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Il colonialismo dei Consigli d’Amministrazione, CEO della multinazionale Mondo
di Fulvio Grimaldi
Suicidi e pandemie
C’è in giro una tendenza al suicidio. O, quanto meno, a martellopneumatizzarsi gli strumenti di conservazione della specie. Pensate agli europei che si tagliano il cordone ombelicale con il quale, unendosi alle salubri e risparmiose fonti di energia russe, si assicuravano decente sopravvivenza, per attaccarsi a una canna del gas frantumambiente americana che gli costa il quadruplo e li riduce ad accattoni.
Pensate ai 15 signori del mondo riuniti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU che seppelliscono il famigerato “ordine fondato sulle regole” e votano (2 si astengono, ma non cambia niente, anzi agevola) per il Board of Peace che consente la nascita di un CEO (vulgo: Amministratore Delegato) del mondo, col suo Consiglio d’Amministrazione di domestici, mafiosi e sicari. 15 sciagurati sprovveduti che mandano in discarica l’organismo che avrebbe dovuto assicurare la pacifica e prospera convivenza delle nazioni umane. Ma che, in effetti, aveva smesso da tempo, finendo con l’essere gestito da tale grassotello lusitano, tirato via da un banco di bacalhau, che ha l’unico compito e merito di emettere guaiti contro la Russia.
E, se non siete già finiti in depressione, pensate come tutto questo sia servito a puntellare un diabetico claudicante creduto prima potenza mondiale, onerato da un debito che, se lo vogliamo vedere in dollari, va da qui alla prossima galassia (39 trilioni e 7 in più ogni minuto). Una superpotenza obesa in crisi d’astinenza di armi, con un apparato produttivo da Terzo Mondo e tra i piedi una pietra d’inciampo costituita dalla repulsione di quasi 7 miliardi di persone. Non è l’unica, ce n’è una addirittura in casa sua, in Minnesota, dove una resistenza civile fantastica la getta tra i piedi agli sgherri nazisti scagliatili addosso da Casa Bianca affollata da mentecatti. Uno Stato Maggiore mancato vincitore di tutte le guerre dal 1945 a oggi, ora finito in mano a un bambino bipolare di quasi 80 anni. Si chiama establishment USA e a quell’infante consente di proclamare da Davos che, d’ora in poi, sarà lui il CEO, e non più l’ONU, a determinare le cose e i flussi di denaro da siringare dal basso verso l’altissimo.
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I meme sono morti?
Un bilancio da chi ci ha fatto la guerra più di dieci anni
di Alessandro Lolli
Chiedi chi erano i meme. Le ultime generazioni potrebbero non saperlo o averne un’idea così diversa da mandarci in confusione. Late-zoomer e early-alpha stanno crescendo in un ecosistema mediatico sensibilmente diverso da quello di pochissimi anni fa e i meme sembrano aver fatto la fine dei giocattoli dei fratelli maggiori. Quando è successo? E soprattutto, come?
Ormai quasi dieci anni fa, scrivevo La guerra dei meme per raccontare quel nuovo fenomeno ‒ che nuovo era solo per “il mondo dei grandi” che leggono saggi ‒ e sin dalla prima presentazione mi venne chiesto se il libro non fosse già vecchio. Sorte comune a ogni testo che affronta i fenomeni di Internet e che corre il rischio di scattare fotografie mosse a un paesaggio che scorre troppo rapidamente dai finestrini del treno. Per anni ho avuto l’arroganza di rispondere che quello era invece un video che inquadrava davanti al treno, che il libro si stava avverando di fronte ai nostri occhi. Oggi posso serenamente affermare che si tratta di una fotografia, spero accurata, di un paesaggio ormai alle nostre spalle e che i meme hanno perduto la centralità che un tempo avevano nel cuore della pop culture.
Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa sono e sono stati, cioè cosa li ha distinti da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco colto, specialmente in un contesto come questo, da una falsa pista interpretativa che ancora oggi li lega a uno dei più influenti saggi del Novecento.
Il gene egoista (1976) è un capolavoro di divulgazione scientifica che ha accidentalmente partorito un figlioletto umanista storpio chiamato “memetica”. Riformulando e integrando le ricerche di genetisti e biologi del decennio precedente ‒ tra cui George C. Williams e William D. Hamilton ‒ l’autore Richard Dawkins propone una versione del darwinismo che riesce a rispondere in modo convincente a presunte aporie della teoria dell’evoluzione, come ad esempio i comportamenti altruistici che osserviamo in natura.
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Epidemie e metabolismo sociale: natura, capitalismo e fratture
di David C. Perlman e Ashly Vigneault
In questo articolo i due autori esplorano i legami tra la frattura metabolica dell'uomo con la natura e l'accelerazione dell'insorgenza di epidemie, che sono fondamentalmente correlate al modo di produzione capitalistico e al concomitante metabolismo sociale alienato. Utilizzando ricerche storiche ed epidemiologiche che vanno dall'ascesa della peste bubbonica all'emergere della COVID-19, Perlman e Vigneault riescono sapientemente a collegare questi concetti alla violazione dei limiti planetari che minaccia l'intera umanità
Sebbene le epidemie umane siano molto antecedenti al capitalismo, la loro comparsa sempre più accelerata a partire dalla rivoluzione industriale (ad esempio il colera), e soprattutto nella seconda metà del XX secolo (ad esempio l'HIV, la SARS, la COVID-19), è temporalmente e fondamentalmente correlata al modo di produzione capitalistico e alle conseguenti relazioni sociali, al metabolismo sociale alienato dalla natura e alla rapida accelerazione del superamento dei limiti del Sistema Terra.[1] Queste epidemie sono strettamente legate al capitalismo pienamente sviluppato, alla sua elevata velocità e alla circolazione, su lunghe distanze, di merci e lavoratori insieme ad animali, piante e organismi microscopici.[2] Queste interazioni sono mediate dai contatti umani con esistenti microrganismi potenzialmente patogeni - comprese le specie che subiscono un'evoluzione antropogenica - e dal loro impatto, in contesti socialmente costruiti, su popolazioni soggette in modo diseguale a fratture metaboliche e corporee provocate dal capitalismo.
