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I volenterosi della guerra totale alla Russia – e l’Italia è nel mazzo (a modo suo)
di Il Pungolo Rosso
La sostanza del summit della “Coalizione dei Volenterosi” che si è riunita lunedì 24 a Kiev, parte in presenza, parte da remoto, è questa: andare ad una guerra totale con la Russia. Con le conseguenti decisioni.
Esercitazioni militari in Polonia
La prima di queste decisioni riguarda la conferma delle esercitazioni militari che si terranno in Polonia fra ottobre e novembre, sotto la regia della Francia e della Gran Bretagna, che parteciperanno con mille e cinquecento soldati. Si tratta della prima iniziativa del genere gestita dai “volenterosi” e, nelle stesse dichiarazioni ufficiali, non si esclude che una parte dei contingenti impiegati potrebbe rimanere ai confini ucraini come testa di ponte del futuro dispiegamento della “Multinational Force Ukraine”, che diverrebbe operativa dopo un ipotetico cessate il fuoco.
Ma già questa ipotesi, lungi dall’essere un richiamo ad una possibile fine delle ostilità, è al contrario la garanzia che il fronte “occidentale” si muove con la volontà di proseguire la guerra ad oltranza. La Russia ha infatti ribadito, anche in questi giorni, che considera inaccettabile la presenza di truppe NATO ai confini dell’Ucraina, rifiutando al contempo l’altro elemento chiave del fantomatico piano di pace cui ha fatto riferimento Zelensky, cioè un ritiro simultaneo e simmetrico dei due eserciti e l’istituzione di una zona cuscinetto nel Donbass sotto controllo e/o amministrazione internazionale. Una proposta esclusa da Lavrov, il quale ha dichiarato che non è pensabile che territori russi siano amministrati da paesi e organismi terzi.
Le esercitazioni militari di autunno in Polonia e l’ipotesi di mantenere un contingente in via permanente sul suolo polacco, infrangono per l’ennesima volta una delle tante “linee rosse” dichiarate invalicabili e sistematicamente violate in questi quattro anni e mezzo di guerra. Non più solo consiglieri militari, “volontari” arruolati nell’esercito di Kiev, esperti di guerra elettronica e così via, ma vere e proprie truppe operative sul terreno.
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«Le Operette morali sono il libro da cui deriva tutto quello che scrivo»
Calvino e Leopardi (con appendice montaliana)
di Roberto Fineschi
In una lettera del 10 marzo 1984, un Calvino ormai entrato nell’ultima fase della sua produzione intellettuale scriveva ad Antonio Prete che aveva recensito Palomar:
Caro Antonio Prete, ho visto solo ora il suo articolo sul «Manifesto» del 28/2 e sono molto contento perché è uno dei pochi articoli che sento veramente in sintonia col libro. Sono contento anche dei riferimenti leopardiani perché le Operette morali sono il libro da cui deriva tutto quello che scrivo. (L, p. 990)1
Se questa è di per sé un’affermazione decisiva, il suo peso aumenta se viene messa a confronto con quanto già sostenuto addirittura all’inizio degli anni Cinquanta:
Per me il padre ideale del nostro romanzo sarebbe stato uno che parrebbe lontano più d’ogni altro dalle risorse di quel genere: Giacomo Leopardi. In Leopardi erano vive infatti le grandi componenti del romanzo moderno, quelle che mancavano a Manzoni: la tensione avventurosa (quell’islandese che se ne va solo per le foreste dell’Africa, e quella notte tra i cadaveri nello studio di Federico Ruysch, e quell’altra sulla tolda di Colombo), l’assidua ricerca psicologica introspettiva, il bisogno di dare nomi e volti di personaggi ai sentimenti e ai pensieri suoi e del secolo. E poi la lingua: la via ch’egli indicò fu quella dei massimi effetti coi minimi mezzi, che è sempre stato il gran segreto della prosa narrativa!2
E fra questi due estremi i rimandi sono tutt’altro che assenti. Nonostante queste manifeste professioni, come già notava Barenghi nella sua introduzione all’edizione dei Saggi nei «Meridiani», Calvino mai riprese il tema in termini organici.3 Nelle pagine che seguono si farà un tentativo per mettere in luce le radici profonde di questo legame.4 La tesi che si sosterrà è che il rapporto Calvino-Leopardi non si lascia ridurre a meri accostamenti stilistici o a estemporanee affinità; esso ha carattere filosofico e letterario e concerne questioni decisive.
La prima riguarda il tema «illuministico» del materialismo e della crisi della sua idea di progresso; a essa si ricollega anche la teoria sempre di matrice sensistica del piacere e la sua dimensione esistenziale; una seconda, apparentemente di carattere stilistico, fa in realtà riferimento soprattutto nell’ultimo Calvino al rapporto esattezza/generalità, finito/infinito e all’intuizione della «scienza dell’unico».
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Il fantasma diligente
di Francesco Coniglione
La questione, posta nei termini più brutali, sembra semplice: quando un articolo viene scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, chi ne è davvero l’autore? L’uomo che ha fornito le idee, oppure la macchina che le ha distese sulla pagina? La domanda è legittima, ma rischia di essere mal formulata. Presuppone infatti che la scrittura sia un atto unitario, compatto, indivisibile, mentre chiunque abbia scritto qualcosa di appena più complesso di una lista della spesa sa bene che essa è, al contrario, un processo stratificato: intuizione, scelta del tema, architettura, sviluppo, argomentazione, documentazione, stile, revisione, taglio finale. L’autore non coincide sempre con la mano che scrive. Talvolta coincide con la mente che orienta.
Il paragone più utile, forse, non è quello con il copista, né con il traduttore, né con il segretario, ma con il ghost writer. Nessuno si scandalizza troppo quando un politico pronuncia un discorso scritto da altri. Si sa benissimo che dietro le grandi allocuzioni pubbliche vi sono spesso collaboratori, consulenti, esperti di comunicazione, tecnici della frase efficace e della pausa teatrale. E tuttavia nessuno direbbe, salvo casi estremi, che quel discorso non appartiene al politico. Gli appartiene perché ne esprime la linea, l’intenzione, la visione, la strategia. Il ghost writer gli presta la penna; non gli presta l’anima. O almeno non dovrebbe.
