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Votare no alla “sacrata” riforma
di Carla Filosa
Questa riforma non bisogna più chiamarla della Giustizia, ma riforma della Costituzione. Ci si riferisce qui in particolare all’inaugurazione dell’anno giudiziario del 30 e 31 gennaio scorso, effettuata dalla Corte Suprema di Cassazione e dalla Corte d’Appello. Per chi non ha seguito con interesse gli eventi fine mese, la solennità della cerimonia inaugurale della magistratura in toga rossa ed ermellino è risultata stridere con il tono tra il risentito e l’aggressivo dell’intervento del ministro Nordio.
In tutte e due le volte alla centralità emersa dell’autonomia e indipendenza della magistratura riaffermata con precisa convinzione sia da Pasquale D’Ascola (1° presidente dell’amministrazione della giustizia) sia dal vicepresidente del CSM Fabio Pinelli, in Cassazione, come pure in Corte d’Appello, il guardasigilli ha risposto con tono sprezzante e risentito, ma con evidente senso di difficoltà, negando il fine da loro evidenziato della riforma in questione. Il ministro ha espresso sdegno per le “ripugnanti le insinuazioni” – solo parole sue - avanzate sulle “interferenze illecite” relative alla proposta riforma, definendo inoltre “blasfema” – di nuovo citazione – “l’idea che questa possa minare l’indipendenza della magistratura”.
Prima di entrare nel merito, cioè nel contenuto dei punti di rilievo della stessa riforma, si badi in primo luogo all’aspetto più formale, espressivo, linguistico, ed evocatore usato da Nordio. Invece di controbattere sul significato reale dell’”autonomia e indipendenza della magistratura” rivendicato dal presidente D’Ascola quale “non privilegio di categoria, ma garanzia essenziale per l’imparzialità dei giudici e l’eguaglianza dei cittadini, quale caposaldo del sistema costituzionale, ove la costituzione ha il suo perno essenziale nel principio di uguaglianza sostanziale”, il ministro sposta invece l’attenzione sulla propria irritazione derivante da “insinuazioni”, ovvero da intenti di persuasione subdola o frodatrice, ingannatrice, fonte di sospetti; non intelligenza, quindi, volta a comprendere anche le conseguenze dell’assunto in questione, i suoi corollari nascosti, omessi ma presenti. Primo invito all’irrazionale.
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Qui e ora
di Lo Sparviero
Lo shock-scossa tellurica Epstein-files. Alcune riflessioni work in progress
Qui e Ora è il seguito delle due precedenti puntate sul castello degli orrori emerso con la vicenda di Jeffrey Epstein, del “sistema Epstein” per meglio dire. La nostra prima puntata è del luglio 2025 (https://comedonchisciotte.org/questo-castello-degli-orrori-che-bisogna-radere-al-suolo/), la seconda del 2 febbraio appena passato (https://comedonchisciotte.org/negli-esptein-files-ce-la-bestia-satanica-tutti-dentro/).
Titoliamo Qui e Ora per significare e cercare di trasmettere lo stato di necessaria tensione nel quale svolgiamo le nostre “riflessioni”, incalzati dal ritmo vorticoso degli eventi e sapendo che il tempo delle calende greche è scaduto. Non vale solo per la Palestina, per l’Iran, per l’Asia occidentale.
E’ una raccolta di “minime riflessioni” che presentiamo in capitoletti su alcuni dei molteplici aspetti dello shock-scossa tellurica derivante dalle terrificanti rivelazioni degli Epstein files di cui al momento non siamo in grado di comprenderne precisamente “l’utilizzo politico”. Nelle ipotesi estreme esse “rivelazioni” potrebbero far parte di una manovra di vasta portata volta alla destituzione del presidente Trump, oppure volte a sollecitare lo scatenamento del criminale attacco diretto all’Iran, o allo scatenamento di una orrenda civil war in America e in Europa che è già comunque nell’aria e altro ancora. It may be... Potrebbe essere, lo scopriremo presto (ed anche sulla nostra pelle).
Una mole enorme di documenti è stata desecretata il 30 gennaio 2026, molti sono stati censurati e non sono state rese pubbliche le immagini presenti nei files di omicidi e torture. Da quanto apprendiamo mancano ancora circa 2,5 milioni di pagine per la completa apertura dei files. Ma basta e avanza così per dare il quadro dell’orrore. “Un vero inferno” ha commentato Maria Zakharova portavoce del Ministero degli Esteri russo. Ai russi dedichiamo uno dei capitoletti work in progress.
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Un conflitto pianificato a danno dei palestinesi. Una storia di Colonialismo e Resistenza
di Francesco Cappello
La spossessione dei popoli indigeni delle loro terre è una modalità di dominazione nota come “capitalismo razziale coloniale“. Dopo aver negato l’autodeterminazione palestinese per decenni, Israele sta ora mettendo in pericolo l’esistenza stessa del popolo palestinese in Palestina. Siamo al cospetto di una logica binaria del colonialismo di insediamento israeliano di dislocazione e sostituzione, volta a espropriare e cancellare i Palestinesi dalle loro terre operante da sempre. Essa comporta la negazione dell’autodeterminazione e altre violazioni strutturali nel territorio palestinese occupato, inclusi occupazione, annessione e crimini di apartheid e genocidio, nonché una lunga lista di crimini accessori e violazioni dei diritti umani, dalla discriminazione, distruzione arbitraria, sfollamento forzato e saccheggio, all’uccisione extragiudiziale e alla fame. Dopo il 7 ottobre 2023, la campagna militare ha polverizzato Gaza e sfollato il più grande numero di Palestinesi in Cisgiordania dal 1967, un’accelerazione del processo di dislocazione-sostituzione.
