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Il moltiplicatore keynesiano e la MMT: cosa resta dell’intuizione dell’economista britannico alla luce del monopolio pubblico rappresentato dalle valute degli stati?
di Fabio Bonciani e Roberto Bazzichi
Da giorni si dibatte sulla mancata crescita economica del paese. Nessuno però centra il punto. Senza la spesa in deficit dello Stato il denaro al netto non si "moltiplica" nel settore privato
L’intuizione di Warren Mosler, con la quale il padre fondatore della Modern Monetary Theory (MMT) ha definito la natura di monopolio pubblico in riferimento alle valute degli stati, sta letteralmente capovolgendo il modo in cui siamo stati abituati a pensare all’economia e alla moneta.
Per quasi un secolo il moltiplicatore — keynesiano, di Kahn, fiscale nelle sue molte declinazioni — ha occupato un posto centrale nella teoria della politica economica. Ne ha occupato uno ancora più grande nel discorso pubblico, dove ha funzionato meno come strumento analitico e più come criterio morale: spesa buona se il moltiplicatore è alto, spesa cattiva se è basso. Vale la pena chiedersi se quel ruolo sia ancora difendibile.
Il “moltiplicatore keynesiano”, se non è la più importante intuizione di Keynes, è certamente quella più comunemente nota e ricordata, ogniqualvolta gli economisti si prodigano nel valutare la qualità della spesa dei singoli governi. Ma è spesso citata anche a sproposito da coloro che, non riconoscendo il monopolio dello Stato sulla valuta, fantasticano su una “divina” moltiplicazione della moneta dentro il sistema economico ad opera degli operatori e del mercato.
Diciamolo subito: all’interno del settore privato non si moltiplica niente, si trasferisce soltanto la moneta esistente. Gli unici soggetti che hanno il potere di “moltiplicarla” sono lo Stato e i suoi agenti: nello specifico le banche commerciali. Con l’unica differenza che il primo, in quanto monopolista e posizionato al di fuori del settore privato, può aggiungere attività finanziarie nette nel settore stesso, mentre le banche producono moneta-credito. A fronte del contratto di prestito — che per la banca è un’attività — l’istituto crea contestualmente un deposito a favore del cliente, che di contro costituisce una passività della banca. È quel deposito a funzionare come moneta aggiunta in aggregato nel sistema economico.
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L’Europa tedesca: dalla moneta unica al riarmo continentale
di Gerardo Lisco
L’Unione Europea nasce ufficialmente come progetto di pace e cooperazione economica tra Stati che, per secoli, si erano combattuti. Ma sotto questa rappresentazione idealistica ha sempre agito un’altra dimensione: quella geopolitica. La costruzione europea, infatti, non può essere compresa senza collocarla dentro gli equilibri strategici emersi dopo la Seconda guerra mondiale e, soprattutto, all’interno del sistema di potenza costruito dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda.
Oggi, con la crisi dell’ordine internazionale uscito dal 1989, con il progressivo disimpegno americano dall’Europa e con il conflitto russo-ucraino, riemerge una questione che sembrava archiviata dalla storia: il ruolo della Germania nel continente europeo. Le recenti dichiarazioni del cancelliere Friedrich Merz sulla necessità di una maggiore assunzione di responsabilità tedesca nella NATO e nella difesa europea rappresentano soltanto l’ultimo passaggio di un processo molto più lungo e profondo, che porta inevitabilmente a interrogarsi sul destino dell’Unione Europea e sulla sua possibile “germanizzazione”.
Per comprendere l’attuale fase storica bisogna tornare agli anni Cinquanta del Novecento. La nascita della Repubblica Federale Tedesca fu favorita dagli Stati Uniti non soltanto per ragioni economiche ma soprattutto strategico-militari.
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Sono campista
di Nico Maccentelli
Sono un campista… nel senso che amo i campi di calcio, o quelli di grano senza dormirvi sepolto? Oppure al contrario, che campo, nel senso che sono ancora vivo…
Ma forse sono campista perché sono in un campo contro un altro, quindi parteggio, allora sono partigiano. Sì, ma di cosa?
Beh, come comunista parteggio per la mia parte, che aspira al comunismo, il quale è per tutta l’umanità, anche se oggettivamente la classe che maggiormente ha interesse al comunismo è la classe operaia, il proletariato.
Quindi il campismo conduce per contraddizioni a riunire l’umanità in un unico campo, quello della libertà dallo sfruttamento. Ma c’è qualcuno che inizia e che entra materialmente nelle contraddizioni.
Ma il campo è qualcosa di lineare? E’ l’armonia per la Cina confucio-marxiana, o un’astrazione “internazionalista” che è rimasticatura di un cosmopolitismo borghese?
Ma parlavo di contraddizioni, non di armonia, perché sarebbe bello che tutto fosse chiaro e limpido: ma la società non è così.
Quando i campi sono due: borghesia e proletariato , la scelta è chiara. ma allora qualcuno ti può dire: se scegli il proletariato, come puoi pensare che ciò vada nella direzione di tutta l’umanità?
Eppure è così: la contraddizione si scioglie nel superamento della vecchia società per la nuova.
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Il debito pubblico estero USA segue la frammentazione del mercato mondiale
di Stefano Porcari
Un recente articolo di Fausta Chiesa sul Corriere della Sera ha sottolineato il cambiamento degli “azionisti” di maggioranza che è avvenuto, nell’ultimo decennio, tra i detentori del debito pubblico estero statunitense. L’occasione è perfetta per uscire dai ragionamenti di bilancio e vedere come, invece, i trend sul debito federale seguano la frammentazione del mercato mondiale, le faglie della competizione globale e, in sostanza, girino intorno alla questione del dollaro come strumento imperiale.
