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Il mito dei mercati
di Giandomenico Scarpelli
Naomi Oreskes ed Erik M. Conway, docenti di Storia della Scienza rispettivamente alla Harvard University ed alla Purdue University (West Lafayette, Indiana), sono diventati piuttosto celebri per un volume pubblicato nel 2010, Merchants of Doubt (edizione italiana: Mercanti di dubbi - Come un manipolo di scienziati ha nascosto la verità, dal fumo al riscaldamento globale, Edizioni Ambiente, 2019 – 2025). In quel libro i due studiosi documentarono come alcuni scienziati – non molti, ma di alto livello – negarono o minimizzarono per decenni il cambiamento climatico indotto dalle attività umane. La riconosciuta competenza di quegli scienziati consentì ai portatori di interessi (esponenti di grandi aziende, uomini politici) di instillare dubbi nell’opinione pubblica sulla reale gravità del problema, contestando conoscenze scientifiche consolidate. Quando Merchants of Doubt venne pubblicato, infatti, la stragrande maggioranza degli esperti era già giunta da tempo a un ampio consenso sul fatto che le emissioni di gas-serra stavano provocando gravi alterazioni del clima.
Oreskes e Conway inoltre illustrarono come altri scienziati negarono o minimizzarono i rischi per la salute derivanti del consumo di sigarette, nonché l’esistenza e gli effetti delle piogge acide, del buco dell'ozono e dell’inquinamento da DDT.
Il successo di Merchants of Doubt fu tale che nel 2014 ne venne tratto un film documentario diretto da Robert Kenner.
Nel 2023 Naomi Oreskes ed Eric Conway hanno pubblicato un altro libro che fornisce molti spunti di riflessione sulla genesi di idee molto diffuse e radicate negli Stati Uniti. Come essi stessi hanno scritto, questo nuovo libro “non è il seguito di Merchants of Doubt, ma potrebbe esserne il prequel” (p. 588). Il libro s’intitola The Big Myth: How American Business Taught Us to Loathe Government and Love the Free Market. Anche questo libro è uscito in Italia a cura di Edizioni Ambiente, con la traduzione di Marco Moro (che ha inserito nel testo brevi ed utili note esplicative) ed il titolo Il grande mito - Come il business ha creato la leggenda del libero mercato e ci ha insegnato a odiare il governo. Il volume è corredato da una Prefazione di Massimo Polidoro (docente universitario, divulgatore televisivo e segretario del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze - CICAP) e da un breve saggio di Gianfranco Bologna (Presidente onorario della Comunità scientifica del WWF Italia).
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Guerrafondai Illusionisti
di Gaetano Colonna
Proporre all’umanità obiettivi fumosi è sempre stata una maniera per creare illusioni a beneficio solo delle forze che hanno invece chiarissimi obiettivi di potere e ben definite strategie da perseguire: basti pensare a quello che avvenne in Europa dopo la Prima Guerra mondiale, “la guerra che doveva porre fine alle guerre”, con i Quattordici Punti del presidente Usa, Woodrow Wilson.
La nostra epoca, invece di illusioni, richiede un livello sempre più elevato di coscienza. Dobbiamo quindi attivare la massima possibile consapevolezza in tutto quello che ascoltiamo, vediamo, leggiamo, dato che tutto questo influisce sui nostri pensieri, sui nostri proponimenti e sulle nostre azioni.
Una delle grandi menzognere illusioni propinate ai popoli, sta proprio nei programmi delle Nazioni Unite. Come tutti sanno, esse sono nate alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1945), esattamente come la Società delle Nazioni alla fine della Prima, nell’intento proclamato di creare una struttura sovra-nazionale capace di risolvere i contenziosi nelle relazioni tra gli Stati con metodi il più possibile lontani dalla guerra.
Fallimento dell’ONU
Il bilancio oggi dell’azione dell’ONU da questo punto di vista, cioè proprio dal punto di vista della pace nel mondo, è ampiamente fallimentare. Noi abbiamo infatti assistito da decenni a quelle che qualche studioso ha definito «guerre in serie»: il caso del Medio Oriente, di cui mi sono occupato[1], è un caso tipico. A partire dalla guerra arabo-israeliana del 1948, siamo arrivati a qualcosa come la quinta o la sesta guerra in serie: senza che mai le Nazioni Unite abbiano raggiunto in quell’area l’obiettivo che oggi viene proposto dall’Agenda 2030: vale a dire pace, giustizia, stabilità delle istituzioni.
Ma c’è un fallimento nel fallimento, perché dal 1994, cioè precisamente dal 28 febbraio di quell’anno, l’ONU di fatto ha ceduto alla Nato, cioè a dire all’organizzazione militare internazionale del Trattato dell’Atlantico del Nord, il ruolo di “risolvere” i conflitti: in questo caso, si noti, con un intervento militare nel nostro continente.
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Una voce
Rubrica di Giorgio Agamben
L’infanzia di Adamo
Non si comprende la concezione che la nostra cultura si fa dell’essere umano se non si ricorda che alla sua base sta un uomo senza infanzia: Adamo. Secondo la narrazione della Genesi, l’uomo che il Signore crea e pone nel giardino di Eden è un adulto, a cui Egli parla e dà dei comandi e per il quale crea una compagna perché non sia solo. E soltanto un adulto, e non certo un in-fante, poteva dare un nome a tutti gli animali del giardino.
Non stupisce che un essere senza infanzia non possa rimanere innocente e sia fatalmente destinato alla colpa e al peccato. Forse il pessimismo che condanna l’Occidente cristiano a rimandare sempre al futuro felicità e compimento proviene da questa singolare carenza, che fa di Adamo un essere costitutivamente privo d’infanzia. Ed è forse per questa mancanza più originale di ogni peccato che, da una parte, l’infanzia è per ciascuno di noi il luogo della nostalgia dell’impossibile felicità e, dall’altra, nell’organizzazione sociale, una condizione difettiva, che bisogna ad ogni costo disciplinare e ammaestrare. E se la psicanalisi vede nel bambino il soggetto nascosto di ogni nevrosi, ciò è forse proprio perché da qualche parte agisce in noi il paradigma adamitico di un uomo senza infanzia.
