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Il bluff dell’impero: perché Teheran non teme più l’America
di Mario Sommella
Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la guerra di attrito tra Stati Uniti e Iran svela i limiti industriali, economici e strategici della superpotenza americana. La narrazione del dominio regge ormai soltanto sugli schermi televisivi, mentre sul campo la realtà disegna un Medio Oriente profondamente diverso.
C’è un momento preciso, in ogni declino imperiale, in cui la propaganda smette di essere uno strumento e diventa l’unica risorsa rimasta. Quel momento, per l’amministrazione Trump, sembra essere arrivato nel cuore del Golfo Persico. Ventuno ore di trattative a Islamabad, un ultimatum rifiutato, una delegazione americana rientrata in patria a mani vuote: la fotografia di una partita diplomatica persa prima ancora di essere giocata. Eppure, mentre Teheran rafforza le proprie posizioni lungo lo Stretto di Hormuz e riconfigura gli equilibri regionali a proprio vantaggio, Washington continua a raccontare una guerra vinta che sul terreno non esiste.
Due memorie, nessuna fiducia
Per capire perché i colloqui pakistani fossero destinati a fallire occorre risalire più indietro dell’attualità, oltre la retorica dei talk show. Tra Stati Uniti e Iran non esiste una frattura recente: esiste una ferita lunga settant’anni, costantemente riaperta. Gli americani ricordano il 1979, l’assalto all’ambasciata a Teheran, i quattrocentoquarantaquattro giorni di ostaggi che segnarono la fine della presidenza Carter. Gli iraniani ricordano il 1953, l’Operazione Ajax, il rovesciamento del premier Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, e il successivo ritorno dello Scià sotto tutela angloamericana. Due traumi, due narrazioni, due diffidenze strutturali che nessun negoziato di ventuno ore può scalfire.
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Neoliberismo senza speranza
di Riccardo Boeri
Questo articolo cerca di indagare, a partire da alcuni lavori di Maurizio Lazzarato, in che modo il discorso neoliberale abbia creato le condizioni per l’ascesa della destra nazionalista dopo il suo progressivo svuotamento post-2008. Lazzarato ha sempre espresso un certo scetticismo sulla capacità del concetto di neoliberalismo di catturare l’effettiva configurazione del capitalismo contemporaneo. Nonostante ciò, va messo in luce come questi concetti abbiano creato un'egemonia e siano riusciti a catturare il desiderio di parte delle popolazioni del Nord globale e a cambiare «cuore e anima» delle persone, per dirla con Margaret Thatcher.
A partire dal 2008 il discorso neoliberale ha iniziato a deteriorarsi in puro apparato disciplinare, quello del debito, incapace di giustificare e rendere desiderabile l’accumulazione capitalista nel Nord globale. Su questo solco i nazionalismi di destra hanno piantato i loro topoi e sono riusciti, come sta mostrando Trump, a rendere l’economia un tutt’uno con la guerra, ossia far del dominio imperialista il fine ultimo della concorrenza e dell’imprenditoria. Pur non marcando una novità assoluta nella storia del capitalismo, in cui guerra ed economia sono un tutt’uno sin dagli albori, sicuramente l’uso che Trump fa dello spazio egemonico lasciato vuoto dal neoliberalismo rimane un fenomeno degno di indagine (R.B.).
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Sulle tracce del discorso neoliberale
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Il disfacimento della NATO è frutto dell’incapacità di USA ed Europa di fare i conti con la realtà
di Alessandro Scassellati
Il presidente Donald Trump ha recentemente definito la NATO una “tigre di carta“, aggiungendo che anche il presidente russo Vladimir Putin “lo sa”. Ha detto che “non ne avevamo bisogno, ovviamente, perché non ci ha aiutato per niente”, e ha dichiarato di stare “valutando seriamente” il ritiro degli Stati Uniti dall’alleanza. Ciò fa seguito alla frustrazione per il rifiuto di alcuni membri europei – come Francia, Germania, Spagna e Italia – di partecipare direttamente senza un mandato ONU o una tregua preventiva alle criminali e fallimentari operazioni di combattimento contro l’Iran o di contribuire con le loro flotte militari alla riapertura dello Stretto di Hormuz alle rotte commerciali internazionali1. Si sono anche rifiutati di consentire agli Stati Uniti l’uso delle proprie basi militari e dello spazio aereo per operazioni legate al conflitto iraniano (Operation Epic Fury). Una decisione non gradita dagli Stati Uniti considerato che l’Iran è riuscito in larga misura a espellere gli occupanti militari statunitensi dai Paesi del Golfo Persico2. Ma la non disponibilità europea non è stata confermata in un articolo del Wall Street Journal del 23 marzo intitolato “L’Europa sta silenziosamente giocando un ruolo cruciale nella guerra con l’Iran“3. Molti leader dell’UE sono sottoposti a forti pressioni politiche a causa della guerra, profondamente impopolare in Europa, che ha provocato un’impennata dei prezzi dell’energia e un’inflazione crescente da quando l’Iran ha di fatto bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio e gas liquefatto mondiale, nonché un quarto dei fertilizzanti e altre materie prime e semilavorati strategici per l’economia globale.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha suggerito che, se la NATO si limita a difendere l’Europa senza un sostegno reciproco agli interessi statunitensi altrove, l’assetto deve essere “riesaminato“. Ha messo in discussione l’alleanza, chiedendo perché gli USA debbano difendere l’Europa se gli alleati negano supporto logistico quando Washington ne ha bisogno. Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, si è rifiutato di confermare che gli Stati Uniti avrebbero difeso gli alleati della NATO in caso di attacco.
