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Le ragioni della crisi dell'auto tedesca ed europea e dell'affermazione dell'auto cinese
di Domenico Moro
Mentre l’opinione pubblica europea ed italiana è concentrata sull’immigrazione come fonte dei problemi dell’Europa occidentale e in particolare dell’abbassamento dei salari, le vere cause della profonda crisi sociale in atto sono ignorate. Nell’ultimo periodo, però, sono accaduti alcuni fatti che dovrebbero far riflettere le opinioni pubbliche dell’Italia e dell’Europa. In Italia al ministero dell’industria è saltata l’intesa tra i sindacati e la Natuzzi, multinazionale leader mondiale dei divani in pelle, che aveva deciso di chiudere due fabbriche nel barese e trasferire la produzione in Romania, dove da anni c’è una sua fabbrica. La chiusura non impatterà solo sui lavoratori di Natuzzi, ma anche su 600 piccole e medie imprese tra Puglia e Basilicata, fornitrici di Natuzzi. Ma la notizia più importante viene dalla Germania, dove un periodico ha rivelato il piano della Volkswagen, secondo produttore mondiale di auto, di licenziare 100mila lavoratori, più del 15% della forza lavoro globale. Si tratta di una delle ristrutturazioni più importanti della storia industriale. Ancora più importante è che tale ristrutturazione sarà incentrata nel cuore della multinazionale, in Germania, dove 50mila addetti verranno licenziati e quattro stabilimenti saranno chiusi.
Non si tratta, però, solo della Volkswagen, ma di tutta l’industria europea dell’auto, che a sua volta rappresenta solo il picco della crisi della manifattura dell’Europa occidentale, che rischia di imprimere una accelerazione alla deindustrializzazione. La multinazionale statunitense Ford ha annunciato tagli del 14% sulla forza lavoro europea (3.900 occupati) in Spagna, Regno Unito e soprattutto in Germania. La Mercedes, dopo aver licenziato 4mila lavoratori con uscite volontarie alla fine del 2025, ha dichiarato di voler procedere ad altri licenziamenti, risparmiando un miliardo di euro sui dipendenti entro l’anno prossimo. La Bmw prevede una riduzione dell’organico del 5% a livello globale entro la fine dell’anno. La crisi dell’auto impatta anche sui produttori di componentistica, ad esempio la tedesca Bosch ha programmato tagli di 18.500 dipendenti. I timori sono molto forti anche per i componentisti dell’auto italiani, che hanno i loro clienti più importanti nei produttori tedeschi, ai quali va il 20% delle esportazioni di parti e accessori di veicoli a motore, anche se il suo valore (2,9 miliardi di euro nel 2025) incide poco sull’export manifatturiero totale italiano verso la Germania (72,2 miliardi)[i].
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Rudd, il marxismo di Xi Jinping e Palantir
di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli
Il pensiero di Xi Jinping, letto perfino da osservatori anticomunisti come Kevin Rudd e dagli strateghi tecnologici di Palantir, mostra la centralità del marxismo, della pianificazione e della direzione politica nel successo storico della Cina contemporanea
Kevin Rudd è un politico australiano che è stato primo ministro dal 2007 al 2010 e nuovamente nel 2013. Apertamente anticomunista, egli è in ogni caso lucido e intelligente e pertanto in grado sia di leggere con cura la relazione tenuta da Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, al XX Congresso del Partito tenutosi nell’ottobre 2022, sia di analizzarla con onestà, a differenza dei finti tonti della sinistra occidentale anticinese [1].
In quell’occasione, Rudd aveva, tra le altre cose, evidenziato che il termine “lotta” compariva alcune decine di volte nella relazione di Xi Jinping, e alla sua giusta osservazione si può subito aggiungere come vi siano anche una dozzina di aperti riferimenti, sempre nel rapporto del segretario del Partito Comunista Cinese, rispetto al marxismo, al materialismo dialettico e a quello storico: estratti che demoliscono ancora di più la favoletta sul Partito Comunista Cinese che “finge” di essere comunista e marxista.
Riportiamo alcune di queste citazioni tratte dalla relazione congressuale di Xi Jinping, per non lasciare spazio a dubbi:
“Abbiamo istituito e sostenuto un sistema fondamentale per garantire il ruolo guida del marxismo in ambito ideologico”.
“Il marxismo è l’ideologia guida fondamentale su cui si fondano e prosperano il nostro Partito e il nostro Paese”.
“La solida guida teorica del marxismo è la fonte da cui il nostro Partito trae la sua ferma convinzione e che gli consente di cogliere l’iniziativa storica”.
“Adattare il marxismo al contesto cinese e alle esigenze dei tempi è un processo di ricerca, rivelazione e applicazione della verità”.
“I comunisti cinesi sono profondamente consapevoli che solo integrando i principi fondamentali del marxismo con le realtà specifiche e la raffinata cultura tradizionale della Cina, e solo applicando il marxismo dialettico e storico, possiamo fornire risposte concrete alle grandi questioni poste dai tempi e scoperte attraverso la pratica, e possiamo garantire che il marxismo conservi sempre il suo vigore e la sua vitalità”.
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La cosmotecnica e il ritorno delle civiltà
di Antonio Martone
Recensione a: Alessandro Visalli, Oltre l’Occidente. Nell’ombra di un tramonto epocale, Meltemi, Milano 2026
I
Negli ultimi decenni la filosofia politica ha rivolto la propria attenzione soprattutto ai processi di globalizzazione, alla crisi della sovranità, alla finanziarizzazione dell’economia, alle trasformazioni della democrazia liberale e, più recentemente, all’impatto delle tecnologie digitali sulle forme della vita collettiva. Anche quando si è confrontata con il mutamento degli equilibri internazionali, lo ha fatto prevalentemente attraverso categorie economiche o giuridiche: capitalismo, governance, biopolitica, neoliberalismo, diritti, Stato. Meno frequente è stato, invece, il tentativo di assumere le civiltà come oggetto specifico della riflessione filosofica. Dopo la stagione inaugurata da autori come Toynbee, Spengler o, in forme profondamente diverse, Huntington, la nozione stessa di civiltà è progressivamente uscita dal lessico della teoria politica, gravata dal sospetto di essenzialismo o ridotta a categoria descrittiva della storia delle culture.
