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Una svolta culturale che cambia la storia
di Piero Bevilacqua
Quando sommovimenti repentini e profondi sconvolgono la crosta solidificata dello status quo, l’ordine delle cose a cui le menti dei contemporanei si sono assuefatte da decenni, il pensiero umano si mette in movimento e si sporge a guardare nel fondo ribollente del cratere. E oggi scorge una deriva dei continenti che scuote l’intero pianeta. Non stupisce perciò la straordinaria fioritura di studi e ricerche che analizzano lo scenario mondiale, che scavano nella storia di grandi Paesi a lungo fuori dallo sguardo eurocentrico, come la Cina, i Brics o l’Africa, che osservano con disincanto il fallimento dell’Unione europea, la divaricazione crescente tra USA ed Europa, il declino dell’egemonia dell’impero americano. Alle res gestarum succede invariabilmente la historia rerum gestarum, alle vicende reali la civetta della storia che giunge al tramonto per interpretare i fatti. Si tratta di una letteratura di alto profilo, frutto di studi non improvvisati, che si avvale finalmente di una non superficiale prospettiva storica e che cresce in modo spettacolare di giorno in giorno. Con ogni evidenza essa sorge dal bisogno di dipanare un’altra storia rispetto a quella che i gruppi dominanti ci hanno raccontato negli ultimi 80 anni, con soggetto le magnifiche sorti del mercato, il trionfo della democrazia americana e del suo ruolo pacificatore globale, insomma la suprema conclusione capitalistico-atlantica della vicenda del genere umano. È un’esigenza che comprensibilmente oggi tende a erompere in forme incontenibili, perché nel 2025 si sono conclusi gli 80 anni del “secolo americano”, iniziato nel 1945 col genocidio atomico delle popolazioni di Hiroshima e Nagasaki e concluso con quello del popolo palestinese, a Gaza, tramite la procura dell’esercito di Israele.
Spesso queste pubblicazioni sembrano ubbidire a ragioni politiche contingenti, come il conflitto russo-ucraino quale occasione immediata. E non c’è dubbio che quella guerra agisca da potente acceleratore. Esemplare è stato — non solo per l’eco suscitata — il contributo dell’antropologo francese Emmanuel Todd, “La sconfitta dell’Occidente” (Fazi 2024), a cui si potrebbe associare il quasi contemporaneo, di Elena Basile, “L’Occidente e il nemico permanente”. Prefazione di L. Canfora, Postfazione di A. Bradanini (Paperfirst 2024), insieme, ovviamente, a tanti altri titoli.
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USA caduti nella trappola di Netanyahu. In Iran non c'è via d'uscita
di Chris Hedges e John Mearsheimer
In questo dialogo con Chris Hedges durante il podcast, "The Chris Hedges Report", il politologo John Mearsheimer racconta nel dettaglio come l'Impero americano sia incappato in uno dei suoi più grandi errori strategici e quali potrebbero essere le conseguenze di tutto ciò per il resto del mondo.
Chris Hedges*
In guerra, l'informazione viene trasformata in un'arma. Questo vale per gli Stati Uniti. Vale per Israele. Ed è vero per l'Iran. Ma, a guardare attraverso la nebbia della guerra, il conflitto con l'Iran non sembra andare bene per Israele e il suo alleato statunitense. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran e le minacce di minare la via d'acqua stanno innescando il più grande shock energetico degli ultimi decenni. Questa crisi energetica non potrà che peggiorare.
L'Iran ha degradato le infrastrutture militari della regione, eliminando le sofisticate stazioni radar statunitensi nel Golfo e in Israele. Ciò ha reso gli Stati Uniti e Israele sempre più incapaci di tracciare missili e droni in arrivo. L'Iran ha effettuato attacchi con successo contro basi e porti statunitensi, nonché contro infrastrutture energetiche, impianti di desalinizzazione e complessi diplomatici. Più a lungo la guerra continua e l'Iran non mostra segni di interesse nei negoziati, più erode gli accordi di sicurezza nel Golfo, basati sulla premessa che l'America proteggerà i paesi del Golfo dall'Iran in caso di conflitto.
L'amministrazione Trump non ha obiettivi chiari per la guerra, a parte richieste irrealistiche di resa incondizionata e minacce roboanti. Ha chiaramente commesso un terribile errore di calcolo su ciò che gli Stati Uniti potrebbero ottenere uccidendo i massimi leader in Iran, incluso il leader supremo. Questa guerra, mentre si trascina senza una strategia di uscita individuabile, rischia di costringere gli Stati Uniti, con l'economia globale in crisi, a soddisfare le richieste iraniane.
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La Guerra Multipla
di Carla Filosa
L’ultima definizione indifferente della guerra, l’ultima aggettivazione che sembra smussarne il fine criminale è quella di essere “ibrida”, cioè multiforme, combattuta su piani diversi, quasi fosse solo una semplificazione dell’innovazione tecnologica dell’ultima ora. Precedentemente, a difesa della sovranità, territorio e giurisdizione di uno stato, il diritto all’intervento bellico alla difesa della rule of Law, o diritto internazionale, era il garante ultimo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Dopo l’avvio della guerra al “terrorismo”, però, tutto ciò è sparito al punto che oggi è difficile distinguere tra guerra e terrorismo, soprattutto se quest’ultimo viene praticato proprio da stati che si pretendono i padroni del mondo, al di sopra di ogni legge. Ibrido, in questo caso, mantiene un’incerta definizione sulla strategia militare che comprende la guerra convenzionale, irregolare, di attacco e sabotaggio cibernetico, la cui flessibilità significa sottrarsi a una precisa classificazione, oscurandone sempre i fini sostanziali di predazione di risorse o di supremazia valutaria.
