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Se gli Stati Uniti diventano una super potenza inaffidabile
di Gianandrea Gaiani
L’Amministrazione Trump continua a mischiare le carte in tavola e a rendere instabile ciò che fino a poche ore prima appariva una tendenza ormai consolidata. Il mondo e i media non hanno fatto in tempo ad attribuire finalmente una concreta credibilità al processo negoziale con l’Iran (vedere l’articolo pubblicato la sera del 23 maggio e l’editoriale del 25 maggio) che Domald Truimpèè riuscito a modificare radicalmente i presupposti dell’accordo con Teheran e a riaprire brevemente le ostilità con attacchi “per autodifesa” contro postazioni missilistiche e navi iraniane.
Sul piano politico, proprio mentre sembrava imminente la convergenza su un’intesa di massima da affinare nel corso del cessate il fuoco esteso per altri 60 giorni, Trump ha rilanciato affermando che dopo i colloqui con i leader di Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Giordania Egitto e Bahrein e soprattutto “dopo tutto il lavoro svolto dagli Stati Uniti per cercare di ricomporre questo puzzle molto complesso, dovrebbe essere obbligatorio che tutti questi Paesi, come minimo, firmino simultaneamente gli Accordi di Abramo”.
A parte il fatto che “il puzzle molto complesso” è stato determinato dall’attacco di USA e Israele all’Iran del 28 febbraio scorso e a parte il fatto che Emirati Sarabi Uniti e Bahrein hanno già sottoscritto gli accordi di Abramo che normalizzano i rapporti con Israele, quanto scritto da Trump su Truth aveva evidentemente l’obiettivo di mischiare nuovamente le carte e rendere più arduo il raggiungimento di un’intesa con l’Iran.
Trump ammette che “è possibile che uno o due di essi abbiano una ragione per non aderire, e ciò sarà accettato, ma la maggior parte dovrebbe essere pronta, disposta e in grado di rendere questo accordo con l’Iran un evento di portata ben maggiore rispetto a quanto sarebbe altrimenti. Gli Accordi di Abramo si sono dimostrati, per i Paesi coinvolti (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan e Kazakistan), un vero e proprio boom finanziario, economico e sociale, persino in questo periodo di conflitto e guerra, con gli attuali membri che non hanno mai nemmeno ipotizzato di ritirarsi o di prendersi una pausa.
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L’esperimento da Nobel che ha stravolto la realtà
di Roberto Paura
Era il 10 dicembre 2022 quando, esattamente un secolo dopo Albert Einstein, Alain Aspect – in frac e cravatta bianca di ordinanza – ritirava il premio Nobel della Fisica dalle mani del re di Svezia. Il secolo trascorso tra questi due eventi segna un passaggio radicale nella nostra comprensione della realtà: quando Einstein ritirò il suo premio per la scoperta dell’effetto fotoelettrico, la rivoluzione della fisica quantistica era già consolidata ma il dibattitto sulla sua interpretazione era ancora agli albori e il grande fisico tedesco conservava – e conservò per tutta la vita – la “fede” in un universo deterministico, in cui gli aspetti probabilistici delle misurazioni quantistiche restavano di tipo epistemico, non ontologico, spiegabili cioè con limiti della nostra conoscenza sperimentale, destinati a essere superati da una teoria più profonda che li avrebbe ricondotti a una natura essenzialmente deterministica e prevedibile.
Quando a ritirare il premio è toccato ad Aspect, per il suo celebre esperimento con cui dimostrò il teorema delle disuguaglianze di Bell, la concezione di Einstein era ormai andata in pezzi.
Il Nobel rappresentava l’estrema sconfessione della concezione einsteiniana della realtà: l’universo non è deterministico, ma probabilistico; non esiste una realtà indipendente dall’osservatore; la causalità può essere di tipo non-locale, ossia tenere in relazioni istantanee causa-effetto oggetti distanti ben più del cono di luce definito dalla relatività ristretta. Non stupisce che, come un giorno raccomandò con una punta di ansia John Bell al giovane Aspect durante il loro primo incontro a Ginevra nel 1975, “non bisogna dedicare troppo tempo a riflettere sui fondamenti della meccanica quantistica, poiché ciò mette a rischio la propria salute mentale” (Aspect, 2026). Come il vecchio dottor Gibarian che l’allievo Kris Kelvin scopre essersi suicidato all’arrivo nella stazione di Solaris nell’eponimo capolavoro di Stanislaw Lem, così Bell aveva voluto mettere in guardia dai rischi di calarsi troppo a fondo nei paradossi della fisica perché, per citare Lem, non di sola fisica si tratta, “qui si tratta dell’uomo e dei limiti della conoscenza umana” (Lem, 2013).
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Gli USA, il “petrogas-dollaro”, e i sintomi del caos predatorio
di Richard Medhurst
Riportiamo la traduzione di una lunga analisi di Richard Medhurst, giornalista britannico figlio di due peacekeeper delle Nazioni Unite. I suoi pezzi, riguardanti per lo più il Vicino Oriente e, in particolare, la Siria (dove è nato) e i crimini israeliani nella recente campagna genocidiaria, sono apparsi su Al Mayadeen, Al Jazeera, FOX News, RT.
Medhurst è diventato famoso quando, il 15 agosto 2024, è diventato il primo giornalista arrestato sulla base del Terrorism Act del 2000, appena atterrato all’aeroporto londinese di Heathrow. La condanna arrivata da varie organizzazioni giornalistiche internazionali non ha impedito che, il 3 febbraio 2025, Medhurst venisse di nuovo arrestato dalle autorità austriache, che sequestrarono inoltre i suoi dispositivi elettronici.
Insomma, la sua attività giornalistica rappresenta quel tipo di indipendenza dell’informazione che è sempre più sotto attacco in una Europa che sta correndo sulla strada della repressione e della censura per far fronte alla propria crisi egemonica e strutturale. Riteniamo perciò interessante leggere le sue riflessioni intorno a un nodo fondamentale dell’attuale sistema finanziario globale: il controllo del petrolio e il ruolo del dollaro [red.].