Ciò significa che la guarigione della malattia dell’Occidente – cioè di una cultura adulta che, reprimendo l’infanzia, finisce per condannarsi alla puerilità – sarà possibile solo se saremo capaci di restituire a Adamo la sua infanzia.
[13 aprile 2026]
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Il filo rosso che lega genocidio e riarmo
di Roberto Iannuzzi
Che si tratti del genocidio di Gaza o del riarmo della NATO contro la Russia, il trionfo della logica del profitto può avere pessime conseguenze sul futuro dei cittadini europei
Due eventi apparentemente slegati fra loro hanno caratterizzato i giorni scorsi.
Il 3 luglio ha segnato 1000 giorni di crisi a Gaza, all’insegna di quello che numerose organizzazioni internazionali hanno definito un genocidio, tuttora in corso alla luce delle catastrofiche condizioni in cui versa la Striscia e del cessate il fuoco continuamente violato da Israele.
Pochi giorni dopo, il 7 e l’8 luglio, si è svolto il vertice della NATO ad Ankara, incentrato sulla presunta urgenza del riarmo europeo in base a previsioni allarmistiche, quanto non corroborate, secondo cui la Russia potrebbe attaccare l’Europa entro qualche anno. Intanto i livelli della spesa militare nel vecchio continente non sono mai cresciuti così rapidamente dal 1953.
Il filo rosso che lega questi due eventi è la crisi di civiltà che affligge l’Europa, dominata da ipocrisia ed esaltazione del profitto. Una crisi che, incoraggiando la “normalizzazione” di eventi come un genocidio o un dispendioso quanto inefficace riarmo, può avere pessime conseguenze sul futuro dei cittadini del vecchio continente.
Nei giorni scorsi un nuovo rapporto dell’ONU, perlopiù trascurato dai media di grandi diffusione, ha concluso che “il tasso impressionante di vittime e feriti tra i bambini a Gaza non ha eguali in nessun altro conflitto moderno a livello mondiale”.
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Trump, e l’ora delle “decisioni revocabili”
di Francesco Piccioni
Una notte di calma dopo due giorni di attacchi permette di inquadrare meglio la situazione in Medio Oriente, al di là delle dichiarazioni di circostanza.
Di certo c’è che Israele ha colto l’occasione, dopo una confermata telefonata tra Trump e Netanyahu, per riprendere in grande stile l’offensiva in Cisgiordania – là dove Hamas non esiste neanche come scusa – per allargare al massimo le sue “conquiste coloniali” in direzione della “grande Israele”.
Tel Aviv ha una strategia, semplice e genocida. Washington no. L’intero mondo politico israeliano, tranne lodevolissime eccezioni numericamente ininfluenti, vuole lo sterminio dei palestinesi e la cacciata degli eventuali sopravvissuti. Per raggiungere l’obbiettivo, chiaramente in violazione di qualsiasi diritto internazionale, è indispensabile poter utilizzare la forza statunitense – economica, diplomatica e militare – in modo da neutralizzare al massimo gli effetti di un sempre più evidente isolamento internazionale.
Soltanto il servilismo dei paesi europei e la storica vigliaccheria dei paesi arabi del Golfo – ricchi da far schifo, ma con una popolazione ridotta all’osso che non ha alcuna ansia di mettersi l’elmetto, qualunque sia la causa – sta limitando questi effetti, grazie a un rapporto con gli Usa fin qui subordinatissimo.
L’amministrazione Trump, così come quella di Biden, si è resa disponibile a concorrere a quella strategia pur avendo assai poco da guadagnare, se si fosse mossa in base ad un calcolo realistico di costi e benefici.
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Come sfuggire alla trappola di Tucidide: perché per decifrare il tramonto dell’Occidente dobbiamo rileggere Gramsci
di Michele Prospero
Washington fuori di testa, Londra acefala: il disordine regna sovrano. Per orientarsi nel caos odierno è utile ricorrere alla vecchia officina gramsciana. La sua analisi di come, senza armi, l’Inghilterra consegnò la leadership agli Stati Uniti
Con Washington fuori di testa, e Londra acefala, il disordine regna sovrano. Per decifrare il tramonto dell’Occidente torna in voga anche Spengler. Ma, ai fini di una precisa comprensione del caos odierno, pare più fornita la vecchia officina gramsciana. Attraverso una ricognizione storico-critica, il pensatore sardo indaga le “fratture” che hanno eroso “l’egemonia politica dell’Europa” consolidatasi nel secolo compreso tra il Congresso di Vienna e la Grande guerra del 1914-18. La trincea ha infranto un quadro globale nel segno “dell’imperialismo britannico”. Prima del conflitto spiccava infatti “la funzione mondiale di Londra: un aspetto, tecnico, dell’egemonia economica anglosassone e della sterlina nel mondo: tentativi di New York e di Parigi per soppiantare Londra”.
Con la inimicizia bellica irrompono, per Gramsci, nuove costellazioni economico-militari. “Il costo colossale della guerra, i profondi turbamenti della produzione europea (la rivoluzione russa), hanno fatto degli Stati Uniti gli arbitri della finanza mondiale. Quindi la loro affermazione politica”. Gli attori tradizionali perdono quota e il vento americano si abbatte in maniera inesorabile sull’Europa “troppo antiquata”.
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Questo mondo non ci renderà liberi
di Matteo Coco
«Il nemico dei beni comuni è sempre la micidiale tenaglia dello Stato e della corporation», così Ugo Mattei disegnava, nel suo Beni comuni del 2011, l’unione degli interessi del potere statale con quelli delle corporation. Lo Stato usa le proprie leggi per denazionalizzare invece di difendere l’uso comune delle risorse (come nel caso della svendita del patrimonio immobiliare collettivo) ponendo fine all’illusione che ha contraddistinto tutto il Welfare State del Novecento. I governi neoliberali ad un certo punto, spinti dal debito pubblico, hanno venduto i beni comuni, trasferendo enormi ricchezze collettive nelle mani del capitale privato. La comunità non ha potuto reagire perché giuridicamente non aveva alcun titolo su di essi.