La mattina del 7 ottobre 2023, il mondo ha assistito ad un attacco devastante, l’Operazione “Alluvione al-Aqsa” di Hamas, che ha causato la morte di 1200 israeliani, in gran parte civili, e la presa di 240 ostaggi. La reazione di Israele, l’Operazione “Spade di Ferro”, ha mietuto decine di migliaia di vite palestinesi, un terzo delle quali bambini. Le radici di questo conflitto sono ben più profonde di un’occupazione di cinquantasei anni iniziata nel 1967. Anzi, la sua genesi può essere fatta risalire alla fine dell’Ottocento.
Una terra non vuota: La Palestina prima del sionismo
Gli storici concordano nell’affermare che contrariamente al mito propagandato di una “terra senza popolo per un popolo senza terra” [+], la Palestina, sotto il dominio ottomano dal 1516, era una società fiorente e diversificata.
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Riarmo, speculazione, centralizzazione dei capitali e guerra
di Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera
La tesi di fondo del libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli1, scritto tre anni fa e oggetto di ampio dibattito, collegava la tendenza alla centralizzazione del capitale con la distruzione della democrazia e la ripresa delle politiche di guerra. La tesi del libro veniva poi ripresa da Stefano Lucarelli ne “Il Tempo di Ares” (edito nel 2025), ove si analizzava l’ascesa dei creditori, ovvero di quei paesi che oltre al controllo delle materie prime sono riusciti ad acquisire e sviluppare nuove tecnologie con risultati economici fino a pochi anni fa impensabili, che hanno poi utilizzato i grandi ricavi ottenuti per aumentare le spese militari. Dal punto di vista della comunicazione politica, questi autori hanno avuto il merito di cogliere le cause materialistiche della guerra proponendo una suggestiva divisione del mondo in due blocchi: da un lato i paesi debitori – ossia Usa e Gb, con la Ue al traino –, impegnati a difendere la loro vecchia egemonia con ogni strumento possibile – inclusi il protezionismo e il ricorso alle armi –, dall’altro l’ emergente blocco imperialista “dei creditori” a guida cinese, che coinvolge russi e paesi asiatici, disposti anche a ricorrere alla guerra e al riarmo contenendo il monopolio occidentale. In conclusione, i tre autori hanno ricercato nell’economia le cause della guerra, riprendendo le categorie marxiane per una analisi del capitalismo. E questo approccio guida, nel nostro piccolo, anche l’analisi che andiamo a fare.
Riarmo e speculazione
Chi voglia investire in Borsa ha di fronte a sé una allettante possibilità: acquistare dei pacchetti di titoli del settore militare, gran parte dei quali relativi a imprese di armi con rendimenti in rapida crescita.
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Epstein
di Alessandro Visalli
La vicenda della pubblicazione, molto parziale a quanto sembra, dell’archivio di Epstein (e dei suoi complici e forse mandanti) illumina, al di là della pur orrenda cronaca nera, qualcosa di profondo sulla natura del potere in Occidente. O del potere attraverso il denaro senza freni. O, ancora, del potere come complicità di gruppo, di ricattabilità – forse paradossalmente -. Perché, mi chiedo, come è possibile – che metodo c’è – nel fatto che persone potenti abbiano partecipato a riti espressamente illegali e chiaramente degradanti, orrendamente degradanti, “in piena aria”. Ovvero all’aperto, gli uni davanti agli altri. Quale profondità antropologicamente densa, quale abisso “costituente”, mostra questo esporsi? Perché, in ultima analisi, esporsi?
1- Abbiamo, qui da noi proprio nella radice del razionalismo occidentale, o del suo nichilismo, una tradizione – da Sade a Bataille ai “Helfire Clubs” inglesi del settecento, o le comunità aristocratiche libertine – che lega il potere alla trasgressione “visibile”. Un Panoptico delle élite. L’idea che nel violare la morale e la legge davanti a tutti riposa la sovranità. Una sovranità condivisa che esibisce. Una esibizione costitutiva. Un atto performativo, che crea.Troviamo, qui, un ‘rito’ fatto di trasgressione condivisa. Dunque un rito sacrificale, che cementa, separa dall’umanità. Una secessione.Noi sapevamo che le élite erano separate, si erano separate (tanta letteratura sociologica ce lo aveva detto), ma così. Tanto così. Non era visibile.
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Iran. Evitato il primo sabotaggio, domani i negoziati con gli Usa
di Davide Malacaria
Ieri hanno provato ancora una volta a scatenare la guerra contro l’Iran. I falchi israeliani e americani hanno usato la richiesta di Teheran di tenere i colloqui in Oman piuttosto che a Istanbul per far saltare l’incontro Usa – Iran previsto per venerdì.
Tutto era stato approntato e la grancassa mediatica, al solito, era in riga per spingere sull’intervento. Serviva un pretesto ed è stato trovato: dialogo saltato perché Washington rifiuta di spostare la sede dei colloqui e perché l’Iran non vuol negoziare sulla riduzione del suo arsenale missilistico.
In realtà, l’Iran deve aver subodorato qualcosa che non andava e voleva assicurarsi che i funzionari inviati all’incontro, tra cui dovrebbe esserci il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, tornassero in patria sani e salvi evitando incidenti di percorso simili a quelli che hanno causato il decesso del presidente Ebrahim Raisi (morto in un misterioso incidente aereo). L’Oman è più vicino ai confini iraniani, meno infiltrato e i suoi cieli si possono vigilare da presso. Richiesta legittima, dunque, quella di cambiare sede, non aveva senso rifiutare il dialogo per una istanza tanto secondaria.
Né il dialogo poteva saltare perché l’Iran rifiutava di mettere in discussione il suo arsenale balistico, dal momento che tale niet era chiaro e irrevocabile già al momento in cui è stato fissato l’incontro. Teheran non può rinunciare alla sua deterrenza.
