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Match – Elsa Fornero Vs Clara Mattei: due modelli di economia a confronto
A cura di Davide Amerio
Il 13 Febbraio scorso, presso la sede dell’IUC1, in Torino, si è svolto un confronto tra due economiste: la prof.ssa Elsa Fornero2, e la prof.ssa Clara Mattei3. Oggetto del dibattito due differenti interpretazioni dell’economia. L’incontro è stato moderato dalla dott.ssa Alessandra Camaiani. Riportiamo i passaggi salienti del match tra le due protagoniste. Cuore del dibattito è stata una domanda che risulta oggi essere molto importante, la cui risposta è fondamentale per l’influenza che ha nelle nostre vite:
Cos’è la Politica, cosa è l’Economia, e il loro rapporto.
* * * *
Elsa Fornero
La prof.ssa Fornero ha esordito dicendo che i giovani oggi non sentono passione per la Politica. Hanno piuttosto molto interesse per ciò che accade nel mondo, per la società nel suo complesso, e come essa viene amministrata, e per la democrazia. Un discorso tutto sommato politico, ma essi si estraniano dal mondo del “dibattito” tra gli schieramenti, nel quale faticano a riconoscersi.
La visione della Fornero è catalogabile nell’ambito del Liberismo più classico, come naturale conseguenza di una filosofia che vede nel Liberalismo, e nella democrazia di stampo europeo, lo strumento fondamentale per garantire le libertà individuali, così come immaginate, e stabilite, dalla nostra Costituzione.
Riconosce che il soggetto critico nel dibattito politico è quello del Welfare, il quale, troppo spesso, viene solamente associato al discorso sulle pensioni.
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Il governo Meloni-Mattarella avanza a carro armato. E noi?
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Lanciamo un allarme, e una proposta.
L’allarme è questo: il governo Meloni (con la tutela e i consigli del Quirinale) sta avanzando spedito, in contemporanea, su tre fronti della repressione: il nuovo decreto stronca-manifestazioni, il nuovo disegno di legge (Ddl) contro emigranti e immigrati, la legge organica per proteggere Israele da ogni critica e mettere a tacere il movimento per la Palestina.
La proposta è questa: riunire al più presto le forze realmente disponibili a battersi contro questo affondo repressivo da stato di polizia che serve all’instaurazione della economia di guerra e alla mobilitazione di guerra (riconfermata da ultimo nella conferenza di Monaco).
Il decreto stronca-manifestazioni
Il decreto legge approvato dall’esecutivo delle destre il 5 febbraio perfeziona e blinda ulteriormente il vecchio Ddl 1660 varato nel giugno scorso. Introducendo nuovi reati e nuove aggravanti di pena, quel Ddl colpiva ad un tempo le manifestazioni contro le guerre, a cominciare da quelle contro il genocidio dei palestinesi a Gaza, e quelle contro la costruzione di nuovi insediamenti militari; i picchetti operai; le proteste contro le “grandi opere”, la catastrofe ecologica, la speculazione energetica; le forme di lotta di cui questi movimenti si dotano per aumentare la propria efficacia come i blocchi stradali e ferroviari; le occupazioni di case sfitte. Conteneva, inoltre, norme durissime contro qualsiasi forma di protesta e di resistenza, anche passiva, nelle carceri e nei Centri di reclusione degli immigrati senza permesso di soggiorno, perfino contro le proteste di familiari e solidali a loro supporto (1).
Il nuovo Ddl va oltre. Una delle sue norme-chiave (l’art. 7) reintroduce il fermo preventivo di polizia dei “sospetti” per colpire l’organizzazione delle manifestazioni, sottraendo ad esse l’apporto degli elementi più militanti – serve allo stesso obiettivo l’estensione delle “zone rosse” nelle città e la moltiplicazione dei relativi Daspo, con poteri del tutto discrezionali di prefetti e questori.
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D’Istruzione pubblica
di Elisabetta Frezza
A margine di un film originale, gagliardo e decisamente rompiscatole, si sostiene di seguito una tesi controcorrente portando due prove provate della sua bontà
Il film
Fascista, comunista, rossobruno. In mancanza di argomenti, i detrattori lanciano etichette. Forse perché non lo hanno visto arrivare, o comunque se lo aspettavano diverso, più aderente ai cliché del dissenso convenzionale, e dunque metabolizzato, e dunque innocuo, e dunque consentito.
Porta il titolo icastico di D’istruzione pubblica, è una produzione cento per cento indipendente – incredibile dictu – e in questi giorni sta riempiendo le sale. Racconta la storia triste del sistema scolastico italiano, malato cronico di riformite a senso unico (quale che sia il colore dei governi) e ormai ridotto a un pachiderma in agonia.
La buona notizia è che non è ancora morto, il pachiderma: sporadici segni di vitalità si registrano nei luoghi di missione di quei pochi docenti e pochissimi prèsidi irriducibili, per ora scampati alle ronde dei guardiani dell’ortodossia (o alla delazione di colleghi collaborazionisti, o agli starnazzi di genitori per i quali il voto è tutto, e pazienza se è fasullo). Anche di queste tracce di vita – fondato motivo per credere che non tutto sia perduto – si rende conto nel film, perché la macchina da presa sbircia dentro spazi dove si parla ancora il linguaggio desueto della realtà, della ragione e del buon senso, altrove sostituito con destrezza (e desolante facilità) dal suono salmodiato delle formulette ipnotiche e dei ritornelli ebeti, degli acronimi demenziali e degli anglismi cringe: quell’impostura lessicale e fonetica che tanto piace alla gente che piace, solerte ad appiccicare a caso, su cose e su persone, etichette prestampate. Per l’appunto.