Molte discussioni sulle epidemie presentano un approccio superficiale alle loro "cause", considerate come eventi sfortunati ma naturali e casuali, la cui comparsa non può essere prevenuta o evitata, ma che forse possono essere previsti e affrontati con interventi (ad esempio vaccini, farmaci, migliore ventilazione o acqua meno contaminata) che mediano il contatto con i microrganismi o il loro impatto.[3] Anche alcuni storici marxisti hanno trattato le epidemie, compresa la peste, come parte di «un mondo arbitrario di catastrofi naturali».[4]
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Trump, predatore senza prede
di Pino Arlacchi
Ma chi è davvero Donald Trump? È troppo facile sbarazzarsi dell’interrogativo con la scorciatoia cognitiva della follia e della delinquenza. È troppo facile perché gli psichiatri ci dicono che il delirio di molte patologie mentali è metodico e coerente. E perché la criminologia ci dice che il comportamento criminale è razionale rispetto allo scopo e perciò lucido e prevedibile. Tutto il contrario di un Trump squilibrato e/o malfattore.
Proviamo invece a leggere il presidente americano attraverso il famoso ritratto dei protagonisti del capitalismo dipinto da Fernand Braudel, il maggiore storico del ’900, e attraverso gli studi più recenti sul comportamento animale.
Nella sua opera più nota, Braudel ha disegnato i profili delle singolari creature che si aggirano negli strati più alti del capitalismo occidentale. Quegli ambienti off-limits, avvolti nella nebbia, che l’autore chiama l’antimercato. Zone dove non ci sono più la regolazione e la concorrenza che dominano i piani più bassi del sistema, la “sfera rumorosa della circolazione delle merci”, il mercato dove tutto accade in superficie e dove vige la trasparenza.
I vertici supremi del capitalismo degli ultimi sette secoli, secondo Braudel, sono il regno degli animali da preda: le decine e centinaia di Donald Trump cui non può importare di meno delle regole che valgono per gli animali più deboli. Il “dolce commercio” è pacificatore finché non diventa grande impresa monopolistica o cartello di Stato.
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Gaza e la "verità istantanea"
di Andrea Zhok
Come al solito, con la dovuta calma, dopo che la tempesta è finita e quando cominciano a crescere i fiori sulle tombe, le verità si definiscono.
L'IDF ha ammesso ufficialmente il conteggio di 71.667 palestinesi uccisi nei due anni successivi al 7 ottobre 2023 (è ovviamente legittimo ipotizzare che se questi sono ammessi, in realtà siano ben di più, ma lasciamo stare).
Secondo l'IDF di questi 71.667 ben 20.000 erano combattenti di Hamas.
I parametri per definire cosa sia un combattente di Hamas per Israele sono notoriamente problematici e, diciamo così, "generosi"; ma ammettiamo di nuovo, per un momento, che il dato sia reale.
Questo significa che oltre 51.000 civili (sic!) sono stati sicuramente uccisi dall'esercito.
Ora per piacere continuate a spiegarci che Israele rispetta i civili e che i dati dell'autorità palestinese sono farlocchi (davano 56.000 morti).
Continuate a spiegarci che la repressione iraniana delle rivolte interne chiama in causa la nostra umanità, richiede sanzioni durissime e un cambiamento di regime, anche bombardandoli, ma che per Israele questo è inapplicabile.
Il punto di fondo, semplice, è lo stesso che abbiamo rilevato mille volte, e negli ultimi anni con particolare frequenza.
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“Pecunia non olet” (Il denaro non manda odore)
di Carla Filosa
Dal rapporto OXFAM 2026 si apprende che ci si appresta a cadere nel “baratro della diseguaglianza”, dove si calcola una concentrazione della ricchezza mondiale tra 3.000 ricchi e l’altra metà del mondo in stato di povertà. Ciò significa che 12 uomini più ricchi detengono più denaro di 4,1 miliardi di esseri umani, e che con questi numeri si potrebbe cancellare per ben 26 volte la fame nel mondo. Nella sola Italia si registra un incremento del 10% di miliardari.
Se poi guardiamo all’attuale politica di Trump si riscontrano tagli fiscali, deregolamentazione tecnologica ed esenzione per le multinazionali americane dalla tassazione minima globale del 15%, come fattori che alimentano il divario sociale. Tutto ciò si traduce in potere politico che riposa anche sul possesso di più della metà delle testate mondiali dei media, il cui controllo erode diritti e sicurezza in generale. Gli Usa, inoltre, hanno già da tempo tagliato il 17% dei finanziamenti a cooperazione e sostegno alle fasce deboli del pianeta, per sanità, istruzione e accoglienza, determinando una previsione di 14 milioni di morti entro il 2030, forse per difetto.
Questa breve citazione vuole introdurre un tema che non riguarda lo sdegno – pur inevitabile e giusto – di chi ancora mantiene un concetto di eguale diritto umano alla vita, ma più precisamente di chi cerca di indagare sul punto di partenza e di arrivo del denaro nelle fauci dei vari ricchi, e che già due secoli fa è stato chiamato “la cosiddetta accumulazione originaria” (Marx, Il Capitale, I, 3, VII).
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Quando chi si dice comunista fa il gioco dell’imperialismo
di Nico Maccentelli
Riporto la dichiarazione congiunta di questi partiti comunisti, solo per evidenziare come certe posizioni settarie cadano nel gioco dell’imperialismo.
Non a caso il Partito Comunista Cubano, il Partito Comunista della Federazione Russa e il Partito Comunista Cinese non siano in questa lista. Per non parlare del Partito Comunista Svizzero che ha rilasciato la seguente dichiarazione:
«Il Partito Comunista (Svizzera) segue con attenzione la situazione nella Repubblica Islamica dell’Iran e condanna le evidenti e violente ingerenze promosse dagli Stati Uniti e dall’Entità sionista per destabilizzare il Paese, deviando le inizialmente legittime proteste popolari in risposta alle difficoltà economiche e sociali provocate peraltro proprio dalle pesanti sanzioni imposte dagli USA all’Iran.»
