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Strategia e tattica di un’efficace politica antimperialista
di Eros Barone
Nel presente articolo mi propongo di rispondere ad una questione basilare: in quale direzione va orientata la lotta contro l’imperialismo? Come è noto, il marxismo è stato un tenace sostenitore dei movimenti di liberazione nazionale sparsi nel mondo. Non per nulla, durante la prima metà del ventesimo secolo, ha costituito per molti di questi movimenti la principale ispirazione. In questo senso, i marxisti sono stati all’avanguardia di due tra le più importanti lotte politiche dell’epoca moderna: la resistenza al colonialismo e la lotta contro il fascismo. La maggior parte del nazionalismo africano sorto dopo la seconda guerra mondiale, da Nkrumah e Fanon in poi, si è orientata su una qualche versione del marxismo o del socialismo. Parimenti, la maggioranza dei partiti comunisti in Asia ha integrato il nazionalismo nelle proprie piattaforme programmatiche. Mentre le classi operaie dei paesi capitalistici avanzati, durante gli anni Sessanta del secolo scorso, sembravano essere relativamente passive (ma bisogna tenere conto del ruolo divisivo e frenante delle aristocrazie operaie), le masse contadine, insieme con le avanguardie intellettuali, di Asia, Africa e America Latina hanno portato avanti, in nome del socialismo, processi rivoluzionari o dato vita a società relativamente indipendenti. Dall’Asia, come tu ben sai, vennero sia l’ispirazione della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria di Mao Zedong in Cina nel 1966 sia la resistenza dei Vietcong di Ho Chi Minh contro gli USA in Vietnam, per tacere dei progetti e degli ideali socialisti africani di Nyerere in Tanzania, di Nkrumah in Ghana, di Cabral in Guinea-Bissau e di Franz Fanon in Algeria. Infine, dall’America Latina si sprigionò la rivoluzione cubana di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara.
Così, il nazionalismo rivoluzionario ha arricchito il marxismo e lo ha reso più aderente alle diverse situazioni concrete, nel mentre il marxismo ha cercato di offrire ai movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo Mondo qualcosa di più costruttivo e innovativo che non il semplice avvicendamento del dominio di una classe capitalistica, la cui sede era all’estero, con un altro dominio similare da parte di una classe capitalistica autoctona.
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Assassini di bambini: lo Stato di Israele, i suoi protettori e il massacro industrializzato dei bambini
La confessione che nessuno ha fatto
di Laala Bechetoula - Global Research
Cominciamo con l'unica frase che ogni ministro degli esteri occidentale, ogni portavoce della Casa Bianca, ogni portavoce dell'Unione Europea si è rifiutato di pronunciare in 18 mesi di massacri:
Israele sta uccidendo bambini. Deliberatamente. Sistematicamente. Con le nostre armi. Con i nostri soldi. Con la nostra copertura diplomatica. E noi lo permettiamo.
Questa è la sentenza. Non è propaganda. Non è antisemitismo. Non è una teoria del complotto diffusa su siti web marginali. È la conclusione documentata, verificata e corredata da riferimenti incrociati dell'UNICEF, dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, di Human Rights Watch, di Amnesty International, dell'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, della Corte Internazionale di Giustizia, di The Lancet e, da gennaio 2026, delle stesse fonti militari israeliane, che hanno finalmente accettato il bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Salute di Gaza.
Più di 21.289 bambini sono stati confermati uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023. Più di 44.500 bambini sono rimasti feriti, molti in modo permanente. Più di 172 bambini sono stati uccisi in Libano in sei settimane di rinnovata guerra. Almeno 254 bambini sono stati uccisi in Iran dal 28 febbraio 2026, tra cui più di 165 studentesse uccise in un singolo attacco alla scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab. Più di 50.000 bambini sono stati uccisi o feriti in tutta la regione in meno di trenta mesi.
Questa non è guerra. Questa non è autodifesa. Questo non è un tragico ma inevitabile effetto collaterale di complesse operazioni militari in aree densamente popolate. Questo è lo sterminio sistematico, su scala industriale, di bambini arabi, finanziato dagli Stati Uniti d'America, reso possibile dalla codardia dell'Europa ed eseguito dallo Stato di Israele con una precisione e una coerenza che non lasciano spazio alla parola "incidente".
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Perché gli USA sono obbligati a fare la guerra
di Alessandro Volpi
Perché oppressi da un debito pubblico insostenibile in un contesto di crescente de-dollarizzazione. Le operazioni militari contro il Venezuela, l’Iran, la Nigeria e le minacce contro la Groenlandia servono a garantirsi il controllo delle risorse energetiche e contenere l'ascesa della Cina
Gli Stati Uniti sono ormai, in maniera strutturale, una realtà aggressiva che non può sopravvivere senza una politica imperiale. In altre parole, non possono più evitare una crisi devastante se non si trasformano, a tutti gli effetti, in un impero, superando persino la fase imperialista. Questo fenomeno potrebbe essere descritto da più punti di vista; dall’assolutizzazione del potere federale, in capo al presidente, al monopolio centrale e violento dell’ordine pubblico, alla compressione delle libertà civili, alla creazione di veri e propri rapporti coloniali nei confronti degli ex alleati, e di costante scontro con i nemici, fino alla difesa “armata” della tenuta della moneta e dell’economia.