La pellicola narra della catastrofe, sì, ma non è un inno alla scuola che fu. E tuttavia non si può negare che una volta una scuola ci fosse, e ora non più. Non idealizza una trascorsa età dell’oro. E tuttavia non si può negare come, a un certo punto della storia, una mano ineffabile abbia impresso alla scuola un’inversione di rotta, con una manovra temeraria al punto da sfuggire a quasi tutti i radar, sì che a una fase di tensione verso la realizzazione del proprio statuto naturale (quello di garantire a tutti i cittadini un adeguato livello di istruzione) è succeduta una fase, invertita, di demolizione controllata dei risultati raggiunti e di programmatico tradimento di una ragion d’essere che è esclusiva e irrinunciabile.
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Iran: i generali avvertono Trump
di Michele Paris
Rivelazioni circolate sulla stampa americana nella giornata di lunedì hanno fatto emergere pubblicamente divisioni e ansie ai vertici politici e militari del governo di Washington attorno all’opzione militare che Donald Trump starebbe valutando nei confronti dell’Iran. Il sito Axios, il Washington Post, il New York Times e il Wall Street Journal hanno in particolare riportato un avvertimento del capo di Stato Maggiore, generale Dan Caine, circa i rischi di un attacco che, quasi certamente, sfocerebbe in una lunga guerra di attrito. Le preoccupazioni manifestate all’inquilino della Casa Bianca non riguardano comunque la natura criminale dell’eventuale aggressione, quanto i possibili punti deboli in ambito militare che, dietro all’ostentazione di forza di Trump, potrebbero risultare determinanti nel prendere una decisione che praticamente tutto il mondo sta attendendo.
Al centro della discussione ci sarebbe la richiesta del presidente repubblicano di portare a termine un’operazione rapida di “decapitazione” della leadership iraniana, senza perdite per le forze americane coinvolte o di stanza in Medio Oriente. Il modello dei desiderata di Trump è il blitz in Venezuela, concluso in tempi brevi con il rapimento del presidente Maduro. Questa fantasia di Trump è stata distrutta dai generali americani, i quali gli hanno verosimilmente spiegato che un’operazione contro la Repubblica Islamica richiederebbe una massiccia e prolungata campagna di bombardamenti, senza oltretutto la garanzia di raggiungere gli obiettivi prefissati e con perdite pesanti in termini di materiale, ma forse anche di uomini, da mettere in preventivo.
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Rogoredo non è un caso isolato
di Osservatorio Repressione
Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto anni, Abdherrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo con un colpo alla testa. Una versione immediata: legittima difesa. Un’arma giocattolo. Una minaccia. Uno sparo inevitabile.
Poi le crepe. L’arma senza impronte. La distanza di venti metri. Il colpo laterale. I soccorsi chiamati in ritardo. L’agente che ha sparato indagato per omicidio e altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Testimonianze dal quartiere che parlano di taglieggiamenti, pressioni, di un agente che “voleva fargliela pagare”. Lo stesso assistente capo è coinvolto in altre inchieste, compresa una per falso ideologico legata a un arresto controverso tra piccolo spaccio e denaro. E non è irrilevante che, secondo ricostruzioni investigative, alcuni colleghi lo avrebbero descritto come un fanatico, abituato a muoversi sul filo dell’opacità nelle operazioni. Non sono dettagli. È un quadro.
Nel frattempo, ore di talk show a costruire l’assoluzione preventiva. Sindacalisti di polizia a mimare lo sparo in studio. Il “pusher” contro lo “Stato”. La periferia trasformata in zona grigia dove tutto diventa lecito. La narrazione tossica che precede la perizia. Prima la propaganda, poi – forse – l’indagine. Ma non si è fermata lì. La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Aveva parlato di scandalo per l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario, mentre – secondo lui – i manifestanti che avevano picchiato un agente a Torino non sarebbero stati incriminati per tentato omicidio.
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Il “palazzo” di Epstein e la sorveglianza di Israele
di Lavinia Marchetti*
Una parte cruciale del filone “Manhattan” (ovvero la parte dei file Epstein “ambientati a New York) riguarda l’edificio residenziale al 301 East 66th Street, collegato a Epstein tramite un controllo operativo (nel tempo attribuito a società riconducibili al fratello) e una gestione di fatto di diverse unità. Questo edificio compare da anni nella stampa investigativa anglofona come luogo di alloggio per personale, collaboratori e “modelle”, oltre che come snodo logistico.
Già nel 2019, Business Insider descriveva l’immobile come un punto di appoggio in cui risultavano abitare o transitare persone legate a Epstein (assistenti, avvocati, piloti, partner e contatti), riferendo anche di utilizzo degli appartamenti da parte dell’agenzia di modelle MC2 Models per ospitare modelle straniere, incluse minorenni secondo una deposizione citata nell’articolo. Sappiamo da mail a Epstein e ricostruzioni che l’ex premier israeliano Ehud Barak fosse un visitatore frequente e che la sua presenza fosse associata a misure di sicurezza visibili (auto, uomini di scorta).