Questo è il mio commento in questo post di Rifondazione Comunista:
«Neanche una parola sul terrorismo sionista del Mossad e della CIA che ha sparato indistintamente su manifestanti e polizia come in Euromaidan, bruciato sedi statali, moschee! Sembra che l’imperialismo attacchi solo dall’esterno… Neanche una parola sulle grandi manifestazioni popolari a difesa della Repubblica Islamica. La sfilza di sigle non toglie il fatto che questa posizione non giova al popolo iraniano, ma all’imperialismo legittimandolo!»
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Silicio e sangue: la strategia di Pechino e la furia del debitore armato
di Pasquale Liguori
Il Wall Street Journal annuncia il tramonto dell'economia cinese, ma gli ordini di chip raccontano un'altra storia. Ecco perché lo squilibrio finanziario globale ci spinge verso l'opzione nucleare
Nella giornata di ieri, l’osservatore che ha sfogliato la stampa internazionale si è trovato di fronte a una dissonanza cognitiva quasi perfetta. Da un lato, il Wall Street Journal pubblica in prima pagina un'autopsia dell'economia cinese intitolata A Doom Loop of Deflation (Una spirale negativa di deflazione), descrivendo un Paese paralizzato dalla sfiducia, con consumatori che non spendono e aziende intrappolate in una competizione suicida. Dall'altro, l'ambasciatore cinese Xu Feihong rivendica in un editoriale sul quotidiano indiano The Hindu una crescita del 5% trainata da “nuove forze produttive” e consumi di qualità, rigettando con sdegno l'accusa di sovrapproduzione.
Chi mente? La risposta non si trova nelle colonne dei giornali, ma qualche utile indizio lo si può rintracciare nei movimenti sotterranei del silicio. La notizia, battuta lo scorso mercoledì da Reuters, del via libera di Pechino all'importazione dei chip Nvidia H200 è la pistola fumante che smentisce la narrazione del collasso e rivela una strategia industriale di una lucidità disarmante.
Per capire perché la “spirale negativa” del Wsj sia una lettura parziale, bisogna analizzare la coreografia dei semiconduttori andata in scena negli ultimi mesi.
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AntiTrump-capitalismo e schizofrenia
di Vincenzo Morvillo
Scrivo sempre meno di questioni prettamente politiche. Lo faccio per non apportare ulteriore confusione in un contesto storico-politico drammaticamente caotico. E anche perché in questi frangenti la possibilità di profferir minchiate è altissima.
In questi mesi preferisco leggere, analizzare, riflettere. E poi di Lenin e Che Guevara in sessantaquattresima ne abbiamo già a iosa. Così come di eminenti analisti politici e geopolitici della domenica.
La fase dunque è quella che è. Tragica e ai limiti del delirio da qualunque angolazione la si guardi. Estesi conflitti regionali, questioni monetarie (dedollarizzazione e alternative al sistema Swift che stanno mettendo in fibrillazione l’impianto egemonico Usa) tracolli energetici, petrolio, aggressioni geostrategiche, neocolonialismo, crisi di valorizzazione del capitale, fanatismo religioso. Tutto deflagrato oggi, sotto le sempre più visibili e fosche insegne di una guerra globale.
Una fase che fisiologicamente sta lasciando emergere le pulsioni occulte e imponderabili dell’essere umano. Le sue più agghiaccianti inclinazioni psichiche, il suo insito sadismo, la sua consustanziale crudeltà. Che sempre fanno capolino dalle stanze oscure dell’inconscio.
È quella fase eminentemente tanatoica che la Storia umana ha sempre provveduto a tirar fuori ciclicamente. Ma che oggi si estende sul piano inclinato di un’isteria collettiva, per la natura stessa delle nostre governance.
Ovvero, di quel sistema capitalistico che risulta, piaccia o no, il più criminale assetto politico-economico che la vicenda umana ricordi.
L’ultima tra le fasi storiche tanatoiche in senso assoluto ha riguardato, com’è noto, gli anni Trenta del secolo scorso, dopo la crisi strutturale del ’29. Con l’affermazione del fascismo e del nazismo e il conseguente secondo conflitto mondiale.
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La Cina determinata a vincere la guerra alla corruzione nell'esercito: il caso del generale Zhang Youxia
di Marinella Mondaini*
In Cina, ancora nello scorso novembre, è stato dato inizio a una massiccia campagna contro la corruzione. La Commissione Centrale per l'Ispezione Disciplinare del PCC a novembre annunciò sul suo sito web di aver avviato un'indagine su Liu Xiwen, vicesegretario del Comitato Municipale di Pechino del Partito Comunista Cinese, a capo del Dipartimento del Lavoro Organizzativo. Secondo i media cinesi, la funzionaria era sospettata di "gravi violazioni disciplinari", una formulazione che implica solitamente accuse di corruzione. Dopo di che, fu avviata un'indagine disciplinare interna al partito nei confronti del vicesindaco di Shanghai, Ai Baojun, che è anche membro del comitato municipale del PCC di Shanghai. Entrambi i funzionari, rimossi dai loro incarichi e processati, sono stati soprannominati "le grandi tigri cadute da cavallo". La campagna anticorruzione all'interno del Partito Comunista Cinese si è intensificata dopo l'ascesa al potere della "quinta generazione" di leader, guidata dal Presidente cinese e Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC Xi Jinping, nel 2012-2013. Un lavoro di “pulizia” che è proseguito incessantemente. Ieri si è saputo che un generale cinese è stato accusato di corruzione e di aver divulgato informazioni sulle armi nucleari agli Stati Uniti. Si tratta nientemeno che il braccio destro di Xi Jinping: il generale Zhang Youxia, accusato di “crimini su larga scala contro il Paese”.
Il Wall Street Journal l’ha definito “un fidato consigliere militare di Xi Jinping”. L'ex CEO della China National Nuclear Corporation ha testimoniato contro di lui. Il generale deve rispondere di una serie di accuse: accettazione di tangenti per promozioni, creazione di cricche politiche, tentativo di costruire reti di influenza che minano l'unità del partito e abuso di potere nel massimo organo militare del Partito Comunista. Alcuni analisti sostengono che l'ultima repressione della corruzione e della slealtà nell'esercito da parte di Xi Jinping rappresenta il più radicale rimpasto nella leadership militare cinese dai tempi di Mao Zedong.