Il debito pubblico insostenibile
Il punto su cui vorrei soffermarmi è proprio quest’ultimo, partendo dal dato, a mio parere, cruciale. Gli Stati Uniti hanno un debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari, che continuerà a crescere ogni minuto di 7 milioni di dollari e di 10 miliardi al giorno. Ciò dipende da vari fattori, a partire dall’enorme mole di interessi pagati, che, a sua volta, dipende dalla difficoltà a trovare compratori e dall’impossibilità di fare acquisti di dollari da parte della Fed, data la debolezza del dollaro. Dipende poi dal prevalere delle scadenze brevi, scelte dal Tesoro Usa, per far sopravvivere il collocamento del debito stesso perché si “scommette” su una possibile riduzione dei tassi in futuro: una scommessa, in verità, assai difficile da centrare e che produce l’effetto invece di sottoporre il Tesoro Usa a costanti prove con le aste ravvicinate.
Il debito cresce inoltre perché esiste un divario profondo fra le entrate federali e le spese, determinato dalla contrazione progressiva del gettito fiscale a fronte di spese crescenti, a cominciare da quelle del settore militare. Ci sono poi due ulteriori fattori che sono causa ed effetto, al contempo, della crisi del debito. Il primo è costituito dall’impennata del prezzo dell’oro e dell’argento, il cui mercato ha raggiunto ormai un valore di poco inferiore ai 40 mila miliardi di dollari; un vero record.
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Il “predominio energetico” USA rischia di naufragare nel Golfo Persico
di Roberto Iannuzzi
Lo shock energetico originato da Hormuz affossa il Golfo, investe gli alleati asiatici di Washington, e favorirà le energie rinnovabili, dando un’ulteriore spinta alla Cina che è leader nel settore
Il concetto di “predominio energetico” è uno dei cardini della politica estera ed economica dell’amministrazione Trump.
Esso si riferisce non soltanto alla capacità produttiva e di esportazione, ma alla possibilità di controllare infrastrutture e giacimenti, i flussi energetici mondiali e i loro punti nevralgici (i cosiddetti “chokepoint”, come i canali di Suez e Panama e gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca).
Non siamo dunque di fronte a una mera politica energetica, ma a una vera e propria strategia geopolitica, come ha scritto Diana Furchtgott-Roth, una delle “menti” dell’amministrazione che hanno elaborato questa dottrina.
In patria, tale dottrina ha comportato una rinnovata scommessa su idrocarburi e nucleare, a spese delle energie rinnovabili.
Con riserve tecnicamente estraibili pari a oltre 300 miliardi di barili di greggio, e circa 85 trilioni di metri cubi di gas naturale, gli USA sono una superpotenza degli idrocarburi. La produzione petrolifera è a livelli record, mentre l’esportazione di gas naturale liquefatto (LNG) è cresciuta più del 20%.
Non solo Washington ha accresciuto la dipendenza degli alleati (orfani delle fonti russe a basso costo) nei confronti delle proprie risorse energetiche, ma vuole ostacolare la loro transizione verso le energie rinnovabili, dove la Cina occupa una posizione di leadership.
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Le alternative frustrate nel ‘900 hanno bisogno di essere riscattate oggi. Per l’umanità
Tre domande di Alberto Deambrogio a Pier Paolo Poggio
Pier Paolo Poggio, storico. Ė stato consulente della Biblioteca della Fondazione Feltrinelli per la sezione russa. Dagli anni ’70 si occupa di organizzazione delle fonti per lo studio dell’età contemporanea e di archeologia industriale. Ė stato direttore scientifico della Fondazione Luigi Micheletti e direttore del Museo dell’Industria e del Lavoro (MUSIL). Ha pubblicato diversi volumi, tra i quali Comune contadina e rivoluzione in Russia: l’obscina (Jaca Book, 1978), Nazismo e revisionismo storico (Manifestolibri, 1997), Le tre agricolture. Contadina, industriale, ecologica (Jaca Book 2015) eLa Rivoluzione Russa. Intellettuali e potere (con S.Caprio e G. Codevilla, Jaca Book, 2017). Ha curato inoltre il progetto l’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Pier Paolo Poggio ha voluto realizzare l’intervista che segue dopo un lungo periodo di silenzio. Gli siamo riconoscenti.
* * * *
Alberto Deambrogio: Pier Paolo Poggio il tuo monumentale lavoro con la collana l’Altronovecento ha portato alla luce correnti di pensiero, figure, conflitti spesso espunti dalla narrazione ufficiale del cosiddetto secolo breve.
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Iran: la guerra inevitabile
di Davide Malacaria
Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington - Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato
“Il conflitto con l’Iran è entrato in una nuova fase dannosa: un limbo paralizzante tra guerra e pace che lascia lo Stretto di Hormuz chiuso e la prospettiva di un’escalation incombente”. Così il Wall Street Journal, che allarma sui pericoli della chiusura dello Stretto che, a causa del blocco americano, che a sua volta ha innescato la nuova stretta di Teheran sullo stesso, non solo prolunga l’aggravio dei mercati globali, ma rischia anche un nuovo scontro aperto.
Infatti, prosegue il WSJ. “La battaglia per il controllo dello Stretto, uno dei più importanti corridoi del commercio globale, infuria, tenendo in allerta gli operatori del mercato delle materie prime e contribuendo a spingere i prezzi internazionali del petrolio oltre i 100 dollari al barile […] né Washington né Teheran stanno allentando le tensioni, quanto piuttosto mettendo alla prova i limiti della coercizione. Finché il doppio blocco rimarrà in vigore, ogni abbordaggio, ogni colpo di avvertimento o sequestro di navi può diventare un fattore scatenante per una più ampia ripresa del conflitto”.
Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington – Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato. Perché ciò avvenga deve ottenere qualcosa dall’Iran, una vittoria che Teheran non è disposta a concedere.