È precisamente su questo terreno che si colloca il nuovo libro di Alessandro Visalli. Oltre l’Occidente non è soltanto un contributo alla riflessione geopolitica sul declino dell’egemonia occidentale, né una nuova interpretazione della transizione verso un ordine multipolare. Più radicalmente, esso rappresenta il tentativo di restituire dignità filosofica alla categoria di civiltà, sottraendola tanto alle semplificazioni geopolitiche quanto alle letture culturalistiche che ne hanno spesso accompagnato l’impiego. Il problema del libro non consiste infatti nello stabilire quale potenza dominerà il XXI secolo, bensì nel comprendere se la modernità occidentale possa ancora essere pensata come il destino universale dell’umanità oppure se essa debba essere reinterpretata come il risultato storico di una particolare forma di civiltà. Va detto subito che l’opera di Visalli si inserisce in un progetto più ampio: si tratta infatti del primo volume di un’opera a due mani, realizzata in collaborazione con Carlo Formenti, che firmerà il secondo volume intitolato L’alba di una nuova era. I due autori dichiarano di aver lavorato in stretto scambio di bozze e osservazioni critiche, dando vita a due testi complementari, pur nella diversità degli stili e delle angolazioni. A unirli è un approccio che si potrebbe definire “marxista ancorché eretico”, che vede nell’universalismo occidentale non già una filosofia neutrale, ma una “macchina da guerra” al servizio del modo di produzione capitalistico, volta a imporre al mondo intero forme economiche, istituzioni e valori del blocco euroatlantico.
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La mistica dei buchi neri
di Felice Cimatti
“Per l’impossibilità di credere a ciò che crede il mistico” – scriveva Elvio Fachinelli nella Mente estatica – “si è finito spesso per non credere all’esistenza del mistico”. In effetti il fenomeno del mistico, quello che Wittgenstein nel Tractatus chiama “das Mystische”, non va confuso con quello che qualcuno dice di ‘vedere’ durante le sue ‘visioni’, appunto mistiche. Raimondo da Capua racconta, nella Legenda maior, che un giorno Caterina da Siena ebbe la “visione […] che lo Sposo eterno venisse a lei come al solito; invece, le aprì il fianco sinistro, ne estrasse il cuore e si allontanò; le sembrò di essere rimasta senza il cuore”. Nonostante il suo confessore non le creda e anzi si faccia beffe di lei (oggi siamo tutti come Raimondo, e forse questo non è l’ultimo dei nostri problemi) Caterina “continuava a ripetere: ‘Sinceramente, padre, per quanto possa sentire con i sensi del corpo, mi sembra che il cuore mi manchi davvero. Infatti”, prosegue Caterina, “il Signore mi è apparso e, aprendomi il lato sinistro, mi ha estratto il cuore’” (La mistica cristiana, I, p. 1526). Per la sensibilità ‘comune’ (almeno per quella non religiosa) il racconto di Caterina è del tutto inverosimile (anche se lo stesso Raimondo racconta che, successivamente, il Signore sarebbe apparso di nuovo a Caterina, e le avrebbe collocato nel fianco del costato il suo cuore: “le sue compagne hanno detto a me”, osserva stupito e incredulo Raimondo, “e a molte altre persone che, come segno del miracolo, in quel punto era rimasta una cicatrice”).
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Riarmo permanente: la vera posta in gioco dietro i meme di Trump
di Infoaut
Donald Trump riesce a fare una cosa che la diplomazia atlantica prova sempre a nascondere: ricordare a tutti qual è il vero rapporto di forza dentro la Nato
Alla vigilia del vertice in Turchia ha scelto di prendere in giro Giorgia Meloni pubblicando un meme sui social, l’ennesimo episodio di un rapporto fatto di continue pressioni, ricatti politici e richiami all’ordine rivolti agli alleati europei. Dietro la retorica dell’unità dell’Occidente resta un dato molto concreto: gli Stati Uniti continuano a dettare la linea e all’Europa viene chiesto di pagare il conto.
Quel conto ha un numero preciso: è il famoso 5% del PIL da destinare entro il 2035 alla difesa e alle spese collegate alla sicurezza, l’obiettivo fissato dalla Nato che il governo italiano si prepara a inseguire. Per l’Italia significa passare dagli attuali circa 45 miliardi di euro destinati ogni anno alla spesa militare a una cifra che potrebbe arrivare intorno ai 145 miliardi. Cento miliardi in più ogni anno. Una somma enorme, che dice molto di più di qualsiasi dichiarazione ufficiale sulla direzione che sta prendendo il Paese.
Da mesi questa trasformazione viene raccontata quasi esclusivamente come una questione di nuovi armamenti, di deterrenza e di sicurezza internazionale.
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L'Impero della guerra permanente prepara il caos in Europa
di Alex Marsaglia
“L’obiettivo è usare l’Afghanistan per riciclare denaro al di fuori delle zone tassabili americane e al di fuori delle zone tassabili europee e trasferirlo nelle mani delle élite transnazionale della “sicurezza”. Questo è l’obiettivo, ovvero l’obiettivo è avere una guerra perenne, non vincerla. La coalizione contro la guerra è importante perché dobbiamo prevenire che diventi normale essere costantemente in guerra”.
Julian Assange, intervento video ripubblicato da WikiLeaks il 18 Agosto 2011 in occasione dei 10 anni dall’inizio della guerra in Afghanistan
Quando gli Stati Uniti hanno lanciato il loro assalto alla Repubblica Islamica dell’Iran, assecondando i progetti colonialisti di Israele, ho parlato di guerra esistenziale per evidenziare come dallo scontro tra l’Iran (con alleati sino-russi) e la Coalizione Epstein ne sarebbe rimasto uno solo. Ora il conflitto si è appena raffreddato, ma assolutamente non risolto. E possiamo inserirlo nell’ennesimo conflitto aperto da parte degli Stati Uniti senza la capacità di chiuderlo. Entrambi i contendenti dello scontro sono ancora vivi, ma è risultato a tutti evidente come all’Iran bastasse sopravvivere per vincere. Viceversa, gli Stati Uniti hanno dovuto incassare l’ennesima sconfitta, normalizzando la ritirata agli occhi dell’opinione pubblica mondiale e soprattutto dell’alleato sionista della Coalizione Epstein.
