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Palestina, la radicalizzazione algoritmica
di Silvano Cacciari
Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata la mobilitazione di massa.
1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico. Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri. Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media, segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.
2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità.
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Federico Caffè tra democrazia economica e trasformazione del lavoro*
Attualità di un riformismo necessario
di Roberto Antonio Romano
Roberto Antonio Romano rilegge il pensiero di Federico Caffè alla luce delle trasformazioni del lavoro contemporaneo: precarietà, salari stagnanti, frammentazione produttiva e indebolimento della rappresentanza sindacale. Caffè concepiva l’economia come disciplina civile, legata a democrazia e giustizia sociale. In un contesto segnato dalla globalizzazione del capitale e dalla debolezza delle istituzioni europee, il suo riformismo resta un riferimento per ripensare lavoro, welfare e democrazia economica
* * * *
Nel dibattito economico contemporaneo si registra un paradosso evidente. Da un lato, la crescita delle capacità produttive, dell’innovazione tecnologica e dell’integrazione dei mercati ha ampliato in misura straordinaria le possibilità materiali delle società avanzate. Dall’altro, si sono intensificati fenomeni di precarietà occupazionale, stagnazione salariale, disuguaglianza distributiva e indebolimento delle forme collettive di rappresentanza del lavoro. In molti paesi europei, compresa l’Italia, la questione sociale non si presenta più nelle forme classiche del conflitto industriale novecentesco, ma attraverso una frammentazione diffusa: lavori intermittenti, bassi salari, polarizzazione professionale, vulnerabilità dei giovani e difficoltà di accesso a tutele universalistiche.
In questo quadro, il pensiero di Federico Caffè conserva una sorprendente attualità. La sua riflessione non si limitava infatti alla politica economica in senso stretto, ma investiva il rapporto tra economia, istituzioni democratiche e dignità del lavoro. Per Caffè, l’economia non era una tecnica neutrale finalizzata alla massimizzazione di grandezze aggregate, bensì una scienza sociale chiamata a confrontarsi con fini collettivi, valori costituzionali e condizioni concrete di vita delle persone.
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Rovelli vs Wittgenstein
di Francesco Bercic
L’accostamento tra l’ultimo libro di Carlo Rovelli e il pensiero di Ludwig Wittgenstein sorge quasi spontaneo. A parte le numerose citazioni del filosofo viennese alle quali attinge l’ormai celebre divulgatore scientifico, il paragone è suggerito fin dal titolo: Sull’eguaglianza di tutte le cose (Adelphi) pare un calco approssimativo di quella tesi capitale del Tractatus, la 6.127, in cui si afferma che “tutte le proposizioni sono di pari valore / equivalenti” (gleichberechtigt nell’originale tedesco). Addirittura, sui social network capita di incontrare simpatici meme in cui Rovelli viene presentato come una sorta di suo discepolo contemporaneo, con il marginale dettaglio di porre sullo stesso piano un filosofo – per quanto peculiare – a un fisico di professione. Lo spunto, al di là delle iperboli, rimane tuttavia interessante. In linea con le precedenti pubblicazioni, le conclusioni di Rovelli si estendono a un orizzonte ben più vasto della meccanica quantistica, tracciando i contorni di una visione del mondo “giustificata” – a suo parere – dalle principali scoperte della fisica del Novecento. Basta però scavare poco sotto questa affinità di facciata, per scorgere una differenza più profonda che allontana le parabole del loro pensiero: non tanto nel contenuto delle idee, quanto nel diverso orientamento intellettuale, nello spirito che li anima.
Un merito innegabile che va attribuito a Rovelli è aver portato all’attenzione dei lettori italiani quella grande frattura epistemologica che, almeno per quanto riguarda la fisica, ha coinciso con la svolta quantistica nel primo Novecento. Una frattura di cui oggi si ha ancora vaga contezza, spesso anche da parte di chi studia discipline contigue. Si può affermare senza remore che, nell’immaginario collettivo, la concezione del lavoro scientifico sia rimasta ferma ai tempi di Galileo e Newton: l’uomo, perfettamente padrone della sua Ragione, che scopre fuori di sé le leggi eterne della natura, avanzando in un cammino di progresso inesorabile. Rovelli ha compito facile nello smontare le fondamenta di un impianto siffatto, si direbbe di determinismo classico e di derivazione neopositivista, in cui il linguaggio intrattiene rapporti di corrispondenza univoca con la realtà. Da questo punto di vista, la vicinanza a Wittgenstein è marcata. L’uomo non conosce enti o oggetti semplici – scrive Rovelli riecheggiando il Tractatus – ma costruisce modelli, in cui a contare non sono le singole “cose”, bensì la relazione che si istituisce tra loro. L’uomo conosce solo quella relazione – il “come” direbbe il Wittgenstein, non il “che cosa”. E, a partire da questi modelli, avanza ipotesi – ipotesi, non leggi.
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Né socialdemocratici né liberisti. Lo stallo del sistema Italia (con nostalgie di Trentennio)
di Emanuele Maggio
Sono passati 32 anni dalla Prima Repubblica. Finalmente si può essere nostalgici senza passare per fascisti, per nascondere in casa un busto di Pasquale Saraceno, mica del Duce.
In quei trent’anni gloriosi di miracolo sociale ed economico (1950-1980), l’Italia ha costruito il più potente apparato statale non-sovietico del mondo.