Nel febbraio 2026 Curbed ha pubblicato una sintesi aggiornata basata su “recently released emails” e su altri atti, sostenendo che vari appartamenti del palazzo ricorrono nei file e che parte di essi erano destinati alle “girls” (termine usato in alcune email come riferimento alle vittime), con annotazioni del tipo “Apts. for models” in rubriche/elenchi già discussi da precedenti inchieste.
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L'Iran non è l'Iraq": perché un attacco a Teheran sarebbe un salto nel buio
di Chris Hedges*
La squadra di negoziatori di Stanlio e Ollio, formata da Steve Witkoff e Jared Kushner, unita alla spaventosa ignoranza di Trump in materia di affari mondiali e alla sua megalomania, sembra destinata a spingere gli Stati Uniti verso un altro disastro in Medio Oriente, un disastro che il Congresso non ha approvato e che l'opinione pubblica non vuole.
Le richieste imposte all'Iran dalla Casa Bianca di Trump non sono più accettabili per il regime di Teheran di quelle imposte ad Hamas a Gaza nell'ambito del finto piano di pace di Trump.
La richiesta di Trump che l'Iran interrompa il suo programma nucleare e rinunci alle sue capacità missilistiche in cambio di nessuna nuova sanzione è tanto sorda quanto l'appello ad Hamas al disarmo a Gaza. Ma poiché da tempo abbiamo rinunciato ai diplomatici, che sono alfabetizzati linguisticamente, politicamente e culturalmente, e che possono mettersi nei panni dei loro avversari, siamo condotti a un'altra guerra in Medio Oriente dalla nostra nuova cricca di buffoni. Gli Stati Uniti e Israele credono scioccamente di poter bombardare il governo iraniano e insediare un regime cliente. Che questo sistema di credenze irrealistico abbia fallito in Afghanistan, Iraq e Libia sfugge loro.
La promessa di non imporre nuove sanzioni non incentiverà l'Iran a mediare un accordo. L'Iran è già paralizzato da sanzioni onerose che hanno devastato la sua economia.
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La guerra all'Iran e gli Epstein Files
di Davide Malacaria
La prima riunione dello stralunato Board of peace ha visto Trump straparlare di ricostruzione di Gaza, miliardi di dollari per seppellire il genocidio, del disarmo di Hamas e lanciare nuove minacce all’Iran, al quale ha dato una scadenza temporale per raggiungere un accordo: 10-15 giorni.
Trump non riesce a non reiterare certi errori: imporre una scadenza equivale a dichiarare guerra, dal momento che, a meno di un miracolo, è impossibile raggiungere un’intesa tanto delicata in così poco tempo.
A spingere per l’intervento anche i petrolieri americani. Lo rivela Max Blumenthal su Grayzone riferendo che al vertice dell’American Petroleum Institute, presenti dirigenti e consulenti delle aziende del settore, uno dei più navigati tra questi, Bob McNally, spiegava: “L’Iran è la promessa più grande, sebbene rappresenti il rischio maggiore è anche la maggiore opportunità. Se riuscite a immaginare gli Stati Uniti che aprono un’ambasciata a Teheran, il regime di Teheran in sintonia col suo popolo – la popolazione più filoamericana in Medio Oriente al di fuori di Israele, storicamente abile sia a livello culturale che commerciale. Se riuscite a immaginare la nostra industria tornare lì, otterremmo molto più petrolio e molto prima di quanto ne otterremo dal Venezuela”.
Secondo McNally, già consigliere del presidente George W. Bush, una guerra contro l’Iran si rivelerebbe un “giorno terribile per Mosca, ma meraviglioso per gli iraniani, gli Stati Uniti, l’industria petrolifera e la pace nel mondo” (sic).
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La guerra all’Iran
di Scott Ritter - forumgeopolitica.com
L'amministrazione Trump parla il linguaggio della diplomazia mentre si prepara a una guerra contro l'Iran che, se attuata, segnerà la fine dell'esperimento democratico americano
L’Iran e gli Stati Uniti stanno prendendo una pausa di due settimane dai negoziati sul programma nucleare iraniano, mentre i negoziatori tornano nelle rispettive capitali per riflettere su ciò che è stato messo sul tavolo fino a oggi. La parte iraniana è apparsa piuttosto ottimista, con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi che ha dichiarato ai media iraniani: “Siamo riusciti a raggiungere un accordo generale su una serie di principi guida, sulla base dei quali procederemo d’ora in poi, e ci muoveremo verso la stesura di un potenziale accordo”.
Più eloquenti sono stati i commenti del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance. “Per certi versi è andata bene”, ha dichiarato Vance a un media statunitense al termine dei colloqui martedì. “Ma per altri versi è stato molto chiaro che il presidente ha fissato alcune linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere e a superare. Quindi continueremo a lavorarci”.
La domanda chiave che emerge da questo scambio è cosa intenda esattamente il vicepresidente Vance quando parla di “lavorarci”.
A un certo punto la comunità analitica globale dovrà fare i conti con la dura realtà che, dal punto di vista degli Stati Uniti, la diplomazia non è un’opzione. La politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran non è quella di trovare una via diplomatica verso una soluzione di compromesso che consenta all’Iran di arricchire l’uranio come è suo diritto ai sensi dell’articolo 4 del trattato di non proliferazione nucleare, ma piuttosto quella di un cambio di regime a Teheran.
Ciò significa che gli Stati Uniti sono sulla strada di una guerra con l’Iran che scoppierà prima piuttosto che poi.