* * * *
Si è tentati di credere che la macchina da guerra degli Stati Uniti sia finita. Dal punto di vista militare, l’Iran ha effettivamente inflitto agli Stati Uniti la peggiore umiliazione della storia moderna – di cui ho parlato in modo dettagliato. Ma dietro le quinte, Washington ha silenziosamente messo a segno una rapina a mano armata alle riserve mondiali di petrolio e gas. Tutte quante.
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La Magna Charta del pontificato di Leone XIV: critica del liberalismo e regolazione del capitalismo
di Eros Barone
1. La sfida della torre di Babele
L’enciclica Magnifica Humanitas pubblicata il 15 maggio scorso dal papa statunitense Robert Prevost, alias Leone XIV, è un testo di 245 pagine e cinque capitoli, più introduzione e conclusione1. Si tratta di un testo molto ampio e complesso che si pone esplicitamente sulla scia della Rerum Novarum di papa Leone XIII e punta ad approfondire i temi della dottrina sociale della Chiesa, proiettando tale dottrina in avanti e aggiornandola a partire dalla sfida posta oggi all’umanità dall’intelligenza artificiale, dal paradigma tecnocratico e dalle ideologie del transumanesimo e del postumanesimo. L’indice dei cinque capitoli in cui si articola il testo di questa enciclica fornisce, peraltro, una mappa essenziale del vasto territorio esplorato da un papa che sembra voler raccogliere e tesoreggiare, attraverso un accorto bilanciamento dell’istanza della continuità e dell’istanza dell’innovazione, la duplice eredità dei suoi immediati predecessori: quella teologica di papa Ratzinger e quella pastorale di papa Bergoglio: Introduzione; capitolo 1: Un pensiero dinamico fedele al Vangelo; capitolo 2: Fondamenti e princìpi della dottrina sociale della Chiesa; capitolo 3: Tecnica e dominio – La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA; capitolo 4: Custodire l’umano nella trasformazione – Verità, lavoro, libertà; 5) La cultura della potenza e la civiltà dell’amore; Conclusione.
Poiché non è possibile riassumere i contenuti del documento pontificio senza rischiare di sacrificare l’unità logica della ricapitolazione sintetica a cui l’autore ha costantemente mirato, giova almeno ribadire, desumendoli dall’indice analitico dei paragrafi, i princìpi chiave della dottrina sociale della Chiesa, così come sono stati enunciati da Leone XIV: l’essere umano immagine del Dio trinitario; l’eguale dignità di tutti gli esseri umani; l’altissimo valore dei diritti umani; i princìpi della Dottrina sociale; il principio del bene comune; il principio della destinazione universale dei beni; il principio di sussidiarietà; il principio di solidarietà; il principio della giustizia sociale; lo sviluppo umano integrale.
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Esclusivo - Come la Cina e il Pakistan potrebbero fornire l'accordo vero e proprio
di Pepe Escobar
Il tramonto del petrodollaro: Verso la svolta geopolitica dell'Eid 2026
Il presidente Xi accoglie il presidente Trump a Pechino. Meno di una settimana dopo, accoglie il presidente Putin: entrambi firmano una dichiarazione strategica congiunta che indica una ristrutturazione de facto del sistema delle relazioni internazionali. All'inizio di questa settimana, il Presidente Xi accoglie una delegazione pakistana di alto livello, tra cui il feldmaresciallo Asim Munir, il principale mediatore tra Iran e gli Stati Uniti.
Tutto ciò è profondamente interconnesso. A parte gli accordi relativi al Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il progetto di punta delle Nuove Vie della Seta, e agli accordi di Islamabad con Alibaba, il fatto è che il silenzioso garante dei febbrili sforzi di mediazione pakistani tra Washington e Teheran è la Cina.
Così la leadership pakistana di vertice ha dovuto andare a Pechino per spiegare in dettaglio le mille giravolte e capovolgimenti.
Fonti diplomatiche confermano che Asim Munir, fresco da un viaggio di lavoro a Teheran, ha ribadito al presidente Xi che, dal punto di vista iraniano, gli impegni statunitensi non hanno alcun valore. Questo viene costantemente ribadito dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei.
Quindi, se mai dovesse essere firmato un accordo – dopo eventuali progressi sull'attuale Memorandum d'Intesa bloccato – la firma della Cina è un imperativo assoluto. Lo stesso vale per la Russia.
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IA. Solo il Papa parla di tecnologia e “necrosfera” che ormai è già qui
di Alessandro Robecchi
Alla fine (o all’inizio, le cose si toccano), dell’intelligenza artificiale si deve occupare il Papa. La politica non se ne occupa, o lo fa solo per vedere quanto può guadagnarci in termini di dominio, l’economia applaude i nuovi clamorosi profitti, i militari festeggiano che qualcuno possa ammazzare senza troppe remore o problemi etici, i lavoratori perdono il lavoro o vengono relegati in nuovi inquadramenti schiavistici, gli scienziati, in maggioranza, collaborano. Su una cosa sono tutti d’accordo: siamo all’inizio, e tra una ventina di anni guarderemo all’intelligenza artificiale di oggi come oggi guardiamo a un telefono grigio con il filo e la rotella per i numeri: preistoria.
Se qualcosa è possibile tecnicamente, l’uomo lo farà, e i dilemmi morali ed etici verranno dopo – se verranno – ed è stato così per ogni tecnologia dalla scoperta del fuoco in poi. Con moltissime analogie e alcune differenze, tra cui, evidentissima, quella che ad avere in mano le sorti dell’umanità sono oggi una decina di persone – persone fisiche, con nome e cognome – più potenti di qualunque stato nazionale, organizzazione collettiva, istituzione democratica, e quindi senza alcun controllo. Dobbiamo fare i conti, dunque, con una specie di fantascienza reale, effettiva, tangibile, che si svolge qui e ora, non in un ipotetico futuro, non in uno scenario lontano e fantastico, ma nella vita di oggi. I sistemi di guerra gestiti dall’IA valutano quanti civili possono morire in un attacco e accettano la barbarie, decide l’algoritmo, così come l’algoritmo decide le consegne delle nostre pizze portate da uno schiavo in bicicletta, il nostro rendimento sul lavoro, quali contenuti possiamo leggere sui social media e tutto il resto.
