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Bordiga, Marx e l’enigma risolto della storia
di Sandro Moiso
Luigi Gerosa, Bordiga legge Marx. I manoscritti economico-filosofici del 1844, con un saggio di Alessandro Mantovani, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia-Milano 2025, pp. 20, 35 euro
«E’ questo il frutto più comune dell’eresia: ispirare la sedizione e la rivolta!»
(L. Laguille, Histoire de la province d’Alsace)
E’ stato e rimane un ben strano destino quello di Amadeo Bordiga, della sua opera, delle sue riflessioni e delle sue intuizioni. Rimosso a lungo dagli avversari, primo tra tutti Palmiro Togiatti che volle ridurlo a figura di “vecchio dinosauro” per sminuirlo davanti a una compagine di vecchi militanti comunisti che ancora dopo la caduta del fascismo e il suo arrivo a Salerno, vedevano nel primo segretario del Pcd’I un valido e indispensabile leader, ma in qualche modo ancor maggiormente danneggiato da molti dei suoi epigoni che si sono spesso divisi tra marmorei difensori di un pensiero ritenuto immutabile e valido per tutte le stagioni e negatori assoluti della validità del suo metodo e delle sue teorie, ritenendole ormai inadeguate per la comprensione del divenire storico e superate nei confronti dell’azione di classe.
Due posizioni queste ultime derivanti entrambe da una concezione specularmente rovesciata dello stesso insieme di scritti e testi estratti dalle riunioni di Partito che mai furono intesi come definitivi dall’autore, ma soltanto come semilavorati di un immane work in progress cui la vittoria della controrivoluzione, non solo di stampo capitalista e fascista ma anche, e forse soprattutto, staliniana, aveva imposto prima di tutto la necessità di restaurare i principi fondamentali destinati a guidare o almeno ispirare le Rivoluzioni a venire.
A più di cinquantacinque anni dalla sua morte, avvenuta il 25 luglio 1970, il malinteso, se così lo si vuol chiamare, rimane immutato e per questo motivo il lavoro della Fondazione Amadeo Bordiga riveste una notevole importanza per il lavoro certosino svolto nel mettere a disposizione di un pubblico più vasto, e magari nuovo e più giovane, i lavoro prodotti dal comunista napoletano sia nel corso della sua militanza giovanile nel Partito socialista italiano e negli anni in cui fu tra i fondatori e poi segretario del Partito Comunista d’Italia sia, successivamente al secondo conflitto mondiale, come militante del Partito Comunista Internazionalista – «Battaglia Comunista» e dal 1953 del Partito Comunista Internazionale – «Programma Comunista».
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La Cina e la lotta antimperialista su scala planetaria
di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli
Il movimento comunista, fin dalla sua genesi nel 1846-48, è sempre stato di natura internazionale nei suoi obiettivi generali (socialismo-comunismo in tutto il mondo), nei suoi legami organizzativi (Prima e Seconda Internazionale tra il 1864 e il 1914, seppur con forti componenti antimarxiste al loro interno) e in una purtroppo debole attività contro le guerre e il colonialismo di matrice occidentale.
Un decisivo salto di qualità in questo campo avvenne con l'Ottobre Rosso del 1917 e la nascita del primo stato socialista, capace di riprodursi per più di sette decenni: di conseguenza il movimento comunista e il marxismo agirono da allora anche come forze operanti concretamente su scala internazionale contro il capitalismo e l'imperialismo.
I principali strumenti utilizzati fin dai tempi di Lenin dal nuovo potere sovietico e, dopo il 1945, dagli altri stati socialisti furono:
- la difesa dagli attacchi militari, economici e propagandistici provenienti dal mondo occidentale;
- la competizione pacifica con quest'ultimo almeno in termini di soft power, fin dal Decreto sovietico sulla pace della Ottobre del 2017;
- la coesistenza pacifica con i paesi capitalisti, quando è se possibile come con il trattato di Brest-Litovsk del 1918, (accordo anglo-sovietico del marzo 1921, e così via).
Lenin sottolineò nel 1921 come già allora la lotta, aperta e sotterranea, tra una Russia Sovietica ancora molto debole e i diversi gangli statali dell'imperialismo mondiale costituissero ormai il fulcro principale della politica internazionale: e arrivando all'inizio del terzo millennio, durante lo scontro epocale tra la tendenza unipolare incentrata sugli USA e quella invece multipolare il cui nucleo decisivo risiede a Pechino, sorge quasi inevitabile anche la domanda su quali siano attualmente i fattori di forza materiali attualmente in possesso della Cina (prevalentemente) socialista.
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Con il Venezuela bolivariano. Contro l'imperialismo suprematista statunitense
di Carmelo Buscema* e Gennaro Imbriano**
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 l’amministrazione statunitense guidata da Donald J. Trump si è resa protagonista di un gravissimo atto di aggressione militare e politica contro la Repubblica bolivariana del Venezuela, rapendone piratescamente il legittimo Presidente Nicolas Maduro Moros, e sua moglie Cilia Flores, avvocata, attivista e deputata dell’Assemblea nazionale. Al culmine dell’operazione - caratterizzata da un attacco asimmetrico di proporzioni gigantesche, che ha coinvolto numerosi Stati della Repubblica e causato un centinaio di vittime tra militari e civili (fra cui 32 cubane) -, Maduro e Flores sono stati deportati a New York e sottoposti alle prime fasi di un processo penale intentato sulla base di pretestuose e risibili accuse, avanzate fuori o al margine di ogni quadro di legittimità giuridica, interna o internazionale, minimamente riconosciuta.
