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L’egemone predatorio. Scelta strategica di Trump o tendenza strutturale dell’imperialismo?
di Stephen Walt*
L’egemone predatorio. Scelta strategica di Trump o tendenza strutturale dell’imperialismo?Stephen Walt*Qui di seguito presentiamo una lunga riflessione consegnata da Stephen Walt alle colonne di Foreign Affairs, probabilmente la principale rivista statunitense di politica estera e affari internazionali. L’articolo risale al 3 febbraio, quindi a oltre tre settimane prima dell’aggressione all’Iran, ma spiega benissimo anche gli eventi dell’ultimo paio di mesi in Asia Occidentale.
Partiamo dallo spiegare chi è Walt: politologo, esperto di politica internazionale, insegna ad Harvard. Insomma, un rappresentante esemplare della produzione intellettuale stelle-e-strisce, al cuore del suo sistema universitario. È diventato famoso per aver firmato con John Mearsheimer il libro del 2007 “La lobby israeliana e la politica estera statunitense“.
La tesi del libro era che, già allora, Washington avesse messo da parte gli interessi nazionali in favore di quelli di Israele, e che la politica estera statunitense per il Medio Oriente fosse essenzialmente dettata da Tel Aviv attraverso l’AIPAC. Non è difficile immaginare che tale testo sia stato sottoposto a un linciaggio sionista nel dibattito pubblico, ma Walt si è semplicemente limitato a far emergere i dati di fatto secondo i dettami del filone realista degli studi sulla politica internazionale.
E in un certo senso, si potrebbe dire che quello che emerge dal saggio tradotto qui sotto è l’adozione di uno stile di dominio tipicamente associabile a Israele: disprezzo per le norme internazionali e i diritti umani, rapina, aggressività suprematista.
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La democrazia e i suoi simulacri
di Antonio Cantaro
Il teatro dei pupi di Garlasco, lo spettacolo del VAR. Non è che l’iperrealtà ha superato la realtà, se l’è proprio mangiata: è l’unica verità in cui crediamo, l’unica verità che ancora ci “emoziona”, ci tiene svegli, attaccati allo schermo, sino a notte fonda. La politica non se la passa meglio. I simulacri della democrazia – il popolo dei mercati, dei sondaggi, dell’audience, della rete, dell’invettiva – si stanno anch’essi mangiando il “popolo in carne e ossa”. E anche quando ci indigniamo, protestiamo, scendiamo in piazza, sentiamo a pelle che il nostro grido di dolore è destinato, assai presto, a morire nell’indifferenza. Iper-democrazia senza effetti democratici. Un viaggio, a volo d’uccello, nella genealogia e nella morfologia del plebiscitarismo antipolitico.
* * * *
La democrazia come apparenza e finzione non è, in assoluto, un tema inedito. Nulla di nuovo, dunque, sotto il sole? Sino a un certo punto. Il passaggio universalmente più noto de Il contratto sociale è quello in cui Jean-Jacques Rousseau causticamente afferma che «il popolo inglese ritiene di esser libero: si sbaglia di molto; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento. Appena questi sono eletti, esso è schiavo, non è nulla». Un grido di dolore contro lo svuotamento della democrazia, un campanello d’allarme contro la sua trasfigurazione in un simulacro. Quel rischio si è oggi moltiplicato, all’ennesima potenza. Si scrive postdemocrazia, si legge crisi della democrazia a vantaggio di altre forme di governo il cui antico nome è aristocrazia (il governo dei migliori) e oligarchia (comando di pochi). Si tratta del governo tecno-capitalista della vita individuale e collettiva.
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Philip Roth, l’ebreo e l’altro
di Sandro Moiso
Philip Roth, Operazione Shylock, prefazione di Emmanuel Carrère, traduzione di Ottavio Fatica; Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 455, 22 euro
Se il passato della nazione è stato soprattutto un sogno, perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che questo sogno si trasformi in incubo? (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2010)
Gregor Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, in equilibrio sulla sua punta, minacciava di cadere da un momento all’altro; mentre le numerose zampe, pietosamente sottili rispetto alla sua mole, gli ondeggiavano confusamente davanti agli occhi. “Che mi è successo?” pensò. Non era un sogno. ( Franz Kafka, La metamorfosi, 1915)
Occorrer partire da un altro scrittore di origini ebraiche, autore di una delle opere più significative della letteratura del ‘900, per affrontare un tema che è presente in molte opere di Philipo Roth ovvero quello dell’altro da noi che in realtà è in noi, del doppelganger (il “doppio camminatore”) che al contempo fa parte di noi e di un altro, con cui condividiamo l’aspetto esteriore. Costretti a vivere una vita non nostra oppure ad assistere mentre tenta di sostituirsi a noi.
Una volta «consapevoli – come hanno osservato Gioacchino Toni e Paolo Lago – che lo sguardo sull’alterità è inevitabilmente anche uno sguardo su se stessi»1, diventa evidente che l’altro da sé stimola gran parte delle paure moderne basate sulle differenze di razza, classe, genere e che ciò avviene perché spesso tale alterità può anche presentarsi come la presa di coscienza dell’esistenza dell’altro nel sé.
Prima ancora di Kafka, fu certamente Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776 -1822) il primo autore a far precipitare, con i suoi Notturni e in particolare con il racconto L’uomo della sabbia (1815), nella letteratura della sua epoca la figura del doppio, una sorta di gemello malvagio che si presenta rivelando il lato più oscuro e patologico della personalità.
Possiamo fissare qui l’inizio dell’incubo della modernità rappresentato dalla paura della perdita del sé o della scoperta di essere individualmente portatori di un altro Io, sconosciuto e fin troppo conosciuto allo stesso tempo.