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Sullo spirito del capitalismo
di Andrea Zhok
Le analisi prodotte in una chiave marxiana rimangono le più potenti nell’interpretare la società contemporanea, le più capaci di dare conto e anticipare le sue dinamiche di fondo, tuttavia esse soffrono spesso di “scarsa intuitività”, di scarsa “figuratività”. Se spieghi a qualcuno che le sue azioni, qualunque cosa lui creda di sé stesso, sono nel lungo periodo incanalate o almeno condizionate dai macromeccanismi strutturali dell’autoriproduzione del capitale, la reazione istintiva dei più è di diffidenza o incredulità. Questo perché loro (ma in verità ciascuno di noi, con rarissime eccezioni) non è mosso intenzionalmente da quelle leve: non vuole “fare sempre più soldi”, non vuole “ottenere margini crescenti”, non è quello che lo anima e muove.
Questo fatto è da sempre un ostacolo a una piena comprensione di quel modello esplicativo, a quasi due secoli dalle sue prime formulazioni. Se guardiamo ai movimenti nazionali e internazionali che conducono alla Prima Guerra Mondiale vediamo in modo trasparente come il conflitto appaia come orizzonte fatale di una competizione economica illimitata e necessariamente espansiva, che prima esaurisce la proprie risorse interne, poi si riversa nell’avventura coloniale (prima globalizzazione), infine passa alle vie di fatto, trasformando la competizione economica in guerra guerreggiata. Tuttavia, per quanto un’analisi a posteriori mostri quei processi con chiarezza (e per quanto alcuni, come Rosa Luxemburg, li avesse descritti già ai tempi), la stragrande maggioranza delle persone alle soglie della Prima Guerra Mondiale (inclusi eminenti membri delle classi dirigenti) interpretavano quelle circostanze come “ricerca dello spazio vitale”, come “autodifesa nazionale”, come “orgoglio patriottico”, come “protezione delle proprie famiglie dalla barbarie straniera”, ecc.
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La guerra contro l'Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”
di Pepe Escobar – The Cradle
La guerra contro l'Iran sta compromettendo i corridoi commerciali, dei trasporti e energetici che sono al centro dell'integrazione eurasiatica.
La guerra di scelta degli Stati Uniti contro l'Iran non solo sta ridefinendo la geopolitica, ma sta anche interferendo, destabilizzando e riorientando ciò che The Cradle ha descritto nel giugno 2022 come La Guerra dei Corridoi di Connettività Economica; probabilmente il paradigma geoeconomico chiave dell'integrazione eurasiatica nel XXI secolo.
Da est a ovest e da nord a sud, questi corridoi intrecciano praticamente tutti i principali attori in tutta l'Eurasia.
Scaviamo più a fondo in quelli che potrebbero essere i quattro vettori più importanti: il corridoio est-ovest delle Nuove Vie della Seta/Belt and Road Initiative (BRI) guidato dalla Cina; il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud Russia-Iran-India (INSTC); l'IMEC (Corridoio India-Medio Oriente); e i corridoi proposti che collegano la Turchia con Qatar, Siria e Iraq.
Le Nuove Vie della Seta/BRI della Cina avanzano attraverso una molteplicità di corridoi dallo Xinjiang all'Eurasia occidentale, incluso il Corridoio Settentrionale (attraverso il Transiberiano in Russia) e il Corridoio Centrale (passando per il Kazakistan e attraverso il Caspio fino al Caucaso e alla Turchia).
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Su Romano Luperini (1)
di Ennio Abate, Romano Luperini
Ho seguito per decenni, assieme al lavoro di Fortini, quello di Romano Luperini. Sono stato abbonato quasi dall’inizio a due delle riviste da lui fondate e dirette: L’ombra d’Argo e Allegoria. E ho avuto con lui anche scambi di mail intensi e fiduciosi tra 1997 e 2002 e poi vari momenti di collaborazione. Con la ripubblicazione di questo articolo del 2007, comparso in quell’anno sul vecchio sito di Poliscritture, ora non più accessibile, comincio un mio ripensamento della sua figura, partendo dai saggi o dalle opere sue che ho letto. E, per ora, senza alcuna preoccupazione di sistematicità o di completezza. [E. A.]
* * * *
L’INCONTRO E IL CASO di Romano Luperini (Laterza 2007)
Sotto il dominio del caso. Questo il destino dell’uomo occidentale?
Il tema dell’incontro con l’altro – quasi sempre tra un uomo e una donna e spesso confinato nell’immaginario o scontro dissimulato – è al centro di questo libro.
Luperini ne studia la presenza e la funzione narrativa in undici opere, veri monumenti del grande romanzo borghese sviluppatosi nei «paesi industrializzati dell’Europa dell’Ovest» (p. 10) nel periodo che va dal primo Ottocento al 1922 circa, da lui definito «della piena modernità e della svolta modernista, contrassegnato dal fallimento della rivoluzione democratica del 1848» (p. 8). Solo rapidi cenni sono dedicati (per ora) al resto del Novecento, per cui il baricentro del saggio è, di fatto, dentro la storia europea che precede l’avvento dei fascismi. In ordine di trattazione troviamo capitoli riguardanti Manzoni, Flaubert, Maupassant, Svevo, Proust, Musil, Verga, Joyce, Pirandello, Tozzi e Kafka.
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Alla ricerca di (delle) radici
Tentativo di dare ordine ai concetti di prodotto sociale, consumo e surplus
di Luciano Bertolotto
Il prodotto sociale
La natura fornisce le risorse necessarie alla vita... la madre terra..
L'uomo, con il lavoro, la modifica, per trarre quanto pensa gli sia utile.