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Dalla discarica al clic
di Sergio Fontegher Bologna
Il 1 maggio 2026 i principali sindacati italiani si sono dati appuntamento a Marghera. Qualcuno della mia venerabile età, ma anche qualcuno con venti anni di meno, avrà pensato: “Oh che bello! Ricorderanno le lotte contro la nocività degli Anni Sessanta, contro il CVM, cloruro di vinile monomero, che ha portato alla morte centinaia di operai per angiosarcoma. Finalmente si rivaluta quella stagione di ribellione allo sfruttamento, di autonomia della classe, che il sindacato negli ultimi decenni aveva rimosso, anzi, ne aveva dannato la memoria.”
Macché, questa è roba retrò, il sindacato oggi parla di Intelligenza Artificiale. Che c’entra Marghera? Perché lì è successo un caso esemplare, un’azienda high tech che impiegava fior d’informatici li ha licenziati per sostituire il loro lavoro con l’IA (in realtà ha delocalizzato). Quindi il sindacato si prepara alla lotta del futuro: la soppressione di posti di lavoro qualificati. L’IA, in misura maggiore che la vecchia automazione, distrugge posti di lavoro, manda a casa migliaia di laureati, gente con venti anni d’esperienza.
Confesso che rimasi un po’ deluso, speravo che si parlasse di comitati autonomi, di scioperi selvaggi, però andava bene lo stesso, è giusto lottare contro la disoccupazione tecnologica, anzi, è meglio che sbraitare contro la Meloni perché non accetta il salario minimo legale (richiesta che il sindacato, CGIL in testa, ha rifiutato per anni).
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Gli analfabeti dell'egemonia culturale
di Francesco Coniglione
Vi è un equivoco, oggi molto diffuso, che rivela non soltanto povertà politica, ma anche una sorprendente ignoranza teorica: credere che l’egemonia culturale consista nell’occupazione degli apparati, nella sostituzione dei dirigenti, nella nomina di “propri” intellettuali nei luoghi chiave della produzione simbolica. È un errore grossolano: l’egemonia non è il risultato meccanico del potere politico, ma la sua precondizione. Non si governa per stabilire un’egemonia: si è legittimati a governare – in senso storico-politico e non solo in termini elettorali – nella misura in cui un’egemonia è già stata conquistata.
Il punto è decisivo. Una forza politica può vincere le elezioni, controllare ministeri, nominare presidenti di fondazioni, dirigenti televisivi, membri di consigli d’amministrazione, direttori di musei o di enti culturali. Ma tutto questo non basta a produrre egemonia: può al massimo trasformare una forza politica in ceto di governo, non in autentica classe dirigente. Essa può disporre di una maggioranza parlamentare, magari favorita da meccanismi elettorali distorsivi, ma restare priva di quella direzione morale e intellettuale che sola fonda una vera egemonia. Qui bisogna tornare a Gramsci, non per citarlo come un feticcio, ma per comprenderne il significato profondo, al di là degli scimmiottamenti opportunistici. In Gramsci, l’egemonia non coincide con il dominio. Una classe è dominante quando esercita la forza, la coercizione, il controllo degli apparati; è dirigente quando riesce invece a orientare, convincere, attrarre, costruire consenso.
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Rossobruni
di Vincenzo Costa*
“Rossobruno” è l’appellativo con cui si cerca di squalificare qualcuno, sulle prime. Ma in realtà io credo che il suo uso abbia di mira qualcosa di più fondamentale: troncare sul nascere una possibilità, classificandola come qualcosa di ignobile e dividendo le persone che potrebbero riconoscersi in essa. Quale possibilità? Quella secondo cui giustizia sociale e tradizione non solo non si escludono ma viaggiano insieme.
È la possibilità che nasca una cultura e un progetto politico di questa natura a fare paura. Va bene persino Vannacci, ma non i rossobruni. Del resto, l'uso del termini "Rossobruni" mira a dividere le persone. Serve a ricondurre a vecchie distinzioni. Serve a ricondurre all’ovile: alcuni alla Meloni o a Vannacci e altri al PD o a AVS.
I rossobruni non esistono, dunque, e tuttavia esistono persone che hanno un progetto politico-culturale che mira a tenere insieme giustizia sociale e tradizione.
A fare paura è proprio che questi due termini vengano a saldarsi. È questo che il sistema non può tollerare, perché farebbe saltare l’alternanza senza alternativa, mostrerebbe la complicità di Destra e Sinistra, il loro essere una funzione di stabilizzazione e ciò che impedisce al paese di cambiare.
Se solo per un attimo dovessimo dire che cosa è quel movimento, complesso, litigioso, informe, ma che esprime un’esigenza e che si esprime nel rifiuto di scegliere tra questa destra e questa sinistra in quanto mere versioni del neoliberalismo, potremmo forse indicare alcune caratteristiche:
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La guerra del termine. Brancaccio, Zhok e il "sovranismo" che nessuno vuole ma tutti usano
𝗱𝗶 𝗣𝗶𝗻𝗼 𝗖𝗮𝗯𝗿𝗮𝘀
La polemica tra Brancaccio e Zhok vale più del suo oggetto dichiarato: dietro la guerra del termine "sovranismo" si nasconde una domanda reale su come si costruisce oggi una critica efficace al capitalismo
Ci sono polemiche che valgono più del loro oggetto dichiarato. Quella scoppiata negli ultimi giorni tra l’economista Emiliano Brancaccio e il filosofo Andrea Zhok – nata da un commento di una riga, esplosa in una catena di invettive, approdata a mezzo milione di visualizzazioni e a una sfida pubblica rimasta senza seguito – è di questo tipo. Formalmente, il contenzioso riguarda una parola: “sovranismo”. Sostanzialmente, riguarda qualcosa di più grande: chi ha il diritto di definire il campo della critica al capitalismo, con quale metodo, e secondo quale idea di legittimità intellettuale.
