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Limiti e pregiudizi del marxismo occidentale
Appunti sugli incontri di Pisa (festa di Ottolina tv) e su un libro di Canfora
di Carlo Formenti
Cerco di raccogliere le idee che mi galleggiano in testa (annebbiata dal caldo infernale di questi giorni...e ci sono ancora idioti che negano la mutazione climatica!) dopo i dibattiti cui ho partecipato, e quelli cui ho assistito, alla Festa di Pisa organizzata da Ottolina TV, e dopo avere letto il libro di Luciano Canfora, Comunismo un’altra storia, appena uscito per i tipi di Feltrinelli. Oltre a recensire quest’ultimo, mi occuperò del confronto che ho avuto con Gabriel Rockhill a partire da due saggi, Who Paid the Pipers of Western Marxism? (Meltemi mi ha appena confermato di averne acquisito i diritti per cui ne uscirà un’edizione italiana) e Requiem for French Theory (un dialogo con Aymeric Monville introdotto da John Bellamy Foster), quindi riferirò di un intervento di Vladimiro Giacché sulla storia dell’economia sovietica, infine riprenderò alcuni temi dei due volumi di Oltre l’Occidente (dei quali ho anticipato le Introduzioni su queste pagine) che io e Visalli abbiamo presentato a Pisa.
* * * *
Queste quattro “stazioni” sono connesse da un filo rosso che mi pare si stia irrobustendo negli ultimi anni: mi riferisco al maturare di una prospettiva storica, filosofica e ideologica che sovverte i dogmi e i luoghi comuni del marxismo occidentale (e il senso comune condiviso da movimenti e partiti delle “sinistre” post sessantottine) e riscrive la storia dell’ultimo secolo di lotta di classe come scontro fra imperialismo occidentale e resto del mondo. Questa nuova visione è venuta crescendo non solo e non tanto grazie ai contributi di singoli autori ma anche e soprattutto a seguito dell’accelerazione temporale prodotta dalla rapida ascesa del socialismo con caratteri cinesi e dalle guerre scatenate in Europa, Medio Oriente e America Latina da un Occidente che non sembra trovare altri modi per fronteggiare la propria crisi egemonica.
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Nota a margine sul tema migratorio
di Andrea Zhok*
Il tema dell'immigrazione è enormemente complesso; esso tocca aspetti economici, culturali e di sicurezza, in forme variegate. Non esistono bacchette magiche che invertano i processi in corso in un battibaleno.
Tuttavia, a fronte di un sacco di urlatori di professione che scuotono lo spazio pubblico a colpi di slogan roboanti e promesse di rigore draconiano, richiamarsi alla complessità, finisce per dare l’impressione di voler menare il can per l’aia.
Mi si permetta allora, per una volta, una risposta diretta, in parte semplificatoria, ma almeno rappresentativa di come un discorso serio dovrebbe essere affrontato.
Di fronte al tema dei movimenti migratori verso l’Europa si confrontano tipicamente due atteggiamenti.
1) C’è un atteggiamento “umanitario”, prevalente a sinistra, percepito come “buonista”, che sostanzialmente cerca sempre di spiegare da un lato che il problema non è poi tanto grave, o anzi è una grande opportunità di arricchimento umano, e che chi si lamenta è un razzista, e dall’altro che è un movimento storico fatale, inevitabile e che ogni opposizione è inutile (oltre che inumana).
2) C’è un secondo atteggiamento, “securitario”, che accentua tutti i problemi legati all’immigrazione, ne esacerba la narrazione e i pericoli, e finisce per invocare regolarmente variegati “pugni di ferro”: blocchi navali, remigrazioni, improbabili esami di fede cristiana, facce feroci e occasionali strizzate d’occhio ai razzisti veri (che sono minoranze in Italia, ma esistono).
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Una precisazione
di Alessandro Volpi
La pericolosità crescente della Destra sta alimentando in maniera accesa la prospettiva della formazione di un fronte di difesa della Costituzione, fondato sull'antifascismo e caratterizzato da un'ampia trasversalità. Una simile visione, pur avendo molte motivazioni, dovrebbe, a mio parere, considerare il fatto che la discriminante antifascista e della tutela costituzionale è necessaria ma non sufficiente. A tale pregiudiziale, occorrerebbe aggiungerne un'altra, ugualmente decisiva, rappresentata dal rigetto del neoliberalismo, motivato proprio dalla storia recente del nostro Paese, dove la riduzione delle retribuzioni reali, la contrazione dei servizi pubblici universalistici, la svalorizzazione del lavoro e, soprattutto, l'aumento delle disuguaglianze sociali sono state massime.
Tutto ciò è avvenuto con la convinta, e teorizzata adesione, di una parte dei soggetti che oggi dovrebbero far parte del fronte di difesa costituzionale. L'analisi storica delle politiche attuate dai governi di centro-sinistra in Italia, a partire dagli inizi degli anni Novanta, rivela infatti un ruolo determinante nella trasformazione del paradigma economico e sociale del Paese, spesso in stretta continuità con i dettami del neoliberismo globale.
Il processo delle privatizzazioni, avviato simbolicamente con l'incontro sul panfilo Britannia nel 1992 e accelerato dai governi Amato, Ciampi, Prodi e D'Alema, ha portato alla dismissione di asset strategici come l'IRI, che nel 1992 era il quarto gruppo industriale al mondo per fatturato, trasformando l'Italia da Stato imprenditore a mercato aperto ai capitali privati: la vendita di realtà come Telecom Italia nel 1997, la privatizzazione di Autostrade per l'Italia e la liquidazione del patrimonio pubblico hanno generato introiti per oltre 100 miliardi di euro tra il 1992 e il 2001, senza tuttavia garantire un abbattimento strutturale del debito pubblico né un miglioramento dei servizi.