La narrazione “occidentale” vorrebbe condurre a un dominio altrimenti definito come “volontà di potenza” con diritto autoreferenziale, autoproclamato di guerra olistica che inevitabilmente invade la sicurezza di tutti coloro che non ne fanno parte, evidenziando la vulnerabilità di qualsiasi altro controllo che possa contrapporglisi. Fuori da ogni altro diritto condiviso che ne temperi l’onnipotenza, l’imposizione del primato della forza tende a confondere gli scopi che persegue. La guerra all’Iran, diversamente motivata da Usa e Israele, trova infatti continuamente nuovi obiettivi o motivi d’orgoglio nello “spezzarne le ossa”, secondo la recente espressione di Netanyahu. Al momento ogni governo autoctono non scelto o approvato dall’invasore verrà decapitato, assicura Trump, in base all’unicità decisionale dell’aggressore, anche se, essendo considerato l’Iran uno stato “terrorista”, non è più un “aggredito”, ma soggetto a un’“operazione geopolitica a sorpresa”, secondo la rocambolesca precisazione dell’ex ambasciatrice Zappia.
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Crosetto ci insegna come difendere un paese che non è stato attaccato
di comidad
Si richiama spesso quell’aforisma, di incerta attribuzione, secondo cui la prima vittima della guerra è la verità. Il problema è che anche in quei rari casi in cui la verità riesce parzialmente a scamparla, la logica non se la passa liscia comunque. Si può essere pietosamente comprensivi finché si tratta dei soliti deliri del suprematismo bianco alias occidentalismo. Ad esempio: USA e Israele hanno scatenato i bombardamenti sull’Iran quando il tavolo delle trattative era ancora aperto e l’Oman, che mediava tra i delegati, si diceva ottimista sull’esito dei negoziati. L’attacco a negoziato in corso era già stato sperimentato nella guerra dei dodici giorni e per Israele la perfidia è sempre stata prassi consueta; i media occidentali l’hanno ogni volta presentata come componente essenziale del diritto di Israele a difendersi. I commentatori occidentali hanno perciò sottolineato l’arroganza dei dirigenti iraniani che osavano riunirsi in quei frangenti, e quindi meritavano di essere bombardati. Sono farneticazioni razziste, ma almeno sono un vaniloquio dall’inizio alla fine, per cui non c’è difetto di conseguenza.
Più preoccupante è quando si esce, si rientra e si esce di nuovo dalla realtà come se nulla fosse. Pochi giorni fa i media ci avevano raccontato che un drone iraniano aveva attaccato una base britannica a Cipro. Lo scorso 5 marzo la notizia veniva smentita dal ministro della Difesa britannico: il drone in questione non era affatto partito dall’Iran; inoltre non si riscontrava neppure alcuna conferma dell’ipotesi che il drone fosse partito dal Libano, perciò anche l’attribuzione del presunto attacco ad Hezbollah rimane del tutto aleatoria.
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Pure questa guerra si poteva evitare
di Barbara Spinelli
Ancora una volta, come nell’aprile 2022 quando Washington e Londra affossarono un negoziato promettente fra Mosca e Kiev poche settimane dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo Usa – ora guidato da Trump – ha silurato un accordo già pronto con Teheran, che avrebbe “impedito una volta per tutte l’acquisizione iraniana dell’atomica” e scongiurato il disastro economico che si prepara.
Trump ha preferito uccidere il negoziato e ingolfarsi in una guerra totale, benvoluta solo in Israele. È la guerra che Tel Aviv chiede da decenni: Netanyahu assieme alla vasta lobby israeliana negli Stati Uniti l’ha infine imposta. È quanto ha rivelato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore nei negoziati Usa-Teheran, un giorno prima dell’attacco. Albusaidi si è precipitato a Washington per informare Vance, vice di Trump, e se il 27 febbraio è uscito allo scoperto in un’intervista alla Cbs è perché temeva che i negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero nascosto a Trump il vero risultato dei negoziati: la “piena disponibilità di Teheran allo stoccaggio zero dell’uranio arricchito”; il conseguente abbandono di ogni aspirazione all’atomica; l’accettazione non solo di ispettori dell’Aiea, Agenzia internazionale per l’energia atomica, ma anche di supervisori Usa (Israele non ha mai accettato ispezioni dei propri siti atomici). “L’accordo era molto più avanzato di quello negoziato da Obama. Era pronto e in tre mesi avremmo perfezionato i punti tecnici”, ha precisato Albusaidi. Perfino sui missili iraniani era prevista un’intesa, da negoziare regionalmente fra Teheran e Stati del Golfo (Cbs, Face The Nation).
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Chi sta davvero vincendo la guerra di Hormuz?
di Daria Mitina* e Said Gafourov**
Il punto di vista e l’analisi dei comunisti russi sulla Terza Guerra del Golfo e le sue implicazioni geopolitiche a scala mondiale
Strategia contro “spettacolo di fuoco”
«Sul mare caldo e blu / Al largo dell’isola di Gurmyz»…
Questi versi dell’opera di Rimskij-Korsakov suonano oggi come un’ouverture inquietante. Dove un tempo c’erano onde e scogli, ora si sta svolgendo un dramma, una tragedia che molti scambiano per un film catastrofico. Molti sono abituati a misurare il successo in guerra in base al frastuono delle esplosioni e al numero di immagini satellitari di attrezzature in fiamme. Ma la vera battaglia per il Golfo Persico è già avvenuta e il suo esito è paradossale: le basi americane sono state abbandonate, la flotta è stata respinta e l’Iran, a detta di tutti, ha raggiunto il suo obiettivo principale. È iniziata una guerra remota con uno scambio di attacchi missilistici. Come è possibile tutto ciò senza “una bandiera della vittoria sulla Casa Bianca”? La risposta sta in un concetto antico: la definizione degli obiettivi.