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L'orchestra sull'iceberg. Cronache di un Occidente che corre verso il baratro convinto di fare jogging
di Mario Pietri
C'è un momento, in ogni impero terminale, in cui la classe dirigente smette di governare la realtà e comincia a gestirne la percezione. L'Occidente collettivo — quella entità geopoliticamente confusa che si estende da Washington a Tokyo passando per Berlino, Parigi, Londra e Tel Aviv — ha superato quel momento da un pezzo. Oggi, alla fine dell'agosto 2026, non gestisce più nemmeno la percezione. Suona. Suona come l'orchestra del Titanic, ma con i cachet più alti della storia e nessun iceberg all'orizzonte, perché l'iceberg è stato riclassificato come «opportunità di crescita del comparto difesa».
Facciamo l’inventario. Con calma, perché il catalogo è lungo.
Ucraina. I negoziati sono «a un punto morto», per usare la formula diplomatica che significa: nessuno ha più niente da dire e tutti hanno ancora molto da sparare. Il Cremlino ha chiuso la porta con la cortesia di un fabbro: da Mosca si fa sapere che il Donbass è ormai territorio della Federazione Russa e che non lo si amministra con il concorso di paesi terzi. E intanto ci si prepara a intensificare i raid su Kiev. Zelensky ha proposto tregua, ritiro e zone economiche gestite da terzi; la proposta è caduta nel vuoto con lo stesso rumore che fa un comunicato stampa europeo. Dalla Casa Bianca arriva l'annuncio che si sta «lavorando sodo per porre fine a questa guerra»: la stessa frase, con lievi variazioni sintattiche, che circola da tre amministrazioni. Nel frattempo la CIA fa la spola con Mosca, il Vaticano manda il proprio ministro degli Esteri, e Bruxelles — che in questa vicenda ha esattamente il peso specifico di un post su LinkedIn — spiega che la pace si costruisce comprando più cannoni.
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La fabbrica dei veleni digitali
di Geraldina Colotti
Decostruzione delle narrazioni tossiche sul Venezuela e l'industria della manipolazione
Analizzare la situazione venezuelana richiede di mantenere uno sguardo critico sulla complessità dei processi reali: le rinegoziazioni con i colossi energetici, le sanzioni internazionali, i nodi dell'economia rentier e le contraddizioni di una gestione statale condizionata dal ricatto USA. Tuttavia, c'è una differenza sostanziale tra la critica politica basata sui fatti e l'assimilazione passiva delle favole di intelligence. Accettare, così, la favola dei "87 ufficiali venduti" o dei "miliardi ombra" inviati da Washington alla presidenta incaricata significa farsi cassa di risonanza delle medesime reti di intossicazione digitale svelate dall'arresto di operatori di estrema destra come Cerimedo. La difesa dell'informazione indipendente passa prima di tutto dal rifiuto del sensazionalismo e dallo smontaggio sistematico delle fabbriche di troll.
Nelle ultime settimane si è invece assistito, anche in Italia, al rilancio aggressivo di un rumor che ritrae la dirigenza venezuelana impegnata in un presunto "negoziato di svendita del Paese": una complessa narrazione secondo cui figure chiave dello Stato, tra cui la presidenta incaricata Delcy Rodríguez e 87 alti ufficiali della Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB), avrebbero intascato somme da 1 a 50 milioni di dollari inviati dagli Stati Uniti per simulare la cessione delle risorse petrolifere.
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“Il woke non esiste e guai a chi lo tocca!” Il dibattito nella sinistra alternativa
di Diego Melegari
Quando, nel nostro dizionario critico del neoliberalismo (Lessico del neoliberalismo. Le parole del nemico, Rogas 2024), abbiamo inserito la voce «woke», eravamo dubbiosi per due motivi. Il primo: in Italia la cultura woke non ha mai attecchito nella sua versione statunitense e accademica, e schierarsi in merito rischiava di farci focalizzare su un falso problema, se non di renderci complici di un atto di colonizzazione culturale. Il secondo: la relazione con il neoliberalismo non era affatto immediata. Molti fenomeni woke sono nati anzi in contrapposizione all’assetto capitalistico neoliberale, nella piena consapevolezza della persistenza della disuguaglianza e dello sfruttamento, lontani da quell’assorbimento di tematiche inclusive che il lessico del management e dell’industria culturale avrebbe poi operato (cfr. C. Rodhes, Capitalismo woke come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi 2023).
Molti di questi dubbi tornano oggi, con una certa acredine, dopo il dibattito aperto da Alexandria Ocasio-Cortez e, in Italia, da Giuseppe Conte, soprattutto nelle culture politiche più radicali — quelle antagoniste o intersezionali — che sarebbe ingiusto ridurre alla formula del «neoliberalismo progressista» (in sostanza lo sfondamento del «tetto di cristallo», l’accesso di gruppi storicamente discriminati al privilegio economico, senza toccare i rapporti sociali). Esistono, nelle critiche «da sinistra» alle posizioni di Conte, elementi di verità: è corretto dire che interventi come il suo non chiariscono se, e come, la cultura woke si sia effettivamente declinata nel nostro contesto, lontano dalle estremizzazioni del «woke 1.0» da cui prendeva le distanze Ocasio-Cortez, senza con questo negare la valenza emancipatoria di molte sue istanze. È altrettanto vero che l’etichetta woke è stata impugnata soprattutto a destra per screditare alcune lotte per i diritti — ma anche alcune posture intellettuali della sinistra — e che difficilmente è stata rivendicata come tale da quest’ultima, almeno sul terreno partitico. Vero poi che dentro l’etichetta woke ci sono elementi diversificati, a tratti contraddittori, più o meno permeabili a discorsività diverse, di tipo neoliberale o socialista. Del resto, anche la sinistra ha spesso usato etichette come «sovranismo» o «fascismo» per squalificare, fino a patologizzare, qualsiasi posizione mettesse in discussione alcuni suo tabù, a partire dalla questione nazionale.