Non senza conseguenze. In parte dovute alla selvaggia appropriazione di quel che serve per soddisfare la domanda di un consumo sempre più sofisticato.
Il territorio è considerato alla stregua di una variabile dipendente, uno ostacolo da superare.
Certe catastrofi non sono affatto naturali...
Inoltre la popolazione mondiale, cresciuta in misura abnorme, si è concentrata in aree superaffollate dove, i rifiuti e, soprattutto i gas emessi, alterano ogni precedente equilibrio.
Qualche megalomane pensa che stiamo distruggendo il pianeta.
In realtà a essere distrutto sarà solo il nostro habitat.
Con noi, o senza di noi, il vecchio sasso continuerà, tranquillamente, a ruotare attorno al sole.
Ma questo è solo un aspetto del problema. Una conseguenza(non la sola) del comportamento di chi sta segando il ramo su cui è seduto.
Il guaio dell'uomo(soprattutto se di genere maschile) è di credere d'essere padrone del mondo. Come se esso esistesse per noi...anzi, per qualcuno di noi. Come specie lo si vuole dominare e, nel suo piccolo, ciascun individuo cerca di possederne almeno un pezzettino.
Probabilmente si è perso il ricordo di quanto era fragile l'umanità di fronte alle forze della natura.
Vecchia storia sancita da scritture più o meno sacre...
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Il nuovo “caso Mattei” e la crisi della sovranità simbolica italiana
di Tiberio Graziani
L’articolo interpreta la diffida della famiglia Mattei come segnale di un disallineamento tra memoria storica e prassi geopolitica. Il richiamo a Enrico Mattei mette in luce il deficit di autonomia strategica dell’Italia e l’incapacità di tradurre in azione politica una tradizione fondata su indipendenza energetica e visione multipolare.
C’è un dato che, più di altri, segnala la profondità della frattura apertasi attorno alla figura di Enrico Mattei: la necessità, da parte dei suoi eredi, di intervenire formalmente per impedirne un uso ritenuto distorsivo da parte del Governo stesso. La diffida inviata a Palazzo Chigi contro l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non è soltanto un episodio di conflittualità politico-giuridica, ma un sintomo di una più ampia crisi di orientamento strategico.
Quando Pietro Mattei parla di “distorsione dell’eredità politica”, egli richiama implicitamente una categoria centrale della riflessione geopolitica: quella della coerenza tra rappresentazione simbolica e prassi strategica. In altri termini, il problema non è il nome in sé, ma il disallineamento tra ciò che esso storicamente significa e l’azione politica che oggi pretende di incarnarlo.
Per comprendere la portata di tale disallineamento, è necessario collocare la figura di Enrico Mattei nel contesto della competizione sistemica del secondo dopoguerra, evitando letture riduttive che ne limitino l’azione alla sola dimensione industriale.
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Il culto dell’eccezionalismo americano
di Ashes of Pompeii*
L’eccezionalismo americano è spesso scambiato per una politica, ma in realtà è una forma di religione, un culto semi-secolare. Richiede fede, non prove. Sebbene sia spesso associato alla destra politica, i suoi principi fondamentali permeano l’intera psiche americana, inclusa una parte della sinistra che dice di opporsi allo status quo.
Questa visione del mondo poggia su una serie di pilastri che rimangono in gran parte indiscussi, anche dalla maggior parte di quegli americani che si considerano anti-sistema. Per capire il potere americano, bisogna capire queste regole non dette.
Soprattutto, c’è la convinzione assoluta della maggior parte degli americani, ma specialmente della classe dirigente, che l’America sia divinamente benedetta, su questa terra per guidare l’umanità verso la prosperità e la luce. Scelta da Dio!
Persino tra gli (ammettiamolo: pochi) atei americani, l’idea di una missione divina e messianica è ancora presente, sebbene espressa in termini di moralità, buon senso e inevitabilità del trionfo del capitalismo e della cultura americana. Il liberalismo americano come “La fine della storia”, e la politica estera americana come operante per il bene dell’umanità, come opera missionaria.
Il primo principio dell’America come “nazione messia” è la sacralità del capitalismo, la convinzione prevalente che il libero mercato sia il più grande motore economico mai ideato, e che i vincoli normativi, anche se occasionalmente necessari, siano intrinsecamente sospetti.
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Gli USA sono una cleptocrazia legale e costituzionale
di comidad
Ci si domanda da più parti se Trump sia davvero stupido o pazzo, oppure se dietro le sue esternazioni vi sia una strategia. Nel suo miglior film, Groucho Marx pronunciò la sua più famosa battuta: “Parla come un idiota e ha la faccia da idiota, ma non lasciatevi ingannare: è veramente idiota”. Insomma, non sempre l’apparenza inganna. Il percorso da seguire non è quello psicologico o psichiatrico; bensì, ancora una volta, il sentiero dei soldi; cioè capire se le condizioni strutturali del finanziamento elettorale consentano che negli USA vi sia effettivamente una direzione politica, qualcosa di simile a una strategia.
Nel 2010 una sentenza della Corte Suprema ha riconfermato la giurisprudenza che si era già consolidata nel corso degli anni. Le sentenze della Corte hanno equiparato le donazioni elettorali da parte delle società e dei privati alla libertà di espressione, sancita dal Primo Emendamento, quello che impedisce al Congresso di promulgare leggi che limitino la libertà di parola o di stampa. Quindi, secondo i giudici della Corte Suprema, corrompere i politici non è soltanto legale, ma deve essere considerato un diritto costituzionale. Una giurisprudenza del genere ovviamente è un ossimoro, in quanto pone una ovvia obiezione: e se anche una tale sentenza fosse l’effetto di “donazioni”, ovvero comprata? D’altra parte i giudici della Corte Suprema potrebbero rispondere che, secondo la loro lettura della Costituzione, convincerti e comprarti sono la stessa cosa.