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L’energia della guerra
di Enrico Tomaselli
Un aspetto poco sottolineato dell’attuale fase storica, fondamentalmente caratterizzata dal declino dell’impero statunitense – e conseguentemente dal totale riassetto degli equilibri globali – è l’importanza della questione energetica, e in particolare dei suoi intrecci e connessioni.
È ovviamente abbastanza intuitivo che la capacità di alimentare le esigenze energetiche industriali e degli apparati militari, a loro volta strettamente connessi tra di loro, rappresentano un fattore chiave per il mantenimento di una posizione di potenza. Ma, appunto, se si va a osservare la questione più in profondità emergono delle considerazioni estremamente interessanti.
Cominciamo col dire che, nonostante tutta una serie di impegni e di politiche attive, i combustibili fossili rimangono di gran lunga il principale fattore energetico mondiale, e tutto lascia intendere che manterranno un ruolo predominante ancora per decenni. Paradossalmente, proprio le politiche green (auto elettriche) sono uno dei fattori che contribuiscono a mantenere elevata la domanda di energia fossile. Infatti, benché a livello mondiale la produzione di energia elettrica sia ormai largamente dovuta a fonti rinnovabili (37%), la domanda cresce a velocità vertiginosa, tanto da rendere estremamente impossibile l’abbandono graduale delle altre fonti energetiche. Solo il carbone – oggi fonte di produzione di energia elettrica per un 32% – segna un significativo trend in calo.
Ma il vero elemento nuovo è l’esplosione della domanda energetica legata allo sviluppo e all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale (AI). Nel 2024, i data center globali hanno consumato circa 415 TWh, una cifra superiore all’intero fabbisogno energetico del Regno Unito. In Irlanda, i data center consumano già il 21% dell’elettricità nazionale [1]. E, ricordiamolo, l’AI è non solo il comparto che traina il PIL degli Stati Uniti (e probabilmente una gigantesca bolla finanziaria), ma anche il settore su cui oggi Cina e Stati Uniti focalizzano la propria competizione e sul quale soprattutto gli USA puntano per mantenere-rafforzare la propria posizione dominante.
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Sui difensori in Italia del neo imperialismo (scomposto) di Trump
di Andrea Zhok
Il posizionamento dell’opinione pubblica italiana nei confronti delle politiche dell’amministrazione Trump non vale, naturalmente, come fattore di politica internazionale (la nostra opinione, pubblica o di vertice, non influenza in alcun modo la politica americana). Esso conta tuttavia come elemento di autocomprensione e di consapevolezza politica interna.
Ora, di fronte ai non pochi che continuano a difendere, magari a denti stretti e con varie contorsioni, le politiche dell’amministrazione Trump, io ho – almeno in parte – comprensione psicologica. Ne capisco fino a un certo punto la dinamica mentale.
Trump è stato eletto come alfiere populista del movimento MAGA, con un’agenda che si voleva:
• Avversa al “Deep State” e al predominio degli interessi finanziari “macro” rispetto alle istanze della piccola proprietà (la “piccola borghesia” e il “proletariato qualificato”, nella terminologia tradizionale);
• Contraria alle derive “Woke” e agli eccessi del politicamente corretto nell’amministrazione, nella scuola, nell’accademia americane;
• Contraria a una politica di presenzialismo imperialistico sul piano mondiale, favorevole all’isolazionismo, a una maggior cura dei problemi interni agli USA;
• Favorevole a un ripristino dell’ordine interno e a una limitazione di processi migratori incontrollati;
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Quella voglia matta di “indipendenza” dagli Usa
di Dante Barontini
Se si esce dalla nebbia delle dichiarazioni di principio o di bon ton diplomatico si vede subito che l’area euro-atlantica sta diventando ex. Al punto che la testata POLITICO ha individuato un indipendence moment per l’Europa. Un momento che racchiude necessità impellenti, dipendenze da eliminare, alternative da trovare. Quasi impensabile solo un anno fa, quando la fedeltà euro-atlantica era un presupposto per essere ammessi in società, assunti nei media, candidati alle elezioni, rilevati nei sondaggi e anche essere inclusi tra gli “umani”…
Già limitandosi a questa nuova consapevolezza, senza neanche entrare nel merito delle diverse questioni, appare evidente che l’Unione Europea, così come è stata costruita, non è in grado di affrontare la realtà. Costruita su trattati influenzati da una teoria economica fasulla secondo cui la spesa pubblica è sempre sbagliata e “il mercato” va lasciato agire in libertà, anzi favorito e “non disturbato” (Meloni dixit) in quanto spazio “neutro”, si ritrova improvvisamente in una congiuntura in cui l’economia e il commercio sono utilizzati come strumenti di forza e sopraffazione, rispondendo a input decisi politicamente. Fuori gioco e fuori fase, insomma.
La dirigenza europea selezionata in base a quella impostazione, e abituata ad adottare decisioni già preconfezionate da un “pilota automatico”, non può neanche elaborare un piano organico di lunga durata che prevede competenze da “statisti” (visione, progetto, gestione del rischio, immaginazione creativa, ecc).
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Quindi, cari giornalisti, dobbiamo tifare contro l'Iran?
di Alessandro Orsini*
Dobbiamo tifare contro l'Iran?
Quindi, cari giornalisti del Corriere della Sera, voi mi state dicendo che dovremmo tifare per il rafforzamento, addirittura per il trionfo, di un ordine internazionale a guida americana, responsabile di un genocidio e dell'uccisione di decine di migliaia di bambini a Gaza e non soltanto? Quindi, cari Ernesto Galli della Loggia, Luciano Fontana, Federico Rampini, eccetera, se capisco bene, noi dovremmo tifare affinché trionfino coloro che hanno armato, finanziato e compiuto un genocidio? Noi italiani dovremmo tifare contro chi impone il velo alle donne, in favore di chi sta compiendo un genocidio? Quindi, fatemi capire un attimo: l'imposizione del velo alle donne è più grave di un genocidio? Se lo Stato che impone il velo alle donne merita di essere bombardato, che cosa merita lo Stato che compie un genocidio? Non sto pronunciando giudizi, critiche o condanne. Sono mosso soltanto da un intento conoscitivo. È soltanto per capire la logica degli editorialisti del Corriere della Sera e, in generale, della grande stampa italiana.
