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Guerra digitale – Lezioni dall’Ucraina
Innovazione, l’arte della guerra e i nuovi equilibri geopolitici
di Corrado Cirio
Parte 1.Simmetria e balzi tecnologici
L’Ucraina 2022/2025: laboratorio globale
La guerra Russia/NATO via Ucraina costituirà nel prossimo futuro uno dei punti di svolta cruciali nella storia militare, che verrà analizzato da studiosi di ogni disciplina collegata alla guerra.
Lo scontro armato tra contendenti simmetrici diventa il luogo di massima accelerazione dello sviluppo tecnologico, perché impone adeguamenti in tempo reale, sperimentazioni in condizioni limite, confronto con soluzioni alternative, sotto la spinta di un’urgenza senza precedenti. È anche il luogo di massimo sviluppo della ricerca scientifica, grazie alla disponibilità di risorse straordinarie e alla forzata cancellazione di vincoli e procedure.
Sul campo di battaglia si confrontano le capacità globali dei contendenti, intesi come sistemi sociopolitici, produttivi e diplomatici. Nell’ordine: il morale e la volontà dei combattenti, l’adesione alle motivazioni, il senso di appartenenza e il consenso sociale derivano direttamente dalla situazione sociopolitica; la disponibilità di mezzi materiali, sia quantitativa sia qualitativa, dipende dalla struttura produttiva (ivi comprendendo la ricerca scientifica e tecnologica); il quadro strategico globale, con il mantenimento o la perdita di asset commerciali, economici, relazionali e reputazionali, dipende dalla situazione diplomatica.
Durante i primi tre anni di guerra in Ucraina la battaglia sul campo ha completamente cambiato le regole dello scontro bellico, introducendo via via nuove armi e sviluppando conseguentemente le modifiche necessarie alle modalità di combattimento. Iniziata con strumenti e dottrine trasferite quasi integralmente dal secolo scorso, oggi la guerra in Ucraina rappresenta una realtà profondamente diversa.
Talmente diversa, a nostro parere, da imporre non soltanto un ripensamento delle tattiche e delle strategie militari, ma anche la presa d’atto di cambiamenti geopolitici globali.
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Le 10 notizie più importanti (e verificate) contenute negli Epstein Files
di Enrica Perucchietti
Gli Epstein Files non sono una semplice raccolta di atti giudiziari su abusi sessuali e tratta di minori, ma un archivio che attraversa una ragnatela complessa di relazioni tra finanza, politica, e intelligence. Milioni di documenti restituiscono il profilo di Jeffrey Epstein non come figura isolata, ma come facilitatore e nodo di connessione di un ecosistema di potere globale. Per oltre trent’anni, questa rete ha operato grazie a protezioni giudiziarie, omissioni investigative e silenzi istituzionali. Le desecretazioni del 2025 e, soprattutto, il rilascio del 30 gennaio 2026 hanno prodotto effetti concreti, travolgendo figure ritenute intoccabili e mostrando come il sistema sacrifichi alcune pedine per preservare la propria struttura. Molto è stato detto, scritto e speculato sul materiale emerso: quelle che seguono sono le dieci notizie più rilevanti e verificate, che emergono dal corpus documentale e che si trovano ampiamente analizzate in Epstein Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite occidentali.
1. La presenza di contenuti violenti
Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha ammesso ufficialmente di aver escluso dai documenti pubblicati immagini e video che mostrano morte, violenze, abusi sessuali sui bambini e pornografia. Nella stessa occasione ha riconosciuto di detenere ancora oltre due milioni di file “in fase di revisione”.
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Il Giornale Unico della Propaganda: l’Ucraina ha vinto, l’Europa trionfa!
Dossier Ucraina
di Alessio Mannino
Giù all’inferno, il povero Joseph Goebbels si starà mettendo le mani nei capelli. Gli attuali epigoni devono aver preso un po’ troppo alla lettera la famosa sua prima lezione del buon propagandista: ripetere la menzogna all’infinito finché non sia creduta vera. A scorrere le testate del giornale unico atlantista, sembra infatti che il quarto anniversario dell’attacco russo all’Ucraina corrisponda alla celebrazione dell’invincibile potenza dell’Europa e del suo beniamino Zelensky. Va’ a spiegare, alle testate subatomiche, che il gerarca nazista aveva però l’intelligenza di capire che le balle trovano prima o poi un limite nella verità fattuale (tanto che, ricordiamolo per inciso, dopo la sconfitta di Stalingrado all’inizio del 1943, corse a ideare una nuova parola d’ordine, la “guerra totale”, proprio perché non poteva negare l’evidenza). I mini-Goebbels da imitazione continuano invece imperterriti, nell’officiare la loro mansione di ribaltare la realtà come niente fosse. Se il maestro era un personaggio tragico, i maestrini di oggi sono solo comici.
Tre esempi basteranno. Corriere della Sera, intervista a tutta pagina ad Anne Applebaum, prezzemolina dell’immarcescibile pensiero neocon americano e, incidentalmente, moglie di Radosław Sikorski, ministro degli esteri polacco. Proclama la premio Pulitzer (sui premi intrisi di lobbismo e ideologia, vedi il Nobel alla Machado, bisognerebbe aprire un discorso a parte): «L’Ucraina è un Paese che non sono riusciti a sconfiggere dopo 4 anni. E questa è una lezione per chiunque creda che un Paese più grande vinca automaticamente».
