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Disarmare l’Intelligenza Artificiale
di Giulio De Petra
L’enciclica di Leone XIV prende il meglio del pensiero critico sulla rivoluzione digitale e lo usa contro la narrazione dominante degli ineluttabili benefici del progresso tecnologico fondato sulla IA
Un punto di vista di parte sulle tecnologie
Per chi negli ultimi anni ha cercato di elaborare un pensiero politico all’altezza della rivoluzione digitale l’enciclica di Leone XIV è allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza.
Un punto di arrivo perché mette a sistema la parte migliore del pensiero critico sul digitale e la ripropone con linguaggio semplice e rigoroso.
Un punto di partenza perché, finalmente, sottrae la questione digitale ai suoi confini di settore e ne fa la principale delle ‘cose nuove’, quella che determina la forma del mondo attuale.
Entriamo nel merito.
Già nella introduzione viene dichiarato il punto di vista ‘di parte’ con cui guardare al potere delle ‘nuove tecnologie’: “la questione non si esaurisce nella regolamentazione […] occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere […] un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e sul mondo intero”. E questo potere non è degli Stati, “i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Il potere tecnologico assume quindi oggi “un volto inedito, prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”.
Dunque la ‘regolamentazione’ non basta se non si affronta la questione di chi detiene il potere sulla trasformazione digitale. Che differenza rispetto alla rituale, quanto inefficace, richiesta di regole dei politici ‘progressisti’. Al consolatorio affidarsi alla ‘normativa europea’, ultima trincea politica da difendere dagli assalti di chi vuole liberarsi da ogni vincolo in nome di una ‘competizione’ che riproduca anche in Europa un analogo potere privato sulla tecnologia.
Occorre fare altro e non accettare che “mentre alcuni si contendono futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse, la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio”.
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La "Nuova Europa" dopo la guerra alla Russia
di Alessandro Bartoloni
E chi lo dice che siamo destinati al declino? Basta con i pessimisti da salotto. Le ricette per uscire dalla crisi esistono già, e le ha messe nero su bianco uno dei più importanti filosofi tedeschi contemporanei e direttore dell'European Democracy Lab, Hauke Ritz.
Oggi parleremo del suo libro Vom Niedergang des Westens zur Neuerfindung Europas — Dal tramonto dell'Occidente alla rinascita dell'Europa — edito in Italia da Fazi Editore.
Come si dice in questi casi, il titolo è già tutto un programma. Perché una delle tesi forti di Ritz è proprio questa: l'Europa, per tornare a essere se stessa e lasciarsi alle spalle quarant'anni di declino, deve liberarsi dell'Occidente.
Lo so, può sembrare un paradosso. E invece non lo è.
Il termine "Occidente", nel nostro uso comune — come sottolinea anche Luciano Canfora nell'introduzione al libro — è recentissimo. Ed è un sinonimo di quell'insieme di paesi sui quali gli Stati Uniti hanno basi militari o esercitano un'influenza diretta. Ce ne siamo accorti tutti: a volte vengono inclusi nel calderone della "civiltà occidentale" il Giappone, la Nuova Zelanda, l'Australia o Taiwan, ma non il Brasile, il Paraguay o il Nicaragua. Non c'è nessuna ragione culturale per farlo. Così come non ce n'è alcuna per considerare l'Ucraina, la Lettonia o la Polonia paesi occidentali, ma non la Russia.
Quando i nostri giornalisti e politici parlano di "difesa dell'Occidente", teniamo presente che stanno semplicemente legittimando quel particolare sistema economico-militare dai confini mobili che fa capo a Washington, nato dalla Seconda guerra mondiale — e che non ha nulla a che fare, storicamente e culturalmente, con quello che era stata l'Europa nei suoi lunghi e gloriosi secoli di storia.
Cap. 1: L'Europa è una civiltà?
Diciamoci la verità: mentre il genocidio perpetrato ai danni degli ebrei è diventato parte integrante della nostra memoria collettiva, i crimini dei nazisti nei confronti delle popolazioni slave — e in particolare dei russi — non sono stati affatto interiorizzati.
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Il volto della finta transizione: speculazione, inganno politico e l’ombra dell’atomo
di Redazione di Logu*
Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo articolo che analizza alcuni aspetti centrali in ambito energetico: l’ipocrisia del sistema e l’assenza di pianificazione, l’assalto delle società energetiche a discapito dei beni comuni, la sottrazione al dibattito scientifico a beneficio della polarizzazione ideologica, la carenza dal punto di vista progettuale e l’ampio spazio lasciato alla speculazione e, infine, l’uso massiccio dei tamburi della propaganda. Il nucleare oggi viene posto come alternativa sostenibile in un discorso totalmente ipocrita sulla priorità da dare alle rinnovabili. Un controsenso tecnico, pratico e di completa mistificazione della realtà. Teniamo alta l’attenzione!
* * * *
Le recenti dichiarazioni del Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, rilanciate dal canale istituzionale ANSA 2030, offrono la sintesi perfetta della narrazione dominante che da mesi bombarda l’opinione pubblica. Attraverso i media di massa viene diffuso un monito perentorio e apparentemente indiscutibile: l’Europa e l’Italia devono accelerare a tappe forzate sulla transizione ecologica per difendere i mercati, garantendo lo sviluppo economico attraverso una massiccia infrastrutturazione energetica, a cui oggi si aggiunge la proposta di «un’attenta valutazione» sul ritorno al nucleare. Dietro questa facciata di pragmatismo economico e responsabilità climatica si nasconde, in realtà, la solita richiesta di un sacrificio totale, irreversibile e non ripagato, scaricato interamente sulle comunità locali delle aree interne e delle isole. Una retorica tossica che tende sistematicamente a colpevolizzare i territori, dipinti come l’ostacolo “retrogrado” o l’impaccio burocratico che frena il progresso del Paese.