Tifiamo tutti per la Casa Bianca, che ha armato e finanziato il genocidio del popolo palestinese, contro Teheran?
Vorrei chiedere, molto gentilmente, a Luciano Fontana e ai suoi editorialisti, se potessero formulare il loro pensiero con chiarezza. Faccio un esempio di ciò che intendo per "chiarezza": "Sì, professor Orsini, noi tifiamo per la Casa Bianca, che ha armato e giustificato lo sterminio di 20.000 bambini palestinesi, contro Teheran".
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La lezione di Davos: pirati, ladri, ma anche truffatori
di comidad
La giornalista americana Jill Abramson, ex direttrice del “New York Times”, ha definito il Forum di Davos un “circolo di segaioli”; e infatti all’appuntamento annuale di Davos ormai non può mancare Javier Milei, resosi famoso appunto per le sue gesta di motosegaiolo nella campagna elettorale presidenziale. Una settimana fa il presidente argentino Milei ha pronunciato un altro discorso a Davos, citando l’economista di “scuola austriaca” Israel Kirzner, secondo il quale i socialisti non contestano al capitalismo di essere più efficiente in termini di produttività, bensì lo accusano solo di non essere giusto. C’è un sistema infallibile per prevalere in qualsiasi discussione, ed è quello di attribuire agli altri cose che non hanno mai detto. Tutto il castello di elucubrazioni messo in campo dai ghost writer di Milei si basa infatti su questa affermazione palesemente falsa. Non è affatto vero che la critica del capitalismo (o sedicente tale) si sia limitata all’aspetto etico; semmai il disastro etico del cosiddetto capitalismo viene evidenziato proprio dal carattere mistificatorio della sua narrativa efficientista. Uno degli innumerevoli esempi di fallimento in termini di efficienza del cosiddetto capitalismo, è lo stesso Milei, dato che, dopo due anni di trionfalismo “liberista”, è stato salvato da un prestito americano; in altri termini, Milei ha contratto un altro debito, che gli consente per qualche tempo di ripagare gli interessi sui debiti che ha col Fondo Monetario Internazionale.
Un’altra affermazione del tutto arbitraria di Milei è quella di presentare il Venezuela come prova del fallimento del socialismo.
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Una filosofia della resistenza
di Antonio Martone
L’urto del presente: lo scarto come resistenza nell’epoca della tecnica
Il tempo che abitiamo richiede una vivisezione spietata, condotta senza il riparo di consolazioni metafisiche o messianiche. Al centro della riflessione contemporanea emerge con forza la necessità di indagare non un’idea astratta di umanità ma l’urto brutale tra la corporeità vivente e l’intelaiatura d’acciaio della tecnica. È in questa frizione che si gioca la possibilità di un pensiero ancora capace di mordere il reale, spogliato da ogni retorica del progresso e restituito alla sua nuda, drammatica evidenza.
La desertificazione interiore nella città elettronica
Il punto di partenza è la presa d’atto di uno sradicamento profondo: una lacerazione che non riguarda solo i luoghi geografici, ma l’architettura stessa della psiche. La mutazione antropologica in corso si manifesta come un processo di desertificazione interiore, alimentato da un ambiente - la “città elettronica (e-city)” - che non funge più da estensione delle facoltà umane, ma da dispositivo che le assorbe e le neutralizza. In quest’orizzonte, la tecnica smette di essere uno strumento per diventare un’ontologia: un modo d’essere che ridefinisce l’umano a propria immagine e somiglianza.
Nello spazio iper-connesso, il tempo subisce una contrazione violenta che vira verso un istante perpetuo: un eterno presente che divora ogni prospettiva futura
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Lettera aperta al Prof. Giovanni Rezza
di Alessandro Mariani
Una recente intervista al professor Giovanni Rezza (pubblicata in AD a cura di Luca Busca) pone il rilevantissimo tema della funzione di spartiacque svolta dalla pandemia da Covid 19. Concordando con la tesi dell’intervistatore, per il quale dal 2019 in poi in poi “l’Italia è [diventato] un paese lacerato dalla contrapposizione di tifoserie contrapposte: vax/novax, atlantisti/filoputin sionisti/filohamas ecc”, ritengo apprezzabile il fatto che, diversamente dalla maggior parte dei suoi colleghi, l’ex Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute abbia affrontato un argomento tutt’altro che comodo.
A mio giudizio è del tutto auspicabile la trasformazione dello scontro di allora in un odierno confronto che tenga conto, oltre che delle ragioni delle parti dei rispettivi ruoli. Allo stesso tempo tengo a sottolineare che per quel che riguarda la sfiducia generalizzata sul ruolo degli esperti (che è tra i lasciti più consistenti di quella esperienza) ciò non rappresenti sempre e necessariamente un male. Per questo motivo avanzerò alcune critiche all’indirizzo del professore e, va da se, che semmai egli avesse tempo e voglia di rispondermi glie ne sarei personalmente grato.
La prima critica è, per così dire, un atto dovuto ed è relativa al suo richiamo al principio dell’ evidence based medicine basato su trial clinici, che porrebbe la medicina su un altro piano rispetto ad altre scienze applicate Da uomo di scienza qual è egli sa bene che tale principio è stato sottoposto a molteplici critiche, metodologiche, filosofiche e pratiche; in particolare si è detto che con la sua integrale applicazione si perda la dimensione clinica, interpretativa e umana della cura. Stante il mio status di cuisque de populo però, tralascio l’ulteriore approfondimento di un tema peraltro poco o nulla confacente all’economia di questo scritto.
Incentrerò invece l’ intervento sul piano sociologico e politico laddove l’apprezzamento per il contenuto dell’intervista è totale per le considerazioni relative alla polarizzazione delle posizioni dell’opinione pubblica sull’attuale situazione geo-politica ma trova uno scoglio insormontabile, su un altro aspetto.