Da più parti si è spesso sentito che la Cina ha in mano le chiavi della Casa Bianca, perché ha a lungo detenuto una quota sostanziale del debito estero stelle-e-strisce. Ma Pechino punta a uno scenario internazionale stabile che garantisca la crescita, e per questo non è mai stata interessata (né poteva farlo senza scatenare una crisi che avrebbe colpito anche il Dragone) a far crollare gli USA, svendendo in massa i titoli statunitensi.
Allo stesso tempo, però, la crescente aggressività finanziaria, commerciale, e in ultima istanza militare di Washington ha spinto a ridurre velocemente i Treasuries in mano ad attori cinesi, per un motivo molto “economico”: l’interdipendenza finanziaria espone molto più facilmente al regime sanzionatorio sempre più ampio messo in campo da Washington, compreso il rischio del congelamento degli assets.
Sempre più scambi commerciali avvengono in divise diverse dal “biglietto verde”, e la sua quota tra le valute di riserva si è ridotta.
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"Magnifica Humanitas": la mossa storica di Leone XIV nel cuore dell'intelligenza artificiale
di Glauco Benigni
La prima enciclica di Leone XIV è un profondo e tempestivo atto di discernimento spirituale, antropologico e sociale. Il Pontefice affronta la rivoluzione algoritmica non rifiutandola ma ponendo una domanda centrale: come preservare l'essenza, la dignità e la relazionalità dell'essere umano di fronte a una tecnologia capace di replicare e talvolta direzionare il pensiero e le decisioni umane?
Per inquadrare la sfida contemporanea, l'enciclica ricorre a due potenti immagini bibliche: 1) la torre di Babele, che rappresenta l'archetipo dell'idolatria tecno-scientifica e della presunzione umana. È il sogno di una potenza centralizzata che si chiude alla trascendenza, omologa i linguaggi, sacrifica l'individualità in nome di un'efficienza astratta e pretende di edificare una verità autosufficiente; 2) La ricostruzione di Gerusalemme (Neemia) che rappresenta la risposta comunitaria, la cura della città ferita che rinasce non attraverso la standardizzazione, ma mediante la cooperazione, il riconoscimento della vulnerabilità e la protezione dei legami sociali. Il Papa ci avverte che l'umanità si trova dinanzi a un bivio : cedere al "paradigma tecnocratico" totalizzante o governare l'innovazione affinché serva il bene comune.
Collegandosi esplicitamente, dopo 135 anni, alla tradizione della dottrina sociale della Chiesa inaugurata dalla Rerum Novarum, Leone XIV dedica una parte cruciale del documento agli impatti della transizione tecnologica sul mondo del lavoro. Il progresso tecnologico deve essere strutturalmente "centrato sulla persona".
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Pace come un barile di dinamite
di Carla Filosa
Ultimamente si sente riparlare di comunismo. Da parte di pochissimi intellettuali ovviamente, non da tecno-criminali o capi di stato, da Parlamenti, Congressi, Knesset o come li si voglia chiamare. Da chi, in altri termini, pensa ancora con il lascito storico da rileggere con profondità, indispensabile per capire tendenze già presenti di quello che si chiama futuro.
“La potenza predittiva”, per riprendere le stesse parole di E. Brancaccio nel suo ultimo libro Libercomunismo, o per citare anche L. Canfora nel suo Comunismo, un’altra storia, è necessario capire come la cultura europea possa ritrovare una propria “anima”, per evitare l’insignificanza geopolitica ove la decadenza si combatte attraverso la memoria critica e la capacità di affrontare le contraddizioni del presente, senza rifugiarsi in nostalgie sterili.
Tesi da prendere in considerazione nella riflessione di questo difficile e frammentato presente, all’indomani dello storico incontro Usa-Cina, i cui risultati offrono controverse interpretazioni e soprattutto problematici sviluppi.
Una lettura che sembra convincente nel senso di aderenza alla realtà che monitoriamo con “fatti” più o meno quotidiani o comunque legati tra loro, è quella su cui Canfora insiste e cioè il processo inarrestabile di una “ricolonizzazione” occidentale successiva alla “decolonizzazione” avvenuta in seguito alla fine della II° Guerra Mondiale, quale onda lunga della rivoluzione russa del 1917.
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Fare come “Amen” per mandare in tilt l'Electronic Hasbara di Israele
di Clara Statello
Leggendo in questi giorni post, interviste e commenti sulla Global Sumud Flotilla, due cose emergono drammaticamente: i) i social sono infestati da bot di Israele, che almeno dal 2010 si serve delle nuove tecnologie per indirizzare l’opinione pubblica; ii) la missione ha raggiunto il suo obiettivo strategico, i volontari hanno vinto.
Electronic Hasbara. Già nel 2010 era chiaro che la guerra aveva acquisito un’ulteriore dimensione: i cyberspazio. L’arrembaggio della Mavi Marmora fu uno dei primi banchi di prova. Alcuni giornalisti come Amir Mizroch avvertirono che l’”offensiva comunicativa” di Israele sui nuovi media era stata un “fallimento totale”. Il maggiore Avital Leibovich dell'ufficio stampa estera dell'esercito israeliano indicò la strada: "La blogosfera e i nuovi media rappresentano un'altra zona di guerra. Dobbiamo essere rilevanti anche qui".