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Le parole del Papa, gli atti della guerra
di Alfonso Gianni
“Il grido ‘mai più la guerra!’ dei miei predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali. Ad esempio nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale ‘sì’ alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!’.1
Leone XIV
Le guerre continuano a segnare il tempo che stiamo vivendo. Con sempre maggiore intensità e diffusione. Viviamo in un sistema di guerra, con il grave rischio di abituarcisi. Forse è per questo che le parole di papa Prevost, come quelle riportate in esergo, non hanno solo un tono messianico, come sarebbe logico aspettarsi da un’alta autorità religiosa, ma anche una dimensione politica concreta che travalica, appunto, confini e ideologie, impegnandosi a fondo in un corpo a corpo con questa drammatica modernità. Il messaggio acquista così chiarezza, semplicità, immediatezza a cui non si può sfuggire. Con diverse caratteristiche e modalità, muovendo da una differente dottrina filosofica e teologica (l’agostinismo), che valorizzano ancora di più la sostanziale convergenza, Leone XIV si muove con sempre maggiore decisione e incisività sulla strada tracciata dal suo predecessore, papa Bergoglio. Un percorso che papa Francesco volle rendere noto e tracciare fin dalle sue prime parole affacciandosi a una piazza gremita di fedeli festanti. Quel suo “sono venuti a prendermi quasi alla fine del mondo” indicava un tragitto che avrebbe percorso in direzione contraria.
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Come i risparmi dei lavoratori italiani diventano il nuovo bottino della finanza
di Alessandro Volpi
Con la nuova portabilità del contributo datoriale, il governo apre ai grandi gestori finanziari un mercato miliardario. In gioco non ci sono solo pensioni, ma il futuro del welfare contrattuale
L’azione del governo Meloni e della sua maggioranza è decisamente certosina nella demolizione dello Stato sociale a vantaggio di grandi banche e dei grandi gestori del risparmio.
La recente riforma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025) ha effettivamente segnato un punto di svolta nel sistema della previdenza complementare italiana. Il fulcro della questione è la piena portabilità, fino a ora non consentita, del contributo datoriale: una misura che permette al lavoratore di trasferire non solo il proprio capitale e il TFR, ma anche la quota a carico dell’azienda, da un fondo negoziale (chiuso) a un fondo aperto o a un PIP (Piano Individuale Pensionistico), gestiti da banche e assicurazioni.
Il Governo ha giustificato questa misura con un argomento principale. Prima della riforma, se un lavoratore decideva di passare a un fondo privato, perdeva il diritto al contributo che il datore di lavoro è obbligato a versare solo nel fondo di categoria (negoziale). Il Governo sostiene che “liberare” questo contributo stimoli la concorrenza tra i gestori, spingendoli a offrire rendimenti migliori per non perdere iscritti: un’affermazione davvero incredibile, data la pressoché totale situazione di monopolio esistente fra i grandi gestori, a partire da BlackRock, che, con questa misura, arriveranno molto più facilmente ai risparmi italiani.
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L’impotenza del diritto di fronte a una nuova tragedia
di ALGAMICA*
Una nuova tragedia di immigrati ad Amendolara in Calabria. Si dirà: storia di ordinario razzismo. Questo senz’altro, ma c’è un particolare che ai più sfugge, ovvero il fatto che a dare fuoco e bruciare vivi in un’auto 4 immigrati siano stati due caporali pachistani, anch’essi immigrati. Semplice il motivo: i quattro arsi vivi chiedevano quanto loro spettante.
Criminali i pachistani nel ruolo di caporali? Certamente. Ma per conto di chi operavano quei caporali? Per conto di aziende agricole della zona, per la raccolta di frutta del periodo. A che scopo lavoravano per quelle imprese i poveri braccianti uccisi? Per il profitto, ovviamente. Dove finivano quelle cassette di frutta? Acquistate dalle multinazionali della distribuzione e vendute nei grandi centri urbani. Dunque abbiamo una filiera il cui motore che muove tutto è il profitto che provoca una reazione a catena producendo criminalità e lutti, ma non compare mai come soggetto agente, cioè fattore determinante.
Scrive il cronista « Tra Metaponto, Sibari, Corigliano, Schiavonea e Rossano è un fiorire di imprese agricole che lavorano stagionalmente su svariati prodotti. Secondo i dati del sindacato solo il 30% dei braccianti è contrattualizzato e in regola. E anche quando risultano formalmente essere assunti, diverse ditte lo fanno solo per alcune giornate. Il resto è in nero. Ed è qui che entra in scena il caporale, il quale fa da tramite tra aziende e bracciante ». Dunque il caporale è il prodotto delle imprese agricole ma compare non come prodotto ma come agente da condannare.
È questa la questione.
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Le nuove aziende israeliane per manipolare ChatGpt e Claude
di C. L. Dias*
Brad Parscale (nella foto) è stato il capo della campagna elettorale di Donald Trump nel 2020. Oggi gestisce diverse aziende di comunicazione digitale ed è direttore strategico di Salem Media Group, un grande conglomerato mediatico conservatore americano che ospita commentatori di punta della destra, figure paragonabili, per capirci, ai soliti opinionisti che negano il genocidio palestinese o minimizzano i bombardamenti in Libano nei salotti televisivi italiani.
Il governo israeliano ha assoldato Parscale per condurre una vasta operazione di influenza tra i conservatori americani, in particolare tra i giovani evangelici, una fascia demografica sempre più critica verso Israele.
Il dato che preoccupa Tel Aviv è inequivocabile: il 57% dei repubblicani tra i 18 e i 49 anni ha oggi un’opinione sfavorevole di Israele, secondo un sondaggio Pew del marzo 2026.