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Sul modello economico e sociale cinese
di Ernesto Screpanti
Riprendiamo dall’ultimo numero di Alternative per il socialismo l’articolo di Ernesto Screpanti –
La sinistra è giustamente schierata con la Cina e i Brics+ nel valutare gli attuali conflitti geopolitici e geoeconomici. Il multipolarismo portato avanti dalle economie emergenti lo vediamo come una valida alternativa all’unipolarismo o bipolarismo cui sembra puntare l’imperialismo americano al suo tramonto. Questa preferenza però innesca un meccanismo psicologico – la tendenza a considerare nostro amico il nemico del nostro nemico – che c’induce a dare credito alle ideologie di autorappresentazione del soggetto per cui proviamo simpatia. Così una presa di posizione geopolitica rischia di diventare un’ingiustificata discriminante di classe: I cinesi tendiamo ad arruolarli tra le schiere del proletariato internazionale, nella speranza che alla fine stiano per arrivare i nostri1.
Ecco perché recentemente mi è capitato di leggere e ascoltare diverse favole sulla natura sociale e politica della Cina, compresa quella secondo cui si tratterebbe di un socialismo e una democrazia con caratteristiche cinesi. Sono favole fuorvianti che è necessario sfatare, anche se sono pochi quelli che ci credono. Lo farò come si può fare in un articolo di una dozzina di pagine. Ma penso che le cose essenziali si possano dire in modo semplice e sintetico. E, per limitarmi all’essenziale, lo farò concentrando l’attenzione sugli aspetti strutturali, industriali e sociali dell’economia cinese. Ignorerò le dinamiche congiunturali, gli aspetti finanziari, le bolle immobiliari, il fallimento di Evergrande eccetera. Visto che tratterò di capitalismo, imperialismo e socialismo, è necessaria una breve premessa teorica. Il capitalismo lo definirò come un sistema economico in cui il lavoro è mobilitato con il contratto di lavoro subordinato e il controllo dei mezzi di produzione è assegnato al capitale, il quale usa il lavoro salariato per estrarre plusvalore e impiega il plusvalore per valorizzare e accumulare il capitale stesso. L’imperialismo lo definirò come un sistema di potere internazionale in cui il capitale di un paese sfrutta risorse umane e naturali di un altro paese e usa il plusvalore e la ricchezza così estratti per valorizzare e accumulare il capitale su scala mondiale.
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Da Monroe a Donroe, dalla Groenlandia a Carney
di Michael Roberts
In questo articolo, Roberts esamina le basi storiche ed economiche della disputa sulla Groenlandia e le minacce degli Stati Uniti. Secondo l'autore, l'"armonioso" mondo capitalista della cooperazione globale, guidato da uno Stato egemonico in alleanza con altre "democrazie" capitaliste che stabiliscono le regole per gli altri, è finito.
* * * *
Oggi il presidente degli Stati Uniti Trump terrà il suo discorso davanti ai leader politici ed economici del capitalismo mondiale riuniti al Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera. Il tema principale sarà, sorprendentemente, l'isola artica della Groenlandia.Groenlandia? Come mai un'area ricoperta per lo più da ghiaccio ha questo nome? A quanto pare, si trattò di una strategia di marketing ideata dagli esploratori vichinghi che arrivarono oltre mille anni fa. Chiamarla "verde" era un tentativo di attirare migranti nell'area affinché la occupassero. Ironia della sorte, oggi la Groenlandia sta diventando più verde a causa dei cambiamenti climatici. Una recente ricerca pubblicata nel 2025 mostra che la calotta glaciale della Groenlandia si sta sciogliendo rapidamente, consentendo alla vegetazione di diffondersi in aree un tempo dominate dalla neve e dal ghiaccio. Negli ultimi trent'anni, si stima che 11.000 miglia quadrate della calotta glaciale e dei ghiacciai della Groenlandia si siano sciolte. Questa perdita di ghiaccio è leggermente superiore alla superficie dello Stato del Massachusetts e rappresenta circa l'1,6% della copertura totale di ghiaccio e ghiacciai della Groenlandia.
La Groenlandia fa parte geograficamente del continente nordamericano, ma appartiene (anche se in modo autonomo) alla Danimarca. Ai danesi piace dire "Regno di Danimarca", proprio come gli inglesi parlano del "Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord". L'eredità coloniale monarchica rimane. E sappiamo cosa può significare il colonialismo per le popolazioni indigene del Nord America.
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Rojava, curdi, Ypg e le sirene della sinistra
di David Insaidi
Nel marzo del 2011 inizia, sull’onda delle “Primavere arabe”, una ribellione anche in Siria. All’inizio solo in una città, Dar’a, per poi propagarsi rapidamente in tutto il resto del paese. Curiosamente, questo accade proprio quando il governo siriano si era mostrato disponibile ad attuare una serie di riforme. Nessuno qui mette in dubbio la legittimità delle proteste popolari e le manifestazioni di malcontento (fin quando sono davvero tali).
Un’osservazione, però, va fatta: credo che non esista alcun paese al mondo in cui non ci sia una parte della popolazione scontenta per qualche motivo, e in cui spesso tale malcontento non si esprima nelle piazze in forma di protesta contro il governo (tranne forse nei paradisi fiscali, i quali però si possono considerare dei paesi ‘artificiali’). Nella quasi totalità dei casi, tuttavia, non si assiste mai a una rapidissima creazione e proliferazione di gruppi armati e organizzatissimi, i quali in breve tempo vanno a costituire dei veri e propri eserciti, dotati di numerose armi, mezzi, ben finanziati e pronti a combattere.
Se a tutto ciò si aggiungono anche le dichiarazioni di un po’ tutti i leaders occidentali, i quali, a cominciare dall’allora presidente USA, Barack Obama, fin da subito incitavano alla caduta di Assad e all’abbattimento del “regime siriano”, solo un ingenuo può credere che la rivolta armata siriana sia stata del tutto spontanea e che non fosse stata preparata già da tempo, con evidenti contributi (per non dire altro) esterni al paese. Fatto sta che in breve tempo sorge l’ELS (“Esercito di Liberazione Siriano”) e altre formazioni, tra cui il tristemente noto ISIS.