Col senno di poi, l’inevitabilità di questa guerra è evidente da mesi, da quando l’amministrazione Trump ha orchestrato eventi all’interno dell’Iran che logicamente potrebbero essere interpretati come un modo per facilitare il rovesciamento del governo della Repubblica Islamica dell’Iran.
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Il codice della guerra. Come le Big Tech sono diventate l’industria degli armamenti del XXI secolo
di Mario Sommella
Per anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale.
La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica dell’infrastruttura militare contemporanea.
Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale, nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria espansione.
Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura del potere.
La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari
I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno.
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Il cambio di paradigma e le politiche economiche
di Laura Pennacchi
Per affrontare l'alternativa servono un nuovo modello di sviluppo, degli investimenti necessari e lavoro in quantità e qualità adeguate. L'Italia potrebbe essere un laboratorio
C’è un elemento che dà la misura della profondità del rovesciamento di paradigmi di cui oggi c’è bisogno nell’approcciarsi alla politica economica: il ritorno dell’espressione stagnazione per definire l’andamento delle economie sviluppate. E non si tratta solo della ridefinizione dei rapporti tra grandi aree geopolitiche, con il declino degli Usa (la loro quota sul Pil mondiale passa dal 20% del 2000 al 15%), l’annaspare dell’Unione europea (che esprime comunque il 12% del Pil mondiale), l’avanzare della Cina (la quale esprime il 20% del Pil mondiale, investe il 40% del suo Pil, realizza un avanzo dei conti con l’estero pari a 600 miliardi di dollari).
Alvin Hansen, già alla fine degli anni Trenta del Novecento, aveva argomentato come la «Grande depressione» di quegli anni non fosse un episodio ciclico ma fosse, in realtà, il sintomo dell’esaurimento di una dinamica di lungo periodo, un altro modo di definire l’equilibrio di sottoccupazione individuato da Keynes. Nei decenni precedenti le economie del G20 crescevano regolarmente del 2 o del 3% l’anno raddoppiando i redditi ogni 25 o 35 anni, mentre ora i tassi di crescita sono tra lo 0,5 e l’1%, il che significa che i redditi impiegano dai 70 ai 100 anni per raddoppiare. Quindi, con l’espressione stagnazione dobbiamo intendere non tassi di incremento del P quantitativamente bassi o nulli (che in effetti non si verificano), ma un’economia drogata a bassi investimenti (basata su una combinazione di crescente diseguaglianza, disoccupazione esplicita o strisciante, bassa produttività), in grado di realizzare una crescita ordinaria solo mediante politiche straordinarie e speciali condizioni finanziarie, le quali, però, incoraggiano il rischio finanziario, un indebitamento malsano, la formazione di bolle (azionarie e non solo) che, a loro volta, pongono le premesse per nuove crisi.
Anche il giusto richiamo di autori come Dani Rodrik a considerare quanto la specificità del modello conosciuto come export-oriented industrialization, e il suo progressivo esaurirsi, sia alla base dello scatenamento della guerra commerciale da parte di Trump, ha a che fare con la questione della stagnazione.
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Bellicosa e frivola: la Ue come gli Usa
di Barbara Spinelli
Dopo aver pomposamente scoperto l’acqua calda, e cioè che il vecchio ordine internazionale è finito, i leader europei riuniti a Monaco per l’annuale Conferenza sulla Sicurezza hanno dato il meglio di sé e si sono collettivamente inginocchiati davanti al nuovo impero senza norme prefigurato dal presidente Trump.
Solo così si spiega l’entusiasmo con cui hanno ripetutamente applaudito il discorso del ministro degli Esteri Marco Rubio. Non è mancata, alla fine, una standing ovation che conferma l’ottusità di cui son capaci i governanti europei, quando sono in preda a quella che Barbara Tuchman, storica della Prima guerra mondiale, chiamava la “bellicosa frivolezza degli imperi senili” (I cannoni d’agosto).
Un anno prima, sempre alla conferenza di Monaco, il vicepresidente J.D. Vance s’era scagliato contro gli europei, accusandoli di calpestare la libertà di pensiero e di criminalizzare nei loro paesi le destre estreme. Rubio non ha detto cose diverse, pur elogiando con dovizia la comune storia transatlantica. Ha solo adottato, con impressionante successo, la formula Mary Poppins: “Basta un po’ di zucchero e la pillola va giù”.
La pillola accolta con giubilo è addirittura più amara, se solo si pensa ai motivi per cui, nel secondo dopoguerra, gli Stati europei decisero di unirsi per curare le malattie che per secoli avevano afflitto il nostro continente: guerre, cruente conquiste e occupazioni coloniali, nazionalismi autoritari.
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La catastrofe europea e le sue Cassandre
di Andrea Zhok
Nella mitologia greca Cassandra, sorella di Ettore, era dotata di capacità divinatorie, ma venne condannata da Apollo a rimanere inascoltata.
Oggi, e da un po' di tempo, in Europa per capire i processi in corso non c'è bisogno di essere dotati di divine capacità profetiche. Basta avere una formazione storico-politica decente e non farsi pere quotidiane con gli stupefacenti forniti dal sistema mediatico.
L'Europa odierna è piena di Cassandre che godono del discutibile privilegio di vedere continuamente a posteriori di aver avuto ragione, mentre quelli che avevano torto marcio continuano ad appuntarsi reciprocamente medaglie sul petto, intoccati dai propri fallimenti.