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Rossobrunismo, sovranismo, Putin e Ivan Ilyin
di Antiper
Uno dei termini più abusati nel dibattito corrente è il termine “sovranista” che in genere viene usato a destra come vanto e a sinistra come accusa. Nella sua accezione accusatoria il termine “sovranista” viene spesso sostituito dal suo sinonimo peggiorativo “rossobruno”.
Rossobruno è un termine che veniva usato in origine per marcare quelle frange dell’estrema destra – si pensi ai cosiddetti nazi-maoisti, emersi anche nelle pieghe dello stragismo di Stato [1] – che dichiaravano di guardare con simpatia a Mao o a Stalin, sebbene non certo per l’istanza di emancipazione che quei nomi richiamavano presso larghe masse, bensì come modelli di autocrazia e potenza nazionale.
Oggi, invece, il termine “rossobruni” viene agitato dal mainstream politico-mediatico come sinonimo di “putinisti”; in questa accezione il termine non suscita alcun interesse mentre ben più interessante è l’uso che viene fatto – talvolta, appunto, sotto la denominazione soft di “sovranisti” – per denotare soggetti formalmente collocati a sinistra che, in nome di un presunto realismo geopolitico, tendono ad adottare positivamente categorie tendenzialmente estranee alla storia del socialismo: patria, nazione, sovranità, interesse nazionale… tutti concetti dal carattere interclassista che dovrebbero avere un interesse per le classi popolari solo dopo la conquista del potere politico e che invece sono oggi diffusissimi nonostante la conquista del potere appaia lontana anni luce.
Personaggi come il filosofo Andrea Zhok sono stati accusati, anche da autorevoli intellettuali neo-keynesiani come Emiliano Brancaccio, di proporre riflessioni sovraniste perché sviluppano ragionamenti politici “per nazioni”, senza alcun riferimento alle dinamiche di classe.
In effetti, questo tipo di analisi “per nazioni” è ormai dilagante e la rete è letteralmente invasa da “analisti geopolitici”, moltissimi dei quali sono ex militari (in Italia sono numerosi quelli ospitati, per esempio, dal profilo di Giacomo Gabellini [2]), ex consiglieri strategici (Larry Johnson per la CIA, Lawrence Wilkerson per il Gabinetto del Segretario di Stato alla Difesa USA…, per fare solo due dei numerosi esempi di commentatori di guerra statunitensi che si potrebbero fare), giornalisti ex-embedded (come Gianandrea Gaiani di Analisi Difesa). E stiamo parlando solo degli analisti geopolitici critici della narrazione mainstream pro-guerra sull’Ucraina e sul Medio Oriente.
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Gli economisti ortodossi non ne azzeccano mezza
di Pino Arlacchi
Sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di quell’Alfredo che fu tra le menti più fini della sinistra italiana (sic transit gloria patris), ci spiega con lieve sussiego che capire l’ascesa dei tassi americani non è un esercizio accademico perché i Treasury sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie.
È il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste. E offre l’occasione per porre la domanda che l’economia ufficiale evita con cura: perché le sue previsioni falliscono con tanta regolarità? Non parliamo di errori marginali, ma di cantonate epocali. Il Fondo monetario internazionale – il tempio dell’ortodossia – non vide arrivare il crollo del 2008. Annunciò per un ventennio l’imminente “atterraggio duro” della Cina, che nel frattempo diventava la prima manifattura del pianeta. Nel 2022 previde il collasso dell’economia russa sotto le sanzioni: meno 8,5 per cento. La Russia perse poco più di un punto e l’anno dopo cresceva più dell’Europa. E fu lo stesso capo economista del Fondo, Olivier Blanchard, a firmare nel 2013 la confessione più clamorosa: i moltiplicatori fiscali usati per imporre l’austerità alla Grecia erano sbagliati. E conta poco, a questo punto, chiedersi quanto fosse casuale lo sbaglio. Perché non si tratta in realtà di un problema di calcoli. È un problema di mappa. Questi economisti misurano con precisione decrescente un centro che non è più il centro.
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L’Europeismo: la foglia di fico della NATO e del FMI
di comidad
Il povero Massimo Giannini è stato subissato di sghignazzi e sberleffi per la sua frase sullo scontro con la Russia, da lui indicato come una occasione per forgiare nel fuoco della battaglia un vero progetto di difesa europea. Lo svolazzo retorico del “forgiare nel fuoco della battaglia”, ha catturato quasi tutta l’attenzione, mentre invece la questione è un po’ più insidiosa. In realtà la tesi dell’articolo pubblicato il 15 agosto scorso da Giannini sul quotidiano “la Repubblica”, è che la guerra in Ucraina avrebbe potuto rappresentare un’occasione di integrazione europea, ma i vari paesi non l’hanno saputa cogliere e procedono ancora una volta in ordine sparso. La posizione di Giannini potrebbe quindi sembrare realistica e pessimistica. Si parte dalla concezione, già cara a Prodi e Monti, delle crisi viste come preziose occasioni per l’UE di procedere in avanti; salvo concludere, gozzanianamente, che la rosa non fu colta.
Ma il vero problema è che non soltanto le crisi non hanno portato avanti il processo di integrazione europea, ma, al contrario, hanno addirittura messo in evidenza quale fosse l’autentico sottostante dell’impalcatura UE. Il Trattato di Maastricht del 1992 non faceva alcun riferimento alla NATO ed al Fondo Monetario Internazionale, quindi sembrava delineare una Unione Europea autonoma da queste organizzazioni internazionali. C’è chi ha osservato che la mancanza di riferimenti espliciti al FMI è stata una mera ipocrisia, perché l’ideologia alla base del Trattato di Maastricht è la stessa del FMI, cioè quella di privilegiare il punto di vista e l’interesse della lobby dei creditori.