La guerra come strumento, non come fine a sé stessa
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Iran, le illusioni e la realtà
di Mario Lombardo
A dieci giorni dall’inizio della guerra di aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, le fantasie trumpiane di una vittoria o una resa rapida del governo di Teheran sono andate in fumo. Le indicazioni che la decisione di attaccare sarebbe sfociata in una guerra di attrito dalle conseguenze imprevedibili erano molteplici, in varie occasioni arrivate dalle stesse agenzie di intelligence e dai vertici militari americani. La domanda che in molti continuano a farsi è perciò se Trump e Netanyahu siano così stupidi da aver creduto in un’operazione indolore che avrebbe cambiato il volto del Medio Oriente a favore di Washington e Tel Aviv senza conseguenze troppo pesanti per i loro paesi. Al di là della risposta, i contorni del conflitto continuano ad allargarsi e non ci sono ovvie vie d’uscita da un’avventura che minaccia di essere la più disastrosa della già distruttiva storia dell’Impero a stelle e strisce.
I rapporti fantasma e il fantasma dei rapporti
Già alla vigilia del lancio dei bombardamenti contro la Repubblica Islamica era circolata la notizia di un avvertimento rivolto a Trump dal capo di Stato Maggiore USA, generale Dan Caine, circa i rischi di una guerra di questo genere. A molti, la rivelazione era sembrata un modo per i militari di mettere le mani avanti e scaricare la responsabilità della probabile débâcle interamente sulla Casa Bianca.
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Il cielo sopra Teheran
di Pierluigi Fagan
Dopo ben cinque giorni dalla sua elezione, MK ha mandato un messaggio letto alla televisione da uno speaker. È confermato che MK è stato ferito ma ovviamente non sappiamo con certezza con quali danni effettivi, voci rassicuranti e molto più pessimiste si rincorrono a seconda parli il governo o l’opposizione. Ma che sia pienamente in sé o sia un simbolo manovrato dall’IRGC poco importa.
Importa relativamente poco come conferma di quanto scrivemmo già il primo giorno di guerra ovvero che l’intento vantato di un “regime change” dato in pasto alle cieche e sorde opinioni pubbliche occidentali era insensato e avrebbe ottenuto l’effetto esattamente opposto ovvero una ovvia affermazione dell’ala militare più dura. Non solo, si avverte diffusamente anche una ipotesi di minaccia esistenziale per l'Iran (non a caso questo è il primo punto del comunicato di MK) qualunque potere lo amministri, il che non fa che compattare il Paese.
Importa invece molto di più quello che è stato detto perché è la posizione ufficiale del potere in carica. Potere che i commentatori occidentali scoprono con stupore infantile, essere ben radicato. Strano, visto che l’IRGC conta quasi 200.000 effettivi, potere economico e finanziario, servizi segreti e polizia, nonché ampia fetta del clero sciita e relativa sponda politica e giuridica (che in un paese islamico ha significativo rilievo).
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Gaza, il diritto sotto assedio e la macchina della delegittimazione
di Giuseppe Gagliano
Quando il bersaglio non è una persona ma la verità dei fatti
L’articolo di Francesca Albanese non va letto come una semplice autodifesa. È piuttosto la ricostruzione di un meccanismo politico e mediatico che oggi colpisce chiunque tenti di nominare, con gli strumenti del diritto internazionale, ciò che accade in Palestina. Il punto di partenza è netto: le campagne contro la relatrice speciale delle Nazioni Unite non nascono da un confronto serio sui fatti, ma dalla volontà di alterarne il senso, di amplificarli o ridurli a seconda delle convenienze, di deformare dichiarazioni pubbliche fino a farne materia di delegittimazione personale. In questo senso il bersaglio non è solo Albanese. Il bersaglio è il diritto stesso di descrivere la realtà senza passare per il filtro degli interessi strategici occidentali.
Nel testo, Albanese osserva che da tempo, dentro il dibattito alle Nazioni Unite e ancor più nella sua eco mediatica, si è consolidata una narrazione diffamatoria: quella secondo cui le sue parole avrebbero giustificato le atrocità del 7 ottobre 2023, negato o minimizzato le violenze sessuali, attenuato il dramma degli ostaggi o, addirittura, espresso una forma di ostilità pregiudiziale contro Israele. La sua replica è dura perché è documentata. Ricorda di avere condannato senza esitazione i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità compiuti contro i civili israeliani, di aver parlato con chiarezza delle violenze sessuali commesse contro le vittime israeliane sulla base della documentazione raccolta dagli organismi dell’ONU, e di aver sempre collocato quei crimini dentro il quadro del diritto internazionale, non dentro una contabilità morale selettiva. Questa precisazione è essenziale: per Albanese la giustizia non è un riflesso emotivo, né un’arma da agitare contro il nemico di turno. È una qualificazione giuridica dei fatti, che implica responsabilità individuali, prove, procedure e rispetto del giusto processo.
Il 7 ottobre e la trappola della selezione morale
Proprio qui emerge uno dei nuclei più forti dell’articolo.
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Nell’era del caos globale, la Cina continua a investire nel proprio futuro
di Alessandro Scassellati
La Cina fissa l’obiettivo di crescita del PIL più basso da decenni mentre si prepara a un rallentamento dell’economia globale. L’obiettivo di una “crescita di alta qualità” del 4,5-5% è stato delineato alle “Due Sessioni”, mentre il premier cinese parla di situazioni complesse in patria e all’estero. Sono stati svelati anche gli ambiziosi obiettivi del piano quinquennale 2026-2030 per investimenti nelle “nuove forze produttive qualitative”. Viene delineata la strategia cinese per una crescita di alta qualità e guidata dall’innovazione, concentrata, tra le altre priorità politiche, sull’ammodernamento industriale, l’autosufficienza tecnologica, l’aumento della domanda interna e una maggiore apertura.