Mattei, già da molti anni in prima linea nella denuncia delle dinamiche dei poteri globali, critica pesantemente le decisioni politiche prese dalle ultime compagini governative (ad esempio la pessima gestione pandemica) e a partire da Beni comuni ha intrapreso un percorso giunto al suo pieno sviluppo con il saggio oggetto di questa recensione, La fine del diritto, uscito per Feltrinelli nel 2025, che tenta di rispondere alla domanda fondamentale: “che cosa è rimasto del diritto?”. Questo titolo non sorprenderà coloro che si sono accorti della deriva tecnosociale della società occidentale, in sintonia del resto con il sottotitolo La grande sostituzione tecnologica nell’era nuova.
“Fine” e “sostituzione”, descrivono perfettamente il taglio netto che vi è tra il diritto Statualista e l’illusione della Rule of law celebrata per decenni dall’Occidente.
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USA e UE alla canna del gas
di Giorgio Gattei
Sintesi per Compagni curiosi dell’intervento al Forum della Rete dei Comunisti «Imperialismo: da liberista a predatorio?» (Roma, 09/05/2026)
1. Questa volta parlerò dell’imperialismo, che è la teoria marxista dei rapporti economici internazionali che sono caratterizzati dall’asimmetria tra un Centro dominante e una Periferia subalterna, alla faccia di tutti coloro che «non possono capire come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, dato che non vogliono nemmeno capire come, all’interno di un paese, una classe, possa arricchirsi a spese di un’altra» (scritto da Marx allo stesso tempo del Manifesto del Partito Comunista).
Tuttavia, nella invarianza del contenuto fondamentale, l’imperialismo nel tempo ha mutato la propria forma storica, avendo già percorso la prima fase del colonialismo, che è stato l’imperialismo del tempo di Marx che gli storici economici hanno poi chiamato «l’imperialismo del libero scambio», con il centro che esportava manufatti industriali verso una periferia da cui riceveva materie prime agricole secondo un rapporto di «scambio ineguale» per cui «il paese maggiormente favorito riceve un quantitativo di lavoro superiore a quello che offre in cambio» così che «il paese più ricco finisce per sfruttare quello più povero». È poi seguito, alla svolta del XX secolo, «l’imperialismo dei monopoli» divulgato da Lenin nel celebre testo del 1917 L’imperialismo fase ultima [ma non l’ultima!] del capitalismo nel quale «è diventata caratteristica l’esportazione di capitali» dal centro verso la periferia subalterna per ricavarne profitti e dividendi, così che Nikolaj Bucharin ha potuto parlare al proposito di un «capitalismo esportatore» e Rudolf Hilferding aggiungere che, così facendo, l’imperialismo si rendeva «esportatore non più di merci, ma della stessa produzione di merci» diffondendo il modo capitalistico di produzione dappertutto nel mondo.
Eppure tutta questa potrebbe essere storia passata, dato che se finora sono stati quelli i due imperialismi che ci vengono comunemente raccontati, non essendo ancora giunto a consapevolezza collettiva il fatto che col XXI secolo siamo entrati in una terza fase imperialistica che è il nostro imperialismo e che si caratterizza per essere un imperialismo del debito, dato che il centro non esporta più merci (come al tempo di Marx) ma non esporta nemmeno capitali (come al tempo di Lenin), essendo diventato sia importatore di merci che di capitali che riceve dalla periferia, che resta ciò nonostante subalterna, il che sarà ovviamente da spiegare: com’è possibile che chi esporta merci ed esporta capitali resta subalterno?
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La trappola di Gaza e il disperato tentativo di Israele di non perdere la Casa Bianca
di Redazione
Secondo un'analisi di David Hearst su Middle East Eye non c'è furia peggiore di quella di un Israele disprezzato.
Non esiste risentimento più cieco e rabbioso di quello che Israele riserva ai partner geopolitici che osano contraddirlo. L'ultimo cortocircuito ne è la prova plastica: nel giro di poche settimane – un battito di ciglia nella cronologia macroscopica del conflitto mediorientale – il presidente degli stati uniti Donald Trump è passato dall'essere un'icona intoccabile, così popolare a Tel Aviv da potersi vantare di essere eletto primo ministro, a una figura speculare e opposta. Oggi, per ampi settori dell'opinione pubblica e della politica israeliana, Trump è un uomo isolato, detestato, quasi un moderno amalek biblico da cancellare dalla memoria.
I commentatori filogovernativi non hanno risparmiato critiche.
Per darvi solo un assaggio dell'astio rivolto personalmente a Trump, Yinon Magal, conduttore di un programma in prima serata sul canale 14, ha definito il presidente degli stati uniti "un perdente" e ha etichettato suo genero Jared Kushner e Steve Witkoff come "piccoli ebrei".
Yaakov Bardugo, commentatore politico israeliano, ha affermato che Trump e il suo vicepresidente, JD Vance, stavano diventando i moderni Chamberlain, il primo ministro britannico associato alla politica di appeasement nei confronti di Hitler nel 1938.
Amit Segal, analista politico capo di Channel 12 e di Israel Hayom – testata di proprietà della miliardaria Miriam Adelson –, ha affermato che Trump si è arreso completamente permettendo all'iran di arricchire l'uranio.
Shimon Riklin, conduttore del canale televisivo israeliano di destra canale 14, ha pubblicato su x un articolo in cui affermava che gli stati uniti erano più deboli che mai e che nessuno avrebbe voluto esserne alleato.
Questi commentatori sono vicini al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Alcuni sono considerati i suoi portavoce. E insieme hanno eseguito una manovra di frenata improvvisa da manuale.
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Come l’IA sta rimodellando la scoperta in matematica e fisica
di Mikhail Burtsev - Yang-Hui He - Evgeny Sobko - Thore Graepel - Ananyo Bhattacharya*
L’intelligenza artificiale non sta sostituendo l’intuizione umana in questi campi, ma sta reimmaginando il modo in cui le domande vengono poste, esplorate e comprese.