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Donald contro Leone
di Alessandro Zaccuri
La prima parola scritta tutta in maiuscolo è WEAK, “debole”; l’ultima è LOSER, “perdente”, che nella logica della manoshpere (modesta proposta: in italiano la resa migliore sarebbe “maschiosfera”, anziché il calco “manosfera”) è più o meno un sinonimo di weak, con ulteriore sfumatura denigratoria. Non soltanto non ce la fai, ma le prendi pure. Dopo di che, sempre in aggressivo stile caps lock, segue la firma DONALD J. TRUMP. Nel messaggio pubblicato il 13 aprile sul social Truth come d’atto d’accusa contro il pontificato di Leone XIV, gli altri termini messi in risalto a colpi di tastiera sono FEAR (“paura”), COVID, MAGA, OK e IN A LANDSLIDE, “a valanga”, o anche “schiacciante”, in riferimento a un risultato elettorale. Trump si serve di questa accezione per ribadire l’incontestabilità della vittoria conseguita sulla democratica Kamala Harris. Essendo diventato presidente degli Stati Uniti, adesso decide tutto lui. È persuaso che l’elezione di Robert Francis Prevost sia merito suo, perché – sostiene – la Chiesa aveva bisogno di un papa statunitense per gestire i rapporti «con il presidente Donald J. Trump», cioè con lui stesso. Motivo per cui Leone XIV farebbe meglio a darsi una regolata, magari lasciandosi consigliare dal fratello Louis, che è un tipo con la testa a posto. Un MAGA dichiarato, che altro?
Messe una in fila dopo l’altra, le parole in maiuscolo sintetizzano in modo straordinariamente efficace un programma che, prima di essere politico, è anzitutto culturale: una mentalità che diventa prassi, ma che già in quanto mentalità è di per sé incompatibile con la mitezza del messaggio evangelico.
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Intelligenza artificale. O del nulla eterno
di Luigi Alfieri
Le religioni del potere sono immanentistiche. Il mondo è tutto qui. Per questo bisogna conquistarlo, dominarlo, sfruttarlo, fino a distruggerlo. L’immortalità deve essere qui. Non per gli umili, per i sofferenti. Per i ricchi, per i tecnocrati. Così, mentre le religioni diventano mondane, la scienza, la tecnica “sfondano” verso la trascendenza e l’artificialità prende il posto della spiritualità. L’immortalità non è più oltrepassamento della morte, è semplicemente non morire. Si può agire sul corpo, lo si può sostituire con un supporto fisico più adeguato trasferendovi la mente. La medicina della longevità, la bioingegneria. E l'IA.
* * * *
È complicato parlare di un argomento ipertecnologico come l’Intelligenza Artificiale sapendo a malapena come si accende un computer. Bisogna per forza prenderla da lontano, e quindi parlare in gran parte di altro. Cosa del tutto possibile, comunque, perché non c’è nulla di umano che non si inserisca in una lunga storia. Per quanto grandi siano le innovazioni, hanno sempre alle spalle uno sviluppo di lungo o lunghissimo periodo che è riconoscibile, con qualche piccola competenza di storia culturale, anche da chi (come me) è completamente ignaro di tutta la parte tecnica della questione.
Fantasia…intelligenza artificiale
Il biblico Nihil sub sole novi è un’ottima scusa per consentire anche agli ignoranti di parlare, nonché un’espressione retorica abusatissima. Ciò non impedisce che sia una verità, con poche eccezioni. Ogni impresa umana, prima di essere realizzata, è dovuta entrare nell’orizzonte dell’immaginario. In quest’orizzonte si gira a vuoto per secoli o millenni, poi, di solito abbastanza all’improvviso, si scopre come fare davvero ciò che da tantissimo tempo sognavamo di fare. Gli esempi sarebbero infiniti.
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Indagine su guerra ed energia. Le nostre proposte
di Leonardo Mazzei
Premessa
Mentre scriviamo vige una fragile tregua tra Stati Uniti e Iran. Un’incertezza che si riflette sul blocco dello stretto di Hormuz. Qui, alle brevi riaperture dei giorni scorsi, ha fatto seguito una nuova chiusura decretata dalle autorità di Teheran in risposta all’arrogante pretesa americana di bloccare l’accesso ai porti iraniani. La confusione regna dunque sovrana. Le notizie su nuove trattative a Islamabad si alternano a quelle che annunciano un’altra escalation, e nessuno può dire davvero cosa accadrà nelle prossime settimane.
L’unica cosa certa è che il fronte mediorientale resterà caldo. Così esige la strategia americana, così impone quella israeliana. La stupenda resistenza dell’Iran li ha fatti sbattere contro il muro della realtà, ma ben difficilmente Trump e Netanyahu rinunceranno alla loro scelta guerrafondaia. Se accetteranno una tregua sarà solo per prendere tempo, per riorganizzarsi e tornare a colpire. Esattamente come hanno fatto dopo la guerra dei “dodici giorni” del giugno 2025.
L’attacco all’Iran del 28 febbraio, che rappresenta un decisivo salto di qualità verso una guerra mondiale pienamente dispiegata, ha fatto emergere ancora una volta la centralità della questione energetica, la sua intima connessione con ogni strategia geopolitica, con ogni ipotesi di ridefinizione degli equilibri globali.