L’aggressione del Venezuela rappresenta un eccezionale salto di scala all’interno del processo di brutale ristrutturazione del sistema mondiale intrapreso dagli Stati Uniti d’America nel corso degli ultimi lustri, e che ha vocazione evidentemente suprematista, iper-classista e neocoloniale. Dentro questo quadro, mancheremmo colpevolmente il bersaglio se identificassimo soltanto in Trump e nella sua amministrazione “il” nostro problema, giacché le redini di questo processo sono saldamente in mano alle potenti élites statunitensi, che hanno corpo finanziario, tecnologico, militare e politico, e due principali gambe, che sono quelle democratiche e repubblicane. Seppure il Paese a stelle e strisce sia attraversato da linee di faglia che a tratti si configurano come veri e propri fronti e trincee di una feroce guerra civile che lo consuma, orizzontale e verso il basso, le sue due principali fazioni politiche dimostrano di condividere un senso del mondo e della storia invariabilmente marcato da una medesima escatologia da destino manifesto e da popolo eletto. (Che, non a caso, è la stessa escatologia che contraddistingue anche le attuazioni del regime sionista di Israele in Medio Oriente - partner ed esecutore fondamentale di questo progetto).
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La causa dei salari da fame e la cortina di fumo della produttività
di coniarerivolta
Certi miti, si sa, sono duri a morire. Certi altri, tuttavia, sono orchestrati ad arte per scaricare le colpe di un fenomeno verso qualcosa di inafferrabile, vago, evanescente o comunque molto lontano. In questo modo, il colpevole resta celato dietro una misteriosa cortina di fumo, nella speranza di farla franca.
È il caso della drammatica situazione dei salari in Italia che viene attribuita, ormai da decenni dai liberisti di varia risma, alla stagnazione della produttività del lavoro. E a seguire una serie di argomentazioni cervellotiche per andare alla ricerca del perché mai la produttività in Italia non cresca in maniera sufficiente da far (automaticamente) crescere anche i salari reali.
L’ultima strombazzata in tal senso arriva dal solito Osservatorio sui Conti Pubblici con un articolo a firma di Giampaolo Galli e Fabio Martino che, alla domanda sul perché le retribuzioni in Italia siano così basse risponde con una certa sicumera: “La spiegazione più convincente è la stagnazione della produttività che induce le imprese a opporre resistenza alle richieste di aumenti”. E ancora: “Il nodo centrale resta dunque la produttività: senza un suo rafforzamento, lo spazio per aumenti retributivi elevati e duraturi rimane strutturalmente limitato.”
L’Osservatorio, dicevamo, non è nuovo a queste uscite. Carlo Cottarelli, senior economist dell’Osservatorio, sul tema si era già espresso, e aveva già raccolto la nostra attenzione critica.
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I nessi tra finanza, servizi segreti e regine change
di comidad
La narrativa mainstream è all’insegna della miliardariolatria e della miliardariomachia; cioè oggi i miliardari sarebbero i nuovi leader che hanno trionfato nella selezione darwiniana, coloro in grado di rappresentare le grandi concezioni politiche, e sarebbe appunto l’epica lotta tra i miliardari a determinare l’affermazione o l’arretramento di quelle concezioni politiche. In questa narrazione mitologica Trump e Soros rappresenterebbero rispettivamente il nazionalismo e il globalismo, e quindi i due miliardari sarebbero agli antipodi e reciprocamente ostili. A supporto di questa pretesa contrapposizione si rileva ogni tanto qualche volata di stracci, come la questione delle centinaia di milioni di dollari che il dipartimento di Stato, tramite la sua agenzia USAID, ha versato alla Open Society Foundation di Soros. Niente di strano, dato che, ad onta delle panzane darwiniste, quasi tutti i capitalisti privati operano con denaro pubblico; si chiama assistenzialismo per ricchi. Sta di fatto che queste presunte denunce da parte trumpiana sono di più di un anno fa, e non hanno comportato conseguenze reali. Tra l’altro oggi risulta chiusa l’USAID, ma le sue operazioni sono passate direttamente al dipartimento di Stato.
Molto più decisivo è invece il fatto che Trump abbia nominato come segretario al dipartimento del Tesoro un ex collaboratore di George Soros. Si tratta ovviamente di un altro miliardario, Scott Bessent, che risulta anche tra i principali “donors” di Trump; cioè Bessent ha finanziato Trump sia in modo diretto, sia raccogliendo fondi a suo favore.
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Indurre Trump a un attacco contro l'Iran? Netanyahu negherà il suo "certificato kosher" a un accordo con l'Iran se i missili iraniani saranno omessi
di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com
Netanyahu e i suoi sostenitori vedono la strategia egemonica israeliana in fase di “esplosione”: lo Stato sta cadendo in una crisi interna e lui, come Trump, si sta disperando. Ha bisogno che Trump non si limiti a bombardare l’Iran, ma che lo elimini completamente dal tavolo strategico con una campagna di bombardamenti, al fine di mantenere la spinta dietro il progetto di dominio del Grande Israele.
A tal fine, Netanyahu ha elaborato una trappola per Trump sull’Iran, che consiste nell’invertire la priorità della questione nucleare, sostituendola con quella dei missili iraniani, che ora rappresentano la minaccia primordiale ed esistenziale per Israele. Questo è stato il messaggio che Netanyahu ha trasmesso a Trump a Mar-a-Lago il 28 dicembre 2025.
La stampa israeliana sostiene con fermezza che Trump, durante il vertice di Mar-a-Lago, abbia dato il “via libera” a un attacco contro l’Iran condotto dagli Stati Uniti. Questa è la versione di Israele, ma non è stata confermata da fonti statunitensi.