Precedentemente nel 2009, per arginare i sentimenti anti-israeliani diffusi tra gli europei a causa dell’operazione Piombo Fuso, il ministero degli Esteri iniziò a reclutare volontari sotto copertura per diffondere il punto di vista di Israele:
"Parleranno come navigatori di Internet e come cittadini, e scriveranno risposte che sembreranno personali ma saranno basate su un elenco di messaggi preparato dal Ministero degli Esteri", dicevano i funzionari. Questo progetto fu formalmente aggiunto al bilancio statale nel 2009 sotto la rubrica "Squadra di guerra su Internet".
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La diatriba sul sovranismo, una tempesta in un bicchier d'acqua
di Domenico Moro
Sono sinceramente meravigliato del clamore e dell’attenzione che sui social sta ricevendo la recente diatriba tra due professori universitari, Emiliano Brancaccio e Andrea Zhok. Tuttavia, ho deciso anch’io di cedere ai meccanismi “social” ed esprimere il mio parere sulla questione.
L’origine della diatriba nasce da un articolo di Brancaccio sul Manifesto in cui, dalla critica delle scelte economiche meloniane, trae spunto per un attacco contro il sovranismo. A questo punto, Zhok è intervenuto sulla bacheca Fb di Brancaccio dicendo sostanzialmente che si era rotto le scatole di vedere utilizzato il termine sovranismo a sproposito. Per la verità, Zhok ha usato un linguaggio più colorito, che forse avrebbe potuto risparmiarsi.
La risposta di Brancaccio è stata, però, di una arroganza fastidiosa, improntata al concetto “lei non sa chi sono io”, sostenendo che uno come lui, tanto importante da aver avuto interlocuzioni con personaggi come Blanchard (ex capo-economista dell’Fmi), Monti e Prodi, non poteva essere apostrofato in quel modo. Fra l’altro non è detto che essere interlocutori di questi soggetti sia particolarmente significativo della validità del proprio pensiero. Brancaccio, ha poi aggiunto che chi fa il filosofo e non conosce alcune tecnicalità dell’economia (Zhok) farebbe meglio a stare zitto. A questo punto tra i due è iniziata una polemica a distanza con toni personalistici, che ha scatenato i rispettivi fan.
Il problema è, in primo luogo, che i due in questione si comportano come “prime donne”, che interpretano il proprio ruolo su un palcoscenico – quello dei social media – che favorisce e vive di contrasti manichei tra posizioni delineate in modo estremizzato, sulle quali il pubblico di fan si posiziona a mo’ di tifoseria calcistica.
In secondo luogo, questo contrasto tra sovranismo e anti-sovranismo è un falso problema, che, esercitando un po’ di dialettica, potrebbe essere risolto, fra quanti, almeno a quanto dice, si richiamano al marxismo o comunque prendono spunto da Marx. Il cosiddetto sovranismo è declinato in diversi modi, di destra e di sinistra
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I preparativi di guerra USA/NATO con la Russia nel mirino
di Francesco Cappello
La transizione da una guerra per procura localizzata a una preparazione strutturale e coordinata per un conflitto totale tra il blocco occidentale e la Federazione Russa è ormai diventata la realtà geopolitica preminente del nostro tempo
Pensavamo che la questione fosse risolta ad Anchorage, ma non è così… “Dopo che il nostro Presidente ha accettato la proposta del Presidente americano ad Anchorage, vorrei sapere perché sta succedendo tutto questo. Presto sarà passato un anno dal vertice in Alaska. Non c’è stato alcun progresso, nemmeno nel comportamento di Zelensky e degli europei, nessun cambiamento. Al contrario, stanno diventando sempre più aggressivi e sfrontati.” Lavrov, il ministro degli esteri russo, sui negoziati con gli Stati Uniti sull’Ucraina. Ancora Lavrov: ”L’Occidente, sotto la bandiera del nazismo e del revanscismo, sta creando un gruppo d’attacco paneuropeo contro la Russia.”
La marcia forzata verso il conflitto continentale: La ristrutturazione bellica dell’Occidente
La transizione da una guerra per procura localizzata a una preparazione strutturale e coordinata per un conflitto totale tra il blocco occidentale e la Federazione Russa è ormai diventata la realtà geopolitica preminente del nostro tempo. Quella che inizialmente veniva descritta dalle cancellerie europee e da Washington come un’assistenza logistica strettamente limitata e difensiva si è trasformata in una mobilitazione industriale, strategica e psicologica a lungo termine. L’Alleanza Atlantica sta attivamente predisponendo i propri apparati statali a uno scontro militare diretto, un processo che si palesa attraverso la progressiva rimozione dell’ambiguità strategica, l’allineamento dei confini geo-strategici, l’invio di contingenti massicci e simulazioni tattiche senza precedenti che penetrano fin nel cuore delle metropoli europee.
Il coinvolgimento operativo diretto e la strategia della provocazione
Il primo indicatore di questa transizione risiede nella natura stessa delle operazioni militari condotte in profondità nel territorio della Federazione Russa.
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“A Gaza non esiste alcun cessate il fuoco”
di Rami Abu Jamous
Riprendiamo da “Orientxxi.info” un intervento del giornalista palestinese Rami Abu Jamous del 13 maggio scorso che descrive la drammatica quotidianità di Gaza, dove “non esiste alcun cessate il fuoco”, dove gli occupanti sionisti violano ogni singolo comma del cosiddetto “accordo di cessate il fuoco”, e dove nello stesso tempo la popolazione continua a resistere e ad organizzare come può la propria esistenza martirizzata dagli assassini di sempre.