L’energia è un nervo particolarmente sensibile del sistema, un tassello che può far saltare l’intero puzzle del capitalismo globalizzato, quello che può accendere notevoli fiammate inflattive e immediate ricadute recessive: la temuta e probabile stagflazione. Naturalmente, nel quadro di un conflitto generalizzato, dunque di un’economia di guerra, anche questi aspetti andrebbero relativizzati, ma la discussione sull’energia richiama anche altre questioni che vanno oltre la guerra stessa. Ci riferiamo ai temi delle fonti energetiche da privilegiare, del sistema degli approvvigionamenti e di quello dei prezzi, tutti argomenti che hanno già fatto irruzione nel dibattito pubblico.
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Venezuela, il glamour della menzogna e l'anatomia della riscossa: sovranità politica contro asfissia economica
di Geraldina Colotti
Se la storia è maestra di vita, la storia intesa come lotta di classe è l’unica vera maestra di rivoluzioni. Vale anche per l'analisi odierna riguardo il processo bolivariano, dopo il sequestro del presidente legittimo, Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. L'aggressione multidimensionale contro il Venezuela e la sua Presidenta incaricata Delcy Rodríguez impone quindi di non fermarsi ai numeri, e nemmeno alla sola analisi economica, ma di intendere la natura del potere politico e il ruolo dello Stato nelle condizioni concrete e nel quadro dei rapporti di forza internazionali.
Non esiste avanzata che non preveda un arretramento, né vittoria che non sia stata preceduta da una correzione di rotta, spiegava già Marx, ne Il 18 Brumaio, ricordando che le rivoluzioni proletarie si criticano continuamente, ritornano su ciò che sembrava compiuto per ricominciarlo daccapo. Questa è la dialettica della sconfitta: il movimento che torna sui propri passi perché la caduta ha rivelato che la base non era ancora abbastanza solida. La sconfitta non è l'atto finale, ma una “stasi messianica” - una fase di ripiegamento necessaria in cui il movimento rivoluzionario è costretto a guardare in faccia la cruda realtà dei rapporti di forza.
E se Walter Benjamin ci invita a “spazzolare la storia a contropelo”, trasformando la memoria dei vinti in energia esplosiva, Antonio Gramsci ci insegna che dalla sconfitta nasce la necessità dell'egemonia e della teoria superiore. Rosa Luxemburg ci ricorda che la rivoluzione domani si rizzerà di nuovo - “ero, sono, sarò!”. Frantz Fanon, ci spiega che la sconfitta del riformismo è il parto della necessità della lotta radicale. E Lenin, che ha diretto la rivoluzione bolscevica nei momenti difficili e cruciali della NEP e del Trattato di Brest-Litovsk, ci insegna che il bilancio delle proprie forze e degli errori non è un atto di debolezza, ma la precondizione per un successivo salto qualitativo. E poi, Fidel, che ha saputo trasformare ogni sconfitta in vittoria.
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Ripensare Marx con Costanzo Preve
di Salvatore Bravo
Ripensare Marx, mentre l’occidente brucia tra guerre e conflitti sociali sommersi, è operazione archeologica e di immersione ed emersione, poiché è necessario sfidare, in primis, l’impotenza politica organizzata e pianificata dal sistema, e in secundis, gli strati archeologici che hanno obliato Marx e il comunismo fino a sospingerli verso una marginalità culturale circonfusa da pregiudizi e miti. La sinistra italiana omologata al capitale lo ha rimosso completamente, anzi, dinanzi al nome di “Marx” essa distoglie lo sguardo e guarda verso il presente aziendalizzato unico suo orizzonte. In una realtà di predatori piccoli e grandi le grandi idee e la prassi fanno fatica a essere visibili, ma continuano a esserci, perché l’essere umano è essere metafisico cerca il senso e la prassi. La sconfitta è sempre parziale, perché il capitalismo non è mai assoluto, ma è l’effetto di contingenze storiche dialettizzabili. In questo clima di “tensione silenziosa” tornare a Marx significa attraversare una folta stratificazione di letture e di interpretazioni nella quale il filosofo di Treviri è scomparso o si mostra in modo assai parziale. Gli usi ideologici del pensiero di Marx lo hanno reso un illustre sconosciuto. Le componenti sociali e istituzionali che lo hanno utilizzato puntualmente ne hanno valorizzato tratti organici ai loro bisogni ideologici rimuovendo il senso perennemente rivoluzionario del pensatore. Marx studiò e denunciò non solo la logica padronale e sfruttatrice del potere con i correlati processi di alienazione, ma analizzò i le modalità di riproduzione del capitalismo nelle sue componente strutturali e sovrastrutturali, pertanto il suo fine era insegnare la critica e la prassi. Certo innumerevoli sono le possibilità poste in campo dal filosofo, ma vi sono costanti che rendono il pensatore coerente testimone della lotta politica contro i poteri. Ritornare a Marx, senza mitizzazioni, significa dunque pensare le stratificazioni nelle quali e tra le quali il pensatore si è obliato per essere trasformato in uno strumento per giustificare cricche di potere accademiche e politiche. Per noi che viviamo fuori da tali istituzioni e da ciò che ne resta, forse, sotto questo aspetto il compito è più semplice, poiché non ci sono pedaggi da pagare per uscire dalle “interpretazioni scolpite nella pietra” dei padroni del pensiero.