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La guerra all'Iran con l'emorragia del Dollaro che si aggrava
di Giuseppe Masala
Mentre il segretario al tesoro USA Bessent promette sfracelli contro l'economia iraniana l'amministrazione USA, sempre più disperata, attinge al conto di tesoreria per riacquistare bond così da abbassare i tassi. Nel frattempo Deutsche Bank su autorizzazione cinese apre la prima camera di compensazione europea per lo Yuan
Come avevo ipotizzato, nell'attuale situazione di stallo del conflitto con l'Iran, l'amministrazione di Washington ha puntato sulla guerra economica contro Teheran al fine di riuscire a piegare la volontà del regime degli Ayatollah. Va immediatamente chiarito che gli Stati Uniti non hanno – almeno per il momento – imposto sanzioni secondarie contro i paesi che intendono continuare ad intrattenere rapporti commerciali con l'Iran e dunque, di fatto, violando il sostanziale boicottaggio imposto da Washington.
Prima di spiegare i possibili effetti di questa “stretta” statunitense, però, spieghiamo 'operazione congegnata dal Dipartimento del Tesoro statunitense e illustrata dal suo Segretario Scott Bessent ai mass media di tutto il mondo, proprio ieri. Innanzitutto il nome che è stato scelto è “Operazione Economic Outcast” (Operazione Economia Emarginata) a significare che con questa operazione si vuole emarginare l'economia iraniana da quella del resto del mondo inaridendo la linfa vitale che la tiene in vita.
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«Dobbiamo costruire l'unità tra le organizzazioni di sinistra e di classe, a livello internazionale»
Geraldina Colotti intervista Xosé Luís Rivera Jácome
Per il programma «Rompiendo Fronteras», condotto con Eduardo Medina Guevara per la Radio del Sur, vi presentiamo una versione ampliata dell'intervista a Xosé Luís Rivera Jácome. Docente di professione, il nostro ospite è responsabile delle Relazioni Internazionali e membro del Secretariado della Confederación Intersindical Galega (CIG).
* * * *
Per iniziare, vorremmo analizzare la realtà materiale della classe lavoratrice in Galizia. Di fronte ai discorsi ufficiali di ripresa economica, qual è la situazione reale in termini di precarietà, perdita del potere d'acquisto e deterioramento delle condizioni di lavoro, specialmente nei settori strategici galiziani?
La Galizia sta vivendo una complessa situazione sociale come conseguenza delle politiche economiche che si stanno portando avanti, dello spoglio a cui è sottoposta, del deterioramento dei servizi pubblici, della mancanza di alternative lavorative per la gioventù, delle difficoltà di accesso a una casa dignitosa e per gli attacchi ai nostri stessi segni d'identità, a cominciare dalla nostra lingua.
La classe lavoratrice della Galizia subisce le stesse conseguenze della gran parte della classe lavoratrice a livello globale, derivanti dal processo di accelerazione e accumulazione del capitale attraverso la proliferazione di riforme del lavoro. Tutte queste riforme peggiorano le condizioni di lavoro e tagliano i diritti, trasformando il proletariato in un grande precariato. Stiamo vedendo salari bassi, impieghi instabili, orari di lavoro estenuanti che impediscono di conciliare la vita lavorativa, familiare e sociale, e un aumento costante della povertà. Oggi la povertà non colpisce solo chi è disoccupato, ma anche una percentuale importante di persone che hanno un lavoro.
La legislazione lavorativa dipende dallo Stato spagnolo. L'attuale Governo di Spagna si vanta di essere «il più progressista della storia» e di avere una ministra comunista; tuttavia, né questo Governo né la ministra hanno fatto nulla per cambiare a fondo la situazione.
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Con la Cina e oltre
di Franco Romanò
La Repubblica popolare cinese è sugli scudi, per tutti: dai grandi manager alle leadership politiche, che lo dicono a mezza voce perché devono comunque ripetere il mantra dei diritti umani violati in Cina, dopo aver chiuso gli occhi di fronte al genocidio sionista in Palestina. L'ammirazione è palpabile anche quando è espressa obtorto collo, con un misto di paura, inquietudine e stupore per i successi in campo economico e non solo. L'intento di questo scritto è di riflettere sulla Cina attraversando la sua storia recente e partire da un giudizio netto: considero la Cina uno stato socialista, governato da un partito comunista che, con caratteristiche proprie, è una parte importante del marxismo novecentesco che più volte ho criticato e dal quale continuo a pensare che occorra separarsi. Tuttavia questa è una vicenda che riguarda prima di tutto la sinistra europea e chi si richiamava al comunismo sempre in Europa, ma pretendere di giudicare solo in base a questo l'attuale politica della repubblica popolare cinese sarebbe presuntuoso e anche peggio. La diversità fra le nostre storie non va rimossa, ma neppure assolutizzata. Nel mio studio mi riferirò ai pochi commentatori che hanno cercato di comprendere la Cina attuale senza pregiudizi: Pino Arlacchi, in primo luogo, sia in alcuni articoli recenti – uno in particolare pubblicato sul Fatto quotidiano - sia nei suoi libri, che risalgono alle radici storiche profonde che ispirano l'attuale dirigenza cinese. In secondo luogo gli interventi di Lucio Caracciolo e della rivista Limes più in generale. Infine, ai pochi commenti che nel portale Sinistra in rete condividono come me la convinzione che quando parliamo di Cina stiamo parlando di un paese socialista, anche se poi alcuni giudizi concreti non sempre convergono.
La Cina dopo la vittoria dell'impero statunitense
Il dato da cui secondo me occorre partire è che dalla morte di Mao in poi il governo cinese ha fatto i conti con il proprio recente passato in un modo assai diverso dall'ex Unione Sovietica, nonostante le somiglianze fra le loro storie recenti. La Russia ha reciso il proprio legame con l'esperienza socialista e sovietica, la Cina no.
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IA e leadership: il pensiero critico nell’era dell’algoritmo
di Maylyn López
Le aziende stanziano milioni per potenziare i server, ma delegare il giudizio alle macchine è l'errore strategico più grande del nostro tempo
C’è una scena che si ripete attualmente con regolarità nei piani strategici delle aziende. Un dirigente, con lo sguardo perso nel vuoto digitale, dichiara: “Dobbiamo investire nell’IA”. Seguono, come un rituale pagano, stanziamenti per software, automazioni, corsi di formazione tecnica. Tutto sacrosanto, tutto doveroso.