Un’impresa che è ancora in corso e non sarà per nulla facile, perché il MoU stipulato con l’Iran per ritirarsi è contraddetto apertamente dal “cessate il fuoco” siglato con il Governo libanese e Israele.
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L’internazionale terrorista “nostra alleata”
di Redazione
E’ singolare come l’informazione mainstream eviti accuratamente di “unire i puntini” collegando notizie che già a prima vista risultano obiettivamente di identica natura.
Il caso in prima pagina, dopo qualche tentativo di confinarlo a un “curioso episodio di cronaca nera”, è quello dell’attentato contro Vadim Ermolaev, oligarca ucraino con passaporto cipriota, interessi in mezza Europa orientale, tutt’altro che rispettoso dei confini operativi stabiliti dal governo di Kiev tanto da esserne sanzionato per alcuni suoi business in Crimea.
Un caso comunque clamoroso perché si tratta del primo attentato a Montecarlo, dove l’unico boato annuale registrato è generato dalla partenza del Gran Premio di Formula 1.
Ci aveva messo del suo anche il procuratore generale Stéphane Thibault, che fin dal primo momento aveva “escluso la pista terroristica” preferendo indagare su quella “malavitosa”. Il solito concerto della disinformazione ufficiale riusciva persino a partorire una “pista russa” strologando su una delle tante truffe del giro d’affari di Ermolaiev, relativa a call center che proponevano “investimenti sicuri”.
Ora le telecamere di cui il Principato abbonda hanno permesso di identificare l’attentatrice, immortalata mentre piazza la bomba, si siede a distanza di sicurezza e fa esplodere il tutto mentre l’oligarca, la moglie e uno dei figli escono di casa. Tutti feriti gravissimi, ma ancora in vita.
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L’America Latina svolta a destra con la doppia fedeltà alla Dottrina Donroe e alla Via della Seta
di Alessandro Scassellati
L’attuale spostamento politico a destra è un fenomeno globale. Le istituzioni statali e le forze politiche di centro e centro-sinistra tradizionali sono sotto pressione in tutto il mondo, semplicemente perché non sono riuscite a fornire le soluzioni richieste dagli elettori. Non c’è da stupirsi, quindi, che i populisti di destra stiano cercando di sfruttare la diffusa insoddisfazione degli elettori nei confronti dei partiti tradizionali per i propri scopi. In America Latina, populisti di estrema destra di diversi tipi sono in rapida ascesa, dopo aver sconfitto i candidati di sinistra in diverse elezioni presidenziali. Perché riscuotono tanto successo? Sono destinati a consolidare il loro potere? Quanto pesano i rapporti con USA e Cina?
* * * *
L’America Latina attraversa una fase di profonda riconfigurazione dei propri equilibri politici e geopolitici, caratterizzata da un netto, pervasivo e strutturale spostamento verso destra. Candidati di destra e centro-destra hanno vinto dodici delle ultime sedici elezioni presidenziali (sette consecutive dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025), capitalizzando sulla stanchezza e debolezza della sinistra e sull’insicurezza diffusa, e guardando spesso con esplicita ammirazione all’approccio autoritario di Donald Trump. Una dinamica che, secondo il settimanale The Economist, “crea opportunità”, anche perché ha definitivamente ridimensionato l’influenza della cosiddetta “marea rosa” (pink tide), ovvero la lunga stagione di governi progressisti, socialdemocratici e nazional-popolari che aveva dominato lo scenario continentale nei primi due decenni degli anni Duemila, dopo che molti Paesi della regione avevano subito una repressione massiccia sotto dittature militari di destra tra gli anni ’60 e ’80. Le recenti elezioni hanno impresso un’accelerazione straordinaria a questa metamorfosi. In Perù, il tesissimo ballottaggio del 7 giugno si è concluso con l’affermazione di Keiko Fujimori; in Colombia, l’elezione di Abelardo De la Espriella ha sancito la fine dell’esperienza di Gustavo Petro.
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Di Battista e D’Orsi, analisi di due giornate particolari
di Alessio Mannino
In vista delle elezioni politiche del 2027 parrebbe muoversi qualcosa. Almeno per chi, come il sottoscritto, adotta come regola la sempre più diffusa opzione dell’astensionismo militante. Non potendo fisicamente presenziare, ho guardato online la conferenza del 7 giugno scorso a Roma con Thomas Fazi, Gabriele Guzzi e Alessandro Di Battista e la prima assemblea di Agorà, movimento fondato dallo storico Angelo D’Orsi, svoltasi a Torino sabato 27 giugno. Mentre nella seconda si è dato vita a una realtà che aspira dichiaratamente a portarsi “dalle piazze al parlamento”, la prima si è conclusa di fatto rimandando ogni eventuale decisione operativa a quando vedrà la luce il testo finale della nuova legge elettorale. Un rinvio legato a considerazioni tecniche che in realtà non rappresenta, a mio avviso, la principale differenza fra le due iniziative. Ma andiamo con ordine.
Riguardo alle idee, la sovrapposizione è quasi totale. Stessa denuncia del “sistema della guerra” (ben illustrato, in particolare, da Andrea Zhok ad Agorà). Stessa frontale opposizione alla stolida russofobia di Bruxelles. Stessa radicale condanna del genocidio israeliano dei palestinesi. Stessa accusa all’inguaribile sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti. Stessa avversione all’Unione Europea. Stessa apertura ai Brics. Stessi, anche, bersagli polemici (come quell’escrescenza confindustriale che risponde al nome di Calenda, chiamato in causa direi anche troppo ossessivamente da D’Orsi). Perfino, in sostanza, le stesse battaglie, inclusa l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali (oggetto di una proposta di referendum da parte dell’associazione di Di Battista, “Schierarsi”, e citato da D’Orsi fra i punti programmatici).