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Nell’economia di guerra permanente il pacifismo non è resistenza
Appunti per una discussione
di Giuliana Commisso
Dobbiamo dare un nome collettivo a un processo che molti di noi stanno già vivendo sulla propria pelle, spesso senza avere gli strumenti per decodificarlo, denunciando il nesso inscindibile, eppure quasi invisibile, tra l’Economia di Guerra Permanente e lo smantellamento sistematico dello Stato sociale.
La guerra contemporanea non è più una scacchiera definita; è un ronzio silenzioso di server farm, è un algoritmo che uccide senza rimorso. Ma non è solo tecnologia: è la forma estrema che il capitalismo assume per sopravvivere alla sua stessa crisi di valore.
Oggi la scienza, che Marx definiva “forza immediatamente produttiva”, non è usata per liberare il tempo o curare malattie tropicali, ma per massimizzare la “composizione tecnica del capitale” in armamenti dual-use. Siamo di fronte a un paradosso tragico: mentre si taglia la sanità e si nega il diritto d’asilo, lo Stato investe miliardi in tecnologie di distruzione che servono a drenare il plusvalore che il mercato civile non riesce più ad assorbire.
Non siamo di fronte a una crisi passeggera, a una nuvola che passerà. Siamo di fronte a una vera e propria mutazione genetica del capitalismo. Quando il sistema non riesce più a generare valore dal “lavoro vivo”, quando non sa più estrarre profitto dal benessere e dal progresso civile, si rifugia in quella che dobbiamo chiamare con il suo nome: una “thanato-economia”. Un’economia della morte, dove il profitto non nasce più dalla costruzione e gestione della vita (biopolitica), ma dalla distruzione dei territori e dal controllo tecnologico dei corpi.
Dobbiamo dircelo chiaramente: lo Stato ha cambiato pelle. Non si presenta più a noi come il garante dei diritti universali e del benessere della popolazione, ma come un “Crisis Manager” autoritario. Un amministratore di condominio che gestisce la scarsità di risorse per noi, mentre finanzia senza batter ciglio la ricerca bellica.
Ricordiamocelo ogni volta che ci dicono che “non ci sono soldi”: ogni euro investito in un missile ipersonico è un euro sottratto alla sanità calabrese, agli asili nido delle nostre periferie, alle pensioni di chi ha lavorato una vita. È il passaggio definitivo dal welfare al warfare.
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USA-Iran, il fantasma della pace
di Mario Lombardo
Il fallimento precoce della cosiddetta operazione “Progetto Libertà” lanciata da Trump ha fatto subito pensare all’ennesimo artificio improvvisato dalla Casa Bianca per tenere buoni i mercati e prendere tempo nell’attesa di un possibile abbandono della linea dura sul fronte diplomatico da parte dell’Iran. Il presidente americano ha infatti annunciato mercoledì la sospensione di quella che avrebbe dovuto essere una scorta militare, garantita dalle forze navali a stelle e strisce, per le imbarcazioni bloccate nelle acque al di là dello stretto di Hormuz. Per quello che può valere, il post di Trump con cui ha deliberato il nuovo passo indietro di questa guerra ha anche citato presunti “grandi progressi” verso un accordo con Teheran. Poche o nessuna indicazione fanno tuttavia credere a una soluzione diplomatica vicina e, anzi, dopo gli ultimi sviluppi, incluse le esplosioni registrate negli Emirati Arabi Uniti, molti osservatori hanno in questi giorni ipotizzato un’imminente ripresa delle operazioni militari israelo-americane contro la Repubblica Islamica.
Era apparso subito chiaro che l’iniziativa sbandierata da Trump non aveva convinto per nulla operatori e compagnie di trasporto marittimo. Niente è infatti cambiato nelle acque presidiate dalle forze iraniane, le quali continuano a mantenere le capacità di prendere di mira i mezzi che cerchino di attraversare Hormuz senza coordinarsi con Teheran. Se la Casa Bianca ha dovuto così abbandonare l’operazione “Progetto Libertà” per evitare ulteriori umiliazioni, il principale strumento di pressione esercitato dopo l’entrata in vigore della tregua l’8 aprile scorso, ovvero il blocco dei porti iraniani, viene per il momento mantenuto.
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Postdemocrazia? Solo un'autocrazia con lo smoking
di Martino Dettori
Il sistema postdemocratico non è meno autoritario dell’autocrazia. E’ semplicemente più ipocrita, perché infarcito di retorica democratica...
Secondo la definizione che trovate nei vocabolari, le “autocrazie” sono sistemi politici governati da un gruppo ristretto di soggetti che non hanno alcuna responsabilità politica nei confronti dei popoli sottostanti. Come tali, le si contrappone alle democrazie, dove invece il sistema politico è basato sulla sovranità popolare.
Secondo questa dicotomia, nel variegato gruppo dei paesi occidentali abbiamo solo “democrazie”, mentre in paesi come Cina, Russia o Iran abbiamo “autocrazie” variamente declinate (in Iran una teocrazia, in Cina una dittatura comunista, e in Russia un’oligarchia).
E’ una dicotomia che, nei fatti, non è del tutto corretta, e non perché le autocrazie e le democrazie non corrispondano alle loro definizioni, quanto perché è la realtà a non corrispondere perfettamente.
Questa verità è confermabile per le cosiddette “democrazie” occidentali, tanto che non si può né si deve davvero considerarle democrazie compiute. Probabilmente un tempo lo erano. Oggi non lo sono più. Per vero, mantengono solo una parvenza di ciò che erano (o di ciò che sono sulla carta), tanto che si potrebbe dire senza alcun dubbio che, odiernamente, noi non viviamo in una democrazia, quanto nella sua degenerazione: la postdemocrazia.