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Hormuz, la Palestina passa - Visto il bluff del pokerista
di Fulvio Grimaldi
https://www.youtube.com/watch?v=7iWCoxHLyZM
https://youtu.be/7iWCoxHLyZM
Se c’è una dimostrazione non occultabile della sconfitta e conseguente disperazione, è la carneficina allestita da Israele in Libano. Dagli stretti di Hormuz, bloccati per tutti i carnefici e loro scherani, passa vincente la Palestina.
Gli accordi Sykes-Picot del 1916, in cui Francia e Regno Unito, frantumando il mondo arabo, si spartirono Medioriente, rotte, ricchezza energetica, accordi consolidati dopo il 1970 dal petrodollaro a garanzia di un flusso perenne, rinnovati nel 2020 da un Accordo Sykes-Picot 2.0 chiamato “Accordi di Abramo”, giacciono in pezzi. Frantumati dal missile iraniano, da quello di Hezbollah, delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, degli yemeniti. Tutti in nome della Palestina.
E Trump, allentatosi il cappio di storielle Epstein messogli al collo da Netanyahu, dalla promessa della fine della civiltà iraniana, in una notte è passato al “Ma su, dai, fate i buoni, aprite quello Stretto”.
La risposta: “Prima piantatela anche in Libano. Per ora dallo Stretto passano la Palestina e i suoi amici della resistenza libanese, yemenita, irachena. E i paesi che non vi leccano il culo. Siete due eserciti nucleari, i più potenti della regione, fate una guerra dopo l’altra, ammazzate innocenti, preferibilmente bambini, come se non ci fosse un domani…e vorreste passare per lo Stretto?”
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Per Romano Luperini
È morto nella notte Romano Luperini, maestro e riferimento per diverse generazioni di studiosi, tra cui la mia. Romano è stato un militante politico, uno storico della letteratura, un docente, uno scrittore, un interlocutore dialettico sempre rigoroso e appassionato, grazie alla sua fiducia, citando uno dei suoi studi più noti, nel “dialogo” e perché no nel “conflitto”. I suoi percorsi attraverso i movimenti e gli autori del moderno e del modernismo, categoria, quest’ultima, di cui ha ridefinito con nettezza critica i contorni, restano fondamentali, come tutta la sua produzione saggistica, le monografie sui singoli autori (Verga, Pirandello, Tozzi, tra gli altri) o su categorie e questioni problematiche (il Postmoderno, la critica come ermeneutica, l’allegoria). La sua figura verrà perciò meritatamente ricordata nei prossimi giorni e a lungo termine, ma oggi il cordoglio va naturalmente alla sua famiglia, con un pensiero per tutti quelli che lo hanno conosciuto attraverso le sue lezioni o le sue pagine e hanno avuto il privilegio di condividere con lui anche questi ultimi anni di attività forzatamente ridotta.
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Cuba e le lezioni della storia: l’Iran ci insegna che con l’impero non si negozia
di Luciano Vasapollo
C’è una lezione che la storia continua a ripetere, ma che troppi fingono di non vedere: con l’imperialismo non si negozia senza pagarne il prezzo. E spesso quel prezzo è la perdita della sovranità, della dignità, dell’indipendenza.
Lo dimostra oggi, con drammatica evidenza, quanto sta accadendo all’Iran. La pressione militare e politica esercitata dagli Stati Uniti e dai loro alleati si inserisce in una lunga sequenza storica: chi ha ceduto, chi ha accettato compromessi al ribasso, è stato progressivamente smantellato. Dall’Iraq alla Libia, passando per la Siria, il copione è sempre lo stesso.
L’illusione è quella di poter trattare da pari a pari. La realtà è che si entra in un meccanismo in cui la trattativa diventa resa, e la resa diventa subordinazione.
Non è un caso che, nel caso iraniano, la resistenza abbia prodotto un esito diverso rispetto ad altri scenari. Quando un Paese non si piega, quando mantiene una capacità di risposta, l’equilibrio cambia. Non si tratta di esaltare la guerra, ma di riconoscere un dato politico: la pace non si costruisce sulla capitolazione.
Lo stesso schema lo vediamo applicato contro Cuba. Qui la strategia è più lenta ma altrettanto feroce: un blocco economico criminale, inasprito negli ultimi anni, che mira a strangolare la popolazione e a piegare un progetto politico che resiste da oltre sessantacinque anni.
L’obiettivo è evidente: costringere alla resa un’isola che ha scelto un percorso autonomo, che ha affermato la propria sovranità e che continua a portare avanti un processo di transizione socialista fondato sull’internazionalismo.
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Gli Usa di Trump sono il grande sconfitto della guerra contro l’Iran. Israele cerca di sopravvivere con la guerra a oltranza
di Alessandro Volpi
L’attuale situazione della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran suggerisce alcune considerazioni di natura generale.
1) Trump ha clamorosamente perso. Ha scatenato una guerra, insieme al governo israeliano, per tentare di porre argine a una crisi verticale degli Stati Uniti: un debito federale quasi insostenibile e con sempre meno compratori esteri, un debito privato colossale, un dollaro debole e soggetto a una brusca perdita di centralità, una perdurante deindustrializzazione, una bilancia commerciale pesantemente negativa, una posizione finanziaria netta da fallimento. A tutto ciò Trump ha provato a rispondere con dazi e con una guerra imperialistica per garantirsi il monopolio dei combustibili fossili e ha fallito miseramente. Ora deve uscire, rapidamente, da una guerra che gli costa 10 miliardi di dollari al giorno e che non può più permettersi, pressato anche dalla base Maga e da una parte dei suoi elettori costretti a pagare la benzina oltre 4 dollari il gallone e a reggere l’impatto dell’inflazione. Soprattutto nei centri rurali, poi si fanno sentire aumento dei prezzi dei fertilizzanti e una concorrenza internazionale che i dazi non riescono a fermare. Le stesse aziende americane sono stanche di pagare la metà dei dazi incassati dal governo federale, mentre i singoli Stati dell’Unione non sopportano le ingerenze del potere centrale. La fine di Trump è davvero vicina.