Così, sentire il cancelliere tedesco Merz fare la voce grossa contro il residuo stato sociale tedesco e chiedere sacrifici per alimentare una nuova corsa agli armamenti mette quasi allegria per tutti quelli, e non sono pochi, che ricordano la Germania di Schaüble, la Germania che faceva lezioncine di produttività e moralità all'Europa meridionale (gentilmente connotata con l'acronimo PIGS), mentre utilizzava la leva di un euro artificialmente sottovalutato per nutrire il proprio export.
La Germania che tra il 2011 e il 2016 ha letteralmente sventrato la Grecia - prendendosi una bella rivincita dopo il '45 - spiegava che non era proprio possibile aiutare la solvibilità greca in quanto sarebbe stato un caso di "azzardo morale".
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La spada di Damocle nucleare pende sull'Europa
di Giuseppe Masala
«La deterrenza è l'arte di creare
nell'animo dell'eventuale
nemico il terrore di attaccare»
Il Dottor Stranamore
Lo scorso 5 febbraio si è conclusa – quasi sotto silenzio – un’epoca. Quella del controllo delle armi nucleari (ma anche convenzionali) tra le grandi potenze. Sicuramente i trattati tra superpotenze non sono mai stati uno strumento perfetto per controllare il fenomeno della cosiddetta “corsa al riarmo” ma non si può negare che hanno avuto comunque una certa efficacia nel garantire al mondo di non finire in un abisso fatto di paranoia e armamenti così come descritto dal quel film geniale di Stanley Kubrick intitolato “Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba”.
Nel corso degli ultimi anni sono stati abrogati i seguenti importantissimi trattati sul controllo degli armamenti (soprattutto relativi al quadrante europeo):
1) Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) – ha perso efficacia nel 2019: USA e Russia si sono ritirati dal trattato (firmato nel 1987) che vietava i missili balistici e da crociera a corto e medio raggio. Gli USA si sono ritirati nell'agosto 2019 a causa delle presunte violazioni russe, seguiti a ruota dalla Russia.
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L’Italia nel Board of Peace. Dire una cosa giusta e farne una sbagliata
di Sergio Cararo
Motivando alla Camera le ragioni per cui l’Italia sarà presente come osservatore al Board of Peace, il ministro degli esteri Tajani ha detto una cosa giusta: “L’Italia è sempre stata protagonista nell’area del Mediterraneo. Non possiamo non essere parte di una strategia che dovrà vederci ancora in prima linea”.
Il problema è che a una tesi giusta si è dato seguito con una scelta sbagliata, quella di aderire comunque al Board of Peace come “osservatori”.
Partiamo dalla prima questione. L’Italia, storicamente e materialmente, è un paese strettamente connesso a tutte le dinamiche economiche, geopolitiche e se volete culturali, al Mediterraneo. Non solo.
L’Italia in questa regione viene ritenuta e vissuta come un paese importante e non di secondo piano. Quest’ultimo semmai è il ruolo assegnatogli nei rapporti con l’Europa franco-tedesca e con il padrone oltre atlantico.
Con la fine della vocazione mediterranea dell’Italia, che era stato lo spazio di manovra “autonomo” dell’Italia nell’epoca del bipolarismo Usa/Urss e perseguito con lungimiranza dalla classe dirigente della Prima Repubblica, questo spazio è stato trasformato e demolito in più punti.
Per le nuove classi dirigenti della fase di egemonia liberista e del fittizio scontro interno tra berlusconismo e antiberlusconismo, la maledizione è stata sempre quella di dover decidere se essere “primi tra gli ultimi” (la dimensione euromediterranea) o “ultimi tra i primi” (dimensione europea).
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La caduta dell’Occidente
di Giorgio Agamben
La parola «Occidente», con cui definiamo la nostra cultura, deriva etimologicamente dal verbo cadere e significa alla lettera: «ciò che sta cadendo, che non cessa di cadere». Connessi con questo verbo sono anche i termini caso e casuale. Ciò che non cessa di cadere e tramontare (occasus è in latino il tramonto) è per questo anche in preda al caso, a una incessante casualità. Non sorprende, pertanto, che il governo degli uomini e delle cose abbia oggi la forma di protocolli di intervento, indipendenti da risultati certi, su un mondo concepito come disponibile e calcolabile proprio in quanto casuale. L’Occidente esiste e si governa solo nel tempo della sua fine e della sua assidua caduta e, come il suo Dio, è ininterrottamente in atto di morire. Ma proprio in questo consiste la sua forza: una morte incessante è propriamente senza fine, una caducità o casualità infinita si vuole propriamente inarrestabile.
Una strategia che cerchi di far fronte a questa perpetua caduta deve trovare in essa un interstizio o un’interruzione in cui l’Occidente smarrisca la sua continuità e sprofondi una volta per tutte. Questa cesura abissale è la memoria. L’Occidente, in quanto casuale e caduco, non ha memoria di sé, non conosce un varco e uno spazio in cui qualcosa come un ricordo possa per un attimo irrompere e affiorare. Esso può certamente costruire, come fa, archivi e registri in cui disporre continuativamente gli eventi – i casi – della sua storia, ma manca della capacità di esperire veramente un passato, di aprirsi a qualcosa che spezzi il tessuto uniforme delle sue rappresentazioni.