Quel patto costituzionale e socialdemocratico tra Stato e Mercato che nel 1991, all’alba della svolta liberista di Maastricht, fece titolare al Corriere “Italia quarta potenza”, sopra Regno Unito e Francia.
Era un sistema basato su tre pilastri: imprese pubbliche enormi, ramificate e ad alto impatto strategico e tecnologico; una banca centrale sovrana che tesaurizzava riserve auree e comprava titoli di Stato per abbassare i tassi mentre finanziava la spesa; un governo dirigista in grado di mobilitare il risparmio nazionale per ripagare il debito e allocare gli investimenti.
Dietro questo sistema vi erano le menti di funzionari e dirigenti brillanti, come Donato Menichella, Oscar Sinigaglia, Paolo Baffi, oltre ovviamente a un apparato partitocratico ideologicamente compatibile, per il quale lo Stato non era una bestemmia o una zavorra sul groppone dei privati, ma un generatore attivo di valore, però a vantaggio di tutti.
Eravamo praticamente la Francia di De Gaulle, ma fatta meglio.
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La chiusura dell’immanenza. Frammento di ontologia del presente
di Antonio Martone
I.
Il problema filosofico del nostro tempo è anzitutto ontologico: l’essere è dato interamente nella forma di un’immanenza chiusa, un orizzonte senza esterno che ha assorbito ogni possibile posizione di trascendenza – non solo di tipo religioso ma anche semplicemente critica. In altre parole, il pensiero del nostro tempo deve confrontarsi con una configurazione ontologica che determina le condizioni di possibilità dell’esperienza prima ancora che questa si articoli in desiderio e relazione. Nel sistema onnipervasivo di tipo tecnocapitalistico nel quale viviamo, non si tratta di ciò che gli enti sono ma di come possono darsi come enti: di quale forma dell’essere precede e articola ogni apparire.
Kant aveva mostrato che il soggetto costituisce il mondo attraverso forme a priori che non dipendono dall’esperienza ma la rendono possibile. Per esprimermi con una metafora audace, direi che il presente è un Kant rovesciato e storicamente situato: le forme a priori dell’esperienza contemporanea non sono strutture pure della soggettività trascendentale ma configurazioni storiche che hanno acquisito la funzione del trascendentale senza averne legittimità. L’orizzonte entro cui ogni ente appare costituisce una forma prodotta, contingente, cristallizzata e resa necessaria. Il trascendentale si è fatto storico senza perdere la propria forza strutturante: è questa la specifica violenza ontologica del presente.
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Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino
di Francesco Piccioni
Volare alto quando hai davanti degli struzzi. E’ l’effetto che fa leggere i resoconti del discorso fatto da Xi Jinping stamattina accogliendo ufficialmente la delegazione statunitense guidata da Trump.
Non c’è osservatore nel mondo che ignori quanto sia pericoloso – per tutto il pianeta, non solo per Cina e Usa – che le due principali superpotenze entrino in conflitto. Ma ben pochi sanno cosa si può fare per evitarlo. Non è un problema di intelligenza, ma di modelli di pensiero. Chi è cresciuto con il dogma della “competitività” nella testa difficilmente può superare, o concretamente evitare, l’esito bipolare nascosto nelle premesse: vincere o morire. Il che, trattandosi di potenze nucleari, non è per nulla auspicabile.
A Pechino, però, il mismatch tra le due delegazioni è davvero impietoso. Da un lato i padroni di casa, quasi tutti ingegneri, frutto di una selezione severa fondata su criteri che collegano la prassi dei partiti comunisti con l’esperienza millenaria di “armoniosa amministrazione” confuciana. Dall’altra una banda di affaristi improvvisati come “statisti”, convinti che il miglior affare si fa quando riesci a fregare l’altro, o a cancellarlo dalla faccia della terra.
Lo sconforto della ragione si fa strada quando Xi Jinping sciorina concetti per nulla nuovi, ma che assumono una maggiore profondità quando sono accompagnati – come in questo caso – dalla possibilità di fare quello che si dice (al contrario, insomma, di commentatori anche molto preparati, ma senza alcun potere).
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Genocidio, tribunali speciali, forca
di Fulvio Grimaldi
In questo video lo Stato invasore, occupante coloniale, terrorista, razzista, predatore, infanticida, giornalisticida, femminicida, androcida, torturatore, genocida:
https://youtu.be/hJ-H1uilJ2Q
Pensierino del mattino
Chi è colpa del suo mal, il sionismo, pianga se stesso, l’antisemitismo
I colpi di coda del mostro ferito (quasi) a morte.
La perdita totale di credito morale e culturale, ma parzialmente anche politico e militare, è confermata dal disperato appello del genocida Netanyahu a rovesciare l’esito di una battaglia d’informazione, vitale per la sopravvivenza dello Stato sionista nella sua forma attuale, che lui dichiara persa.
Battaglia da rilanciare e vincere, mica ponendo un freno o una fine all’esercizio della violenza razzista senza limiti contro chiunque si opponga al dominio e al dilagare di questa entità nutrita dal sangue di popoli costruita sulle macerie di un paese e di una civiltà. Mica decidendo di ammazzarne, violentarne, affamarne, umiliarne, mutilarne qualcuno di meno. Macchè.