* * * *
Mentre gli Stati Uniti di Trump fanno ricorso agli attacchi militari all’Iran (un partner di Cina e Russia nei BRICS) e al Venezuela (che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e al controllo dell’industria petrolifera di quel Paese) e ai dazi globali per imporre la propria volontà e cercare di ripristinare il declinante dominio imperiale degli Stati Uniti, la Cina di Xi Jinping si sta preparando a quest’era di pericolosa rivalità e di non rispetto delle norme internazionali, investendo risorse nelle “nuove forze produttive qualitative” come l’intelligenza artificiale, l’informatica quantistica e altre tecnologie strategiche, espandendo al contempo le forze armate del Paese. L’approccio riflette la visione di Xi e della classe dirigente cinese secondo cui la competizione con gli Stati Uniti sarà in ultima analisi decisa dall’innovazione tecnologica che guida la forza economica, militare e culturale. Trump può pensare di dimostrare una forza militare tale da intimidire Pechino, ma è più probabile che le sue azioni in Venezuela e in Iran spingano Pechino a rafforzare la sua capacità di resistere agli Stati Uniti e a consolidare il suo allineamento con la Russia.
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Perché la sinistra minimizza il caso Epstein?
di Paolo Mossetti
Con gli Epstein files la sinistra ha paura di passare per «complottista». Troppi si Illudono di proteggere la democrazia ignorando la vicenda
Ci vuole un bel coraggio a definire la discarica degli Epstein File – un oceano di detriti in cui il pubblico è stato lanciato senza salvagente – un esempio di «trasparenza». Non solo perché il format del rilascio sembra pensato apposta per favorire un crollo cognitivo, che vediamo tradotto in timeline invase da ritagli decontestualizzati, commenti furiosi e generalizzazioni rozze, ma anche perché la censura è stata talmente maldestra da alimentare le letture più paranoiche possibili: nomi oscurati ma numeri e dati personali visibili, dettagli casuali coperti come se fosse tutto improvvisato, o come se il criterio fosse proprio quello di farci ammattire tutti. Chi parla di insabbiamento ora sta vedendo i suoi sospetti convalidati, ma chi vuole capire meglio resta sopraffatto.
Non sorprende che in questo mare ci si buttino soprattutto gli outsider dell’informazione: i creatori di content su TikTok o Instagram che magari senza alcuna preparazione in materia spingono video su sacrifici umani e cannibalismo, costruiti su letture creative di due righe o su testimonianze anonime che l’Fbi non ha mai considerato credibili. E siccome ormai l’AI ha distrutto il concetto di evidenza fotografica, costringendoci a riprogrammare la nostra epistemologia, circolano anche immagini e mail inventate da utenti a caso, che si mimetizzano perfettamente nel rumore generale.
Forse queste premesse sono necessarie per spiegare la reazione in parte sdegnosa, in parte volta a minimizzare il tutto di alcuni segmenti del ceto riflessivo di fronte alle implicazioni politiche del caso Epstein. Un dispositivo che in questa, come in un po’ tutte le ultime crisi di legittimazione delle autorità – da WikiLeaks all’ascesa del nazional-populismo, dal Covid all’Ucraina – dà l’impressione di essersi attivato sulla base di una paura molto comune nella cultura progressista: quella di essere assimilati ai populisti.
L’antipopulismo militante
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Se il conflitto fa scoppiare la bolla
di Emiliano Brancaccio
«Gli investitori stanno giocando col fuoco». La metafora del magnate americano Warren Buffett descrive ormai, in modo letterale, il tumulto che attraversa le borse mondiali.
Il gioco di moda tra gli speculatori, infatti, è la scommessa sulle conseguenze per i mercati dell’incendio della guerra scatenata da Usa e Israele all’Iran.
L’azzardo che va per la maggiore riguarda la scelta del momento perfetto per realizzare le cosiddette vendite «allo scoperto». Queste operazioni consistono nel farsi prestare azioni, venderle quando i prezzi sono ancora relativamente alti, quindi attendere il crollo, ricomprarle a prezzi stracciati, restituirle ai prestatori e tenersi la differenza tra valore di vendita e di acquisto.
Dalla puntata di George Soros contro la sterlina fino alla scommessa di Bill Ackman sulla crisi pandemica, simili giochi «ribassisti» possono fruttare svariati miliardi in poche manciate di giorni.
L’aumento del prezzo del petrolio è una delle variabili chiave della partita. Per adesso il brent fa registrare incrementi fino al 50 percento. Già spaventano, eppure gli analisti li reputano ancora «moderati», per ragioni storiche: dalla prima guerra del Golfo del 1990 alla guerra in Ucraina del 2022, gli aumenti del greggio causati da conflitti militari sono stati spesso superiori.
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Iran: la guerra contro la Cina, i Paesi del Golfo e l'Europa (1)
di Davide Malacaria
Tutti gli analisti concordano sul fatto che l’aggressione contro l’Iran è diretta contro la Cina, un altro Paese che l’America vuole sottrarre all’influenza di Pechino dopo il Venezuela. Pochi comprendono che si tratta di una guerra contro l’Europa (peraltro, come l’invasione dell’Iraq del 2003, simboleggiata dal fatto che Saddam nel 2000 aveva deciso di vendere il petrolio in euro piuttosto che in dollari).
L’Europa era già l’obiettivo parallelo della guerra ucraina, che ne ha vampirizzato le risorse e avviato un processo di de-industrializzazione incenerendo i benefici che gli derivavano dall’energia a basso costo proveniente dalla Russia. Tale sviluppo si incrementerà con la guerra iraniana.