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E’ tempo di liberarci dei liberatori
di Gianandrea Gaiani
L’attacco all’Iran mentre erano in corso trattative e che mette nel mirino le figure chiave del governo iraniano, non contiene particolari novità rispetto a quanto già sapevamo dell’approccio di Stati Uniti e Israele nei confronti di Teheran.
Non deve stupire che Stati Uniti e Israele decidano arbitrariamente di usare la forza contro chiunque considerino loro nemico in tutto il mondo e lo fanno mentendo circa il programma nucleare iraniano che nessuno considerava prossimo allo sviluppo di armi atomiche.
In fondo l’hanno sempre fatto con attacchi incursioni mirate, attacchi “preventivi” e persino rapimenti di capi di stato come nel caso venezuelano; azioni che se venissero compiute da altri non esiteremmo a definire terroristiche.
Lo fanno destabilizzando intere aree del mondo, di solito quelle ad alto valore energetico, senza avvisare preventivamente gli alleati né consultarsi con loro. Il vicepremier italiano Matteo Salvini ha rivelato ieri che il governo italiano è stato informato dell’avvio delle operazioni militari dopo che queste erano cominciate. Quando Roma lo aveva già saputo dalle breaking-news televisive e dalle agenzie di stampa.
La vicenda del ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a quanto pare con la famiglia a Dubai, su cui molti hanno ironizzato, dimostra in realtà che il Pentagono non ha informato i colleghi della NATO dell’imminente attacco a ulteriore conferma che Stati Uniti e Israele applicano da sempre un principio di superiorità sul resto del mondo basato sulla loro “eccezionalità”. Di fatto “io sono io e voi non siete un c….” per dirla con la Marchese del Grillo.
Nulla di sorprendente se si considera l’arroganza che riserva agli europei l’Amministrazione Trump e soprattutto che i nostri “alleati” d’oltreoceano, ben prima di Donald Trump, si comportano da molti anni da nostri acerrimi nemici.
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Martedi in piazza, contro l’aggressione all’Iran e per dire NO ai servili complici italiani dell’aggressore
di Sergio Cararo
Martedi saremo in piazza, contro l’aggressione all’Iran ma anche per dire NO ai servili complici italiani dell’aggressore.
Ci sono le grandi potenze che scatenano i loro arsenali militari contro paesi più deboli e popoli spesso indifesi. E poi ci sono i loro servi all’interno dei singoli paesi alleati che plaudono a ogni bomba, omicidio o sequestro che legittima la supremazia militare e la guerra come cardine dell’ordine internazionale fondato però solo sulle “loro” regole.
Quanto stiamo vedendo sull’Iran ripropone questo copione, spesso con gli stessi personaggi e le stesse ambiguità di sempre.
Da sabato mattina le forze armate degli Stati Uniti e di Israele hanno proceduto ad una aggressione militare unilaterale contro l’Iran.
I pretesti utilizzati per questa aggressione somigliano molto a quelli già usati contro nel recente passato contro l’Iraq (le inesistenti armi di distruzione di massa) o contro la Libia e la Jugoslavia (protezione umanitaria dei civili).
L’ordine di scuderia partito da Washington e Tel Aviv è quello di definire come “attacco preventivo” quella che invece è una chiara – e illegale – aggressione militare da questi due decisa unilateralmente, tra l’altro mentre erano ancora in corso dei negoziati mediati dall’Oman.
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Andare in guerra, di nuovo, per Israele
di Chris Hedges*
Ancora una volta, l'America scenderà in guerra per Israele. Ancora una volta, molti moriranno per lo Stato sionista, compresi i militari americani. Ancora una volta, inciamperemo ciecamente in un fiasco militare. Ancora una volta, obbediremo agli ordini di una potenza straniera i cui interessi non sono i nostri, ma i cui lobbisti hanno comprato la nostra classe politica, incluso Donald Trump. Ancora una volta, violeremo la Carta delle Nazioni Unite attaccando un Paese che non rappresenta una minaccia imminente.
Questa non è la nostra guerra. Fa parte della folle visione israeliana di un Grande Israele, di un dominio sul Medio Oriente. Ma Israele ha bisogno del nostro esercito, dei soldi dei nostri contribuenti, delle nostre armi per riuscirci. E noi gli abbiamo consegnato le chiavi del nostro formidabile arsenale.
Gli artefici della guerra con l'Iran, che l'amministrazione non sente il bisogno di giustificare all'opinione pubblica americana o alla comunità internazionale, ammettono che non sarà rapida.
Il senatore Tom Cotton, presidente della Commissione Intelligence del Senato, ha dichiarato sabato alla CBS News che l'obiettivo non è solo quello di frenare il programma nucleare iraniano, ma anche di "smantellare la loro rete di supporto al terrorismo".