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La NATO è una truffa pericolosa con cui l’America sta spremendo l’Europa
di Thomas Fazi
La strategia americana verso la NATO ha suscitato reazioni nettamente divergenti. Alcuni la salutano come un passo atteso da tempo verso la liberazione della Germania – e per estensione dell’Europa – dalla tutela militare americana, dato l’apparente “disimpegno” degli Stati Uniti dalla NATO. Altri la vedono come una pericolosa rinascita del nazionalismo militare tedesco, che evoca il capitolo più oscuro della storia europea del XX secolo. Entrambe le letture mancano il punto. Il riarmo della Germania non è concepito per rendere il Paese più sovrano dal punto di vista militare – nel bene o nel male. È concepito per elevare il ruolo della Germania a “vassallo in capo” all’interno della struttura di comando della NATO controllata dagli Stati Uniti. In questo senso, il battibecco tra Trump e Merz dovrebbe essere visto come poco più che teatro politico.
Trump ha messo ancora una volta in allarme gli europei. Questa volta ha annunciato il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania nell’ambito di una decisione del Pentagono innescata dalla disputa pubblica del presidente con il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla guerra in Iran. Il taglio ammonta a circa il 14% dei circa 35.000-36.000 soldati americani attualmente di stanza in Germania, e dovrebbe avvenire nell’arco di sei-dodici mesi, riportando i livelli delle forze statunitensi a quelli precedenti all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Trump ha lasciato intendere che potrebbero seguire ulteriori tagli. Ha definito la mossa una “punizione” per le critiche di Merz alla gestione della guerra da parte di Washington — compresa l’affermazione di Merz secondo cui l’Iran avrebbe “umiliato” gli Stati Uniti.
Questo fa parte di una più ampia offensiva che Trump ha sferrato contro gli alleati della NATO nelle ultime settimane, per il loro rifiuto di inviare forze navali per aiutare ad aprire lo Stretto di Hormuz. Ha detto ai membri della NATO che dovranno «iniziare a imparare a combattere da soli» perché «gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi». Trump ha anche minacciato di ritirare le truppe dall’Italia e dalla Spagna, e ha sollevato ancora una volta la prospettiva che gli Stati Uniti lascino del tutto la NATO. Alla domanda, in una recente intervista, se avrebbe riconsiderato l’adesione degli Stati Uniti all’alleanza, Trump ha risposto: «Oh sì, direi che [è] oltre ogni riconsiderazione».
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Dentro il nuovo spirito etico-politico
di Andrea Rinaldi
Genocidio, guerra, crisi. È dentro un contesto internazionale sempre più pesante, segnato dallo stravolgimento degli equilibri politici degli ultimi anni, che questo autunno si sono riaperte anche possibilità di mobilitazione di massa. Piazze attraversate da soggettività spesso disorganizzate, non sempre politicizzate in senso tradizionale, ma capaci di rompere la passività di fronte alla guerra e alla complicità occidentale nel genocidio in Palestina.
In questo articolo, Andrea Rinaldi torna su quelle mobilitazioni interrogandosi sui tratti soggettivi emersi nelle piazze: la centralità di un rifiuto etico, il rapporto tra individualismo e ricomposizione collettiva, la crisi dell’etica del lavoro, la distanza dalle retoriche interventiste e la possibilità che questi elementi diventino terreno politico.
Il testo lo fa dialogando anche con La lunga frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto», a cura della redazione di Infoaut.
* * * *
Mentre scriviamo lo Stretto di Hormuz è ancora il nodo centrale del futuro economico occidentale. Gli Stati Uniti hanno intrapreso una guerra senza sbocchi dettata dagli alleati israeliani e dal vano tentativo di colpire il comparto economico cinese. Più in profondità si cela una volontà politica trumpiana di aggredire la crisi dell’impero americano seminando il caos, distruggendo e imponendo la sua egemonia con la forza nel resto del mondo. Potremmo anche pensare che sia l’ennesimo caso di quell’imperialismo americano che abbiamo tristemente imparato a conoscere nel corso del Novecento, ma non c’è nulla di più diverso. Non siamo nel contesto dell’ennesima guerra per il petrolio, siamo difronte a una battaglia epocale combattuta su più fronti per la sopravvivenza di un’idea politica egemonica.
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Indonesia 1965. L'arcipelago rosso sangue
Il genocidio dei comunisti
di Carlo Formenti
Il genocidio nei confronti del popolo palestinese da parte del regime colonialista, razzista e fascista di Tel Aviv ha riaperto il dibattito sulla pretesa sionista di rivendicare alla tragedia della Shoah il diritto di fregiarsi del titolo di unico evento degno di essere definito genocidio. Pretesa che solo la macchina propagandistica delle potenze imperialiste occidentali – interessate a sostenere lo stato israeliano come proprio avamposto nel Vicino Oriente – consente di resistere alle critiche che tutti gli storici onesti le rivolgono da tempo, elencando i purtroppo innumerevoli esempi di genocidio che costellano la storia umana antica, moderna e contemporanea.
Curiosamente (ma non troppo, ove si consideri la ventata di furore anticomunista che spira dalla cultura politica, accademica e mediatica occidentali in questo inizio di millennio) da tale elenco viene sistematicamente espunto uno dei casi più atroci – se non il più atroce – della seconda meta del Novecento: il massacro sistematico di non meno di mezzo milione, ma più verosimilmente di più di un milione, di comunisti indonesiani perpetrato a metà degli anni Sessanta dall’esercito di quel Paese, con la partecipazione attiva delle milizie dei movimenti islamici e cattolici e dei partiti di estrema destra.
