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Guerra e bugie sorelle gemelle
Board of peace (war) per tutti
di Fulvio Grimaldi

In guerra la verità è così preziosa che deve sempre essere difesa da una vigilanza di bugie (Winston Churchill)
Far fuori l’Iran, costi quel che costi
Al momento in cui scrivo è partito l’attacco. A trazione israeliana, con gli USA a rinforzo, ma politicamente costretti a reggere il moccolo. E’ partito proprio quando pareva che Tehran stesse rispettando l’estrema linea rossa fissata da Trump: la rinuncia al materiale da arricchire e la sua consegna all’estero. Il nodo decisivo stava nel tiro della corda tra, a un capo, Netanyahu e la sua cosca internazionale e, all’altro, Trump e la realtà MAGA, confortata da alti comandi di Pentagono e Servizi, sorretta dal voto di chi voleva dal nuovo presidente lavoro, non guerre. E’ prevalso il ricatto di Netaniahu.
Questo tiro della corda è metaforicamente rappresentata dal genocida di Tel Aviv, con i suoi 800.000 squadristi delle colonie e una buona parte di popolazione intossicata di odio anti-arabo dal momento in cui hanno guadagnato la facoltà di udire, che dice: “O mi fai fuori l’Iran (mica solo gli Ayatollah), o tiro fuori foto e carte di Epstein. E saresti fottuto”. Con l’altro che risponde: ”Ti riconosco la Cisgiordania giudaizzata, ci piazzo subito un consolato, ti ridò Gaza ripulita e kushnerizzata, ma risparmiami l’Iran. Quella è un’altra guerra che non vinceremo e allora addio Trump e ti perdi quello che dicevi fosse il migliore amico di Israele”.
Non è bastato. Ha prevalso la demenza criminale necrofaga di Netaniahu, della sua cricca dirigente, sostenuta da una parte non indifferente della popolazione. Del resto qualsiasi concessione Tehran avesse fatta, fino alla chiusura delle centrali di ricerca nucleare e allo smantellamento dell’armamento missilistico, non sarebbe bastata allo Stato sionista. L’obiettivo è sempre stato chiaro e irrinunciabile: via dal Medioriente, dopo Iraq, Siria, Libano, Palestina, la Repubblica Islamica, 90 milioni di abitanti, la seconda potenza petrolifera del mondo, 1.648 milioni di chilometri quadrati, una popolazione che, alla faccia delle rivoluzioni colorate, vanta una fortissima coesione in difesa della nazione.
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La fine dell’Unione europea non è un progetto politico: è un destino ineluttabile
di Alessandro Somma
Viviamo da tempo una crisi che “non è fortuita”. Deriva dalla genesi dell’Unione europea: nata dalla volontà di “mettere insieme Paesi differenti, con economie differenti, con mondi del lavoro differenti, con politiche industriali differenti, con rapporti sociali differenti in una sola unione monetaria, senza prevedere contemporaneamente un’unione politica vera e propria”. Queste affermazioni costituiscono l’incipit del saggio che Gabriele Guzzi ha dedicato non solo alle cause del drammatico declino italiano, ma anche alle ragioni per cui esse sono state ignorate, ovvero alla volontà di “assecondare acriticamente e religiosamente questa integrazione europea”. Con buona pace della narrazione ufficiale, secondo cui l’Italia è in crisi perché è “un Paese indisciplinato, la cui colpa sarebbe di non aver seguito pedissequamente le indicazioni di Bruxelles”[1].
Il testo che accompagna questo incipit combina uno stile a tratti immediato e leggero ad analisi colte e approfondite, corredate da una documentazione rigorosa e capace di restituire la cronaca di un fallimento annunciato: l’Unione europea, appunto. Nelle pagine che seguono si ripercorreranno le principali tappe di questa cronaca, cercando di completare qua e là il punto di vista dell’economista con quello dei cultori del diritto. Consapevoli che si tratta di una operazione non semplice, che ha incontrato non poche resistenze. Ma consapevoli altresì che entrambi i punti di vista sono indispensabili nella loro combinazione a scardinare definitivamente i luoghi comuni su cui si regge la “cultura ingenuamente europeista… incapace di osservare realisticamente i fatti” (17).
Non si tratta qui di identificare una gerarchia tra discipline, e neppure di contestare una sorta di primato dell’economia, che “influenza la cultura, la politica, la demografia, lo stato emotivo delle persone” (100). Si tratta più semplicemente di valorizzare la circostanza per cui il mercato è un luogo artificiale prodotto da regole, il che rende l’interazione tra economia e diritto un elemento imprescindibile per comprenderne appieno e criticarne efficacemente le dinamiche[2].