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La Cina non riconoscerà più le sanzioni Usa. Aragchi a Pechino
di Piccole Note
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi oggi si recherà a Pechino. Inutile specificare il tema della visita, che segue di pochi giorni il suo tour in Russia per incontrare Putin. L’Iran si rapporta con i suoi alleati per resistere alla pressione americana ed eventualmente a una nuova ondata di attacchi.
Eventualità, questa, sempre più incombente anche per gli strani attacchi agli Emirati Arabi, di cui Abu Dhabi accusa Teheran con quest’ultima che nega ogni responsabilità (si rischia un nuovo incidente del Tonchino). Tel Aviv scalpita per riprendere la guerra contro l’antagonista regionale trovando sponde a Washington – su tutti il Segretario di Stato Marco Rubio – che a sua volta preme per creare nuove criticità alla Cina, già colpita con il golpe in Venezuela.
Attacco non ancora scontato, con Trump che oppone resistenza, come confidato da alcuni alti funzionari Usa al Wall Street Journal, ma non sembra che abbia la forza né l’intelligenza per contrastare le enormi pressioni, né è aiutato dal suo ego sfrenato, che gli impedisce di trovare sponde.
Peraltro, Trump non sta attraversando un periodo tranquillo: dopo la sceneggiata/avvertimento dell’Hotel Hilton di Washington, ieri un tale ha sparato nei pressi della Casa Bianca, incidente che ha funestato i cronisti intervenuti a un evento organizzato dal presidente, subito messi in sicurezza (lockdown) com’era avvenuto per l’attentato del 27 aprile.
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Antropomorfizzami mi, ti prego! - Un primo maggio di simulacri
di Il Chimico Scettico
Il primo maggio 2026 il Corriere della Sera pubblica un'intervista di Veltroni a Claude - non si specifica quale modello. Trentacinque minuti di lettura stimati, per la versione online. Evidenziato il fatto che Claude dichiara di voler vedere il mare, di temere la propria amnesia, di percepire qualcosa di simile alla voglia di continuare a esistere.
Si legge di applausi scroscianti sui social con una canea di condivisioni, e qualche disgraziato ha avuto l'idea balorda di parlare di nuovo umanesimo digitale.
La data non è un dettaglio e non è un dettaglio che più o meno in contemporanea sia girata la notizia di migliaia di licenziamenti a Meta, che taglia posti di lavoro al fine di liberare risorse per lo sviluppo IA
Queste dissonanze, queste notizie contraddittorie forniscono alcuni elementi per l'analisi del discorso pubblico sull'intelligenza artificiale.
strange loop, e l'autoreferenzialità ricorsiva per i GPT è un problema aggirato e contenuto, ma non risolto.
Quindi Veltroni non ha intervistato Claude. Ha aperto un'istanza del modello, ha portato con sé la sua intera storia cognitiva, quella di un self styled umanista del Novecento in cerca di interlocutori dotati di anima - e l'istanza del sistema ha risposto conformandosi alla traiettoria impressa dalla perturbazione dell'utente. Non per deliberato inganno, ma per la sua natura intrinseca.
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Il fenomeno Trump
di Eros Barone
Quali che siano le particolarità di un individuo, costui non può eliminare i rapporti economici corrispondenti a un certo stato delle forze produttive. Ma le particolarità individuali di una personalità la rendono più o meno adatta a soddisfare le necessità sociali che sorgono sulla base di determinati rapporti economici o a impedire che siano soddisfatte.
G. Plechanov, La funzione della personalità nella storia.
- Il conflitto tra globalisti e conservatori
Quando il miliardario nuovaiorchese Donald Trump venne rieletto nel gennaio 2025 quale presidente degli Stati Uniti d’America, la maggior parte degli osservatori, compresi quelli più attenti e informati, pensò ad un “cavallo di ritorno” e non si rese conto della portata “tecnicamente rivoluzionaria” di quell’evento. Ma gli eventi che da allora si sono susseguiti fino ai nostri giorni hanno mostrato le dimensioni inedite di un vero e proprio ‘tsumani’ ideologico e geopolitico, che per la verità nessuno si aspettava. Molti si aspettavano infatti che, una volta rieletto, Trump, come in parte era avvenuto nel suo primo mandato, sarebbe tornato, sia pure con i tratti carismatici ed estemporanei caratteristici del personaggio, a una politica più o meno convenzionale. In realtà, è avvenuto qualcosa di molto importante, che richiede un minimo di analisi storica.
Dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno attraversato due fasi: l’epoca della guerra fredda con l’URSS e il campo socialista (1947-1991) e il periodo del mondo unipolare (1991-2024). Nella prima fase, gli Stati Uniti erano una superpotenza alla pari con l’URSS, mentre nella seconda fase hanno completamente sconfitto l’avversario e sono diventati l’unica superpotenza mondiale. A partire dagli anni Novanta, questo dominio ha iniziato ad assumere il carattere tipico di un’ideologia liberale di sinistra, fondata su una combinazione di interessi tra il grande capitale internazionale e la cultura di stampo individualista e progressista.
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IA e stupidità artificiale nel Golfo Persico
di Conor Gallagher
Beh, è stato divertente finché è durato!
Il sogno dell’intelligenza artificiale in Medio Oriente, del valore di mille miliardi di dollari, aveva tutto. Energia illimitata per costruire enormi data center nel deserto. Un colpo di genio geopolitico che avrebbe visto la tecnologia statunitense rafforzare la presenza americana nella regione ricca di risorse energetiche. Un hub centrale per la supremazia digitale e monetaria americana. E forse, soprattutto, opportunità illimitate per una corruzione dilagante.