Vale la pena sostare su entrambe le questioni, separatamente.
𝗜. 𝗟𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮
Zhok aveva commentato un articolo di Brancaccio con un’osservazione brusca: usare la parola “sovranista” in modo impreciso “avrebbe alquanto rotto le palle”. Il turpiloquio è discutibile, ma l’obiezione di fondo non lo è. Il termine “sovranismo” ha una storia filologica precisa: nasce nel dibattito politico canadese e nordirlandese come sinonimo di rivendicazione d’indipendenza nazionale, e nel contesto italiano ha indicato, prima della sua colonizzazione mediatica, un insieme eterogeneo di istanze critiche verso la subordinazione della sovranità popolare a poteri sovranazionali: NATO, UE, mercati finanziari internazionali.
Brancaccio risponde che il termine è ormai “palesemente fascistizzato”, che usarlo equivale a fare il gioco della destra, e che chi ancora vi si riconosce è nella migliore delle ipotesi un ingenuo e nella peggiore un “nemico di classe travestito da interclassista”.
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Attenzione ai fascisti hi-tech
di Paolo Lago
Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i TECNOFASCISTI stanno plasmando il nostro futuro, Fuori Scena, Milano, 2026, pp. 164, euro 16,90
Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno, esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la contingenza storica che ha visto l’affermarsi dei regimi fascisti. Nella contemporaneità sembra andare per la maggiore il cosiddetto “tecnofascismo”, cool, americano e hi-tech. Ma chi sono, precisamente, i tecnofascisti? Come spiega l’autrice, si tratta di alcuni tecnomiliardari che vedono l’inizio della loro fortuna tra fine anni novanta e inizio del nuovo millennio, tutti impegnati nella realizzazione delle nuove tecnologie digitali, accomunati dall’ideologia “libertarian” (libertaria di destra), individualista, nonché dalla capacità di estendere la propria rete di influenza fino alle più alte sfere politiche auspicando “una convergenza tra industria tecnologica e istituzioni militari, con l’obiettivo di difendere o restaurare la supremazia occidentale nel mondo” (p. 15). Due degli elementi politici e ideologici che caratterizzano le nuove destre egemoniche, secondo la studiosa, sono il culto dell’individuo e il fascino per i valori tradizionali. Quest’ultimo è un tratto comune anche al fascismo storico e all’ur-fascismo secondo Eco, legato al culto della tradizione. Si può ricordare che anche Furio Jesi, nel suo saggio Cultura di destra (1979), aveva scritto che la “cultura di destra” ama a tal punto i valori tradizionali dei tempi andati da creare una vera e propria “pappa del passato” modellabile all’infinito, in cui viene mescolato tutto ciò che è ritenuto importante e degno di venerazione, infarcito di luoghi comuni facilmente spendibili per attirare le masse.
Con l’avvento del tecnofascismo – scrive Irene Doda – stiamo assistendo anche a una prepotente colonizzazione degli immaginari, cioè un “processo attraverso cui visioni del mondo, valori, modelli di futuro e narrazioni prodotte in contesti culturali dominanti si impongono come universali, limitando la capacità di immaginare alternative plurali o emancipative” (n. 2, p. 16). Nella narrazione messa in atto dai tecnomiliardari non è più possibile pensare a un futuro che non comprenda un’élite capitalista in grado di sfruttare le risorse naturali o le invenzioni tecnologiche a proprio (e a nostro, secondo questa stessa narrazione) vantaggio.
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L’impero nudo. L’eccezionalismo americano e il tramonto della coscienza occidentale
di Mario Sommella
Il 28 febbraio 2026, mentre i negoziatori statunitensi e iraniani si trovavano ancora seduti attorno a un tavolo diplomatico, i cacciabombardieri americani e israeliani aprivano i bay doors sui cieli di Teheran. Il copione era identico a quello di Baghdad nel 2003, di Tripoli nel 2011, di Kabul in ogni stagione di ogni decennio: le bombe cadono prima ancora che il linguaggio diplomatico si esaurisca. Non è un incidente. Non è un’eccezione. È la norma strutturale di una potenza che non riconosce limite alcuno alla propria volontà di dominio
1. Il momento in cui l’impero smette di vergognarsi
Esiste un punto preciso nella vita di ogni impero in cui la propaganda smette di funzionare persino con chi l’ha costruita. Un momento in cui i codici del linguaggio dominante — «democrazia», «libertà», «ordine internazionale basato sulle regole» — iniziano a suonare vuoti, persino alle orecchie di coloro che li hanno coniati e distribuiti nel mondo. L’America di Donald Trump sta attraversando esattamente quel momento. Ma sarebbe un errore gravissimo, e politicamente miope, ridurre tutto alla figura di Trump.
Il problema non è Trump. Il problema è l’America.
Trump non è una deviazione della storia statunitense. È il suo compimento più esplicito. È il momento in cui la maschera democratica cade e rivela il volto nudo del potere imperiale: il volto di una potenza che si è sempre considerata moralmente autorizzata a fare ciò che vuole nel mondo, in nome di una missione che non è mai stata negoziabile con il resto dell’umanità. La brutalità trumpiana non scandalizza perché sia nuova: scandalizza perché rende esplicito ciò che il liberalismo americano preferiva nascondere dietro un linguaggio più raffinato.
Persino all’interno dell’establishment statunitense si registrano oggi crepe significative. Commentatori come Joseph Stiglitz hanno scritto senza ambiguità che le politiche erratiche e illegittime di Trump hanno già sovvertito l’era postbellica della globalizzazione, avviando un processo che culminerà con la perdita della primazia globale americana. Quello che manca, in questi autoesami dell’intellighentsia liberale, è la radicalità necessaria: riconoscere che il problema non è cominciato con Trump, ma molto prima, nelle fondamenta stesse della concezione americana del mondo.