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Lenin, il primo architetto del mondo multipolare
di Fabrizio Verde
Dall'Ottobre del 1917 alle sfide del 2026: la lezione eterna di chi osò sognare un mondo oltre il capitale
C’è un momento preciso nella storia in cui un uomo armato di un’idea e di una volontà granitica, riesce a deviare il corso della storia in maniera decisiva. Vladimir Il'i? Ul'janov, che il mondo avrebbe conosciuto semplicemente come Lenin, non fu soltanto il protagonista di quel tornate storico. Ne fu l’incarnazione stessa, la prova vivente che la storia non è una sorte di copione già scritto, ma bensì una pagina bianca che attende di essere riempita dal coraggio di chi osa immaginare un mondo diverso. Di oltrepassare il limite dell’esistente.
Pensiamo alla Russia di inizio Novecento. Non stiamo parlando di una potenza industriale paragonabile all’Inghilterra vittoriana o alla Germania guglielmina. Stiamo parlando di un impero sterminato, è vero, ma attraversato da contraddizioni laceranti, dove l’eco medievale della servitù della gleba risuonava ancora nei campi mentre le ciminiere delle fabbriche iniziavano timidamente a punteggiare le periferie di Pietrogrado e Mosca. Era un paese dove l’élite aristocratica discuteva di Voltaire in francese e dove il mugik analfabeta piegava la schiena su una terra che non gli apparteneva. Secondo ogni schema dogmatico del marxismo ortodosso dell’epoca, la rivoluzione proletaria sarebbe dovuta scoppiare altrove, in quei contesti dove il capitalismo aveva già mostrato tutte le sue contraddizioni più mature. E invece no. La storia, si sa, è una materia capricciosa e non sopporta i copioni scritti a tavolino da chi confonde la teoria con un manuale di istruzioni.
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L’America mette la marcia indietro
di Francesco Piccioni
Dalla guerra alla farsa è stato un attimo. E questo naturalmente è un bene.
Dopo avere per giorni imbastito una comunicazione terrorizzante – “accettate la nostra offerta o bombarderemo ogni centrale elettrica e ogni singolo ponte” – l’America di Donald Trump ha deciso di prolungare il cessate il fuoco con l’Iran, senza una scadenza fissa.
La scadenza dell’ultimatum era ormai vicina – le due di questa notte, ora italiana – quando è stato emesso il milionesimo tweet che affermava: “Considerato che il governo iraniano è gravemente frammentato … ci è stato chiesto di sospendere l’attacco al paese dell’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unificata“, ha scritto Trump.
Il cessate il fuoco durerà “fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un senso o nell’altro“.
In pratica, gli Stati Uniti non possono riprendere le ostilità – per problemi interni, pressioni internazionali praticamente universali, crisi energetica ormai conclamata e lunga da recuperare anche senza continuare la guerra, ecc – e devono innestare la marcia indietro.
Siccome nella narrazione statunitense anche le sconfitte devono essere spacciate per vittorie. La motivazione ufficiale è rintracciata nelle “gravi spaccature” interne al gruppo dirigente di Teheran.
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La fine dell’illusione atlantica
di Giuseppe Gagliano
Perché la crisi della NATO impone all’Italia una scelta strategica
Per decenni l’Italia, come gran parte dell’Europa, ha vissuto dentro una certezza considerata intoccabile: la protezione americana. Era il fondamento implicito della nostra politica estera, della nostra postura militare, perfino della nostra pigrizia strategica. Ora quella certezza si sta sgretolando. Non con un atto formale, non con una dichiarazione solenne, ma attraverso una serie di segnali politici che indicano tutti la stessa direzione: gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, non considerano più la NATO come un vincolo storico da onorare, bensì come uno strumento da usare finché conviene.
Il punto decisivo è questo: Washington non sembra orientata a distruggere apertamente l’Alleanza Atlantica, ma a svuotarla dall’interno. È una differenza cruciale. Le basi restano, i comandi restano, il linguaggio ufficiale resta. Ma si riduce progressivamente la sostanza politica della garanzia collettiva. Il messaggio rivolto agli europei è semplice e brutale: pagate di più, assumetevi più rischi, ospitate le infrastrutture che servono agli Stati Uniti, ma non date per scontato che l’ombrello americano si apra automaticamente quando ne avrete bisogno.
La strategia del disimpegno selettivo
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Quando il pesce grande mangia il pesce piccolo. Su “Libercomunismo” di Emiliano Brancaccio
di Emanuele Zinato
I. La tendenza alla centralizzazione del Capitale
Libercomunismo. Scienza dell’utopia (Feltrinelli, 2026) di Emiliano Brancaccio è un piccolo libro di economia politica, esito di un grande lavoro di ricerca collettiva, che condivide con i lettori una sfida, sconvolgente per almeno tre ragioni: 1) svela scientificamente la gravità della nostra catastrofe; 2) impiega uno stile saggistico, figurale ed efficace, capace di dar conto con chiarezza delle sue acquisizioni; 3) indica il compito, concretamente utopico, che ci sta davanti.
Queste tre ragioni forti del libro sono inattuali nel nostro presente, erede del pensiero debole. Per mezzo secolo l’economia “neoclassica” è stata patrimonio teorico del Capitale e l’intero sistema accademico ha propugnato il dogma delle invalicabili virtù del mercato: impossibile e indesiderabile del resto oltrepassarle, secondo il senso comune, dato il fallimento del “socialismo reale”. Se in questi decenni il capitalismo è stato considerato benefico e insuperabile, e se perfino i centri sociali sono stati intesi come un’intuizione del marketing, il termine comunismo ha potuto di contro diventare il significante di un cadavere, un’attardata, nostalgica e ridicola utopia.