Il vertice del dicembre 2025 ha portato gli Stati Uniti a tentare di imporre all’Iran l’ennesimo inganno, al fine di fornire una falsa giustificazione per un pesante attacco aereo e missilistico contro l’Iran. Falsa, poiché gli Stati Uniti sanno fin dai colloqui del 2010 guidati dall’allora negoziatore iraniano Saeed Jalili che l’Iran insiste sul fatto che la sua difesa missilistica non è negoziabile (come ci si aspetterebbe da qualsiasi nazione sovrana).
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Istituzionalizzazione dello spreco
di Leo Essen
Nel 1957 il mensile giapponese Sekai pubblica un articolo di Shigeto Tsuru. Si tratta di una delle prime riflessioni dell’ecologismo moderno, fondata su solide basi economiche. Nel 1959 il testo di Tsuru viene commentato da autorevoli economisti. Tra questi spicca, per lungimiranza, il contributo di Baran, mentre risultano di una rigidità inspiegabile quelli di Dobb e di C. Bettelheim. Di fronte alla disgregazione del sistema dei prezzi, essi sostengono che, tutto sommato, non stia accadendo nulla di rilevante, che tutto proceda come prima, che il capitalismo sia più forte che mai e che, per abbatterlo, servano persone determinate come loro.
Nel 1946 il Congresso degli Stati Uniti approva l’Employment Act e, nello stesso anno, il presidente Truman, nel discorso sullo Stato della Nazione, afferma che il governo ha la responsabilità di basare il proprio programma generale sul conseguimento della piena produzione e del pieno impiego.
Ogni società che sia progredita nella produttività generale oltre lo stadio del semplice soddisfacimento delle necessità elementari dei suoi membri possiede la potenzialità di produrre un surplus. Questo è l’aspetto tecnico del surplus. Vi è poi un aspetto istituzionale. Nella società feudale, per esempio, è la classe dominante dei feudatari ad appropriarsi del surplus e a disporne in modo caratteristico. Nel capitalismo il surplus assume la forma di profitto, percepito dalla classe capitalista, che ne dispone anch’essa in maniera peculiare al sistema. La sua qualità essenziale è quella di espandersi continuamente.
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Il buco nero dell’Occidente: il post-uomo che emerge dal caso Epstein
di Alex Marsaglia
Nel cuore della notte, come ha scritto Martin Heidegger, gli uomini dimenticano totalmente cosa sia la luce. Precipitano allora nella società del consumismo, del comfort, diventano gli ultimi uomini raffigurati da Nietzsche in Così parlò Zarathustra . Il culmine della notte coincide con l’oblio totale dell’Essere, della luce[1].
Mentre nel giorno del Li Chun del 2026 le relazioni sino-russe si approfondiscono sempre di più, al fine di rivitalizzare il Nuovo Ordine Mondiale multipolare nascente, portando luce, l’Occidente precipita nell’oblio più totale con la desecretazione dei file Epstein.
Dai 3 milioni di file sta emergendo una vera e propria fiera dell’orrore morale da cui l’Occidente faticherà a salvarsi, nonostante stia tentando con tutte le sue forze di occultare, manipolare e sminuire. La vicenda dei file è sinora significativa, perché ci mostra anche la parabola discendente di Donald Trump. Il Presidente americano neoeletto si era impegnato politicamente nella desecretazione dei file, poiché evidentemente mostravano le implicazioni del mondo democratico e del celebre Deep State in un abisso morale di cui non si intravede il fondo.
Ora a un anno di distanza pare però che in quelle vicende sia coinvolto anche lui che, come ha dichiarato a suo discapito, “come unico limite ha la sua morale, la sua mente”.
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Trump e il duro scontro interno al capitalismo
Luca Busca intervista Alessandro Volpi
Alessandro Volpi, ex sindaco di Massa, docente di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, è reduce dall’ultima fatica letteraria, pubblicata nel 2025 con Laterza, dal titolo emblematico: “La guerra della Finanza – Trump e la fine del capitalismo globale”.
Il libro s’inserisce perfettamente in un quadro geopolitico che appare sempre più confuso, facendo luce su dinamiche che sembrano sconvolgere i canoni classici del neoliberismo. Abbiamo così chiesto “lumi” al professor Volpi.
* * * *
L.B. Con il secondo mandato di Donald Trump come è cambiata la comunicazione geopolitica e soprattutto cosa è cambiato “nel duro scontro interno al capitalismo contemporaneo ... in seguito all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti”?
A.V. L’elezione di Trump ha segnato una forte tensione all’interno del capitalismo finanziario Usa, dominato da diversi anni dall’assoluta centralità dei grandi fondi di raccolta del risparmio gestito; le cosiddette Big Three, rappresentate da BlackRock, Vanguard e State Street, capaci di raccogliere quasi 50 mila miliardi di dollari di asset in giro per il mondo e di indirizzarli verso i principali titoli dello S&P 500, divenendo così le principali azioniste di vasti settori, dai colossi come Amazon, Alphabet, Microsoft, Meta e Nvidia ad una sequenza di major dell’energia, delle armi, della grande distribuzione e del divertimento. L’arrivo di Trump ha comportato un almeno parziale indebolimento di questo monopolio perché il nuovo presidente aveva e ha una finanza decisamente più organica alle sue posizioni, da Musk, a Thiel, a Ellison, a Bessent e Lutnick, figure legate al mondo delle criptovalute, delle commesse statali, della finanza hedge e che lo stesso Trump ha addirittura inserito in posti chiave del suo governo.