Nella stessa giornata, l’abbattimento di un drone iraniano da parte della U.S. Navy perché giudicato aggressivo. Si voleva alzare la tensione con Teheran abbattendo un innocuo drone spia, uno dei tanti, iraniani e statunitensi, che battono i cieli della regione.
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Bilinguismo e pensiero
di Giorgio Agamben
Noi viviamo nella nostra lingua come dei ciechi che
camminano sull’orlo di un abisso… la lingua è gravida
di catastrofi e verrà il giorno in cui essa si rivolterà
contro coloro che la parlano.
G. Scholem
Tutti i popoli della terra stanno oggi sospesi sull’abisso della loro lingua. Alcuni stanno sprofondando, altri sono già quasi sommersi e, credendo di usare la lingua, ne sono invece senza accorgersene usati. Così gli ebrei, che hanno trasformato la loro lingua sacra in una lingua strumentale d’uso, sono come larve negli inferi che devono bere il sangue per poter parlare. Finché era confinata nella sfera separata del culto, essa forniva loro un luogo sottratto alla logica delle necessità economiche, tecniche e politiche, con le quali si misuravano nelle lingue che prendevano in prestito dai popoli presso i quali vivevano. Anche ai cristiani il latino ha offerto a lungo uno spazio in cui la parola non era soltanto uno strumento di informazione e di comunicazione, in cui si poteva pregare e non scambiarsi messaggi. Il bilinguismo poteva anche essere interno alla lingua, come nella Grecia classica, in cui la lingua di Omero – la lingua della poesia – trasmetteva un patrimonio etico che poteva in qualche modo orientare i comportamenti di coloro che parlavano ogni giorno dialetti diversi e mutevoli.
Il fatto è che il nostro modo di pensare è più o meno inconsapevolmente determinato dalla struttura del linguaggio in cui crediamo di esprimerlo.
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Borghesia manipolatrice
di Silvia Borgese
Secondo Orwell la società si articola in tre categorie: i Superiori, orientati alla conservazione del potere; gli Intermedi, che aspirano a sostituirli; e gli Inferiori, che tendono all’abolizione di ogni gerarchia. Il tentativo della classe intermedia di affermarsi come nuova élite dominante necessita inevitabilmente del sostegno degli Inferiori, così da costituire una maggioranza numerica. Tuttavia, questi ultimi non vengono mai realmente inclusi nella transizione: per tale ragione la borghesia li mantiene costantemente occupati nel lavoro e quasi storditi dall’illusione di una possibile ascesa sociale. Condividendo la stessa radice etimologica della parola libertà, il liberalismo si impone come annullamento di ogni costrizione, offrendo l’illusione di possibilità illimitate. A sostenerlo vi è una spinta commerciale inarrestabile, unita alla volontà di dominio economico e sociale, favorita da uno Stato che si limita a garantire le dinamiche concorrenziali senza porvi reali limiti. Esaltato dalla borghesia settecentesca e consolidato dal capitalismo successivo alla rivoluzione industriale, esso ignora le carenze dei ceti subalterni, travolti da rivalità crescenti, privati di stabilità e indotti a credere che la propria sorte dipenda esclusivamente da una vena imprenditoriale impossibile da sviluppare senza mezzi adeguati. Nemico della democrazia, non tollera che il suo principio cardine – la libertà – venga subordinato all’uguaglianza, seppur almeno in apparenza. È restrittiva, a detta di coloro che sanno stare al gioco mutevole del mercato. Ma la forte tutela dell’individualità non per tutti è un privilegio, bensì portatrice di divari, criterio di distinzione.
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“Il destino di Israele è segnato”
Andrea Lanzetta* intervista Ilan Pappè
Ilan Pappé ne è convinto: per Israele è cominciato l’inizio della fine. «Non so esattamente come ma verrà il momento in cui anche i governi del resto del mondo diranno che ne hanno abbastanza, come è successo con l’apartheid in Sudafrica», predice lo storico israeliano a TPI.
Questa «decolonizzazione» dello Stato ebraico, come la definisce Pappé nel suo nuovo libro “La fine di Israele” (Fazi, 2025), non avrà nemmeno bisogno di una guerra ma di un «processo lungo, e purtroppo doloroso», che però è già iniziato.
L’analisi dello storico israeliano parte dalla frattura, mai saldata nemmeno dopo il trauma del 7 ottobre e i massacri a Gaza, tra due entità sioniste diverse: lo «Stato di Giudea» e lo «Stato di Israele». Se il primo è descritto come il fronte estremista di destra, religioso e con tratti messianici alleato del premier Benjamin Netanyahu, l’altro è tuttora ancorato ai valori liberali e laici della fondazione e schierato, spesso, con l’opposizione.
Entrambi però, pur contendendosi non solo il potere, ma anche l’anima dello Stato ebraico, sarebbero ancora uniti dall’appoggio a un sistema che nega ai palestinesi i propri diritti civili e umani. Quest’unico denominatore comune e la frattura tra i due campi contrapposti contribuiscono alla polarizzazione politica in Israele e finiranno, ci spiega Pappé, per determinarne la fine. Un epilogo che, secondo lo storico, aprirà nuove opportunità per la pace.
Professor Pappé, è finalmente arrivato il fatidico “Day After” in Palestina?
«In questo momento assistiamo al “Day After di Trump” o al “Day After del Qatar”, mentre avremmo avuto bisogno di un “Day After palestinese”. Solo questo, se realmente basato su giustizia, uguaglianza e democrazia, avrebbe potuto contribuire a galvanizzare il sostegno regionale e internazionale verso la pace e funzionare davvero».