Occhio su Gaza! Specie ora che il comando è di spegnere le luci. (Red.)
https://orientxxi.info/A-Gaza-non-esiste-alcun-cessate-il-fuoco
I miei amici stranieri mi chiedono spesso: “Com’è la vita a Gaza dopo sette mesi di cessate il fuoco?” Prima di tutto, bisogna chiarire una cosa: a Gaza non esiste alcun cessate il fuoco. Semplicemente, si parla sempre meno di ciò che accade nella Striscia, sempre meno della nostra vita quotidiana. È anche per questo che gran parte dell’opinione pubblica finisce per credere che la guerra sia terminata e che i gazawi abbiano ripreso una vita “normale”. Certo, i bombardamenti sono diminuiti, ma continuano senza sosta. Ogni giorno vengono uccisi uomini, donne e bambini. Quello che stiamo vivendo assomiglia a un cancro che si diffonde lentamente nel corpo di un malato, fino a condurlo alla morte. Negli ultimi tempi Israele ha intensificato gli attacchi contro la polizia, nel tentativo di provocare il caos sul piano della sicurezza a Gaza. Le incursioni non si fermano: quasi ogni giorno vengono colpiti un commissariato, un fuoristrada o un posto di blocco.
Secondo l’accordo di “cessate il fuoco”, sarebbero dovuti entrare 600 camion al giorno. Ma siamo ben lontani da quella cifra.
Il presunto cessate il fuoco era accompagnato da un “piano di pace” che prevedeva, tra le altre cose, la creazione di un “comitato nazionale di amministrazione” della Striscia di Gaza, composto da quindici tecnocrati palestinesi. Ma qui non li abbiamo mai visti e nessuno sa realmente cosa facciano.
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Confindustria piange, ma non capisce
di Claudio Conti
Con il solito senso del “servizio”, o del servitore, la stampa italiana ha dato conto delle lamentazioni e delle richieste del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, al Festival dell’economia di Trento.
Pura trascrizione del ragionamento, senza alcuna domanda sulle scelte degli imprenditori italiani, come se lo sguardo indagatore della stampa fosse programmato per fermarsi ai cancelli delle fabbriche o ai portoni degli uffici. Come se ci si potesse occupare degli effetti di una crisi senza nulla voler sapere delle cause.
Vediamo un attimo qualche dettaglio. Interrogato sull’evidente crisi della produzione Orsini ha dato in primo luogo la colpa a cause esterne. «L’industria italiana è penalizzata dagli alti costi dell’energia, abbiamo un gap che ci vede al 27° posto nella Ue. Questo è un problema, speriamo che si riesca a trovare una soluzione per Hormuz e che il conflitto possa finire. Non vogliamo delocalizzare le nostre industrie e deindustrializzare il nostro Continente».
Sicuramente è un fattore rilevante, che dovrebbe far alzare la voce contro un governo incapace e un sistema europeo dei prezzi dell’energia – collegato automaticamente al prezzo più alto del gas, secondo un meccanismo delirante – chiedendo dunque una revisione veloce e drastica di una serie di decisioni che favoriscono solo la speculazione e i profitti delle società energetiche.
Nemmeno per sogno… «In un momento come questo l’Europa deve unirsi per poter varare politiche economiche vere a sostegno delle imprese. Imprese e lavoratori sono la stessa cosa, è in gioco la tenuta sociale dell’Italia e della Ue. Ad oggi però le politiche europee sono deficitarie».
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Imponente attacco russo con missili e droni a Kiev e nelle retrovie ucraine
di Gianandrea Gaiani
La sera del 23 maggio l’Ucraina è stata nuovamente colpita da un attacco combinato su larga scala probabilmente con oltre 700 tra missili balistici, da crociera e droni russi.
Si è trattato forse dell’attacco più massiccio che ha colpito l’Ucraina e ha visto l’impiego, per la terza volta dall’inizio della guerra, di missili balistici ipersonici Oreshnik (nella foto sotto), questa volta dotati di testate indipendenti esplosive.
Secondo l’aeronautica ucraina l’attacco ha coinvolto 600 droni da combattimento e 90 missili (111 secondo altre fonti) lanciati da aria, mare e terra.
Il ministero della Difesa russo, che ha dichiarato che si è trattato di una rappresaglia per gli attacchi ucraini contro “strutture civili sul territorio russo”. Un riferimento all’attacco con droni ucraini contro un dormitorio universitario a Starobelsk, nella regione ucraina di Lugansk (nella foto sotto) controllata dai russi, che secondo le autorità russe ha provocato 21 morti.
L’attacco ha preso di mira anche almeno un comando dei servizi di sicurezza interna ucraini (SBU), possibile rappresaglia per un attacco contro un obiettivo analogo russo nella regione di Kherson, in parte occupata dai russi nel sud del Paese.
Quella di Starobelsk (nella foto sotto) contro un obiettivo civile è una strage quasi nascosta dai media, in Italia come gran parte d’Europa, ma anche dalla politica che ha condannato l’attacco russo senza fare però alcun cenno a quello ucraino che ha scatenato la rappresaglia di Mosca.
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La Cina tra socialismo, mercato, tradizione e contraddizioni irrisolte
di Renato Rapino
Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
Premessa
Mi sono imbattuto casualmente in questo video, di cui consiglio vivamente la visione integrale: https://www.youtube.com/watch?v=F5R-gbGKqLM&t=92s.