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Nel Venezuela di Delcy Rodriguez, prima entrano i marines, poi l’IDF…
di Il Pungolo Rosso
Da anni, a fronte di una retorica pro-chavismo sempre più lontana dalla realtà effettiva del Venezuela (in Italia rappresentata al meglio, cioè al peggio, da Geraldina Colotti e dai redattori di “Contropiano”), mettevamo in guardia dal crescente potere della borghesia “bolivariana” (la bolibourgoisie) e dalla altrettanto crescente deriva neo-liberista del gruppo di Maduro.
Apriti cielo!
E tanto più dopo la gangsteristica aggressione dell’amministrazione Trump con la cattura di Maduro, guai ad interpretare gli evidenti segni di sottomissione del governo di Delcy Rodriguez ai voleri e agli interessi degli Stati Uniti per quelli che realmente sono.
Il nostro non sarebbe altro che ingiustificabile disfattismo nei confronti di una tenacissima, furbissima, fedelissima seguace di Chavez che stava, con grande abilità tattica, beffando l’amministrazione Trump…
Poi, con la scusa del terremoto (una tragica/ottima occasione, colta al volo), ecco fare il loro ingresso in Venezuela prima i marines (gli stessi che il 3 gennaio avevano assassinato più di 90 venezuelani e cubani e catturato Maduro e consorte), poi i militi genocidi dell’IDF, l’esercito sionista, travestiti da miti, generosissime crocerossine ed esperti ingegneri accorsi lì precipitosamente per salvare i terremotati e avviare la ricostruzione.
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La follia dell'Impero e l'opzione Sansone
di Davide Malacaria
Non è solo la pazzia di Trump, che anzi aveva anche provato a sfidare l'immenso potere imperiale e che, dopo essersi salvato per un soffio a Butler, ha iniziato a scendere a patti sempre più onerosi
Trump minaccia un attacco devastante contro l’Iran, escalation di una guerra che sta innalzando il costo dell’energia tanto da rischiare un collasso globale. Nello stesso giorno impone nuovi dazi a 60 Paesi.
Né cessa il sostegno al genocidio di Gaza e all’espansionismo di Israele, con il quale si approssima anche a integrare intelligence ed esercito; alimenta una guerra che sta incenerendo l’Ucraina e rischia di aprire la terza guerra mondiale; strangola Cuba, dove l’embargo uccide quanto le bombe; depreda un Venezuela prostrato da un terremoto catastrofico; bombarda la Somalia, 76° raid solo quest’anno; minaccia di bombardare il Mali, etc…
È semplicistico ascrivere tale deriva alla follia del solo Imperatore perché, se così fosse, il potere di questo mondo vi avrebbe posto rimedio. No, è l’Impero a essere impazzito, almeno nelle sue élite dominanti, come dimostra l’approvazione da parte della Camera Usa della norma che integra l’esercito e l’intelligence Usa con l’apparato bellico e di intelligence di uno Stato che sta consumando crimini abominevoli, tra cui un genocidio (la legge deve passare al Senato, ma è arduo che venga rigettata in tale sede).
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La sconfitta di Putin
di Vincenzo Costa
Quando diciamo “Putin” non bisogna intendere una persona, ma un fenomeno storico, che nasce quando il tentativo di Eltsin naufraga. La Russia subisce in quel periodo un crollo demografico, economico, le sue risorse immense vanno in mano a pochi oligarchi, la criminalità e la mafia dilagano, il paese è sull’orlo di una ulteriore, più devastante, disgregazione, dopo quella dell’URSS.
Nasce allora “Putin”, che è un progetto, fatto di due grandi direzioni strategiche, da tenere insieme:
1) Proteggere l’integrità della Russia e la sua sovranità, contro le tendenze disgregative interne ed esterne;
2) Integrare la Russia nell’Europa.
Nel marzo del 2000 Putin giunge a ventilare un’adesione della Russia alla NATO. Perché faccia queste avances è chiaro: l’integrazione della Russia nella NATO diventa una garanzie di non disgregazione del paese, e che i paesi storicamente ostili alla Russia (Inghilterra in primis), essendo oramai alleati, non avranno interesse a introdurre elementi di disgregazione e, anzi, sosterranno la sua integrità.
Alla fine non se ne fece niente, perché in quegli anni sembrava che l’Occidente avesse un dominio assoluto sul mondo, gli USA non avessero bisogno di nessuno, la Cina era abbastanza innocua, al massimo un luogo dove spremere plusvalore.
Ma ovviamente significava che la Russia doveva proteggere la sua integrità territoriale da sola, che tentativi esterni sarebbero stati costanti.
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Burro o cannoni
di Luciano Bertolotto
Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana: Essa suona per te.
Follia del potere
Un tale chiede: vuoi burro o cannoni?
Cerco su Internet. Sembra che la domanda non sia nuova... Gente di potere, Goering (1936), Mussolini(1938) e, in versione più moderna, Draghi (2022) l'hanno copiata dai nazionalisti tedeschi (prima guerra mondiale).
La frase di Draghi (preferiamo la pace o il condizionatore acceso?) è solo apparentemente diversa. Subdolamente contrappone un atto ostile nei confronti dei russi (che poi, peraltro, si è rivelato autolesionista)alle ordinarie condizioni di vita dei cittadini.
Op-là...doppio salto mortale a cui siamo stati addestrati: quando si dice pace si intende guerra e viceversa. Stravolgere il senso delle parole, fino a ribaltarlo interamente, è una delle più odiose manifestazioni dell'arroganza del potere
Quesito di tragica comicità ma, proprio per questo, capace di sollecitare riflessioni.