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Un meridiano in controluce. Antonio Cantaro e il suo “Amato popolo”
di Onofrio Romano
Ci sono libri che sfuggono a ogni tentativo di classificazione, che rifiutano di farsi “mettere a posto” negli scaffali del pensiero ordinato e che chiedono piuttosto di essere attraversati come si attraversa un paesaggio accidentato, dove ogni passo produce un attrito permanente con il presente. Il libro di Cantaro appartiene a questa rara specie (Amato popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie, Bordeaux, Roma 2025): si offre come una lente che costringe lo sguardo a sostare nel punto più oscuro del nostro tempo, là dove la democrazia non muore per mano di un golpe spettacolare, né crolla in diretta televisiva producendo il frastuono a cui siamo abituati, ma semplicemente si sfalda, evapora in una dissolvenza lenta e silenziosa.
Cantaro rifugge da quella neutralità che spesso maschera l’indifferenza intellettuale. Al tempo stesso, egli si tiene accuratamente a distanza dalla retorica dell’agit-prop da studio televisivo, da quella indignazione prêt-à-porter che costruisce altari dell’Apocalisse dove officiare la liturgia del “siamo alla fine” per poi chiudere la pratica. Il lavoro che Cantaro compie è più scomodo e rischioso: si muove sul filo di un ossimoro che una certa tradizione culturale italiana ha saputo reggere con equilibrio precario, quell’ossimoro per cui emancipazione e radicamento, tradizione e progresso, conservazione e trasformazione non costituiscono coppie da separare in campi contrapposti, ma rappresentano tensioni da tenere insieme nella loro contraddizione produttiva. Soltanto dalla tensione, soltanto tenendo fermo l’ossimoro senza cedere alla tentazione di risolverlo in una sintesi prematura, la vita può generare senso e assumere quello spessore che le impedisce di ridursi a mera sopravvivenza.
Per questo Cantaro è un autore autenticamente “meridiano” (Cassano docet), ma senza alcuna concessione al sentimentalismo identitario. La sua postura intellettuale discende da una linea lunga e mai pacificata – da Machiavelli a Leopardi, da Gramsci a Pasolini – che non ha mai scambiato la liberazione con lo sradicamento, né la critica del potere con l’odio per le istituzioni, né il progresso con la cancellazione di ciò che resiste.
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Il crollo dell’ipocrisia internazionale
di Alessandro Scassellati
Il problema con la concettualizzazione del Primo Ministro canadese Mark Carney sulla fine dell’’ordine internazionale basato sulle regole” è comune nelle capitali dei Paesi occidentali. La storia inizia quando vogliono le élite al potere, in questo caso, il secondo mandato di Donald Trump. Sono arrabbiate, disgustate e in preda all’ansia perché alcuni aspetti di ciò che è stato inflitto al Terzo Mondo, in azioni alle quali i loro Paesi hanno preso parte, ora vengono ribaltati e usati contro di loro. Estorsione, gangsterismo, coercizione economica e minacce alla sovranità territoriale vengono ora perpetrate contro gli Stati deboli e vulnerabili dell’alleanza occidentale. Gli stessi Stati che sono rimasti in silenzio o hanno partecipato quando a essere vittime erano Paesi distanti e “autoritari” che non condividevano i loro valori.
* * * *
Il 20 gennaio 2025, il Primo Ministro canadese Mark Carney ha tenuto un discorso al meeting annuale del World Economic Forum (WEF) a Davos. Immediatamente, un coro di elogi si è levato dai ”capitalisti progressisti” e dai media liberal-progressisti di tutto il mondo, sia del Nord che del Sud del mondo. Carney ha preso indirettamente di mira il Presidente Trump affermando che il mondo è “nel mezzo di una rottura, non di una transizione”, indicando che “gli egemoni non possono monetizzare continuamente le loro relazioni” e cercando di indicare una nuova direzione in cui “gli alleati si diversificheranno per proteggersi dall’incertezza… [perché] le medie potenze devono agire insieme, perché se non siamo al tavolo, siamo nel menu”. Carney ha esortato le “medie potenze” a smettere di conformarsi a regimi che cercano l’egemonia, a smettere di sperare in un ritorno al passato e a costruire invece nuove coalizioni per sopravvivere a ciò che verrà. A parte l’utopia del Primo Ministro Carney di un’uscita del Canada dal dominio e dalla sfera d’influenza statunitense, sono state presentate un paio di verità molto importanti.
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Quando abbiamo smesso di provare a cambiare lo "stato delle cose"?
di Pierluigi Fagan
Leggevo un articolo di un professore americano su The Conversation, riguardo il lento scivolar via delle iscrizioni universitarie nelle discipline umanistiche e il successivo maggioritario pentimento di coloro che l’avevano fatto. L’analisi è prettamente centrata sul Nord America, ma in forme meno segnate è valida anche in Europa.
Sembra che “i laureati in discipline umanistiche: imparano a passare più tempo in riunioni a litigare tra loro che a cambiare il mondo”. Ogni affiliato a uno specifico complesso teorico ostracizza l’altro anche quando questo potrebbe esser utile in chiave di alleanze democratiche.
Sfugge il fine di creare quelle “masse critiche” (approssimativamente tra il 40 e il 60% di una società ma, a seconda dei fini e dei contesti la percentuale può anche essere inferiore) che nelle società complesse sono l’unico soggetto (per quanto plurale) che può operare cambiamenti significativi. Così, mancando del tutto l’orizzonte pratico, il tutto diventa una caotica e rissosa sbornia di pensiero teorico. Ma c’è di peggio.
Il fatto è che lo stesso pensiero teorico non conformista, è praticamente dominato dalla “Teoria critica” che più che una teoria (di iniziali origini francofortesi) è una costellazione teorica collocata nell’ammasso degli atteggiamenti critico-negativi. L’ingenuità di fondo di questo atteggiamento è che: “Sebbene l'obiettivo della teoria critica sia trasformare il nostro mondo, troppo spesso si presume che se scopriamo i modi nascosti in cui opera il potere, saremo trasformati da tale intuizione” e da ciò saremo in grado di trasformare lo stato di cose.