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La "transizione" in Venezuela: più chavismo, non meno
di Juan Carlos Monedero - La Iguana
Ho sempre pensato che la Rivoluzione Bolivariana abbia avuto più successo nel combattere il neoliberismo, che all'epoca era al suo apice, che nel superare i problemi strutturali storici del Venezuela. Non c'è da stupirsi.
Perché superare i problemi storici di un Paese richiede almeno una generazione e, cosa importante, richiede che gli Stati Uniti non frappongano ostacoli sul loro cammino. In Spagna, Franco è morto 50 anni fa, e ancora si sente l'odore del franchismo. La magistratura è piena di franchisti, i partiti di destra sono franchisti e le principali reti televisive sono favorevoli al franchismo. Chávez ha sempre avuto un programma sia immediato che a lungo termine.
Il Venezuela chavista, quello che ha sradicato l'analfabetismo, restituito dignità ai quartieri popolari, redatto una delle costituzioni più avanzate al mondo, iniziato a prendersi cura degli anziani, aperto ospedali, scuole e università, costruito case per la gente, unito il continente con UNASUR e CELAC e restituito dignità ai quartieri popolari, ovviamente deve continuare ad andare avanti. La complessa situazione successiva al 3 gennaio serve proprio a continuare ad avanzare. Andare avanti non significa, come intende l'opposizione, rappresentata da una donna che si definisce terrorista e che ha vinto a malapena qualche elezione nel Paese, smantellare i risultati già ottenuti. Tutt'altro.
Gli analisti politici, gli stessi che per decenni sono rimasti invischiati nella menzogna secondo cui la democrazia statunitense fosse il modello mondiale di democrazia, stanno cercando di paragonare la situazione attuale del Venezuela a quella della Spagna dopo la morte di Franco. Il Venezuela, assediato dall'esercito più potente del mondo, che possiede anche armi nucleari che potrebbe utilizzare, con la Spagna, in fase di transizione, cercando giustificazioni per nascondere il fatto incontrovertibile e più rilevante: il presidente costituzionale Nicolás Maduro e la deputata Cilia Flores sono stati rapiti da un altro Paese in una vera e propria dichiarazione di guerra.
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Scuola, una sfida per l’emancipazione
di Davide Sali
Ieri sono stato alla proiezione del film “D’Istruzione pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre al cinema Beltrade di Milano. Dopo la proiezione, è uscita un’interessante discussione con i due film-makers e con Lorenzo Varaldo, il preside dell’istituto comprensivo “Sibilla Aleramo”, protagonista del documentario. Di seguito, propongo alcune riflessioni a partire proprio dallo stimolante dibattito successivo e, ovviamente, dai temi del film.
Varaldo ha sottolineato come il punto essenziale del film e della sua denuncia sia capire se vogliamo una scuola che si schiacci sulla situazione reale o sia, per gli studenti come per gli insegnanti, una sfida: cioè un tentativo di alzare l’asticella delle possibilità culturali e quindi che la scuola sia un’opportunità per innalzarsi oltre le proprie possibilità di partenza, oltre ciò che l’orizzonte di nascita sembra segnare come un destino. Allo stesso modo, Greco, incalzato da domande che chiedevano se fosse nostalgico della scuola del secondo dopoguerra e della scuola gentiliana, ha evidenziato come il film non rimpiangesse la scuola del passato per il suo essere (innegabilmente) autoritaria e unidirezionale, tant’è che l’esergo iniziale del film reca una citazione di Bontempelli del 1999 (quindi all’inizio delle riforme neoliberali della scuola, dato che la riforma di Luigi Berlinguer è del 1997): «I ragazzi hanno trovato fin qui una scuola arida». Ciò che si celebra della scuola del passato è l’orizzonte entro la quale era inserita: al netto quindi delle storture autoritarie, degli errori e delle mancanze, ciò che guidava era l’idea di una scuola come percorso emancipativo per le classi subalterne, come approfondimento culturale per tutti, anche per gli operai che già lavorano (si pensi all’introduzione delle 150 ore retribuite per il diritto allo studio nel 1973).
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La Sinistra Negata 10
La Sinistra Negata e gli anni ’90
a cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina. (Questa seconda parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata).
Parte seconda/2: quale comunismo?
3. SUICIDIO, VOCAZIONE ULTIMA.
Detto ciò, siamo ancora ben lontani da una definizione di “comunismo” valida, pur avendone forse individuato qualche elemento. Per “comunismo” si intende infatti anche un tipo di ordinamento economico che contempli il lavoro quale valore d’uso, non di scambio, il comunismo, cioè, a differenza del socialismo, non prevede una permanenza del proletariato, sia pure in posizione di classe dominante, bensì la sua scomparsa in quanto classe legata alla vendita della forza-lavoro e con ciò la scomparsa di tutte le altre classi sociali.
È individuabile qualcosa del genere nei comportamenti storici del proletariato? Nelle fasi di lotta non molto, visto che in quei momenti il problema è combattere le altre classi, mantenendo la propria identità e anzi valorizzandola. Inoltre la questione non può porsi in questi termini in contesti nei quali la scarsità dei beni non consenta una radicale trasformazione delle forme di distribuzione, e imponga la conservazione di una qualche gerarchia sociale, anche se magari capovolta.