Prima fra tutte: perché fare una domanda, in tutta evidenza, retorica? Nessuno, neppure un demente, si aspetta una risposta. Disporre del potere gioca brutti scherzi. Fino ad arrivare a considerare gli altri privi di un pensiero minimamente complesso, incapaci di andar oltre formule binarie.
A credere(probabilmente in buona fede; non sono abbastanza intelligenti per dubitare...) che non possano esistere alternative alle loro verità. Stupidi e presuntuosi ma non innocui. Le conseguenze le conosciamo. Quasi sempre sono i potenti a fare la guerra. O, meglio, a farla fare agli altri.
Non a tutti piace l'idea di lasciarci le penne dietro una bandiera. La grande maggioranza di chi campa normalmente , ha paura di missili, droni e carri armati.
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Il pensiero unico della psicologia mainstream
di Tommaso Pasqualetti
Da qualche anno a questa parte, professionisti, influencer, giornalisti, opinionisti, sembrano proporre tutti la medesima narrazione: bisogna andare tutti dallo psicologo. Ma è davvero così?
Piero Coppo, nel suo scritto Le ragioni degli altri. Etnopsichiatria, etnopsicoterapie, riportava come, in uno dei suoi viaggi in Mali, trovò all’interno dei villaggi situati nelle campagne e nelle montagne quella “follia” che, secondo il suo bagaglio esperienziale e professionale, doveva essere il risultato dell’esclusione sociale conseguente al sistema produttivo capitalistico. Vi era, tuttavia, una differenza rispetto ai territori occidentali dove egli operava: in quei villaggi non si poteva dire che esistesse, o fosse mai esistito, il capitalismo. Una rigida epistemologia determinista veniva, dunque, messa in discussione, e in parte sconfessata, dal dato di realtà.
Oggigiorno, soprattutto nella narrazione mediatica e social, sembra che vi sia lo stesso determinismo, ma di segno opposto. Vi è un pensiero unico, praticamente condiviso all’unanimità (alla faccia del pluralismo e del dibattito scientifico basato sul dubbio e la messa in discussione di ciò che sembra veritiero) secondo cui tutti si “dovrebbe andare dallo psicologo” (ma chi lo ha detto?), oppure che la contemporaneità si contraddistingue, rispetto ai periodi passati, per un’epidemia di disturbi mentali… ma andiamo con ordine.
La figura dello psicologo si sta annidando in pressoché tutti gli aspetti della vita sociale, spesso in una chiave macchiettistica e annacquata, per essere digerita da chi, in maniera più che lecita, non possiede le adeguate conoscenze che permettano di valicare i clichés che gravitano intorno a questa figura. L’introduzione coatta di questo ruolo professionale nella narrazione mondana e mainstream, tuttavia, non si limita alla presentazione, in chiave clericale, dello psicologo invitato dal canale dell’influencer X o in televisione a qualche trasmissione al fine di proferire, con tono oracolare, discorsi abbastanza vuoti e retorici; ma – ed è questo a mio modo di vedere che dovrebbe destare abbastanza preoccupazione – si spinge fino a quel discorso, che come un’aura questa figura porta legato indissolubilmente a sé, riassumibile nella formula “bisognerebbe andare tutti dallo psicologo”.
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Ucraina: la guerra per procura che gli Stati Uniti continuano a condurre contro la Russia
di Jeffrey D. Sachs
L’avvertimento di Eisenhower secondo cui la politica statunitense sarebbe stata ostaggio di un’élite scientifico-tecnologica fornisce una ragione specifica per cui gli Stati Uniti sostengono la guerra in Ucraina: l’Ucraina è diventata un laboratorio unico e reale per la guerra basata sull’intelligenza artificiale su larga scala.
Finché il popolo americano (e non solo) non si riprenderà la democrazia da Palantir, BlackRock, SpaceX, Chevron e simili, i «laboratori» sul campo di battaglia rimarranno aperti e l’Ucraina pagherà il prezzo fatale dell’«amicizia» americana
* * * *
Nel suo discorso di addio del gennaio 1961, Dwight Eisenhower mise in guardia gli americani contro «l’acquisizione di un’influenza indebita, ricercata o meno, da parte del complesso militare-industriale» e contro il pericolo che «la politica pubblica potesse essa stessa diventare prigioniera di un’élite scientifico-tecnologica». A distanza di sessantacinque anni, gli avvertimenti di Eisenhower si sono ripetutamente e tragicamente rivelati fondati. La democrazia americana pende da un filo, mentre il complesso militare-industriale, che ora include la Silicon Valley, gestisce la politica estera americana nonostante le obiezioni del popolo americano.
L’obiettivo è la supremazia americana, ovvero la ricchezza, il potere e le prerogative incontrastati delle élite americane, senza alcun controllo da parte di altre nazioni o gruppi di nazioni. Ciò significa in pratica che Wall Street, gli appaltatori militari, la Silicon Valley e le grandi compagnie petrolifere controllano la politica estera americana per massimizzare la ricchezza delle élite e l’accesso alle risorse globali, alle catene di approvvigionamento e ai punti nevralgici strategici. Il resto del mondo deve adeguarsi.
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Dioniso a Mirafori
di Adelino Zanini
La ricerca militante di Antonio Negri prima di Impero a partire da un saggio di Damiano Palano (II)
Dopo la prima parte, «Fabbrica e(ra) società», Adelino Zanini prosegue il confronto con Dioniso postmoderno di Damiano Palano. Al centro di questa seconda sezione sono l’«ipotesi hegeliana», la crisi della legge del valore e il tentativo negriano di oltrepassare la dicotomia tra fabbrica e società. Zanini torna così a sottolineare la complessità della ricerca di Negri: dietro la fabbrichizzazione della società non vede la dissoluzione delle mediazioni e l’approdo a un indistinto postmoderno, ma il tentativo di comprendere la trasformazione concreta del rapporto tra produzione e riproduzione e l'emersione di nuove forme di soggettività conflittuale.