2. La teologia del potere: alle radici dell’eccezionalismo
L’eccezionalismo americano non è una retorica recente. È una struttura mentale che attraversa secoli di storia, dall’idea puritana di «città posta sopra un monte» — mutuata da John Winthrop nel 1630 — fino alla «manifest destiny» dell’Ottocento che giustificava l’espansione territoriale come volontà divina e civilizzatrice.
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A proposito di “Denaro e potere”: note al libro di Antonio Di Stasio
di Andrea Fumagalli
Ci vuole un bel coraggio per affrontare in una tesi di dottorato (quindi all’inizio dell’attività di ricerca) un tema tanto spinoso quanto nevralgico come quello del rapporto tra moneta e potere. Due concetti, moneta e potere, sui quali il pensiero filosofico, politico, sociologico ed economico ha versato fiumi di inchiostro e che hanno rappresentato una sorta di cartina di tornasole per capire come gli autori che si sono cimentati in questa sfida intendono interpretare il mondo (capitalistico) che ci circonda.
Antonio Di Stasio ha avuto questo coraggio e ha fatto bene. Denaro e Potere. Da Marx al Comune come modo di produzione monetario, (Orthotes, Napoli, 2025, prefazione di Carlo Vercellone, pp.371, Euro 30,00) è un contributo decisamente innovativo (per dirla con Christian Marazzi) ed è il frutto di una ricerca ragionata che va oltre i luoghi comuni che un certo pensiero dogmatico (soprattutto quello mainstream ma anche quello di un certo marxismo ortodosso) continua a sostenere. Come scrive Carlo Vercellone, nella prefazione (da leggere assolutamente):
“Il saggio di Antonio di Stasio, […] contro le tendenze dogmatiche del marxismo, riparte dal rapporto tra denaro e potere in Karl Marx per mostrare, sul piano epistemologico e logico-storico, come il superamento del capitalismo non implichi la soppressione del denaro, ma, al contrario, possa e debba compiersi nel divenire comune, inteso come modo di produzione monetario” (p. 5).
Nei primi due capitoli, che non andremo ad approfondire in questa sede, Di Stasio si concentra sui fondamenti epistemologici della sua analisi. In particolare, viene ribadito, partendo da Marx, che la “costituzione di una critica materialista e immanentista del modo di produzione presuppone la non coincidenza del concetto di capitale con quello di società” (pag. 145). Parimenti, è importante “sganciare il concetto di moneta dalla sua riduzione a moneta-capitale” (pag. 145).
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Il moltiplicatore keynesiano e la MMT: cosa resta dell’intuizione dell’economista britannico alla luce del monopolio pubblico rappresentato dalle valute degli stati?
di Fabio Bonciani e Roberto Bazzichi
Da giorni si dibatte sulla mancata crescita economica del paese. Nessuno però centra il punto. Senza la spesa in deficit dello Stato il denaro al netto non si "moltiplica" nel settore privato
L’intuizione di Warren Mosler, con la quale il padre fondatore della Modern Monetary Theory (MMT) ha definito la natura di monopolio pubblico in riferimento alle valute degli stati, sta letteralmente capovolgendo il modo in cui siamo stati abituati a pensare all’economia e alla moneta.
Per quasi un secolo il moltiplicatore — keynesiano, di Kahn, fiscale nelle sue molte declinazioni — ha occupato un posto centrale nella teoria della politica economica. Ne ha occupato uno ancora più grande nel discorso pubblico, dove ha funzionato meno come strumento analitico e più come criterio morale: spesa buona se il moltiplicatore è alto, spesa cattiva se è basso. Vale la pena chiedersi se quel ruolo sia ancora difendibile.
Il “moltiplicatore keynesiano”, se non è la più importante intuizione di Keynes, è certamente quella più comunemente nota e ricordata, ogniqualvolta gli economisti si prodigano nel valutare la qualità della spesa dei singoli governi. Ma è spesso citata anche a sproposito da coloro che, non riconoscendo il monopolio dello Stato sulla valuta, fantasticano su una “divina” moltiplicazione della moneta dentro il sistema economico ad opera degli operatori e del mercato.
Diciamolo subito: all’interno del settore privato non si moltiplica niente, si trasferisce soltanto la moneta esistente. Gli unici soggetti che hanno il potere di “moltiplicarla” sono lo Stato e i suoi agenti: nello specifico le banche commerciali. Con l’unica differenza che il primo, in quanto monopolista e posizionato al di fuori del settore privato, può aggiungere attività finanziarie nette nel settore stesso, mentre le banche producono moneta-credito. A fronte del contratto di prestito — che per la banca è un’attività — l’istituto crea contestualmente un deposito a favore del cliente, che di contro costituisce una passività della banca. È quel deposito a funzionare come moneta aggiunta in aggregato nel sistema economico.
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L’Europa tedesca: dalla moneta unica al riarmo continentale
di Gerardo Lisco
L’Unione Europea nasce ufficialmente come progetto di pace e cooperazione economica tra Stati che, per secoli, si erano combattuti. Ma sotto questa rappresentazione idealistica ha sempre agito un’altra dimensione: quella geopolitica. La costruzione europea, infatti, non può essere compresa senza collocarla dentro gli equilibri strategici emersi dopo la Seconda guerra mondiale e, soprattutto, all’interno del sistema di potenza costruito dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda.
Oggi, con la crisi dell’ordine internazionale uscito dal 1989, con il progressivo disimpegno americano dall’Europa e con il conflitto russo-ucraino, riemerge una questione che sembrava archiviata dalla storia: il ruolo della Germania nel continente europeo. Le recenti dichiarazioni del cancelliere Friedrich Merz sulla necessità di una maggiore assunzione di responsabilità tedesca nella NATO e nella difesa europea rappresentano soltanto l’ultimo passaggio di un processo molto più lungo e profondo, che porta inevitabilmente a interrogarsi sul destino dell’Unione Europea e sulla sua possibile “germanizzazione”.
Per comprendere l’attuale fase storica bisogna tornare agli anni Cinquanta del Novecento. La nascita della Repubblica Federale Tedesca fu favorita dagli Stati Uniti non soltanto per ragioni economiche ma soprattutto strategico-militari.