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Perché l'Iran
di Nicola Casale
Lo scritto che presentiamo è la relazione svolta da Nicola Casale (uno dei pochissimi militanti di orientamento marxista degni di questo nome in circolazione in Italia. Le dita di una mano bastano e avanzano per contarli. Parere personale) in un dibattito che si è tenuto a Mestre sabato 21 febbraio sull’“amletico” tema: “Iran: sollevazione popolare spontanea o tentativo occidentale di instaurare un governo amico?”.
La semplice, chiara e tagliente relazione di Nicola scioglie ogni amletico dubbio. Non si tratta, a nostro parere, di “libero confronto di diverse opinioni” ma di schieramento di forze lungo opposte linee di tensione fisiche/materiali e ideali/spirituali. Il carattere della lotta è esistenziale, per la vita o per la morte, non solo per la Repubblica Islamica iraniana. Questa Lotta Suprema drammaticamente in atto in Iran, in Palestina, in tutta l’Asia occidentale è infatti parte di una lotta generale che coinvolge il mondo intero ed il suo tema di fondo è stato molto ben centrato in un intervento che abbiamo recentemente presentato al “pubblico” italiano: “E’ necessario comprendere che la scelta che abbiamo davanti non è tra diversi tipi di capitalismo, ma tra il capitalismo e la sopravvivenza umana. I bambini che piangono nelle prigioni di Epstein e i bambini che muoiono a Gaza gridano la stessa voce, chiedendoci di scegliere tra preservare un sistema che premia i mostri e costruire un mondo in cui la dignità umana diventi il fondamento dell’organizzazione economica e politica…” (1)
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Ucciso Khamenei, la guerra va avanti
di Redazione Contropiano
Mentre si spara è sempre difficile tenere insieme la cronaca e la riflessione (almeno) di medio periodo. Ma è obbligatorio provarci perché bisogna agire/reagire agli eventi mentre accadono. A spiegare cos’è successo – dopo – sono buoni tutti e serve solo come pro memoria per la prossima crisi.
E’ indubbio che la prima notizia sia quella della morte dell’ayatollah Khamenei, 87 anni (era nato il 16 aprile del ‘39, ma i media occidentali ormai scrivono i notiziari con il copia-e-incolla, per cui se dal Pentagono o dall’Idf arriva il messaggio con su “86” anni neanche si azzardano a fare i conti; figuriamoci come controllano il resto…). Era l’erede di Khomeini e della “rivoluzione” del 1979, che mise fine al regime coloniale dello shah Pahlevi.
Il colpo è sicuramente grosso sul piano simbolico, ma è difficile credere che a quell’età un qualsiasi leader non vincolato all’esito delle prossime elezioni non abbia preparato l’inevitabile “ricambio”. Già tutte le responsabilità propriamente militari, per esempio, erano state affidate ai vertici dell’esercito e delle Guardie della Rivoluzione (più noti come “pasdaran”).
La stessa Cia, in un report analitico consegnato a Trump, ritiene che l’uccisione di Khameni non porterà ad un “ammordimento” delle posizioni iraniane, né ad una divisione interna debilitante. Anzi, dovrebbe far emergere “figure ancora più radicali”.
L’omicidio è stato rivendicato direttamente da Netanyahu, chiarendo che la “divisione dei compiti” in questa guerra affida agli Usa l’attacco alle strutture militari, missilistiche e ai laboratori nucleari, mentre lascia a Israele il preferito ruolo di killer dei vertici politici e militari.
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Un’aggressione banditesca in perfetto stile occidentale
di Norberto Fragiacomo
Il distruttivo attacco aereo condotto contro l’Iran alle prime luci dell’alba di stamattina da Israele e USA rientra pienamente nel modus operandi di questi due stati canaglia: è stato proditorio (visto che erano ancora in corso i negoziati con Teheran, destinataria peraltro di un irricevibile diktat), terroristico poiché mirante in primo luogo all’assassinio di leader civili e militari all’interno di una città densamente abitata, accompagnato e seguito da excusationes non petitae che rivelano soltanto l’arroganza e il suprematismo razzista di cui sono imbevuti i suoi autori.
Neppure meraviglia il fatto che le nostre veline di regime, quelle che spudoratamente si autodefiniscono media indipendenti, parteggino senza nasconderlo per gli aggressori “preventivi”: questo atteggiamento ormai consolidato dice tutto sullo stato della democrazia in Italia e in quell’Europa che qualche farabutto descrive come “un giardino in mezzo alla giungla” ripescando dalla sentina della Storia le gerarchie razziali tanto care ad Adolf Hitler. I prezzolati, d’altra parte, fanno il loro mestiere, che consiste nel “nobilitare” le mosse dei committenti e nel disinformare l’opinione pubblica ubriacandola di propaganda: anche sotto questo profilo nihil sub sole novi.
Però il regime degli ayatollah si meritava questo trattamento, opinerà convinto il benpensante di turno, dal momento che opprime i suoi cittadini e ne mena strage.
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L'attacco all'Iran
di Piccole Note
Alla fine hanno prevalso i falchi e Trump ha ceduto di schianto o forse ha ceduto prima e solo finto indecisione. Non è importante ora. L’Iran è sotto attacco. E ciò nonostante il fatto che i negoziati di Ginevra si fossero conclusi con l’intesa di un nuovo incontro a Vienna per finalizzare un accordo.