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Il tempo di Ares e le «leggi economiche» della guerra
Francesco Maria Pezzulli intervista Stefano Lucarelli
Con grande piacere pubblichiamo questa intervista di , curatore della sezione «sudcomune», a Stefano Lucarelli sul suo ultimo libro Il tempo di Ares. Politiche internazionali, «leggi» economiche e guerre (Mondadori Università, 2025), un testo fondamentale per comprendere le dinamiche geo-economiche che influenzano, se non determinano, le attuali guerre. Se prima il nostro tempo era contraddistinto da Ermes, ci dice Lucarelli, cioè basato su commercio e libera circolazione, adesso è il tempo di Ares, un periodo in cui il conflitto, armato, diventa il perno delle relazioni politiche. La critica dell’economia politica che Lucarelli porta avanti, incentrata sull’analisi della centralizzazione dei capitali e delle politiche protezioniste, ci permette di indagare e comprendere meglio questo nostro tempo e, pertanto, ci offre qualche spunto per il suo superamento.
* * * *
Francesco Maria Pezzulli: Scrivi che l’ordine internazionale si è rotto quando il grande debitore ha visto i suoi creditori, in particolare la Cina, acquisire sempre più pacchetti azionari delle corporation di settori strategicamente rilevanti. Puoi illustrarci, in sintesi, i passaggi salienti che hanno condotto a questa rottura?
Stefano Lucarelli: Certamente, ma dobbiamo far qualche passo indietro e tornare alle origini del nostro sistema monetario. Torniamo cioè al 1971, quando unilateralmente gli Stati Uniti decisero di sospendere la convertibilità del dollaro con l’oro. Da allora il nostro sistema monetario internazionale funziona solo ed esclusivamente come un circuito monetario e militare. Il dollaro sta al centro di questo sistema che – si potrebbe dire, per costruzione – non può che generare deficit commerciali crescenti nella bilancia dei pagamenti della nazione che emette la valuta di riserva internazionale, e al contempo attrarre flussi di capitale in entrata, cioè finanziamenti.
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Deamericanizzare l’immaginario europeo
di Piero Bevilacqua
Quando si spezza qualcosa di profondo nel flusso ordinario del presente e confusamente avanza un paesaggio nuovo, la nostra mente si volge all’indietro, scorge la conclusione di un’epoca e diventa incline a tentare bilanci, a fare storia. Solo così si comprende di che stoffa può essere tessuto il futuro che ci attende. Oggi siamo spinti a fare storia di un grande capitolo della recente modernità: il dominio mondiale della cultura americana per tutto il XX secolo e oltre.
Quel che si è spezzato, nel cuore della nostra epoca, è il legame tra Europa e USA, il cosiddetto Occidente, quel blocco di alleanze politiche, rapporti commerciali, collaborazioni istituzionali, vincoli culturali e ideologici, che le due più grandi potenze colonizzatrici del mondo avevano costituito nel corso del ’900. È vero che più di una rottura sotterranea era già avvenuta, non sempre avvertita dalle élites europee. Il colpo di Stato a Kiev nel 2014, sostenuto dagli USA, che ha poi portato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e alla guerra per procura degli americani, non mirava soltanto, quale obiettivo ultimo, al disfacimento della Russia per tracollo economico. Quell’iniziativa, lungamente perseguita, aveva di mira anche l’Europa. Il sabotaggio del gasdotto North Stream ne è soltanto il simbolo più evidente. L’Impero americano voleva in realtà impedire una potente saldatura di vincoli economici euroasiatici tra Federazione russa, ricca di materie prime e potenza nucleare, e il Vecchio Continente, gigante industriale e tecnologico e vasto mercato. Con la presidenza Trump, l’uomo spregiudicato che muove guerra commerciale ai paesi europei, che mostra al mondo, senza infingimenti, la volontà di conservazione del dominio dell’Impero condannato al declino, la rottura è ormai dispiegata. Com’è noto, tuttavia, i gruppi dirigenti e ampi settori dell’opinione europea credono che si tratti di una frattura inedita, e sicuramente transitoria, dovuta alle intemperanze di un presidente schizoide.
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La proposta di pace globale dell'Iran agli Stati Uniti
di Jeffrey Sachs, scheerpost.com
La storia a volte presenta momenti in cui la verità su un conflitto viene espressa in modo così chiaro da diventare impossibile da ignorare. Il discorso del Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi del 7 febbraio a Doha, in Qatar (trascrizione qui) dovrebbe rivelarsi uno di questi momenti. Le sue importanti e costruttive osservazioni hanno risposto alla richiesta degli Stati Uniti di negoziati globali e ha presentato una solida proposta per la pace in tutto il Medio Oriente.
La scorsa settimana, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha chiesto negoziati globali: “Se gli iraniani vogliono incontrarci, siamo pronti”. Ha proposto che i colloqui includessero la questione nucleare, le capacità militari dell’Iran e il suo sostegno ai gruppi per procura nella regione. A prima vista, questa sembra una proposta seria e costruttiva. Le crisi di sicurezza in Medio Oriente sono interconnesse e una diplomazia che isola le questioni nucleari dalle più ampie dinamiche regionali difficilmente durerà.
Il 7 febbraio, il Ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha risposto alla proposta degli Stati Uniti per una pace globale. Nel suo discorso all’Al Jazeera Forum, il Ministro degli Esteri ha affrontato la causa principale dell’instabilità regionale: “La Palestina… è la questione fondamentale della giustizia nell’Asia occidentale e oltre”, e ha proposto una via da seguire.
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Libia, Italia e due morti eccellenti
di Stefano Bellucci
L’assassinio di Saif al-Islam Gheddafi segna il continuo fallimento strategico italiano in Libia. Aver contribuito alla caduta del regime nel 2011 senza un piano e ora assistere all’eliminazione dell’ultimo potenziale interlocutore unitario, ha lasciato l’Italia in balia del caos a cui essa stessa ha contribuito
Il rapporto coloniale con Libia poneva l’Italia in una posizione centrale nella questione mediterranea. Se da un lato il colonialismo italiano è stato segnato da violenze umanitarie indicibili; dall’altro lato il rapporto post-coloniale italo-libico ha visto entrambi i paesi usare pragmatismo e opportunismo a fini di reciproca convenienza. Ora due morti eccellenti segnano la storia di questo rapporto ambiguo ma fruttifero per entrambe le compagini.