Per invertire questa tendenza, come ho già scritto su questa pagina, il governo Netanyahu ha più che quadruplicato il proprio budget per la “diplomazia pubblica”: da 150 milioni di dollari nel 2025 a 730 milioni nel 2026.
L’inchiesta pubblicata da The Intercept dal titolo “Ex-Trump Campaign Chief Funneled Millions of Israeli Government Money to His Longtime Allies’ Companies” ha svelato nuove aziende, finora sconosciute, che lavorano per condurre questa operazione.
Una di loro è la SparkFire Technologies, azienda di chatbot basati sull’intelligenza artificiale, che ha ricevuto la fetta più consistente dei fondi israeliani canalizzati da Parscale.
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La fine della sintesi liberal-democratica
di Gerardo Lisco
Per chi segue il dibattito nella sinistra italiana, in rete e sulle riviste online di area, è stato difficile non imbattersi nel confronto tra il filosofo Andrea Zhok e l’economista Emiliano Brancaccio. Un dibattito seguito da una platea vastissima, con centinaia di migliaia di visualizzazioni e commenti favorevoli all’uno o all’altro interlocutore.
Nutro grande stima per entrambi. Ho letto e apprezzato diversi loro lavori: tra quelli di Brancaccio, in particolare Libercomunismo; di Zhok, soprattutto Critica della ragione liberale, un saggio del quale condivido sostanzialmente l’impianto teorico. Proprio per questo, il confronto mi ha lasciato una sensazione di insoddisfazione. Ho avuto l’impressione di assistere a una discussione che appartiene più al Novecento che al XXI secolo.
Per quanto ho potuto comprendere, il nodo centrale del contendere riguardava il rapporto tra sovranismo e fascismo, ovvero la tendenza a considerare il primo come una forma più o meno esplicita di fascistizzazione della politica. A mio avviso, tuttavia, il problema è posto in termini ormai superati. Fascismo e antifascismo, così come comunismo e anticomunismo, appartengono alla storia. Hanno certamente ancora un valore come categorie storiografiche, utili a comprendere il Novecento, ma risultano sempre meno adeguate a interpretare la realtà contemporanea.
Viviamo in una società profondamente diversa da quella nella quale quelle categorie sono nate. Una società destrutturata, individualista, nichilista e attraversata dall’egemonia culturale del capitalismo neoliberale.
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La lingua neoliberale imposta alla scuola: “replicare”
di Pier Paolo Caserta
Gli studenti diventano replicanti
Dalle life skills ai nuclei concettuali da “replicare”, la neolingua aziendalista invade la scuola e trasforma l’insegnamento in una catena di montaggio. Il docente diventa un distributore di contenuti e il pensiero critico lascia spazio alla conformità.
La lingua neoliberale imposta alla scuola
La larga schiera delle parole della neolingua neoliberale ha la funzione di scalzare e sostituire le pratiche relazionali ed educative della scuola pubblica e costituzionale, ridisegnando un nuovo campo di valori connotato come intrinsecamente progressivo.
È il caso, per esempio, di termini ed espressioni quali 𝗹𝗶𝗳𝗲 𝘀𝗸𝗶𝗹𝗹𝘀, 𝗰𝗼𝘂𝗻𝘀𝗲𝗹𝗶𝗻𝗴, 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺 𝘀𝗼𝗹𝘃𝗶𝗻𝗴, 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗴𝗻 𝘁𝗵𝗶𝗻𝗸𝗶𝗻𝗴, 𝗴𝗹𝗼𝗯𝗮𝗹 𝗺𝗶𝗻𝗱𝘀𝗲𝘁, 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼𝗿𝗶𝗻𝗴, 𝘁𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝗻𝗴, 𝗴𝗮𝗺𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘁𝗶𝗼𝗻, 𝗽𝗲𝗲𝗿 𝗹𝗲𝗮𝗿𝗻𝗶𝗻𝗴, 𝗱𝗶𝗴𝗶𝘁𝗮𝗹 𝗯𝗼𝗮𝗿𝗱, 𝗺𝘂𝗹𝘁𝗶𝗹𝗶𝘁𝗲𝗿𝗮𝗰𝗶𝗲𝘀.
L’elenco sarebbe ancora lungo. Si potrebbero stilare intere pagine, per non parlare della spasmodica proliferazione di sigle e acronimi, che riduce il campo del pensiero, incoraggia l’esecuzione passiva e legittima l’architettura del potere.
Vale la pena notare che il lessico di base della scuola neoliberale, del quale volutamente ho prodotto un elenco non organizzato, svaria dagli aspetti pedagogico-didattici a quelli organizzativi, entrando in tutti gli spazi per modellarli secondo il catechismo aziendalistico.
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Un'arte iniqua
di Alberto Giovanni Biuso
Un libro potente, originale e spudorato. Così viene definito L’arte del capitale dal suo prefatore Davide Miccione (Giuseppe Sapienza, L’arte del capitale, Algra Editore 2020). Vero. Ed è anche un libro esatto, visionario e rigoroso.
Rigoroso nel metodo che non sta in qualcosa di separato dai suoi contenuti, metodo che consiste in una esatta visione della storia umana, dei suoi secoli-tempo, dei suoi luoghi-spazio: «Il metodo è misurare le cose dell’uomo in secoli […] / Imparare da Proust l’arte dell’universale e del particolare, / da Balzac a vedere la bestia umana […] / dai greci e dai cinesi che bisogna scrivere come se / fosse una volta per tutte […] / dalla sofferenza capire che la scrittura è un mondo / migliore di quello reale» (p. 19).
Come si vede da questa prima citazione, molto originale è anche lo stile. Si tratta infatti di frasi composte al modo di versi, nelle quali parole, metafore e informazioni acquisiscono l’evidenza di un poema tragico. L’arte del capitale diventa il canto del capitale che celebra se stesso, i propri crimini, la propria gloria e soprattutto la propria necessità.