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I sicari dell'economia
di Giuseppe Cantarelli
Quanto accaduto in Venezuela a partire dal 3 gennaio scorso, con la cattura e il rapimento del presidente Maduro da parte degli USA, e più in generale la lunga storia delle tensioni fra americani e venezuelani, mi ha riportato alla mente un libro importante, Confessioni di un sicario dell’economia, uscito nel 2004 e poi aggiornato nel 2016 con una seconda edizione, anche se in italiano è stata tradotta solo la prima. L’autore è John Perkins, che ha lavorato per importanti aziende americane e il cui compito era, come dice lui stesso presentandosi, quello di “dirottare il denaro dalla Banca Mondiale, dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) e da altre organizzazioni di aiuto estero, verso le casse di enormi multinazionali e nelle tasche di poche famiglie facoltose” (oggi diremmo dei grandi fondi di investimento e dell’elite finanziaria) . Perkins si definisce un “sicario dell’economia” (EHM – Economic Hit Man), uno di quelli che dovevano convincere i governanti di paesi in via di sviluppo a sostenere gli interessi corporativi e geopolitici degli Stati Uniti.
Il “Modus Operandi” di un sicario dell’economia, spiega Perkins, prevede 5 fasi:
1 – Previsioni gonfiate di crescita: redazione di rapporti che prevedono una crescita strabiliante del PIL di un paese se verranno realizzate grandi infrastrutture.
2 – Indebitamento massiccio: il paese contrae prestiti enormi con istituzioni come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale.
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Il vento di Torino
di Kamo
«Ma c’è una grossa fila di persone,
camminano di fretta e cambian posizione,
fateli passare, piantatela di insistere…»
0. Il vento a Torino, il giorno di San Geminiano, pizzicava. Per i gas urticanti sparati sulla gente, per conto del governo, da eccitati e brutali soldati a guardia dell’esistente, in divisa blu e assetto da guerra per il fronte interno. Saturando di veleno strade e polmoni. Ma anche per la potenza elettrica nell’atmosfera, lasciata dalla grande mareggiata di settembre e ottobre, che ancora sfrigolava «nella gioia e nella rabbia». C’era voglia di esserci, bisognava esserci. Il giorno di San Geminiano, a Torino, il vento ha fischiato.
1. Crediamo che le mobilitazioni per la Palestina e il movimento del «Blocchiamo tutto» siano stati l’irruzione più forte e chiara di questo cambio di pressione nell’atmosfera. Anche in contesti “provinciali” e tendenzialmente pacificati come Modena. Giorni che sono valsi anni nella soggettività. Hanno lasciato irrisolto un salto di composizione della conflittualità sociale di cui il corteo di Torino va guardato come un passaggio. Un punto del processo di chiarificazione e maturazione nel percorso di una nuova generazione politica, figlia della crisi – di sistema, certo, ma in particolare modo di un intero ciclo di movimento di lotte – che, passo dopo passo, sta lottando per prendere coscienza di sè, dei propri compiti e strumenti nelle condizioni lasciate dai precedenti cicli, della propria possibile forza, del volto del proprio nemico.
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Il Board of peace e l’ideologia della Nuova Destra
di Alessandra Ciattini
Molti analisti hanno commentato in maniera assai negativa la nascita del Board of peace che sarà dominato da Donald Trump, nelle vesti di un nuovo monarca, postosi al di sopra di tutto. Si tratta certamente di un atto di forza della potenza imperialistica in declino e di un personaggio desideroso di protagonismo, ma anche di un progetto ispirato all’ideologia dei neo-reazionari.
Parlando del nuovo, per me strabiliante Board of peace, lanciato recentemente quasi come una merce dal nuovo Caligola (così lo chiama Scott Ritter), si può dire che si registrano opinioni controverse. Secondo il diplomatico Petru Dumitriu: “L’istituzione del Consiglio per la Pace non è di per sé contraria al diritto internazionale. La legalità del Consiglio per la pace dipende strettamente dalla sua conformità alla risoluzione 2803 (2025) del Consiglio di sicurezza”. Secondo invece il Centro per i diritti umani dell’Università di Padova: “Il “Board of Peace” di Trump è un nuovo atto eversivo diretto a sostituire il diritto internazionale dei diritti umani con la legge del più forte. Un nuovo strumento per distruggere tutte le regole e dettare le proprie. Entrare nel “Board of Peace” di Trump costituirebbe una violazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana, che prevede di agire “in condizioni di parità con gli altri Stati” e sarebbe un atto di pura follia politica”.
Vediamo di esaminare con calma i suoi diversi aspetti, tentando anche di delineare le conseguenze che potrebbero scaturire da questa novità, che Russia e Cina non hanno voluto bloccare nel Consiglio di sicurezza delle NU, forse non prevedendo che si sarebbe arrivati a tanto.
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I diversivi
di Dante Barontini
Non se ne sentiva nostalgia, ma la politichetta italica si è rimessa in moto secondo antiche movenze, come se negli ultimi anni nulla fosse accaduto intorno a lei. Guerre, genocidi, rapimenti di capi di stato, crisi economiche e di alleanze ottuagenarie, venir meno di rotte commerciali e coperture nucleari, crollo della partecipazione al rito elettorale e quindi della reale legittimità degli eletti… tutto ignorato, facimme ammuina.
La legislatura volge ormai al termine, anche se mancano circa venti mesi, e dunque era ora di far partire i posizionamenti, possibilmente cambiando gli schemi e spruzzare un po’ di peperoncino su una scadenza altrimenti scontata.
Il paese va a destra, grazie a un sistema mediatico che ha fatto della cronaca nera il suo pressoché unico campo di applicazione e quindi semina “terrore” anche e soprattutto quando non vola neanche una mosca.