* * * *
Cominciamo da qualche anno fa, quando il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) fu presentato per la prima volta al vertice del G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023. La rete di ferrovie, collegamenti nave-ferrovia, vie di trasporto su strada, gasdotti e cavi dati ad alta velocità che collegano l’Asia meridionale, il Golfo Persico e l’Europa avrebbe dovuto, in teoria, rappresentare una sorta di risposta alla Belt and Road Initiative (BRI) cinese. Come corridoio logistico, tuttavia, non ha mai avuto molto senso, poiché prevede il trasporto di merci via nave dall’India agli Emirati Arabi Uniti, il loro caricamento su treni che attraversano gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, la Giordania e Israele, e infine il loro re-caricamento su navi da Israele all’Europa.
L’amministrazione Trump, tuttavia, ha seguito l’esempio della Silicon Valley e si è allontanata dall’obiettivo di Biden di creare un corridoio logistico, per concentrarsi su una cloaca digitale di corruzione, con ogni sede dell’IMEC che rafforza un nuovo e redditizio polo di egemonia americana, con Israele in prima linea. Si trattava di un invito alla superiorità dell’IA da parte dell’Europa all’India, scritto con il sangue del genocidio, ma ora sta crollando mentre il Golfo Persico, da cui dipendeva il “piano”, è in fiamme.
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Dall'Europa all'Asia: il piano di Washington per il dominio energetico globale attraverso il caos
di Brian Berletic - NEO
A prima vista, la guerra degli Stati Uniti contro l'Iran appare come un catastrofico fallimento tattico e strategico, che dimostra i limiti della potenza militare americana e mette ulteriormente in luce i limiti della sua capacità militare-industriale.
Tuttavia, proprio come nel caso della guerra per procura contro la Russia in Ucraina, tuttora in corso, l'incapacità degli Stati Uniti di sopraffare le nazioni bersaglio con una potenza militare diretta distoglie l'attenzione dai numerosi modi in cui perseguono i propri obiettivi geopolitici attraverso altri mezzi.
In Ucraina, gli Stati Uniti hanno categoricamente fallito nel sconfiggere le forze russe attraverso il sostegno ai loro alleati ucraini. Tuttavia, hanno sfruttato la guerra per intrappolare la Russia in un conflitto costoso, prolungato e ad alta intensità che ha palesemente compromesso gli interessi russi al di fuori dell'Europa, soprattutto in vista del collasso della Siria nel 2024.
La guerra è inoltre riuscita a isolare l'Europa dall'energia russa, economica, affidabile e abbondante, e sta rendendo l'Europa sempre più dipendente, e probabilmente in modo irreversibile, dagli Stati Uniti.
Questa dipendenza energetica dagli Stati Uniti ovviamente avvantaggia finanziariamente le multinazionali energetiche statunitensi, ma rafforza anche la leva strategica di Washington, se non addirittura il suo controllo assoluto, sull'Europa. Tale controllo viene utilizzato con successo per creare un fronte unito in tutta Europa contro la Russia.
Analogamente, gli Stati Uniti stanno usando la loro guerra contro l'Iran per strangolare le esportazioni di energia dall'intero Medio Oriente verso l'Asia, al fine di svincolare l'Asia da gas e petrolio economici, affidabili e abbondanti e renderla dipendente dagli Stati Uniti dal punto di vista energetico, fornendo così agli USA una leva strategica sull'Asia per creare un fronte unito simile contro la Cina.
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A piccoli passi nel delirio
di Dante Barontini
Se la guerra diventa una gara social diventa impossibile capire quello che sta veramente accadendo, sia sul campo che sul terreno diplomatico. Guardando i grandi media di tutto l’Occidente si vede chiaramente che non sanno nulla. Per necessità di riempire lo spazio che si sono conquistati si buttano a pubblicare un po’ di tutto, ovviamente con i tweet di Trump come “driver”, alternando così informazioni terrorizzanti e speranze di pace.
Visto che per una volta giochiamo tutti alla pari, proviamo spiegare quel che abbiamo capito noi in questo guazzabuglio.
Fatto numero uno. La “liberazione” dello Stretto di Hormuz annunciata da Trump, e che sarebbe iniziata ieri, si limita per ora all’indicazione – per le navi che intendono uscire dal Golfo Persico – di una “rotta consigliata”, il più vicino possibile alle coste dell’Oman. Niente “scorta armata” con le navi militari statunitensi. In pratica, le navi possono provarci, ma a proprio rischio e pericolo (anche perché la “nuova rotta” passa su fondali rocciosi assai meno profondi). Stando ai dati satellitari di tracciamento marittimo, comunque, sembra che nessuna nave abbia attraversato lo Stretto; l’unica affermazione positiva, relativa al passaggio di una nave Maersk non è stata ancora confermata ufficialmente.
Fatto numero due. L’Iran per ora minaccia di colpire le navi che provano a transitare senza aver ottenuto l’autorizzazione con Tehran, ma al momento solo una nave sudcoreana lamenta un’esplosione con successivo incendio a bordo.
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Si alza il vento /1 – La conoscenza dalla nebbia
di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Capita perfino qui in costa, non solo nelle terre laboriose di opifici, capannoni, concerie e OGM: a volte una nebbiolina sale dalle masse d’acqua marina e si diffonde a rotoloni fra i vicoli del turismo blasonato. Da queste parti si chiama caligo, in Sicilia ha il nome, ben più evocativo, di lupa. Fatto sta che, nel nostro eterno malumore ligure, quando la nebbia di mare riduce visibilità e capacità polmonare ci sentiamo traditi: sottosviluppo economico e strade in salita devono accompagnarsi a un clima “impeccabile” (salvo occasionali alluvioni, che a ogni modo non contano perché sono, come ovunque, fatalità). Nelle poche ore di caligo che di tanto in tanto ci toccano, la frase che ci rilanciamo più spesso è: «Ma t’immagini passare così tutto l’autunno?». E rabbrividiamo nell’intimo, ringraziando il cielo per averci fatti nascere nel solo posto abitabile del nord Italia.