Ne ho tratto un articolo molto sintetico su un singolo aspetto, cioè le proteste di Tienanmen come momento di accesa lotta di classe; tuttavia, gli aspetti che il video mostra sono molti e tutti molto interessanti.
“Interessante” non è sinonimo di “vero”, ma sappiamo che la verità è un traguardo al quale possiamo solo approssimarci confrontandone tutti i frammenti.
Tienanmen oltre la propaganda: la lotta di classe cancellata dalla memoria del 1989
Quando in Occidente si parla delle proteste di Piazza Tiananmen del 1989, il racconto è quasi sempre lo stesso: giovani studenti democratici, ispirati ai valori liberali occidentali, schiacciati dalla repressione brutale del Partito Comunista Cinese. Dall’altra parte, la narrazione ufficiale cinese descrive quelle proteste come un tentativo di destabilizzazione sostenuto da influenze occidentali e da elementi “controrivoluzionari”.
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Golfo Persico: la diplomazia sull’orlo del precipizio
di Elena Basile
La diplomazia potrebbe fallire nel Golfo Persico. L’ultima proposta statunitense chiede sostanzialmente la capitolazione iraniana, contraddetta dalla resistenza militare della leadership e di un popolo sceso in piazza in milioni contro gli attacchi stranieri, difendendo con i propri corpi le infrastrutture civili minacciate. Washington imporrebbe la rinuncia iraniana a ogni compensazione, il trasferimento dell’uranio arricchito negli USA e la possibilità per il Paese di avere una sola struttura nucleare operativa; in cambio rilascerebbe meno di un quarto degli assetti finanziari iraniani congelati e accetterebbe che il cessate il fuoco su tutti i fronti sia funzionale alla ripresa dei negoziati a Islamabad.
Difficile interpretare la proposta americana se non come un ultimatum prima dell’attacco. Il Presidente USA, in esternazioni pubbliche, reitera infatti la minaccia genocidaria a un popolo di quasi 90 milioni di abitanti: «Il tempo sta scadendo, si diano una mossa, altrimenti non rimarrà nulla di loro!». L’opinione pubblica non sembra scandalizzarsi. Le televisioni progressiste, di cui prendiamo ad esempio il programma su YouTube Piers Morgan Uncensored (di cui i talk show di TV7 sono un’ilare imitazione), continuano nell’opera di demonizzazione del Paese, gonfiando i numeri dei manifestanti uccisi, che variano da 12.000 a 20.000, a 30.000, a 40.000, senza mai raccontare la verità: e cioè che si è trattato, a gennaio scorso, di un tentativo di cambiamento di regime israelo-americano, che ha utilizzato ignari studenti e avanguardie armate per attacchi a municipalità, ambulanze e civili in strada, uccidendo centinaia di poliziotti iraniani.
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L’Orizzonte del cambiamento: cronaca della poli-crisi, fine della talassocrazia
Verso possibili transizioni sistemiche dell’umanità
di Francesco Cappello
Mentre l’Eurozona stagna e i mercati occidentali occultano le perdite con valutazioni di fantasia, il tramonto del potere marittimo e la patologia del dollaro chiedono il superamento del paradigma della liquidità a favore di sistemi di compensazione internazionale, di economia circolare e sovranità monetaria a sostituzione della trappola del debito perenne
Il 2026 sta consegnando alla storia l’immagine di un mondo sospeso su un crinale sottilissimo, dove l’ostinata riproposizione di vecchi schemi concettuali e di vecchie egemonie si scontra drammaticamente con l’emergere di una realtà complessa, multipolare e intimamente interconnessa. Ciò a cui stiamo assistendo non è una semplice sequenza di perturbazioni temporanee o di asimmetrie congiunturali, ma una crisi di sistema totale, in cui gli eventi geopolitici, le dinamiche di potere marittimo, le patologie monetarie e i mercati finanziari privati si influenzano a vicenda, amplificando la fragilità globale. Di fronte a questa spirale di instabilità, le reazioni delle classi dirigenti occidentali appaiono pericolosamente anacronistiche, arroccate sulla difesa disperata di un potere talassocratico e sul dominio forzato del dollaro, ricorrendo a politiche di sanzione unilaterale e a strette monetarie che finiscono per aggravare le ferite del tessuto sociale ed economico globale. Eppure, proprio la natura interdipendente e profonda di questo collasso offre all’umanità la spinta storica e concettuale per attuare una trasformazione macroscopica e irreversibile, ridefinendo radicalmente l’architettura logistica, finanziaria, monetaria e diplomatica del pianeta per inaugurare un’era di stabilità e cooperazione condivisa.
La spirale di Hormuz e il tramonto del dominio talassocratico
La cronaca recente individua nello Stretto di Hormuz l’epicentro di una fiammata geopolitica che mette a nudo l’intrinseca debolezza della talassocrazia, ovvero quel modello di dominio imperiale fondato sul controllo esclusivo dei mari, delle rotte oceaniche e dei colli di bottiglia marittimi mondiali.
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Riflessioni su un genocidio
di Marino Badiale
1. Premessa: le condizioni di un genocidio
Questo scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre 2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato all’alleato israeliano.
In questo intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza che hanno portato a una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.