Il governo Meloni procede a colpi di “pacchetti sicurezza”, uno a ogni episodio che diventa “virale”. La sedicente “opposizione” critica la maggioranza da destra, condividendo la stessa narrazione farlocca sulla “sicurezza” ma invitandola ad assumere più poliziotti nel paese che ne ha più di tutti, in proporzione alla popolazione.
Messa così, che il centrodestra a trazione meloniana fosse destinato al bis era quasi scontato. Come fare, dunque, per vivacizzare “il dibattito” dei prossimi due anni?
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L’etica puritana e lo spirito della rivoluzione
di Gigi Roggero
La tesi che Michael Walzer dispiega nel suo formidabile libro La rivoluzione dei santi (Luiss University Press, 2025) è chiara: il calvinismo è un’ideologia della transizione. Il santo, ovvero il dirigente rivoluzionario puritano, è per l’autore al contempo causa e prodotto del suo tempo di crisi. È, in altri termini, un prodotto del disordine, o meglio di uomini che si organizzano nella crisi per distruggere il vecchio ordine. A sessant’anni dalla sua pubblicazione, il volume è finalmente disponibile in italiano. E con la tesi di Walzer, con la sua inattuale attualità politica, dialoga Gigi Roggero.
Quando il ferro è caldo, allora colpisci.
Non sarebbe stato molto meglio se quei ministri sediziosi, che non arrivavano forse al numero di mille, fossero stati uccisi prima di aver predicato? Sarebbe stata, lo confesso, una grande strage, ma l’uccisione di centomila persone [nelle guerre civili] è stata una strage ancora maggiore.
Riflettendo nel 1668 sul periodo rivoluzionario appena trascorso, che ha inverato il suo profetico incubo della guerra civile, Thomas Hobbes afferma un’indubbia verità. Senza l’azione militante dei «ministri» puritani, non ci sarebbe stata rivoluzione. Tutt’al più, malcontento e rivolte. Lenin non diceva una cosa molto diversa: senza teoria rivoluzionaria, non c’è rivoluzione. E prima ancora, senza militanti rivoluzionari non c’è teoria rivoluzionaria.
Proprio al ruolo dell’élite puritana tra Cinquecento e Seicento, tra Calvino, gli ugonotti e la rivoluzione inglese, è dedicato il formidabile volume di Michael Walzer The Revolution of the Saints: A Study in the Origins of Radical Politics, pubblicato per la prima volta nel 1965 e, a sessant’anni di distanza, meritoriamente reso disponibile in italiano da Luiss University Press.
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La pianificazione e l’osteria dell’avvenire
di Francesco Schettino
Uno studio programmatico per un modello economico alternativo non può prescindere dall'uso flessibile della pianificazione
Dedicare adeguato spazio in questa rivista alla critica dell’economia e alla definizione di un paradigma alternativo è un’idea che assume ancor più rilievo alla luce degli ultimi accadimenti internazionali che sembrano precipitare velocemente verso un esito pericoloso e tutt’altro che auspicabile.
Lotta teorica e critica dell’economia politica
L’analisi economica è senza dubbio cruciale in un periodo in cui si sente parlare sin troppo spesso di geopolitica senza tener conto adeguatamente della fase del capitalismo in cui viviamo. Troppe volte, infatti, si ascoltano ragionamenti che sembrerebbero basati su un ipotetico risiko privo di storicità e dunque del fondamentale riferimento alla struttura economica contemporanea che si trova sempre in rapporto dialettico con il piano sovrastrutturale. Per non incorrere in aporie di questo tipo è necessario innanzitutto dotarsi di strumenti adeguati indipendenti – il socialismo scientifico – e non generati all’interno di un’accademia mondiale che, in maniera sempre più veemente, ha messo fuori dalla porta delle università l’unica teoria che negli anni, alla prova dei fatti, è stata in grado di fornire le leggi generali di sviluppo del capitalismo e dunque una formidabile critica dell’economia politica.
È dunque indispensabile riprendere in mano gli strumenti della critica al modo di produzione capitalistico per cercare di recuperare il terreno che è stato smarrito in decenni di sbandamenti e scivoloni concettuali che hanno garantito un arretramento formidabile – ma, si spera, non irrecuperabile – sul piano della lotta teorica: le opere di Marx, Engels e Lenin sono gli strumenti più affilati e poderosi per garantire una seria e rigorosa critica al mainstream economico e tutti i suoi derivati. Essi sono in grado di fornire una chiave di interpretazione di sviluppo della fase contemporanea del modo di produzione, nonché eventuali e possibili scenari che potrebbero scaturire da un declino del capitalismo che sembra sempre più inesorabile.
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L’industria del divertimento
di Salvatore Bravo
Le tragedie dell’industria del divertimento si ripetono in modo sempre eguale e ad ogni evento luttuoso segue “un senso di stupore” dinanzi a tragedie che potevano essere evitate. Trasmissioni, articoli e discussioni si succedono, in modo simile, secondo un copione sempre eguale. Il dramma è l’incapacità acquisita dopo decenni di “divertimentificio” divenuto un diritto indiscutibile di comprendere le cause profonde delle sciagure che si susseguono. Non vi è volontà alcuna di cambiare la prospettiva della narrazione degli eventi che, di conseguenza, si arena sui dettagli pruriginosi e sul conteggio delle responsabilità immediate. Non si riporta l’evento al sistema. Il divertimentificio non è solo industria del divertimento senza limiti, in cui giovani e vecchi sono travolti e usati per estrarre plusvalore, ma è molto di più. Se il fine del divertimentificio è il guadagno, il che lo rende coerente con il sistema capitalistico, è inevitabile che competizione e illimitati appetiti non possono che logorare il rispetto delle leggi e della sicurezza dei luoghi in cui si consumano gli eventi. Lo stato di competizione, lo constatiamo nelle morti sul lavoro, porta gli imprenditori piccoli e grandi a dover lottare per la sopravvivenza e a tal fine il sovraffollamento dei locali e delle discoteche è probabilmente la norma e le leggi sulla sicurezza sono aggirate. Questo è il primo dato celato e mai discusso. Su tutto ciò si è innestata la pedagogia del divertimento a completamento e giustificazione sovrastrutturale del modello economico liberista.
