dell’ambiente circostante per trasformare le equazioni non lineari che generano il caos in funzioni lineari che si “comportassero bene” e che garantissero che ogni alterazione dell’equilibrio sarebbe stata ricondotta all’ordine (all’equilibrio) da un meccanismo di feedback negativo endogeno.
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Euro digitale: istruzioni per il prossimo uso
di Alfredo Gigliobianco
Se ne parla spesso, ma l’euro digitale, in sostanza, cos’è? Ho fatto un piccolo sondaggio domestico, e il risultato è questo: nessuno – tranne i super-esperti – sa che cosa sia veramente. Io stesso, che ho lavorato 35 anni in Banca d’Italia, ho dovuto tribolarci non poco. Per cavarmi d’impiccio, ho fatto un paio di lunghe conversazioni con i super-esperti. Ora credo di essere pronto. Ma prima di cominciare, una domanda: perché mai dovremmo occuparcene qui? Perché, come vedremo, non si tratta di una questione meramente tecnica. Si tratta nientemeno che del futuro dell’Europa. E di questi tempi non è poco. Se volete seguirmi, allacciate le cinture e partiamo.
Il primo punto che vorrei chiarire è filosofico. Qui i super-esperti tecnici devono lasciare il passo ai teorici e agli storici. Ci hanno ripetuto mille volte, alle elementari alle medie al liceo, che la moneta è un bene come tutti gli altri. Resta nell’aria la favola antica che per ogni banconota in circolazione c’è un mucchietto di oro nei forzieri della Banca d’Italia. Stupidaggini. La moneta non è un bene. La moneta è un modo di registrare i rapporti di debito e credito fra i partecipanti al gioco economico. La moneta è, in essenza, un SISTEMA DI REGISTRAZIONE. Capisco che questa affermazione generi un certo stupore. Ma come, e le monete d’oro? Non sono forse un bene? Sì, sono un bene, ma sono un bene che in passato è stato utilizzato per realizzare un sistema di registrazione. Quello dell’oro è un sistema assolutamente antieconomico, come vedremo fra poco.
Piccola parentesi. Sapete chi aveva capito esattamente che la moneta non è un bene? Mazzarò, il protagonista di La roba, la famosa novella di Verga. “E se gli domandavano un soldo rispondeva che non l’aveva. E non l’aveva davvero. Ché in tasca non teneva mai 12 tarì […]. Del resto a lui non gliene importava del denaro; diceva che non era roba, e appena metteva insieme una certa somma, comprava subito un pezzo di terra”.
Ma lasciamo Mazzarò e torniamo al sistema di registrazione. Immaginate un paese in cui ogni cittadino abbia un conto – diciamo in piccioli – con un Ente Monetario. Inizialmente il conto è 100 piccioli per tutti.
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Lenin a Pechino
Una critica alle posizioni di Carlo Formenti e Vladimiro Giacchè
di Moreno Pasquinelli
Questo breve saggio deluderà gli ossessionati dalla dimensione geopolitica, esso cerca di rispondere a quattro domande essenziali: cos’è diventata la Cina ad oramai cinquanta anni dalle riforme denghiste del 1978? Sono ancora validi i criteri marxisti per stabilire quale sia la natura di una formazione sociale? Se essi ci dicessero che la Cina è un paese capitalista, con che tipo di capitalismo avremmo a che fare? E se il capitalismo di nuovo tipo cinese fosse quello che prenderà il sopravvento?
* * * *
«In verità per l’uomo nulla ha poteri
Così tristi e larghi come il denaro,
che devasta città, strappa uomini alle
loro case, istruisce le menti a concepire
il male, le perverte e le muta, e del delitto
indica il passo e l’esperienza schiude
d’ogni empietà».
Sofocle, Antigone
Due mitologie …
Una delle creature mitologiche dell’antica Grecia era il centauro, testa, braccia e torace di un uomo uniti al corpo e alle quattro zampe di un cavallo. Se avessimo chiesto ad un ateniese se il centauro fosse uomo o cavallo ci avrebbe risposto, nessuno dei due, si tratta di un mostro frutto di un amore sacrilego avente una doppia natura, bestiale e umana.