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Sull’eguaglianza di tutte le cose di Carlo Rovelli
di Nicola Pinzani
Nicola Pinzani lavora nella ricerca sui protocolli di comunicazione quantistici in una startup a Londra. Ha ottenuto il dottorato presso il St Hugh’s college dell’Università di Oxford con una tesi sulle applicazioni della topologia e della teoria delle categorie nello studio della causalità
La conoscenza è essa stessa parte del mondo fisico. Per citare Carlo Rovelli, non vive in un reame diverso dal resto della fisica, ma è parte di un mondo in cui regna l’eguaglianza. Ed è proprio questo termine, eguaglianza, in un’accezione nuova nel discorso scientifico contemporaneo, a guidare un’importante riflessione sui fondamenti malfermi della fisica moderna. In Sull’eguaglianza di tutte le cose (2025), prende forma una spinta a rigettare quel razionalismo illuminista che “mitizza il sapere scientifico”, considerandolo qualcosa di “strutturalmente diverso da ogni altro”.
Carlo Rovelli ci guida in un tour all’insegna delle grandi rivoluzioni scientifiche della contemporaneità, con un intento non semplicemente divulgativo, ma teso verso la demolizione delle fuorvianti certezze che accompagnano il realismo scientifico. È sempre bene ricordare, all’alba del Ventunesimo secolo, che molte di quelle impalcature statuarie del pensiero espongono ormai crepe profonde.
Il tutto però, ed è qui il nocciolo più controverso del testo di Rovelli, avviene senza che le fratture vengano davvero ricomposte: forse, piuttosto, mascherate, restando sempre attenti a non uscire troppo dal perimetro di un’interpretazione “scolastica” della fisica contemporanea. C’è la sensazione, in queste pagine, che si voglia continuare a guardare le cose dall’interno, forse allontanandosene con moto centripeto fino a non riconoscere più il problema che, altrimenti, si rivelerebbe soltanto guardando con attenzione la superficie. Come se la frattura, invece di aprire un varco, dovesse essere ricondotta a sistema, e l’eccedenza lasciata fuori scena.
Le sei lezioni cercano di far interagire il problema della prospettiva umana e della comprensione intuitiva della realtà con la descrizione che emerge dalla fisica. Se la relatività generale aveva già incrinato l’intuizione ordinaria di spazio e tempo, è la meccanica quantistica ad aprire una ferita ancora più profonda nell’idea di oggettività.
Il testo si presenta come il resoconto di una serie di lezioni tenute dall’autore all’Università di Princeton nel novembre e nel dicembre 2024.
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Occhio rotondo 67. Flotilla
di Marco Belpoliti
Il gesto di rannicchiarsi a terra, appoggiandosi sulle ginocchia e coprendosi nel contempo la testa, è senza dubbio un’azione protettiva. Può anche assumere il significato d’un atto di preghiera: ci si genuflette davanti alla divinità e si tocca ripetutamente la terra con il capo appoggiandovi la fronte in segno di riverenza. Nelle fotografie diffuse dall’esercito israeliano sul web dopo l’assalto alle barche della missione umanitaria “Flotilla”, e il trasferimento degli arrestati su navi o in terraferma, si vedono le persone disposte in questa posizione con tutt’altro significato e le mani legate all’indietro: sono obbligate a restare in una posa non solo palesemente scomoda, ma decisamente umiliante. Non si vede nessun volto né maschile né femminile, solo schiene. È un modo per impedire ai soldati israeliani di guardare negli occhi questi uomini e donne, ovvero di stabilire con loro anche solo un semplice contatto visivo?
Non si tratta solamente d’una punizione che ha qualcosa di brutale, ma anche della negazione di quel rapporto che si crea naturalmente nella semplice relazione visiva tra esseri umani. È proprio ciò che si vuole disconoscere attraverso questa imposizione forzosa. Inoltre, gli arrestati, i loro corpi, sono trasformati in questa maniera in nemici da punire – e non lo sono –, peggio, in cose: sacchi senza alcuna identità o valore. Nei bassorilievi di un sarcofago romano conservato nel Camposanto di Pisa si scorgono i due prigionieri con le mani legate; uno di loro è seduto a terra, non riverso, con le mani serrate dietro la schiena.
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𝗟𝗮 𝗴𝗿𝗮𝗺𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝘂𝗼𝘁𝗼
di Kamo
0. Il pomeriggio di sabato 16 maggio la nostra città è stata ferita.
1. Su quel pavimento della via Emilia che conosciamo bene non è stato lasciato solo del sangue di persone innocenti. Insieme ad esso, un terrore già visto come modus operandi, e l’orrore che la sua insensatezza comporta. Ma anche il coraggio di pochi, e la solidarietà popolare di tanti. Senza distinzioni. Odio, amore, vita, morte: tutto mischiato. Nella consapevolezza che su quella strada, in quel momento, ci poteva essere chiunque di noi. Dei nostri amici, dei nostri affetti.
2. In questi giorni di rabbia e paura legittime non vogliamo unirci ai latrati degli sciacalli e agli ululati delle scimmie. Le facili parole degli “imprenditori del click”, degli influencer governativi e delle anime belle di sinistra. Dei politicanti infami in cerca di visibilità e di quelli opportunisti in cerca di tornaconto. Delle passarelle di Stato e dei pelosi giornalisti. Un teatrino politico e “social” terrificante, a cui si aggiunge la miseria dell’arrivo del circo fascista in città, tra mitomani razzisti vecchi e nuovi, patrioti di tik tok e inutili giustizieri della notte.
Da questa ferita, cominciamo a mettere insieme qualche parola difficile. Parziale, incompleta. Ma ragionata – «prima pensare, poi parlare», ha detto una nostra giovane compagna. Cercando di armarci di un punto di vista di parte, nostro. Strumento per disarticolare il dispositivo narrativo che, con riflesso pavloviano, ci porta a prendere posizioni già preordinate da altri. O, almeno, utile a non mischiarci all’orgia di scimmie, sciacalli e pagliacci di cui sopra.