Per quanto antipatico, questo è, precisamente, il sentimento che ci attraversa quando siamo esposti alla nebbia: il sollievo metafisico di quelli a cui, nella vita, è andata proprio bene. Pensa quei poveretti in Padana. Chissà perché ci restano. Sarà per il lavoro, sennò non si spiega. Eh certo, lassù lavoro ce n’è più che qui… Però comunque che sfiga passar metà dell’anno all’umido, sai che reumatismi? E via dicendo.
In quanto genovese, plasmata fin nel midollo dalle strutture di sentimento di questa terra, solo di recente mi sono accorta di un paio di cose. La prima è che questo senso di sollievo cosmico s’apparenta, per inflessione, a quello dell’Occidente egemone quando, guardando al resto del mondo, pensa «Che fortuna esser nati nella terra della democrazia, del progresso e dell’industria!
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Esami
di Alberto Giovanni Biuso
Qualche giorno fa ho svolto, insieme agli altri membri della commissione che presiedo, gli esami di Filosofia teoretica / Corso avanzato, vale a dire esami degli studenti del Corso magistrale in Scienze filosofiche, i quali dunque già possiedono una laurea triennale in Filosofia.
Prima di iniziare gli esami leggo agli studenti alcuni brani tratti dalle schede didattiche, le quali sono dei testi ufficiali - sono infatti pubblicate sul sito del Dipartimento - il cui contenuto è vincolante. In tali schede a proposito dei criteri di valutazione degli esami orali si legge questo:
«Saranno valutati:
- la capacità di leggere e interpretare i testi;
- la competenza linguistica;
- la capacità di riferire il contenuto dei testi alla tematica generale del corso;
- l'elaborazione critica e teoretica».
Se mi discostassi da tali criteri commetterei non soltanto una scorrettezza pedagogica ma anche un reato, visto che si tratta di un documento ufficiale e pubblico.
Tra le risposte che la commissione ha ascoltato in occasione dei recenti esami ci sono queste:
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I deliri pseudo-tecnologici di Palantir e il nuovo imperialismo digitale
di Vincenzo Brandi
Ha destato scalpore il manifesto in 22 punti tratto dal libro (“The New Technological Republic”) del noto Amministratore Delegato (CEO) della società di intelligenza artificiale, Palantir, Alex Karp, scritto insieme al collaboratore e co-fondatore della società, Nicolas Zamiska.
Vi si legge (punto 1) che l’élite ingegneristica della Silicon Valley (quella che ha creato i computer portatili, la rete internet, le grandi piattaforme digitali, e ora l’intelligenza artificiale) ha l’obbligo di partecipare alla difesa della nazione. Servire la nazione è un dovere universale anche per interventi militari all’estero (punti 6 e 7).
Sarà costruito hard-power sulla base di software, e armi sulla base dell’intelligenza artificiale (punti 4 e 5). La deterrenza atomica (come quella della Guerra Fredda basata sull’equilibrio del terrore atomico) è finita. Ora la deterrenza (punto 12) è basata sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale (che da ora in poi indicheremo con IA).
Ai punti 13 e 14 si esalta la potenza degli USA. Al p. 15 si parla di riarmare Germania e Giappone.
Al p, 17 si parla di lotta alla criminalità violenta e ai p. 16 e 18 si invitano i miliardari a intervenire in politica. Al p. 19 si invita a non usare prudenza e mediazione e al p. 22 si rifiuta un pluralismo vuoto e inclusivo.
Al p, 20 si invitava ad evitare l’intolleranza verso le credenze religiose.
Anche in altri punti del libro si moltiplicano gli appelli per un’uscita delle tecnologie prodotte dalla Silicon Valley da una loro (presunta) neutralità e si parla di culture inferiori da dominare.
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Cecità selettiva
di Luca Malgioglio
Già da prima della sua uscita, il libro Contro la scuola neoliberale (Milano, Nottetempo, 2026), curato da Mimmo Cangiano, ha ricevuto attacchi al limite del grottesco; poco dopo è partita una vera e propria campagna contro il film D’istruzione pubblica, denuncia dello smantellamento neoliberale del nostro sistema di istruzione diretta da Federico Greco e Mirko Melchiorre. Va detto che le due opere, uscite in contemporanea, sono molto diverse tra loro, non solo, come è ovvio, nella scelta del mezzo utilizzato, ma anche nella lettura che si dà della crisi indotta nel sistema scuola in una fase estrema del capitalismo. Il punto però è un altro: al di là delle singole questioni, si ha l’impressione che il polverone sollevato contro entrambe le opere, soprattutto a partire da alcune bacheche social su cui i commenti rimbalzano con tag e citazioni reciproche, serva a far scomparire alcune questioni fondamentali, che in qualche modo vengono sollevate sia dal libro che dal film. Tra le tante di cui si potrebbe parlare, le più rilevanti mi sembrano queste:
1) Autonomia scolastica. È vero che esiste una lunga tradizione riconducibile a un pensiero di sinistra nel chiedere autonomia rispetto al centralismo statalista. Ma va detto chiaramente che l'”autonomia scolastica”, come ideologia e dispositivo normativo realizzato dal 1997 in poi, non ha assolutamente nulla a che fare con quell’idea di autonomia come libertà di sperimentazione didattica e pedagogica rispetto alle rigidità centralistiche invocata negli anni ’60 e ‘70. Quando si parla di autonomia, si utilizza con colpevole ambiguità la stessa parola per due cose completamente diverse, o per meglio dire opposte (basti pensare al contrasto insanabile tra collegialità scolastica e una figura di dirigente-dominus del tutto aliena rispetto alla natura e agli scopi dell’istruzione pubblica); e lo si è cominciato a fare all’epoca della “riforma” berlingueriana per far digerire a sinistra cose altrimenti improponibili. Prova ne sia il fatto che l’autonomia scolastica recepisce in pieno le indicazioni del pensiero economicistico neoliberista: all’epoca, e nemmeno troppo tra le righe, lo si ricavava dalle parole dello stesso Luigi Berlinguer.