Il libro descrive le forme di tale arte in modo sintetico, molteplice e, appunto, esatto. Modo che diventa visionario poiché queste pagine parlano non soltanto dei caratteri costanti del capitalismo e di alcuni degli eventi che li inverano ma anche di altri che sono accaduti dopo la pubblicazione del libro. Proviamo a formulare un sintetico e certamente non esaustivo elenco.
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Solo il socialismo ci può salvare
Appunti a margine di un libro di Giorgio Cremaschi e di un documento del CICIR*
di Carlo Formenti
Giorgio Cremaschi, leader storico della sinistra sindacale (prima CGIL-FIOM poi USB) oggi portavoce nazionale di Potere al Popolo, interviene nel dibattito politico italiano rinverdendo la tradizione del pamphlet. Solo il socialismo ci può salvare (Mimesis Editore) è un classico esempio di questo genere letterario, che si distingue per il fatto che l’autore espone un insieme di analisi, ipotesi e tesi politiche attraverso un linguaggio chiaro e comprensibile, evitando di appesantire il testo con un apparato di note e/o con complesse argomentazioni teoriche. Si tratta di una soluzione che incorpora pregi e difetti, a partire dal fatto che, alla chiarezza, fa riscontro il carattere apodittico di affermazioni che richiederebbero maggiore approfondimento. Ma qui non intendo vestire i panni del critico “accademico” per fare le pulci ai limiti formali di questo tipo di operazione. Mi interessa piuttosto mettere in luce tanto i contenuti del libro che mi sento di condividere più o meno integralmente quanto quelli che mi lasciano insoddisfatto o perplesso.
Parto dal titolo. Affermando che solo il socialismo ci può salvare, Cremaschi ha in mente il celebre slogan – Socialismo o barbarie - che Rosa Luxemburg coniò nel momento in cui i partiti socialisti aderenti alla II Internazionale sprofondavano – con rare eccezioni – nell’ignominia votando i crediti di guerra, sacrificando cioè sull’altare del patriottismo borghese i principi della solidarietà internazionale fra i proletari delle diverse nazioni europee. Il grido della Luxemburg, scrive Cremaschi, è più che mai attuale di fronte all’incombente minaccia di una Terza guerra mondiale, di cui il carnaio ucraino, il genocidio di Gaza e l’aggressione imperialista all’Iran sono altrettanti preludi.
Oggi come un secolo fa la follia bellicista contamina l’Europa, con la differenza che questa volta non mette l’una contro l’altra le nazioni europee, ma scaglia l’intera Europa Occidentale contro la Russia. Va detto che nel libro di Cremaschi manca una chiara ed esplicita ricostruzione delle modalità con cui l’Occidente euroatlantico ha provocato la Russia, mettendola nelle condizioni di intervenire militarmente in Ucraina per proteggere le popolazioni russofone dalla pulizia etnica scatenata dal regime neonazista di Kiev, e per impedire alla Nato di piazzare le proprie armi atomiche a poche centinaia di chilometri da Mosca.
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Si alza il vento / 2 – Racconti de paura sulla megamacchina
di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Non si può dire che, lungo il Novecento, i racconti de paura sulla megamacchina siano mancati. Una schiera di grandi nomi, noti anche al di fuori delle cerchie critiche più tignose, ha prodotto una solida ecologia critica in cui s’intrecciano Guy Debord, Ivan Illich, Giorgio Cesarano, Jacques Ellul, Lewis Mumford, Theodor W. Adorno, Hannah Arendt, Günther Anders. In un certo senso, quindi, già lo sapevamo: un po’ perché questi autori ce l’avevano mostrato, un altro po’ perché la nostra percezione del mondo spesso cozza contro la narrazione ufficiale cui siamo tenuti a credere. Si tratta quindi “solo” di unire i puntini: rammemorare quel che avevamo letto, fidarci delle nostre sensazioni dissonanti e delineare il contorno di quel che da sempre abbiamo davanti agli occhi e dobbiamo disvedere. Il sentimento del presente somiglia, oggi, alle atmosfere di certe novelle gotiche, con i loro segreti orribili che è meglio non dire.
Ma c’è anche chi, di questi segreti, ha provato a fare un inventario: fra il 1984 e il 1992 un gruppo di fuoriusciti dal situazionismo, parodiando l’Encyclopédie illuminista, pubblicarono in Francia i primi 15 fascicoli dell’Encyclopédie des nuisances. Dictionnaire de la déraison dans les art, les sciences & les métiers (“Enciclopedia delle nocività. Dizionario della sragione nelle arti, le scienze e i mestieri”). L’ultima voce dell’ultimo fascicolo è abrenuntio e, a quel passo, ci sarebbero voluti un paio di secoli prima di arrivare a nucleaire. A colmare il vuoto ci ha pensato Jean-Marc Royer con Il mondo come progetto Manhattan, edito da Mimesis nel 2023 ( qui un commento filosofico). Erede legittimo del progetto delle Nuisances e solidamente documentato, quello di Royer è forse il più allucinante fra i testi critici recenti, al punto che, in certi momenti, più che a un saggio fa pensare a un romanzo di Philip K. Dick, in cui tutto è connesso secondo linee di spavento.
Cominciamo dal progetto Manhattan in senso stretto, e cioè dal nucleare militare. La sua portata è ciclopica, la sua segretezza tanto inconcepibile quanto totale. Mezzo milione di persone impiegate a fare qualcosa di cui non conoscono il contenuto, e che in molti casi comporta l’esposizione prolungata a radiazioni. Esperimenti su ignare cavie ospedaliere per valutare la tossicità di uranio e plutonio. Il vicepresidente degli Stati Uniti all’oscuro dei fatti. Una joint venture di pubblico e privato in cui le grandi industrie coinvolte sono le medesime che avvelenano il nostro presente (una su tutte: Monsanto).