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Cosa accadrà all'Italia in autunno con la "dottrina Dombrovskis"
di Alessandro Volpi*
Il lettone Valdis Dombrovskis, Commissario Europeo per l'Economia (con deleghe anche alla Produttività, l'Attuazione e la Semplificazione) nella Commissione von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull'andamento dell'economia Ue nel 2026 e nel 2027, che l'unica strada è quella dell'austerità: poca spesa pubblica, poco debito e "cautela". Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle "stime di primavera" della Commissione von der Leyen.
La "crescita" nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore del 1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe "salire" all'1,4 nell'ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore. Dunque, l'economia della Ue, secondo le valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi, qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente!! Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall'effetto dell'intervento pubblico del PNRR, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l'intervento pubblico - e sottolineo pubblico - l'affanno sarebbe totale. Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno assai probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil sarà superiore al 3% e che sono in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l'Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. E' significativo notare che tra i paesi "virtuosi", sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell'Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.
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La lezione al tempo della scuola neoliberale
di Emanuele Dell'Atti
Al di là delle polemiche sulle Indicazioni nazionali per i Licei, con le loro deplorevoli e intenzionali omissioni e con i vari cortocircuiti e incongruenze disciplinari che le caratterizzano, la scuola di Valditara non si muove di un millimetro dalla visione generale che negli ultimi decenni ha egemonizzato il mondo dell’istruzione. Anzi, rincara la dose.
Nella Premessa alle Indicazioni, infatti, dopo aver celebrato il valore eminentemente formativo dell’istruzione, dopo aver esaltato retoricamente la storia e la funzione dei licei in un afflato pseudo-hegeliano volto a rimarcare il valore dell’universale sul particolare e della comunità sull’individuo, dopo aver sottolineato l’importanza delle tradizioni culturali e dei loro autori di riferimento, si passa a confermare (e a rinforzare) i soliti obiettivi: scuola del territorio, competenze digitali, alternanza scuola-lavoro, STEM e – proprio così – “competenze imprenditoriali”.
Ma mettiamo da parte le Indicazioni e torniamo per un momento all’inizio di quest’anno scolastico. Il MIM a settembre inviò a molti docenti un questionario con l’obiettivo di elaborare dei descrittori utili per il RAV, il Rapporto di Autovalutazione che ogni scuola redige ogni tre anni. I docenti erano invitati a rispondere a delle domande sui punti di forza e sulle criticità della scuola in cui lavorano, elementi utili per migliorarne la produttività. E fin in qua nulla di nuovo: è lo schema a cui ormai siamo abituati, quello che emula il metodo e il lessico del management aziendale.
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La guerra in casa. Fabbriche italiane per i droni ucraini, cioè bersagli
di Fortunato Depero - Vladimir Volcic
Comunica il ministero della Difesa: il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha incontrato il ministro della Difesa della Repubblica Italiana, Guido Crosetto; nel corso dell’incontro, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina, Rustem Umerov, e il ministro Crosetto hanno ribadito l’impegno comune dell’Ucraina e dell’Italia a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore della difesa. Entrambe le parti mirano a costruire un partenariato stabile e di lungo termine che contribuisca alla pace e alla stabilità in Europa.
L’Ucraina esprime apprezzamento per il sostegno politico, militare e diplomatico fornito dall’Italia sin dall’inizio dell’invasione su vasta scala da parte della Russia. La solidarietà dell’Italia ha contribuito alla resilienza dell’Ucraina e agli sforzi più ampi volti a preservare la pace e la stabilità in Europa. In questo contesto, entrambe le parti sottolineano la loro volontà di proseguire il dialogo sulle modalità per sviluppare ulteriormente la cooperazione in modo pragmatico e reciprocamente vantaggioso.
La cooperazione futura coprirà diversi settori, quali lo sviluppo di capacità, lo scambio di esperienze e di insegnamenti tratti, nonché la cooperazione industriale in molteplici settori, tra cui la difesa aerea, i sistemi senza pilota, le munizioni e il settore marittimo, tra gli altri.
La collaborazione potrebbe comprendere la ricerca congiunta, la cooperazione tecnologica, i partenariati industriali e le iniziative di investimento, con l’obiettivo di ampliare il dialogo in settori rilevanti per la difesa moderna, quali la logistica, la sicurezza informatica e la protezione delle infrastrutture critiche.
Le Parti stanno lavorando alla definizione di un quadro di partenariato strategico, conosciuto come “Drone Deal” in materia di difesa volto a delineare obiettivi comuni, possibili settori di cooperazione e meccanismi di revisione periodica. Tale quadro fornirebbe una base strutturata per un dialogo costante e lo sviluppo graduale di iniziative congiunte.
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Da Schwab a Karp: gli scribi dell’Apocalisse
di Margherita Furlan
Lo stesso giorno, due scene. A Pechino, dietro il presidente americano sulla passerella della Grande Sala del Popolo, diciassette amministratori delegati: Musk, Fink, Huang, Cook. Ad Aquisgrana, nella sala dove venivano incoronati gli imperatori del Sacro Romano Impero, Mario Draghi riceve il Premio Carlo Magno e avverte l’Europa che «per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme». Tra le due scene non corre alcuna coincidenza, ma una dottrina, scritta in due libri a nove anni di distanza, che ha smesso da tempo di essere una previsione per diventare un programma. Prima di essere un ecosistema di interessi, infatti, gli azionisti dell’Apocalisse sono un pensiero, che il 14 maggio 2026 ha trovato la sua doppia, plastica messa in scena.