Il peso della storia
La prima morte, quella del colonnello Muammar Gheddafi, simboleggia la fine del rapporto post-coloniale che dai tempi della DC, del PSI e anche del PCI aveva visto tessere una trama strategica che la nuova classe politica italiana, inclusi gli ex-missini, senza storia e cultura politica, non ha saputo o potuto proseguire. La seconda è quella del figlio Saif al-Islam Gheddafi, avvenuta qualche giorno fa, che estingue la possibilità per l’Italia di avere un interlocutore libico unitario a garanzia dei propri interessi nazionali.
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Le olimpiadi al via: una interminabile serata da voltastomaco
di Il Pungolo Rosso
Perché parlare della “cerimonia di inaugurazione” dei giochi olimpici “Milano-Cortina? Avremmo volentieri impegnato il nostro tempo in cose più divertenti. Ma lo spettacolo era in mondovisione con (pare) oltre un miliardo di spettatori, ed è utile capire come l’ultra destra, con il contorno dei falsi oppositori, diffonde il suo messaggio, come si manifesta il degrado generale a livello non solo politico, militare ed economico, ma anche culturale.
La seconda ragione è che tutta sta bella roba, alla fine, la pagheranno i lavoratori, perché l’accordo con la fondazione Milano-Cortina, un ente privato, prevede che i soldi spesi in eccedenza al miliardo e mezzo pattuito, li pagherà lo stato, cioè noi! Senza contare le migliaia di “volontari”, significativo esempio di lavoro gratuito, indispensabili alla realizzazione dell’evento, ormai una costante (la vicenda Expo 2015 insegna).
La terza ragione è che il fascino dello “sport” è diffuso anche nelle fila dei militanti, che conservano in cuor loro l’affezione del tutto sentimentale per questa o quella squadra di calcio o campione sportivo, o che gioiscono all’inclusione delle squadre di calcio femminili, e tutto ciò non incoraggia la critica a tutto tondo di quello che è lo sport oggi in Italia e nel mondo – Orwell lo definì giustamente “un modo di farsi la guerra senza sparare”.
Ecco perché ci siamo sciroppati oltre quattro ore dello spettacolo.
E’ stata dura. A cominciare dall’apertura.
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Il "gigante dai piedi di argilla" è una narrazione, non un fatto
di Mario Pietri
Continuo a leggere analisi che descrivono la Russia come un sistema ormai senza ossigeno, un’economia di guerra arrivata al capolinea, costretta a divorare il proprio futuro per sopravvivere al presente, ma quando si entra davvero nel merito dei dati e dei meccanismi reali – non degli slogan – questa rappresentazione si sfilaccia rapidamente e rivela una funzione più propagandistica che analitica.
Si cita, come prova definitiva, il calo delle entrate fiscali da petrolio e gas di gennaio 2026, scese a circa 393 miliardi di rubli, quasi la metà rispetto all’anno precedente e ai minimi dal 2020, ma si omette che un dato di gettito mensile riflette soprattutto prezzi più bassi, sconti più elevati e un rublo più forte, non la scomparsa delle vendite; e infatti, mentre si parla di “ossigeno finito”, i flussi energetici continuano a muoversi: a gennaio 2026 il gas russo verso l’Europa tramite TurkStream è aumentato di circa il 10% su base annua, e nello stesso mese le esportazioni di LNG russo sono cresciute del 7,7% rispetto a dicembre, con oltre 1,69 milioni di tonnellate provenienti da Yamal dirette in Europa, pari a più del 90% dell’export di quel progetto, e in aumento di circa 8% rispetto a gennaio 2025.
Anche sul fronte petrolifero e dei prodotti raffinati la narrativa del “crollo” regge poco, perché le esportazioni continuano verso Asia e mercati intermedi, con Cina, India e Turchia tra i principali sbocchi, a dimostrazione che il tema non è l’assenza di flussi ma la riconfigurazione delle rotte, con margini ridotti ma volumi che non scompaiono; confondere deliberatamente prezzo e volume serve solo a costruire l’immagine di un collasso imminente che viene annunciato da tre anni e puntualmente rimandato al trimestre successivo.
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Sanzioni: sentenze fuorilegge - L’altro genocidio
di Fulvio Grimaldi
Guerre dentro, guerre fuori
Marciano in sinergico parallelo le due guerre: quella ai nove decimi della propria popolazione che prova a scrollarsi di dosso il morso alla carotide del decimo supremo, e quella di regimi che si sanno decrepiti e senza futuro e danno colpi all’impazzata a chi sanno che gli sopravviverà.
Partiamo dalla prima di queste guerre, sempre d’aggressione (le altre si chiamano resistenza e, se va bene, rivoluzione). A forza di tre anni e mezzo di ruberie al basso per arricchire i danti causa in alto, scelleratezze morali, incompetenze sesquipedali, bugie e volgarità che neanche Berlusconi, siamo finalmente al piattino a lungo preparato e testè coronato a Torino. Lo chiamano pacchetto sicurezza (a furia di stringere le regole e aumentare i reati, se ne è perso il conto). Meglio chiamarlo pacco, il classico pacco rifilato al colto e all’inclita.
Lì abbiamo un poliziotto, ottusamente picchiato, dimesso dopo 24 ore, dopo un collarone messo a sghimbescio per la foto-opportunity e una visita strappacore della premier che lo dice scampato a un “tentativo di omicidio” Quanto occorreva per fargli assumere dimensioni mediatiche tali da far sparire, come attori alla chiusura del sipario, qualche centinaio di teste inermi rotte, indifesi picchiati o torturati a morte (Cucchi, Aldovrandi, ecc.), detenuti massacrati, mezza dozzina e passa ammazzati col Taser, che infiorettano anni di meticolosa e sistematica restaurazione.