La dichiarazione di guerra di Trump, un profluvio di falsità, è quanto di peggio poteva tirar fuori dal suo repertorio: sostanzialmente l’obiettivo fissato dalla campagna è annientare l’intero apparato bellico iraniano e imporre un nuovo regime, nulla di meno.
Stanotte sembra finita la parabola del Trump isolazionista, fautore del ritiro dell’Impero dal mondo per rilanciare l’America come prima potenza globale tramite un arrocco continentale. La dichiarazione di guerra riecheggia fedelmente le tante del passato. Un passato che sembra ripetersi sempre uguale a se stesso.
C’è però in questa aggressione una vena psicopatica che le guerre del passato non avevano. Il genocidio dei palestinesi, infatti, ha inserito una variabile nuova nelle guerre imperialiste, una variabile impazzita che rende questa aggressione più folle e pericolosa di altre, per il Paese aggredito, per la regione, per il mondo.
Se in precedenza i neocon avevano eliminato i limiti dall’orizzonte temporale delle guerre, da cui le guerre infinite, il genocidio dei palestinesi ha spazzati via tutti gli altri. Nessun limite dettato dal diritto internazionale, nessun limite morale o discendente dalla più banale umanità.
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Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono
di Alessandro Volpi
Ci risiamo. Come nel caso dell'Iraq dove l'attacco fu motivato dal riarmo di Saddam Hussein, anche nel caso dell'Iran, le motivazioni di Trump sono legate al "pericolo" nucleare degli ayatollah.
I media italiani sono solerti nel credere a questa lettura, aggiungendovi le notazioni relative alla "lotta di liberazione" dei giovani iraniani. Mi sembra che le cose siano assai diverse e provo a mettere in fila alcune riflessioni
1) Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare compratori del debito hanno la necessità di obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni Usa in tal senso.
Nel 2025, i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la priva volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default. In tale ottica l'attacco all'Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva.
2) Trump ha deciso di puntare sui combustibili fossili per rilanciare la propria affannata economia. In questo senso, gli Stati Uniti devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso, a Suez e allo Stretto di Hormuz.
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Assalto alla Repubblica Islamica: benvenuti nella prima guerra esistenziale
di Alex Marsaglia
Dopo settimane di preparativi, in cui gli Stati Uniti hanno dislocato gran parte del loro potenziale offensivo in tutto il Medio Oriente, schierando persino due delle portaerei di classe Nimitz (a propulsione nucleare) rispettivamente nel Mar Arabico la Lincoln e davanti alle coste occupate da Israele la Ford, è iniziato l’attacco alla Repubblica Islamica dell’Iran.
I neocon Rubio, Hegseth, Ted Cruz, Lindsay Graham che hanno preso il potere nell’amministrazione Trump lo avevano promesso, delineando una strategia di attacco su tutti i fronti agli Stati sovrani che hanno sempre identificato come Asse del Male. Dopo poco più di un mese e mezzo dall’attacco al Venezuela è stato così il turno dell’Iran.
Nelle prime ore del 28 Febbraio un attacco congiunto delle forze israeliane e americane ha mirato a una serie di obiettivi politici, militari, energetici e civili in tutta la Repubblica. L’obiettivo è stato decapitare i vertici: la Guida Suprema Ali Khamenei, il Presidente Pezeshkian, i principali comandi militari, nonché politici di spicco come Mahmud Ahmadinejad che evidentemente continuano a far sudare freddo gli yankee rendendo insonni le loro notti. Il Presidente statunitense ha accompagnato la seconda offensiva imperialista nel giro di pochi mesi con una insolita vera e propria chiamata al sacrificio del popolo americano: “le vite di coraggiosi eroi americani potrebbero essere perse e potremmo avere delle vittime”, intimando con il solito fare da gangster al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica di “deporre le armi e arrendersi” e infine chiamando al regime change i ribelli fomentati in questi mesi con un “acquistate il controllo del vostro proprio destino”.
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Aggressione all'Iran di Usa e Israele. La prima reazione ufficiale della Cina
di Redazione
Pechino chiede la fine immediata delle ostilità e il ritorno al dialogo, sottolineando che "la sovranità nazionale, la sicurezza e l'integrità territoriale dell'Iran devono essere rispettate".
Il Ministero degli Affari Esteri cinese ha espresso oggi la sua profonda preoccupazione per gli attacchi militari condotti da Stati Uniti e Israele contro l'Iran.
In una nota ufficiale, il portavoce del Ministero ha dichiarato che "la Cina è molto preoccupata per l'attacco militare di Stati Uniti e Israele contro l'Iran", ribadendo un principio cardine della politica estera cinese: "la sovranità nazionale, la sicurezza e l'integrità territoriale dell'Iran devono essere rispettate".
Un appello alla de-escalation e al dialogo
Nel suo comunicato, Pechino ha lanciato un appello alla comunità internazionale, chiedendo "la cessazione immediata delle azioni militari" per "evitare un ulteriore inasprimento delle tensioni". Il portavoce ha inoltre sottolineato l'urgenza di "riprendere il dialogo e i negoziati" come unica via per "mantenere la pace e la stabilità in Medio Oriente".