Stessa consapevolezza, infine, sul fatto che, ammesso e non concesso si riesca a raccogliere le firme e aggirare la soglia del 3%, far eleggere qualche parlamentare nel breve-medio periodo si ridurrà, se va bene, alla visibilità che un’ideale pattuglia di guastatori deve poi conquistarsi in aula. L’unico punto uscito in più a Roma è stato quello, di sapore grillo-casaleggista e messo difatti sul piatto da Di Battista, della democrazia diretta come strumento attivabile per fornire ai cittadini non rappresentati un’arma, molto in teoria, un minimo incisiva.
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Marx e l'economia circolare
di Benjamin Selwyn
Oggi, molti usano il termine "economia circolare" per descrivere un cambiamento nell’utilizzo dei rifiuti industriali senza però mettere in discussione l’attuale modo di produzione. Richiamandosi a Marx, Benjamin Selwyn dimostra che questo uso del termine è concepito per assecondare le esigenze di accumulazione dell'economia capitalista, piuttosto che per indicare un cambiamento radicale nell’utilizzo delle risorse.
Un tempo concetto di nicchia, l'economia circolare è diventata una parola d'ordine, alimentata dall'ansia climatica e da politici e imprenditori desiderosi di rafforzare le proprie credenziali ecologiche. Viene presentata come un new business paradigm.[1] Espressioni come “Riduci, riutilizza, ricicla” sono ormai diffuse ovunque.
Mentre il tradizionale modello di business “lineare” si basa su: estrazione → produzione → uso → smaltimento, l’economia circolare promette qualcosa di radicalmente diverso. La Fondazione Ellen MacArthur, la sua più importante sostenitrice, la definisce come: «un sistema in cui i materiali non diventano mai rifiuti e la natura viene rigenerata... I prodotti e i materiali vengono mantenuti in circolazione attraverso processi come la manutenzione, il riutilizzo, il ricondizionamento, la rigenerazione, il riciclaggio e il compostaggio.»[2]
La Fondazione, come molti sostenitori dell’economia circolare, la presenta come un sistema vantaggioso per tutti: un bene per il pianeta e un bene per i profitti delle aziende. La sua novità è parte del suo fascino: una rottura con il business-as-usual.
Tra queste aziende c’è BASF, multinazionale tedesca e più grande produttore chimico del mondo, che ha lanciato il suo progetto ChemCycling. I rifiuti di plastica vengono riciclati in una materia prima industriale - l'olio di pirolisi - che viene poi riutilizzato per fabbricare nuovi prodotti in plastica. Un altro esempio, dal settore della moda, è il programma di ritiro di Primark, in cui i clienti donano i propri capi di abbigliamento che non usano più e il rivenditore li ricicla in materiali come isolanti e imbottitura.
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USA/250: l’orrore e il fracasso
di Fabrizio Casari
Visto dall’interno, il 250° anniversario dell’indipendenza trova gli Stati Uniti alle prese con un intreccio di contraddizioni che la presidenza Trump riflette e amplifica. Lo scontro sui poteri del presidente è l’aspetto più evidente di questa situazione, che tuttavia riguarda anche altri ambiti, dai temi identitari alla giustizia sociale, fino alla ricostruzione dell’esperienza storica e dei simboli del paese.
Visto invece dall’esterno, il 250esimo compleanno degli USA è un anniversario nefasto, che presenta un conto orribile per chi ne ha patito la dimensione imperiale. Oltre 231 anni di guerra su complessivi 250 di esistenza, raccontano bene cosa siano gli USA. Il bilancio surclassa qualunque altro impero in qualunque altra epoca: più di 30 milioni di morti accertati in tutto il mondo dovuti alle sue politiche imperiali dal 1945 ad oggi.
Nati sterminando la popolazione nativa, hanno fatto della guerra e della violenza al loro interno la biografia autentica di una nazione malata nel profondo. Sviluppatisi grazie all’immigrazione, oggi ne combattono ogni pur minima esistenza. Un capovolgersi della loro stessa storia, quasi una catarsi collettiva di una impossibile resurrezione etnica.
Il sistema politico è preda delle lobbies economiche, al cui servizio operano le strutture giuridiche, politiche ed amministrative del Paese. La gerarchia netta tra le corporation e la politica regola la sostanza dell’ordinamento statunitense. Il fatto che si presenti come il modello per eccellenza della democrazia liberale, racconta di cosa s’intenda per democrazia e per liberalismo in Occidente.
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L’Italia spende 45 miliardi per la NATO: ecco gli ospedali e le scuole che avremmo potuto costruire
di Michele Blanco
Negli ultimi anni, le spese sostenute dagli Stati membri della NATO hanno raggiunto cifre astronomiche. Secondo i dati ufficiali estesi sul decennio 2014-2025 (espressi in dollari), la classifica dei principali investitori vede in testa gli Stati Uniti con 999 miliardi, seguiti da Regno Unito (90,5 miliardi), Francia (66,5 miliardi), Italia (48,4 miliardi) e Polonia (44,3 miliardi).
Per l'Italia si parla di circa 42,28 miliardi di euro. Una spesa blindata, che qualsiasi governo – di qualunque colore politico – avrebbe comunque stanziato. Del resto, per la Presidenza della Repubblica e per l'attuale opposizione, l'alleanza politico-militare nata nel 1949 in funzione antisovietica resta intoccabile.
Ma proviamo a fare un'ipotesi: se dividessimo questa cifra stanziando circa 10,5 miliardi di euro per ciascun settore chiave della spesa sociale, cosa avremmo potuto realizzare nello stesso decennio?
Il piano alternativo: come investire 42 miliardi nelle spese sociali
- Scuola ed Educazione: Ristrutturare 2.000 istituti scolastici per renderli moderni e sicuri; assumere 30.000 insegnanti a tempo indeterminato per 5 anni; fornire tablet gratuiti a oltre 1 milione di studenti meno abbienti.