Il primo sintomo che Brancaccio sospettosamente analizza sta sotto gli occhi di tutti: si tratta della “odierna ostinazione a dichiarare morto il comunismo per poi continuamente percuoterlo e ammazzarlo di nuovo” (p. 12). Ci si può chiedere: perché sprecare tanto denaro e tante parole per infamare un defunto inoffensivo? Da Berlusconi a Trump, la retorica politica recente è stata un susseguirsi di ingiurie rivolte ai “comunisti”, perciò il “persistente terrore del potere verso l’ipotetica minaccia comunista esige una spiegazione più scientifica” (p. 14).
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Pensiero critico, critica del pensiero
di Antonio Cantaro
Il mio apprezzamento per l’ultimo libro di Gaetano Azzariti (“Dove è finito il pensiero critico? Dalla rivoluzione promessa all’utopia concreta”, Manifestolibri, 2025) è fuori discussione. Mi attrae la nitidezza dell’interrogativo contenuto nel titolo: dove è finito il pensiero critico? Trovo stimolante la sua perentoria e incalzante risposta: è finito, ed è finito male. Sento autentica la motivazione, non autoconsolatoria, del perché il pensiero critico sia finito male. Il pensiero critico è finito male non a causa della fine delle grandi narrazioni, ma perché si è rifiutato di fare i conti con la dimensione istituzionale, con quella utopia concreta evocata sin dal sottotitolo.
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La crisi del pensiero critico è, per Azzariti, frutto di una sconfitta a cui ha contribuito esso stesso, per eccesso di utopismo e di pratica spontaneista: per non aver fatto seguire alla protesta la capacità di costruire la Città futura. Esemplarmente questo è, secondo l’autore, avvenuto nelle tre declinazioni che vengono complessivamente e partitamente esaminate nel libro: l’operaismo, il pensiero della differenza femminile, l’uso alternativo del diritto. A tutte e tre queste culture e movimenti viene imputata una colpa inemendabile: da una parte, la sottovalutazione della dimensione della legge in nome di una rivoluzione promessa e, dall’altra, la sopravvalutazione della conquista dello Stato, dell’orizzonte onirico della Città ideale. Ma dove sono oggi, si osserva polemicamente, il potere degli operai, la rivoluzione della differenza, la giurisprudenza alternativa?
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Golfo del Caos
di Gianandrea Gaiani
Mentre scriviamo queste note non è ancora chiaro se Iran e Stati Uniti troveranno un’intesa nel nuovo round di colloqui in Pakistan.
Dopo aver minacciato solo poche ore fa l’Iran di colpirlo con “molte bombe” in caso di mancato accordo, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato l’estensione del cessate il fuoco in attesa che i leader iraniani presentino una proposta unitaria.
“Considerato che il governo iraniano è gravemente diviso, cosa che non ci sorprende, e su richiesta di Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif del Pakistan, ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unitaria. Ho quindi ordinato alle nostre forze armate di continuare il blocco e, sotto tutti gli altri aspetti, di rimanere pronte e operative, e prorogherò quindi il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse”, ha scritto Trump.
L’Iran ha però fatto sapere di non aver avanzato alcuna richiesta agli Stati Uniti per estendere il cessate il fuoco, secondo quanto riportato oggi dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim.
L’Ambasciatore iraniano presso l’ONU, Saeed Iravani, ha confermato la disponibilità dell’Iran a partecipare a un nuovo round di negoziati a Islamabad, mediati dal Pakistan, ponendo però una condizione invalicabile: la rimozione immediata del blocco navale statunitense. Secondo Iravani, Teheran avrebbe già ricevuto “segnali” da parte di Washington circa la volontà di allentare la pressione militare nel Golfo.
“Appena interromperanno il blocco, il prossimo round di negoziati potrà aver luogo“, ha dichiarato l’alto diplomatico, sottolineando che la scelta tra escalation e diplomazia spetta ora interamente agli Stati Uniti. La dichiarazione segna un possibile punto di svolta dopo il fallimento del summit previsto per ieri e l’estensione del cessate il fuoco annunciata da Donald Trump.
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La politica nelle pieghe della materia
Un libro di Karen Barad
di Giorgio Griziotti
Il 24 aprile esce in italiano per le edizioni Mimesis, con la cura e la traduzione di Floriana Ferro, l’importante volume di Karen Barad «Incontrare l’universo a metà strada. La fisica quantistica e l’entaglement tra materia e significato». Filosofa e fisica teorica, esponente del nuovo materialismo, nelle sue ricerche propone un ripensamento radicale del dualismo del pensiero occidentale che comporta profonde implicazioni politiche e, in sintonia con alcune intuizioni dell’operaismo italiano, apre a una nuova visione del mondo in chiave postcapitalista. Qui proponiamo in anteprima l’introduzione al volume scritta da Giorgio Griziotti, ringraziando l’autore e la casa editrice per la disponibilità.
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Leggendo per la prima volta Karen Barad, mi ha colpito la radicalità della sua svolta onto-epistemologica rigorosamente basata sulla fisica quantistica: la realtà non è data in anticipo, ma emerge continuamente da processi di intra-azione tra corpi, tecnologie, pratiche e infrastrutture. La conoscenza non rispecchia un mondo preesistente — vi partecipa, lo trasforma dall’interno.
Ho riconosciuto in questa visione teorica elementi che appartengono alle pratiche dell’operaismo come per esempio la conricerca. Il metodo elaborato da Alquati non raccoglieva dati sul soggetto oppresso — co-produceva realtà con esso. La conoscenza si formava nel conflitto, nel rifiuto, nella comunanza situata. Non descriveva il mondo: lo riconfigurava. È esattamente ciò che Barad chiama «respons-ability».
Il ravvicinamento non cancella le tensioni — i nuovi materialismi hanno talvolta attenuato la dimensione del conflitto, l’operaismo ha faticato a pensare fuori dai confini dell’umano.
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