Tra matematici e fisici teorici, l’intelligenza artificiale suscita una serie di reazioni. Alcuni la considerano irrilevante per il proprio lavoro; altri temono che possa invadere gli aspetti più creativi e intellettualmente gratificanti delle loro discipline. Tuttavia, la verità che sta emergendo, dal lavoro che il nostro team sta svolgendo al London Institute for Mathematical Sciences e altrove, è più sottile.
Piuttosto che sostituire la creatività umana nelle scienze matematiche, l’IA la sta potenziando. Il software ora può verificare le dimostrazioni riga per riga e individuare errori che un tempo avrebbero richiesto mesi di attenta revisione umana.
Può cercare sistematicamente controesempi — verificando se una congettura è realmente vera o fallisce in modo inaspettato. E può proporre passaggi intermedi in un ragionamento, suggerendo utili risultati ausiliari che aiutano a colmare il divario tra ciò che è noto e ciò che deve ancora essere dimostrato.
In campo sperimentale, i prototipi di “scienziati IA” stanno iniziando ad automatizzare parti del ciclo della scoperta, ma rimangono vincolati dalle esigenze del mondo fisico: miscelare reagenti, coltivare cellule, attendere reazioni e confrontarsi con il rumore nei dati.
La matematica e la fisica teorica affrontano molti meno colli di bottiglia. Gli “esperimenti” sono economici, veloci e digitali, e i dati matematici — dai numeri primi alle proprietà di strutture astratte come le varietà — sono puliti e abbondanti¹.
Le aziende che sviluppano sistemi di IA specificamente progettati per il ragionamento matematico hanno riportato progressi costanti nell’ultimo anno. Aristotle, un sistema della società software Harmonic di Palo Alto, in California, ha contribuito a risolvere diversi problemi posti dal prolifico matematico Paul Erdős — domande facili da enunciare ma notoriamente difficili da risolvere.
Axiom Math, una start-up di Palo Alto, ha annunciato che il suo strumento IA ha trovato soluzioni a molti problemi di livello avanzato che i matematici professionisti non avevano ancora risolto.
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Il Lussemburgo fa (definitivamente) cadere la maschera sul riarmo della NATO
di Laura Ruggeri*
Al vertice NATO di Ankara, il Lussemburgo si è posizionato come uno dei più accesi sostenitori dell'accelerazione del riarmo europeo. Per un paese di appena 700.000 anime, al sicuro nell'Europa occidentale e praticamente privo di un esercito, questa posizione non è evidentemente dettata da esigenze di difesa. Il calcolo è puramente finanziario.
L'entusiastica adesione del Lussemburgo alla retorica bellica affonda le radici nel suo ruolo smisurato nella finanza globale. Nonostante le dimensioni ridotte, il Granducato è tra i principali centri finanziari del mondo. I numeri fanno girare la testa. Alla fine del 2025, gli asset in gestione nei fondi domiciliati in Lussemburgo hanno raggiunto gli 8,2 trilioni di euro. Il Granducato gestisce il 58 percento di tutti i fondi cross-border globali. È il secondo paese al mondo per fondi d'investimento, subito dopo gli Stati Uniti, e il primo in Europa. Le sue attività finanziarie estere ammontano a 13 trilioni di euro. Questo non è un paese. È una macchina per l'estrazione di valore, un'enorme pompa finanziaria che convoglia la ricchezza del mondo nelle casse dell'élite globale.
E ora quella macchina ha trovato un nuovo prodotto da vendere: la morte.
La ministra della Difesa Yuriko Backes ha lasciato cadere la maschera prima del vertice, dichiarando ai giornalisti: "Con ogni voce di spesa, dobbiamo anche considerare il ritorno economico per il Lussemburgo". La guerra è un buon affare. E il Lussemburgo intende sfruttare la sua "vocazione".
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Identità digitale obbligatoria: ecco perché la fine della privacy spingerà i ragazzi nel dark web
di Redazione
Le autorità insistono nel dire che queste misure colpiranno soltanto i social media, ma l'infrastruttura che sta prendendo forma dietro le quinte possiede in realtà un potenziale molto più esteso. È ormai solo questione di tempo prima che la scansione delle impronte digitali, della retina e del volto diventi un prerequisito obbligatorio per qualsiasi operazione, anche la più banale, compiuta online.
Una volta varcata questa soglia, come avverte Onur Orzesin nella sua analisi per The Cradle, il controllo dei precedenti personali andrà ben oltre la semplice fedina penale: il profilo digitale diventerà il vero e proprio spartiacque per la carriera professionale di chiunque. Questo nuovo paradigma permetterà agli algoritmi di intelligenza artificiale di setacciare ogni singola traccia lasciata in rete, arrivando a etichettare preventivamente gli utenti come soggetti "a rischio" o inclini a infrangere le regole.
Un simile meccanismo finirà inevitabilmente per soffocare sul nascere il dibattito pubblico. Criticare le linee politiche dello stato, denunciare un episodio di corruzione o anche solo sollevare un dubbio legittimo rimarrà impresso per sempre nel fascicolo digitale del cittadino. Di fatto, i governi non avranno nemmeno più bisogno di ricorrere a ritorsioni esplicite per mettere a tacere le voci fuori dal coro.
Nel momento in cui esprimere il proprio dissenso rischia di azzerare i traguardi professionali di una vita intera, l'autocensura smette di essere un'imposizione esterna e diventa un riflesso condizionato e spontaneo.
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Il vertice di Ankara conferma il pericoloso stato confusionale della Nato
di Alessandro Volpi*
I lavori del consesso presieduto da Erdogan sono facilmente riassumibili in pochi punti: sostegno all’Ucraina per una continuazione sine die della guerra, riaffermazione – sia pur con mille formule esoteriche – del finanziamento del riarmo, apertura di un altrettanto fantomatico “fronte Sud” voluto dalla disorientatissima Meloni, beneplacito alla folle guerra di Trump in Iran che sta prolungando la devastante chiusura di Hormuz.