E mentre l’intelligenza artificiale corre, sollevando polvere di dati e promesse, un silenzio imbarazzato cala sulla domanda successiva. Quella che nessuno osa formulare ad alta voce, per timore di apparire retrogrado: “E noi, siamo pronti a usarla senza smettere di pensare?”
Il rischio, cari lettori, non è l’IA. Il rischio è farlo in un’azienda che ha investito milioni per potenziare i server, ma non per potenziare le proprie risorse umane.
Il punto, e lo dico con la dovuta enfasi, è che il vero vantaggio competitivo non sarà avere la macchina più veloce, ma avere persone capaci di usarla. Persone che, di fronte a una risposta perfettamente articolata dell’algoritmo, non annuiscano come studenti modello, ma alzino un sopracciglio e chiedano: “E se invece guardassimo il problema da un’altra angolazione?”.
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Gli effetti collaterali della privatizzazione dei vaccini
di Claudio Marciano*
L'autorizzazione per il vaccino antinfluenzale tramite mRNA di Moderna sembra orientare verso tecnologie sempre più costose e proprietarie più che verso la crescita della copertura vaccinale. Servirebbe un’infrastruttura pubblica europea per sviluppo e produzione di farmaci e vaccini
L’innovazione tecnologica non nasce sempre dal bisogno di risolvere un problema specifico. Capita, e non di rado, che sia piuttosto una soluzione alla ricerca di un problema. Nel mercato biotecnologico questo accade anche perché le imprese raramente vendono soltanto prodotti: vendono asset – progetti, brevetti, pipeline – il cui valore cresce o diminuisce in base alla percezione che la tecnologia proprietaria possa davvero «spaccare». Questa forma di organizzazione del mercato, che Kean Birch e Fabian Muniesa hanno definito assetization, non orienta soltanto il comportamento dei Ceo delle biotech, ma anche le direzioni applicative della ricerca. La tecnologia finisce così per precedere il bisogno: una volta sviluppata e valorizzata una piattaforma, si cercano i problemi ai quali possa essere applicata, anche quando il rapporto tra costi e benefici è discutibile o esistono già soluzioni consolidate.
Ho avuto modo di soffermarmi su questo meccanismo durante la pandemia, mostrando come sviluppare un vaccino efficace, sicuro e a basso costo contro il Covid-19 fosse alla portata del sistema di innovazione cubano, ma non di quello dei paesi a capitalismo avanzato, nonostante l’enorme divario di risorse industriali e finanziarie.
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Sull'imposta sugli extraprofitti energetici proposta dalla segretaria del PD
di Alessandro Volpi*
La segretaria del Partito democratico ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al direttore del "Corriere della sera" in cui ha esortato il governo Meloni ad adottare, subito, un'imposta sugli extraprofitti energetici.
Si tratta di una proposta molto interessante che, però, a mio parere, dovrebbe essere integrata da due ulteriori considerazioni.
La prima riguarda la necessità, per avere un gettito davvero in grado di fare la differenza, di non limitare l'imposizione al settore energetico.
L'adozione di una sovrimposta temporanea calcolata sull'utile netto eccedente la media pluriennale rappresenta oggi la soluzione tecnica più solida e meno vulnerabile a ricorsi legali per colpire i profitti eccezionali maturati in settori strategici.
A differenza di modelli basati sul fatturato o sui saldi IVA, che rischiano di colpire la liquidità aziendale senza considerare l'effettiva marginalità e i costi di produzione, questo meccanismo si focalizza esclusivamente sul profitto ante imposte, garantendo il rispetto del principio della capacità contributiva poiché interviene solo laddove si è effettivamente generata una nuova ricchezza reale.
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“Woke one was crazy”? Note su un dibattito strano
di Alessandro Visalli
1. Il “fatto”.
Pochi giorni fa, il 9 agosto, Alexandria Ocasio-Cortez in un’intervista televisiva per la ABC[1], rispondendo al giornalista su un’elezione in Wisconsin ha qualificato le posizioni del 2020 di Francesca Hong, che aveva allora sostenuto l’abolizione della polizia e delle carceri, oltre alla cancellazione della Festa del Ringraziamento, “Woke one was crazy”. Ma ha confermato, contemporaneamente, che la mobilitazione del 2020 fu fruttuosa, anche se il linguaggio era “folle”, inoltre che i candidati andrebbero sempre giudicati per quel che dicono oggi. Poi ribadisce che c’è un suo consigliere comunale che dice sempre che il “Woke one” era folle. Anche se “folle” è termine ambivalente (come in italiano, peraltro), l’accezione prevalente è ‘pieno di energia, ma senza freni, sregolato’. Qualcosa che va oltre. Obiettivamente, il minimo che si possa dire.
Nella stessa intervista, e per cinque volte, la Ocasio-Cortez sostiene che la priorità deve essere il costo della vita per la classe lavoratrice, in merito in particolare alla casa, alla sanità e alla spesa alimentare. Poi alle bollette[2].
Prima di vedere come questa apparente “non notizia” arriva alla periferia dell’Impero, vediamo chi è Alexandria Ocasio-Cortez. Esponente di una formazione neosocialista che è in campo negli Stati Uniti dagli anni Settanta (Democratic Socialists of America, DSA), ed alla quale parteciparono a suo tempo intellettuali come Richard Rorty e Michael Walzer e che, pur essendo al suo massimo storico, ha una consistenza complessiva di poco superiore a centomila militanti. Molto eterogenea dal punto di vista ideologico[3] è una fortezza delle posizioni “woke” sui temi istituzionali (abolizione del Senato, della polizia, delle carceri, amnistia per tutti gli immigrati, oltre che su femminismo, transizioni di genere, antirazzismo[4]). Allo stesso tempo è un programma che contiene, in tensione, dimensioni “materialiste”: salario minimo vitale, settimana di 32 ore, sanità universale, social housing, controllo degli affitti, sindacalizzazione, proprietà pubblica, garanzia del lavoro, infrastrutture pubbliche. In base, però, ad una ricerca PEW fra gli elettori democratici, simpatizza per politici “Democratic socialist” il 41% dei laureati contro il 26% dei non laureati; il 40% dei redditi alti contro il 24% dei redditi bassi; il 40% dei bianchi contro il 21% dei neri e il 20% degli ispanici[5].