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Donald Trump sta cercando una via d’uscita?
di Larry C. Johnson
L’attacco decapitante sferrato sabato da Israele e Stati Uniti ha ucciso l’Ayatollah Khamenei mentre, secondo quanto riferito, era in riunione con alti ufficiali dell’esercito iraniano. L’attacco israeliano è stato una fortunata coincidenza o una trappola deliberatamente pianificata? Gli Stati Uniti avevano inviato un messaggio a Khamenei per un incontro volto a discutere una proposta americana in preparazione della riunione prevista per lunedì – ora annullata – a Ginevra? Qualunque cosa abbia riunito questi alti funzionari iraniani, [la loro uccisione] è stata una vittoria di Pirro per l’Occidente e i suoi padroni sionisti. La morte di Khamenei non ha spinto gli oppositori iraniani della Repubblica Islamica a riversarsi nelle strade di Teheran per chiedere la cacciata dei mullah. No, l’attacco ha spinto il popolo iraniano a chiedere senza esitazione la continuazione del governo dei mullah.
Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Donald Trump sta facendo affermazioni esagerate sui successi militari statunitensi; in pratica uccidere degli iraniani. Tuttavia, ci sono nuove notizie che suggeriscono che Trump sarebbe in preda al panico e alla ricerca di un modo per dichiarare vittoria e uscire dalla guerra. Donald Trump ha chiesto all’Italia di mediare o fungere da tramite per proporre un cessate il fuoco immediato con l’Iran, a seguito dei recenti attacchi militari statunitensi e israeliani contro obiettivi iraniani (tra cui la presunta uccisione della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei alla fine di febbraio 2026).
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La guerra statunitense contro l'Iran
di Michael Hudson - Sovereignista
Venerdì scorso il mediatore dei negoziati nucleari tra Stati Uniti e Iran in Oman, il ministro degli Esteri di quel Paese Badr Albusaidi, ha svelato la finta pretesa del presidente Trump di minacciare la guerra con l'Iran perché aveva rifiutato le sue richieste di rinunciare a quella che lui sosteneva essere la sua spinta a costruire una propria bomba atomica. Il ministro degli esteri omanita ha spiegato su “Face the Nation” dell’emittente CBS che il team iraniano aveva accettato di non accumulare uranio arricchito e aveva offerto una "verifica completa e completa da parte dell'AIEA".
Questa nuova concessione fu "una svolta mai raggiunta prima. E penso che se riusciamo a catturare questo e costruirci sopra, credo che un accordo sia a portata di mano" per raggiungere "un accordo secondo cui l'Iran non avrà mai, mai un materiale nucleare che possa creare una bomba. Penso che questo sia un grande traguardo."
Sottolineando che questa svolta "è stata fortemente trascurata dai media", ha sottolineato che chiedere "zero stockstock" andava ben oltre quanto negoziato durante l'amministrazione Obama, perché "se non si può accumulare materiale arricchito, allora non c'è modo di creare una bomba".
L'Ayatollah Ali Khamenei – che aveva già emesso una fatwa contro qualsiasi cosa del genere e aveva ripetuto questa posizione anno dopo anno – ha convocato i leader sciiti e il capo militare iraniano per discutere la ratifica dell'accordo che prevedeva la cessione del controllo dell'uranio arricchito per prevenire la guerra.
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Decapitare stanca
di Francesco Piccioni
“Fare una proposta che non si può rifiutare” è pratica antica di imperatori e mafiosi. I primi ammantano di diplomazia la successiva trattativa, i secondi ti fanno trovare una testa di cavallo nel letto, ma la sostanza è la stessa: se non ti arrendi, ti sparo.
Gli Stati Uniti, dal 1945 a oggi, hanno sempre seguito questo schema con qualsiasi Paese non fosse dotato di armi nucleari. Israele idem, potendo contare sul supporto incondizionato dell’imperatore dominante. La retorica stesa sulle aggressioni, fino a un certo punto, si sforzava di presentare il bersaglio come fonte di tutti i mali inneggiando a “libertà”, “democrazia”, “diritti umani”, “libertà delle donne”, ecc.
Argomenti ad hoc, reversibili, scambiabili, a doppio standard (nell’Afghanistan sovietico, per esempio, le donne godevano di tutti i diritti – almeno nelle città più grandi – e i freedom fighters sostenuti da Usa e Arabia Saudita erano invece i Talebani che poi hanno reimposto il burka; per essere subito dopo attaccati con la scusa di “liberarle dai liberatori”).
Era il periodo dell’impero dei “buoni”, che abbattevano governi e regimi di tutti i tipi – il socialista Allende, il laico Mossadeq nell’Iran del 1953, e poi i musulmani laici Saddam Hussein e Gheddafi, lo jugoslavo Milosevic, il narcotrafficante Noriega e tanti altri – per imporre il proprio dominio in nome del superiore modello occidentale.
La crisi crescente – rimandiamo ad altri contributi per gli aspetti “strutturali” – alla fine ha reso in-credibile questo dispositivo giustificazionista delle aggressioni, ma ha aumentato la loro frequenza e “necessità”.
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IN AGGIORNAMENTO. Iran: 787 morti per gli attacchi di USA e Israele. Tel Aviv occupa territori in Libano
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
AGGIORNAMENTI
Ore 13:00 Un riepilogo degli sviluppi recenti
- Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, afferma che i nemici dell'Iran "devono fermare la guerra" e invita la comunità internazionale "ad assumersi le proprie responsabilità prima che sia troppo tardi". Avverte che il processo avviato "presto travolgerà l'Europa".