- Sanità Pubblica: Costruire 30 ospedali civili ad altissima tecnologia e sostenibili; assumere 20.000 tra medici e infermieri per abbattere le liste d'attesa; acquistare 1.000 macchinari avanzati per risonanze magnetiche e TAC di ultima generazione.
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Germania: «Volete essere ricchi? Fate la guerra»
di Piero Orteca*
È sempre Teutoburgo
“Alemania, mala tempora currunt,” avrebbe forse gridato l’intrepido Giulio Germanico, tornato arso di sete di vendetta nelle foreste di Teutoburgo. Doveva recuperare le aquile perse dalle legioni di Varo, massacrate dalle orde dei Cherusci, guidati dal traditore Arminio. Beh, in qualche modo, il nipote dell’imperatore Tiberio gliela fece pagare.
Oggi, a due millenni di distanza, ricordare la Germania significa comunque discutere ancora di guerra. Forse quei popoli la vocazione allo scontro ce l’hanno nel sangue. In ogni caso, vederli sotto questa luce, non è certo una diffamazione, per carità’. Perché, per loro parla la storia.
E se l’economia del Paese va male, ecco che la migliore “intelighentia” tedesca si mobilita, per studiare come coniugare efficacemente guerra e ricchezza. O, detto, in termini più scientifici, “investimenti nel settore della difesa e crescita del Pil”. Fa più fino.
Il Kiel Institut
Il “pensatoio” tedesco sull’economia della guerra è il prestigioso ‘Kiel Institut fur Weltwirtschaft’, che per la verità possiamo considerare (sia detto con tutto il rispetto) il tempio “intellettuale” del riarmo europeo.
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A Kiev, a Kiev, adesso – è la grande occasione, l’occasione d’oro!
di Il Pungolo Rosso
Sul Corriere della sera di domenica 28 giugno un Paolo Mieli più che mai con l’elmetto calato in testa sprona la Meloni a risollevare la sua immagine dopo le sberle (vere o concertate che siano) ricevute da Trump, volando quanto prima a Kiev, “la città che è ormai la capitale morale d’Europa“.
Lo spudorato Mieli incorona l’Ucraina “capitale morale d’Europa” appena sette giorni dopo che il presidente della Polonia Nawrocki – ed è quanto dire! – ha reso pubblico di aver revocato l’Ordine dell’Aquila Bianca (massima onorificenza di stato polacca) a Zelensky. Nawrocki accura Zelensky di aver assegnato ad una unità dell’esercito ucraino il nome dell’UPA (Esercito insurrezionale ucraino), che si segnalò nel corso della seconda guerra mondiale per la sua collaborazione organica con le truppe naziste in numerosi eccidi di civili polacchi – per non dire altro.
La contiguità crescente, se non la vera e propria simbiosi, di Zelensky con le forze filo-naziste del passato e del presente è cosa arcinota a tutti. Figurarsi se non lo è a Mieli, informato perfino sul contrasto epocale tra Francesco Toscano e Marco Rizzo in quella scaracchiata che ha il nome di Italia sovrana e popolare. Ma, per il sionista Mieli, la cosa non merita neppure un’alzata di spalle. Zelensky filo-nazista? E chi se ne frega. Del resto, è lo stesso atteggiamento che ha assunto per Gaza. Genocidio? E chi se ne frega. C’è altro di cui occuparsi, ben più importante di qualche centinaio di migliaia di palestinesi trucidati.
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Vertice NATO ad Ankara: USA e Ucraina vogliono spennare i polli europei
di Gianandrea Gaiani
Chi se lo sarebbe mai aspettato? A pochi giorni dal vertice NATO di Ankara gli Stati Uniti strigliano per l’ennesima volta in pochi giorni gli “alleati” europei che non spendono ancora abbastanza per la difesa. E, va da sé, soprattutto non spendono abbastanza per comprare prodotti militari “made in USA”.
Lo ha spiegato bene ieri l’ambasciatore statunitense presso l’Alleanza Atlantica, Matthew Whitaker, che nel corso di un briefing con la stampa ha stilato la “pagella” degli alleati.
Polonia, scandinavi, baltici e Germania meritano un “10 e lode”, non solo perché alcuni di loro hanno già raggiunto il 5% del Pil nella spesa militare ma soprattutto perché stanno facendo incetta di armamenti americani.
Altri alleati raggiungono la “sufficienza”, più che altro sulla fiducia perché hanno presentato “piani credibili” di riarmo a breve termine ma molti altri partner NATO europei sono in procinto di venire bocciati o quanto meno rimandati a settembre.
“Troppi alleati sono in ritardo”, ha ammonito Whitaker, aggiungendo che “Trump si aspetta aumenti in tempi brevi” e che i principali partner dovranno farsi carico di un ruolo trainante nei confronti dei più restii a lanciarsi nella corsa al riarmo. A ben guardare la più demenziale della Storia, da attuarsi in piena crisi energetica ed economica e con l’obiettivo ormai palese di sostenere l’economia e l’industria statunitense anche a costo di sacrificare la nostra.
Whitaker non ha dimenticato di ricordare i dissidi sulla guerra in Iran e le restrizioni poste da alcuni alleati all’uso delle basi USA in Europa. “Terremo sempre in considerazione questi aspetti per decidere dove dislocare le nostre truppe”, ha precisato l’ambasciatore, annunciando colloqui con gli alleati su “accesso, dislocazione delle basi e sorvolo”, dossier da definire in confronti bilaterali, con il Pentagono e il Comando Usa in Europa (Eucom) chiamati a condurre la revisione militare complessiva della presenza americana in Europa.
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Petrolio e conflitti globali nella crisi del capitalismo fossile statunitense
di Fabio Ciabatti
Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47
Il sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la continuità del ruolo globale degli Stati Uniti, si sia affidato a un presidente che ha una ben scarsa cognizione di quello che fa, come appare chiaramente dalla gestione della guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele. Per farla breve, deve essere un sistema impazzito nel suo complesso quello che riesce a partorire soltanto una strategia del “cane pazzo” (formula coniata, guarda caso, dal fu capo di stato maggiore israeliano Moshe Dayan) come unica via per cercare di tirarsi fuori dal pantano delle sue contraddizioni interne (una coesione sociale oramai in pezzi) ed esterne (la crisi della sua egemonia globale). Dio acceca chi vuole perdere, verrebbe da commentare con malcelata soddisfazione, se di mezzo non ci fossero innumerevoli vittime, per non parlare della famigerata valigetta nucleare affidata a mani davvero poco rassicuranti.