I genitori spesso esigono che il divertimento si infiltri ovunque e, dunque, la capacità di individuare pericoli che esige concentrazione e abitudine alla prudenza purtroppo ne è fortemente lesa. Lo verifichiamo nelle scuole e nelle strade, un senso di innocente onnipotenza porta a comportamenti rischiosi. I ragazzi sono sollecitati a divertirsi con la benedizione di un intero sistema che ha rinunciato alla progettualità e l’ha sostituita con l’emozione del momento. Il piacere senza limiti e un’esistenza deregolamentata e priva di solide fondamenta onto-assiologiche non possono che aumentare enormemente i rischi per i più giovani.
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Il sistema della sorveglianza ha come logico esito la guerra civile
di comidad
Se le immagini circolate la scorsa settimana del poliziotto picchiato da manifestanti fossero provenute da Teheran invece che da Torino, se ne sarebbe data una interpretazione opposta. Infatti lo stesso governo e lo stesso capo dello Stato che qualche settimana fa plaudivano agli insorti iraniani che ammazzavano trecento poliziotti, oggi si indignano per il poliziotto italiano che riceve qualche pugno e qualche calcio da parte di manifestanti nostrani. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale è certamente facilissimo manipolare le immagini di un video in modo da creare una inestricabile commistione tra vero e falso che sia funzionale al vittimismo poliziesco. Purtroppo le manipolazioni più insidiose non sono quelle della moderna tecnologia, bensì quelle intrinseche agli schemi di potere, per cui non è tanto importante ciò che si vede, bensì il modo in cui viene narrato.
La Meloni è andata a far visita al poliziotto in fin di vita e, rinnovando il miracolo di Lazzaro, lo ha fatto risorgere più in forma di prima. Eppure non sono passati neanche cinque anni dai tempi in cui la Meloni, dai banchi dell’opposizione, accusava il governo Draghi di “strategia della tensione” allo scopo di criminalizzare le manifestazioni contro il green pass. Toccava al ministro degli Interni dell’epoca, Lamorgese, respingere le accuse rivolte agli agenti della DIGOS di aver agevolato, e persino diretto, i manifestanti di Forza Nuova nell’assalto alla sede della CGIL. D’altra parte le due ultime lettere dell’acronimo DIGOS indicano appunto le “operazioni speciali”, per cui non ci sarebbe neppure tanto da stupirsi se tra quei compiti istituzionali “speciali” fossero comprese la provocazione e la mistificazione.
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Le nazioni europee non possono essere sovrane all’interno della NATO
di Thomas Fazi
Le nazioni europee invocano il linguaggio della sovranità e della resistenza a Trump mantenendo o rimanendo o addirittura intensificando le strutture della dipendenza – in primo luogo la NATO stessa
L’annuale riunione del World Economic Forum a Davos non è conosciuta come un focolaio di resistenza anti-imperialista, per non parlare della retorica anti-USA. Eppure questo è stato inconfondibilmente il tono di molti discorsi pronunciati quest’anno.
L’intervento più sorprendente e ampiamente discusso è arrivato dal primo ministro del Canada, Mark Carney [che ho analizzato in dettaglio qui]. Carney ha dichiarato apertamente morto il cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole” – e ha anche messo in dubbio se fosse mai veramente esistito. Ha ammesso che questo ordine era sempre, almeno in parte, una finzione: una in cui le regole venivano applicate selettivamente dall’egemone per far avanzare i suoi interessi, mentre i poteri subordinati andavano d’accordo con la farsa perché ne beneficiavano.
Ma questo accordo, ha sostenuto Carney, è crollato ora che gli Stati Uniti hanno rivolto i loro strumenti coercitivi contro gli stessi alleati occidentali. “Questa non è sovranità. È la performance della sovranità mentre accetta la subordinazione”, ha detto, alludendo chiaramente alle minacce di Trump contro la Groenlandia – e il Canada stesso.
La conclusione di Carney è che le potenze occidentali di medio rango devono rompere i ranghi con l’egemone e in effetti coordinarsi per resistervi.
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La nottola di Draghi, nel tramonto UE
di Francesco Piccioni
Nel silenzio nebbioso che ormai caratterizza “l’Europa” – ossia quella cosa storta chiamata Unione Europea – la voce di Mario Draghi viene presa dai settori meno decerebrati dell’establishment e fatta squillare al di sopra della platea mormorante.
Ma i tempi sono cambiati. E anziché esibirsi nelle sedi istituzionali più importanti del Vecchio Continente stavolta SuperMario ha dovuto accontentarsi di un sede solo culturale, per quanto prestigio come l’università di Lovanio, una delle più antiche.
Il downgrade di location, inevitabilmente, significa qualcosa, e vedremo se e quanto del suo “indicare la strada” sarà ripreso da chi attualmente è al volante della UE. Fossimo in lui nutriremmo poche speranze nelle von der Leyen o addirittura nelle Kallas. E non meglio va con i leader nazionali, tutti “zoppi”, come si vede con Macron, Merz, Sanchez o l’ondivagante Meloni, più trumpiana che europea.
Il tema, una volta tanto, è però di alto livello strategico. Quasi troppo alto per essere affrontato dai nanerottoli attualmente in sella: quale destino strategico per “l’Europa”. Perché una cosa è diventata chiara con il rapido distacco degli Stati Uniti: “l’Europa rischia di diventare allo stesso tempo subordinata, divisa e deindustrializzata. E un’Europa che non può difendere i propri interessi non preserverà a lungo i propri valori”.