Una guerra che si preannuncia di lunga durata anche perché l’assassinio dell’ayatollah Khamenei ha indebolito notevolmente la fazione moderata, rafforzando i falchi. Infatti, nonostante in Occidente fosse percepito come un integralista, era stato Khamenei a favorire l’ascesa al potere di figure moderate come il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
L’indebolimento dei moderati è stato palese sabato, quando Pezeshkian ha dovuto rimangiarsi le dichiarazioni distensive verso i Paesi della regione, ai quali aveva assicurato che le operazioni militari contro di essi erano finite, eccetto quelle in risposta ad attacchi provenienti dai loro territori, e gli aveva chiesto scusa.
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Guerra del Golfo: infuria la battaglia finanziaria
di Giuseppe Masala
Mentre nel Golfo infuria il conflitto armato nel silenzio delle grandi banche e società finanziarie di Wall Street, Hong Kong e delle petro-monarchie infuria uno scontro finanziario altrettanto grave. Quello per scalzare il dollaro dal suo ruolo di riserva mondiale
Come sosteniamo da anni la guerra mondiale “a pezzi” in corso almeno dal 2013 ha una matrice di natura economica e finanziaria: gli Stati Uniti, deindustrializzati e con i conti con l'estero conseguentemente in cronico deficit hanno scatenato una serie di conflitti in Europa e in Medio Oriente con la finalità, da un lato, di rompere il cordone ombelicale tra Russia ed Europa, minando la competitività dell'Unione Europea e dall'altro lato di tenere in perenne stato di soggezione i paesi arabi (ed in particolare me petro-monarchie del Golfo) e dunque nella sfera di influenza a stelle e strisce.
In questo contesto ovviamente va letto anche l'attacco all'Iran da parte degli USA e di Israele. Come ha sostenuto Mike Pompeo (Segretario di Stato nel primo mandato di Trump) l'Iran deve scegliere l'Occidente e abbandonare Russia e Cina. Conseguentemente il vero obbiettivo della guerra (al netto dei casus belli più o meno pretestuosi) è bloccare la penetrazione sino-russa in Medio Oriente, che sta avvenendo proprio grazie all'Iran che funge da perno.
Naturalmente fermare questa penetrazione ha la funzione di mantenere l'egemonia USA nell'area che è basilare (grazie agli investimenti delle petro-monarchie in USA e al meccanismo del petrodollaro) per conservare il dollaro come moneta di scambio dei mercati internazionali e moneta di riserva mondiale.
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La “coalizione Epstein”, a puntino
di Francesca Fornario*
E veniamo al mio rompicapo enigmistico preferito: unisci i puntini.
1) Scoppia lo Scandalo Epstein in seguito alla parziale pubblicazione dei file da parte del dipartimento di giustizia del governo Trump. I File evidenziano il legame tra il finanziere pedofilo e il Mossad. Una fonte confidenziale dell’Fbi indica Epstein come agente del Mossad addestrato da Barak: l’ex ministro Israeliano ed ex ministro della difesa di Israele era del resto sodale e socio in affari di Epstein, soggiornava regolarmente nei suoi appartamenti a Ny.
Il legame riguarda anche la compagna e socia in crimine Ghislaine Maxwell, a sua volta figlia di una spia del Mossad. Da anni, l’ex spia del Mossad Ari Ben-Menashe andava spiegando che il pedofilo Epstein era una risorsa del Mossad e che il suo ruolo era quello di organizzare e gestire una “honey trap”, una trappola per ricattare figure influenti dopo averle compromesse attirandole “al miele”.
2) Per i loro rapporti con il finanziere pedofilo emersi dai file rilasciati dal dipartimento di Trump si dimettono politici di primo piano, quasi tutti dell’area del “centrosinistra”.
Ora, chiamare quella roba centrosinistra è come chiamare amore la gelosia: diciamo quindi esponenti del centro di quella roba che ha fatto fuori la sinistra, tipo il New Labour di Blair e Starmer che ha fatto fuori il vecchio labourista Corbyn (con l’accusa – pensa il caso – di antisemitismo).
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Guerra e tempo
di Pierluigi Fagan
Come anticipato, stamane si terrà qui a Roma l’incontro promosso da l’Interferenza su questioni di politica mondiale. Previsto di taglio analitico-riflessivo generale, è chiaro che alla luce degli eventi la guerra all’Iran prende un rilievo particolare. Questo quindi il condensato del mio intervento che vale anche come riepilogo delle pedine sulla scacchiera per chiunque sia interessato.
Il Medio Oriente è un frattale di complessità (molte variabili e interrelazioni non lineari tra queste) del mondo. Lo è per ragioni geografiche, storiche, religiose, economiche e finanziarie. Intorno alla sua articolata composizione che oltre alle monarchie del Golfo, lo Yemen, la Siria, la Giordania, il Libano e l’Iraq, vede agenti interessati anche la Turchia, l’Iran, l’Egitto, nonché la presenza distinta di Israele, ci sono anche le grandi potenze: Russia, Stati Uniti, Cina e India. In questo scenario l’UE o più genericamente l’Europa, ha una sua pertinenza anche se in forma passiva.
Quadro di riferimento strategico di fondo, il piano israel-americano, noto prima come Accordi di Abramo (Trump) poi Via del Cotone (Biden), di fare della penisola arabica il tratto di congiunzione tra India ed Europa. Ferrovie, gasdotti, oleodotti (a questo punto da rigirare verso nord e non più uscenti sul Golfo), elettrodotti, joint venture, turismo, ricerca nuove tecnologie, fiumi di investimenti, paradisi del lusso e dell’evasione fiscale e forti legami di interdipendenza reciproca. Il tutto con sbocco in Israele come costa sul Mediterraneo verso l’Europa.