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L’America sacrifica le colonie europee
di Alessandro Volpi*
Le strategie monetarie nei prossimi mesi, di fronte ad un rischio di inflazione e di stagnazione sempre più evidente, saranno decisive.
Sarà determinante quindi, in particolare, l’azione della Federal Reserve e della Bce.
E’ utile allora soffermarsi, anche solo rapidamente, per cercare di capire cosa stia succedendo in tali istituzioni.
Alla Federal Reserve il neo presidente Kevin Warsh, nominato da Trump, ha deciso di costituire un “gruppo di lavoro” per definire la linea della banca centrale americana.
In tale gruppo sono presenti:
– l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, membro del Group of Thirty (G30), un’organizzazione privata ed esclusiva che riunisce i vertici delle banche centrali e i CEO delle più grandi banche private (come Goldman Sachs e JPMorgan),
– Marc Andreessen, co-fondatore di Andressen Horovitz , un venture capital da oltre 40 miliardi di dollari di masse in gestione, molto attivo sulle criptovalute,
– l’economista (Fmi) ed ex governatore della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ora consulente senior per BDT & MSD Partners (una banca d’affari che gestisce i capitali di alcune delle famiglie più ricche del mondo, tra cui i Dell) e, come King, membro del Group of Thirty,
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Covid: dopo la tragedia arriva la farsa
di Paolo Di Marco
Due processi in parallelo, uno contro Fauci negli USA, uno contro Conte in Italia: ma abbiamo ben presente di cosa si parla?
Ricordiamo qualche fatto (v. ‘Covid, l’ultima parola’) che i giornali non riportano più:
– 17 Milioni di morti *
– 40 laboratori di ricerca nel mondo sulla guerra batteriologica finanziati e/o diretti dagli USA (Wade, Bulletin of the Atomic Scientists; Wallace, NYTimes) , tra cui quello di Wuhan ** tramite la EcoHealthAlliance del britannico Peter Daszak, con fondi provenienti dal CDC diretto da Fauci (che smettono solo dopo la fine della sua carica)
– un virus costruito a tavolino tramite l’aggiunta a un virus di pipistrello delle ‘forbicine’ della proteina Spike (Zeynep Tufekci, NYTimes, Alicia Chan, NYTimes) che, gestito a un livello di protezione inadeguato (2 invece di 4), sfugge dal laboratorio e genera una pandemia;
-l’ipotesi della combinazione/trasmissione per via zoonotica nel mercato di Wuhan è pura fantascienza: pipistrelli di una caverna a 500 km di distanza, animale intermedio mai trovato (quello trovato contaminato nel 21 lo era di seconda mano..); notevole l’esibizione sul NYT dell’esperto di zoonosi Qammen che si presenta in divisa da cretino: quella dell’asilo con su scritto “io credo che Kennedy sia stato ucciso da Oswald; io credo che sia stata una pallottola magica che ha rimbalzato tre volte e ferito 2 volte Kennedy e Connally e poi ucciso Kennedy; e poi ‘argomenta’ io credo che per il virus sia stata una trasmissione zoonotica (spillover); ***”
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Il Generale Boni: “Il Donbass è ormai compromesso, Odessa isolata. L’Ucraina rischia il collasso totale”
di Roberto Vivaldelli
Secondo il generale Boni, nonostante la narrazione occidentale, la Russia detiene l'iniziativa strategica su tutti i fronti in Ucraina
Il quadro sul campo in Ucraina appare sempre più cupo. Nonostante la massiccia campagna propagandistica volta a enfatizzare i successi di Kiev e a sminuire quelli di Mosca, dopo oltre quattro anni di conflitto le dinamiche strategiche restano nettamente favorevoli alla Russia. Secondo i dati di AMK Mapping sulle variazioni del fronte nel luglio 2026, le forze russe hanno consolidato il vantaggio territoriale con un’avanzata complessiva di circa 387,2 km², in aumento del 62,23% rispetto a giugno. I guadagni più consistenti si sono concentrati nell’oblast’ di Donetsk (204,4 km²), con progressi significativi anche a Zaporizhzhia (65,6 km²), Kharkiv (57,9 km²) e Sumy (52,6 km²). Nello stesso periodo le truppe ucraine hanno riconquistato soltanto 117,3 km², in calo del 49,67% rispetto al mese precedente, con limitati recuperi presso Dnipro (52 km²) e Donetsk (41 km²). Il saldo netto a favore di Mosca ammonta così a +269,9 km², un incremento mensile del 4.807,28%.Per approfondire la situazione abbiamo intervistato il generale Maurizio Boni, che non usa giri di parole nel descrivere le crescenti difficoltà delle forze di Kiev e le crepe sempre più evidenti nel fronte difensivo ucraino.