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Aggressione all'Iran. "Se non ci mobilitiamo, le prossime vittime saremo noi e i nostri figli"
di Elena Basile
Rilanciamo e facciamo nostre le parole dell'Ambasciatrice Elena Basile pubblicate sui suoi social alla luce dell'ennesimo crimine di Usa e Israele. Questa volta contro il popolo iraniano e le sue autorità.
* * * *
Sono vicina agli amici e al popolo iraniano per questa aggressione fascista che stanno subendo. Il terrorismo di stato israelo-americano va condannato.
La retorica del liberal order, assecondata anche in questo tragico momento da Carl Bildt – liberale ed emblema dei progressisti, dai socialisti europei, dalle destre trumpiane – per la quale anche se si tratta di una violazione del diritto internazionale, essa è rivolta contro un "regime indifendibile", deve essere non tollerata, attaccata, smentita.
Difendiamo il diritto, la diplomazia, la prevenzione dei conflitti.
La demonizzazione della Russia, della Cina, dell'Iran, oppure del Venezuela e di Cuba è l'ennesima manipolazione del nuovo fascismo al potere.
Le vittime sono silenziate ovunque: a Gaza, in Cisgiordania, in Iran, a Cuba. Una ristretta élite agisce al di fuori del diritto ed è intoccabile.
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Complici nel crimine. Marco Rubio a Monaco
di Giacomo Donis
Riceviamo da Giacomo Donis e volentieri pubblichiamo questa tagliente lettura del discorso di Rubio a Monaco – tanto più appropriata in quanto cade nel giorno dell’ennesima impresa criminale made in the USA. (Red.)
* * * *
La colonizzazione è il crimine dei crimini, il crimine supremo contro l’umanità. Genocidio, schiavitù, furto della vita umana, della libertà, della sovranità fisica e culturale. Disumanizzazione. La colonizzazione ha una storia lunga e gloriosa. Le mani dei “conquistadores” delle Americhe sono sporche del sangue di centinaia di milioni di esseri umani. L’imperialismo è il volto politico della colonizzazione; il capitalismo è il suo volto economico, e la sua prole.
Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco della scorsa settimana, Marco Rubio, Segretario di Stato di Trump, ha cantato un “Inno alla Gioia” degno di Beethoven. Musica per le orecchie dei colonizzatori. Un inno di battaglia. Un’ode che, guarda caso, è l’inno della nostra amatissima Unione Europea. L’Impero d’Occidente, la figlia dell’Eliseo. Un vero e proprio panegirico. Con una differenza fondamentale: l’Ode non era dedicata alla colonizzazione del passato, ma alla futura ricolonizzazione. E con Donald Trump il futuro è ora. Mentre ascolto il testo di Rubio, le orecchie mi cadono dalla testa!
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La Russia condanna i raid sull'Iran: 'Violate le norme internazionali, pronti a mediare per la pace
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
A poche ore dall’attacco congiunto di USA e Israele contro l’Iran, non si è fatta attendere la reazione della Russia, attraverso un comunicato pubblicato sul sito del Ministero degli Esteri.
“La mattina del 28 febbraio, le forze statunitensi e israeliane hanno lanciato attacchi aerei contro il territorio iraniano. La portata e la natura dei preparativi militari, politici e propagandistici che hanno preceduto questa mossa sconsiderata, incluso il dispiegamento di un'imponente forza militare statunitense nella regione, non lasciano dubbi sul fatto che si sia trattato di un atto di aggressione armata pianificato e immotivato contro uno Stato membro sovrano e indipendente delle Nazioni Unite, in violazione dei principi e delle norme fondamentali del diritto internazionale”, si legge nella prima parte del comunicato.
Mosca ha lamentato che “è inoltre condannabile che gli attacchi vengano nuovamente perpetrati sotto le mentite spoglie di un rinnovato processo negoziale, apparentemente concepito per garantire una normalizzazione a lungo termine della situazione attorno alla Repubblica Islamica, e nonostante i segnali trasmessi alla parte russa secondo cui gli israeliani non hanno alcun interesse in uno scontro militare con gli iraniani. La comunità internazionale, compresi i vertici delle Nazioni Unite e dell'AIEA, deve fornire immediatamente una valutazione obiettiva e intransigente di queste azioni irresponsabili volte a minare la pace, la stabilità e la sicurezza in Medio Oriente.”
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Le prime reazioni politiche internazionali all’attacco contro l’Iran. La Ue è la peggiore
di Redazione
In Italia c’è stata in mattinata una insulsa nota di Palazzo Chigi, dopo la riunione di governo presieduta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “In questo momento particolarmente difficile, l’Italia rinnova la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici”. Nella nota si legge anche che “il Presidente del Consiglio si terrà in contatto con i principali alleati e leader della regione già a partire dalle prossime ore per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni”. Da Palazzo Chigi è emersa la preoccupazione del governo italiano, che ha riunito in videoconferenza i principali vertici istituzionali, compresi i responsabili dell’intelligence. “Non è uno scenario che ci coglie impreparati”, ha commentato il ministro Crosetto. “Ma si è aperto un nuovo fronte, e non ne sentivamo il bisogno”.