- L'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha confermato, sulla base delle ultime immagini satellitari, "alcuni recenti danni agli edifici d'ingresso" dell'impianto sotterraneo di arricchimento dell'uranio di Natanz in Iran, aggiungendo che non era previsto alcun impatto radiologico e che non è stato rilevato alcun impatto aggiuntivo.
- Israele ha ordinato alle sue forze di avanzare e conquistare posizioni nel Libano meridionale, in seguito al precedente accumulo di truppe in quella zona, spingendo l'esercito libanese a ritirarsi dalla zona di confine.
- Almeno 30.000 sfollati hanno cercato protezione nei rifugi in Libano da quando, lunedì, sono iniziate le ostilità tra Israele e Hezbollah, afferma l'UNHCR.
- L'Iran ha celebrato una cerimonia funebre di massa per le 165 persone uccise in un attacco israelo-americano contro una scuola nella città meridionale di Minab.
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L’effetto domino e il “momento Pearl Harbor”
di Fabrizio Bertolami
Riceviamo e pubblichiamo da Fabrizio Bertolami per ComeDonChisciotte.org
E alla fine l’attacco all’Iran è arrivato. Come nel caso precedente, nel bel mezzo di negoziati tra le parti, ma questa pare essere ormai la firma di questa amministrazione americana.
Ogni presidente dall’epoca di Reagan in poi ha ha avuto sul proprio tavolo, nello studio ovale, un dossier relativo a un attacco militare alla Persia, e Trump lo ha infine messo in atto.
La decapitazione delle leadership di quella che fu la mezzaluna sciita è totale: Nasrallah, Hanyeh,Suleimani, Assad e Khamenei non ci sono più e l’Iran è obiettivamente in difficoltà.
La grande strategia di portare il gas iraniano nel Mediterraneo e quindi in Europa, attraversando l’Iraq del sud, la Siria e il Libano, è sfumata, forse per molto tempo e ora l’Iran è nelle ridotte, ma essendo preparato ha risorse per sopportare un conflitto di media durata.
Dobbiamo d’altronde pensare che una grande Nazione di Terra come la Russia, non riesce ad avere la meglio di una media Nazione di terra come l’Ucraina dopo 4 anni e non è quindi in prima battuta immaginabile che una Nazione con 90 milioni di abitanti e grande 3 volte l’Ucraina non possa resistere ad una Nazione di mare, come gli USA, senza più appoggio di terra nei paesi del Golfo.
Oltre al mare, gli USA possono ancora contare su Israele come base logistica nell’area, ma devono contemporaneamente difenderlo in quanto ampiamente raggiungibile dai missili iraniani, esaurendo così le scorte proprie. Se la guerra si prolungasse e avesse un’intensità maggiore nei prossimi giorni, la necessità di rifornimento per la Marina USA dovrebbe coinvolgere anche le basi nordeuropee e mediterranee della NATO, in Italia primariamente, allargando il fronte delle Nazioni coinvolte.
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L'illusione della testa tagliata: perché l'Iran non è un videogioco
di Andrea Zhok
Esultano per un assassinio credendo nella libertà. Ignorano struttura, consenso e martirio. Scambiano geopolitica per videogame. Il risultato? Odio consolidato, vendetta inevitabile, caos permanente spacciato per emancipazione democratica
Ho appena visto un filmato con festeggiamenti in una città italiana di alcuni giovani – una ventina -, figli di esuli iraniani, che gioiscono perché, parole testuali:
“E’ morto Khamenei, la dittatura è finita”.
Ora, premesso che quando si è giovani dire e credere scemenze rientra tra i diritti umani, è difficile immaginare una maggiore lontananza dalla realtà.
Sorvoliamo sui dettagli volgarmente etici, come il fatto che state festeggiando perché una potenza nucleare ha appena assassinato l’equivalente sciita del papa.
Sono banalità, mi rendo conto, e aver sdoganato l’assassinio politico come forma di civiltà oramai non fa più notizia (ricordo però sommessamente che il senso delle norme morali sta nella loro universalità, nella loro implicita reciprocità: ergo quando legittimi un assassinio politico laggiù, legittimi ogni assassinio politico, anche quando lo scenario sarà casa tua.)
Ma passiamo oltre.
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I perché non detti dell'aggressione USA contro l'Iran
di Domenico Moro
Trump era stato eletto a fine 2024 anche perché aveva promesso a un elettorato stanco delle guerre in cui gli Usa si sono trovati impantanati per decenni che non avrebbe coinvolto il paese in nuove guerre. Tanto meno avrebbe coinvolto gli Usa in una guerra in Medio Oriente, che, in base a quanto esplicitato a novembre 2025 nella National Security Strategy, non avrebbe più dovuto occupare un ruolo centrale nella politica estera statunitense, dal momento che gli Usa sono diventati un esportatore netto di energia e non hanno più bisogno di rifornirsi all’estero di petrolio.