Quanto alle accennate contraddizioni esterne, un capitolo importante di questa storia andata a male è costituito dalle profonde trasformazioni che ha subito dall’inizio del nuovo millennio il capitalismo fossile a guida statunitense, perno fondamentale dell’ordine globale del dopoguerra. Sebbene si tratti solo di un capitolo di una storia più ampia, sarebbe sbagliato sottostimarene la profonda rilevanza per comprendere il proliferare sempre più accelerato di conflitti bellici a cui stiamo assistendo. A tal proposito può essere utile prendere le distanze dall’immediata attualità e soffermarsi sulle dinamiche strutturali di più lungo periodo attraverso un interessante testo di Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market. In questo modo possiamo mettere a fuoco come il petrolio non sia semplicemente una risorsa energetica tra le altre, ma rappresenti una componente materiale che attraversa l’intero sistema economico mondiale, legando produzione industriale, trasporti, finanza e potere politico.
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Sette tesi sulla crisi della politica
di Antonio Martone
Prima tesi
Il cosiddetto fenomeno Vannacci rappresenta uno degli effetti della crisi antropologica che attraversa l’Italia e l’Occidente nel suo insieme. La sua forza risiede nella capacità di dare forma politica a un disagio già largamente diffuso, di offrire un nome e una direzione a qualcosa che esisteva prima di lui e che continuerà a esistere dopo. Sarebbe dunque un errore interpretarlo semplicemente come un episodio mediatico o come una deviazione temporanea del consenso: esso appartiene a un processo storico più ampio, nel quale le tradizionali forme della rappresentanza moderna hanno progressivamente perduto la capacità di organizzare l’esperienza collettiva. I partiti, le ideologie, le grandi narrazioni politiche del Novecento avevano svolto una funzione precisa nella produzione del senso. Esse fornivano agli individui un orizzonte entro cui collocare la propria esistenza sociale. Queste strutture si sono svuotate — hanno smarrito la capacità di abitare l’esperienza reale delle persone — e il campo è rimasto vuoto. È stato occupato da altro: forme di identificazione più immediate, più viscerali, più capaci di parlare direttamente al corpo e alla paura. Comprendere Vannacci significa dunque comprendere l’ordine che lo ha reso possibile, e farlo senza la consolazione di poterlo liquidare come fenomeno eccezionale o transitorio.
Seconda tesi
La globalizzazione economica, il paradigma neoliberale e la rivoluzione tecnico-digitale hanno determinato quella che io definisco e-city: uno spazio iperconnesso, abitato da soggetti mobili e sradicati, in cui il ritmo accelerato del presente ha liquidato memoria e attesa come categorie dell’esperienza umana. La e-city non è semplicemente la città elettronica contemporanea nel senso urbanistico del termine: è una forma di vita e un regime temporale. È un’organizzazione dell’esperienza che seleziona secondo criteri di adattabilità, velocità e produttività.
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“Destra e liberali contro i migranti, ma i flussi da bloccare sono quelli di capitali”
Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio
«Vannacci non lo dice perché è l’ennesimo cavalier servente dei più retrivi interessi padronali. Gli immigrati sono il perfetto capro espiatorio del capitale. Ormai li prendono di mira anche alcuni pezzi di mondo liberale»
Dal blocco navale, ai centri di detenzione, alla remigrazione degli stranieri, la propaganda anti-immigrati si fa sempre più aggressiva. Le destre estreme vengono premiate e creano egemonia: anche i partiti moderati le inseguono e i governi le assecondano. In questo difficile scenario, c’è un intellettuale che sostiene una tesi controcorrente. Per Emiliano Brancaccio, le destre vanno sfidate sui terreni a loro più congeniali, a partire dalla questione dell’immigrazione.
* * * *
Professor Brancaccio, grazie alle campagne anti-immigrati le destre estreme continuano a raccogliere consensi. Che ne pensa?
Che ormai non si tratta solo di destre estreme. Gli immigrati sono presi di mira anche da un numero crescente di liberali. Sul Corsera, Aldo Cazzullo ha parlato con disinvoltura di “dumping sociale” causato dall’immigrazione. E non è l’unico. Pezzi di mondo liberale si stanno appropriando di alcune falsificazioni tipiche dei movimenti reazionari. Non vorrei sembrare malizioso, ma somigliano molto a prove di dialogo politico. Mi pare l’ennesimo segno della crisi profonda in cui oggi versa il liberalismo.
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Israele e la creazione del nemico
di Davide Malacaria
Storie di ordinaria follia omicida delle autorità israeliane e che si inserisce nel solco di una direttrice politica consolidata che prevede l'eliminazione degli antagonisti moderati per favorire l'emersione di figure più intransigenti che Tel Aviv può brandire come minaccia, legittimando così le sue ambizioni belliche-espansioniste come necessarie alla sicurezza
Mentre erano in corso le trattative per porre fine alla guerra, gli Usa hanno avvertito il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, alla guida del team negoziale, che Israele voleva ucciderli.
Non una minaccia aleatoria, come annota il New York Times, che ricorda come la delegazione iraniana fu scortata da jet pakistani a Islamabad – dove si sono incontrati con gli americani – e che al ritorno due caccia israeliani erano penetrati nello spazio aereo iraniano per abbattere il velivolo su cui viaggiava Ghalibaf, fuggito alla caccia con un atterraggio di emergenza (vicenda confermata da Mahdi Mohammadi, il più importante consigliere di Ghalibaf).
Storie di ordinaria follia omicida delle autorità israeliane e che si inserisce nel solco di una direttrice politica consolidata che prevede l’eliminazione degli antagonisti moderati per favorire l’emersione di figure più intransigenti che Tel Aviv può brandire come minaccia, legittimando così le sue ambizioni belliche-espansioniste come necessarie alla sicurezza.