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Una metafora
di Algamica*
Seguendo le piattaforme dei media nazionali o dei social media dalla Cina, dall’India, dal Medio Oriente, infine dell’Africa e dell’Occidente, viene usata costantemente la metafora del vaso di Pandora per commentare la nuova aggressione imperialista dell’Occidente all’Iran e analizzarne le conseguenze. La metafora è sbagliata, perché il mito narra di questa incauta donna Pandora, che per curiosità e sbadataggine scoperchiò il vaso e da lì ne uscirono fuori tutti i mali del mondo contenuti.
Chi sarebbero gli stolti contemporanei? Trump o Netanyahu che nel loro orgasmo di potenza hanno rotto il vaso sovvertendo gli equilibri, benché contraddittori e ingiusti, che fin qui hanno governato il mondo? Se di vaso trattasi, questo si è rotto per forza di pressione dall’interno. Ovvero, le forze impersonali di un modo di produzione e del suo corso della crisi in esso contenute stanno determinando le azioni di tutti gli attori coinvolti, i quali agiscono secondo un canovaccio che dà sempre meno margini alla libertà di recitare a soggetto.
Diciamo innanzi tutto che noi siamo contro l’Occidente, tutto, e auspichiamo la ripresa di una più ampia e generalizzata mobilitazione, che non potrà ripetere in continuità le stesse forme di quella contro il genocidio palestinese che nel cuore dell’Occidente ha messo la civiltà Occidentale alla frusta e sul banco degli imputati del tribunale della storia.
E diciamo che l’Iran è aggredito e risponde per come può per difendersi da una aggressione che perlomeno si protrae da 47 anni, ovvero da quando un paese attraverso una rivoluzione provò a riprendere in mano i destini da una nazione che fin lì erano sovradeterminati dal dominio imperialista Occidentale che rapinava le sue risorse naturali. Rovesciò le classi delle elitè al potere, riprese il cammino interrotto dal precedente tentativo dei primi anni ’50 in cui una mobilitazione popolare espresse il governo Mossadeq e un programma di riforme sociali. Un programma progressista troppo audace da poter essere sostenuto con i mezzi della democrazia liberale, che consisteva essenzialmente nella riforma agraria e nella nazionalizzazione dell’industria petrolifera sottraendola al saccheggio delle grandi compagnie multinazionali britanniche e statunitensi.
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Pensare l’impensabile: il grande piano dell’Iran per porre fine alla presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente
di Michael Hudson, counterpunch.org
L’Iran e Donald Trump hanno entrambi spiegato perché non portare a termine l’attuale guerra porterebbe semplicemente a una nuova serie di attacchi reciproci.
Il 6 marzo Trump ha dichiarato che “non ci sarà alcun accordo con l’Iran se non la resa incondizionata” e ha annunciato che dovrà avere voce in capitolo nella nomina o almeno nell’approvazione del nuovo leader iraniano, come ha appena fatto in Venezuela. “Se l’esercito statunitense deve sconfiggerlo completamente e provocare un cambio di regime, altrimenti si passa attraverso tutto questo e poi tra cinque anni ci si rende conto di aver messo al potere qualcuno che non è migliore”. Ci vorrà almeno tutto questo tempo perché l’America sostituisca le armi esaurite, ricostruisca i suoi radar e le relative installazioni e organizzi una nuova guerra.
Anche i funzionari iraniani riconoscono che gli attacchi statunitensi continueranno a ripetersi fino a quando gli Stati Uniti non saranno cacciati dal Medio Oriente. Avendo accettato un cessate il fuoco lo scorso giugno invece di sfruttare il proprio vantaggio quando le difese antimissili israeliane e regionali statunitensi erano esaurite, l’Iran si è reso conto che la guerra sarebbe ripresa non appena gli Stati Uniti avessero riarmato i propri alleati e le proprie basi militari per rinnovare quella che entrambe le parti riconoscono come una lotta per una sorta di soluzione finale.
La guerra iniziata il 28 febbraio può essere realisticamente considerata l’inizio formale della Terza Guerra Mondiale, perché la questione è quali saranno i termini in base ai quali il mondo intero potrà acquistare petrolio e gas. Potranno acquistare questa energia dagli esportatori in valute diverse dal dollaro, guidati da Russia e Iran (e fino a poco tempo fa dal Venezuela)? L’attuale richiesta degli Stati Uniti di controllare il commercio internazionale del petrolio richiederà ai paesi esportatori di fissarne il prezzo in dollari e, di fatto, di riciclare i proventi delle esportazioni e i risparmi nazionali in investimenti in titoli di Stato, obbligazioni e azioni statunitensi?
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Quando le Big Tech vanno in guerra
di Giulio De Petra
Note a partire dal libro “Imperialismo digitale” (Laterza) di Dario Guarascio. Articolo pubblicato sul Menabò n. 254/2026 di “eticaeconomia”
La crescente compenetrazione tra apparato militare e sistema industriale digitale descrive la forma attuale della ‘rivoluzione digitale’. E consente, a partire da questo esito, di rileggere all’indietro l’intero percorso della trasformazione digitale. Svelando l’impronta militare delle grandi piattaforme che oggi strutturano la vita di miliardi di persone.
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Quando, a inizio del 2025, alla cerimonia di inaugurazione della presidenza Trump, comparvero, schierati disciplinatamente nelle prime file, i proprietari delle più grandi imprese digitali, quella immagine segnò simbolicamente la fine di una illusione. A essere cancellata era l’idea che le grandi imprese digitali, per le loro dimensioni, per le caratteristiche della loro produzione e per la natura globale dei mercati a cui si rivolgevano, fossero interpreti di un sistema produttivo che non aveva alcun bisogno di allinearsi così platealmente al potere politico. E che anzi aveva esplicitamente difeso la propria autonomia dall’ingerenza dei poteri dello stato.