Quali sono, dunque, le ragioni dell’aggressione statunitense, condotta insieme con Israele, contro l’Iran? Certamente tra le ragioni non c’è la volontà di appoggiare il popolo iraniano contro il regime in carica, anche se Trump e Netanyahu vi hanno fatto riferimento più volte. Invece, alla base della guerra ci sono soprattutto gli interessi economici e politici degli Usa. In particolare, si tratta di una guerra voluta dal settore economico dominante negli Usa, qualunque ne sia l’amministrazione, il capitale finanziario. Questa guerra, quindi, rientra nel tentativo degli Usa di contrastare la loro decadenza, mantenendo la loro sfera d’influenza in Medio Oriente.
La ragione del mantenimento della sfera d’influenza americana in Medio Oriente, deriva proprio dal fatto che quest’area è la maggiore fonte delle materie prime più importanti, quelle energetiche. Infatti, il Medio Oriente ha le maggiori riserve di petrolio, pari a 871 miliardi di barili, precedendo l’America Latina con 344 miliardi e l’Africa con 119 miliardi.
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IN AGGIORNAMENTO. Larijani: “Non negozieremo con gli Stati Uniti”. Israele uccide decine di persone in Libano
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
AGGIORNAMENTI
Ore 09.30 Il Regno Unito si prepara a evacuare i suoi cittadini dal Medio Oriente
Il Regno Unito sta istituendo sistemi di supporto per aiutare a evacuare i suoi cittadini dal Medio Oriente, con circa 300.000 persone che hanno registrato la loro presenza nella regione, afferma il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper.
"Stiamo valutando un'ampia gamma di opzioni, collaborando in modo cruciale con il settore turistico e con il governo per l'evacuazione, se necessario", ha detto Cooper all'emittente Sky News.
Il governo britannico voleva che lo spazio aereo venisse riaperto e stava inviando squadre di pronto intervento nella regione per collaborare con il settore turistico, ha affermato.
Ore 08:30 L'ambasciata americana in Kuwait mette in guardia dalle minacce missilistiche e dei droni
L'ambasciata statunitense in Kuwait afferma che esiste una "minaccia continua di attacchi missilistici e UAV" sul Paese.
"L'ambasciata statunitense in Kuwait esorta i cittadini statunitensi in Kuwait a rifugiarsi sul posto, a rivedere i piani di sicurezza in caso di attacco e a rimanere vigili in caso di ulteriori attacchi futuri", ha affermato in una nota.
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La guerra si allarga ogni ora che passa
di Redazione Contropiano
Per seguire ciò che sta avvenendo è meglio lasciar perdere quel che Trump dice (parla continuamente, per sommergere i fatti sotto la propria voce, certo che il sistema dei media abboccherà come sempre).
Se si può alternare, nel giro di pochi minuti, affermazioni come “La nuova leadership iraniana vuole parlare e ho accettato di farlo, quindi parlerò con loro”, oppure “l’attacco ha avuto un tale successo che ha eliminato la maggior parte dei candidati. Non sarà nessuno di quelli a cui avevamo pensato perché sono tutti morti” (quindi non ci sarebbe nessuno con cui parlare, giusto?), per aggiungere poi che operazione in Iran potrebbe durare “quattro settimane o meno”… vuol dire che non c’è nulla di attendibile da registrare. Starlo a sentire è come, per un missile antiaereo, seguire i flares che un caccia semina per non essere colpito.
Parliamo delle cose certe.
Il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, ha smentito che il governo di Tehran abbia chiesto di riaprire un negoziato. E ha sottolineato molto chiaramente due cose: I’Iran non intende negoziare con gli Stati Uniti e che in questo momento l’Iran sta solo difendendo se stesso. Ha anche aggiunto che le forze armate del suo Paese non hanno dato inizio a questa guerra.
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Guerra digitale – Lezioni dall’Ucraina
Innovazione, l’arte della guerra e i nuovi equilibri geopolitici
di Corrado Cirio
Parte 1.Simmetria e balzi tecnologici
L’Ucraina 2022/2025: laboratorio globale
La guerra Russia/NATO via Ucraina costituirà nel prossimo futuro uno dei punti di svolta cruciali nella storia militare, che verrà analizzato da studiosi di ogni disciplina collegata alla guerra.
Lo scontro armato tra contendenti simmetrici diventa il luogo di massima accelerazione dello sviluppo tecnologico, perché impone adeguamenti in tempo reale, sperimentazioni in condizioni limite, confronto con soluzioni alternative, sotto la spinta di un’urgenza senza precedenti. È anche il luogo di massimo sviluppo della ricerca scientifica, grazie alla disponibilità di risorse straordinarie e alla forzata cancellazione di vincoli e procedure.
Sul campo di battaglia si confrontano le capacità globali dei contendenti, intesi come sistemi sociopolitici, produttivi e diplomatici. Nell’ordine: il morale e la volontà dei combattenti, l’adesione alle motivazioni, il senso di appartenenza e il consenso sociale derivano direttamente dalla situazione sociopolitica; la disponibilità di mezzi materiali, sia quantitativa sia qualitativa, dipende dalla struttura produttiva (ivi comprendendo la ricerca scientifica e tecnologica); il quadro strategico globale, con il mantenimento o la perdita di asset commerciali, economici, relazionali e reputazionali, dipende dalla situazione diplomatica.