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Sulla Cina e la transizione al socialismo
di Giulio Bonali
Da semplice compagno di base quale sono sempre stato (purtroppo da molto tempo autocontraddittoriamente “senza partito”) mi pongo, credo doverosamente, dei problemi anche teorici, stimolato dalla lettura di scritti di autorevoli intellettuali organici (o che dovrebbero e forse vorrebbero essere organici al partito rivoluzionario del proletariato per il comunismo; se esistesse).
Mi rendo ben conto che così facendo inevitabilmente rischio di sostenere molte e grosse fesserie, che però qualcuno di tali intellettuali (auspicabilmente) organici (o comunque aspiranti tali) potrebbe (o forse dovrebbe) cercare con pazienza e buona volontà di criticare, aiutando noi compagni di base a superarle (quando ero giovane, in un’ altra era geologica, avrei esposto i miei dubbi e problemi teorici in quel “covo di stalinisti”, come amabilmente la chiamavano parlando fra di loro i “compagni” -absit iniuria verbis- miglioristi “alla Napolitano” della città, che era la sezione del PCI del mio quartiere, la per me gloriosa ”Bruno Ghidetti” di Porta Romana a Cremona, che ho avuto la fortuna di frequentare. Oggi sono ridotto -siamo ridotti- a proporli a Sinistra-in-Rete …e meno male che esiste questa lodevolissima testata telematica!).
Recentemente sono stato indotto ad arrovellarmi intorno alla questione del capitalismo di stato nell’ ambito della società capitalistica e nella dittatura del proletariato (durante la più o meno lunga e travagliata transizione al socialismo), soprattutto in seguito alla lettura di un ottimo scritto di Carlo Formenti sulla Cina proprio in questa sede.
Sono convinto che una serie di importanti problemi in proposito nasca da taluni residui di utopismo che, loro malgrado, affliggono le teorizzazioni dei fondatori e degli autori comunemente ritenuti classici del socialismo scientifico (Marx, Engels, Lenin e altri meno unanimemente riconosciti come tali). Residui che a mio parere dipendono da una certa sopravvalutazione delle potenzialità della cultura umana e delle sue auspicabili realizzazioni; ovvero, correlatamente, da una certa sottovalutazione degli insuperabili limiti naturali alle possibili realizzazioni culturali della civiltà umana.
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L'Italia importa una cellula della nuova Classe Armata
di Pino Cabras
Crosetto ha nominato consigliere per l'innovazione della Difesa l'ex ministro ucraino Fedorov. Un uomo-sistema che porta a Roma il laboratorio bellico di Kiev: droni, algoritmi addestrati sul fronte, capitali privati. Non europeizziamo l'Ucraina: ucrainizziamo l'Europa
Guido Crosetto ha nominato Mykhailo Fedorov consigliere per l’innovazione della Difesa. Fino a metà luglio Fedorov era il ministro della Difesa dell’Ucraina. La notizia è una delle più importanti dell’anno.
Non è un incarico di facciata. Il ministero italiano parla di droni, di mezzi senza pilota, di difesa aerea. Fedorov ha scritto che aiuterà l’Italia ad adottare le tecnologie della guerra moderna. Ma la parola che conta davvero, e che ricorre in tutte e due le versioni della giornata, è un’altra: portare «su larga scala» quello che il fronte ucraino ha già collaudato. Cioè trasferire qui un modo di produrre e combattere, non qualche brevetto.
Vale la pena raccontare come ci è arrivato, perché non è un dettaglio. A metà luglio Zelensky lo ha rimosso dal governo dopo lo scontro con il comandante in capo Oleksandr Syrsky. In Ucraina la gente è scesa in piazza per chiederne il ritorno, e nelle settimane scorse Fedorov ha fatto un passo che nessuno si aspettava: ha chiesto pubblicamente le elezioni, dicendo che non può essere Putin a stabilire i tempi della democrazia ucraina. Roma è la prima tappa di un giro internazionale, e altri governi si erano fatti avanti prima del nostro.
C’è pure un paradosso tutto italiano che nessuno segnalerà.
Lo stesso Crosetto ha tenuto l’Italia fuori dal PURL, il meccanismo con cui la NATO fa pagare agli europei le armi americane per Kiev. Diciamo no ai bonifici e sì all’architettura.
Chi è Fedorov, allora. È nato nel 1991 a Vasylivka, nella regione di Zaporizhzhia, non ha mai portato una divisa e prima della politica faceva marketing digitale: a ventidue anni aveva già la sua agenzia. Le prime armi politiche le fa nel 2014, e questo pezzo di biografia va raccontato. Si candida alle elezioni parlamentari con 5.10, il partito libertario appena fondato dall’imprenditore Hennadiy Balashov. Il programma stava tutto nel nome: cancellare il sistema fiscale esistente e sostituirlo con due sole imposte, il 5% sulle vendite e il 10% sui salari. Balashov diceva apertamente di voler fare dell’Ucraina un paradiso fiscale mondiale, sul modello di Singapore e dell’Irlanda, e indicava come nemico il controllo dello Stato sull’economia.
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Il vicolo cieco della finanza globale
di Alessandro Volpi
Le strategie monetarie nei prossimi mesi, di fronte a un rischio di inflazione e di stagnazione sempre più evidente, saranno decisive. Saranno determinanti quindi, in particolare, le azioni della Federal Reserve e della Bce.