A rompere questo colpevole, imbarazzante silenzio provvede un libro di Nicola Tanno, Arcipelago Rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968) appena pubblicato dall’editore Mimesis. Tanno parte da lontano, ricostruendo le origini e la storia del Partito Comunista Indonesiano (PKI), le sue vicissitudini (prima dell'olocausto del 1965 aveva già subito dure sconfitte e repressioni in diverse occasioni), i suoi legami con il resto del movimento comunista mondiale, i suoi successi, le sue sconfitte e i suoi (molti) errori. Mette in luce la lucida pianificazione della strage da parte dei servizi Usa, le complicità di cui questi ultimi hanno potuto usufruire all’interno del Paese, il ruolo ambiguo del presidente Sukarno, la sostanziale connivenza dell’intera opinione pubblica occidentale. Infine descrive gli spaventosi dettagli della carneficina e l’incomprensibile (che resta tale anche agli occhi dell’autore) facilità con cui il crimine si è potuto compiere, anche grazie alla pressoché totale assenza di una resistenza organizzata da parte delle vittime.
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Venezuela. Resisto, quindi esisto
di Luis Britto García*
Abbiamo subito un colpo terribile. Se vogliamo superarlo, dobbiamo ammetterlo, indagare sulle cause e porvi rimedio.
Ribadiamo che, secondo un sondaggio di Hinterlaces dell’ottobre 2025, l’83% degli intervistati sarebbe disposto ad affrontare un’invasione militare straniera, solo il 6% non lo farebbe, e l’89% ritiene che il vero obiettivo di un’eventuale intervento sarebbe rovesciare il presidente Nicolás Maduro per impadronirsi del petrolio. (https://extranewsmundo.com/encuesta-hinterlaces-83-de…/I.
Sei mesi dopo, non ho trovato un solo connazionale che non ribadisse quelle risposte, ma accompagnate da nuove domande.
In primo luogo, occorre chiarire in modo chiaro, preciso e dettagliato cosa è successo o non è successo all’alba del 3 gennaio 2026. Il Venezuela disponeva e dispone di armamenti moderni, efficaci e costosi che non sono stati impiegati. Quarantasette soldati venezuelani e 32 scorte cubane sono morti respingendo coraggiosamente l’enorme aggressione con armi elementari. È necessario conoscere con esattezza i fatti e correggere le mancanze in vista di futuri e prevedibili scontri.
La ricerca deve riformulare la Dottrina strategica e tattica di sicurezza e difesa.
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Trump arriva a Pechino col cappello in mano
di Pino Arlacchi
Quando un presidente degli Stati Uniti vola a Pechino per incontrare il suo omologo cinese, di norma lo fa da una posizione di forza, o almeno così è stato per mezzo secolo, da Nixon in poi. Il viaggio di Trump del 14 maggio rompe questa tradizione. L’uomo che si considera un negoziatore imbattibile arriva nella Capitale cinese con un deficit commerciale bilaterale di quasi mille miliardi di dollari, dazi che hanno aumentato i prezzi americani senza ridurre le importazioni cinesi, e un apparato militare che i wargames del Pentagono descrivono come perdente in una guerra contro la Cina.
Il contesto internazionale in cui matura questa visita indebolisce ulteriormente la posizione negoziale americana. La guerra contro l’Iran è stata presentata al mondo come una veloce operazione chirurgica per poi rivelarsi come l’ennesimo fiasco contro un avversario astuto, duro e sottovalutato. A complicare ulteriormente il quadro c’è la variabile dello stesso Trump: un leader la cui instabilità mentale è stata documentata dai suoi ex collaboratori, e che ha cambiato posizione sui dazi cinesi quattro volte in quattro mesi. Per Xi Jinping, che pianifica lungo i decenni, trattare con chi pianifica tramite tweet rilasciati alle tre della notte è un esercizio di pazienza.
Il pretesto ufficiale della visita è il commercio. Il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina non è il prodotto di pratiche sleali, di sussidi nascosti o di manipolazioni valutarie
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La NATO e l’industria dell’intrattenimento: uno scandalo sulle conferenze segrete svela decenni di propaganda
di Redazione
Nuove rivelazioni di The Grayzone documentano un’infiltrazione sistematica dell’Alleanza nel mondo del cinema e della televisione, con agenti britannici in prima linea per influenzare la cultura popolare a fini geopolitici.
Documenti trapelati ed esaminati da The Grayzone hanno dimostrato come la NATO abbia cercato di infiltrarsi nel mondo del cinema e della televisione per decenni, con agenti dei servizi segreti britannici in prima linea. Il 3 maggio, The Guardian ha rivelato che l’Alleanza ha tenuto una serie di incontri segreti con registi, sceneggiatori e produttori televisivi in città che vanno da Parigi a Los Angeles, suggerendo che la NATO stia cercando di impiegare l’industria dell’intrattenimento nelle sue operazioni di propaganda mentre incombe una guerra in Europa.
Ad oggi, le “conversazioni” della NATO con gli sceneggiatori avrebbero “ispirato, almeno in parte” tre distinti progetti non dichiarati, già in fase di sviluppo. In occasione di un prossimo vertice a Londra, agenti della NATO incontreranno sceneggiatori legati alla Writers’ Guild of Great Britain (WGGB). In una corrispondenza via e-mail, il sindacato ha comunicato ai propri membri che l’evento verterà sulla “situazione di sicurezza in evoluzione in Europa e oltre”. Gli organizzatori sostengono che la NATO sia stata «fondata sulla convinzione che la cooperazione e il compromesso, la coltivazione di amicizie e alleanze, siano la via da seguire», aggiungendo che «anche se qualcosa di così semplice come quel messaggio dovesse trovare spazio in una storia futura», come risultato dell’incontro, «sarà già abbastanza».