Restaurazione di che? Ce lo dice il primattore della sequenza, aggiungendo all’affresco dell’orrore che, a sua detta, da Torino minaccia di fare inorridire tutto il paese, quando annuncia alla società, illusa di vivere avvolta nella calda coperta della Costituzione antifascista, che, per salvarci dall’orda dei barbari terroristi, è compulsivo tornare al “fermo di polizia in attesa di ipotetico, possibile reato”. Basta il sospetto e la buona volontà di chi il sospetto lo coltiva nel suo pensiero.
Non hai fatto niente. Ma avresti potuto fare
Arresto preventivo di 18, no 24, magari 48 ore e poi chissà. Per ora 12.
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Qualia nei fermenti del valore
di Karlo Raveli
Ecco qui, in questo articoletto per Sinistrainrete, alcune questioni forse un pochino inusitate ma che riportiamo per agitare e tentar di far maturare certe vecchie liturgie ideologiche pseudo-sovversive. Come tante proverbiali e usuali di gran parte delle ‘sinistre’ sistemiche. Attuali o antiquate.
Certo, trattiamo forse questioni piuttosto inconsuete, come precisamente il tema dei qualia che vedremo piuttosto verso la fine, però appunto per attizzare con questi appunti qualche nuova discussione tra ‘compagni’. Almeno un pochino. In questo caso ricevute - o accese dibattendo - con un molto apprezzato compare pure lui migrante, Ekile. Entrambi basandoci in concreto su due passaggi di una ‘Bozza operaia’ che a quanto pare circola per ora solo su carta. Tra alcuni gruppi o compagni e compagne più o meno sovversive, quindi non in rete. Per discrezione anti-dittatoriale ‘telematica’, mettiamola lì così.
Mi specifica inoltre che la Bozza operaia sta pure girando tra eversive torinesi dell’Askatasuna, per esempio tra NUDM, Non Una Di Meno...
Parliamo pertanto di uno scritto dal quale citerò appunto fra una trentina di righe due brevi e più o meno bizzarri passaggi. Scelti tra paragrafi centrati sul “patologico dominio oligarchico patriarcale planetario dell’Avere” affrontato assai a fondo nell’ottantina di deflagranti pagine della ‘bozza’. Tramite argomenti che mettono specialmente a fuoco la questione patrilineare, patriarcale. In modo originale. Direi quasi impressionante. Proprio in rapporto all’attuale dominio generale dell’Avere sull’Essere in troppi ‘paesi’, nazioni o regioni di Madre Terra. Come più volte così ribadito nel testo.
Quindi in questo articolo ci limiteremo – intanto per praticità, diciamola così – alle questioni esposte nei brani segnalati. Appunto con argomenti sui quali il compare mi ha anche consigliato di diffonderne almeno un primo sunto essenziale. Per esempio proprio qui in Sinistrainrete.
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Libercomunismo, pre-recensione al nuovo libro di Brancaccio
di Gianni Petrosillo
Nel 2010 Emiliano Brancaccio scrisse la recensione del libro di Gianfranco La Grassa Finanza e poteri, edito da Manifestolibri. Inizialmente il saggio di La Grassa avrebbe dovuto chiamarsi List oltre Marx, ma la casa editrice ci chiese un titolo più accattivante, che è appunto quello con il quale è stato poi pubblicato.
Ricordo che, nel lavoro con Gianfranco per la stesura, recuperai una nota di Marx del 1845 in cui il Moro si scagliava con toni accesissimi contro List, e la sorpresa di Gianfranco fu tanta nel leggerla. Probabilmente l’aveva compulsata tanti anni prima ma non la ricordava. La Grassa conosceva i testi di Marx persino meglio delle sue tasche, anzi sicuramente. Fece un commento simpatico, disse che lì Marx sembrava un certo filosofo dei nostri giorni che va in televisione col ditino alzato. Ridemmo di gusto perché l’ironia di Gianfranco era sempre condita da qualche espressione veneta. Non usò le mie circonlocuzioni su quel filosofo, ma lasciamo perdere.
In ogni caso sottolineò che in quella critica Marx sbagliava, aveva le sue ragioni ma andava completamente fuori bersaglio. Nel libro Gianfranco recuperava appunto le teorie di List sui first e second comers, che gli sembravano estremamente interessanti in funzione della politica tra gli Stati e del posto che l’economia occupa rispetto alle decisioni strategiche attinenti alla potenza. In questo senso torceva il bastone dove più gli interessava direzionarlo, specificando con onestà che si serviva insomma di List per un suo ragionamento da calare sulla nostra realtà.
“List… non contesta in toto la teoria del libero commercio internazionale, ed è probabilmente per questo che non prende in specifica considerazione la ricardiana teoria dei costi (e vantaggi) comparati, giacché in fondo l’accetta con una piccola modifica, prima di arrivare a un effettivo libero scambio tra i vari paesi, che sia profittevole per tutti i partecipanti, è necessario passare per un periodo intermedio in cui questi ultimi abbiano potuto raggiungere lo stesso grado di sviluppo industriale del first comer, altrimenti è da temere che le nazioni più forti usino lo strumento della ‘libertà di commercio’ per ridurre in stato di dipendenza il commercio e l’industria delle nazioni deboli.