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L'educazione sionista delle AI
di Lavinia Marchetti
Come Israele sta cominciando ad avvelenare le fonti (come avvelena i pozzi dei palestinesi) da dare in pasto alle Intelligenze Artificiali
Israele finanzia una rete di siti costruiti per entrare nelle risposte delle intelligenze artificiali. La propaganda israeliana inizia dalle famose “fonti” che tutti richiedono (ormai) sotto un articolo.
Partiamo con l’esempio del test condotto da Drop Site News, dove una persona domanda a un’intelligenza artificiale se gli Stati Uniti trarrebbero beneficio da una maggiore cooperazione militare con Israele. Perplexity risponde immediatamente con un: «Sì». Andando a vedere le fonti, tra le principali troviamo Allyvia.org. Il nome potrebbe suggerire un centro studi o un’associazione civica. Invece dietro quel sito lavora Clock Tower X, società di Brad Parscale, già responsabile della campagna elettorale di Donald Trump. A pagare tutto questo è il governo israeliano, attraverso Havas Media Germany.
Questa provenienza compare, per legge, in fondo alle pagine (ma tanto chi va a controllare l’origine delle fonti?), dove una formula richiesta dal Foreign Agents Registration Act informa che il materiale viene distribuito da Clock Tower X per conto dello Stato di Israele. Il chatbot, però, può prelevare la tesi e lasciare il committente a piè di pagina. All’utente arriva così una bella risposta infarcita di collegamenti e quindi rivestita dell’autorità che abbiamo imparato ad attribuire alle famose “fonti”. La propaganda è già a buon punto, perché entra nelle nostre bibliografie.
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Manipolare la memoria
di Pierangelo Garzia
Tempo fa, davanti a una pizza, stavamo parlando di ricerche sulla memoria con un vecchio amico fisico, ex ricercatore del CERN di Ginevra, attualmente responsabile di un settore di ricerca e innovazione di un grosso ente sanitario milanese. Da parte mia gli illustravo le più recenti scoperte sulla neurobiologia della memoria, delle strutture cerebrali implicate nei processi di apprendimento e rievocazione dei ricordi. Da parte sua, mi incalzava su quanto sappiamo invece sulle basi fisiche profonde che sottendono la memoria. A ora, notai, nulla di nulla. E fu di nuovo l’occasione, per il sottoscritto, condivisa dall’amico fisico, per criticare coloro che si prodigano in elucubrazioni sul “cervello quantistico” o, addirittura, sulla “spiegazione quantistica della coscienza”. Nientemeno. Un altro fisico teorico con cui ebbi possibilità di dialogare anni fa, mi fece notare quali grosse difficoltà avessero nel comprendere le leggi della meccanica quantistica al di là del livello ultramicroscopico, figurarsi a livello di quello macroscopico della vita biologica, a maggior ragione quella, complessissima, della materia cerebrale.
Come scrive Steve Ramirez, neuroscienziato e professore presso la Boston University, dove dirige il Ramirez Lab, un laboratorio dedicato allo studio dei circuiti neurali della memoria e delle emozioni (i due vissuti psicologici sono strettamente interconnessi), nel suo recente saggio editato in italiano Riscrivere il passato. La nuova scienza della manipolazione della memoria (Raffaello Cortina Editore): «Scopriremo in futuro i principi del funzionamento del cervello, che ci condurranno poi alle leggi fisiche profonde che governano la nostra mente, ma per raggiungere questo obbiettivo è necessario uno sforzo di ricerca senza precedenti».