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Iran, dagli Ayatollah ai Pasdaran
Il tramonto del clero sciita e l'ascesa dei Guardiani della rivoluzione a Teheran
di Pierluigi Franco
Dopo l’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, l’Iran sta vivendo una metamorfosi epocale: dal dominio carismatico delle guide spirituali al potere tecnocratico-militare dei falchi. Grazie a droni avanzati e missili ipersonici, Teheran è ormai considerata da parecchi analisti la quarta potenza mondiale, nonostante l’assenza dell’arma atomica. Oltre al petrolio, la nuova minaccia corre sui cavi Internet sottomarini dello Stretto di Hormuz, arma digitale capace di paralizzare l’economia globale.
* * * *
Non manca giorno senza che Donald Trump annunci la vittoria sull’Iran. Ai più, però, non è chiaro di quale vittoria si tratti. La realtà sembra essere ben altra, con un Iran sempre più in grado di tenere testa agli Stati Uniti. E, ancora una volta, le strategie americane sembrano aver sottovalutato chi si trovano di fronte.
Sarà per mancanza di conoscenza e di analisi storica, o sarà forse per pressapochismo giustificato dalla certezza di essere «superpotenza», di certo quella grande operazione militare che avrebbe dovuto abbattere in pochi giorni il regime iraniano non sembra aver prodotto gli effetti sperati. Anzi, l’impressione è che abbia notevolmente rafforzato i vertici di Teheran soprattutto favorendone il rinnovamento dopo aver eliminato i vecchi leader.
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Che fare? In Anno Domini 2026
di Piero Bevilacqua
Non si scambi il titolo di questo scritto – che fa il verso al celebre saggio di Lenin – per un’ingenua presunzione del suo autore. Almeno gli anni che egli porta addosso gli sconsiglierebbero qualunque accostamento a colui che resta una delle più geniali menti politiche del ’900. Né si pensi che questo titolo voglia alludere a una somiglianza di contesto tra gli anni in cui Lenin scriveva, il 1901-1902, e quelli presenti che la storia ci consegna. È esattamente il contrario. Esso serve a mostrare la radicale distanza, l’abisso catastrofico in cui siamo finiti, dopo un secolo di vicende mondiali, rispetto alla vigilia prerivoluzionaria degli inizi del secolo scorso. Ma la ragione è anche polemica, come si vedrà più avanti. Com’è noto, Lenin scriveva in una fase di vaste lotte popolari che percorrevano la Russia zarista e andava meditando sulle forme di indirizzo e organizzazione di quei movimenti verso un esito rivoluzionario. Ed era pienamente consapevole delle grandiose possibilità che allora si schiudevano alle masse popolari se si fosse agito con la necessaria consapevolezza strategica. Perché, allora, il compito era di abbattere il «baluardo più potente della reazione, non soltanto europea, ma anche asiatica» che avrebbe fatto «del proletariato russo l’avanguardia del proletariato rivoluzionario mondiale» (Vladimir Ilic Lenin, Che fare? in Opere scelte, Editori Riuniti, 1965, p. 103). Come di fatto accadde.
Noi ci troviamo, a oltre un secolo di quelle vicende e di quell’ottobre del 1917, che vide la prima rivoluzione proletaria della storia, non alla vigilia di una vasta iniziativa popolare, non dentro un ribollire di conflitti di classe, ma all’interno del disordinato e violento tracollo di un impero di cui siamo vassalli dal dopoguerra. Le prospettive di una possibile ripresa di una iniziativa semplicemente democratica si aprono oggi solo nella forma di una particolarissima “rivoluzione passiva”: nel senso che questa espressione significa nella tradizione del pensiero rivoluzionario e democratico italiano, da Vincenzo Cuoco ad Antonio Gramsci. Anche se in questo caso l’iniziativa riformatrice non è nelle mani delle nostre classi dirigenti, ma di quelle di paesi extraeuropei.
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Hormuz Brucia. E con lo Stretto, Brucia un’Epoca
di Mario Petri*
Petrodollaro in agonia, debito americano fuori controllo, Europa che guarda e non capisce. La Cina che aspetta. E i poveri del mondo — come sempre — che pagano il conto di una guerra che non hanno voluto
Il 28 Febbraio, e Quello che è Successo Davvero
Chiamatela pure “Operazione Epic Fury”. Il nome è già tutto un programma — quella smania adolescenziale di grandiosità che il complesso militare-industriale americano non riesce mai a scrollarsi di dosso, nemmeno quando dovrebbe sapere che le operazioni con nomi epici finiscono raramente in modo epico. Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi aerei coordinati sull’Iran, uccidendo il Leader Supremo Ali Khamenei e diversi funzionari di governo. Era, nelle intenzioni dei pianificatori di Washington e Tel Aviv, il colpo decisivo. Il taglio della testa al serpente. La fine del problema iraniano.
Non è andata così.
Nei giorni successivi, le Guardie della Rivoluzione Islamica hanno chiuso lo Stretto di Hormuz — ventinove miglia nautiche tra l’Iran e la penisola arabica, attraverso cui scorre il 20% del petrolio mondiale e il 22% del GNL commerciato globalmente. Il traffico dei petrolieri è crollato del 70% in pochi giorni, poi a zero. Duemila navi e ventimila marittimi bloccati dentro al Golfo come in una trappola. Il Brent ha superato i 126 dollari al barile, il più grande incremento mensile mai registrato nella storia dei mercati energetici. Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha usato parole precise: la più grave interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale. Non “tra le più gravi”. La più grave. In assoluto.