Decisiva appare, in questo percorso, la svolta spinoziana, che permette a Negri di ripensare la soggettività, il conflitto e il politico dopo la sconfitta, mantenendo aperta la possibilità di una nuova costruzione collettiva e di un nuovo inizio.
* * * *
8. Ma veniamo al secondo sentiero, definito ipotesi hegeliana. Non prima di aver ricordato però come i due percorsi non siano affatto escludentisi, quantomeno negli anni Settanta, durante i quali, scrive Palano, «le sequenze logiche dell’ipotesi hegeliana risultavano intrecciate con quelle dell’ipotesi strategica, anche negli interventi dedicati alla trasformazione della logica d’azione dello Stato capitalistico». Domandiamo: si potrebbe dire che, nonostante gli esiti più interessanti della prima ipotesi – quella strategica e, quindi, del tentato superamento dell’enigma trontiano –, Negri non avesse mai abbandonato la vecchia dicotomia di fabbrica e società? Tant’è, se è vero che Il lavoro di Dioniso (1994) sarebbe preceduto e accompagnato da un «ritornare a Hegel»…
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E man int la zità, cittadinanza e lavoro a Bologna
di Nico Maccentelli
In memoria di Abderrahim Fakir, cittadino del Pilastro: prima o poi la militarizzazione di un quartiere doveva portare al morto…
Se guardiamo a Bologna sul piano delle abitazioni a partire dai quartieri popolari, la differenza con il passato è stridente: fino a qualche decennio fa l’edilizia a partire da quella popolare era funzionale ai cittadini, intere famiglie avevano il pieno diritto di abitare in quartieri nelle proprie case e il gli alloggi pubblici rispondevano a questa esigenza primaria. Pur con tutte le contraddizioni sociali ben presenti, questo era un aspetto che non veniva minimamente messo in discussione dalle giunte di sinistra.
Poi si è arrivati all’avvento del neoliberismo, gli anni Ottanta che hanno fatto da spartiacque. Da quel momento in poi, la città viene vista dai grandi appetiti del capitale come occasione di business, come opportunità di mettere a profitto il territorio. Le giunte hanno iniziato un vero patto implicito con questi comitati d’affari che volevano creare rendita da nuove strutture e da modifiche sostanziali dell’urbanistica per creare servizi e attività private che generassero profitto o che attirassero capitali da queste nuove configurazioni della città metropolitana. I bisogni sociali e la vivibilità della cittadinanza nei quartieri popolari in primis passava in secondo piano se non addirittura calpestata.
Questa seconda fase coincide con il passaggio al PD, non una forza di sinistra, al di là di certa demagogia sui diritti civili usata per abbindolare il suo popolo nella falsa coscienza (per dirla alla Marx), ma un vero e proprio regolatore dei comitati d’affari, dei potentati che nella città hanno capacità d’investimento e di attrazione degli investimenti.
Mostruosità (vere e proprie “macchine celibi”, ossia che non generano plusvalenze ma spese) come Eataly, e le opere che stiamo vedendo oggi, spesso inutili e demenziali come il People Mover che collega l’aeroporto alla stazione e che si blocca con due fiocchi di neve, dai palazzoni che tolgono luce e vista agli abitanti, ai vari centri commerciali e direzionali, parcheggi, viabilità e quant’altro, sono tutte operazioni in quota a questi gruppi voraci che di fatto mettono in scena una riedizione dell’eloquente quanto lungimirante film di Rosi “Le mani sulla città”.
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Il Foglio, il fervore sionista e l’ignoranza su cosa sia l’università pubblica
di Alessandro Somma
Il fervore sionista del Foglio è noto. Nessuno stupore, quindi, se si esibisce in un attacco contro la “lettera aperta firmata da una quarantina di docenti del Comitato Sapienza per la Palestina” con cui si “pretende dal futuro rettore o rettrice un impegno esplicito e vincolante contro Israele”: lettera liquidata come un “assurdo diktat” (articolo a firma della redazione del 22 luglio).
Lasciamo perdere il numero dei firmatari, che al momento sono circa quattrocento, ovvero dieci volte il numero indicato dal Foglio. E lasciamo perdere la palese manipolazione del senso della lettera, che non chiede un impegno contro Israele, bensì a favore della Costituzione italiana e del suo ripudio della guerra. Chiede invero che “Sapienza non sia implicata, per nessun motivo e ad alcun titolo, in collaborazioni scientifiche o progetti di ricerca collegati, anche solo collateralmente, alle istituzioni militari nazionali o estere e alle imprese attive nel comparto bellico”.
Quello che colpisce è la percezione del tutto fuori asse di ciò che l’università pubblica rappresenta, che per il Foglio è l’università il cui Rettore “deve garantire la qualità della ricerca, la didattica, la gestione delle risorse, la libertà accademica di tutti i docenti e studenti. E “pretendere il contrario significa trasformare l’ateneo in un attore di politica estera parallela, scavalcando governo e Parlamento”.
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Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta…
di Dante Barontini
Tre notizie diverse nella stessa giornata – tutte generate dall’amministrazione Trump – mostrano che alla Casa Bianca le capacità di controllo sono pressoché esaurite, vista l’assenza di una strategia globale fondata su elementi razionali – ancorché orrendi – invece che sui “desideri” di una leadership lunatica alla guida di una potenza in crisi.