Non una parola su quella che è palesemente una aggressione militare unilaterale contro l’Iran da parte di Usa e Israele.
Unione Europea
Ancora peggiore del governo italiano è la posizione assunta dall’Unione Europea che ha sostanzialmente legittimato l’aggressione militare contro l’Iran.
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Stop all’attacco all’Iran, l’Italia non dia le basi
di Rete Pace e Disarmo
Nel condannare con forza l’ennesimo passo verso il baratro, chiediamo al Governo italiano e a quelli della Ue di dissociarsi da questa follia, di richiedere la convocazione immediata del Consiglio di sicurezza dell’Onu e di interdire l’uso delle basi, dei porti e degli aeroporti alle forze armate degli Stati Uniti impiegate in questa guerra illegale.
* * * *
Questa mattina, con un’operazione militare congiunta denominata “Ruggito del leone”, Israele e gli Stati Uniti hanno scelto la guerra. Bombe su Teheran, su Isfahan, su Karaj, su Qom. Esplosioni vicino al palazzo presidenziale, colonne di fumo nero nel cielo della capitale iraniana. Cittadini nei rifugi, ospedali evacuati, sirene d’allarme in tutto Israele mentre già partono i missili di risposta. L’intera regione mediorientale è di nuovo precipitata nel baratro.
Quello che è accaduto questa mattina è tanto più grave perché arriva nel momento peggiore possibile: mentre la diplomazia stava — faticosamente, ma concretamente — cercando una via d’uscita. Solo ieri, il ministro degli Esteri dell’Oman Badr al-Busaidi — il principale mediatore nei negoziati tra Washington e Teheran — aveva dichiarato che l’Iran era pronto a rinunciare alle proprie scorte di uranio arricchito e aveva definito l’accordo di pace “alla nostra portata”. Dopo tre round di colloqui a Ginevra, con l’AIEA direttamente coinvolta come osservatore tecnico, si intravedevano per la prima volta le condizioni per un’intesa: zero accumulo, zero stoccaggio, piena verifica internazionale. La questione del controllo del programma nucleare iraniano — che noi consideriamo cruciale, in quanto organizzazione aderente alla campagna ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) e da sempre impegnata per un Medio Oriente libero da armi nucleari — stava trovando uno spazio negoziale reale.
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Israele e Stati Uniti attaccano a tradimento l'Iran
di Francesco Corrado
Questa mattina Stati Uniti e Israele hanno attaccato massicciamente l'Iran, operazione che è stata denominata "Il ruggito del leone". Sempre fingendo di portare avanti delle trattative i due stati canaglia e principali violatori delle leggi internazionali hanno attaccato a tradimento, come al solito del resto, la Repubblica Islamica.
Trump ha già rilasciato dichiarazioni in merito: "potremo avere delle perdite di eroici soldati americani ma facciamo questo pensando al futuro."
Poi ha aggiunto una dichiarazione in perfetto stile mafioso: "La classe dirigente iraniana ha la possibilità di arrendersi per avere salva la vita". Il paese che ha come mito fondante la mistica del Far West e lo sterminio degli indigeni non può che avere un presidente che si esprima in questo modo.
Il Middle East Spectator cita una fonte dell'amministrazione americana secondo cui il piano era pronto da mesi e già diverse settimane fa era stata data luce verde per iniziare l'attacco. A riprova che tutto ciò che viene detto dagli USA è privo di alcun valore se non seguito fa fatti concreti secondo una tradizione oramai secolare ben descritta dalla storica Helen Hunt jackson nel suo classico "un secolo di disonore".
Sono sotto pesante bombardamento Teheran, Qom, Isfahan ed altre città. A Teheran è stata massicciamente bombardata la zona di Pastur e gli obbiettivi confermati sono il ministero dei servizi di intelligence, il ministero della difesa, gli uffici del leader supremo Khamenei, l'agenzia per l'energia atomica ma non solo.
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Teheran risponde al fuoco, esplosioni in tutta la regione
La Redazione de l'AntiDiplomatico
AGGIORNAMENTI
Ore 11:00 L'Iran conferma i siti presi di mira nella regione del Golfo
Secondo l'agenzia di stampa Fars, l'Iran ha preso di mira:
- Base aerea di Al-Udeid in Qatar
- ase aerea di Al-Salem in Kuwait
- Base aerea di Al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti
- La quinta base statunitense in Bahrein
Ore 10:30 Tutti i beni di Stati Uniti e Israele nella regione sono un "obiettivo legittimo", afferma un alto funzionario iraniano
Un alto funzionario iraniano ha dichiarato ad Al Jazeera che stanno avvertendo Israele di "prepararsi a ciò che sta per accadere, e che la nostra risposta sarà pubblica, e non ci saranno linee rosse".
"Tutti i beni e gli interessi americani e israeliani in Medio Oriente sono diventati un obiettivo legittimo. Non ci sono limiti dopo questa aggressione e tutto è possibile, compresi scenari che non erano stati precedentemente considerati", ha ribadito il funzionario.