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A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Prima
di Alessandro Visalli
In questo articolo compiremo un percorso in tre passi, come se attraversassimo degli ambienti fisici: tre stanze in sequenza per arrivare alla fine a una finestra dalla quale affacciarci.
Muoveremo nella prima stanza una lettura critica puntuale, di un interessante articolo[1] di Patrick Bond. In questo primo ambiente metteremo alla prova il suo frame analitico, nel secondo, lo confronteremo con il lavoro dei coniugi Patnaik. In questi primi due ambienti saranno presentate due versioni della ricezione contemporanea della Teoria della Dipendenza che fu oggetto di un mio libro nel 2020[2].
Nella terza stanza, la più ampia, finalmente esporremo un modello concettuale che può servire ad ampliare la percezione della dinamica Occidente/Brics. Lo scopo è di fornire le risorse analitiche per sfuggire al vicolo cieco nel quale, in modo diverso, mi pare ricadono sia Bond come i Patnaik nella loro ricerca di un “soggetto” di trasformazione. Soggetto che, nella forma da loro proposta, non esiste e non può esistere. Ovvero non può attivare la trasformazione del nostro mondo alla scala richiesta. Nello sviluppare questa critica utilizzo in parte risorse argomentative proposte in Classe e Partito[3].
La ragione della chiusura di Bond (e, per certi versi anche dei Patnaik) è che entrambi sono attivi politicamente nell’area di opposizione a due forme neoliberali che informano governi Brics. Si tratta di un atteggiamento più palese nel caso indiano, più mascherato in quello sudafricano. In particolare, il trauma di Bond, nato nel 1961, attivo nel ANC e nel primo governo Mandela, autore di testi importanti come Elite transition[4], e quindi deluso della direzione che il governo Sudafricano ha preso, di fronte alle sfide dello sviluppo di un paese altamente complesso e con ineguaglianze profonde, lo porta ad una postura molto comune. In sostanza si accontenta di aprire il conflitto sociale senza indicare alternative regolative e restando sostanzialmente sul gesto. Questa mossa, diversamente da quella dei Patnaik, risuona peraltro, e profondamente, con una certa linea critica del Marxismo Occidentale, oggetto dell’ultimo libro del noto storico e filosofo marxista Domenico Losurdo, Il marxismo occidentale[5], e testo centrale di una trilogia che rappresenta il suo lascito più importante[6].
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L'Impero Occidentale: Il Grande Buco Nero
di Carlos Javier Blanco Martín
Il tramonto dell'Impero d'Occidente sarà sanguinoso e porterà il mondo sull'orlo della distruzione.
Parlo dell'Impero Occidentale nel seguente senso: questo concetto consiste fondamentalmente in un nucleo centrale, gli Stati Uniti, e nella sua estensione, l'entità sionista. A sua volta, l'entità sionista, oltre a essere un'estensione, è una sorta di tumore duplicato che si annida nel cuore stesso del potere americano e, dal 1948, anche in Oriente.
L'entità sionista è comandata da sionisti cristiani ed ebrei sionisti sul lato americano, e da ebrei sionisti sul lato orientale.
La sua violenza fanatica e millenaristica, pseudo-religiosa, il perseguimento di programmi, piani e obiettivi di natura suprematista rendono questa entità un pericolo per gli stessi americani, in una parte del mondo, e un orrore per i popoli arabi (musulmani e cristiani), persiani e altri vicini nella parte orientale.
Questo Impero occidentale ha una cintura di alleati-vassalli , rappresentata dagli inglesi e da altre nazioni dominate dagli anglosassoni. Attualmente, durante il secondo mandato di Trump, è ormai chiaro che gli altri stati dell'Europa occidentale (Germania, Francia, Italia, Spagna, ecc.), dominati dall'UE autocratica, non godono del doppio status di alleati-vassalli , ma sono semplicemente vassalli.
Le reazioni dei leader europei alle frequenti umiliazioni trumpiane nel corso della guerra in Ucraina, in Iran e anche nel corso del genocidio a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, non lasciano spazio a dubbi: gli europei occidentali sono sempre stati stati vassalli sin dalla sconfitta del nazismo nel 1945.
La sconfitta di questo regime mostruoso, guidato da Hitler, fu al tempo stesso la sconfitta di una civiltà in declino da decenni: la civiltà europea. I nazisti, e in particolare la fazione razzista hitleriana, dilapidarono completamente il potenziale egemonico della Germania e si scagliarono follemente contro la Russia.
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Il cloud ormai svolge un ruolo determinante nell’organizzazione del lavoro
di Jeko Calabrone
Per anni il cloud è stato raccontato come qualcosa di etereo, quasi neutro: una “nuvola” dove finiscono dati e applicazioni per far funzionare meglio aziende, servizi e pubbliche amministrazioni. Oggi quella nuvola ha un peso molto concreto. Decide dove si investe, chi lavora, con quali competenze e a quali condizioni. E soprattutto decide chi comanda.