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La truffa del capitalismo spietato: come il neoliberismo ha spianato la strada al nuovo fascismo
di Chris Hedges*
Il neoliberismo, meglio comprensibile con il suo termine meno edulcorato di capitalismo spietato, è il veleno che ha distrutto la nostra democrazia. Ha fornito alla classe dei miliardari e alle multinazionali la copertura ideologica per impoverire la classe lavoratrice, imporre un'austerità paralizzante, svuotare le istituzioni democratiche, corrompere i due partiti politici al governo e trasformare i nostri tribunali in appendici delle multinazionali e dei ricchi.
Il neoliberismo ha spinto decine di milioni di persone emarginate e disperate tra le braccia dei fascisti cristiani, che hanno sfruttato la loro disperazione vendendo loro la fantasia di un Gesù magico. Le ha spinte tra le braccia di teorici della cospirazione e ciarlatani di destra. Le ha trascinate nei vortici autodistruttivi dell'alcolismo, della tossicodipendenza da oppioidi, del gioco d'azzardo compulsivo, della violenza domestica e sessuale. Queste sono state le inevitabili conseguenze della stagnazione personale, della perdita di potere e di sentimenti di inutilità, frustrazione e profonda disperazione.
Il neoliberismo ignora le grida delle sue vittime. Liquida la loro sofferenza e la loro rabbia come irrazionali, frutto di ignoranza e razzismo. Neutralizza le riforme liberali, rendendole superficiali e inutili. Gli apologeti liberali del neoliberismo, ormai disinteressati alla giustizia economica, si rifugiano in un attivismo di nicchia. Ripetono slogan vuoti sulla diversità e il politicamente corretto, fingendo che l'implacabile guerra di classe, scatenata a livello globale dagli anni '70, non esista.
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Il comunismo come speranza infranta. Ma la storia continua
di Antonio Castronovi
“L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi; la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale; però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse”. (Karl Marx, dalla “Critica della filosofia del Diritto Pubblico di Hegel”).
La sconfitta, le delusioni, i tradimenti.
Questo testo non ha nessuna pretesa storica, teorica o filosofica, anche se parla di storia, di filosofia e di teoria, pane quotidiano della mia generazione. E’ soprattutto una riflessione personale, parziale e politica, su una vicenda che ci ha visti protagonisti con le speranze, le illusioni, le delusioni, i tradimenti che ci hanno attraversati. Non cercate la coerenza teorica nel testo, che potrebbe difettare, ma il valore di una testimonianza e lo spirito di denuncia contro tutto quello che è andato storto, con una possibile narrazione alternativa da costruire.
Capita spesso, infatti, di interrogarmi sulle mie scelte di vita, sulle spinte ideali della mia giovinezza, sulla mia adesione alle aspirazioni dei più umili, sul mio “arruolamento” quarantennale alla causa del mondo del lavoro nella Cgil e sulla mia condivisione dei valori del socialismo e del comunismo. Capita spesso anche di interrogarmi su cosa sia rimasto di tutto questo, sul perché dei suoi fallimenti, soprattutto del fallimento della grande utopia del comunismo.
Il comunismo ha fallito per tante ragioni. Perché non era forse adeguato all’attuale antropologia umana dominata dallo spirito competitivo invece che cooperativo; perché era solo un tentativo utopico di rispondere alla domanda di giustizia e uguaglianza dei ceti popolari e del proletariato industriale; perché è stato ridotto a economicismo dai suoi stessi seguaci; perché ha inseguito forse solo il benessere e abbandonato l’ideale utopistico invece di coltivarlo; e anche perché l’interesse a che quest’utopia sparisse dalla storia era molto forte.
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La termodinamica del capitale: intelligenza artificiale, crisi energetica e crisi ecologica
di Te Li
In questo articolo, Te Li smaschera il mito della dematerializzazione digitale diffuso dai sostenitori dell’intelligenza artificiale (IA), i quali presentano questa tecnologia come un fenomeno che è fuggito dal regno materiale e, di conseguenza, dalla stessa entropia. In realtà, l'autore dimostra come i requisiti materiali ed energetici dell’intelligenza artificiale la inseriscano a pieno titolo nel regno fisico, collocando tale tecnologia nel contesto della frattura metabolica nel capitalismo
Nella primavera del 2023, Microsoft ha annunciato un investimento multimiliardario in OpenAI, descrivendo la partnership come un salto in avanti verso una civiltà più pulita, più intelligente e più efficiente. Le immagini che accompagnano tali annunci sono invariabilmente eteree: reti neurali luminose, flussi di dati senza peso e algoritmi che danzano attraverso lo spazio digitale privo di attrito. L’intelligenza artificiale (IA), nella narrativa dominante della Silicon Valley e del suo ecosistema mediatico, si presenta come l’apoteosi della dematerializzazione: una tecnologia così raffinata, così puramente cognitiva, da essere finalmente fuggita dal mondo sporco ed entropico delle macchine a vapore, delle miniere di carbone e delle fabbriche.
Questo articolo sostiene che tali rappresentazioni siano ideologiche nel senso marxista del concetto: esse capovolgono la realtà, presentando come immateriale un processo che è profondamente, e conseguentemente, materiale. Si stima che l'addestramento di GPT-4 abbia consumato energia equivalente all'uso annuo di energia elettrica di migliaia di famiglie.[1] Una singola query [richiesta] ad un modello linguistico di grandi dimensioni richiede circa dieci volte l'elettricità necessaria per una ricerca standard su Internet.[2] Il consumo di acqua da parte di Microsoft è aumentato del 34% in un solo anno, un'impennata che il proprio rapporto ambientale ha attribuito direttamente all'espansione dell'infrastruttura di IA.[3] Queste non sono inefficienze incidentali in attesa di un miglioramento tecnico; sono necessità strutturali di una tecnologia il cui substrato fisico - semiconduttori, data center, sistemi di raffreddamento e reti di trasmissione - è tra le infrastrutture che richiedono il maggior impiego di risorse che l’umanità abbia mai costruito.