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Sono campista
di Nico Maccentelli
Sono un campista… nel senso che amo i campi di calcio, o quelli di grano senza dormirvi sepolto? Oppure al contrario, che campo, nel senso che sono ancora vivo…
Ma forse sono campista perché sono in un campo contro un altro, quindi parteggio, allora sono partigiano. Sì, ma di cosa?
Beh, come comunista parteggio per la mia parte, che aspira al comunismo, il quale è per tutta l’umanità, anche se oggettivamente la classe che maggiormente ha interesse al comunismo è la classe operaia, il proletariato.
Quindi il campismo conduce per contraddizioni a riunire l’umanità in un unico campo, quello della libertà dallo sfruttamento. Ma c’è qualcuno che inizia e che entra materialmente nelle contraddizioni.
Ma il campo è qualcosa di lineare? E’ l’armonia per la Cina confucio-marxiana, o un’astrazione “internazionalista” che è rimasticatura di un cosmopolitismo borghese?
Ma parlavo di contraddizioni, non di armonia, perché sarebbe bello che tutto fosse chiaro e limpido: ma la società non è così.
Quando i campi sono due: borghesia e proletariato , la scelta è chiara. ma allora qualcuno ti può dire: se scegli il proletariato, come puoi pensare che ciò vada nella direzione di tutta l’umanità?
Eppure è così: la contraddizione si scioglie nel superamento della vecchia società per la nuova.
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Il debito pubblico estero USA segue la frammentazione del mercato mondiale
di Stefano Porcari
Un recente articolo di Fausta Chiesa sul Corriere della Sera ha sottolineato il cambiamento degli “azionisti” di maggioranza che è avvenuto, nell’ultimo decennio, tra i detentori del debito pubblico estero statunitense. L’occasione è perfetta per uscire dai ragionamenti di bilancio e vedere come, invece, i trend sul debito federale seguano la frammentazione del mercato mondiale, le faglie della competizione globale e, in sostanza, girino intorno alla questione del dollaro come strumento imperiale.
Da più parti si è spesso sentito che la Cina ha in mano le chiavi della Casa Bianca, perché ha a lungo detenuto una quota sostanziale del debito estero stelle-e-strisce. Ma Pechino punta a uno scenario internazionale stabile che garantisca la crescita, e per questo non è mai stata interessata (né poteva farlo senza scatenare una crisi che avrebbe colpito anche il Dragone) a far crollare gli USA, svendendo in massa i titoli statunitensi.
Allo stesso tempo, però, la crescente aggressività finanziaria, commerciale, e in ultima istanza militare di Washington ha spinto a ridurre velocemente i Treasuries in mano ad attori cinesi, per un motivo molto “economico”: l’interdipendenza finanziaria espone molto più facilmente al regime sanzionatorio sempre più ampio messo in campo da Washington, compreso il rischio del congelamento degli assets.
Sempre più scambi commerciali avvengono in divise diverse dal “biglietto verde”, e la sua quota tra le valute di riserva si è ridotta.
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"Magnifica Humanitas": la mossa storica di Leone XIV nel cuore dell'intelligenza artificiale
di Glauco Benigni
La prima enciclica di Leone XIV è un profondo e tempestivo atto di discernimento spirituale, antropologico e sociale. Il Pontefice affronta la rivoluzione algoritmica non rifiutandola ma ponendo una domanda centrale: come preservare l'essenza, la dignità e la relazionalità dell'essere umano di fronte a una tecnologia capace di replicare e talvolta direzionare il pensiero e le decisioni umane?
Per inquadrare la sfida contemporanea, l'enciclica ricorre a due potenti immagini bibliche: 1) la torre di Babele, che rappresenta l'archetipo dell'idolatria tecno-scientifica e della presunzione umana. È il sogno di una potenza centralizzata che si chiude alla trascendenza, omologa i linguaggi, sacrifica l'individualità in nome di un'efficienza astratta e pretende di edificare una verità autosufficiente; 2) La ricostruzione di Gerusalemme (Neemia) che rappresenta la risposta comunitaria, la cura della città ferita che rinasce non attraverso la standardizzazione, ma mediante la cooperazione, il riconoscimento della vulnerabilità e la protezione dei legami sociali. Il Papa ci avverte che l'umanità si trova dinanzi a un bivio : cedere al "paradigma tecnocratico" totalizzante o governare l'innovazione affinché serva il bene comune.
Collegandosi esplicitamente, dopo 135 anni, alla tradizione della dottrina sociale della Chiesa inaugurata dalla Rerum Novarum, Leone XIV dedica una parte cruciale del documento agli impatti della transizione tecnologica sul mondo del lavoro. Il progresso tecnologico deve essere strutturalmente "centrato sulla persona".
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Pace come un barile di dinamite
di Carla Filosa
Ultimamente si sente riparlare di comunismo. Da parte di pochissimi intellettuali ovviamente, non da tecno-criminali o capi di stato, da Parlamenti, Congressi, Knesset o come li si voglia chiamare. Da chi, in altri termini, pensa ancora con il lascito storico da rileggere con profondità, indispensabile per capire tendenze già presenti di quello che si chiama futuro.
“La potenza predittiva”, per riprendere le stesse parole di E. Brancaccio nel suo ultimo libro Libercomunismo, o per citare anche L. Canfora nel suo Comunismo, un’altra storia, è necessario capire come la cultura europea possa ritrovare una propria “anima”, per evitare l’insignificanza geopolitica ove la decadenza si combatte attraverso la memoria critica e la capacità di affrontare le contraddizioni del presente, senza rifugiarsi in nostalgie sterili.
Tesi da prendere in considerazione nella riflessione di questo difficile e frammentato presente, all’indomani dello storico incontro Usa-Cina, i cui risultati offrono controverse interpretazioni e soprattutto problematici sviluppi.