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Osservazioni storiche e semantiche sul concetto di sovranità
di Eros Barone
La recente polemica sul sovranismo intercorsa fra il marxista Emiliano Brancaccio e il populista di sinistra Andrea Zhok induce a ripercorrere, sia pure a grandi linee, il processo storico di formazione del concetto di sovranità, in modo da fornire un punto di riferimento preciso a chiunque intenda fare un uso consapevole e rigoroso di tale concetto.
In prima approssimazione, la sovranità può essere genericamente intesa come concetto di un potere “superiorem non recognoscens”, ossia un potere che non ha un potere più alto sopra di sé. La genesi del concetto moderno di sovranità è strettamente connessa, peraltro, alla genesi dello Stato moderno nella forma assolutistica. La dottrina dell’assolutismo si sviluppa infatti nel medesimo periodo storico con Machiavelli, Bodin e Hobbes (secc. XVI-XVII). Quest’ultimo autore elabora nel “Leviathan” e in “Behemot” la dottrina più matura della sovranità statuale (non a caso riferendosi, nel titolo dei suoi trattati, a due mostri biblici), in cui le componenti culturali (umanistiche, essenzialmente di derivazione machiavelliana) e giuridiche (rappresentate soprattutto dal Bodin dei “Six livres de la République”) si fondono e assumono una piena figura politica. Così, sul costrutto hobbesiano dell’uscita dallo stato naturale ferino attraverso la creazione di un’autorità superiore viene fondata la spiegazione del concetto di sovranità in quanto concetto che mira ad affermare la trascendenza di un potere che è svincolato da una visione pattizia del legame sociale e che si estende organicamente alla totalità dello Stato e della società.
Sennonché per vedere espressa in modo compiuto la sostanza positiva del concetto di sovranità bisognerà attendere che il pensiero democratico cominci a formarsi, giacché solo nel suo processo di formazione in senso democratico il pensiero moderno riesce a elaborare la pura forma dello Stato borghese e il concetto di sovranità. È a Jean-Jacques Rousseau che spetta il merito di aver chiarito nel Contratto sociale l’essenza positiva del moderno concetto di sovranità, per cui questa si configura come “volontà generale”, irriducibile alla somma delle volontà particolari e trascendente rispetto alla “volontà di tutti”.
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La minacciosa lettera aperta di Zelensky a Putin
di Davide Malacaria
Della lettera, riportiamo solo la minaccia conclusiva: “….dovrete anche lottare molto di più per la vostra esistenza, non per quella della Russia, ma per la vostra. E questa non è una minaccia da parte mia o dell'Ucraina. Sono fatti della storia russa che conoscete bene: quando la Russia si stanca, avvengono dei cambiamenti. Possiamo lavorare su questo tipo di stanchezza"
La lettera aperta di Zelensky a Putin, spacciata come un tentativo di avviare un negoziato, è tutt’altro. Non un’apertura diplomatica, ma una sequela di vanterie, sfide, insulti, intimidazioni, bugie invero inspiegabile.
Non si comprende, infatti, a che scopo una tale missiva, che dice a Putin di prendere atto che la situazione della Russia è disastrosa sotto tutti i punti di vista, che gli accordi di Anchorage sono sepolti, e con essi Trump, e che lui stesso è finito o quasi e che deve affrettarsi ad accettare un negoziato alle condizioni di Kiev.
Queste le condizioni: un incontro tra i due presidenti in un Paese neutrale previo cessate il fuoco sulla linea del fronte con scambio di prigionieri nella formula “tutti per tutti”; un summit al quale deve partecipare una delegazione della Ue, perché ha “realmente la capacità di influenzare la situazione”, e degli Stati Uniti, di fatto solo comprimari inevitabili.
Non fa altro che ribadire le proposte pregresse di Zelensky: incontro tra presidenti senza previo negoziato diplomatico, il cessate il fuoco lungo la linea del fronte, l’irrinunciabile ruolo della Ue nelle trattative.
Proposte che la Russia ha respinto al mittente più volte dichiarando che non può accettare una tregua che serva solo a Kiev per riorganizzarsi e che l’incontro tra i leader può aver luogo solo per firmare un accordo maturato in un negoziato.
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Popolo, democrazia e alcuni fraintendimenti
di Andrea Zhok
Il problema posto dalla democrazia è il problema dell’esistenza e funzionalità di un popolo (demos). Affermare che “la sovranità appartiene al popolo” è un passo indispensabile ma insufficiente.
La sinistra di progressisti e liberali ha creato una finzione, destituita di ogni fondamento storico e pratico, per cui possono esistere democrazie senza popoli. DI fatto queste “democrazie senza popoli” sono semplicemente la riduzione della democrazia a non-luogo totale (globale) degli scambi volontari. Questa è la “democrazia” per cui “un dollaro è un voto” e in cui la volontà dei popoli si esprime con gli atti d’acquisto sul mercato. Ovviamente qui non esiste alcuna identità collettiva e dunque non esiste nessun orizzonte politico, che richiede la possibilità di una discussione orizzontale tra tutti i decisori. Questo è il “villaggio globale” dei “cittadini del mondo”. La politica è sostituita dall’economia, la democrazia dal mercato. Che ne siano consapevoli o meno, questa è esattamente la direzione in cui si muovono tutti i vari “no border” e tutti coloro i quali pensano che una cittadinanza sia un orpello inutile o un’onoreficenza politicamente corretta.
Le democrazie hanno cominciato a esistere quando sono venuti alla luce ordinamenti politici territorialmente definiti, dove le leggi, decise da chi appartiene stabilmente al territorio, si applicano a ciò che avviene su quel territorio. (E' questa la ragione per cui esistono quelle eccezioni – l’extraterritorialità - che sono ambasciate o navi, in cui si applica, in via del tutto eccezionale, una legge definita da un popolo per un territorio distante e diverso.)