Washington ha risposto con la tipica escalation verbale trumpiana — minacce di “obliterare” impianti iraniani, annunci dell’operazione “Project Freedom” per “guidare” navi commerciali attraverso lo stretto sotto scorta militare americana. Project Freedom. Davvero. Nel frattempo le pompe di benzina californiane segnavano oltre sei dollari al gallone, le assicurazioni marittime per le rotte del Golfo erano già aumentate del 40%, e Maersk — la più grande compagnia di shipping del mondo — aveva sospeso le operazioni. I mercati non aspettano i comunicati del Pentagono.
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“L’energia è il principale campo di battaglia globale”
Giacomo Gabellini intervista Demostenes Floros
Giacomo Gabellini: “Buongiorno a tutti. La guerra israelo-statunitense contro l’Iran si sta rivelando un salasso, specialmente per l’Europa. In soli 60 giorni di conflitto la nostra spesa per l’import di combustibili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro. “Stiamo perdendo quasi 500 milioni al giorno”, ha dichiarato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen alla plenaria dell’Eurocamera.
“Tutti dobbiamo affrontare una dura realtà. Le conseguenze di questo conflitto potrebbero farsi sentire per mesi o addirittura anni”, ha aggiunto la von der Leyen.
Benvenuta. Oltre l’aumento forsennato dei prezzi che interessa praticamente tutti i benchmark petroliferi, incombe minaccioso un ancor più grave problema della scarsità, già materializzatosi in Asia e in Africa e destinato a declinarsi anche in Europa. In questo contesto gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC Plus, abbandonando l’organismo dopo quasi 60 anni e liberandosi così dai relativi vincoli di produzione.
Prima che il conflitto precludesse ai produttori arabi del Golfo la possibilità di esportare, gli Emirati Arabi Uniti estraevano quasi 3,4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 3% dell’offerta mondiale di greggio. A marzo 2026 il paese ha prodotto invece soltanto 2,37 milioni di barili al giorno a fronte di una capacità di quasi 4,3 milioni. Abu Dhabi ha investito 150 miliardi di dollari per espandere la propria capacità produttiva e da alcuni anni spingeva per ottenere quote più alte dall’OPEC, necessarie ad ammortizzare le spese sostenute fino ad ora.
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Per una nuova tassonomia della guerra
di Enrico Tomaselli
Ormai siamo tutti abituati, quando discutiamo dei conflitti in corso nel mondo, a usare i concetti di guerra simmetrica – o, per converso, asimmetrica – che definiscono i contendenti in base alle rispettive capacità militari (quantità e tipologia di armamenti), ma anche, in senso più ampio, industriali ed economiche.
Questa tassonomia della guerra, però, è probabilmente inadeguata e superata, e dovremmo cominciare a ragionare secondo schemi diversi, capaci di includere altri aspetti, non meno determinanti. E, conseguentemente – o forse proprio precedentemente – ad adeguare il linguaggio, la terminologia utilizzata, a una visione più completa, olistica, della fenomenologia contemporanea della guerra.
Un aspetto che assume, con sempre maggiore evidenza, un’importanza cruciale è infatti quella che potremmo definire come postura strategica. Poiché è primariamente in base a questa che possiamo, poi, stabilire se le capacità militari, industriali ed economiche sono o meno (e in che misura) adeguate a tale postura. Nazioni con eguali capacità, ma diverso orientamento strategico, in caso di conflitto si troverebbero appunto in una condizione di asimmetricità, nonostante i (limitati) criteri attualmente in uso siano invece apparentemente simmetrici. E, ovviamente, questo può valere anche in senso opposto. Semplicemente, l’adozione di un criterio sinora non considerato al fine della definizione tassonomica dei conflitti, seppure presente per altre valutazioni, ne cambia – anche radicalmente – i termini, spingendo verso una ridefinizione complessiva della terminologia.
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Il pericoloso militarismo dei guerrifinti
di comidad
Abbiamo appena scoperto che l’amministrazione Trump ha attaccato l’Iran perché non si aspettava di dover sostenere una vera guerra. Il fatto può sembrare strano per una amministrazione che aveva appena ribattezzato il dipartimento della Difesa in dipartimento della Guerra; ma strano non è, infatti vale lo schema per cui meno ci credi e più la spari grossa, cioè si esagera per autosuggestionarsi così da suggestionare gli altri. Al di là dei suoi intendimenti, uno come Trump è sempre stato un abitante dello spot neocon, dato che comunica per iperboli e agisce per rilanci e bluff. Il bullimperialismo USA non ha strategia, ma si riduce ad uno schema comportamentale.
Lo schema è rintracciabile in altri contesti, anche nella comunicazione di persone che affermano di disprezzare Trump, o addirittura, come Carlo Calenda, lo accusano di essere un asset russo. Calenda è generalmente considerato un imbecille, e ciò porta a sottovalutare quello che dice, o a replicargli in base a qualche luogo comune edificante. Nella vicenda della tentata censura ai danni degli artisti russi alla Biennale di Venezia, molti commentatori hanno reagito alla censura come se stessero giocando la partita del cuore, appellandosi alla libertà di espressione e alla libertà della cultura; tutte cose mitiche, mai esistite da nessuna parte. Se si fosse invece prestata attenzione alle tesi di Calenda, si sarebbe individuato il vero bandolo della questione, cioè il trucco di dilatare a tal punto il concetto di guerra da poterci infilare tutto e il contrario di tutto.