Una lettura che sembra convincente nel senso di aderenza alla realtà che monitoriamo con “fatti” più o meno quotidiani o comunque legati tra loro, è quella su cui Canfora insiste e cioè il processo inarrestabile di una “ricolonizzazione” occidentale successiva alla “decolonizzazione” avvenuta in seguito alla fine della II° Guerra Mondiale, quale onda lunga della rivoluzione russa del 1917.
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Fare come “Amen” per mandare in tilt l'Electronic Hasbara di Israele
di Clara Statello
Leggendo in questi giorni post, interviste e commenti sulla Global Sumud Flotilla, due cose emergono drammaticamente: i) i social sono infestati da bot di Israele, che almeno dal 2010 si serve delle nuove tecnologie per indirizzare l’opinione pubblica; ii) la missione ha raggiunto il suo obiettivo strategico, i volontari hanno vinto.
Electronic Hasbara. Già nel 2010 era chiaro che la guerra aveva acquisito un’ulteriore dimensione: i cyberspazio. L’arrembaggio della Mavi Marmora fu uno dei primi banchi di prova. Alcuni giornalisti come Amir Mizroch avvertirono che l’”offensiva comunicativa” di Israele sui nuovi media era stata un “fallimento totale”. Il maggiore Avital Leibovich dell'ufficio stampa estera dell'esercito israeliano indicò la strada: "La blogosfera e i nuovi media rappresentano un'altra zona di guerra. Dobbiamo essere rilevanti anche qui".
Precedentemente nel 2009, per arginare i sentimenti anti-israeliani diffusi tra gli europei a causa dell’operazione Piombo Fuso, il ministero degli Esteri iniziò a reclutare volontari sotto copertura per diffondere il punto di vista di Israele:
"Parleranno come navigatori di Internet e come cittadini, e scriveranno risposte che sembreranno personali ma saranno basate su un elenco di messaggi preparato dal Ministero degli Esteri", dicevano i funzionari. Questo progetto fu formalmente aggiunto al bilancio statale nel 2009 sotto la rubrica "Squadra di guerra su Internet".
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La diatriba sul sovranismo, una tempesta in un bicchier d'acqua
di Domenico Moro
Sono sinceramente meravigliato del clamore e dell’attenzione che sui social sta ricevendo la recente diatriba tra due professori universitari, Emiliano Brancaccio e Andrea Zhok. Tuttavia, ho deciso anch’io di cedere ai meccanismi “social” ed esprimere il mio parere sulla questione.
L’origine della diatriba nasce da un articolo di Brancaccio sul Manifesto in cui, dalla critica delle scelte economiche meloniane, trae spunto per un attacco contro il sovranismo. A questo punto, Zhok è intervenuto sulla bacheca Fb di Brancaccio dicendo sostanzialmente che si era rotto le scatole di vedere utilizzato il termine sovranismo a sproposito. Per la verità, Zhok ha usato un linguaggio più colorito, che forse avrebbe potuto risparmiarsi.
La risposta di Brancaccio è stata, però, di una arroganza fastidiosa, improntata al concetto “lei non sa chi sono io”, sostenendo che uno come lui, tanto importante da aver avuto interlocuzioni con personaggi come Blanchard (ex capo-economista dell’Fmi), Monti e Prodi, non poteva essere apostrofato in quel modo. Fra l’altro non è detto che essere interlocutori di questi soggetti sia particolarmente significativo della validità del proprio pensiero. Brancaccio, ha poi aggiunto che chi fa il filosofo e non conosce alcune tecnicalità dell’economia (Zhok) farebbe meglio a stare zitto. A questo punto tra i due è iniziata una polemica a distanza con toni personalistici, che ha scatenato i rispettivi fan.
Il problema è, in primo luogo, che i due in questione si comportano come “prime donne”, che interpretano il proprio ruolo su un palcoscenico – quello dei social media – che favorisce e vive di contrasti manichei tra posizioni delineate in modo estremizzato, sulle quali il pubblico di fan si posiziona a mo’ di tifoseria calcistica.
In secondo luogo, questo contrasto tra sovranismo e anti-sovranismo è un falso problema, che, esercitando un po’ di dialettica, potrebbe essere risolto, fra quanti, almeno a quanto dice, si richiamano al marxismo o comunque prendono spunto da Marx. Il cosiddetto sovranismo è declinato in diversi modi, di destra e di sinistra
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I preparativi di guerra USA/NATO con la Russia nel mirino
di Francesco Cappello
La transizione da una guerra per procura localizzata a una preparazione strutturale e coordinata per un conflitto totale tra il blocco occidentale e la Federazione Russa è ormai diventata la realtà geopolitica preminente del nostro tempo
Pensavamo che la questione fosse risolta ad Anchorage, ma non è così… “Dopo che il nostro Presidente ha accettato la proposta del Presidente americano ad Anchorage, vorrei sapere perché sta succedendo tutto questo. Presto sarà passato un anno dal vertice in Alaska. Non c’è stato alcun progresso, nemmeno nel comportamento di Zelensky e degli europei, nessun cambiamento. Al contrario, stanno diventando sempre più aggressivi e sfrontati.” Lavrov, il ministro degli esteri russo, sui negoziati con gli Stati Uniti sull’Ucraina. Ancora Lavrov: ”L’Occidente, sotto la bandiera del nazismo e del revanscismo, sta creando un gruppo d’attacco paneuropeo contro la Russia.”
La marcia forzata verso il conflitto continentale: La ristrutturazione bellica dell’Occidente
La transizione da una guerra per procura localizzata a una preparazione strutturale e coordinata per un conflitto totale tra il blocco occidentale e la Federazione Russa è ormai diventata la realtà geopolitica preminente del nostro tempo. Quella che inizialmente veniva descritta dalle cancellerie europee e da Washington come un’assistenza logistica strettamente limitata e difensiva si è trasformata in una mobilitazione industriale, strategica e psicologica a lungo termine. L’Alleanza Atlantica sta attivamente predisponendo i propri apparati statali a uno scontro militare diretto, un processo che si palesa attraverso la progressiva rimozione dell’ambiguità strategica, l’allineamento dei confini geo-strategici, l’invio di contingenti massicci e simulazioni tattiche senza precedenti che penetrano fin nel cuore delle metropoli europee.