2) Hanno perso il trumpismo e i suoi adulatori. E’ evidente che la guerra in Iran ha scatenato un’ondata recessiva con cui stanno già facendo i conti paesi, a cominciare da quelli come l’Italia, il cui governo aveva idolatrato la “nuova visione” del mondo di Trump, aggressiva, intollerante, repressiva ma espressione di un “nazionalismo occidentale” vincente, per usare le parole di Giorgia Meloni: una visione che sta frantumandosi di fronte alla complessità della realtà.
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Referendum, perché ha vinto il NO
Alba Vastano intervista Massimo Siclari
“Credo che una maggiore partecipazione al voto sia dipesa dal fatto che vi è stata un’intensa campagna di informazione sul territorio, grazie all’impegno di diverse realtà associative presenti nella società civile. La vittoria del No è stata il frutto anche della maggiore persuasività degli argomenti sostenuti dai diversi Comitati scesi in campo, sia a livello nazionale sia, pur se “a macchia di leopardo”, in diversi piccoli centri. I sostenitori del Sì hanno dato una mano, involontariamente, con messaggi che non mancavano, più volte, di arroganza e che hanno fatto perdere voti” (Massimo Siclari)
Una vittoria imprevedibile quella referendaria che sembra aver dato una spallata ai tavoli del potere facendoli traballare. Potere del Governo che gioca a dadi con la Costituzione beffeggiandola e tentando permanentemente di incassare consensi a gogò da parte di un popolo di elettori stanco e impaurito per un futuro pieno di ombre. Eppure questa volta quel popolo ha detto No. La maggioranza di quel popolo sfiduciato ha alzato la testa, si è ripreso la dignità usurpata da un governo che mira a tutelare solo se stesso e ha tirato via la maschera di finta benevolenza dal volto dei lorsignori venditori di fumo delle destre governative.
La grande novità è che il riscatto è avvenuto anche grazie ai Millennials e alla generazione Zeta che da tempo avevano riposto in fondo al cassetto la tessera elettorale, come gran parte degli elettori Boomer. Perché abbiamo vinto, quando tutto appariva contro, anche per una sfrenata e manipolatoria campagna del Sì, i cui rappresentanti hanno strumentalizzato a loro favore h.24 i media?
Un’analisi della vittoria referendaria ce la offre il professor Massimo Siclari, docente ordinario di diritto costituzionale presso l’Università Roma Tre.
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Oltre l’atlantismo: ristabilire rapporti di amicizia con Russia e mondo arabo
di Enrico Grazzini
L’Europa deve sganciarsi da USA e Nato, fare la pace con la Russia e diventare prospera e indipendente
Licenziamo Mark Rutte, il capo della Nato, che vuole trascinare tutti gli europei nelle folli e sanguinarie guerre che Israele e l’America di Donald Trump stanno facendo in Iran e in Medio Oriente; licenziamo anche Ursula von der Leyen, il capo dell’Unione Europea, che sta predicando il riarmo e lo scontro con la Russia come unica via di uscita dalla crisi europea. Licenziamo pure Giorgia Meloni, la Presidente del Consiglio italiana, che non vuole accorgersi che Israele e gli Stati Uniti d’America, e non la Russia di Vladimir Putin, rappresentano i pericoli di gran lunga maggiori per la pace del pianeta. Occorre che gli europei prendano finalmente atto che la Nato, come alleanza difensiva militare contro la Russia, è finita e che la Nato, da strumento di difesa dell’Europa, è diventata un problema per la sicurezza europea.
In una recente intervista, il presidente americano Donald Trump, interrogato sulla possibilità di riconsiderare l’adesione degli Stati Uniti alla NATO dopo che gli europei non hanno appoggiato la guerra che ha scatenato con Israele in Iran, ha risposto: “Oh sì, direi che è assolutamente necessario. Non mi sono mai lasciato convincere dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e anche il presidente russo Vladimir Putin lo sa!”. In un’altra intervista a Reuters, Trump ha ribadito la sua posizione: “(Gli europei) non sono stati amici quando avevamo bisogno di loro. Non abbiamo mai chiesto loro molto… è una strada a senso unico”.
Nella fase post-Nato che si è aperta, i governi europei e l’Unione Europea dovrebbero rivoluzionare completamente la loro politica estera e di alleanze: dovrebbero quindi riconsiderare innanzitutto il loro rapporto con gli USA e con la Russia, con Israele, i Paesi arabi e l’Iran.
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La guerra della disperazione
di Fernando Bilotti
[Interrompiamo la serie delle “storie per non dormire”, per tornare momentaneamente a trattare di eventi di stretta attualità. La guerra all’Iran, infatti, a nostro avviso si presta a qualche considerazione interessante.]