Le decisioni di incrementare l’offensiva contro l’Iran (dopo aver firmato un Memorandum negoziato a lungo), di ripristinare dazi commerciali nei confronti di ameno 60 paesi (Unione Europea inclusa, che era stata stata blandita con un vertice Nato “pieno d’amore” in quel di Ankara) e di consentire all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare autonomo (in piena guerra in tutta l’area) sembrano – sia isolatamente che nell’insieme – “un racconto narrato da un idiota, pieno di rumori e strepiti che non significano nulla.”
Se non, appunto, il prodotto di una perdita di controllo sulla realtà.
Prese singolarmente mantengono una parvenza di logica, anche se puramente tattica. Quindi proviamo prima a vederle una per una.
Guerra all’Iran
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Capitalismo carismatico
di Alfredo Gigliobianco
C’era una volta Luigi Einaudi, il vecchio economista liberale, che ammoniva: noi non viviamo in una società capitalista – cioè che fa perno sul capitale – ma in una società di libero mercato, il cui tratto distintivo è la libertà economica che si manifesta nel mercato. Il protagonista di questa società non è il capitalista, il grassone con il cappello a cilindro dei quadri di Grosz, ma l’imprenditore, la cui funzione è scoprire e mettere in pratica nuove combinazioni di fattori per creare nuove organizzazioni e nuovi prodotti, sempre migliori. È l’imprenditore che assume il rischio insito in ogni innovazione. Se l’imprenditore non esistesse, la società sarebbe statica, ossificata, burocratizzata. E il capitalista? Il capitalista, nella visione di Einaudi, è il “servo sciocco”, colui che si limita a fornire la materia prima, cioè il capitale, all’imprenditore. È solo per un accidente storico, concludeva Einaudi, che l’imprenditore e il capitalista sono coincisi nella stessa persona per un buon tratto della storia economica. Ma la vera economia di mercato è quella in cui l’imprenditore – fornito della sua capacità e della sua visione – trova il capitale sul mercato: non ha bisogno di essere ricco. Casomai lo diventa.
Per quanto questa visione possa apparire – anzi sia – alquanto edulcorata, essa ha sicuramente fascino. Rappresenta un mondo economico ideale la cui parola d’ordine non è sfruttamento e oppressione, ma miglioramento continuo, materiale e morale. A patto naturalmente che gli imprenditori stiano al posto loro. Il fiume dell’energia imprenditoriale deve cioè rimanere nell’alveo.
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Ma sono davvero populisti?
di comidad
Carlo Cottarelli ha lanciato l’idea di una norma anti-populismo, cioè ha proposto di vincolare i programmi elettorali alla contestuale presentazione di un prospetto dei costi di ciascuna promessa fatta agli elettori. Il primo bersaglio di Cottarelli è stata la proposta di remigrazione forzata avanzata dal troll che oggi va per la maggiore, il generale Roberto Vannacci, il quale ha cercato di cavarsela con una risposta davvero infelice: “Non sono un ragioniere”. La risposta è incompatibile con i trascorsi professionali di Vannacci, in quanto ogni ufficiale delle forze armate dovrebbe essere un po’ geometra e un po’ ragioniere, cioè saper calcolare sia lo spazio in cui si muove, sia i costi in termini di mezzi e di uomini di ogni propria scelta. Ciò ovviamente vale in una visione idealizzata delle forze armate, nelle quali si dovrebbe fare carriera in base alle competenze. Neanche gli spin doctor di Vannacci hanno dimostrato grandi capacità, dato che in questo caso la controbiezione era ovvia; cioè perché un tale vincolo debba valere soltanto per i programmi elettorali e non anche per i programmi extra elettorali, come quelli imposti dalla Commissione Europea. In altre parole, le norme anti-demagogiche dovrebbero applicarsi non solo al populismo, ma soprattutto ai programmi che vanno a vantaggio di imprese, banche e fondi di investimento.
Il programma di riarmo europeo presentato nello scorso anno dalla Commissione Europea è appunto una operazione di assistenzialismo per ricchi, non soltanto fatta a debito, ma soprattutto senza precisare l’onere dei costi sugli interessi da pagare sul debito.
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Schlein è molto più a destra di Prodi (e anche di Meloni) sull’Ucraina
di Enrico Grazzini
Nell'intervista al Foglio, la segretaria del Pd conferma le solite banalità sulla guerra, senza un minimo di analisi storica. Mai citata la Nato. L'ex democristiano Prodi la supera a sinistra
Sembra assurdo ma Elly Schlein, l’obamiana a capo del Pd, è molto più a destra dell’ex democristiano Romano Prodi sulla questione cruciale della guerra. Nella sua recente intervista al Foglio, Schlein ha confermato le solite banalità sulla guerra in Ucraina, senza un minimo di approfondimento e di analisi storica: ha detto che c’è “un aggredito e un aggressore” e di aver “votato convintamente per aiutare l’Ucraina a difendersi con tutti i mezzi” perché “è inaccettabile riscrivere i confini con l’uso della forza”. Ma Schlein non spende una sola parola sulla Nato che nel 1999 ha bombardato illegalmente la Serbia (storica alleata russa) per staccarle la regione del Kosovo, per farne uno Stato nuovo (con una nuova base Nato).
Schlein, spiegando la sua politica di governo, si è completamente dimenticata della Nato amica di Israele, della fallimentare guerra in Iran condotta da Trump e da Netanyahu, dei crimini di guerra del governo Netanyahu, della strategia della Grande Israele fondata sull’espulsione in massa dei palestinesi e degli arabi: a lei interessa piuttosto che Kiev ottenga “una pace giusta dal punto di vista dell’Ucraina, senza ambiguità”. E con sussiego ha dichiarato che “serve un’Europa più forte”.
Romano Prodi nel suo libro-intervista con il giornalista Massimo Giannini Il dovere della speranza ha una vista più lunga sul conflitto in Ucraina: da ex presidente della UE ricorda che fin dal suo insediamento “Putin era ossessionato dall’idea che la Nato potesse espandersi in Ucraina”.