In pratica la Nato, incarnata da un pazzo scatenato come Rutte, soffia costantemente sul fuoco.
Ma il fuoco può accendersi molto presto a partire dal piano economico.
Il nuovo attacco all’Iran è motivato dalla irrazionalità di Trump che spera davvero di puntare tutto sul rialzo del prezzo del petrolio e del gas: un errore madornale e costosissimo.
In queste condizioni il rialzo del prezzo del gas e del petrolio determinerà infatti un ulteriore incremento dell’inflazione negli Stati Uniti, già oltre il 4%, obbligando assai probabilmente la Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi con effetti pesantissimi per il debito federale Usa, che già paga quasi il 4,6% sul decennale, e per milioni di americani indebitati.
A questo riguardo vorrei aggiungere un interessante dato specifico. Nelle ultime aste il 30% dei titoli del debito Usa sono stati acquistati da fondi hedge con sede in Lussemburgo o nelle Cayman, con evidenti fini speculativi e per l’alto interesse.
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La vera egemonia della destra
di Francesco Coniglione
La destra italiana – ho sostenuto nel mio precedente articolo – parla molto di egemonia culturale, ma spesso dà l’impressione di non avere capito dove essa si trovi davvero. Crede che l’egemonia consista nel piazzare uomini nei consigli di amministrazione, nominare direttori di musei, presidiare saloni del libro, riscrivere programmi, occupare ministeri, correggere manuali, moltiplicare festival amici, sottrarre qualche poltrona a quella che continua a chiamare, con pigra formula di guerra fredda, “cultura di sinistra”. Ma questa non è egemonia: è lottizzazione tardiva. È amministrazione rancorosa del sottoscala simbolico. È il tentativo di compensare con le nomine ciò che non si riesce a produrre con la forza delle idee.
La verità, più semplice e più crudele, è un’altra: la destra un’egemonia culturale l’ha già avuta, e in larga misura continua ad averla. Solo che non è quella sognata dagli apprendisti stregoni della destra identitaria italiana, con il loro pantheon di autori esoterici, nostalgie imperiali, riviste semiclandestine, busti di Evola, fantasie comunitarie, retoriche della Tradizione e rivalse contro i professori progressisti. La vera egemonia della destra non è nata nei cenacoli post-missini, né nelle case editrici militanti, né nelle fondazioni che cercano di dare rispettabilità accademica a ciò che spesso resta risentimento ideologico. È nata molto più in alto e molto più in profondità: nel neoliberismo di Reagan e Thatcher, nella grande controffensiva occidentale contro lo Stato sociale, i sindacati, la redistribuzione, il compromesso socialdemocratico, l’idea stessa che la società possa correggere democraticamente il mercato.
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Peter Thiel, profeta della de-globalizzazione
di Nello Barile
Una delle figure più oscure, controverse ma anche onnipresenti nel dibattito contemporaneo sulla crisi dell’Occidente e sulla deglobalizzazione, è certamente quella di Peter Thiel. La sua visione definita come Illuminismo oscuro, Dark Enlightenment o Neoreazione, ha contribuito, insieme all’opera di altri cybercapitalisti, a riposizionare la Silicon Valley da sinistra a destra (si veda il mio articolo su Musk per doppiozero). In sintesi, il progetto di Thiel mira a elidere il legame stabile che per secoli ha tenuto insieme democrazia, tecno-scienza e mercato, per garantire che il potere economico e politico resti nelle mani della famigerata élite dei tecnocapitalisti.
Il libro di Paolo Perulli Peter Thiel L’America oggi, che parafrasa il celebre film di R Altman del 1993, propone una riflessione sistematica su questa figura apicale, protagonista di una nuova crisi della cultura americana che impatta oggi drammaticamente sulla politica globale. A partire dall’introduzione di Massimo Cacciari, si evidenzia come la crisi attuale rappresenti una rottura epocale fondata sul ruolo centrale della tecnica. Questa rottura, in cui persino la spinta verso lo spazio mira a ristrutturare i rapporti di potere sul pianeta terra, rappresenta un cambiamento qualitativo della nozione di tecnica, ovvero un salto paradigmatico che diventerà visibile ed esperibile nei prossimi anni grazie allo sviluppo della AI e dei computer quantistici, come ben notano Stefano Calzati and Derrick de Kerckhove in Quantum Ecology. Why and How New Information Technologies Will Reshape Societies (MIT Press 2024).
L’analisi di Perulli prende piede dal percorso biografico di questo imprenditore “illuminato”, da cui risulta chiaro che il fatidico riposizionamento a destra delle piattaforme, lungi dall’essere una conquista recente, rappresenti un processo di lungo periodo che ci riporta alle radici stesse della Silicon Valley. Come una sorta di doppelgänger di quell’anima progressista e multiculturale, Thiel ha lucidamente provato a riformare capitalismo e democrazia tramite l’innovazione tecnologica.
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Come siamo arrivati al colonialismo finanziario energetico e alla mutazione della terra da bene comune ad asset finanziario liquido
di Francesco Cappello
Il colonialismo finanziario energetico ha trasformato la terra da bene comune e risorsa agroalimentare ad asset finanziario liquido, negoziabile a Wall Street tramite lo schermo giuridico delle società veicolo (S.r.l. di scopo). Questa smaterializzazione del territorio non è figlia del caso, ma il risultato di una precisa e stratificata architettura legislativa che, nell’arco di un ventennio, ha progressivamente smantellato i poteri regolatori degli enti locali, piegato il diritto di proprietà privata all’interesse dei grandi fondi speculativi e istituzionalizzato il trasferimento di ricchezza pubblica verso paradisi fiscali o consigli di amministrazione transnazionali.