E così, il 2026 ha visto già divampare una nuova guerra. Al solito, noi comuni cittadini siamo preda di un’impotente indignazione; ma questo attacco israelo-americano all’Iran, a dire il vero, ancora più che indignazione suscita sconcerto. Infatti gli aggressori sono venuti subito a trovarsi in una situazione segnata da gravi difficoltà, le quali però erano tutte ampiamente prevedibili, ragion per cui di primo acchito non si comprende perché mai abbiano ritenuto necessario lanciarsi in una simile avventura. Per meglio intenderci, passiamo tali difficoltà sinteticamente in rassegna:
1. L’Iran ha dimostrato una rimarchevole capacità di colpire Israele e le basi americane della regione. Ciò è riconducibile a una serie di fattori di cui gli aggressori non erano di certo ignari: da una parte, la notevole produttività raggiunta dalla sua industria bellica (grazie anche alla sua specializzazione in strumenti quali i droni e i missili, realizzabili in tempi e a costi relativamente ridotti) e una dislocazione di fabbriche e installazioni militari tale da renderle difficilmente attaccabili (sono disperse sull’ampio territorio nazionale e ubicate in molti casi sottoterra); dall’altra, la limitata capacità degli USA di difendere se stessi e Israele, dovuta allo svuotamento che hanno subito negli ultimi anni i loro arsenali (stressati dall’impegno su tre teatri: Ucraina, Yemen e Gaza) e alla scomparsa della produzione bellica “in grande serie” che servirebbe per rimpinguarli (i colossi della difesa americana - aziende private che mirano alla massimizzazione del profitto - hanno trovato conveniente specializzarsi in armamenti tecnologicamente avanzati, che vengono prodotti in quantità limitate e venduti a prezzi elevatissimi). Aggiungiamo che già nel 2025 USA e Israele avevano avuto modo di testare la forza militare dell’Iran, ricavandone un’amara lezione: Trump infatti aveva dovuto porre fine a quel primo conflitto dopo meno di due settimane (millantando un successo inesistente), in quanto quel lasso di tempo era bastato perché Tel Aviv si trovasse a corto di difese antiaeree.
2. L’assassinio di alte personalità dello stato iraniano e la massiccia campagna di bombardamenti non hanno reso la classe dirigente più arrendevole, né hanno spinto il popolo a rivoltarsi contro quest’ultima, ma all’opposto hanno irrigidito la prima e indotto il secondo a stringersi intorno a essa, dimenticando i motivi di malcontento che poco tempo prima avevano ingenerato diffuse proteste.
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Prefazione al libro di Michele Castaldo “Modo di produzione e libero arbitrio”
di Alessio Galluppi
A settembre del 2023, Colibrì Edizioni pubblicò l’ultimo libro di Michele Castaldo Modo di Produzione e libero arbitrio. Con orgoglio e su richiesta ho contribuito come curatore per la stesura del libro. Qui di seguito c’è la sua prefazione come da pubblicazione originale. Con il sodale Michele non abbiamo mai avuto modo di impegnarci più di tanto per una sua presentazione e diffusione. Altri fatti eccezionali di lì a poco, il 7 ottobre, sarebbero avvenuti focalizzando il massimo delle nostre attenzioni e il nostro entusiasmo. Un entusiamo che non è venuto meno fino a questi ultimissimi giorni, che vedono nella reazione dell’Iran alla aggressione imperialista di USA e Israele un fenomeno storico casuale di magnitudine di immensa portata, ben inserito nel moto causale della crisi generale di un modo di produzione incapace che scuote l’insieme dell’Occidente.
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Le difficoltà che si incontrano quando si scrive una prefazione a un libro sono molteplici, e anche per questo libro di Michele Castaldo non mancano, uno dei presupposti richiesti per una lettura proficua è quello di avere coscienza della necessità del superamento di questo modo di produzione capitalistico e del suo sistema determinato di sfruttamento dell’uomo nei confronti dell’uomo e della natura. Perché un libro che pone al centro della riflessione il modo di produzione capitalistico e il libero arbitrio? Soprattutto che cos’è il libero arbitrio e quali fattori storici hanno determinato una concezione della storia secondo la quale essa stessa è il risultato dell’azione di quegli uomini che hanno saputo mettere in pratica le proprie intelligenze e la loro forza di volontà, decidendo così sia il loro destino e con esso quello degli altri uomini e anche quello della natura.
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L’onda lunga delle moltitudini d’autunno
di Toni Casano
Quanti padri ha la vittoria referendaria registratasi a ridosso di quest’inizio di primavera? Simbolicamente, in uno con l’immaginario della bella stagione, sembra rifiorire la speranza di una nuova rinascita della gloriosa sinistra istituzionale: è come se si riaprisse la gara del riscatto.
Dopo aver arrancato sulle impervie salite, pare che la squadra sia già pronta sulla linea di partenza per l’avvio dell’ultima tappa, al termine della quale sarà definita la redde rationem elettoralistica tra le maglie nere – fino a ieri in fuga al comando della corsa – e le maglie biancorosate inseguitrice, oggi rinvigorite dall’aggancio della testa del gruppone, pronte a loro volta a lanciare la lunga volata per il rush finale, augurandosi di sferrare il colpo di reni del velocista di razza per tagliare la linea del traguardo per l’agognata conquista della corona d’alloro.
A chiusura dei seggi si sono aperti gli schermi televisivi, dove impazzavano i soliti talk show per seguire lo spoglio referendario, nei quali i dibattiti si facevano sempre più frementi man mano che il risultato delineava con maggior chiarezza l’esito finale. Mentre nell’incertezza iniziale degli instant poll i convenuti rimanevano saggiamente abbottonati dentro gentili schermaglie di intrattenimento.
Con la acclarata e sorprendente vittoria dei NO si apriva, senza più esitazione alcuna, il caravanserraglio del mainstream politicista: qualche intervista raggranellata qui e là fra i colonnelli degli schieramenti avversi, in attesa delle conferenze-stampa dei leader politici (eccezion fatta per la Meloni a cui – come ben sappiamo – gli incontri con la stampa fanno venire l’orticaria.