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Sta evidentemente succedendo qualcosa in Ucraina...
di Francesco Dall'Aglio
Sta evidentemente succedendo qualcosa in Ucraina, o riguardo l’Ucraina, proprio mentre i nostri poverelli toccati dal Signore ci raccontano che, per l’ennesima volta ma stavolta davvero, la guerra è vinta e Putin è umiliato e basta solo un piccolissimo sforzo, davvero l’ultimo ultimo. Cosa esattamente stia succedendo e perché, e soprattutto con che tempi, ovviamente non possiamo ancora saperlo, ma è abbastanza chiaro che in certi settori dell’establishment occidentale inizia a serpeggiare un po’ di preoccupazione, perché se la guerra dovesse davvero finire (per magari ricominciare tra cinque anni, per carità) parecchia gente dovrebbe cercarsi un lavoro: tipo la premier danese Mette Fredriksen che proprio stamattina, ospite del Copenhagen Democracy Summit, ha detto che un accordo di pace sarebbe un disastro per l’Europa e che non si può accettare una ?vittoria” (facendo le virgolette con le dita) russa (prenderemmo forse più sul serio il Copenhagen Democracy Summit se letteralmente ogni pagina del suo sito web non contenesse un invito a donare soldi, cifra consigliata 12 € che effettivamente per difendere la democrazia dall’assalto dei regimi autocratici è un affare, foto 1). E se, sempre oggi, un’altra ospite non fosse Chrystia Freeland).
Su tutto aleggia poi il contrasto interno agli USA, coi dem che non vogliono assolutamente mollare l’Ucraina e anzi vogliono aumentare il sostegno e magari arrivare anche allo scontro diretto con la Russia (gestito dall’Europa ovviamente, mica sono scemi) e i repubblicani che vogliono invece chiudere quanto prima (lasciando sempre l’Europa a gestire il contenimento della Russia e soprattutto il riarmo a vantaggio statunitense, anche loro non sono scemi per niente).
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L’economia globale di due superpotenze separate in casa
di Emiliano Brancaccio
“Stesso letto, sogni diversi”. Il malizioso proverbio cinese sintetizza bene i rapporti sino-americani alla vigilia del vertice di Pechino tra Xi e Trump.
Stati Uniti e Cina sono coppia di antica data. Condividono le stesse lenzuola dai tempi del Permanent Normal Trade Relations Act approvato dal Congresso Usa nel 2000, premessa per l’adesione del gigante cinese al Wto. Nella semplificazione sovranista, furono i democratici di Clinton a gettare l’America tra le braccia dell’economia cinese in ascesa. Non andò così. Quella decisione fu presa col consenso bipartisan dei repubblicani.
Del resto, erano gli anni gloriosi del dominio americano sul mondo. Gli Stati Uniti scrivevano le regole del capitalismo globale e gli altri si adeguavano.
Infilare la Cina nella mondializzazione washingtoniana era considerato il coronamento finale di tutto il progetto. Nella sconfinata fabbrica cinese, fatta di 700 milioni di zelanti e frugali lavoratori, Wall Street vide l’occasione di uno spettacolare gioco speculativo intercontinentale, tuttora operativo.
Per un quarto di secolo, da un lato la Cina ha concesso all’America ingenti prestiti a tassi d’interesse risibili, dall’altro lato le aziende americane hanno estratto immani profitti dalle partecipate cinesi. Con un risultato paradossale: tra dare bassi interessi e avere alti dividendi, l’indebitato capitalismo americano ha guadagnato dalle nozze coi cinesi fino a 100 miliardi all’anno di redditi netti.
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A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Terza
di Alessandro Visalli
Questo post prosegue l’analisi della posizione sui Brics di Patrick Bond della quale la Parte Prima è stata pubblicata il 2 maggio, a questo link, e la Parte Seconda a questo.
Terza stanza: il triangolo e l’arena
Come abbiamo visto nella Prima e Seconda Parte, i problemi della tensione tra le forme statuali e della logica di valorizzazione del capitale sono di natura generale e si scalano costantemente sull’intero “Sistema-mondo”. Ciò avviene anche ora, mentre si sta frammentando gradualmente. “Sistema-mondo” è, tuttavia, un termine piuttosto ampio, del quale sono possibili almeno due principali definizioni: in Braudel indica uno spazio vasto, non esteso all’intero pianeta, nel quale gli scambi interni prevalgono su quelli esterni e nel quale si determina una qualche autonomia e autosufficienza. Secondo l’interpretazione di David Harvey, spazi dotati di un certo grado di “coerenza strutturata”[1]. In Wallerstein individua, invece, un sistema sociale che ha legami, strutture e ruoli, schemi di legittimazione coerenti e omogenei; non è, quindi, da intendere come entità economica (quale la considerava prevalentemente Braudel), quanto politica. Un sistema mondiale è, per lui, un ente storico fondato su una divisione del lavoro gerarchica tra centro, periferia e semiperiferie.