A tal proposito Ramirez, ci invita a non essere troppo severi nei confronti di una scienza, quella del cervello e della mente, che ha appena un centinaio di anni di vita. Quelle che stiamo attraversando sono le normali crisi di crescita di una disciplina giovanissima, soprattutto se messa a confronto con la fisica. Se i fisici oggi possono contare su leggi e principi consolidati in millenni di storia, le neuroscienze stanno ancora muovendo i loro primi, complessi passi.
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La tigre di carta: il fallimento della macchina da guerra americana da mille miliardi di dollari
di Medea Benjamin e Nicolas JS Davies
Il popolo americano ha fatto enormi sacrifici per finanziare questa macchina da guerra obsoleta, troppo costosa e inefficace. Molti hanno pagato con la vita, con l’integrità fisica o con la salute. Tutti noi paghiamo il costo della bellicosità dei nostri leader e dello sperpero sconsiderato della nostra ricchezza nazionale, che ci lascia privi dei sistemi di supporto fondamentali che i nostri vicini negli altri paesi sviluppati danno per scontati, dall’assistenza sanitaria universale gratuita e un’istruzione pubblica di qualità a salari dignitosi e ferie retribuite. Le priorità corrotte del governo statunitense lasciano irrisolti i nostri problemi più gravi, minando al contempo gli sforzi globali per affrontarli, dalla distruzione del clima e dell’ambiente naturale al pericolo sempre presente di una guerra nucleare. Come suggeriscono i risultati delle elezioni primarie di quest’anno, la maggior parte degli americani desidera una società che si prenda cura dei suoi cittadini, con un governo che risponda ai nostri bisogni più urgenti. Ciò deve certamente includere lo smantellamento di questa macchina da guerra fallimentare, corrotta, fuori controllo e assurdamente costosa.
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Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute ( SIPRI), gli Stati Uniti hanno speso 21 trilioni di dollari per le proprie forze armate tra il 2001 e il 2024 (in dollari costanti del 2024), una cifra pari alla spesa militare complessiva dei successivi diciotto paesi. L’Iran è a malapena presente in questa lista, avendo speso solo il 2% di quanto speso dagli Stati Uniti, e il SIPRI ha stimato il bilancio militare iraniano per il 2025 a soli 7,5 miliardi di dollari. Come fa dunque l’Iran a tenere testa alla macchina da guerra statunitense, che ammonta a migliaia di miliardi di dollari?
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Ontologia del riarmo
di Antonio Martone
Il riarmo è l’esito di una “narrazione del sospetto”. La paura come unico orizzonte di senso: fobocrazia. Non bastano moderazione diplomatica e ragionevolezza dei governi. Occorre disattivare il meccanismo che ha reso la paura la principale risorsa di disciplinamento sociale
Le discussioni circa il riamo italiano ed europeo costituiscono il compimento di una transizione epocale verso quella che Lucio Caracciolo definisce la “Guerra Grande”. Il nuovo conflitto non riguarda solo i confini territoriali ma costituisce un sisma geopolitico planetario in cui i massimi imperi si trovano simultaneamente in crisi e “temono per la propria esistenza”. In quest’orizzonte, assistiamo al crollo del “principio di realtà”: le narrazioni intossicate finiscono per disinformare gli stessi decisori che le producono.
L’economia al tempo del capitalismo di guerra
In questa cornice, l’economia stessa muta natura, diventando “capitalismo di guerra”. Si tratta di una fase in cui lo Stato riprende il controllo dei mercati per finalità securitarie, trasformando il cittadino in un ingranaggio della mobilitazione totale. Il segno tangibile di questa mutazione è penetrato persino nel diritto privato: Saravalle e Stagnaro riportano che un contratto di acquisizione tra due grandi società italiane nel 2024 include una clausola di recesso legata all’art. 5 del Trattato Nato, una clausola che “fino a poco tempo fa, nell’Unione Europea… sarebbe stata impensabile.”