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Nella tenebra del presente
di Matteo Moca
Dalle origini cibernetiche di Materialismo gotico al comunismo acido di Mark Fisher: un pensiero oltre il vitalismo oscuro del capitalismo per risvegliare il desiderio collettivo
Il pensiero di Mark Fisher è stato per molti un antidoto alla disperazione. Sul suo celebre blog k-punk – definito da Simon Reynolds “una sorta di canale di negoziazione tra cultura popolare e teoria” e descritto dallo stesso Fisher come “il mio modo di concepire la teoria, prevalentemente attraverso la cultura popolare” – era facile trovare riflessioni che rappresentavano, e per certi versi lo fanno ancora nei suoi libri, un punto di ancoraggio davanti al tracollo non solo delle idee contemporanee, ma dell’intero universo che le ha prodotte. In un’epoca in cui le guerre si fanno sempre più globali, la povertà amplia sempre di più la sua platea e le prospettive generali appaiono alquanto sbiadite, trovare una voce come quella di Mark Fisher, capace non tanto di offrire una soluzione, ma piuttosto di stare con coraggio e intelligenza dentro il problema, rappresenta un’occasione unica per immaginare un mondo diverso.
Se Margaret Thatcher diceva che non ci sono alternative al futuro, l’opera di Mark Fisher, che certo deve molto, suo malgrado, anche alla politica del primo ministro inglese, presenta invece la cristallizzazione di un pensiero che si muove su coordinate diverse e tocca vari campi del sapere e dell’arte. Fisher scrive in molte delle sue opere di un sentimento diffuso di malinconia nei confronti di un futuro immaginato e perduto riferendosi non tanto a qualcosa che prima esisteva e adesso non più, quanto invece a una realtà potenziale che però non ha avuto alcuna possibilità di realizzarsi. Si possono prendere, per esempio, gli scritti che compongono Spettri della mia vita (2014), in cui le analisi degli autori e delle opere che hanno affinato il suo sguardo offrono in filigrana proprio un discorso fondamentale sul rapporto tra passato, presente e futuro.
Pensiamo alle insuperabili pagine su Burial o su David Peace, l’analisi del concetto di hauntology mutuato da Derrida, alla lettura vertiginosa di un film come Inception fino a uno dei suoi testi più belli: la descrizione della psicogeografia della Londra preolimpica sospesa tra Tarkovskij e Ballard. Il potere, come sottolinea più volte Fisher, si è già impossessato del tempo e, in questo modo, tiene in ostaggio il futuro che diventa così l’obiettivo di una riconquista impossibile perché ciò che nel presente e nel passato tramonta sembra non avere alcuna possibilità di rifiorire nel futuro costringendo l’uomo a vivere intrappolato in un loop che ricorda le estreme manipolazioni del tempo di Christopher Nolan.
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Fabbrica e(ra) società
di Adelino Zanini
La ricerca militante di Antonio Negri prima di Impero a partire da un saggio di Damiano Palano (I)
Adelino Zanini discute Dioniso postmoderno di Damiano Palano, ampia ricostruzione critica dell’itinerario teorico di Antonio Negri. In questa prima parte, al centro è il rapporto tra fabbrica e società, l’«enigma» consegnato all’operaismo da Mario Tronti. Seguendo il primo dei due sentieri individuati da Palano, quello della cosiddetta «ipotesi strategica», Zanini attraversa la crisi dello Stato-piano, la teoria dell’autovalorizzazione e la formazione della figura dell’operaio sociale. Secondo l'autore della recensione, lungi dal risolversi in uno schematismo teorico, il percorso di Negri appare così come uno sforzo continuo per pensare nuove forme dell’antagonismo oltre la centralità esclusiva della grande fabbrica, cercando di comprendere come produzione, riproduzione e conflitto si trasformino insieme.
1. Leggere la nuova edizione di Dioniso postmoderno. Per una critica della teoria radicale di Antonio Negri (Mimesis, 2026) di Damiano Palano significa operare un doppio salto all’indietro – e il più difficile da compiersi è forse quello più breve, rappresentato dai quasi trent’anni che separano dalla prima edizione di un testo scritto alla fine degli anni Novanta, circolato inizialmente in due tomi come quaderno di lavoro del seminario «il Cielo», poi pubblicato, nel 2008, per i tipi di Multimedia Publishing. Questo accade perché l’accelerazione del moto di distanziamento da quello che Palano assume convenzionalmente come punto d’avvio dell’esperienza (teorica) operaista – ossia l’articolo Fabbrica e società di Mario Tronti (pubblicato nel 1962 sul secondo numero dei «Quaderni rossi») – è via via aumentata nel corso del tempo. Ciò, se da un lato obbliga a riprendere in mano testi già considerati «classici» trent’anni or sono, dall’altro, richiede uno sforzo per comprendere ciò che possa significare, oggi, un’interpretazione di quei classici formulata tre decenni fa, considerata, appunto, la non linearità del moto di allontanamento dal punto d’avvio.
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Circa il personaggio Vannacci
di Algamica*
Poniamo questa domanda: perché un paese moderno, civile, democratico, colonialista e imperialista, di circa 58 milioni di abitanti si domanda da dove venga fuori un personaggio come Vannacci.
In premessa diciamo che quello che appare in superficie è l’espressione di quanto avviene nel sottosuolo, dunque dobbiamo scendere nelle viscere della vita sociale per capire cosa sia il personaggio come suo prodotto.
Lui, un ufficiale dell’esercito si presenta con il simbolo della X, ovvero la Decima Mas, il battaglione che si rifiutò di aderire al voltafaccia dell’esercito italiano in seguito ai bombardamenti degli angloamericani divenuti poi “alleati” e salutati con esultanza dal popolo che non ne poteva più della guerra.