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Lo specchio e la lama. Giorgio Cesarano tra poesia e critica radicale
di Massimiliano Cappello
[È uscito in questi giorni per Quodlibet Lo specchio e la lama. Giorgio Cesarano tra poesia e critica radicale di Massimiliano Cappello. Ne proponiamo la Premessa, per concessione dell’autore]
Una stanza circolare, simile alla sala di lettura del British Museum: è lì che scrittrici e scrittori di ogni lingua ed epoca si troverebbero, immuni per miracolo allo scorrere del tempo, a comporre simultaneamente i loro romanzi. Così, almeno, suggerisce un saggio di un secolo fa sull’arte del narrare.[1] Tra i libri che da questa immagine traggono una sorta di scenografia,[2] ce n’è uno in particolare dedicato alla lunga crisi apertasi in Italia (ma non solo) alla metà degli anni Settanta del secolo scorso. Crisi della riproduzione sociale, dell’economia, della legittimazione delle istituzioni:[3] ma anche di una figura che, dopo la generazione degli anni Venti-Trenta, non era più stata in grado (o nelle condizioni) di legare pratiche compositive e teoria politica, attività saggistica e progetto di una società più giusta: quella dell’«intellettuale-scrittore».[4] Continuare a immaginare quella stanza – dove, esorcizzato il demone della cronologia, queste figure continuano a tessere la realtà in un disegno di senso compiuto – è forse un atto doveroso, specie in un’epoca come la presente. Eppure, è altrettanto doveroso ricordare che quella stanza è tutt’al più un riparo. La letteratura come ricomposizione della vita offesa: ecco il miglior modo per convincersi che non esistono altri modi di viverla. Questo libro, d’altronde, è dedicato all’opera poetica di un intellettuale-scrittore – e di un autore di “romanzi”, per così dire – che in quella sala di lettura non ci è mai davvero entrato. Perché non voluto? Forse. Ma sicuramente, e anzi in primo luogo, perché non lo voleva.
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Guerra fredda: quando gli intellettuali si ritrovarono al servizio della Cia
di Frances Stonor Saunders
Le trame invisibili della propaganda psicologica statunitense nell’Europa del Dopoguerra
L’editore Fazi ripropone il celebre saggio in cui Frances Stonor Saunders svela come, alla fine della Seconda guerra mondiale, lo spionaggio Usa abbia reclutato l’intelligencija occidentale in funzione anti-sovietica. Con dovizia di particolari, la giornalista britannica mostra come riviste, concerti e mostre d’arte influenzarono l’immaginario europeo, diventando sofisticate armi di persuasione di massa. Nell’introduzione del libro, pubblicata qui di seguito, ricostruisce i meccanismi di questa sofisticata operazione di conquista delle menti.
* * * *
Nel pieno della Guerra fredda il governo degli Stati Uniti destinò grandi risorse a un programma segreto di propaganda culturale rivolto all’Europa occidentale. Uno dei tratti principali di questo programma era proprio l’esplicita negazione della sua esistenza. Fu messo in atto con estrema riservatezza dallo strumento di spionaggio statunitense, la Cia, Central Intelligence Agency.
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Da Germania anno zero a Germania anno 2.0... C’ero, ci risiamo, ci sono
di Fulvio Grimaldi
Preambolo dinastico
Non fosse stato per il Capitano Pierre François De Gerbaulet, non avrei avuto motivi molto personali per scrivere questo pezzo.
Per motivi svaporati nel tempo, forse legati alla persecuzione degli ugonotti ordinata da Carlo IX di Francia e da Caterina de’ Medici nella seconda metà del ‘600, Pierre François abbandonò la natìa Borgogna e si insediò a Muenster in Westfalia. Qui diede origine a una dinastia che, per me, si concluse con mia madre, una De Gerbaulet franco-prussiana, nata e cresciuta nella spumeggiante Berlino di Weimar, quella eternata ai posteri dal mitico “Cabaret” di Bob Fosse con Liza Minnelli. O, forse, nella sua parte migliore, da Bertold Brecht.
Tramite mia madre e mio padre, i Gerbaulet (che intanto, democraticamente, avevano buttato il “De”) si fusero in me con i Grimaldi dell’Alta Savoia, che indossavano quel patronimico per derivazione da Grimoaldo, re dei Longobardi e re d'Italia dal 662 al 671 e poi anche un Duca di Benevento. Grimaldi mica per virtù di schiatta. Semplicemente il genitivo latino di Grimoaldus (“potente guerriero”) con cui, andando in giro, usavano qualificarsi i sudditi del longobardo.
Tutta questa pappardella per fornire una spiegazione del trovarmi in quella Germania che, con occhio, cuore e mente, Rossellini raccontò nel film che ha dato il titolo a questo testo.
Premessa bombarola napoletana
E qui si comincia per davvero. 1942, grazie al fastidio provato dagli alleati per la presenza di truppe tedesche destinate al fronte nordafricano, con 200 bombardamenti dal 1941 al 1943, Napoli divenne la città italiana più bombardata in assoluto. Il mi’ babbo era lì per lavoro e così anche l’ultima, per allora, dei Gerbaulet e i due figli piccini. Che mia madre allenò a non avere paura, portandoli, quando suonava l’allarme, sulla torretta in cima alla casa di Posillipo per fare a gara a chi contava più esplosioni della contraerea.
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Europa e Russia: il negoziatore impossibile
di Giuseppe Gagliano
La sedia vuota di Bruxelles
A Bruxelles esiste una funzione di cui tutti parlano e che nessuno, in realtà, può esercitare: quella di un eventuale inviato europeo incaricato di negoziare con la Russia. Il problema non è trovare un diplomatico esperto, un ex capo di Stato o una personalità capace di parlare con Mosca. Il problema è più profondo: il mandato è già svuotato in partenza.