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Le schizofrenie del bellicismo sanitario
di comidad
La Polonia è il paese di frontiera nello scontro della NATO con la Russia, perciò è del tutto consequenziale che svolga un ruolo di avanguardia nella guerra; ivi compresa quella che viene chiamata “guerra ibrida”. Lo strumento che il governo polacco ha creato allo scopo, è lo Stratcom (Strategic Communications), una struttura del ministero degli Esteri specificamente adibita al contrasto alla propaganda russa. L’iniziativa del governo polacco ha suscitato reazioni compiaciute e celebrative, come un articolo di Linkiesta dell’ottobre del 2024. Oltre ad auspicare che lo Stratcom rappresenti una lezione e una fonte di emulazione per paesi come l’Italia, l’articolo delinea un quadro analitico sia per ciò che concerne i contenuti della propaganda russa, sia per ciò che riguarda il “target” di quella stessa propaganda. I contenuti sarebbero piuttosto rozzi e banali, omogenei ai loro destinatari, cioè quelle persone attratte dai temi cospirazionisti, le stesse persone che poi hanno alimentato le file dei no-vax.
La preveggenza dell’articolo di Linkiesta nell’associare l’emergenza bellica all’emergenza sanitaria, sembra dimostrata dal fatto che il governo polacco sta svolgendo un ruolo di avanguardia anche nella battaglia contro la disinformazione medica. Una proposta di legge per il contrasto alla disinformazione medica è stata approvata dal parlamento polacco pochi giorni fa. Si tratta di una normativa anti-ciarlataneria, che intende rafforzare i diritti del paziente impedendo, anche con multe, la diffusione di terapie “alternative” rispetto a quelle ufficiali.
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Un nemico su misura
di Mario Sommella
Dall’ordine esecutivo del settembre 2025 al vertice di Washington del 16 luglio 2026, l’amministrazione Trump ha costruito per gradi l’organizzazione terroristica che dice di combattere, e ha chiesto a oltre sessanta governi, Italia compresa, di certificarne l’esistenza
Il 16 luglio 2026, nella sede del Dipartimento di Stato a Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha aperto la Ministerial on the Resurgence of Political Terrorism davanti alle delegazioni di oltre sessanta Paesi, sessantasei secondo le ricostruzioni giornalistiche. Nel discorso inaugurale ha sostenuto che la dottrina antiterrorismo occidentale ha avuto per decenni un punto cieco, la violenza politica proveniente da sinistra, e che quel vuoto avrebbe consentito di derubricare atti terroristici a legittime forme di espressione politica quando la causa era gradita. Ha descritto una minaccia in crescita che, ha detto, non può più essere negata né ignorata, e ha chiuso invitando gli alleati a schiacciare per sempre quel male.
Il problema che i governi invitati si sono trovati davanti non riguardava la condanna della violenza politica, che nessuno di essi contesta. Riguardava l’oggetto stesso della mobilitazione. Antifa non è un’organizzazione. Non ha una leadership, non ha un registro di aderenti, non ha quote associative, non ha una struttura di finanziamento, non rivendica azioni in forma unitaria, non pubblica documenti programmatici. È un’abbreviazione, nata nella Germania degli anni Trenta e riemersa negli Stati Uniti a metà dello scorso decennio, che designa un orientamento politico prima ancora che una pratica: l’opposizione al fascismo. Nella sua forma più organizzata si riduce a collettivi locali, autonomi e spesso effimeri.
Come è arrivato un movimento privo di struttura a occupare il centro della dottrina antiterrorismo della prima potenza militare del mondo? La risposta non è in un’inchiesta di intelligence, ma in una sequenza amministrativa durata dieci mesi, in cui ogni passaggio ha fornito la copertura formale al successivo.
1. Una cronologia in sei mosse
Il 22 settembre 2025, dieci giorni dopo l’uccisione dell’attivista conservatore Charlie Kirk, Donald Trump firma un ordine esecutivo che designa antifa come organizzazione terroristica interna e la descrive come un’impresa militarista e anarchica che invocherebbe apertamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti.
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