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L’alleanza transatlantica ha passato il Rubicone
di Fabrizio Poggi
È vero, Kiev sta gelando, ma non ci sono alternative alla guerra: questa la sostanza delle declamatorie pronunciate dal Segretario NATO Mark Rutte alla commissione affari esteri del Parlamento europeo. Nei fatti, nonostante la catastrofe umanitaria in alcune città ucraine, l’Occidente continua a pompare con armi e soldi la junta nazigolpista, insistendo nel proseguire la guerra.
I combattimenti si svolgono in prima linea, ha detto Rutte, ma la Russia colpisce anche le principali città, attaccando le infrastrutture e lasciando gli ucraini letteralmente al freddo, senza calore, luce e acqua, ha finto di lacrimare Rutte. E mentre racconta che «Donald Trump e la sua squadra stanno facendo ogni sforzo per fermare lo spargimento di sangue», mente consapevolmente, sproloquiando che «gli europei li sostengono», quando, al contrario, Bruxelles e le cancellerie europee fanno di tutto perché la guerra vada avanti. Del resto, si sbugiarda subito, dicendo che la «coalizione di paesi guidata da Gran Bretagna e Francia sta lavorando per fornire forti garanzie di sicurezza, compreso lo stazionamento di truppe sul suolo ucraino dopo l'accordo di pace». Questo, quando tra le poche indiscrezioni filtrate sui due giorni di colloqui ad Abu Dhabi, c'è proprio anche il punto determinante del rifiuto di qualsiasi forza di paesi NATO in territorio ucraino.
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La repubblica degli idioti
di Pierluigi Fagan
Nell’immagine la parte della mia ristretta biblioteca dedicata all’argomento “Democrazia”. Mancano tutti i filosofi politici, gli economisti, altra parte di testi e degli studiosi dei Greci antichi e i testi di storia specie antica che stanno da altre parti. Solo per dire che è un argomento complesso sebbene i più pensino di conoscerlo.
Appena terminata la lettura dell’ennesimo studio dell’argomento nel pensiero politico occidentale (P. Butti de Lima, Democrazia, Le Monnier Università, 2019, dalla scrittura non invitante), ho trovato riferite due posizioni già espresse in pensatori del passato che però mi permettono di commentare.
La prima è formale attiene cioè alla forma del voluminoso contributo di critiche e idee prodotto dalla lunga sequenza di filosofi politici che ne hanno parlato ed è di Machiavelli. Il fiorentino aveva simpatie per il governo popolare, forse poco note e nei Discorsi sentenzia che sino ad allora (ma vale anche per il dopo di allora) gli intellettuali si erano conformati al potere dominante per cui straparlavano contro il popolo tanto quanto erano cauti e servili quando parlavano dei dominanti.
In effetti, la casta intellettuale, spesso non solo è generalmente parte del potere in atto o risente dei suoi condizionamenti (anche gli intellettuali “tengono famiglia”), ma si diletta spesso a parlare di cose che neanche conosce e più spesso si riferisce a concetti astratti o l’uno fa polemica contro l’altro stante che entrambi parlano di cose appese per aria.
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La storia è ripartita (note su Todd)
di Davide Miccione
Sebbene l’edizione in nostro possesso de La sconfitta dell’Occidente (Fazi 2024) di Emmanuel Todd sfoggi in quarta di copertina inarrivabili complimenti da parte di grandi intellettuali e acuti interpreti del nostro oggi (Cardini, Agamben, Carlo Galli e Pino Arlacchi) e sebbene nello specifico Cardini parli di “evento intellettuale”, questo volume ha ricevuto ben poca attenzione dalle principali testate giornalistiche. Poche parole e sbrigative. E del resto, l’intero libro di Todd è una calma, documentata (e per questo ancor più inoppugnabilmente offensiva) demolizione, con punte financo d’irrisione, di ciò che l’uomo medio sedicente colto occidentale pensa del mondo forse da una trentina d’anni a questa parte e certamente dall’inizio del conflitto russo-ucraino. Todd smantella, con una scelta ragionata e un uso implacabile dei dati, quello che pensa l’editorialista unico occidentale delle testate mainstream, il neoatlantista, l’europeista post-industriale ma pre-bellico.
Il libro è molto ambizioso e aleggia tra le pagine un’aria lievemente vaticinante che l’indubbia capacità predittoria di Todd (mostrata ai lettori già alla fine degli anni Settanta profetizzando il collasso dell’Unione Sovietica) lo porta ad assumere. Il testo, nonostante le 354 pagine dell’edizione italiana, è a volte sbrigativo e altre dispersivo passando da questioni fondanti e generali ad altre più legate all’attualità. Del resto l’obiettivo che si pone, la descrizione/spiegazione del declino dell’Occidente è un boccone molto grande da masticare e forse necessiterebbe, per essere ben condotto, di una vocazione teoretica maggiore e di una mole hegelo-spengleriana. Ciononostante rimane un libro imperdibile e di rara ricchezza e intelligenza.