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Olimpiadi del doppio standard: repressione, propaganda e la svolta autoritaria nella crisi dell’egemonia occidentale
di Mario Pietri
L’inizio delle Olimpiadi, rituale spettacolare con cui l’Occidente tenta ciclicamente di autorappresentarsi come spazio universale di pace, competizione leale e neutralità dei valori, si è aperto sotto il segno della contestazione diffusa, della frattura politica e di una tensione che non può più essere archiviata come rumore di fondo o devianza marginale, perché riguarda ormai direttamente la tenuta simbolica dell’egemonia occidentale e la sua capacità di produrre consenso anziché semplice obbedienza.
Le proteste contro il vicepresidente statunitense J.D. Vance, le contestazioni rivolte alla delegazione israeliana durante la cerimonia di apertura e gli scontri avvenuti nel corso della manifestazione contro i Giochi non sono episodi scollegati né espressioni di una generica “radicalità”, ma rappresentano la manifestazione concreta di un conflitto politico profondo, alimentato da anni di doppi standard, di morale selettiva e di una narrazione dei valori ridotta a strumento di dominio imperiale.
Lo sport, lungi dall’essere neutrale, diventa così uno dei dispositivi ideologici più raffinati del nostro tempo: gli atleti russi vengono esclusi dalle competizioni internazionali in quanto russi, in una logica apertamente collettiva e punitiva che smentisce ogni pretesa di apoliticità; al contrario, agli atleti israeliani viene garantita piena legittimità e partecipazione, mentre a Gaza è in corso un genocidio, una devastazione sistematica di civili che, se attribuita a un Paese non allineato, sarebbe già stata elevata a paradigma del male assoluto.
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“Con un tipo come Trump non c’è spazio per l’ammorbidimento”
Geraldina Colotti intervista Juan Carlos Monedero
Juan Carlos Monedero non ha bisogno di presentazioni per chi frequenta la politica radicale tra le due sponde dell'Atlantico. Politologo, agitatore di coscienze e architetto del pensiero post-neoliberista, Monedero ha vissuto la Rivoluzione Bolivariana dall'interno come consulente di Hugo Chávez. La sua visione è un ponte prezioso: possiede la sensibilità per comprendere i ritmi del Sud Globale e gli strumenti analitici per smascherare le ipocrisie delle democrazie europee. In questa conversazione, analizziamo la tempesta scatenata dal sequestro del presidente Maduro e della deputata Cilia Flores del 3 gennaio e la resistenza di un Venezuela che continua a essere, per l'Europa, lo specchio deformante dei propri fallimenti.
* * * *
Juan Carlos, lei conosce bene la malattia dell'eurocentrismo. Perché una parte della sinistra europea, che un tempo applaudiva Chávez, oggi sembra incapace di difendere il presidente Maduro e la sovranità venezuelana di fronte al banditismo di Washington? Ritiene che sia un problema di codardia politica o di una profonda colonizzazione del pensiero?
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Il governo è “nervoso”. La rendita di posizione si va esaurendo
di Sergio Cararo
Il video degli scontri di Milano pubblicato dalla Fox News statunitense (che tra l’altro è il network più allineato con Trump) il primo giorno delle Olimpiadi, non è proprio andato giù alla Meloni.
E allora sui social sono partiti subito gli anatemi della premier che tradiscono un bel po’ di nervosismo: “Sono i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire”.
Le fa eco il Presidente del Senato Larussa: “Mentre il mondo rende ancora omaggio all’Italia per la bellissima cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, delinquenti e violenti provano a sabotare linee ferroviarie e scendono in piazza per creare disordini”.
Indubbiamente questa insistenza sul connubio tra manifestazioni e treni semina una certa inquietudine – e qualche interrogativo – tra chi ha vissuto la storia recente del paese.
E non poteva mancare il ministro degli Interni Piantedosi, secondo cui: “C’è chi mira al caos generalizzato”. Nell’intervista di oggi al Corriere della Sera il ministro espone il suo teorema – piuttosto banale – secondo il quale il problema sono i cattivi maestri che però “si sono fatti vedere solo come osservatori”, tra questi ci sono “gli organizzatori di iniziative pubbliche nelle quali dichiarano di voler sovvertire il sistema democratica e arrivare alla resa dei conti con lo Stato democratico”.
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Le tre Europe in un’epoca di massimo pericolo
di Carlos X. Blanco*
Tocca agli uomini e alle donne di questa generazione rivivere ancora una volta tempi pericolosi. In realtà, l’eccezione è l’opposto: la fortunata circostanza di sperimentare, nell’arco di una sola vita, lunghi anni di relativa pace, intervallati solo da conflitti locali che non minacciano l’esistenza stessa della civiltà, o addirittura della specie.
Quella pace “fredda” e relativa, gli 80 anni di guerre localizzate e contenute, è ormai finita. Dobbiamo prepararci alla “convergenza delle catastrofi”, per usare un termine caro al defunto pensatore francese Guillaume Faye.
Le vite di questa e della prossima generazione, soprattutto in quella sfera che viene chiamata, per interesse o per pigrizia, “Occidente”, saranno sempre più rischiose, insicure e sottoposte a dure realtà. “Occidente”, in quanto tale, è un concetto destinato a scomparire; l’idea sta morendo perché la realtà che riflette sta morendo. Esiste un solo Impero statunitense… e gli altri. La debolezza stessa del concetto, da un lato, così come la trasformazione della realtà geopolitica, brutale negli ultimi mesi, dall’altro, stanno inevitabilmente portando alla sua fine.
“Occidente” era un concetto che, se non inventato, è stato certamente diffuso a fini propagandistici dall’Anglosfera. La parola stessa nasconde quella che, fino al XIX secolo, era una realtà fondamentale: la civiltà europea. Gli inglesi, dalle loro isole, si dedicarono storicamente a mantenere il continente in uno stato di guerra civile permanente, disunito e –soprattutto– separato dalla Russia, separato dall’enorme nazione, l’unica che avrebbe dato consistenza (territoriale, demografica, energetica) a un continente già dotato di una tradizione culturale comune, come l’Europa.