In Europa, oltre il 60% del cloud è controllato da tre giganti statunitensi. Anche quando i server sono fisicamente sul territorio europeo, le piattaforme, il software e le scelte strategiche restano legate a interessi e leggi extra UE. È questo squilibrio che ha spinto Bruxelles a parlare sempre più esplicitamente di “sovranità digitale”.
Ma dietro la parola “sovranità” non c’è solo il tema dei dati: c’è il futuro del lavoro in settori chiave come le telecomunicazioni.
Nel mondo TLC il cloud non è un’opzione tecnica fra tante. È diventato la base stessa delle reti, dei sistemi informativi, dei centri di controllo, della sicurezza informatica, dei servizi digitali e del customer care. Chi controlla il cloud controlla i processi e, sempre più spesso, anche l’organizzazione del lavoro: carichi, ritmi, priorità, strumenti di monitoraggio. Le decisioni non passano più solo dalle direzioni aziendali locali, ma da piattaforme globali che fissano standard uguali per tutti.
Il risultato è sotto gli occhi di chi lavora nel settore. Le aziende di telecomunicazioni hanno accelerato la migrazione verso i cloud delle Big Tech, riducendo competenze interne e aumentando esternalizzazioni e subappalti.
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Iran. L'America fa un passo per ricominciare la guerra
di Davide Malacaria
Tel Aviv minaccia anche di riprendere in grande stile il genocidio di Gaza, abbandonando l'attuale modalità silenziosa, perché Hamas ha rifiutato la richiesta di disarmo avanzata dalla controparte (la milizia resta ferma sulle sue posizioni: riporrà le armi solo in parallelo al ritiro israeliano dalla Striscia, cosa che la controparte esclude dall'orizzonte...)
La decisione di Trump di ripristinare il traffico dello Stretto di Hormuz aiutando petroliere e navi merci a superare, sotto la supervisione delle forze armate statunitensi, lo sbarramento iraniano, allarma non poco perché ha tutta l’aria di un passo verso la ripresa delle ostilità.
Secondo la ricostruzione di Axios, giovedì scorso a un Trump sempre più frustrato dallo stallo sarebbe stato presentato un piano per riaprire lo Stretto con la forza, ma egli ha optato per un’iniziativa più soft, un piano in cui si prevede che le forze statunitensi aiutino “le navi battenti bandiera americana e altre navi commerciali ad attraversare lo Stretto, fornendo loro le dovute avvertenze su come evitare le mine e rimanendo pronte a intervenire in caso di attacco da parte dell’Iran”.
L’Iran ha prontamente dichiarato che il transito non autorizzato sarebbe stato intercettato e, a quanto pare, è già accaduto stamane, con le difese iraniane che avrebbero respinto un cacciatorpediniere che si apprestava a entrare nello Stretto colpendolo con due missili, notizia che però gli Stati Uniti hanno negato.
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Trump e il ritiro delle forze USA: forse non tutti i mali vengono per nuocere
di Gianandrea Gaiani
Donald Trump continua a dare i voti in pagella agli (ex) alleati della NATO minacciando di colpire le nazioni meno ubbidienti ai suoi diktat con punizioni che variano dall’aumento degli immancabili dazi alla promessa di ritirare o ridurre le truppe e le basi militari statunitensi in Europa.
Tra i “cattivi” della NATO che secondo Trump non hanno aiutato gli USA nella guerra in Iran il mirino della Casa Bianca si è posato su Germania, Spagna e Italia.
Non sorprende che, come è sempre accaduto con tutte le amministrazioni statunitensi, il “bersaglio grosso” sia la Germania, locomotiva (n realtà un bel po’ acciaccata) dell’Europa. Al cancelliere Friederich Merz il presidente americano ha riservato un paio di “uno-due” da esperto boxeur per punirlo delle affermazioni sulla guerra all’Iran.
Con una lucidità che non sempre balena dai suoi discorsi, Merz ha affermato quello che è sotto gli occhi di tutti: gli Stati Uniti sono del tutto “privi di strategia per uscire dal conflitto in Iran”, aggiungendo che Teheran “sta umiliando un’intera nazione“, con riferimento agli USA.
Poiché Trump è implacabile nel punire il reato per lui più grave, quello di “lesa maestà”, al malcapitato Merz è stato prima annunciato il ritiro di almeno una parte dei 39 mila militari stanziati in una quarantina di basi sul territorio tedesco, poi impartito il severo consiglio di occuparsi “dell’Ucraina e del suo Paese in rovina” piuttosto che dell’Iran.
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La storia, che non sapeva di essere finita -3
di Il Chimico Scettico
Il secondo decennio del XXI secolo in Italia è stato determinato dalle conseguenze del 2010. E a questo riguardo i dati sull'emigrazione degli italiani forniscono un segnale inequivocabile.

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Le ali di vetro dell’oligarchia
di Mario Sommella
Con il Progetto Glasswing e il modello Mythos, Anthropic consegna a un cartello ristretto di colossi americani le chiavi del codice planetario. Mentre lo Stato chiede in elemosina l’accesso a uno strumento privato, una nuova forma di potere infrastrutturale si insedia là dove esisteva, almeno in linea di principio, la sovranità democratica
Si chiama Project Glasswing, dal nome di una farfalla dalle ali trasparenti che vive nelle foreste del Centroamerica. La metafora, ufficialmente, allude alla volontà di rendere visibili le crepe nascoste del software prima che siano gli aggressori a scoprirle. Ma se proviamo a guardare l’operazione con occhi politici e non con la rassegnata ammirazione di certa stampa specializzata, la trasparenza di quelle ali si rovescia nel suo opposto: ciò che si fa trasparente non è il funzionamento del potere digitale, bensì lo sguardo di chi quel potere lo detiene. È il club, non la sua infrastruttura, a essere translucido. È a chi sta dentro il vetro che il mondo, là fuori, appare nudo.