È utile allora soffermarsi, anche solo rapidamente, per cercare di capire cosa stia succedendo in tali istituzioni. Alla Federal Reserve il neo presidente Kevin Warsh, nominato da Trump, ha deciso di costituire un “gruppo di lavoro” per definire la linea della banca centrale americana. In tale gruppo è presente l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, membro del Group of Thirty (G30), un’organizzazione privata ed esclusiva che riunisce i vertici delle banche centrali e gli amministratori delegati delle più grandi banche private (come Goldman Sachs e JPMorgan).
La cricca di finanzieri voluta da Trump per indicare la via alla Fed
C’è poi Marc Andreessen, co-fondatore di Andressen Horovitz , un venture capital da oltre 40 miliardi di dollari di masse in gestione, molto attivo sulle criptovalute. Ne fa parte anche l’economista (Fmi) ed ex governatore della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ora consulente senior per BDT & MSD Partners (una banca d’affari che gestisce i capitali di alcune delle famiglie più ricche del mondo, tra cui i Dell) e, come King, membro del Group of Thirty.
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Retorica tricolore e il conto lasciato ai posteri
di Emiliano Brancaccio
Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale»
Sovranità, interesse nazionale, patria: parole che ricorrono ossessivamente nel lessico meloniano. Resta da capire quale sia il vero significato, quando dalla retorica si passa ai fatti. L’ultima crisi dell’acciaio a Taranto offre un rilevante banco di verifica. Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale».
A ben vedere, però, le azioni del suo governo sembrano muovere in direzione esattamente opposta.
C’era una volta Dri d’Italia, società pubblica incaricata di realizzare a Taranto il tassello decisivo della riconversione ecologica: un nuovo impianto per produrre ferro preridotto, il cosiddetto Dri, da utilizzare in forni elettrici al posto del vecchio ciclo a carbone. L’obiettivo ufficiale era «partecipare alla riconversione del sito produttivo di Taranto», abbatterne le emissioni e ridurre la dipendenza italiana dalle importazioni. Un ambizioso progetto di politica industriale, che doveva esser finanziato dal Pnrr europeo con un miliardo.
Poi però comincia la ritirata. Con la revisione del Pnrr gestita dal ministro Fitto, il miliardo viene stralciato per la «complessità del progetto». Il governo promette di recuperarlo con fondi nazionali e in effetti lo rifinanzia.
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Assistenzialismo, due pesi e due misure
di Francesco Coniglione
Il 4 agosto 2026, nel corso di una conferenza stampa ospitata al Senato, esponenti della maggioranza hanno presentato quella che il governo definisce la propria “Rivoluzione Welfare”: 52 miliardi complessivamente destinati, secondo quanto rivendicato, alle politiche sociali in meno di quattro anni, con l’obiettivo di superare finalmente “la logica dell’assistenzialismo”. Poco più di un mese prima, commentando l’approvazione del decreto Lavoro, la presidente del Consiglio aveva adoperato la stessa parola d’ordine: sostenere il lavoro e non la dipendenza dai sussidi, creare opportunità e non “assistenzialismo esasperato”.
Alle spalle dell’annuncio, però, vi era una realtà più ambivalente. La legge di bilancio 2026 ha ridotto di 267,16 milioni di euro, per quell’anno, il Fondo per il sostegno alla povertà e per l’inclusione attiva. È vero che tale riduzione concorreva a finanziare l’abolizione del mese di sospensione fra due cicli dell’Assegno di inclusione e non può quindi essere descritta come un semplice taglio lineare ai poveri; restava tuttavia la struttura categoriale del nuovo sistema, che, secondo Caritas Italiana, aveva ristretto del 40-47% la platea delle famiglie raggiunte rispetto al Reddito di cittadinanza, mentre l’Istat indicava nel 22,6% la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. In pochi mesi, la stessa parola ha potuto celebrare una vittoria politica e insieme separare i poveri meritevoli di accompagnamento da quelli sospettati di dipendenza. È da questa ambivalenza, tutt’altro che isolata, che vale la pena ripartire per chiarire un termine quanto mai equivoco.
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“Produzione di diritti per mezzo di diritti”, circolazione capitalistica e comunismo
di Eros Barone
Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica
e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società.
K. Marx, Critica del programma di Gotha.
1. Un importante precedente storico e teorico
Nel 1887 apparve sulla Neue Zeit, rivista teorica della socialdemocrazia tedesca, un articolo di Engels e di Kautsky, in cui veniva delineata una risposta puntuale alle posizioni revisioniste di Anton Menger, esponente della frazione di destra della socialdemocrazia tedesca, sul rapporto tra politica e diritto. In questo scritto, che offre indicazioni di grande interesse per una corretta impostazione della pratica socio-politica dei comunisti, gli autori conducevano una importante battaglia contro le posizioni antimarxiste di Menger, il quale si proponeva di ‘rifondare’ le concezioni del socialismo da un punto di vista giuridico. In effetti, l’Anti-Menger di Engels e Kautsky (va detto che quest’ultimo si muoveva allora sul terreno del marxismo rivoluzionario) colpisce al cuore l’ideologia giuridica, offrendo un esempio paradigmatico del modo in cui si deve condurre la lotta teorica e politica contro l’opportunismo socialdemocratico 1. La tesi scientifica (e l’aggettivo va sottolineato, giacché è in questione la teoria-chiave del materialismo storico, quella del rapporto struttura-sovrastrutture) - tesi che costituisce il fondamento teorico dell’Anti-Menger engelsiano e che dodici anni prima era stata posta da Marx al centro della sua Critica del programma di Gotha - è che l’ideologia giuridica e il marxismo sono come l’acqua e l’olio: tra di essi non è possibile alcuna combinazione. Giustamente il curatore sottolinea che «l’articolo Juristen-Sozialismus può essere considerato un piccolo classico sul rapporto tra marxismo e diritto», la cui importanza non va sottovalutata in un’epoca in cui le nuove varianti del riformismo continuano a fondare i propri assunti teorico-politici sullo spostamento della prospettiva essenziale dell’intervento politico di classe dalle categorie capitalistiche del processo di produzione alla sfera dei diritti borghesi da conquistare, difendere o estendere all’interno del capitalismo stesso.