Durante i primi tre anni di guerra in Ucraina la battaglia sul campo ha completamente cambiato le regole dello scontro bellico, introducendo via via nuove armi e sviluppando conseguentemente le modifiche necessarie alle modalità di combattimento. Iniziata con strumenti e dottrine trasferite quasi integralmente dal secolo scorso, oggi la guerra in Ucraina rappresenta una realtà profondamente diversa.
Talmente diversa, a nostro parere, da imporre non soltanto un ripensamento delle tattiche e delle strategie militari, ma anche la presa d’atto di cambiamenti geopolitici globali.
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Le 10 notizie più importanti (e verificate) contenute negli Epstein Files
di Enrica Perucchietti
Gli Epstein Files non sono una semplice raccolta di atti giudiziari su abusi sessuali e tratta di minori, ma un archivio che attraversa una ragnatela complessa di relazioni tra finanza, politica, e intelligence. Milioni di documenti restituiscono il profilo di Jeffrey Epstein non come figura isolata, ma come facilitatore e nodo di connessione di un ecosistema di potere globale. Per oltre trent’anni, questa rete ha operato grazie a protezioni giudiziarie, omissioni investigative e silenzi istituzionali. Le desecretazioni del 2025 e, soprattutto, il rilascio del 30 gennaio 2026 hanno prodotto effetti concreti, travolgendo figure ritenute intoccabili e mostrando come il sistema sacrifichi alcune pedine per preservare la propria struttura. Molto è stato detto, scritto e speculato sul materiale emerso: quelle che seguono sono le dieci notizie più rilevanti e verificate, che emergono dal corpus documentale e che si trovano ampiamente analizzate in Epstein Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite occidentali.
1. La presenza di contenuti violenti
Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha ammesso ufficialmente di aver escluso dai documenti pubblicati immagini e video che mostrano morte, violenze, abusi sessuali sui bambini e pornografia. Nella stessa occasione ha riconosciuto di detenere ancora oltre due milioni di file “in fase di revisione”.
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Il Giornale Unico della Propaganda: l’Ucraina ha vinto, l’Europa trionfa!
Dossier Ucraina
di Alessio Mannino
Giù all’inferno, il povero Joseph Goebbels si starà mettendo le mani nei capelli. Gli attuali epigoni devono aver preso un po’ troppo alla lettera la famosa sua prima lezione del buon propagandista: ripetere la menzogna all’infinito finché non sia creduta vera. A scorrere le testate del giornale unico atlantista, sembra infatti che il quarto anniversario dell’attacco russo all’Ucraina corrisponda alla celebrazione dell’invincibile potenza dell’Europa e del suo beniamino Zelensky. Va’ a spiegare, alle testate subatomiche, che il gerarca nazista aveva però l’intelligenza di capire che le balle trovano prima o poi un limite nella verità fattuale (tanto che, ricordiamolo per inciso, dopo la sconfitta di Stalingrado all’inizio del 1943, corse a ideare una nuova parola d’ordine, la “guerra totale”, proprio perché non poteva negare l’evidenza). I mini-Goebbels da imitazione continuano invece imperterriti, nell’officiare la loro mansione di ribaltare la realtà come niente fosse. Se il maestro era un personaggio tragico, i maestrini di oggi sono solo comici.
Tre esempi basteranno. Corriere della Sera, intervista a tutta pagina ad Anne Applebaum, prezzemolina dell’immarcescibile pensiero neocon americano e, incidentalmente, moglie di Radosław Sikorski, ministro degli esteri polacco. Proclama la premio Pulitzer (sui premi intrisi di lobbismo e ideologia, vedi il Nobel alla Machado, bisognerebbe aprire un discorso a parte): «L’Ucraina è un Paese che non sono riusciti a sconfiggere dopo 4 anni. E questa è una lezione per chiunque creda che un Paese più grande vinca automaticamente».
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E’ tempo di liberarci dei liberatori
di Gianandrea Gaiani
L’attacco all’Iran mentre erano in corso trattative e che mette nel mirino le figure chiave del governo iraniano, non contiene particolari novità rispetto a quanto già sapevamo dell’approccio di Stati Uniti e Israele nei confronti di Teheran.
Non deve stupire che Stati Uniti e Israele decidano arbitrariamente di usare la forza contro chiunque considerino loro nemico in tutto il mondo e lo fanno mentendo circa il programma nucleare iraniano che nessuno considerava prossimo allo sviluppo di armi atomiche.
In fondo l’hanno sempre fatto con attacchi incursioni mirate, attacchi “preventivi” e persino rapimenti di capi di stato come nel caso venezuelano; azioni che se venissero compiute da altri non esiteremmo a definire terroristiche.
Lo fanno destabilizzando intere aree del mondo, di solito quelle ad alto valore energetico, senza avvisare preventivamente gli alleati né consultarsi con loro. Il vicepremier italiano Matteo Salvini ha rivelato ieri che il governo italiano è stato informato dell’avvio delle operazioni militari dopo che queste erano cominciate. Quando Roma lo aveva già saputo dalle breaking-news televisive e dalle agenzie di stampa.