L’Unione Europea afferma di voler pesare nella fase diplomatica del conflitto ucraino, ma ha costruito essa stessa le condizioni che rendono questa ambizione quasi impossibile. Quando l’Alta rappresentante per gli Affari esteri, Kaja Kallas, dichiara che l’Europa non sarà mai un mediatore neutrale tra Russia e Ucraina perché è dalla parte di Kiev e difende i propri interessi di sicurezza, dice una verità politica. Ma quella verità distrugge, nello stesso momento, la possibilità di una mediazione europea.
Un mediatore non è un avvocato. Un negoziatore credibile agli occhi di Mosca non può essere percepito come la semplice proiezione diplomatica del campo avverso. Eppure è esattamente così che la Russia vedrebbe qualsiasi inviato europeo: non come un’alternativa al canale americano, ma come una versione più ideologica, più rigida e meno pragmatica della posizione occidentale.
Il vuoto americano e l’incapacità europea
Il paradosso è che lo spazio diplomatico esiste. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno ridotto il loro investimento diretto nella gestione politica del conflitto ucraino. Mosca desidera un processo più stabile, con gruppi di lavoro, incontri regolari e una catena diplomatica strutturata. La Russia non vuole soltanto visite intermittenti di emissari presidenziali, ma un negoziato continuo, con interlocutori capaci di decidere.
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Qualche riflessone sull'enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas
di Roberto Fineschi
I
La mia tradizionale passione/perversione per le questioni ecclesiastiche mi ha ovviamente portato a leggere la prima enciclica di Leone XIV, dal titolo Magnifica humanitas, dedicata alla dottrina sociale della chiesa, con particolare attenzione alla questione scottante dell’Intelligenza Artificiale[1].
Disclaimer importante: come sempre queste mie riflessioni non riguardano il vasto mondo cristiano e cattolico nel suo complesso, composto di molte anime e realtà; al solito, mi riferisco alle posizioni ufficiali della gerarchia vaticana che si manifestano attraverso documenti come encicliche, il catechismo, ecc.. E, al solito, non si intende punzecchiare la spiritualità personale di alcuno con commenti arditi, ma solo discutere di questioni teoriche e storiche legate specificamente a quelle posizioni con i loro risvolti politici e sociali.
Il tema preponderante dell’Intelligenza artificiale non è però isolato; il papa riprende molte delle questioni chiave del magistero sociale della chiesa, non a caso inaugurato dal suo omonimo predecessore Leone XIII con la celeberrima Rerum Novarum. Questa è l’occasione per ribadire alcuni dei principi basilari - e per larghi aspetti controversi - di tale magistero.
Pur tra tutti i distinguo possibili, premetto che è da sottolineare la netta presa di posizione contro la guerra e la degradazione della dignità umana nelle dinamiche correnti; nel far questo, quella del papa è voce quasi unica nel panorama internazionale che conta. Ciò va evidenziato e ne va dato merito.
Per quanto riguarda la parte più nettamente dedicata ai problemi legati all’intelligenza artificiale e alla digitalizzazione, l’enciclica ricalca le considerazioni già da tempo diffuse in ambito critico in quanto a possibile manipolazione, intesa non solo come mero condizionamento esterno, ma come creazione disfunzionale della personalità, alla pericolosa eterodirezione e automazione dei processi decisionali in campo economico, sociale, educativo, ecc. In questo non è particolarmente originale per chi abbia un minimo di familiarità con tali argomenti; i moniti vanno comunque per lo più nella direzione giusta. Molto più “leggera” invece la parte propositiva, l’elaborazione di alternative, la proposta di un modello in positivo[2].
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Voci di guerra da San Pietroburgo. Sulle (agghiaccianti) dichiarazioni dell'ex agente segreto Andrey Bezrukov
di Giuseppe Masala
Ieri ha avuto inizio il Forum Economico di San Pietroburgo, il più importante simposio economico del paese, nato con l'ambizione di ridare slancio all'economia russa dopo il crollo del sistema sovietico e impostosi, negli anni, come uno dei più attrattivi forum economici a livello mondiale perché porta d'ingresso all'enorme spazio economico euroasiatico. Da notare che proprio in questa edizione si è avuto il ritorno di una delegazione statunitense, dopo gli anni del boicottaggio causato dal conflitto tra Mosca e Kiev. Al contrario, latitano ancora i paesi europei che insistono nella loro ostilità ostentata nei confronti di Mosca.
Proprio nel giorno dell'inaugurazione di questa importante manifestazione, San Pietroburgo è stata colpita da un potente attacco di droni ucraini. Molto probabilmente negli intendimenti di Kiev vi era quello di rovinare quella che - soprattutto in occidente - viene intesa come una manifestazione che ha lo scopo di glorificare Putin e il putinismo economico. Il risultato dell'attacco è stata l'esplosione di alcuni depositi petroliferi e la distruzione di una corvetta del Flotta del Baltico della Marina Militare Russa. Una mossa, quella di Kiev, certamente propagandistica, ma che segnala anche una capacità di colpire a lunghissima distanza dal proprio territorio: chiaramente un attacco del genere non può non aver sorvolato lo spazio aereo della NATO, sempre che – addirittura - il lungo di partenza dei droni non fosse direttamente situato in territorio NATO. Ciò sempre di più chiarisce, anche a chi si è recato a San Pietroburgo per partecipare al Forum Economico, che la Russia è in realtà in guerra con buona parte dei paesi europei.
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Perché l’Occidente fa bombardare San Pietroburgo
di Alessandro Volpi*
L’Ucraina spara droni contro San Pietroburgo nel giorno in cui proprio nell’ex città imperiale si apre il St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF), giunto alla ventinovesima edizione.
Si tratta di un incontro, che durerà fino al 6, a cui partecipano i rappresentanti di governi e aziende di 130 paesi del mondo, con una chiara predominanza della rete dei Brics, a cominciare da Cina, rappresentata dal vice presidente Han Zheng, India e Brasile.