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“Alle imprese più vincoli su salari, salute e ambiente: sul caro-bollette interventi del governo regressivi”
Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio
“Prebende. Sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato: si sfonda la soglia del 150mld all’anno. Questa ideologia delle “regalie” pubbliche ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo”
Dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni e il suo governo si presentano in Parlamento in affanno. Le opposizioni intravedono l’occasione di una svolta, ma quale può essere il programma, quali i concreti obiettivi di una possibile alternativa al governo delle destre? Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica alla Federico II, autore del volume Libercomunismo, uscito con Feltrinelli, e di un editoriale sul Manifesto che sta facendo discutere.
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Professor Brancaccio, come giudica l’informativa della premier in Parlamento?
Ricordo che fino a poco tempo fa Meloni sponsorizzava Trump per il Nobel per la pace e il vicepremier Salvini si dichiarava orgoglioso di stringere la mano a Netanyahu durante il massacro di Gaza. Se oggi gli Stati Uniti e Israele insistono con le loro azioni devastatrici, è anche a causa di queste forme di subalternità da parte dell’Italia e di altri paesi compiacenti.
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Vademecum sul surreale tweet di Crosetto
di Lorenzo Forlani*
Vi racconto quanto accaduto, perché ha davvero del surreale e finisce per fornirci una diapositiva della tragica situazione – anzitutto cognitiva, e solo dopo politica – in cui ci troviamo.
L’ambasciata iraniana in Italia riprende l’estremamente tardivo tweet del nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel quale quest’ultimo parla di “follia”, di “Hiroshima non ci ha insegnato nulla”, e lo riposta con didascalia, in sostanza per dargli ragione, per sottolineare appunto come anche in Europa qualcuno si sia accorto della follia senza limiti delle amministrazioni americane e israeliane.
Poteva finire così, o meglio, Crosetto poteva farla finire così, senza ripostare niente e nessuno, senza mettere dei like, senza nemmeno leggere, semplicemente mettendo un punto alla sua – ripeto – tardiva e parziale presa di coscienza.
E invece, forse vittima dell’evanescenza strutturale delle sue prese di posizione, vittima del timore di sembrare sulla stessa linea di un paese platealmente aggredito (oppure di venir richiamato all’ordine da Washington), vittima del terrore tipico di chi non è sicuro se stia dicendo delle cose per una questione di valori e principi o per mera quanto transitoria opportunità, Crosetto decide di rispondere all’ambasciata iraniana in questo modo.
E allora io mi limiterei a rimanere ai fatti, per ricordare a Crosetto che le robe che ha risposto a un’ambasciata che gli stava dando ragione – pensando di avere a che fare con un ministro dalla schiena raddrizzata e dai finalmente solidi principi morali – sono oggettivamente false, oggettivamente di una sciatteria che può utilizzare al massimo un usciere di Via XX settembre, con tutto il rispetto.
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Il lockdown come forma di governo e la ribellione necessaria
di Guido Cappelli
Il momento è arrivato. Come prevedevano quelle sparute “avanguardie” frettolosamente etichettate come “complottisti” ‒ quei pochi che negli ultimi sei anni hanno avvertito del degrado accelerato delle nostre già da tempo periclitanti “democrazie” ‒ torna il lockdown (vale la pena di ricordare sempre che il termine, un anglicismo convenientemente eufemistico che copre una realtà distopica, corrisponde all’italiano “confinamento” e appartiene al lessico carcerario). Questa volta sarà lockdown energetico, annunciato puntualmente dai tristi trombettieri del potere, come il subdolo Open del cinico Mentana.
Non importano i tempi: sarà prima, sarà dopo, ma torneranno (già ci stanno preparando con convenienti dosi di apocalisse imminente) le restrizioni alla mobilità pubblica e privata, la famigerata e distruttiva didattica a distanza, le targhe alterne, le chiusure di locali pubblici, fino ad arrivare ‒ vedrete ‒ al coprifuoco a settembre (se prima l’Iran non ci risolve il problema in altro modo, un tantino più cruento!).
All’orizzonte, i crediti sociali, le quote di carbonio, i lasciapassare per spostarsi. Un’altra sporta di diritti trasformati magicamente in concessioni. Misure che vengono per restare: il commissario europeo all’energia, Jorgensen, ce lo spiattella in faccia:
“Anche se la pace arrivasse domani, in un futuro prevedibile non torneremo alla normalità“.
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Perché Trump e Netanyahu hanno perso la guerra in Iran: è la fine del mondo unipolare
di Paolo Ferrero
Il tentativo dell'imperialismo statunitense di uscire dal declino usando la propria potenza militare convenzionale è stato sconfitto. Si tratta di un ottimo risultato, da festeggiare
Se Tel Aviv non riuscirà a far saltare tutto continuando le sue aggressioni al Libano, la guerra illegale di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran si è conclusa con la sconfitta degli aggressori e la vittoria dell’aggredito, dell’Iran. Si tratta di un risultato assai rilevante che segnala e accentua il declino degli Usa e pone le condizioni per un deciso ridimensionamento del ruolo del criminale stato di Israele in Medio Oriente.
Dopo questa sconfitta – che il criminale atteggiamento del governo israeliano può solo aggravare – il mondo unipolare è largamente archiviato e comincia a delinearsi la possibilità che un mondo multipolare si affermi oltre che nella realtà dei rapporti economici anche nella concretezza delle relazioni tra popoli e stati. Si tratta quindi di un risultato assai positivo.