La vicenda del ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a quanto pare con la famiglia a Dubai, su cui molti hanno ironizzato, dimostra in realtà che il Pentagono non ha informato i colleghi della NATO dell’imminente attacco a ulteriore conferma che Stati Uniti e Israele applicano da sempre un principio di superiorità sul resto del mondo basato sulla loro “eccezionalità”. Di fatto “io sono io e voi non siete un c….” per dirla con la Marchese del Grillo.
Nulla di sorprendente se si considera l’arroganza che riserva agli europei l’Amministrazione Trump e soprattutto che i nostri “alleati” d’oltreoceano, ben prima di Donald Trump, si comportano da molti anni da nostri acerrimi nemici.
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Martedi in piazza, contro l’aggressione all’Iran e per dire NO ai servili complici italiani dell’aggressore
di Sergio Cararo
Martedi saremo in piazza, contro l’aggressione all’Iran ma anche per dire NO ai servili complici italiani dell’aggressore.
Ci sono le grandi potenze che scatenano i loro arsenali militari contro paesi più deboli e popoli spesso indifesi. E poi ci sono i loro servi all’interno dei singoli paesi alleati che plaudono a ogni bomba, omicidio o sequestro che legittima la supremazia militare e la guerra come cardine dell’ordine internazionale fondato però solo sulle “loro” regole.
Quanto stiamo vedendo sull’Iran ripropone questo copione, spesso con gli stessi personaggi e le stesse ambiguità di sempre.
Da sabato mattina le forze armate degli Stati Uniti e di Israele hanno proceduto ad una aggressione militare unilaterale contro l’Iran.
I pretesti utilizzati per questa aggressione somigliano molto a quelli già usati contro nel recente passato contro l’Iraq (le inesistenti armi di distruzione di massa) o contro la Libia e la Jugoslavia (protezione umanitaria dei civili).
L’ordine di scuderia partito da Washington e Tel Aviv è quello di definire come “attacco preventivo” quella che invece è una chiara – e illegale – aggressione militare da questi due decisa unilateralmente, tra l’altro mentre erano ancora in corso dei negoziati mediati dall’Oman.
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Andare in guerra, di nuovo, per Israele
di Chris Hedges*
Ancora una volta, l'America scenderà in guerra per Israele. Ancora una volta, molti moriranno per lo Stato sionista, compresi i militari americani. Ancora una volta, inciamperemo ciecamente in un fiasco militare. Ancora una volta, obbediremo agli ordini di una potenza straniera i cui interessi non sono i nostri, ma i cui lobbisti hanno comprato la nostra classe politica, incluso Donald Trump. Ancora una volta, violeremo la Carta delle Nazioni Unite attaccando un Paese che non rappresenta una minaccia imminente.
Questa non è la nostra guerra. Fa parte della folle visione israeliana di un Grande Israele, di un dominio sul Medio Oriente. Ma Israele ha bisogno del nostro esercito, dei soldi dei nostri contribuenti, delle nostre armi per riuscirci. E noi gli abbiamo consegnato le chiavi del nostro formidabile arsenale.
Gli artefici della guerra con l'Iran, che l'amministrazione non sente il bisogno di giustificare all'opinione pubblica americana o alla comunità internazionale, ammettono che non sarà rapida.
Il senatore Tom Cotton, presidente della Commissione Intelligence del Senato, ha dichiarato sabato alla CBS News che l'obiettivo non è solo quello di frenare il programma nucleare iraniano, ma anche di "smantellare la loro rete di supporto al terrorismo".
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Perché l'Iran
di Nicola Casale
Lo scritto che presentiamo è la relazione svolta da Nicola Casale (uno dei pochissimi militanti di orientamento marxista degni di questo nome in circolazione in Italia. Le dita di una mano bastano e avanzano per contarli. Parere personale) in un dibattito che si è tenuto a Mestre sabato 21 febbraio sull’“amletico” tema: “Iran: sollevazione popolare spontanea o tentativo occidentale di instaurare un governo amico?”.
La semplice, chiara e tagliente relazione di Nicola scioglie ogni amletico dubbio. Non si tratta, a nostro parere, di “libero confronto di diverse opinioni” ma di schieramento di forze lungo opposte linee di tensione fisiche/materiali e ideali/spirituali. Il carattere della lotta è esistenziale, per la vita o per la morte, non solo per la Repubblica Islamica iraniana. Questa Lotta Suprema drammaticamente in atto in Iran, in Palestina, in tutta l’Asia occidentale è infatti parte di una lotta generale che coinvolge il mondo intero ed il suo tema di fondo è stato molto ben centrato in un intervento che abbiamo recentemente presentato al “pubblico” italiano: “E’ necessario comprendere che la scelta che abbiamo davanti non è tra diversi tipi di capitalismo, ma tra il capitalismo e la sopravvivenza umana. I bambini che piangono nelle prigioni di Epstein e i bambini che muoiono a Gaza gridano la stessa voce, chiedendoci di scegliere tra preservare un sistema che premia i mostri e costruire un mondo in cui la dignità umana diventi il fondamento dell’organizzazione economica e politica…” (1)
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Ucciso Khamenei, la guerra va avanti
di Redazione Contropiano
Mentre si spara è sempre difficile tenere insieme la cronaca e la riflessione (almeno) di medio periodo. Ma è obbligatorio provarci perché bisogna agire/reagire agli eventi mentre accadono. A spiegare cos’è successo – dopo – sono buoni tutti e serve solo come pro memoria per la prossima crisi.