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Antisionismo criminalizzato, genocidio ignorato
di Riccardo D'Amico
Mentre il governo di Beirut, con la conferma dell’ONU, testimonia che Israele rilascia volontariamente diserbanti dai propri aerei sui terreni agricoli libanesi, in Italia le proposte di leggi che equiparano l’antisionismo all’antisemitismo, raccolgono l’unanimità politica parlamentare.
È uno dei numerosi esempi in cui la realtà revisionista che viviamo, supera di gran lunga il grottesco. Ancora una volta, le istituzioni di palazzo e i media mainstream, tendono a distorcere la definizione di antisemitismo, trasformandola in uno strumento di censura. Il fatto appena citato non è isolato: è il sintomo di una memoria storica che viene riscritta stando a certe convenienze.
Il semitismo indica una vasta area di questioni culturali e linguistiche di determinate popolazioni: arabe, ebraiche, babilonesi e altri gruppi etnici.
Di conseguenza, il carattere antisemita, non si rivolge solo ed esclusivamente agli ebrei (in quanto tali), ma a diversi componenti che rientrano all’interno del contesto semitico. Pertanto, un individuo, o un gruppo che manifesta posizioni riconducibili all’antisemitismo, rivolge atteggiamenti razzisti e denigratori nei confronti di interi assetti sociali (antichi e contemporanei).
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“D’Istruzione pubblica” e il “rinnegato” Raimo
Un film per smascherare l’ipocrisia sulla scuola della “sinistra liberal”
di Marco Meotto
Pubblichiamo un intervento di Marco Meotto, storico e docente della scuola superiore di secondo grado, che prende le mosse dal film “D’Istruzione pubblica” e dall’avvio di dibattito che esso ha suscitato, sui social, e in forma più strutturata nell’articolo di Christian Raimo uscito su “Domani”. Speriamo che esso possa dare vita a un dibattito più strutturato sulla scuola che ci impegniamo a raccogliere sulle colonne di Contropiano. - Invitiamo a inviarci altri pezzi alla mail This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
C’è un momento in cui la critica, abbandonando il campo della lotta per l’egemonia, diventa il suo contrario: la giustificazione intellettuale dell’ordine dominante. È il momento del rinnegamento. Il documentario “D’Istruzione Pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre – ultimo atto di una trilogia contro il neoliberalismo – provoca una resa dei conti a sinistra, costringendo a uscire allo scoperto chi, come Christian Raimo, pur credendo di combatterli, difende alcuni dei dispositivi pedagogici del capitale.
La sua feroce stroncatura del film non è una semplice critica cinematografica: è il sintomo perfetto di quella deriva “liberal” della sinistra. È quella stessa sinistra che ha svuotato la scuola pubblica del suo progetto emancipativo, sostituendolo con l’addestramento al mercato, non importa quanto esso sia mascherato dietro seduttive parole d’ordine: d’altra parte, come ci hanno mostrato Christian Laval e Pierre Dardot, l’ideologia neoliberale è duttile e può amalgamarsi ambiguamente anche con istanze libertarie, annullando la loro carica trasformativa.
[LINK per il film: https://openddb.it/film/distruzione-pubblica/]
Ma come fa un film a innescare una simile reazione? “D’Istruzione Pubblica”, da una settimana nelle sale, non è un semplice documentario. È un’inchiesta a due livelli che agisce come acqua ossigenata gettata nelle ferite dell’insano dibattito sulla scuola italiana: brucia un po’, ma disinfetta.
Da un lato, la pellicola racconta una storia concreta e ostinata di resistenza, entrando nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, dove il preside, Lorenzo Varaldo, porta avanti, insieme ai suoi insegnanti, battaglie decennali in difesa della scuola pubblica.
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Il Governo decreta lo stato di polizia | Per una prima lettura dell’ennesimo decreto liberticida
di Paolo Punx
Che nel mondo tiri una brutta aria è ormai evidente.
Dopo lo sdoganamento e le complicità con il genocidio dei palestinesi si sta globalmente scivolando verso forme di dominio senza limiti che stanno progressivamente erodendo ogni forma di mediazione.
L’Europa stessa, purtroppo, assomiglia a un Giano bifronte, che mostra da una parte il volto del riarmo e della guerra e dall’altro quello dell’autoritarismo.
L’ennesimo decreto liberticida approvato pochi giorni fa dal Consiglio dei Ministri si inscrive in questo contesto generale.
Penso valga la pena di provare ad analizzare quelle parti del decreto che limitano ulteriormente qualunque forma di dissenso.
L’articolo 4 del decreto oltre a estendere le zone rosse nelle città, consente di utilizzare lo strumento del DASPO per silenziare il dissenso e prevede l’arresto in flagranza differita in caso di danneggiamenti durante le manifestazioni.
Spetta al Prefetto individuare quali zone delle città inibire (per 6 mesi estendibili fino a 18) a soggetti arbitrariamente ritenuti pericolosi.
Non a caso la norma è volutamente generica nel definire tale presunta pericolosità, al fine di consentire alle cosiddette forze dell’ordine una sua applicazione discrezionale.
Infatti, il divieto di accesso si può applicare a:
- Chi tiene nelle stesse aree comportamenti violenti, minacciosi o insistentemente molesti, da cui derivi un concreto pericolo per la sicurezza (ovviamente termini come “molesto”, oppure “concreto pericolo” sono così vaghi che forniscono un’enorme discrezionalità al soggetto accertatore);
- Persone denunciate negli ultimi 5 anni per delitti contro la persona o il patrimonio e… senza aggiungere gli altri reati, è importante segnalare che non si tratta di persone condannate per quei reati, ma semplicemente denunciate;
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