Vediamo brevemente:
1) Nel mondo unipolare che ha seguito li crollo del muro di Berlino gli Usa hanno fatto il bello e il cattivo tempo. In questo contesto hanno allargato la Nato ad est e posto le condizioni per obbligare la Russia alla guerra in Donbass.
2) La guerra in Donbass invece di spezzare le reni alla Russia ha certificato che la Nato non ha una supremazia militare sulla Russia e in secondo luogo – obbligando quest’ultima a cercare canali alternativi al dollaro per vendere le sue materie prime – ha aperto la strada alla dedollarizzazione del commercio mondiale e quindi alla messa in discussione dell’enorme privilegio di cui godono gli Usa dal 1971.
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La logica dietro l'irrazionalità della guerra contro l'Iran
di Domenico Moro
Un fenomeno politico o economico può essere irrazionale quanto si vuole ma risponderà sempre a una sua logica interna. Se vogliamo contrastare tale fenomeno dobbiamo andare oltre l’apparente irrazionalità e scoprire la logica interna che lo muove. Questo è ancora più vero per la guerra, che, pur essendo fondamentalmente dannosa per l’umanità nel suo complesso, continua a essere frequentemente praticata in forme sempre più distruttive.
La guerra mossa da Israele e Usa contro l’Iran esprime al massimo grado tale contraddizione tra irrazionalità e logica interna. In particolare, la guerra appare irrazionale, senza ragioni, dal punto di vista statunitense. Gli obiettivi della guerra sono apparsi piuttosto incerti. All’inizio, sembrava che, come in Venezuela, l’obiettivo di Trump fosse il regime change o almeno il cambio di leadership. Ma l’Iran non è il Venezuela e ha reagito alla decapitazione dei suoi vertici con decisione e senza intimorirsi. Al contrario di quello che molti analisti dicevano e diversamente da quanto aveva fatto in occasione di precedenti aggressioni, l’Iran questa volta non si è fatto scrupolo di reagire con la chiusura dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt il commercio internazionale di merci fondamentali come il petrolio, il gas e i fertilizzanti.
Il carattere irrazionale della guerra appare evidente proprio a fronte del blocco di Hormuz. Infatti, il blocco dei rifornimenti e il conseguente aumento dei prezzi stanno colpendo duramente sia l’Asia orientale sia l’Europa, che si approvvigionano di materie prime dal Golfo persico. Se la guerra proseguirà oltre aprile, l’Eurozona, secondo Standard & Poors, entrerà in recessione. La crisi energetica, conseguente alla guerra contro l’Iran, sarebbe peggiore di quella degli anni ’70 e, come allora, genererebbe una crisi dell’economia globale. Dunque, ora l’obiettivo bellico di Trump sembra essere diventato la riapertura dello stretto di Hormuz, che prima era aperto e che è stato chiuso solo a seguito della guerra che lui ha iniziato.
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Immaginari non allineati al tempo di Margaret Thatcher
di Gioacchino Toni
Silvia Albertazzi, TINA. La cultura britannica al tempo di Margaret Thatcher, Machina libro, Bologna, 2026, pp. 243, € 18,00
“When they kick at your front door / How you going to come? / With your hands on your head / Or on the trigger of your gun?” (The Clash, The Guns of Brixton, 1979)
Parlamentare dal 1961, ministro della Pubblica Istruzione nel 1970, a capo del Partito Conservatore dal 1975, Margaret Thatcher si è insediata al 10 di Downing Street in veste di Primo Ministro per tre, infiniti, mandati consecutivi, dal maggio 1979 al novembre 1990. Nel corso di quel decennio, la Iron Lady in tailleur ha lavorato alacremente per cambiare il Paese facendo di tutto per smantellare, un pezzo alla volta, tutti quei legami sociali considerati d’impiccio a un sistema di sviluppo intento a spingere sempre più sull’acceleratore del libero mercato più cinico, del monetarismo e dell’individualismo più becero in nome della meritocrazia, della competitività e dell’orgoglio nazionale, riformulando la materialità e l’immaginario del proprio Paese erigendo lo slogan “There is no alternative” (TINA) a luogo comune astorico, indelebile e imprescindibile per tutte le classi sociali.
Per quanto sia innegabile anche in termini di immaginario il successo ottenuto dal thatcherismo all’insegna dell’infame adagio “la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. […] È nostro dovere badare prima a noi stessi”, non sono mancate nel panorama culturale britannico forme di sottrazione o di aperta opposizione alla sua colonizzazione dell’immaginario collettivo. A ricordarle provvede il volume TINA (Machina libro, 2026) di Silvia Albertazzi passando in rassegna il panorama culturale che ha dato voce e immagine alle rivolte urbane, agli scioperi, alla vita nelle periferie ed a valori e stili di vita irriducibilmente altri rispetto a quelli thatcheriani.
Proclamando la povertà una colpa e la ricchezza un merito, guardando alle dottrine di Friedrich von Hayek e Milton Friedman, Margaret Thatcher ha finalizzato l’intera sua carriera politica a piegare ogni aspetto della vita sociale al libero mercato ponendo fine a quella politica di ricerca del consenso attraverso il welfare praticata dal suo stesso partito nel dopoguerra per fronteggiare il fronte laburista.