Il mito della dematerializzazione digitale ha una lunga genealogia. A partire dagli anni ’90, i teorici della “economia dell’informazione” hanno sostenuto che il passaggio dalla produzione manifatturiera ai servizi, e dagli atomi ai bit, avrebbe disaccoppiato la crescita economica dal consumo di risorse materiali.[4] L’ascesa dell’IA ha dato a questa tesi una nuova e più potente versione: se le precedenti tecnologie digitali si limitavano a elaborare le informazioni, l’IA – così recita l'argomentazione - genera essa stessa l’intelligenza, una risorsa la cui abbondanza non esaurisce la natura ma la trascende.
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La ragione e l’indicibile: elogio della soglia
di Francesco Coniglione
C’è un luogo del pensiero dove le parole cominciano a incrinarsi. Non per difetto, ma per eccesso: giunte al limite di ciò che possono dire, si piegano, fanno silenzio, e proprio in quel silenzio accade qualcosa. Non è il nulla, non è il vuoto della rinuncia. È il punto in cui la ragione, portata fino al suo spasimo, lascia filtrare una luce che non sapeva di contenere. È lì, in quella fessura, che prende dimora il mistico.
Il mistico non è il nemico della ragione, né la ragione è la tomba del mistico. Sono piuttosto due compagni di viaggio che non possono separarsi, ma neppure confondersi. Ciascuno ha bisogno dell’altro, e ciascuno deve restare se stesso: la ragione non può fingersi mistica senza perdere il proprio rigore, il misticismo non può atteggiarsi a metafisica speculativa senza tradire la propria natura. È questa, in estrema sintesi, la lezione che attraversa come un filo rosso l’opera del primo Wittgenstein e di altri pensatori di formazione scientifica nei quali il rigore logico o matematico convive con una tensione verso l’indicibile.
La questione è tanto più intrigante quanto più si osserva un fenomeno curioso. Molti sistemi filosofici ispirati a un ideale fortemente razionalista, che costruiscono cattedrali logiche con la precisione di un orologiaio, a un certo punto devono riconoscere un limite: in qualche punto dell’edificio, splendidamente squadrato, si apre una crepa da cui entra qualcosa che non è riducibile al razionale. Un elemento che non si lascia addomesticare dalle categorie, che sfugge alla presa del concetto. È l’irruzione del mistico. Non lo chiamano così, naturalmente. Lo chiamano “intuizione intellettuale”, “principio primo”, “postulato indimostrabile”. Ma il meccanismo è spesso analogo: la catena delle ragioni deve interrompersi da qualche parte, e in quel punto, volenti o nolenti, si fa appello a qualcosa che la ragione è costretta a presupporre senza poterlo tuttavia ricondurre interamente a sé.
Lo aveva capito benissimo Pascal, che pure era un matematico di prim’ordine: «Le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point» — il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. Attenzione, però: Pascal non sta affatto dicendo che il cuore conosce al modo della ragione, solo con altri mezzi.
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Accordo USA-Iran: cronaca di una morte annunciata?
di Roberto Iannuzzi
Il braccio di ferro a Hormuz e la comparsa di un accordo “parallelo” in Libano sono indice di una paralisi negoziale già in atto
A poco più di due settimane dalla firma del Memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, l’accordo fa già acqua ed è sfociato in un nuovo braccio di ferro tra i due paesi.
I punti di scontro sono essenzialmente due, il controllo dello Stretto di Hormuz e il fronte libanese.
Israele non ha mostrato alcuna intenzione di ritirarsi dal Libano e ha proseguito alcune operazioni militari nel paese.
In base all’articolo 1 del Memorandum, tuttavia, i firmatari ed i loro alleati si impegnano a cessare le operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, ed a garantire l’integrità territoriale e la sovranità di quest’ultimo.
Washington ha però mediato un accordo trilaterale, insieme a Israele e al governo libanese, che in concreto aggira l’intesa con Teheran.
L’altro elemento di controversia è incentrato sul controllo dello Stretto di Hormuz, che l’articolo 5 del Memorandum attribuisce all’Iran, in coordinamento con l’Oman (a cui appartiene la sponda sud dello Stretto).
L’interesse iraniano a controllare lo Stretto non è tanto legato alla possibilità di imporre pedaggi o commissioni per il transito delle navi, quanto all’esigenza di legare la libertà di navigazione nello Stretto a garanzie di sicurezza per Teheran.
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L'ipotesi di una guerra termonucleare per procura contro la Russia
di Piccole Note
Durissimo attacco di Mosca contro Kiev: 20 le vittime. Attacco annunciato da tempo come rappresaglia per gli attacchi ucraini nel profondo del territorio russo. Infatti, all’indomani dell’attacco di maggio al pensionato studentesco di Starobilsk, nel Donbass (21 le vittime), Putin, sull’onda dell’indignazione popolare, aveva avvertito della rappresaglia contro Kiev, rimandata fino a stanotte.
Mosca ha dichiarato di aver preso di mira obiettivi militari ed energetici, dettagliandoli nello specifico, ma ovviamente ciò che riecheggia sui media occidentali è la parola strage, come se si trattasse di un attentato e non di una guerra che fa morti, militari e civili, da ambo le parti (peraltro, se si voleva un eccidio di civili, l’attacco, massivo e durato tutta la notte, avrebbe prodotto centinaia di vittime, come visto nei bombardamenti contro l’Iran).
Il fatto è che dei civili russi uccisi negli attacchi ucraini normalmente non si fa menzione, derubricando le informazioni russe a fake news (nonostante spesso siano accompagnate da filmati inequivocabili). I media occidentali si limitano a riportare gli obiettivi degli attacchi di Kiev, che sia Mosca, una raffineria o altro.
Un escamotage mediatico che abbiamo visto applicato in maniera massiva già nella guerra siriana, altra guerra per procura dell’Occidente contro un antagonista di minor calibro nella quale fu utilizzata come ariete sacrificale non una nazione, come nel caso ucraino, ma i tagliagole di al Qaeda. Anche allora si enfatizzavano le vittime degli attacchi delle forze siriane, ignorando quelle causate dagli ascari del Terrore dell’Occidente.
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