Esistono tuttavia comportamenti pre-politici e metapolitici che fanno comprendere come l’abolizione delle classi sia un’altra delle istanze spontanee del proletariato, a pari titolo dell’aspirazione alla democrazia diretta. Per fare un esempio, le lotte alla FIAT dei primissimi anni Ottanta sorpresero gli osservatori per il fatto che protagonista ne era una classe operaia composta da giovani e giovanissimi che, a differenza dei loro “padri”, col luogo di lavoro intrattenevano un rapporto superficiale e non determinante. Le ore di lavoro venivano da questi soggetti, in prevalenza dotati di un buon grado di istruzione, “date per perse”: si trattava ai loro occhi di un sacrificio cui sottoporsi per ottenere il denaro necessario a una gestione del tempo libero analoga a quella dei coetanei. Era del resto difficile anche solo definire “operai” quei giovani; nel senso che “operai” lo erano nelle ore trascorse in fabbrica, ma per il resto del tempo erano membri di gruppi rock, ragazzi di quartiere, frequentatori di discoteche, animatori di varie attività culturali, ecc., e ai loro occhi questo secondo tipo di definizione era molto più importante della prima.
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La Corte Suprema affonda i dazi di Trump
di Michele Paris
La decisione odierna della Corte Suprema che boccia i dazi d’emergenza imposti unilateralmente da Trump nell’ultimo anno rappresenta una sconfitta giuridica molto pesante per la Casa Bianca su uno dei pilastri della sua strategia economica e geopolitica. La sentenza stabilisce che l’uso dei poteri emergenziali per imporre tariffe globali senza un mandato esplicito del Congresso viola l’architettura costituzionale americana. Allo stesso tempo, il verdetto segnala una frattura crescente dentro la classe dirigente statunitense, dove settori dell’establishment iniziano a temere le conseguenze sistemiche di un uso così aggressivo e imprevedibile della leva commerciale. Preoccupazioni, queste ultime, che sono evidenti dal fatto che il verdetto arriva da una Corte nel suo complesso in larga misura favorevole all’agenda trumpiana.
La spaccatura all’interno della Corte Suprema degli Stati Uniti si è materializzata in un voto 6-3 che ha visto convergere una parte della maggioranza conservatrice con i giudici “liberal” di minoranza. Il parere di maggioranza, firmato dal presidente della Corte John Roberts, stabilisce che il potere rivendicato dalla Casa Bianca – imporre dazi globali senza limiti di entità, durata e portata – richiedeva una chiara autorizzazione del Congresso che nel caso specifico non esiste. Roberts ha ribadito che, quando il Congresso delega poteri tariffari, lo fa con vincoli precisi e verificabili.
Le udienze sul caso dei mesi scorsi davanti alla Corte Suprema avevano già fatto emergere la direzione in cui sarebbe potuta andare la sentenza.
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Le verità di Lavrov
di Norberto Fragiacomo
Qualche giorno fa Francesco Dall’Aglio, acuto osservatore delle vicende dell’Europa orientale e in special modo del conflitto russo-ucraino, ha voluto interrogarsi sulla plausibilità di un contrasto intervenuto tra Vladimir Putin e il suo ministro degli Esteri Sergej Lavrov, il quale in un intervento assai polemico accusava Trump, cioè gli Stati Uniti, di aver tradito lo spirito di Anchorage, e in sostanza di slealtà nei confronti della Russia: mentre la Federazione – questa la tesi del ministro – ha rispettato gli accordi presi in Alaska, facendo ampie concessioni alle controparti, gli Stati Uniti avrebbero mantenuto un atteggiamento ostile nei confronti di Mosca, di cui vengono presentate numerose prove.
Il commento di Dall’Aglio è ironico nei toni, ma assai serio sotto il profilo dei contenuti: a un certo punto egli si chiede se Presidente e ministro non si siano per così dire scambiati i ruoli, e Lavrov (di cui si adombra addirittura un’improbabile caduta in disgrazia) non abbia inteso esplicitare una critica, peraltro non isolata, a un Putin che si starebbe rivelando fin troppo morbido e addirittura remissivo nei confronti dell’interlocutore. La chiusa del ragionamento introduce un parallelismo tra la situazione attuale e quella verificatasi al crepuscolo dell’URSS, tra lo “spirito di Reykjavik” e quello di Anchorage: possibile che un uomo scaltro e disincantato quale è Putin possa lasciarsi abbindolare come un Gorbaciov qualunque?
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In Italia arriva il «capitalismo nero»
di Emiliano Brancaccio
Co2. Un paper appena pubblicato su «One Earth» rileva che le emissioni di anidride carbonica hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi due milioni di anni
La minaccia di una catastrofe ecologica incombe tuttora sul mondo. Un paper appena pubblicato su «One Earth» rileva che le emissioni di anidride carbonica hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi due milioni di anni.
E ci stanno avvicinando al cosiddetto «punto di non ritorno». Con la temperatura terrestre fuori controllo ed effetti economico-climatici potenzialmente devastanti.
In sostanza, i dati indicano che le politiche ecologiche di decarbonizzazione stanno fallendo. E che pagheremo le conseguenze. Ma perché un tale esito? Per quale ragione le emissioni non diminuiscono? L’attuale dialettica in tema, tra Unione europea e Italia, offre spunti per rispondere.
La politica ecologica dell’Unione europea ha finora seguito una dottrina che è stata talvolta definita di “capitalismo verde”. In pratica, per ridurre le emissioni, si avvale di tipici meccanismi di mercato. Il caso dell’elettricità è emblematico. L’Unione adotta il sistema Ets di «scambio delle emissioni». In poche parole, fissa un tetto alle emissioni totali di anidride carbonica che poi ripartisce distribuendo «diritti» di emissione alle singole aziende produttrici di energia. Più le imprese sono inquinanti, più devono comprare «diritti», per cui i loro costi aumentano.