E’ indubbio che la prima notizia sia quella della morte dell’ayatollah Khamenei, 87 anni (era nato il 16 aprile del ‘39, ma i media occidentali ormai scrivono i notiziari con il copia-e-incolla, per cui se dal Pentagono o dall’Idf arriva il messaggio con su “86” anni neanche si azzardano a fare i conti; figuriamoci come controllano il resto…). Era l’erede di Khomeini e della “rivoluzione” del 1979, che mise fine al regime coloniale dello shah Pahlevi.
Il colpo è sicuramente grosso sul piano simbolico, ma è difficile credere che a quell’età un qualsiasi leader non vincolato all’esito delle prossime elezioni non abbia preparato l’inevitabile “ricambio”. Già tutte le responsabilità propriamente militari, per esempio, erano state affidate ai vertici dell’esercito e delle Guardie della Rivoluzione (più noti come “pasdaran”).
La stessa Cia, in un report analitico consegnato a Trump, ritiene che l’uccisione di Khameni non porterà ad un “ammordimento” delle posizioni iraniane, né ad una divisione interna debilitante. Anzi, dovrebbe far emergere “figure ancora più radicali”.
L’omicidio è stato rivendicato direttamente da Netanyahu, chiarendo che la “divisione dei compiti” in questa guerra affida agli Usa l’attacco alle strutture militari, missilistiche e ai laboratori nucleari, mentre lascia a Israele il preferito ruolo di killer dei vertici politici e militari.
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Un’aggressione banditesca in perfetto stile occidentale
di Norberto Fragiacomo
Il distruttivo attacco aereo condotto contro l’Iran alle prime luci dell’alba di stamattina da Israele e USA rientra pienamente nel modus operandi di questi due stati canaglia: è stato proditorio (visto che erano ancora in corso i negoziati con Teheran, destinataria peraltro di un irricevibile diktat), terroristico poiché mirante in primo luogo all’assassinio di leader civili e militari all’interno di una città densamente abitata, accompagnato e seguito da excusationes non petitae che rivelano soltanto l’arroganza e il suprematismo razzista di cui sono imbevuti i suoi autori.
Neppure meraviglia il fatto che le nostre veline di regime, quelle che spudoratamente si autodefiniscono media indipendenti, parteggino senza nasconderlo per gli aggressori “preventivi”: questo atteggiamento ormai consolidato dice tutto sullo stato della democrazia in Italia e in quell’Europa che qualche farabutto descrive come “un giardino in mezzo alla giungla” ripescando dalla sentina della Storia le gerarchie razziali tanto care ad Adolf Hitler. I prezzolati, d’altra parte, fanno il loro mestiere, che consiste nel “nobilitare” le mosse dei committenti e nel disinformare l’opinione pubblica ubriacandola di propaganda: anche sotto questo profilo nihil sub sole novi.
Però il regime degli ayatollah si meritava questo trattamento, opinerà convinto il benpensante di turno, dal momento che opprime i suoi cittadini e ne mena strage.
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L'attacco all'Iran
di Piccole Note
Alla fine hanno prevalso i falchi e Trump ha ceduto di schianto o forse ha ceduto prima e solo finto indecisione. Non è importante ora. L’Iran è sotto attacco. E ciò nonostante il fatto che i negoziati di Ginevra si fossero conclusi con l’intesa di un nuovo incontro a Vienna per finalizzare un accordo.
La dichiarazione di guerra di Trump, un profluvio di falsità, è quanto di peggio poteva tirar fuori dal suo repertorio: sostanzialmente l’obiettivo fissato dalla campagna è annientare l’intero apparato bellico iraniano e imporre un nuovo regime, nulla di meno.
Stanotte sembra finita la parabola del Trump isolazionista, fautore del ritiro dell’Impero dal mondo per rilanciare l’America come prima potenza globale tramite un arrocco continentale. La dichiarazione di guerra riecheggia fedelmente le tante del passato. Un passato che sembra ripetersi sempre uguale a se stesso.
C’è però in questa aggressione una vena psicopatica che le guerre del passato non avevano. Il genocidio dei palestinesi, infatti, ha inserito una variabile nuova nelle guerre imperialiste, una variabile impazzita che rende questa aggressione più folle e pericolosa di altre, per il Paese aggredito, per la regione, per il mondo.
Se in precedenza i neocon avevano eliminato i limiti dall’orizzonte temporale delle guerre, da cui le guerre infinite, il genocidio dei palestinesi ha spazzati via tutti gli altri. Nessun limite dettato dal diritto internazionale, nessun limite morale o discendente dalla più banale umanità.
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Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono
di Alessandro Volpi
Ci risiamo. Come nel caso dell'Iraq dove l'attacco fu motivato dal riarmo di Saddam Hussein, anche nel caso dell'Iran, le motivazioni di Trump sono legate al "pericolo" nucleare degli ayatollah.