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Prossima fermata: Pechino?
di al. ba.
Negli ultimi mesi, il variegato mondo multipolarista italiano si è immerso in un acceso dibattito sulla natura politica ed economica della Cina contemporanea: Pino Arlacchi, Alberto Bradanini, Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Orazio Di Mauro, Carlo Formenti, Vladimiro Giacché, Massimo Leoni, Davide “Dazibao” Martinotti, Fabio Massimo Parenti, Moreno Pasquinelli, Ernesto Screpanti, Roberto Sidoli, Alessandro Visalli, e le riviste e i canali come Marx21, Pungolo Rosso, Ottolina TV, Tracce di classe ecc, sono tantissimi i singoli e i collettivi che stanno pubblicando video, rilasciando interviste o scrivendo libri, saggi e articoli sul tema. A grandi linee, c'è chi propende per una Cina socialista o quantomeno in via di transizione al socialismo e chi per una Cina capitalista se non addirittura imperialista. Personalmente, per affrontare la questione credo che sia utile riassumere le domande che ci dovremmo porre, senza la pretesa di rispondere ma con l'ambizione di contribuire in tal modo a chiarire il campo su cui dovrebbe svolgersi lo scontro, un po’ troppo inquinato da toni polemici e personalismi francamente ridicoli dato lo stato di subordinazione e marginalità in cui il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti versa (se non altro nel nostro paese).
Per cominciare partirei dall'Italia, sulla cui natura dovremmo essere tutti d'accordo. Il perché di questa scelta diverrà chiaro più avanti. Il nostro è uno Stato borghese in cui il modo di produzione capitalista è largamente dominante ma non unico. La maggior parte della ricchezza è di gran lunga prodotta col fine di valorizzare il capitale investito ed assume la forma di merce creata mediante lo sfruttamento del lavoro salariato. Ciononostante, accanto e in subordine, una quota parte della ricchezza materiale è prodotta sotto forma di merce da parte di soggetti non capitalisti: cooperative, artigiani, professionisti, contadini, enti pubblici ecc, oppure prodotta direttamente sotto forma di valori d'uso da parte della pubblica amministrazione, degli enti caritatevoli (il cosiddetto “terzo settore”) e dai domestici, siano essi estranei o appartenenti al nucleo familiare. Pertanto, in Italia, esistono residui di modi di produzione antichi (sfruttamento del lavoro schiavistico degli immigrati clandestini nelle campagne, del lavoro servile in casa, auto-sfruttamento e lavoro di sussistenza) e sono comparsi i prodromi di un modo di produzione socialista (lavoro cooperativo e cosiddetto “pubblico”).
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E se il "Melonellum" saltasse?
di Leonardo Mazzei
Domanda: e se alla fine il Melonellum saltasse del tutto? Sia chiaro, la nostra è solo un’ipotesi. Non una previsione, ma un’ipotesi che conviene considerare, che comunque ci aiuta a ragionare su certe dinamiche in atto. E forse è soltanto una suggestione, ma di quelle suggestioni che hanno un loro perché.
Il 20 luglio scorso così concludevamo un articolo sul tema:
«Davvero si voterà con il Melonellum (come sembrerebbe), oppure il trasversale “partito del pareggio”, che guarda ad una sorta di “Union Sacrée” in nome della guerra alla Russia, avrà altre carte da giocare?».
Oggi, ad un mese di distanza, quel dubbio rimane. La legge andrà in aula al Senato il 9 settembre, mentre il voto finale è previsto per il giorno 15. Poi, se sarà passato il nuovo emendamento sulle finte preferenze, sul quale i caporioni della maggioranza si sono accordati ad inizio agosto, il testo dovrà tornare alla Camera per l’approvazione definitiva.
Dunque, vada come vada, la risposta al quesito di cui sopra non è lontana. Perché allora arrovellarsi su quel che avverrà?
Prima di arrivare al punto che ci interessa, togliamo di mezzo le due questioni di cui si è tanto disquisito nelle settimane scorse. Primo, il tema delle preferenze è del tutto irrilevante: con la legge attuale (Rosatellum) semplicemente non ci sono, mentre con quella in discussione l’eventuale reintroduzione sarebbe solo una presa in giro, visto il mantenimento dei capilista bloccati. Secondo, il Melonellum è palesemente incostituzionale per via dell’introduzione surrettizia e pasticciata del premierato, ma in quanto alla distorsione del principio proporzionale non è poi così diverso dalla legge in vigore.
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Germania. Il piano dei partiti "democratici" per mantenere il potere
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Coercizione federale, esclusione dai tavoli decisionali e sospensione dei fondi: i tre scenari per neutralizzare un governo sgradito
C’è un’immagine dell’Unione Europea che i suoi apologeti vendono quotidianamente: quella di un faro di democrazia, dialogo, stato di diritto. Poi, però, basta aprire gli occhi o semplicemente riflettere oltrepassando la cortina fumogena della propaganda mainstream per scoprire il volto vero.
L’ultima conferma arriva dalla Germania, il cuore pulsante dell’UE, l’ormai ex locomotiva d’Europa. Secondo quanto reso noto da Politico, i partiti del cosiddetto “establishment” starebbero già studiando un arsenale di misure straordinarie per impedire di fatto a un eventuale governo regionale dell’opposizione (il partito AfD, Alternativa per la Germania) di esercitare il proprio mandato, qualora vincesse le elezioni nel land della Sassonia-Anhalt. Non si tratta di confutare idee con altre idee, né di sottoporre le leggi al vaglio della corte costituzionale. Si parla invece di “opzione nucleare”, di coercizione federale, di tagli ai fondi, di esclusione dai tavoli decisionali e persino di “muri informativi” per negare l’accesso a dati sensibili a ministri legittimamente eletti.
Stiamo parlando di uno Stato membro dell’UE, non di una cosiddetta Repubblica della Banane. Un paese che viene definito come un modello di democrazia e convivenza liberal/liberista. Eppure il lessico usato è quello della guerra preventiva contro il nemico interno.
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