C’è un’altra caratteristica del generale, quella di essere stato per molti anni in Russia, ovvero durante gli anni in cui la Russia ci trattava come un benefattore per la fornitura di gas e petrolio, e di scambi a noi, popolo d’Italia, favorevole.
Il terzo elemento di riflessione è costituito dall’essere stato candidato con la lega di Salvini alle elezioni europee e di aver raccolto un mezzo milione di voti.
Il quarto fattore è costituito da una accentuazione politica delle proprie posizioni, su una serie di questioni che esamineremo, fino a raccogliere personaggi di destra e dell’ultradestra, in Parlamento e fuori di esso, e costituire Futuro Nazionale, con una caratterizzazione marcatamente razzista e omofoba.
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Iran. Trump dichiara l'escalation
di Davide Malacaria
"Attaccare Teheran probabilmente provocherebbe una rappresaglia iraniana ancora più ampia". Si sta ripetendo quanto accaduto in Ucraina, con l'America che ha dato vita a un'escalation controllata che, poco a poco, sta diventando incontrollata
“Da questo momento in poi, ogni volta che la Repubblica Islamica dell’Iran sparerà contro una nave nello Stretto di Hormuz, sia con missili, razzi, droni o qualsiasi altro dispositivo o arma, gli Stati Uniti bombarderanno e distruggeranno UN PONTE O UNA CENTRALE ELETTRICA, comprese quelle situate vicino o all’interno della capitale Teheran”. Così Trump su Truth social.
C’è da dire che è un’idea brillante per superare le accuse che pioveranno sugli States quando darà seguito alla minaccia, che poi è quella devastare le infrastrutture iraniane. Nulla importando peraltro se, com’è accaduto in precedenza, sul ponte preso di mira ci saranno mezzi in transito con relativi autisti e passeggeri.
Non è farina del sacco di Trump. L’idea è troppo sofisticata. Perfidia pura, anche perché chi l’ha avuta, per concretizzare la devastazione minacciata, farà in modo di spingere mercantili e petroliere ad attraversare lo Stretto mettendo a rischio la vita degli sfortunati naviganti. E tanti disperati accetteranno, com’è avvenuto finora, anche perché le Compagnie di navigazione hanno messo sul tavolo incentivi abnormi perché sfidino la sorte. Uno Squid Game marittimo.
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Il clima come spettacolo
di Luigi Guelpa
Come abbiamo sostituito gli scienziati con i personaggi
Come si costruisce oggi il dibattito pubblico sul cambiamento climatico? «Il clima non è diventato un problema di meteorologia. È diventato un problema di comunicazione» risponde Luigi Guelpa, nell'articolo che pubblichiamo oggi. Più che attorno ai dati, il dibattito sembra organizzarsi attorno ai volti, ai simboli e ai personalismi degli scienziati. Così il sistema dell'informazione trasforma una questione complessa in uno scontro tra personaggi, spostando l'attenzione dalla ricerca alla sua rappresentazione. Un'analisi del modo in cui il mercato dell'attenzione finisce per ridefinire non solo il racconto del clima, ma il rapporto stesso tra conoscenza, politica e comunicazione.
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C’è un dettaglio che continua a sfuggire nel dibattito pubblico sul cambiamento climatico. Un dettaglio tanto semplice quanto decisivo. Non riguarda la fisica dell’atmosfera, né la concentrazione di anidride carbonica, né l’ultimo rapporto dell’Ipcc. Riguarda la televisione. E, più in generale, il mercato dell’attenzione.
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Come il nuovo fascismo ci costringe a essere stranieri
di Chris Hedges*
Stiamo diventando degli stranieri. Stranieri nei nostri stessi Paesi, stranieri nel mondo. I valori che ci stanno a cuore, le libertà che un tempo davamo per scontate e la possibilità di un futuro democratico stanno lentamente svanendo. Le comunità in cui trovavamo significato e scopo vengono smantellate, mentre la morsa del fascismo si consolida. L'assalto decennale alle istituzioni democratiche in nome del neoliberismo — o meglio, del capitalismo spietato — sta raccogliendo il suo triste raccolto.
In “Nation of Strangers: Rebuilding Home in the 21st Century”, Ece Temelkuran attinge alla sua esperienza di esilio dalla Turchia — come già fatto nel precedente “Come far cadere un paese. Dalla democrazia alla dittatura” — per prepararci a un futuro che non desideriamo, ma che saremo costretti a sopportare.
Nation of Strangers è una raccolta di quaranta lettere scritte tra giugno 2022 e aprile 2025. Ogni lettera si apre con l'incipit «Caro straniero», sottolineando gradualmente come presto anche noi, proprio come l'autrice, diventeremo stranieri: prima nella nostra terra e poi, per alcuni, in esilio.
Temelkuran si fa beffe della nostra mania di speranza, della convinzione ingenua che le nostre istituzioni, ormai svuotate e corrotte, possano respingere l'ondata fascista.