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La verità sostituita da un falso verosimile, inesistente
di Carla Filosa
È tempo di scontro politico, in cui ogni argomento si combatte col discredito dell’avversario, la verità opportunisticamente cancellata è sostituita con un falso verosimile inesistente.
Tanata la riforma della Giustizia come riforma della Costituzione, il ministro Nordio sposta gli obiettivi “tecnici” di merito di questa sull’attacco alla persona.
Quale miglior bersaglio del procuratore Gratteri, antagonista da sempre, senza protezioni di appartenenze, troppo ligio e specchiato per essere ricattabile, troppo famoso per non suscitare invidie, di cui si decontestualizza una frase ribaltandone concettualmente il senso!
La denuncia del malaffare che Gratteri ha esposto diventa così una ridicola parzialità, meritevole di gogna mediatica come minimo. Dire che ‘ndranghetisti, massoni deviati, imputati di centri di poteri, cioè ogni disonesto “voterà SI per dormire sonni tranquilli” può essere capovolto in: ognuno che voterà SI è un disonesto.
Inoltre, l’avvocato Li Gotti, crotonese e profondo conoscitore dei pentiti di mafie, non solo poi conferma l’affermazione di Gratteri riferita all’ambito territoriale, ma fa anche un nome per tutti tra i corrotti negli atti processuali, quello di Giancarlo Pittelli, schierato per il SI e “qualificato come un ‘valore aggiunto’ alle ultime Regionali. Chiederei a Meloni quali sono i contenuti del ‘valore aggiunto’” (Il Fatto Quotidiano, 14.02.26).
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La politica nel tempo dell’impossibilità della politica
di Giorgio Agamben
Nella settima lettera Platone lega la sua decisione di consacrarsi alla filosofia alle sciagurate condizioni politiche della città in cui viveva. Dopo aver cercato in ogni modo di partecipare alla vita pubblica, egli scrive, alla fine si rese conto che tutte le città erano politicamente corrotte (kakos politeuontai) e si sentì allora costretto ad abbandonare la politica e a dedicarsi alla filosofia.
La filosofia si presenta in questa prospettiva come un sostituto della politica. Dobbiamo occuparci di filosofia, perché – oggi non meno di allora – fare politica è diventato impossibile. Occorre non dimenticare questo particolare nesso fra politica e filosofia, che fa del filosofare un succedaneo dell’azione politica, una supplenza e un risarcimento non certo pienamente appagante di qualcosa che non possiamo più praticare. Che valore dobbiamo allora dare a questo sostituto che non avremmo scelto se la vita politica fosse stata ancora possibile? La filosofia mostra qui il suo vero significato, che non è quello di elaborare teorie e opinioni da proporre a coloro che credono di poter fare ancora politica. La filosofia è una forma di vita, che ci permette di vivere in condizioni politicamente invivibili.
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Perché l’America molla gli alleati? Le rivelazioni scioccanti del think tank
Non è finita qui!
di OttolinaTV

È fallito: il Pivot to Asia, la grande strategia americana per contenere la Cina, non esiste più; non perché Washington abbia cambiato idea, ma perché non ha più i mezzi per realizzarla. Questo, in sostanza, è il cuore dell’analisi del ricercatore Zack Cooper pubblicata su Foreign Affairs – che, come sai, non è un pamphlet militante, ma il luogo dove Generali, consiglieri di sicurezza nazionale e think tank espongono al mondo la dottrina imperiale: se lì si scrive che la strategia asiatica americana è irrealizzabile, significa che il problema è davvero strutturale. Ma veniamo all’articolo: il Pivot nasce formalmente nel novembre 2011, quando Barack Obama parla al Parlamento australiano e annuncia che gli Stati Uniti sposteranno il baricentro strategico verso l’Asia-Pacifico. La dottrina era semplice: la crescita della Cina rappresenta la principale sfida sistemica al potere americano e, quindi, bisogna investire nella regione che concentra la maggior parte del PIL mondiale, delle rotte commerciali e delle catene industriali. Il piano prevedeva tre pilastri operativi; il primo era, ovviamente, militare: spostare il 60% della flotta americana nell’Indo-Pacifico, rafforzare le alleanze con Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine e aumentare la presenza di basi e pattugliamenti. Il secondo era economico: creare un blocco commerciale guidato da Washington, il Trans-Pacific Partnership, per scrivere le regole del commercio asiatico escludendo Pechino. Il terzo era politico-istituzionale: promuovere governance liberale, anticorruzione e standard democratici per rendere gli Stati regionali più compatibili con l’ordine americano. Cooper, nell’articolo, sostiene che questi tre pilastri avrebbero dovuto funzionare insieme: economia forte, governi stabili e capacità militari locali avrebbero impedito alla Cina di costruire una sfera d’influenza regionale; il problema è che due di questi pilastri non sono mai stati costruiti – provate a indovinare quali.
Il Trans-Pacific Partnership è il primo esempio concreto del fallimento economico: firmato, nel 2016, con dodici Paesi, tra cui Giappone, Vietnam, Malesia e Australia, avrebbe creato una zona di libero scambio che rappresentava circa il 40% del PIL mondiale; il Congresso americano, però, non lo ha mai ratificato.
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