Questa narrazione non corrispondeva alla realtà già da decenni. Ma tuttavia faceva parte dell’aura di indipendenza che aveva caratterizzato la nascita delle grandi imprese digitali americane e ancora persisteva, a dispetto di una crescente compromissione con i poteri dello stato, e a difesa della necessità di non imbrigliare la benefica forza propulsiva delle imprese digitali con dannose regolamentazioni.
Ma quella della autonomia delle grandi imprese digitali dal potere politico non era la sola falsa credenza a essere contraddetta così clamorosamente.
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Il dilemma Usa: come metter fine alla guerra?
di Dante Barontini
“La guerra sta per finire, ma potrebbe diventare 20 volte più violenta“. Se uno volesse capire la direzione degli avvenimenti dando credito alle dichiarazioni di Donald Trump rischierebbe seriamente il cortocircuito cognitivo. Se poi ci aggiungiamo gli sproloqui di Netanyahu – “Con Teheran non abbiamo ancora finito” – il ricovero alla neuro è quasi assicurato.
L’unico barlume di razionalità viene a suo modo offerto dalla notizia che Putin ha parlato telefonicamente con The Donald per oltre un’ora. Anche se non si sa nulla di quel che si sono detti, il dialogo tra diecimila testate nucleari non può essere mai una chiacchierata tanto per sentire come stai di salute.
La tempistica delle notizie mette in fila il ragionamento: prima la telefonata, poi la dichiarazione sulla guerra che sta per finire, quindi il commento incazzato del genocida polacco residente a Tel Aviv (“Bibi” si chiamava Mileikovski, poi riciclato in Netanyahu).
Così diventa tutto un tantino più logico, anche se condizionato da molti “se” e da calcoli fatti senza conoscere esattamente la dimensione delle diverse variabili (armi, danni subiti, contraddizioni interne e internazionali, ecc).
La bipolarità delle chiacchiere trumpiane può avere molte spiegazioni, nessuna delle quali però di carattere psichiatrico. In fondo il presidente “Maga” deve tenere insieme l’impossibile. Il declino statunitense può infatti essere aggravato e velocizzato dalla sua stessa azione tesa a evitarlo.
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Antioccidentale
di Andrea Zhok
Chi difende oggi le ragioni dei paesi aggrediti a vario titolo dagli USA (la lista è infinita) viene frequentemente tacciato di essere “antioccidentale”. Etichettature del genere come altre simili (es.: “rossobruno”, “no-vax”, ecc.) hanno il grosso vantaggio di essere sufficientemente vaghe e confuse da pensare che chi le formula abbia in mente qualcosa, mentre di norma ha solo una marmellata di “sentito dire”.
Tecnicamente io credo che oggi un abitante del continente europeo che abbia rispetto di sé stesso DEBBA avere una disposizione “antioccidentale”, purché ci si intenda chiaramente sul termine.
L’Occidente non è un luogo geografico, né culturale. L’Occidente è una categoria di valore geopolitico che evita ogni riferimento a una specifica tradizione culturale. Al posto di tradizioni culturali ha una tradizione geopolitica radicata nelle varie forme dell’imperialismo anglosassone (dall'impero britannico a quello americano). “Occidente” è ciò che accomuna Europa e Commonwealth nella fase del trionfo capitalista. E ciò che accomuna queste aree del mondo è il fatto di essere state dominate negli ultimi due secoli da una politica asservita all’economia, e da un’economia asservita a oligarchie finanziarie. Il suo principale esito geopolitico è stato l’imperialismo di tipo talassocratico, cioè un imperialismo fondato sul dominio marittimo, che è dominio delle rotte commerciali, un dominio volto non ad “espandere una civiltà”, ma a espandere il proprio potenziale di sfruttamento di luoghi remoti – rimanendone estranei.
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L’attacco all’Iran e la (sottile ma rischiosa) “strategia del carciofo”
di Norberto Fragiacomo
Analizziamo la situazione internazionale senza perderci in vacui preamboli: l’Occidente al traino di Washington ha adottato un atteggiamento di “difesa attiva anticipata” o se preferiamo prognostica, riassumibile nel motto “neutralizzare le minacce prima che si concretizzino”. Il corollario è che – come ha sentenziato un ministro per caso – “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”, cioè finché a violarlo sono le potenze rivali: Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna e ausiliari al seguito possono fare impunemente ciò che vuole il centro, mentre gli altri stati sono oggetto, non soggetti di diritto. Ma chi ha concepito e a cosa è finalizzata questa strategia cui i media sistemici conferiscono un’orwelliana patina di moralità? I fatti e le dinamiche globali fotografano una montante severa crisi dell”Occidente, non più padrone di un mondo che, dopo la dissoluzione dell”URSS, era persuaso di tenere al guinzaglio. La Storia però non è finita con l’avvento del comunismo e nemmeno con il crollo di quello sovietico nel ’91: dopo dieci anni – quelli terminali del XX secolo – di indiscusso predominio americano abbiamo assistito alla crescita sempre più impetuosa e meno silente della Cina, alla restaurazione di un forte potere centrale in Russia, a interessanti esperimenti politici in America Latina; da ultimo, al formarsi di un embrione di contropotere piuttosto economico che politico (e non ancora militare) con la nascita dell’organizzazione Brics, che raggruppa i principali paesi non occidentali.
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Quel che è in gioco in Iran
di Leonardo Mazzei
L’attacco all’Iran non è un’aggressione tra le tante nella lunga collezione di crimini che costella la storia degli Usa come quella di Israele. È anche questo, ovviamente, ma è qualcosa di più. Con le bombe sui cieli di Teheran il percorso verso una terza guerra mondiale pienamente dispiegata ha compiuto un salto tanto brutale quanto probabilmente decisivo.