"Gli Stati Uniti e Israele hanno avviato un'aggressione e una guerra che avranno ripercussioni ampie e durature. Non siamo rimasti sorpresi dall'aggressione congiunta americano-israeliana e abbiamo una risposta complessa e senza limiti di tempo", ha dichiarato il funzionario, aggiungendo che qualsiasi richiesta all'Iran di moderazione o resa è "inaccettabile e pura illusione".
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Usa e Israele attaccano l’Iran: “Guerra preventiva”
di Redazione
Le forze armate degli Stati Uniti e di Israele hanno lanciato una massiccia operazione di “guerra preventiva” contro l’Iran colpendo diverse zone strategiche proprio nel centro di Teheran; secondo le agenzie di stampa statali Fars e IRNA, sono stati segnalati attacchi anche nelle città di Isfahan, Qom, Lorestan, Karaj, Kermanshah e Tabriz. Un attacco congiunto di grande portata, iniziato stamani.
Secondo quanto riporta la CNN, “gli Stati Uniti stanno pianificando diversi giorni di attacchi”. “L’esercito degli Stati Uniti sta intraprendendo un’operazione massiccia e in corso per impedire a questa dittatura radicale e malvagia di minacciare l’America e i nostri interessi fondamentali di sicurezza nazionale”, ha affermato Donald Trump in un videomessaggio. “Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica”. Ha affermato che l’Iran stava lavorando per ricostruire il proprio programma nucleare dopo i bombardamenti statunitensi di giugno 2025 sulle sue strutture nucleari.
L’obiettivo è il cambio di regime, Trump si rivolge agli iraniani mentre li bombarda: “Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Sarà vostro. Probabilmente sarà la vostra unica occasione per generazioni”, “per molti anni avete chiesto l’aiuto dell’America, ma non l’avete mai ottenuto. Nessun presidente era disposto a fare ciò che io sono disposto a fare stasera.
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Attaccare l’Iran… Usa e Israele hanno iniziato
di Dante Barontini
Aggiornamenti:
Ore 11.40: Le autorità israeliane riferiscono che gli attacchi di questa mattina in Iran hanno preso di mira la Guida Suprema Ali Khamenei e il presidente Masoud Pezeshkian.
Secondo un funzionario israeliano, anche altri alti comandanti del regime e militari sono stati presi di mira. Al momento, gli esiti degli attacchi non sono chiari, afferma la stessa fonte.
In precedenza, l’agenzia di stampa iraniana Tasnim aveva riferito che Pezeshkian “gode di piena salute”. Secondo quanto riferisce Al Jazeera L’esercito iraniano ha dichiarato che tutti i comandanti militari iraniani erano in buona salute
Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno dichiarato che “I nostri attacchi missilistici e con droni continuano come parte dell’Operazione True Promise 4. Abbiamo preso di mira il quartier generale della Quinta Flotta USA in Bahrain con missili e droni e le basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, oltre a centri militari e di sicurezza in Israele”.
Quella iraniana è una scelta abbondantemente annunciata da tempo che punta ad estendere la portata del conflitto e della risposta all’aggressione USA-Israeliana ma che strattona pesantemente anche tutte le relazioni tra l’Iran e i paesi arabi del Golfo.
Significativamente il Ministero degli Affari Esteri saudita afferma in una nota che “Condanniamo l’aggressione iraniana e la palese violazione della sovranità degli Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar e Giordania. Avvertiamo delle gravi conseguenze di continuare a violare la sovranità degli Stati e i principi del diritto internazionale”.
Ore 11.00: Bombardamenti anche sull’Iraq. Un bombardamento statunitense ha preso di mira una base militare irachena che ospita una milizia filo-iraniana provocando vittime, riferiscono all’AFP. Si tratta della base di Jurf al-Sakher, nel sud dell’Iraq, appartiene ad Hashed al-Shaabi, o Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), ma che ospita principalmente il gruppo filo-iraniano Kataeb Hezbollah.
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Palestina, pace e giustizia non significano disarmo
di Fabio Ciabatti
La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2025, pp. 94, € 12,00.
Hamas è un’associazione terroristica e dunque chiunque abbia a che fare con Hamas è un terrorista. È su questo semplice ragionamento, di natura politica prima ancora che giuridica, che si regge l’inchiesta che vede coinvolti molti palestinesi residenti in Italia con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il pensiero mainsteram non nutre alcun dubbio alla natura del gruppo islamista. Ma questo presupposto è accettabile?