Un ruolo centrale avranno i paesi africani e quelli del Golfo, con la presenza degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita, ospite speciale, a cui si affiancano colossi come l’Indonesia e il Vietnam. Naturalmente ci saranno quasi tutte le grandi aziende di questi paesi, sia le grandi corporation pubbliche, dall’energia, all’acciaio, all’automotive, all’IA fino alle comnmodities, sia quelle private.
Solo per fornire tre dati di riferimento è possibile ricordare che questi paesi muovono un terzo delle merci globali, il loro interscambio è superiore a un quinto del commercio internazionale e, soprattutto, controllano quasi per intero le risorse energetiche e minerarie critiche, necessarie al resto del mondo.
In particolare nei prossimi tre giorni, saranno oggetto di discussione, tra le altre, la questione delle rotte commerciali, della dedollarizzazione e dell’interazione finanziaria.
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«“Agorà”. Una proposta contro il “sistema guerra”, contro il bipolarismo politico, per un nuovo patriottismo della Costituzione»
Ezio Locatelli intervista Angelo d'Orsi
Il concetto gramsciano di “intellettuale organico” ben si confà ad Angelo d’Orsi. Noto per essere uno dei massimi studiosi a livello internazionale della figura di Antonio Gramsci, d’Orsi non si è mai tirato indietro dall’impegno civico, politico in una prospettiva critica del neoliberismo e del capitalismo. Non lo ha fatto cinque anni fa quando si è trattato di dare la disponibilità a candidarsi a sindaco nelle elezioni comunali di Torino e a fare campagna davanti alle fabbriche, agli ospedali, nei quartieri popolari. Non lo ha fatto in occasione delle ultime tornate politiche. Non lo ha fatto in questi anni quando si è trattato di girare la Penisola in lungo e in largo per perorare una politica di opposizione alla guerra. Ora d’Orsi ha deciso di lanciare un movimento su scala nazionale denominato Agorà, il termine che indicava la piazza principale delle antiche polis ma che nei suoi propositi vuole essere anche una possibile forma politica contemporanea. Un movimento politico rivolto a tutti coloro che in questi ultimi anni hanno manifestato per Gaza, contro la guerra o che si sono mobilitati per il No al referendum costituzionale ma che non hanno voce politica.
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La “soluzione” al problema di Gaza è ben avviata
di Gideon Levy*
Israele ha un piano postbellico per Gaza. L’idea che ne fosse privo era un grave errore. Vorrei che questo piano non esistesse. Lontano dall’attenzione dell’opinione pubblica globale e israeliana, l’attuazione della fase successiva della strategia graduale di Israele è già in pieno svolgimento.
Ora che il Genocidio ha fatto il suo corso e la Striscia è stata quasi completamente distrutta, Israele sta avanzando con sicurezza verso la fase successiva del piano: rendere l’intera popolazione di Gaza permanentemente disabile, ferita, malata, affamata, senza casa e disoccupata.
Una volta che la popolazione di Gaza sarà ridotta a una massa disomogenea senza una società organizzata, senza servizi di base, istituzioni essenziali e, naturalmente, senza un governo, la completa disgregazione del tessuto sociale renderà più facile per Israele passare alla fase successiva, che non ha mai abbandonato, la fase dell’espulsione. Solo allora il problema di Gaza sarà finalmente risolto. Solo in questo modo
Un chiaro eco di questo piano si è potuto sentire la scorsa settimana nelle dichiarazioni dei suoi due architetti ed esecutori: il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che la sua “direttiva” è quella di espandere al 70%, dal 60%, l’area della Striscia controllata da Israele. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha scritto su X: “Abbiamo promesso che Hamas non governerà Gaza né civilmente né militarmente, e così faremo.
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Intelligenza Artificiale, crescita, potere e architettura sociale: un esito scontato?
di Mario Agostinelli e Sergio Bellucci
I costi fisici ed energetici legati allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale ci interrogano sugli enormi impatti ambientali, sociali, di potere e sulle dinamiche della sua crescita. Si propone una riflessione su come integrare trasparenza ed efficienza e individuare limiti e divieti nelle architetture dell’IA dove si confrontano i due paradigmi opposti della centralizzazione e del decentramento che potranno plasmare il modello stesso della società.
* * * *
Premessa
Secondo un recente rapporto di Accenture2 le tecnologie di Intelligenza Artificiale (IA) porteranno entro il 2035 a un raddoppio annuale della crescita economica nelle 12 economie più sviluppate e ne miglioreranno la produttività fino al 40 per cento. La ricerca rivela che l’IA potrebbe modificare la natura del lavoro e generare un nuovo rapporto tra uomo e macchina. Nel dibattito pubblico, tuttavia, resta in ombra un punto cruciale: la cosiddetta crescita di cui si parla, peraltro stimolata da profondi riassetti di potere e spesso data per indiscutibilmente desiderabile e inarrestabile, produce effetti sociali quantomeno controversi, mentre un aumento sconsiderato dei consumi elettrici esercita un impatto significativo e destabilizzante su ambiente e clima. Di queste ricadute, tuttavia, si ragiona raramente e se ne tiene ancora poco in conto. Saranno invece argomento delle note che seguono.
Nel 1972 il Club di Roma, con I limiti del-lo sviluppo3, mise a fuoco una contraddizione strutturale: un Pianeta dalle risorse finite non può sostenere all’infinito modelli di crescita esponenziale. Oltre mezzo secolo dopo, quella diagnosi risuona in un contesto diverso ma affine: quello cioè dell’espansione incontrollabile delle Big Tech che intercettano e monetizzano l’attenzione umana trasformando fuori da ogni controllo relazioni, emozioni ed esperienze in dati di loro proprietà.
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