La pietra angolare di questa transizione normativa viene posta nel 2003 con il Decreto Legislativo numero 387, emanato in attuazione della direttiva europea 2001/77/CE. È in questo preciso testo normativo che si consuma il primo decisivo strappo giuridico: la qualificazione degli impianti di energia da fonti rinnovabili come opere di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti. Questa formula, mutuata storicamente dalle grandi opere pubbliche statali come autostrade o ferrovie, viene concessa ex lege a soggetti privati speculatori. L’impatto sul diritto proprietario è devastante. Equiparando un campo di pannelli fotovoltaici privati a una linea ferroviaria, lo Stato conferisce alle multinazionali dell’energia il potere di attivare le procedure di esproprio per pubblica utilità non solo per le infrastrutture di rete e i cavidotti, ma per gli stessi siti di installazione, superando la resistenza degli agricoltori e frammentando la continuità territoriale. Lo stesso decreto introduce l’Autorizzazione Unica, un procedimento centralizzato che concentra in un’unica sede regionale il potere decisionale, esautorando di fatto i Comuni dalla pianificazione urbanistica e riducendo i piani regolatori a simulacri privi di reale efficacia di fronte all’avanzata delle centrali elettriche a terra.
Parallelamente all’accentramento autorizzativo, lo Stato ha edificato un sistema di sostegno finanziario senza eguali nel panorama industriale, trasformando il rischio d’impresa in una rendita garantita dai consumatori.
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Si alza il vento / 3 – Complottismi o apocalissi culturali?·
di Stefano Boni e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Che tempi viviamo? La narrazione che ha accompagnato il Novecento è che stiamo meglio della generazione precedente e che i nostri figli vivranno meglio di noi. Questa storia ormai non è più credibile. La sensazione diffusa è piuttosto di inquietudine per un tempo che vira a burrasca, che mina le certezze, che rende il futuro preoccupante. Il mito della crescita e del benessere regalati da un capitalismo magnanimo ormai è alla corda. Si diffonde la sensazione strisciante, occulta, intima che, girato l’angolo del consumismo comodo ed edonista, si apra un passaggio catastrofico, uno scivolare irreversibile nel collasso della modernità. Ma per quali ragioni? Di chi è la colpa? Quali sono le forze che ci hanno portato sull’orlo del baratro?
Oggi le rappresentazioni su come vada letta l’accelerazione storica contemporanea sono uno dei campi più roventi di scontro politico. Le narrazioni che emergono non solo fuori, ma contro le interpretazioni ufficiali si moltiplicano attraverso i social media. I mezzi istituzionali di informazione rivendicano di avere l’autorità di stabilire ciò che è vero e, di conseguenza, sentono di avere il diritto (o addirittura il dovere) di stigmatizzare le notizie false, le fake news che nutrono le letture sovversive. Nell’ottica dei detentori della narrazione legittima, queste falsità subdolamente diffuse vanno a costituire le biasimate “teorie del complotto”, confinate nel campo della follia o del ridicolo, dell’ignoranza irrimediabile o degli ottusi deliri anti-scientifici. Le letture critiche che nascono al di fuori delle interpretazioni sponsorizzate dai potentati contemporanei sono ritenute sconvenienti derive patologiche, sintomi di un progressivo allontanamento dal reale e dal vero che sfocia in abbagli cognitivi, spiegazioni assurde, visioni disturbate: nell’ottica istituzionale, i complottisti non sono solo pericolosi sovversivi, ma pazzi. Si stigmatizza così la circolazione di interpretazioni che, nonostante mille limiti (riconosco appieno che spesso sono innegabilmente semplicistiche e personalistiche, schematiche e superficiali), attaccano i gangli cruciali della gestione del potere contemporaneo: politici, lobby, gruppi finanziari, Big Pharma, generatori e possessori degli ultimi dispositivi tecnologici, industria bellica ecc.
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L’assistenzialismo per ricchi smentisce le gerarchie antropologiche del sacro occidente
di comidad
Ha suscitato molti sarcasmi la dichiarazione di Gianni Alemanno sull’empatia da lui trovata in carcere da parte dei detenuti, anche loro in maggioranza di destra. Alemanno è stato discepolo, e persino genero, di Pino Rauti; ed ora, in conflitto con la ex moglie, ne rivendica l’eredità spirituale; che è quella di una destra “sociale” e “umanitaria”. Rauti, in polemica con Almirante, si dichiarò contrario alla reintroduzione della pena di morte. In effetti nella destra non c’è conflitto tra guardie e ladri: la maggioranza dei detenuti è di destra, ma lo è anche la maggioranza dei poliziotti e dei carabinieri; ed anche dei magistrati. Al di là delle fiabe sulle “toghe rosse”, la mitica “Magistratura Democratica” (ammesso che sia di “sinistra”) rappresenta in percentuale appena il 10% dei magistrati; e a condurre la campagna contro la riforma della magistratura voluta dal governo di destra, è stato un magistrato come Nicola Gratteri, che è in continua polemica proprio nei confronti di Magistratura Democratica.
Niente di strano: essere di destra consente di fare tutte le parti in commedia, di stare con l’establishment e, contemporaneamente, di cavalcare l’anti-establishment. Aldo Giannuli ha spesso enfatizzato il fatto che la destra internazionale aveva trovato un idolo in Putin; ma nel conflitto in Ucraina si può trovare la destra in entrambi gli schieramenti: in Italia CasaPound è con Kiev e con i nazisti dell’Azov, mentre Forza Nuova si barcamena e cerca di non smentire del tutto i suoi trascorsi celebrativi nei confronti del regime russo, presentato come esempio di “uomofortismo” e di tradizionalismo.
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Una maglietta da calcio per sudario
di Paola Caridi
«E a proposito… nel Paese in cui i bambini stanno morendo, indossano le maglie dell’Argentina, del Barcellona, del Manchester City e del Real Madrid.»
È proprio vero, quello che ha detto Hossam Hassan, l’allenatore dell’Egitto, dopo la partita con l’Argentina che ha estromesso la nazionale egiziana dai Mondiali. Una partita con un risultato ribaltato nella fase finale, su cui pesano pesantissime accuse di razzismo e corruzione.