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Bologna è una regola…
di Nico Maccentelli
A Bologna censurare è una regola, speculare è una regola, dare spazio a nazi ucraini è una regola, reprimere è una regola…
Un anno e quattro mesi fa, con una delibera comunale, nonostante che il quartiere Savena avesse dato semaforo verde al rinnovo della convenzione (con la modifica di una cogestione), la junta Lepore ribaltava la questione e chiudeva Villa Paradiso, una Casa di Quartiere rea di aver programmato (e poi non fatto) due iniziative reputate “putiniane” dalla stessa junta. Una chiusura sollecitata con molta probabilità da Pina Picierno, una vicepresidente di Parlamento Europeo, più dedita ad andare a caccia di inziative che a suo modo di vedere siano favorevoli alla narrazione russa sulla guerra in corso in Ucraina.
In un’occasione, un incontro al quartiere, Lepore stesso era andato giù a muso duro con i gestori di Villa Paradiso dicendo che se fosse stato per lui li avrebbe cacciati via ben da prima. Un vero sceriffo da far west più che un sindaco di tutti i cittadini. Le Case di Quartiere devono restare una vetrina a uso elettorale e propagandistico del suo PD e della corte dei miracoli di Coalizione Civica, che a differenza dei verdi di Celli (estromesso da Lepore proprio sulla vicenda di Villa Paradiso), con la Emily Clancy a vicesindaco, hanno completamente ribaltato la loro funzione di pressione da sinistra nei confronti della junta a maggioranza PD, assumendo la modalità zerbino.
La questione era così scomoda che l’emissaria della junta ha portato avanti un vero e proprio giochino di sponda per lasciare i gestori in mezzo a una strada fingendo spazi da assegnare loro. Morale: la non più casa di quartiere è andata ai proxy di junta e curia: le Cucine Popolari, che lungi dal fare iniziative, hanno trasformato lo spazio in dispensa e cucina, mentre le femministe di Armonie all’ultimo piano, che se ne erano lavate le mani, un esempio mirabile di “solidarietà” coi gestori, hanno continuate a praticare la loro “critica” alla società patriarcale nel pieno solco di quel dirittumanitarismo e civile che agisce solo nei perimetri dati dal sistema di potere nel versante “sinistra”.
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Il Frankenstein di Washington: Kiev sabota gasdotti e sfida i suoi stessi padrini
di Fabrizio Poggi
Sullo sfondo degli eventi in Medio Oriente, compreso il terrorismo sionista contro i popoli della regione e con l'attenzione dei media internazionali concentrata sulla situazione energetica di quell'area, passano sott'ombra altre provocazioni terroristiche ai danni di strutture energetiche sul vecchio continente, portate col beneplacito europeista dai nazigolpisti di Kiev, il cui ras sembra agire secondo la formula “tu muori oggi, basta che io muoia domani". Kiev, per quanto si presenti come il “caposaldo del vallo europeo” contro l'autocrazia asiatica e si senta dunque più che “legalizzata” ad agire a proprio piacimento, si muove comunque, alla lunga, seguendo le coordinate dettate dai padrini occidentali.
E quelle coordinate dicono che la guerra in Ucraina deve essere continuata almeno per altri due anni, durante i quali Kiev distruggerà a colpi di droni le infrastrutture russe di esportazione dei prodotti energetici. Lo proclamano apertamente, dice l'ex deputato della Rada ucraina Oleg Tsarev, fonti europee e americane, sulla base di studi analitici. Ora, il fatto è che, in seguito agli attacchi ucraini ai porti baltici e della chiusura dell'oleodotto “Druzba”, «in una settimana le esportazioni russe di idrocarburi sono diminuite del 40%. Ma se questa situazione dovesse protrarsi a lungo, un calo di oltre il 30% delle esportazioni energetiche dalla Russia porterebbe a sconvolgimenti sociali e cambiamenti politici». Ed è su questo che contano gli occidentali.
Sul campo di battaglia, al momento il fronte è abbastanza stabile; le forze ucraine hanno armi e denaro per due anni di guerra. Dispongono di 56 miliardi di dollari in riserve auree e valutarie sufficienti per un anno di guerra.
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Il ruolo di Prevost nell'imperialismo narrativo
di comidad
Il concetto di ateismo è filosoficamente difficile da maneggiare, poiché per negare l’esistenza di qualcosa occorrerebbe preliminarmente definire quel qualcosa. Insomma, per diventare atei bisognerebbe prima essere teologi. Forse non vale la pena di fare tutto questo sforzo, visto che la religione è anzitutto un fenomeno umano; anzi, un po’ troppo umano. L’inattendibilità umana scredita la religione molto di più della inattendibilità divina, perciò è risultato ancor più velleitario voler sostituire la religione trascendente con una religione dell’uomo. Ogni religione è infatti una relazione tra esseri umani, i quali di solito provvedono a smentirsi da soli.
Il 12 dicembre scorso il “Santo Padre” ha concesso una udienza ai “membri del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica”, ovvero i servizi segreti, quelli che oggi si fanno chiamare AISI ed AISE. La notizia è riportata dal Bollettino della Santa Sede.
Il 15 ottobre 2025 si è celebrato il centenario della fondazione del sistema unificato di “intelligence”. Il Servizio Informazioni Militare è stato fondato all’epoca delle cosiddette Leggi fascistissime, e infatti fu largamente coinvolto nella persecuzione degli antifascisti. Il governo ha conferito ampio risalto a questa imbarazzante ricorrenza, e sul sito del governo si trova anche la conferma della notizia dell’udienza papale del 12 dicembre scorso.