Può essere utile partire da questa domanda per presentare La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, testo che nasce dalla traduzione di una lunga intervista del filosofo francese pubblicata nel 2025 sulla rivista transalpina “K Reveu” a cura di Luca Salza. Ebbene, Balibar, sostenitore da anni dalla causa palestinese anche in qualità di membro del Tribunale Russel sulla Palestina, fa un’importante precisazione:
non bisogna passare facilmente dal riconoscimento di azioni terroristiche, o persino dalla loro rivendicazione, all’essenzializzazione dei movimenti e delle loro organizzazioni come ‘movimenti terroristici’, intrinsecamente perversi da eliminare con ogni mezzo. Hamas, per quanto disastrosi si giudichino il suo programma e le sue azioni, non è lo Stato islamico (Daesh). E questo significa che i rapporti storici tra lotte di emancipazione o di resistenza e il terrorismo come tattica sono sempre stati (e sono oggi più che mai), complessi, impuri, soggetti a evoluzione.1
Balibar sostiene che l’attacco del 7 ottobre merita la qualifica di atto terroristico perché ha colpito principalmente civili disarmati ed è stato accompagnato da un’esplosione di brutalità, sebbene la crudeltà dei fatti sia stata sistematicamente ingigantita dalla propaganda israeliana. Aggiunge, però, che bisogna sempre stare attenti nel maneggiare il concetto di terrorismo. Le sue definizioni ufficiali, infatti mirano a occultare
la reciprocità e la dissimmetria tra le azioni terroristiche e le operazioni “contro-terroristiche”. In modo perfettamente arbitrario, le prime sono definite criminali, mentre le seconde sono ritenute legittime, qualunque sia la ferocia dei mezzi impiegati.2
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Il patriarcato armato
di Mario Sommella
Epstein Files, suprematismo bianco e la nuova teologia del dominio
«Qualsiasi suggerimento che sia il momento di voltare pagina sugli Epstein Files è inaccettabile. Rappresenta un fallimento di responsabilità verso le vittime.» Con queste parole, nove esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno posto di fronte all’umanità uno specchio che non ammette deviazioni dello sguardo. I milioni di documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti a partire dal 30 gennaio 2026 non riguardano soltanto un predatore sessuale condannato, morto in carcere nel 2019 in circostanze ancora avvolte nell’ombra. Riguardano il sistema che lo ha generato, protetto, alimentato. Riguardano l’aria che respira una parte del potere occidentale.
Questo articolo tiene insieme due fenomeni che troppo spesso vengono analizzati separatamente: la rete criminale globale di Jeffrey Epstein, con le sue radici ideologiche nell’eugenetica e nel suprematismo, e l’ascesa di figure come Nick Fuentes nell’ecosistema della nuova destra americana. Non si tratta di curiosità sociologica. Si tratta di capire la stessa cosa: un progetto di mondo in cui alcune vite contano e molte altre no, in cui il corpo delle donne è risorsa, non soggettività, e in cui la democrazia è un ostacolo da aggirare o da abbattere.
I. L’IMPRESA CRIMINALE GLOBALE: COSA DICONO I FILE EPSTEIN
Il 17 febbraio 2026, in una dichiarazione congiunta che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, i relatori speciali delle Nazioni Unite hanno usato un linguaggio inusualmente diretto per un organismo diplomatico: i fatti descritti negli Epstein Files «contengono prove credibili e inquietanti di abusi sessuali sistematici e su larga scala, traffico e sfruttamento di donne e ragazze» e alcune di queste condotte «possono ragionevolmente raggiungere la soglia giuridica dei crimini contro l’umanità».
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Elogio dell’utopia
di Ugo Morelli
Perché non abbiamo capito Illich? E, soprattutto, perché non lo abbiamo ascoltato? Forse perché quando si pensa a un progetto capace di rivoluzionare un ordine costituito si tende a immaginare un processo verticale, gerarchico, direttivo. Un percorso orizzontale, incerto, basato su errori e svolte, ma non per questo non incisivo e duraturo, sembra meno efficace e attendibile. Eppure l’errore e la rivisitazione delle idee, l’apprendimento dall’esperienza e le svolte inattese, magari carsiche, sono parte costitutiva di ogni cambiamento anche profondo. Gli errori di un modello di sviluppo autodistruttivo sono stati uno dei temi più esplorati da Ivan Illich. Non si può certo dire che egli non si sia impegnato con la vita e con il pensiero a segnalarli. È diventato persino un fenomeno, come si dice, mediatico. Ma ha prevalso l’ancoraggio rassicurante alla consuetudine di un modello di sviluppo fondato sulla distruzione dell’ecosistema di cui siamo parte, sulla disuguaglianza, sullo sfruttamento, sull’ingiustizia e sulla stessa messa in discussione della sopravvivenza della nostra specie. Una delle distorsioni cognitive più solide e documentate è il cosiddetto “effetto ancoraggio”. L’ancoraggio è un meccanismo semplice e potente. In condizioni di incertezza e in assenza di dati affidabili, le persone tendono a formulare i giudizi e a prendere decisioni sulla base di riferimenti che trovano nell’ambiente, riferimenti che spesso sono del tutto arbitrari. In uno studio classico degli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman, ai partecipanti veniva chiesto di stimare la percentuale dei Paesi africani rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Prima, però, ognuno di loro avrebbe dovuto far girare una ruota della fortuna che poteva fermarsi solo sul 10 o sul 65. Coloro che avevano ottenuto un 10 stimarono in media il 25%, quelli che avevano ottenuto il 65 stimarono invece in media il 45%. Il numero della ruota della fortuna estratto a caso e totalmente arbitrario influenzava in maniera significativa le stime dei partecipanti. Il numero non informava, ma spostava il riferimento mentale. Ridefiniva ciò che appariva plausibile
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