Dunque, sono possibili e presenti contemporaneamente diversi “Sistemi-mondo”, ma dipende da come si intende il termine: sul piano delle interazioni essenzialmente economiche e funzionali è esistito, almeno dal XVIII secolo in poi un mondo egemonizzato dall’Occidente, con delle “isole” di resistenza che progressivamente sono state innestate in modo subalterno (per nominare le principali, l’India all’avvio del secolo e la Cina tra la fine e l’avvio del successivo). Sotto questo profilo il mondo comunista, ad egemonia sovietica tra il 1945 ed il 1989, non è mai stato realmente separato e indipendente. Ma partecipava in modo subalterno alla circolazione del capitale occidentale[2]. Secondo alcune analisi (ad esempio, secondo la critica di Guevara, alla metà degli anni Sessanta, ma anche quella di Frank[3] che la propose alla metà dei Settanta) il “capitale” sovietico doveva necessariamente intermediare le materie prime della sua area di influenza con le tecnologie (in particolare civili) occidentali e i prodotti semilavorati. Ciò pena l’impossibilità di riprodursi. Insomma, assumeva sotto questo solo profilo una funzione “semi-imperiale”, esportando le materie prime verso i paesi “capitalisti”, mentre importava ciò che gli serviva per produrre beni che, a sua volta, esportava verso le periferie entro la propria area di influenza.
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La menzogna del moderatismo
di Mario Sommella
Tacere sugli eccidi, accettare la redistribuzione al contrario, svuotare la democrazia: il vocabolario di un’ipocrisia che si chiama moderazione.
In Italia, da almeno trent’anni, una parola è stata trasformata in arma. Quella parola è moderato. Si presenta come confine ragionevole tra estremi, ma nei fatti funziona come dispositivo di neutralizzazione del conflitto sociale, della responsabilità politica e della verità storica. Schermare il massacro dei civili, accettare il furto sistematico delle risorse collettive, normalizzare la distruzione consapevole dei diritti del lavoro, tacere davanti al genocidio: questo significa oggi essere moderati. Chi si dichiara tale non occupa il centro, sta dalla parte della violenza che si è fatta sistema.
La riflessione nasce dalla constatazione di un’asimmetria intollerabile. Il governo Meloni fa ciò che ha detto di voler fare, restringere lo spazio pubblico, comprimere salari e diritti, blindare il privilegio fiscale dei più abbienti, garantire copertura politica e militare allo Stato di Israele mentre prosegue lo sterminio del popolo palestinese ben oltre il cessate il fuoco formalmente in vigore dall’ottobre 2025. Quello che chiamiamo per inerzia centrosinistra non riesce a uscire dal lessico difensivo del moderatismo. Chiede pazienza, equilibrio, gradualità. Tutti sinonimi, in questo contesto, di rinuncia.
La domanda non può più essere rinviata. A chi serve oggi un moderatismo che non mette mai in discussione le rendite, non rompe i memorandum militari, non sfida la concentrazione della ricchezza, non chiede conto delle complicità nei crimini di guerra?
1. La trincea del lessico
La prima frontiera dello scontro politico contemporaneo è linguistica. Le parole sono armi e vengono offerte sempre alla stessa parte. Moderato è diventato sinonimo di rispettabile, ragionevole, presentabile in salotto televisivo.
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Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona
di Stefano Portelli
Dopo cinque secoli di orrori coloniali, capitalisti e militaristi, non sorprende che la violenza permei di sé ogni anfratto della nostra cultura, anche laddove, dall'esterno, sembri "tutto a posto". Lo mostra bene questo articolo di Stefano Portelli sul distretto industriale di Barcellona e sull'ombra che essa racchiude. In altre fasi industriali, l'esposizione dei lavoratori era a sostanze che ne minavano la salute fisica; oggi, la rivoluzione informatica li espone a contenuti che ne minano altrettanto gravemente la salute psichica, la possibilità di stare al mondo. E se già i racconti su amianto, radio e coloranti erano difficili da digerire, quelli sui "contenuti da moderare" sono quasi insopportabili. Amnesty International lo dice da decenni: la violenza continua a produrre i suoi effetti anche nei racconti che se ne fanno. Indispensabile per capire condizioni lavorative e psichismo collettivo di questi anni, la fanzine di Horacio Espinosa, a cui questo articolo rimanda, è una lettura potenzialmente traumatica che consigliamo di affrontare con molta cautela. [Stefania Consigliere]
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Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli sfrattati degli scorsi decenni.
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Ucraina: pressing per chiudere la guerra
di Piccole Note
Putin pensa come un leader di una potenza globale e sa perfettamente che il conflitto iraniano, ancor più di quello ucraino, sta ponendo fine, a meno di catastrofiche sorprese, alla pretesa egemonica degli Stati Uniti sul mondo (alla pretesa, ché l'egemonia è finita da anni).
“Credo che la questione stia giungendo al termine” ha detto Putin il giorno della commemorazione della vittoria sul nazismo. E la questione è la guerra ucraina. A sorprendere non è solo la dichiarazione, ma anche il termine usato, che derubrica il conflitto a qualcosa di secondario per la politica estera russa e le prospettive globali.
D’altronde, Putin pensa come un leader di una potenza globale e sa perfettamente che il conflitto iraniano, ancor più di quello ucraino, sta ponendo fine, a meno di catastrofiche sorprese, alla pretesa egemonica degli Stati Uniti sul mondo (alla pretesa, ché l’egemonia è finita da anni).
Lo zar ha poi aggiunto di essere pronto a incontrare Zelensky. Apertura non nuova che ha trovato successiva specifica nelle usuali posizioni del Cremlino, cioè che un summit tra presidenti è possibile solo a conclusione di un processo di pace che preveda negoziati di più basso livello. E, però, la modalità con cui ha rilanciato la possibilità ha toccato nuove e diverse corde.
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