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Ultimo uomo
di Salvatore Bravo
L’Europa e l’Occidente si avviano verso il declino, i cui sintomi sono palesi. L’individualismo economicistico e l’edonismo senza cuore e senza spirito sono gli effetti del nichilismo liberista, il quale è dinanzi ai nostri occhi e per quanto si devii lo sguardo dalla verità essa finisce col guardarci. La politica dei camerieri e del servidorame connotato dall’ipertrofia dell’immagine senza contenuti è il punto finale di una deriva ormai decennale. I servi obbedienti, non hanno pensiero, semplicemente obbediscono. Con questa realtà bisogna fare i conti nel quotidiano. Ogni giorno ci attende un lavoro di resistenza, poiché l’assedio della barbarie e dell’insensato ci lambisce quotidianamente e ci sospinge sul limite dell’abisso della disperazione. Si vive sull’orlo dell’abisso e bisogna lavorare per ritrarsi da esso. È il regno dell’ultimo uomo, descritto da Nietzsche nell’aforisma 125 della Gaia scienza. La filosofia, in quanto ricerca veritativa è oggetto di una generale rimozione. La parola veritativa è sostituita con i suoni dell’insensato che nella manipolazione generale appaiono solidi e invalicabili come le Colonne d’Ercole. I processi di mistificazione sono estremamente raffinati e capziosi. La filosofia che per sua fondazione epistemica ha il suo senso e scopo nella ricerca argomentata e razionale dell’universale concreto (verità) è sostituita con una sua copia sbiadita e ingannevole: il pensiero debole, esso è la pseudo filosofia organica al capitalismo; “la filosofia”, in tal maniera, nega se stessa per affermare “il mercato del relativismo” e la trasformazione dell’essere umano in “consumatore seriale e compulsivo”. L’ultimo uomo descritto da Nietzsche urla la morte di dio nel mercato. Morte di dio, ossia morte della verità che reca con sé il defungere della filosofia e instaura così l’ultimo uomo che vive e regna nel mercato capitalistico, nel quale la morte dell’uomo, in quanto essere veritativo e simbolico, coincide con l’imperio della mediocrità delle vogliuzze che il mercato prontamente soddisfa. L’ultimo uomo è il progetto perverso e diabolico/divisorio del capitalismo nell’attuale fase storica. Nel nostro tempo l’ultimo uomo è nella forma della turistificazione violenta delle città del sud dell’Europa.
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La secessione delle tariffe
di Mario Sommella
Dopo la bocciatura della Corte costituzionale, l’autonomia differenziata riparte dal cuore dello Stato sociale: quattro intese fotocopia consegnano a Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria il potere di remunerare le prestazioni sanitarie più delle altre regioni. Con oltre cinque miliardi di mobilità già in fuga dal Mezzogiorno, è la costituzionalizzazione del divario. Ma sei regioni — Campania, Puglia, Toscana, Emilia-Romagna, Sardegna e Umbria — hanno detto no, e la battaglia si sposta ora in Parlamento e nelle aule giudiziarie.
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C’è un modo silenzioso di dividere un Paese, e non passa per i proclami: passa per le tariffe. Il 19 febbraio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato gli schemi di intesa preliminare con quattro regioni del Nord — Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria — su protezione civile, previdenza complementare, professioni e, soprattutto, tutela della salute intrecciata al coordinamento della finanza pubblica: un passaggio mai raggiunto prima, celebrato dalla Lega come traguardo storico, con i quattro governatori di centrodestra schierati a Palazzo Chigi. Ai primi di aprile la Conferenza Unificata ha espresso parere favorevole a maggioranza semplice, con il voto contrario e compatto delle sei regioni guidate dal centrosinistra. A maggio le pre-intese sono approdate alle Commissioni parlamentari e a metà luglio il Senato ha dato un primo via libera di indirizzo. Se il percorso andrà fino in fondo, quelle quattro regioni potranno stabilire tariffe di rimborso e remunerazione delle prestazioni sanitarie diverse da quelle nazionali, ponendole a carico dei propri bilanci; gestire in autonomia i fondi statali per l’edilizia ospedaliera e le tecnologie; istituire fondi sanitari integrativi regionali; assumere personale con risorse proprie. Sembra un elenco tecnico.
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Anticomunismo, controrivoluzione preventiva e fascistizzazione
di Eros Barone
Un anticomunista è un cane, su questo sono irremovibile e lo sarò sempre.
Jean-Paul Sartre
1. Un ciclo politico reazionario
Il processo di fascistizzazione si fa di giorno in giorno più evidente, più opprimente e più capillare, e chiunque abbia un minimo di sensibilità socio-politica ne avverte già da molto tempo la stretta. In questo senso, il governo Meloni è stato solo il punto di avvio di un ulteriore salto qualitativo. Se confrontiamo infatti la situazione della prima metà del XX secolo con la situazione attuale, risulta palese il tratto comune costituito dalla crisi strutturale del capitalismo. Il secondo elemento, però, e cioè un’alternativa rivoluzionaria in atto, è sostanzialmente assente. Inoltre, la crisi del capitalismo si produce oggi nel contesto generato da un altro evento epocale, di segno opposto a quello rappresentato dalla Rivoluzione d’Ottobre: l’abbattimento del vallo antifascista di Berlino e la fine del campo socialista, cioè la vittoria mondiale della controrivoluzione.
Orbene, questa particolare situazione, in cui il vecchio sta morendo ma il nuovo non è nemmeno in gestazione per assenza di antagonismo politico organizzato e diretto da finalità rivoluzionarie, dà luogo al fenomeno della “putrefazione dei processi storici”, di cui la fascistizzazione delle relazioni sociali è il frutto. Due elementi vanno allora posti in luce: la crisi strutturale del capitalismo e l’assenza di antagonismo organizzato, l’uno dei quali è convergente e l’altro è radicalmente divergente rispetto alla congiuntura storica che produsse storicamente il fascismo. Da ciò si ricava una prima conclusione: l’unica minaccia immediata che incombe sul capitalismo contemporaneo sono i suoi stessi limiti strutturali e le conseguenze che il loro manifestarsi comporta. Un fenomeno di acuta reazione, nella metropoli imperialistica del nostro tempo, necessariamente erediterà la lezione del fascismo storico, ma non la riprodurrà, quanto meno nei suoi aspetti apertamente dittatoriali, se non in presenza di una soggettività politica capace di minacciare il dominio della borghesia monopolistica.
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