Quei bambini indossano le magliette del Barcellona, del Real Madrid. Sempre meno le magliette delle squadre di calcio italiane. Indossano le divise delle nazionali più ambite. Brasile, Argentina, Italia, Spagna. Sulle maglie c’è impresso il nome di Ronaldo o di Messi, certamente. Più spesso, dalle parti che ho frequentato, il nome di Mo Salah.
In quelle magliette, i bambini di Gaza ci sono anche morti. Ammazzati dalle bombe israeliane, dai droni israeliani, dai cecchini israeliani. Avvolti in strani sudari che sanno di miti globalizzati, ma anche di piccoli sogni per uscire dall’inferno e respirare altro. Altro oltre il puzzo di morte.
Non ci pensiamo spesso, a questa dimensione. Basta, però, aprire bene gli occhi. Guardare i video che escono da Gaza e dai campi profughi palestinesi in Libano. Pensare a Maradona e ai suoi fratelli di pallone. Ricordare gli oratori cattolici, le favelas brasiliane. E allora tutto torna.
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Partito e fronte ampio: una questione di metodo e un dibattito aperto
di Alessandro Testa*
Il metodo marxista
Il pensiero di Marx e Lenin mi ha insegnato quanto la lotta teorica rivesta un’importanza perlomeno uguale alla lotta economica ed a quella politica. E per poter svolgere con sicurezza una vera lotta teorica, necessitano robusti strumenti di analisi e gestione della prassi. Forse il più potente tra questi è il materialismo dialettico.
Come dispositivo di analisi, la dialettica opera attraverso tre snodi metodologici fondamentali:
- Il primato della totalità: ogni fenomeno — un bene di consumo, una norma giuridica, un’ideologia — non è un oggetto isolato, ma un nodo in una rete globale di relazioni sociali. Epistemologicamente, questo impone di risalire dalle manifestazioni superficiali (fenomeni) alle determinazioni profonde (essenza) che le producono.
- La decodifica delle antinomie: la dialettica funge da lente per rilevare le contraddizioni immanenti a ogni sistema. Invece di leggere la stasi come equilibrio, l’epistemologia marxiana la interpreta come una “quiete temporanea” di tensioni opposte. Il compito dell’analista è isolare il punto in cui la forma attuale diventa una camicia di forza per le forze che essa stessa ha generato.
- L’immanenza della critica: a differenza delle metodologie scientifiche che si pretendono neutre, questo toolbox assume che non esista osservatore esterno. La teoria non descrive un mondo dato, ma interviene in esso. La conoscenza non è riflessa speculare della realtà, ma un’operazione di “messa in crisi”: rivelare come ciò che appare come una legge di natura (es. il mercato) sia in realtà un prodotto storico, contingente e, pertanto, modificabile.
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Il cielo stellato sopra di noi
di Davide Miccione
Sono sempre meno le opere, sempre più rari i libri che non siano semplicemente una giustapposizione di brani o di articoli creati in altra sede e per altre occasioni e poi riuniti alla meglio e siano invece qualcosa che nasca da un’idea organica e che un organismo punti ad essere. Qualcosa di animato da un’idea, da una struttura, da una intenzione. Un’opera appunto. Del resto le opere nascono lentamente e, indipendentemente dal tempo di scrittura, sedimentano a lungo nello spirito dell’autore. Caratteristiche che poco concordano con la cifra delle nostre esistenze individuali: la presentificazione, lo schiacciamento temporale o, per dirla con Hartmut Rosa, l’accelerazione alienata. Tutto muta, tutto cambia, tutto deve cambiare, di nulla resta memoria. Ma senza memoria, come scrive Brancati ne I piaceri, “il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra priva di spessore”, in fondo un eterno presente, un coagulo temporale del tutto inadatto allo sviluppo armonico di un essere umano, adatto soltanto a una esistenza ansiogena, incline all’autosfruttamernto e, volendo ricorrere ad un ossimoro, a una sorta di esaltazione depressa.
Un’opera cerca l’ulteriorità, la permanenza, la possibilità di essere di più della somma delle parti. Per provare a creare un’opera bisognerebbe però possedere un linguaggio, provare il piacere di dire qualcosa nel modo più efficace e piacevole, possedere nel proprio rapporto con il linguaggio una dimensione estetica, ed è invece ben visibile come i miglioramenti dell’intelligenza artificiale nella scrittura siano solo metà della verità, l’altra metà è che sempre più gente scrive come un’intelligenza artificiale. Non è un sorpasso, è, purtroppo, un incontro a metà strada.
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Oltre l'occidente(2)
di Alessandro Visalli
Ieri ho ricevuto le copie staffetta del secondo volume di Oltre l'Occidente. Il libro è già acquistabile online e, salvo ritardi, sarà in libreria fra un paio di giorni. Qualche giorno fa ho anticipato la mia Introduzione al primo volume (quello di Visalli), qui anticipo la Introduzione di Visalli al secondo volume, il mio. Entrambi gli autori saranno a Pisa sabato prossimo, 11 Luglio, per discutere di questa atipica opera a due mani al festival di Ottolina TV. Se sarete da quelle parti vi aspettiamo [c.f.].
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Introduzione
Quello che leggerete è il secondo volume di un’opera che è stata concepita a due mani e scritta separatamente. Si tratta di due saggi che si guardano reciprocamente, pur nelle differenze stilistiche, espositive e in alcuni casi di accentuazione. Questo libro, come l’altro che è il primo volume di una insolita sequenza, può essere letto da solo, ma gioverebbe del rispecchiamento in quello complementare. Durante tutta la lunga concezione e preparazione, infatti, si è tenuto un fitto scambio di stesure, osservazioni e suggerimenti, in particolare bibliografici, tra gli autori. Non per caso molti testi sono presenti in entrambi, ma letti secondo la prospettiva e angolazione specifica.