I media italiani sono solerti nel credere a questa lettura, aggiungendovi le notazioni relative alla "lotta di liberazione" dei giovani iraniani. Mi sembra che le cose siano assai diverse e provo a mettere in fila alcune riflessioni
1) Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare compratori del debito hanno la necessità di obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni Usa in tal senso.
Nel 2025, i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la priva volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default. In tale ottica l'attacco all'Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva.
2) Trump ha deciso di puntare sui combustibili fossili per rilanciare la propria affannata economia. In questo senso, gli Stati Uniti devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso, a Suez e allo Stretto di Hormuz.
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Assalto alla Repubblica Islamica: benvenuti nella prima guerra esistenziale
di Alex Marsaglia
Dopo settimane di preparativi, in cui gli Stati Uniti hanno dislocato gran parte del loro potenziale offensivo in tutto il Medio Oriente, schierando persino due delle portaerei di classe Nimitz (a propulsione nucleare) rispettivamente nel Mar Arabico la Lincoln e davanti alle coste occupate da Israele la Ford, è iniziato l’attacco alla Repubblica Islamica dell’Iran.
I neocon Rubio, Hegseth, Ted Cruz, Lindsay Graham che hanno preso il potere nell’amministrazione Trump lo avevano promesso, delineando una strategia di attacco su tutti i fronti agli Stati sovrani che hanno sempre identificato come Asse del Male. Dopo poco più di un mese e mezzo dall’attacco al Venezuela è stato così il turno dell’Iran.
Nelle prime ore del 28 Febbraio un attacco congiunto delle forze israeliane e americane ha mirato a una serie di obiettivi politici, militari, energetici e civili in tutta la Repubblica. L’obiettivo è stato decapitare i vertici: la Guida Suprema Ali Khamenei, il Presidente Pezeshkian, i principali comandi militari, nonché politici di spicco come Mahmud Ahmadinejad che evidentemente continuano a far sudare freddo gli yankee rendendo insonni le loro notti. Il Presidente statunitense ha accompagnato la seconda offensiva imperialista nel giro di pochi mesi con una insolita vera e propria chiamata al sacrificio del popolo americano: “le vite di coraggiosi eroi americani potrebbero essere perse e potremmo avere delle vittime”, intimando con il solito fare da gangster al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica di “deporre le armi e arrendersi” e infine chiamando al regime change i ribelli fomentati in questi mesi con un “acquistate il controllo del vostro proprio destino”.
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Aggressione all'Iran di Usa e Israele. La prima reazione ufficiale della Cina
di Redazione
Pechino chiede la fine immediata delle ostilità e il ritorno al dialogo, sottolineando che "la sovranità nazionale, la sicurezza e l'integrità territoriale dell'Iran devono essere rispettate".
Il Ministero degli Affari Esteri cinese ha espresso oggi la sua profonda preoccupazione per gli attacchi militari condotti da Stati Uniti e Israele contro l'Iran.
In una nota ufficiale, il portavoce del Ministero ha dichiarato che "la Cina è molto preoccupata per l'attacco militare di Stati Uniti e Israele contro l'Iran", ribadendo un principio cardine della politica estera cinese: "la sovranità nazionale, la sicurezza e l'integrità territoriale dell'Iran devono essere rispettate".
Un appello alla de-escalation e al dialogo
Nel suo comunicato, Pechino ha lanciato un appello alla comunità internazionale, chiedendo "la cessazione immediata delle azioni militari" per "evitare un ulteriore inasprimento delle tensioni". Il portavoce ha inoltre sottolineato l'urgenza di "riprendere il dialogo e i negoziati" come unica via per "mantenere la pace e la stabilità in Medio Oriente".
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Aggressione all'Iran. "Se non ci mobilitiamo, le prossime vittime saremo noi e i nostri figli"
di Elena Basile
Rilanciamo e facciamo nostre le parole dell'Ambasciatrice Elena Basile pubblicate sui suoi social alla luce dell'ennesimo crimine di Usa e Israele. Questa volta contro il popolo iraniano e le sue autorità.
* * * *
Sono vicina agli amici e al popolo iraniano per questa aggressione fascista che stanno subendo. Il terrorismo di stato israelo-americano va condannato.
La retorica del liberal order, assecondata anche in questo tragico momento da Carl Bildt – liberale ed emblema dei progressisti, dai socialisti europei, dalle destre trumpiane – per la quale anche se si tratta di una violazione del diritto internazionale, essa è rivolta contro un "regime indifendibile", deve essere non tollerata, attaccata, smentita.
Difendiamo il diritto, la diplomazia, la prevenzione dei conflitti.
La demonizzazione della Russia, della Cina, dell'Iran, oppure del Venezuela e di Cuba è l'ennesima manipolazione del nuovo fascismo al potere.
Le vittime sono silenziate ovunque: a Gaza, in Cisgiordania, in Iran, a Cuba. Una ristretta élite agisce al di fuori del diritto ed è intoccabile.
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Giorgio Cremaschi: Alla larga dai No Pax!
Lavinia Marchetti: Il giornalista perfetto per un mondo impresentabile: Enrico Mentana e il consenso
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto








