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Daniela Cremona, Biografia di una rivista
«Quaderni piacentini» e il Sessantotto
di Stefano Nutini
Daniela Cremona, Biografia di una rivista. «Quaderni piacentini» e il Sessantotto, a cura di Gianni D’Amo, Calendasco, Le Piccole Pagine, 2025
È stato pubblicato di recente un libro prezioso sui «quaderni piacentini» (le minuscole sono filologicamente d’obbligo); ne è autrice Daniela Cremona, è intitolato Biografia di una rivista. «Quaderni piacentini» e il Sessantotto ed è pregevole sotto molti aspetti. Vediamoli subito, per chiarire per quali motivi ne raccomando l’uso e la lettura. Innanzitutto l’impianto, che è quello di un’accuratissima lettura dall’interno della rivista, che ne ricostruisce la storia materiale, organizzativa, redazionale, oltre ovviamente a quella politica e culturale: una trattazione che non trascura né i tragitti, i contributi e le esperienze dei singoli collaboratori né il contesto in cui il periodico si situò (qui affrontato concentrandosi sulla prima serie, quella autogestita, dal 1962 al 1980). Credo che si possa affermare tranquillamente che nessun’altra rivista di quegli anni abbia avuto un’attenzione paragonabile allo studio paziente che l’autrice le ha dedicato. Merito indubbio di Daniela Cremona, prematuramente scomparsa nel 2012, che ne fece oggetto della sua tesi di laurea nel 1995, oltre che della rilevanza del periodico, che Rossana Rossanda ha persuasivamente definito «certo non l’unico, ma per molti versi il più significativo del ‘68 innovatore». Altri motivi d’interesse della trattazione sono a mio parere la grande cura documentaria, che non esclude puntuali prese di distanza critica su alcune posizioni emergenti, e la capacità d’individuare, lungo il percorso della rivista, gli articoli e le congiunture più rilevanti e dirimenti, riassumendoli e problematizzandoli. Proverò ad adottare la medesima disposizione, prendendo spunto, per quanto segue, da alcuni di questi “tornanti”.
I «quaderni piacentini» nascono, come non poche altre esperienze politico-culturali di provincia, tra i tardi anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, da collettivi o da esperienze personali che dapprima si “mettono alla prova” nell’organizzazione di “cineforum” o cicli di dibattiti (e qui il pensiero corre all’esperienza del “lavoro culturale” di Bianciardi, rispetto al quale Daniela Cremona lamenta giustamente la singolare incomprensione da parte dei «quaderni piacentini»).
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Dall'illusione umanitaria alla resistenza necessaria: il momento critico del Sud globale
Rong Jianxin per Wenhua Zongheng intervista Matteo Capasso e Walaa Alqaisiya*
Il 20 gennaio 2026 ha segnato il primo anniversario dell'insediamento di Trump. Tre giorni prima, lo stesso Trump ha minacciato di imporre dazi doganali a otto paesi europei, annunciando che le aliquote sarebbero aumentate progressivamente al 10% e quindi al 25% fino al raggiungimento di un accordo relativo all'"l'acquisizione completa e totale della Groenlandia da parte degli Stati Uniti". Medvedev ha commentato ironicamente che "rendere l'America di nuovo grande" (MAGA) equivale a "rendere la Danimarca di nuovo piccola e l'Europa di nuovo povera". Una verità che, secondo lui, "anche gli idioti hanno finalmente capito".
Come dovremmo interpretare sistematicamente gli interventi internazionali ad alta frequenza e intensità del primo anno di presidenza Trump? Con tre anni ancora davanti, come evolverà l'ordine internazionale?
In questa intervista, Matteo Capasso e Walaa Alqaisiya docenti presso l’Istituto di Studi sul Medio Oriente all’Università del Nord-Ovest in Cina sostengono in modo incisivo che l'ordine mondiale del secondo dopoguerra, le istituzioni internazionali e persino i valori “umanitari” alla base di questo sistema sono sempre stati strumenti per la ricerca del profitto imperialista e non qualcosa caduto in obsolescenza sotto Trump. Dalle campagne contro terrorismo e droga fino al premio Nobel per la pace, questo frame ha permesso all'interventismo americano di prosperare a livello globale: Gaza e il Venezuela di oggi non sono che versioni evolute dell'Iraq e della Siria di ieri. Tuttavia, a differenza delle nazioni europee che ancora si aggrappano alle speranze di un ordine internazionale, gli Stati Uniti in declino hanno riconosciuto con anticipo la legittimità ormai vacillante di queste armi morali, scartandole in modo deciso per perseguire invece il consolidamento interno e affermare l'egemonia esterna.
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Gli articoli più letti degli ultimi tre mesi
Salvatore Palidda: Dall’autonomizzazione fallita alla nuova subalternità
Giacomo Gabellini: La National Security Strategy dell’Amministrazione Trump: un bagno di realtà
Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi
Stefano Dumontet: Eugenetica e colonialismo. Nel cuore del dominio occidentale
Marco Travaglio: A chi inviamo le armi?
John J. Mearsheimer: Il futuro cupo dell’Europa
Andrea Zhok: Diario politico di un martirio – Palestina, 2023-2025
Il Pungolo Rosso: L’inesistente “buona guerra” di Massimo Cacciari
Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
Gli articoli più letti dell'ultimo anno
Carlo Di Mascio: Il soggetto moderno tra Kant e Sacher-Masoch
Jeffrey D. Sachs: La geopolitica della pace. Discorso al Parlamento europeo il 19 febbraio 2025
Salvatore Bravo: "Sul compagno Stalin"
Andrea Zhok: "Amiamo la Guerra"
Alessio Mannino: Il Manifesto di Ventotene è una ca***a pazzesca
Eric Gobetti: La storia calpestata, dalle Foibe in poi
S.C.: Adulti nella stanza. Il vero volto dell’Europa
Yanis Varofakis: Il piano economico generale di Donald Trump
Andrea Zhok: "Io non so come fate a dormire..."
Fabrizio Marchi: Gaza. L’oscena ipocrisia del PD
Massimiliano Ay: Smascherare i sionisti che iniziano a sventolare le bandiere palestinesi!
Guido Salerno Aletta: Italia a marcia indietro
Alessandro Mariani: Quorum referendario: e se….?
Elena Basile: Nuova lettera a Liliana Segre
Michelangelo Severgnini: Le nozze tra Meloni ed Erdogan che non piacciono a (quasi) nessuno
Michelangelo Severgnini: La Libia e le narrazioni fiabesche della stampa italiana
Diego Giachetti: Dopo la fine del comunismo storico novecentesco
comidad: La fintocrate Meloni e l'autocrate Mattarella
Carlo Di Mascio: Diritto penale, carcere e marxismo. Ventuno tesi provvisorie
Manlio Dinucci: Washington caput mundi
Giorgio Cremaschi: Alla larga dai No Pax!
Il Chimico Scettico: Bias per la "scienza": perché l'intelligenza artificiale non critica
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto









