Il medesimo titolo, Oltre l’Occidente, indica l’ambizione dell’opera; al contempo, la sua enormità ha costretto ad allargare le reti e optare per un’opera come quella che avete per le mani. Oltre indica la direzione verso la quale gli autori ritengono si debba andare per portarsi all’altezza delle sfide del presente. Quel che chiamiamo Occidente, con dizione che è essa stessa scelta politica e separa ciò che è storicamente rinvio e coevoluzione, non è per gli autori finito, tramontato, non è sconfitto, per ripercorrere formule illustri, è piuttosto chiamato a confrontarsi e superarsi, per salvare la parte migliore della sua storia.
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Quando un movimento sceglie la strada collettiva
di Pino Cabras
Agorà ha pubblicato la sua analisi della gestione pandemica. Vi invito a leggerla per intero, perché è un documento che segna un passaggio politico raro.
Raro non tanto per i contenuti – l’asimmetria tra chi esercitò la costrizione e chi la subì, il ricatto del Green Pass, la subordinazione delle istituzioni alle multinazionali del farmaco, il filo che lega la militarizzazione della profilassi alla normalizzazione della guerra – quanto per il metodo. Questa non è l’opinione di un singolo, soggetta ai ripensamenti della persona: è una posizione entrata nel patrimonio costitutivo di un movimento, nero su bianco, in un documento collettivo. È diventata, per usare un linguaggio da giuristi, il suo “acquis”: ciò che è acquisito e non si ridiscute a ogni stagione.
E questo spiazza. Spiazza chi ha costruito la propria rendita politica inchiodando il mondo a una fotografia del passato, al tempo in cui certe verità non riuscivano a circolare oltre una cerchia di persone coraggiose. Quelli che hanno già accatastato la legna in piazza e aspettano solo di gettare la torcia: a loro nessun ripensamento basterà mai, perché non cercano la verità, cercano il rogo. Il professor D’Orsi – fondatore generoso di Agorà, non padrone dei pensieri e delle prassi che ha favorito far emergere – ha accompagnato questo passaggio con parole personali di un’onestà intellettuale che in politica si vede di rado. Chi le liquida, si qualifica da solo.
Per chi viene da un percorso che su questi temi non ha mai ammainato la bandiera – penso alla comunità di Democrazia Sovrana Popolare, e a quanti pagarono di persona quando tenere il punto costava caro – questo documento è una notizia enorme. Significa che quelle battaglie hanno esercitato egemonia nel senso più pulito, argomentato e morale del termine: non hanno piegato nessuno, perché semmai hanno convinto. È così che si misura la forza vera delle idee: quando diventano patrimonio anche di chi partiva da altre sponde.
La storia insegna che i grandi cambiamenti funzionano così.
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Israele e America Latina: le relazioni pericolose (Parte 1)
di Marco Consolo
Forse non tutti sanno che, nel recente passato, Israele ha fornito armi, intelligence ed addestramento alle dittature civili-militari fasciste in America Latina ? E che, nel presente, Israele è sempre più attivo nel continente latino-americano ? Il sogno sionista del “Grande Israele” non si limita al Medio Oriente, ma lambisce anche l’America Latina.
Questa nota, divisa in due parti, affronta le relazioni pericolose tra Israele ed America Latina, nel passato recente e nell’attualità. Si basa su diverse ricerche realizzate dal movimento BDS latino-americano, su centinaia di notizie, su contatti sul campo realizzati dall’autore in quasi 40 anni di frequentazioni del continente latino-americano e dei Caraibi.
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La “creazione” di Israele e l’America Latina
I rapporti diplomatici tra Israele e l’America latina sono iniziati subito dopo la creazione di Israele nel 1948.
Nel 1947, nei primi dibattiti delle Nazioni Unite sulla Palestina, i governi liberali dell’America Latina erano in genere favorevoli alla creazione di uno Stato ebraico nel territorio palestinese, mentre, viceversa, i governi cattolici conservatori avevano un atteggiamento meno disponibile. Da subito Uruguay, Guatemala e Perù seguirono una linea marcatamente filosionista nella United Nations Special Committee on Palestine (UNSCOP), una commissione d’inchiesta istituita nel 1947 per indagare sulle cause del conflitto in Palestina, proporre una soluzione per il suo futuro governo e preparare la proposta di partizione. Sotto pressione degli Stati Uniti e delle rispettive lobby sioniste, quei tre Paesi, in qualità di membri dell’UNSCOP, insieme soprattutto al Brasile (allora alla presidenza dell’Assemblea Generale dell’ONU), convinsero molti dei governi latinoamericani a sostenere la partizione della Palestina [i].
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La Babele dell’I.A.
di Paolo Bottazzini
Marx e le icone bibliche
Leone XIV sembra concordare con il Marx dei Grundrisse che le macchine non possano essere racchiuse nel dominio della tecnica, ma debbano essere pensate come una cristallizzazione di rapporti sociali. L’automazione trasforma in ingranaggi e in procedure normalizzate un sapere che è maturato nelle pratiche dei lavoratori, con le operazioni di produzione e nell’interazione con i clienti. I vantaggi che derivano dalla robotizzazione della conoscenza però vengono accumulati solo dai padroni dei dispositivi, mentre tutti gli altri ne restano espropriati, insieme alla perdita del lavoro e all’emarginazione dalla comunità.
L’analisi dell’ambiente tecnologico contemporaneo per il Pontefice deve quindi passare da una ricognizione degli effetti che le piattaforme digitali iscrivono sui rapporti tra nazioni, sulla dialettica tra finanzia, impresa e lavoro, sui comportamenti interni alle famiglie, sulla formazione scolastica. I due riferimenti biblici che vengono invocati nell’Enciclica riguardano due opere di tecnologia edilizia che collocano la comunità al centro dell’impresa: la Torre di Babele e la ricostruzione delle Mura di Gerusalemme. Nel primo caso la tracotanza del progetto si conclude con il fallimento dell’iniziativa e con la dissoluzione della società, che si frammenta in una pluralità di lingue e di fazioni incapaci di comprendersi tra loro. La seconda icona invece rievoca la figura di Neemia, l’uomo della preghiera e della mediazione, che consegna una nuova identità al popolo di Israele attraverso la ricerca pragmatica della concordia.
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