Due libri, una sola profezia
Nel 2016 Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, pubblica La quarta rivoluzione industriale. La tesi nota, quella che da allora circola nei convegni e nei documenti programmatici, è la fusione delle tecnologie: il confine che si dissolve tra il fisico, il digitale e il biologico, e che «cambia non solo ciò che facciamo, ma chi siamo».[^1] È la copertina filantropica. La parte che merita di essere riletta oggi, alla luce di Pechino e di Aquisgrana, è un’altra, e Schwab la scrive senza giri di parole: «con i governi e le strutture di governo che restano indietro sul terreno regolatorio, può di fatto spettare al settore privato e agli attori non statali assumere la guida».[^2] E ancora: il potere «si sta spostando dallo Stato agli attori non statali, dalle istituzioni consolidate alle reti informali».[^3]
Non è la denuncia di un rischio: è la descrizione di un esito, formulata nel lessico dell’inevitabilità, da chi quel risultato ha contribuito a costruirlo convocando ogni gennaio a Davos l’assemblea dei suoi beneficiari. Lo Stato che «resta indietro» non arretra per una legge di natura, ma perché altri ne occupano lo spazio, e perché agli occupanti torna utile vestire l’avanzata da destino tecnologico anziché da scelta politica.
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Il robot emozionato
di Riccardo Manzotti
Anni fa, la domanda se un robot o una IA potesse provare qualcosa, sarebbe stata considerata scientificamente poco rispettabile. Oggi è una delle domande più frequenti e importanti che ricorrono sulle riviste scientifiche più prestigiose. Per esempio, nel 2025, Mariana Lenharo si chiedeva su Nature, se si potesse stabilire se una IA provasse qualcosa. Il punto di svolta, lo sappiamo bene, è stata la capacità dell’IA di padroneggiare il linguaggio e quindi di parlare come, fino a qualche anno fa, potevano solo gli esseri umani. Nella nostra specie il linguaggio è legato al sé, alla coscienza e al pensiero. La domanda quindi è lecita: chi parla dunque pensa? Si può, come diceva in una lettera lo scrittore inglese Edward Morgan Forster, sapere che cosa pensiamo senza dirlo? E, viceversa, se lo diciamo, non è come se l’avessimo pensato?
Queste domande sono il cuore dell’ultimo libro di Antonio Chella, professore ordinario di Intelligenza Artificiale e robotica a Palermo, e uno tra i primi a occuparsi della possibilità di costruire un robot dotato di coscienza. Il suo ultimo testo, Può un robot emozionarsi? (Mondadori Università, 2026), si muove da quella prospettiva solida che Chella, in quanto ingegnere, non nasconde mai: costruire per capire. D’altronde questo libro è il frutto di una consolidata tradizione italiana che ha le sue radici nel lavoro pioneristico avviato negli anni Ottanta da Vincenzo Tagliasco, brillante e compianto bioingegnere che, in tempi ormai lontani ovvero nel 2001, aveva pubblicato, per Il Mulino, il visionario Una teoria della coscienza per costruttori e studiosi di menti e cervelli.
Devo dichiarare, peraltro, che con Chella ho condiviso, ormai un quarto di secolo fa, un primo manifesto sulla coscienza delle macchine, e che molte delle domande che pone questo libro ci hanno accompagnato nei nostri percorsi di ricerca. Tornando ai giorni nostri, il libro di Chella affronta di petto la possibilità che un robot o una IA possa sviluppare un dialogo interno, una sorta di discorso rivolto a sé stessi che orienta il comportamento, pianifica le azioni, costruisce una forma di coerenza temporale. Non si tratta semplicemente di eseguire comandi od ottimizzare funzioni: l’idea è che vi sia qualcosa che assomiglia, almeno strutturalmente, a ciò che chiamiamo pensiero.
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Sulla relazione Dombrovskis: contro il tecnofascismo dell'UE
di Alex Marsaglia
Il quadro disegnato nella relazione del freddo burocrate Vice-presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis delinea tutta la tragedia in cui sprofonderanno le popolazioni europee nei prossimi anni. L’Unione Europea come braccio armato dell’imperialismo statunitense decadente si configura sempre più come un’entità indebitata, intrappolata in uno scenario di stagflazione e capace di identificare come unica prospettiva la guerra.
L’impulso economico del PNRR è stato pari a zero, poiché un lustro dopo la sua approvazione il Pil europeo è piantato allo zero virgola, in compenso si è incrementato l’indebitamento degli Stati membri a cui nei prossimi anni arriverà il conto da pagare. Dall’approvazione del piano che avrebbe dovuto traghettare l’Unione Europea fuori dai disastri economici del lockdown l’Unione Europea è stata lanciata dai tecnocrati che la governano nella famosa “economia di guerra”, come l’ha battezzata Draghi che intimava alla popolazione “la pace o i condizionatori”.
La ripresa del motto mussoliniano “burro o cannoni” non è casuale, poiché si inserisce oggi come allora in una rincorsa isterica al riarmo come unica soluzione alla stagnazione e all’endemica crisi economica. In altre parole, quando le classi dominanti non hanno più idee contro l’immiserimento e si trovano davanti una domanda di mercato avvitata in una caduta inarrestabile nonostante le iniezioni di deficit pubblico, allora si rivolgono all’economia di guerra.
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