Brutale per come ci siamo arrivati: con la solita trattativa truffa che è ormai il segno distintivo dell’Occidente, con la menzogna spudorata sulle armi atomiche, addirittura con quella di un possibile attacco preventivo dell’Iran. Brutale per l’uso massiccio dell’arma aerea contro le città di quel paese, per l’uso sistematico dell’omicidio politico, per l’assurdità delle pretese sul regime change, con Trump che dichiara di voler scegliere lui il successore di Khamenei.
Decisivo questo salto di qualità, non solo perché toglie ogni ambiguità su Trump, il trumpismo e l’effettiva strategia dell’imperialismo americano, ma soprattutto perché chiama in causa da un lato la resistenza del paese aggredito, dall’altro la risposta delle potenze che l’iniziativa trumpiana mira a mettere nell’angolo: in primo luogo la Cina e la Russia, ma non solo loro.
In molti si chiedono quale sia l’obiettivo finale del duo Trump-Netanyahu. Tralasciando qui le assurde panzane propinate ogni dì dalla propaganda di guerra, la cui falsità risulta evidente a chiunque senza bisogno di ulteriori confutazioni, a noi lo scopo dell’aggressione pare chiaro: porre fine alla Repubblica Islamica dell’Iran attraverso un regime change che riporti indietro quel paese di quasi cinquant’anni, quando Reza Pahlevi, l’ultimo scià di Persia, lo governava col terrore e la tortura in nome dei lussi della sua monarchia e degli interessi occidentali che serviva.
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La scacchiera tridimensionale: guerra e assetto multipolare
di Alessandro Visalli
Ho passato metà della mia vita pensando che forse non sarei arrivato mai all’età che ho oggi, perché la guerra avrebbe distrutto il mondo. Poi c’è stato Gorbaciov[1]. Oggi, oltre trenta anni dopo, abbiamo nuovamente davanti questa visione. La Guerra Mondiale è alle nostre porte.
Ora come allora per l’esistenza di una grande potenza che non si piega al dominio talassocratico anglosassone[2].
È da molto tempo che siamo in questa condizione, ma si fa sempre più vicina. I termini del conflitto sembrano, infatti, accelerare bruscamente dall'inizio del 2026. Subito dopo la nuova Dottrina Strategica[3] proposta dagli Usa a fine 2025, e la National Defence Strategy, emanata dal Pentagono a gennaio 2026[4], abbiamo avuto:
- l'assedio e poi l'attacco con “decapitazione” del Venezuela[5], la sottrazione delle sue risorse petrolifere al controllo russo e cinese (e l'interruzione immediata dei flussi verso Cuba, che ora è sotto pressione come non mai);
- le minacce agli alleati (Groenlandia e Canada in particolare), coerentemente con l’indicazione di rafforzare il controllo dell’emisfero occidentale citato nella NDS 2026[6];
- l'estesa ‘guerra di corsa’ contro i flussi energetici marini, con sequestro di petroliere in alto mare, distruzione di navi gasiere;
- l'assedio e ora attacco all'Iran con omicidio dei suoi vertici e stato di guerra aperta.
- Seguirà probabilmente Cuba, e azioni in Africa per sottrarre le risorse minerarie al controllo cinese.
In Star Treck, nella serie tradizionale, Spok gioca a scacchi in una scacchiera tridimensionale. Sembra di essere di fronte a questa sfida, guardando oggi i pezzi muoversi nello spazio internazionale, ovvero in quello militare, finanziario e delle risorse materiali ed energetiche.
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L’ombra di Thiel su Roma
Il miliardario dell’apocalisse, Palantir e la nuova strategia della tensione
di Mario Sommella
UN CENACOLO SEGRETO NELLA CAPITALE
Dal 15 al 18 marzo 2026, Peter Thiel sarà a Roma. Non per un convegno accademico, non per una conferenza pubblica, non per un incontro con le istituzioni democratiche del nostro Paese. L’eminenza grigia del trumpismo globale, il miliardario che ha fondato Palantir Technologies — la società di sorveglianza di massa che serve CIA, FBI, eserciti e governi di mezzo mondo — arriverà nella capitale italiana per parlare di “Anticristo” davanti a una ristretta cerchia di “eletti”, in un incontro di cui si conosce l’esistenza ma non il luogo preciso, non i partecipanti, non l’agenda.
Dovrebbe fare rabbrividire. E invece, nel silenzio assordante del governo Meloni, la notizia rischia di scivolare via come tante altre in questo periodo storico di caos organizzato, dove le emergenze si moltiplicano e la capacità di attenzione viene sistematicamente erosa.
Le opposizioni si sono mosse. Il Partito Democratico ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo se siano previsti incontri tra Thiel e il settore pubblico italiano. Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto pubblicamente: “Cosa verrà a fare nel nostro Paese? Sta forse cercando nuovi accordi o contratti con istituzioni pubbliche, come già avvenuto in Francia?” Una domanda legittima, a cui — come già accaduto con l’interrogazione presentata a gennaio — non è arrivata alcuna risposta.
Il governo tace. E il silenzio, in politica, non è mai neutro.
CHI È PETER THIEL: L’IDEOLOGO OSCURO DELLA TECNO-DESTRA
Per capire perché questa visita non può essere liquidata come una questione privata, occorre sapere chi è davvero Peter Thiel. Nato a Francoforte nel 1967, cresciuto nell’Africa del Sud durante l’apartheid in una comunità tedesca nota per la glorificazione del nazismo, Thiel è oggi uno degli uomini più influenti — e meno conosciuti dal grande pubblico — del pianeta.
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