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Lo strappo culturale (toppe e rammendi)
di Davide Miccione
Chi critica la società in cui vive, chi insiste nel non vedere in essa l’armata dei buoni o il giardino del mondo bensì una civiltà in declino morale e intellettuale si trova solitamente, dopo un po’, a venire accusato di essere distruttivo o bastiancontrario, di non prospettare soluzioni alternative e così via. Si potrebbe rispondere a tutto ciò con una feroce critica al “soluzionismo” implicito di chi ti rimprovera (generando però l’ovvio paradosso di rispondere a chi ti accusa di criticare soltanto, criticando anche la critica) oppure segnalando la nobiltà di criticare la società in un mondo estremamente conformista e che su questo conformismo edifica carriere. Chi scrive però, ogni tanto, sente il bisogno di giustapporre alle proprie lunghe e, si spera, fondate critiche qualche proposta in positivo. Nel mio volume Lumpen Italia (Ipoc 2015, poi LetteredaQalat 2022) vi era un’appendice con alcune proposte per rallentare l’ascesa del sottoproletario cognitivo. In questo pezzo invece, dopo numerosi articoli su Avanti! e Aldous in cui si indica e si stigmatizza il collasso culturale, intellettuale, concettuale, formativo, accademico e scolastico, si proverà qui a proporre qualche semplice decisione politica che potrebbe, se non invertire la rotta, perlomeno rallentare il declino o creare qualche isola meno infelice. Insomma qualche idea concreta che possa allentare questo trionfo dell’ignoranza, questo anti-intellettualismo di massa trionfante. Ne proporremo cinque.
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Esclusivo. Il prof. Fabio Vighi: “Il Green Deal ha cambiato pelle”
Francesco Servadio intervista Fabio Vighi
No, il Green Deal non è tramontato. Si sta adattando al momento contingente. Si è trasformato e ha cambiato pelle: dal verdino ecologico al verdone militare. “La spesa per la difesa offre, diciamo, una diversa sfumatura di verde: laddove la politica industriale ecologica dell’UE barcolla, la militarizzazione ha più successo, in quanto garantisce maggiore domanda, protezione dalla disciplina di mercato, e, dulcis in fundo, una rinnovata narrazione morale che rende le obiezioni sui costi non solo irrilevanti, ma moralmente sospette”. A parlare è il prof. Fabio Vighi, intervistato da noi già nel marzo 2022. È professore di cinema e teoria critica alla Cardiff University (vive e lavora nella capitale del Galles dal 2000) e, allo stesso tempo, studioso del “capitalismo di emergenza”. Autore di numerosi volumi in lingua inglese, recentemente ha pubblicato Capitalismo senile – dal Covid a Gaza, la macchina che divora il mondo.
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Ursula von der Leyen dichiarò nel 2019 che il Green Deal sarebbe stato, per l’Europa, “come lo sbarco dell’uomo sulla Luna”. Professore, Lei come lo definirebbe?
“Parliamoci chiaro. Nell’Unione Europea, sia la transizione verde che l’urgenza geopolitica per il riarmo vengono inquadrate come scelte politiche sovrane, ma in realtà sono effetti condizionati. Ciò che determina questi effetti, in termini assoluti, è la disponibilità di capitale a leva: quanto se ne può raccogliere, a quale costo, e dove può essere plausibilmente impiegato senza minare la stabilità fiscale o la fiducia degli investitori.
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Il mondo incantato delle menzogne: sempre quello
di Alberto Bradanini
Le menzogne di regime sono come le zanzare d’estate in bassa Padania, ti aggrediscono da ogni lato: non se ne può più! Secondo la campana della verità nordamericana, che inizia all’alba e ci accompagna fino a notte fonda e il cui suono echeggia – ça va sans dire – in ogni contrada europea, le cose del mondo starebbero così:
a) l’attuale presidente degli Stati Uniti è persona fine, avveduta, talora un po’ risoluto nei modi, ma nemico della guerra – insignito non a caso del Nobel per la Pace 2025 da tale Maria Corina Machado, invece che dal Comitato norvegese per il Nobel, ma questo dettaglio potrà essere corretto nell’anno di grazia 2026. Certo, si è visto costretto a bombardare sette od otto paesi solo nel suo primo anno di mandato, ma che volete, bisogna pur mettere ordine in un mondo altrimenti destinato alla deriva. Nei modi, poi, è persona gradevole, corretto con ogni interlocutore, di cui rispetta la libertà di scegliere la posizione del missionario o quella a novanta gradi. Il presidente è inoltre scrupoloso del diritto internazionale: mai minaccerebbe, che so, la Danimarca, il Venezuela, Cuba o Panama, men che meno l’Iran, la Cina o la Russia, solo perché non assecondano i suoi capricci e non s’inchinano al suo passaggio. Quanto ai paesi alleati, non si sognerebbe nemmeno lontanamente di imporre dazi pesanti o condizioni insostenibili, tipo il 5% del PIL in armi da comprare soprattutto negli USA. Mai e poi mai farebbe una cosa del genere. E beninteso rispetta pienamente la Costituzione del suo paese, anche se non proprio al 100%, come ad esempio ottenere il via libera del Congresso per fare la guerra e imporre dazi al resto del mondo. Ma, signori miei, nessuno è perfetto e poi l’urgenza impone di agire in fretta;
b) il presidente venezuelano Nicolás Maduro è affiliato al narcoterrorismo, crimine sinora ignoto alla civiltà giuridica del mondo ma non all’effervescenza giurisprudenziale dell’esimio inquilino della Casa cosiddetta Bianca. Del resto, chi potrebbe sorprendersi se per far soldi N. Maduro – fino al 3 gennaio scorso legittimo presidente di un paese che possiede le più ingenti riserve di petrolio del pianeta – invece di rotolarsi su milioni di barili di petrolio, preferisce vendere cocaina colombiana sul mercato statunitense?
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