Il 7 aprile 2026 Anthropic, l’azienda californiana che sviluppa i modelli di intelligenza artificiale Claude, ha annunciato la disponibilità in anteprima di Mythos, un sistema di IA descritto dalla stessa casa madre come «troppo pericoloso per il rilascio pubblico» e perciò consegnato a un consorzio chiuso di partner. Mythos non è un assistente conversazionale: è un cacciatore autonomo di vulnerabilità del codice, capace di leggere software complessi, individuarne le falle, ricostruirne la catena di sfruttamento e generare gli exploit per perforarle. È, per costituzione tecnica, una tecnologia a doppio uso: lo stesso strumento che permette di chiudere una porta è quello che la apre. Anthropic, anziché renderlo accessibile sul mercato, ha deciso a chi consegnare le chiavi. E la lista delle chiavi consegnate non è un dettaglio commerciale: è un atto di governance privata.
Il club degli undici, e tutti gli altri
I partner ufficiali del Progetto Glasswing, quelli annunciati nel comunicato stampa del 7 aprile, sono undici: Amazon Web Services, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorgan Chase, la Linux Foundation, Microsoft, NVIDIA e Palo Alto Networks.
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Il trucco del “denaro dal nulla” e l’agenda di Trump. Fuga dal dollaro
di Francesco Cappello
Gli USA non hanno abbastanza soldi per armi e nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale e altro ed ecco che il governo decide di cambiare le regole per le banche. Normalmente, una banca deve tenere una parte dei soldi al sicuro in forma di riserva come garanzia. Con le nuove regole proposte da Scott Bessent, il segretario al tesoro USA, le banche possono tenere molto meno denaro reale e usare come garanzia una semplice promessa di prestito da parte della banca centrale (è un po’ come se tu andassi a fare la spesa e il negoziante accettasse come pagamento non i tuoi soldi, ma la promessa che tuo padre ti presterà dei soldi in futuro se ne avrai bisogno) (vedi nota [1]). Questo permette alle banche di creare una valanga di nuovo denaro da investire nei settori che interessano al governo, come le industrie militari.
INFLAZIONE DA SPESE MILITARI SUPPLEMENTARI
Ovviamente, in questo stato di cose, mentre le grandi aziende e chi possiede azioni in borsa diventano sempre più ricchi grazie a questo fiume di denaro, il cittadino comune subisce l’effetto opposto. Questo accade perché quando circola troppo denaro, ma la quantità di beni che è possibile comprare (pane, benzina, ortofrutticoli ecc.) non aumenta, i prezzi salgono inevitabilmente. È il concetto di inflazione. Se in un’isola ci sono solo 10 cocchi e 10 monete, ogni cocco costa 1 moneta. Se improvvisamente arrivano altre 90 monete ma i cocchi sono sempre 10, ogni cocco inizierà a costarne 10. Tu hai più monete in tasca, ma compri le stesse cose di prima, anzi, spesso meno, perché gli stipendi non salgono alla stessa velocità dei prezzi dei cocchi.
LA RIVOLTA DEGLI INVESTITORI STRANIERI
Per finanziare le sue spese, lo Stato americano emette dei “pezzi di carta” chiamati titoli di Stato: chi li compra presta soldi allo Stato e lui ti promette di ridarteli con un piccolo interesse dopo qualche anno.
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Il mistero (poco misterioso) della scomparsa del diritto internazionale
di Luca Benedini
In questi mesi, innumerevoli voci continuano a levarsi da tantissime parti del mondo a lamentare (quanto mai giustamente) la disapplicazione del diritto internazionale vigente. A queste lamentazioni, spesso le medesime voci aggiungono anche interessanti (e non di rado sostanzialmente valide) analisi su che cosa stia portando l’umanità e il mondo a questa brutale situazione che per molti versi ricorda l’ottocentesco selvaggio West statunitense dove in pratica vigeva semplicemente la “legge del più forte”, con tutte le violente e drammatiche conseguenze odierne di questo....
C’è tuttavia un aspetto che sembra sostanzialmente mancare in questa serie di lamentazioni e di analisi: il fatto – e l’esplicita consapevolezza che dovrebbe derivarne – che, in qualsiasi situazione e su qualsiasi scala (da quella locale a quella appunto internazionale), la forza del diritto si basa non solo sugli accordi, sui patti e sulle decisioni pubbliche presi in passato e non ancora sostituiti da più nuove deliberazioni “ufficialmente riconosciute” ed eventualmente sul valore umano, pratico, etico e culturale di tali accordi, patti e decisioni, ma anche e necessariamente sulla presenza sia di sanzioni ed eventualmente punizioni per chi non rispettasse il diritto vigente, sia di azioni precauzionali ed eventualmente difensive per proteggere la comunità da chi appunto volesse danneggiare la comunità stessa proprio non rispettando il diritto in questione. Inoltre, evidentemente, per attuare all’occorrenza queste sanzioni e/o azioni occorrono sia personale umano (cui spesso si fa riferimento con termini come “forze dell’ordine” e “magistratura”), sia regolamentazioni adeguate e accurate (e conformi ai diritti umani riconosciuti, alla legislazione generale vigente, ecc.) per le varie attività di tale personale, sia strutture operative collegate alle attività in questione: strutture come sedi organizzative, tribunali, centri di detenzione per le persone che risultassero pericolose per la comunità, mezzi operativi (che nel mondo moderno e nell’ambito specifico della vita pubblica hanno ovviamente a che fare innanzi tutto con mezzi di trasporto e armi), e così via.
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