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Iran-USA: un pareggio che può cambiare il mondo
di Giuseppe Masala
Con l'insperata tregua mediata dal Pakistan e dalla Cina, Iran e USA si avviano a incamerare un "pareggio" in uno scontro che poteva avere esiti drammatici. Ma pareggio in questo caso non significa che tutto rimarrà come prima; la storia del mondo e ad uno snodo cruciale e questo pareggio cambia per sempre gli equilibri
Quando tutto sembrava avviato verso uno sbocco ancora più tragico di quello visto nel corso dell'ultimo mese e mezzo è arrivata la notizia, tanto insperata, quanto attesa: Stati Uniti e Iran hanno accettato una tregua di quindici giorni nei quali si impegnano a trovare una soluzione definitiva al conflitto in corso.
L'accordo che potrebbe avere una rilevanza storica ha visto il Pakistan nel ruolo di mediatore decisivo; secondo alcune fonti nella fase finale ci sarebbe stato anche un intervento della Cina che avrebbe spinto anche i settori più oltranzisti della élite iraniana ad accettare i termini dell'accordo.
Cosa contenga in realtà questo accordo, non è dato sapere visto che le parti parlano di vittoria storica e totale sull'avversario. Secondo le fonti iraniane, Trump avrebbe accettato i dieci punti proposti da Teheran; in realtà, pare evidente, che Trump ha accettato di discuterli in questi quindici giorni di cessate il fuoco. Il che è molto diverso.
I punti più difficili da accettare per Washington del “decalogo” di Teheran sono certamente il (1) mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, (2) l'accettazione di Washington che l'Iran arricchisca il suo uranio, (3) il pagamento di un risarcimento all'Iran da parte degli USA, (4) ritiro delle truppe statunitensi dalla regione.
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Verso il disastro
di Alessandro Volpi*
Cronache dal disastro
In questo momento lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso mentre per Suez i volumi di transito sono ridotti del 70%. Diventa dunque fondamentale per l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo Stretto di Malacca, da dove ormai passano quasi tutti i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.
La sua chiusura comporterebbe la paralisi della Cina in pochi giorni. Ora tale Stretto è aperto ma per effetto della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.
Bisogna aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in tale senso, accentuati dalle attività di pirateria. Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso e Suez a scartamento ridotto, la recessione sarebbe immediata.
Per la prima volta, da anni, siamo di fronte a una crisi che non è solo il prodotto della speculazione finanziaria ma è dettata dalla follia imperiale di Stati Uniti e Israele; peraltro Trump ipotizza di mandare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare il suo paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% sui decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per la guerra.
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Ricapitolando...
di Andrea Zhok
Doppio standard europeo: sanzioni inflessibili contro Iran e Russia, silenzio su Israele e USA. Morale proclamata, realismo assente. Intanto l’Europa paga il prezzo: energia cara, deindustrializzazione, cittadini sacrificati. Certo, la ghigliottina...
L’Unione Europea nel 2012 ha messo sotto severe sanzioni l’Iran, seguendo la scia delle sanzioni statunitensi che risalgono alla nascita della Rivoluzione islamica (1979). Le sanzioni includono il divieto di importazione, acquisto e trasporto di petrolio greggio e prodotti petroliferi iraniani.
Le motivazioni ufficiali per le sanzioni sono sempre altamente umanitarie: le violazioni dei diritti umani. Dal 2022 l’Unione Europea ha avviato una serie di sanzioni di pesantezza crescente nei confronti della Russia, primo fornitore energetico dell’Europa.
Anche qui, di fronte alle osservazioni di schietto buon senso, che osservavano come un’area di trasformazione industriale come quella europea, priva di rilevanti risorse energetiche, avrebbe dovuto operare per una rapida chiusura del contenzioso e non per un muro contro muro, la risposta ufficiale ha percorso le usuali linee di alta inflessibile idealità. Non si poteva transigere perché la libertà, la difesa della sovranità ucraina, la violazione del diritto internazionale… Poco dopo – nel 2023 – a fronte dell’aiuto iraniano alla Russia, con la fornitura di droni, l’UE ha esacerbato le sanzioni verso l’Iran. Non era tollerabile un aiuto militare a uno stato che aveva violato il diritto internazionale!
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Geopolitica del Caos Controllato: teoria dei giochi, imperi in declino e la lunga marcia verso il mondo multipolare
di Mario Pietri
C’è un filo rosso – sottile ma implacabile – che lega il linguaggio apparentemente erratico della politica estera americana contemporanea, la postura strategica della Russia nella guerra d’attrito ucraina, e la crescente tensione sistemica che attraversa le rotte energetiche globali: quel filo è la teoria dei giochi applicata alla geopolitica del collasso.
La lezione del professore cinese, esperto di strategie predittive – o, per usare una definizione più aderente alla sua cifra intellettuale, nelle analisi di Jiang Xueqin, una sorta di “psico-storico” contemporaneo che mescola teoria dei giochi, cicli storici e intuizioni sistemiche – non parte da slogan ma da una premessa strutturale: ciò che appare caos è spesso una forma sofisticata di razionalità non lineare, una sequenza di mosse che, se osservate nel breve periodo, sembrano incoerenti, ma che nel lungo arco temporale disegnano un tentativo deliberato di riposizionamento sistemico. In questa chiave, la politica di Donald Trump verso l’Iran – dalle minacce esplicite di riportare il paese “all’età della pietra” fino alla possibilità, più volte ventilata, di una invasione terrestre nonostante i limiti operativi evidenti (circa 50.000 uomini nel teatro mediorientale, in un contesto geografico estremamente favorevole alla guerriglia) – non sarebbe il prodotto di impulsività, ma di una strategia dirompente: rompere le catene di approvvigionamento globali per ricostruirle attorno al perimetro nordamericano, anche attraverso un uso deliberato della destabilizzazione come leva sistemica.
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