Il coinvolgimento operativo diretto e la strategia della provocazione
Il primo indicatore di questa transizione risiede nella natura stessa delle operazioni militari condotte in profondità nel territorio della Federazione Russa.
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“A Gaza non esiste alcun cessate il fuoco”
di Rami Abu Jamous
Riprendiamo da “Orientxxi.info” un intervento del giornalista palestinese Rami Abu Jamous del 13 maggio scorso che descrive la drammatica quotidianità di Gaza, dove “non esiste alcun cessate il fuoco”, dove gli occupanti sionisti violano ogni singolo comma del cosiddetto “accordo di cessate il fuoco”, e dove nello stesso tempo la popolazione continua a resistere e ad organizzare come può la propria esistenza martirizzata dagli assassini di sempre.
Occhio su Gaza! Specie ora che il comando è di spegnere le luci. (Red.)
https://orientxxi.info/A-Gaza-non-esiste-alcun-cessate-il-fuoco
I miei amici stranieri mi chiedono spesso: “Com’è la vita a Gaza dopo sette mesi di cessate il fuoco?” Prima di tutto, bisogna chiarire una cosa: a Gaza non esiste alcun cessate il fuoco. Semplicemente, si parla sempre meno di ciò che accade nella Striscia, sempre meno della nostra vita quotidiana. È anche per questo che gran parte dell’opinione pubblica finisce per credere che la guerra sia terminata e che i gazawi abbiano ripreso una vita “normale”. Certo, i bombardamenti sono diminuiti, ma continuano senza sosta. Ogni giorno vengono uccisi uomini, donne e bambini. Quello che stiamo vivendo assomiglia a un cancro che si diffonde lentamente nel corpo di un malato, fino a condurlo alla morte. Negli ultimi tempi Israele ha intensificato gli attacchi contro la polizia, nel tentativo di provocare il caos sul piano della sicurezza a Gaza. Le incursioni non si fermano: quasi ogni giorno vengono colpiti un commissariato, un fuoristrada o un posto di blocco.
Secondo l’accordo di “cessate il fuoco”, sarebbero dovuti entrare 600 camion al giorno. Ma siamo ben lontani da quella cifra.
Il presunto cessate il fuoco era accompagnato da un “piano di pace” che prevedeva, tra le altre cose, la creazione di un “comitato nazionale di amministrazione” della Striscia di Gaza, composto da quindici tecnocrati palestinesi. Ma qui non li abbiamo mai visti e nessuno sa realmente cosa facciano.
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Confindustria piange, ma non capisce
di Claudio Conti
Con il solito senso del “servizio”, o del servitore, la stampa italiana ha dato conto delle lamentazioni e delle richieste del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, al Festival dell’economia di Trento.
Pura trascrizione del ragionamento, senza alcuna domanda sulle scelte degli imprenditori italiani, come se lo sguardo indagatore della stampa fosse programmato per fermarsi ai cancelli delle fabbriche o ai portoni degli uffici. Come se ci si potesse occupare degli effetti di una crisi senza nulla voler sapere delle cause.
Vediamo un attimo qualche dettaglio. Interrogato sull’evidente crisi della produzione Orsini ha dato in primo luogo la colpa a cause esterne. «L’industria italiana è penalizzata dagli alti costi dell’energia, abbiamo un gap che ci vede al 27° posto nella Ue. Questo è un problema, speriamo che si riesca a trovare una soluzione per Hormuz e che il conflitto possa finire. Non vogliamo delocalizzare le nostre industrie e deindustrializzare il nostro Continente».
Sicuramente è un fattore rilevante, che dovrebbe far alzare la voce contro un governo incapace e un sistema europeo dei prezzi dell’energia – collegato automaticamente al prezzo più alto del gas, secondo un meccanismo delirante – chiedendo dunque una revisione veloce e drastica di una serie di decisioni che favoriscono solo la speculazione e i profitti delle società energetiche.
Nemmeno per sogno… «In un momento come questo l’Europa deve unirsi per poter varare politiche economiche vere a sostegno delle imprese. Imprese e lavoratori sono la stessa cosa, è in gioco la tenuta sociale dell’Italia e della Ue. Ad oggi però le politiche europee sono deficitarie».
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Imponente attacco russo con missili e droni a Kiev e nelle retrovie ucraine
di Gianandrea Gaiani
La sera del 23 maggio l’Ucraina è stata nuovamente colpita da un attacco combinato su larga scala probabilmente con oltre 700 tra missili balistici, da crociera e droni russi.
Si è trattato forse dell’attacco più massiccio che ha colpito l’Ucraina e ha visto l’impiego, per la terza volta dall’inizio della guerra, di missili balistici ipersonici Oreshnik (nella foto sotto), questa volta dotati di testate indipendenti esplosive.
Secondo l’aeronautica ucraina l’attacco ha coinvolto 600 droni da combattimento e 90 missili (111 secondo altre fonti) lanciati da aria, mare e terra.
Il ministero della Difesa russo, che ha dichiarato che si è trattato di una rappresaglia per gli attacchi ucraini contro “strutture civili sul territorio russo”. Un riferimento all’attacco con droni ucraini contro un dormitorio universitario a Starobelsk, nella regione ucraina di Lugansk (nella foto sotto) controllata dai russi, che secondo le autorità russe ha provocato 21 morti.
L’attacco ha preso di mira anche almeno un comando dei servizi di sicurezza interna ucraini (SBU), possibile rappresaglia per un attacco contro un obiettivo analogo russo nella regione di Kherson, in parte occupata dai russi nel sud del Paese.
Quella di Starobelsk (nella foto sotto) contro un obiettivo civile è una strage quasi nascosta dai media, in Italia come gran parte d’Europa, ma anche dalla politica che ha condannato l’attacco russo senza fare però alcun cenno a quello ucraino che ha scatenato la rappresaglia di Mosca.
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