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Sul genocidio di Gaza e l’obbligo che l’Occidente non vuole vedere
di Riccardo Taddei
C’è un equivoco di fondo che attraversa ancora il dibattito pubblico su Gaza, e vale la pena smontarlo con precisione. La domanda «si tratta di un genocidio oppure no?» viene posta come se si trattasse di una questione tassonomica, quasi un problema di classificazione zoologica, qualcosa che riguarda gli esperti di diritto internazionale e non i comuni mortali. Nel frattempo, mentre accademici, opinionisti e cancellerie si accapigliano sul numero esatto di morti necessari per «qualificare» una catastrofe, Gaza e la Cisgiordania bruciano. Ma il problema, a ben vedere, non è solo la risposta. È la domanda stessa.
La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 — un giorno prima della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non per caso — non nasce come uno strumento punitivo postumo. Non è un codice penale che si attiva quando ormai i morti si contano a centinaia di migliaia. La Convenzione ha una funzione che il suo stesso titolo enuncia chiaramente: prevenzione e repressione. In quest’ordine.
L’articolo I è lapidario: «Le Parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire e a punire». Prevenire viene prima. Non è un dettaglio stilistico, è un’architettura giuridica deliberata, costruita sull’esperienza della Shoah, sull’amara consapevolezza che la comunità internazionale aveva avuto tutti gli strumenti per vedere e non aveva voluto agire.
Settantasei anni dopo, lo stesso schema si ripete con geometrica puntualità.
La Corte Internazionale di Giustizia, nel gennaio 2024, ha stabilito nella causa Sudafrica c. Israele che esisteva un rischio «plausibile» di genocidio a Gaza, e ha ordinato misure cautelari. Non ha detto «genocidio accertato» — la procedura giuridica ha i suoi tempi, e la CIG non è un tribunale penale — ma ha detto qualcosa di giuridicamente equivalente, sul piano degli obblighi degli Stati: agite adesso. Le misure cautelari non sono un parere accademico. Sono un ordine vincolante emesso dalla massima autorità giudiziaria internazionale, in attesa del giudizio definitivo.
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La guerra degli Usa contro l’Iran sta trascinando il mondo verso una depressione globale
Crisi in Medio Oriente nel contesto del declino statunitense
Chris Hedges intervista Richard Wolff
1.
Dalla vulnerabilità logistica ai costi sociali occulti, dal tramonto dell’impero al rischio deflattivo: il professor Wolff analizza come il blocco delle rotte commerciali nel Golfo Persico sta scardinando i mercati internazionali. Mentre la paralisi industriale e il caro energia gravano sulle famiglie, emerge la fragilità di un modello produttivo frammentato, che espone il pianeta a una contrazione finanziaria senza precedenti.
Le ricadute economiche di due mesi di guerra in Iran stanno già paralizzando le economie di tutto il mondo. I prezzi dell’energia sono alle stelle. La carenza di benzina e il razionamento affliggono Paesi come il Vietnam, la Corea del Sud e la Thailandia. Dal momento in cui è iniziata la guerra in Iran, a febbraio, il Giappone ha dovuto attingere due volte alle proprie riserve strategiche. L’aumento del prezzo del gas di petrolio liquefatto ha fatto schizzare alle stelle i costi del gas da cucina, devastando le famiglie per esempio in India. Anche il prezzo dei fertilizzanti azotati prodotti nel Golfo sta aumentando a un ritmo allarmante, avendo come effetto forti rincari dei prezzi alimentari.
Vi è una crescente carenza di elio, alluminio e nafta, con effetti devastanti per vari settori, tra cui l’industria dei microchip. Stabilimenti tessili in India e in Bangladesh hanno chiuso i battenti. Acciaierie in India e case automobilistiche in Giappone hanno tagliato la produzione. Decine di migliaia di lavoratori in tutto il mondo hanno già perso il posto di lavoro. Le compagnie aeree asiatiche, unitamente a quelle di Polonia, Germania e Irlanda, stanno riducendo i voli e aumentando i supplementi a causa del raddoppio del prezzo del carburante per aerei.
Gli Emirati Arabi Uniti, uno dei paesi più ricchi al mondo, dotati di fondi sovrani che superano i 2.000 miliardi di dollari, hanno chiesto agli Stati Uniti un’ancora di salvezza finanziaria, in seguito al danneggiamento dei giacimenti di gas causato dai missili, oltre che all’interruzione della navigazione nello Stretto di Hormuz, secondo quanto riportato dal New York Times.
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Escher: rigore matematico e incanto dell’immaginazione oltre le miserie e le prigioni dell’ovvio
di Gioacchino Toni
M.C. Escher, Esplorando l’infinito, introduzione di Luca Taddio, presentazione di Federico Giudiceandrea, Aesthetica Edizioni, Milano, 2026, pp. 214, € 26,00
Come scrive Luca Taddio introducendo il volume Esplorando l’infinito, coniugando rigore matematico e incanto dell’immaginazione, Escher sfida la percezione dello spettatore, «celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in nessun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito» (p. 7). La potenza dell’inatteso delle opere di Escher deriva l’onirico e l’incanto dal rigore delle geometrie impossibili che inventano metamorfosi e trasformazioni, scambi sorprendenti tra pieno e vuoto, alto e basso, interno ed esterno, ecc…
Derivando la realtà dall’illusione, scrive Taddio, «Escher sembra volerci ricordare che il mondo non è fatto solo di ciò che vediamo, ma anche di ciò che immaginiamo»; il suo è «un invito a guardare oltre, a sfidare i limiti della percezione, a perdersi per il puro piacere di scoprire nuove possibilità di visione: virtualità dove ogni curva rivela un paradosso, ogni angolo una possibilità, ogni spazio un segreto». Insomma, l’olandese si rivela «un creatore di mondi, un poeta dell’infinito, un artigiano della forma che ha saputo intrecciare arte e scienza, trasformando la realtà in sogno e il sogno in realtà» (p. 8), mostrando la reversibilità del confine tra illusione e verità.
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Il fronte del Baltico: droni, basi NATO e "l'assedio a Kaliningrad"
di Fabrizio Poggi
Hanno avuto la risonanza voluta dal loro autore i guaiti del ministro degli esteri lituano Kestutis Budrys all'indirizzo della regione di Kaliningrad, con l'incitamento alla NATO a «radere al suolo» le installazioni militari là dislocate. Passati i latrati, è il caso di chiedersi se questi siano qualcosa di più serio che non le mosse di un botolo che, finché si sente protetto dal guinzaglio, abbaia a squarciagola, salvo andarsi poi a rimpiattare tra le gambe del padrone, non appena avverta la propria nullità di fronte a un avversario più grande e più forte. Il fatto è che quella del ministro lituano non costituisce una novità.
Moskva ha più volte indicato che la NATO intensifica le attività in tutta la regione baltica e che la Joint Expeditionary Force a guida britannica non da ora simula scenari per la conquista di Kaliningrad. In generale, l'area baltica sembra essere quella cui la Russia è destinata a prestare l'attenzione più seria.
In particolare da parte lituana, ricorda Kirill Strel'nikov su RIA, a più riprese si è parlato di blocco del transito verso l'exclave russa. Da parte NATO, il generale Chris Donahue, a capo del Allied Land Command and U.S. Army Europe and Africa, ha parlato di un piano per la «soppressione operativa del potenziale difensivo delle forze russe nella regione di Kaliningrad». L'Istituto statale danese di studi internazionali, nel rapporto "Kaliningrad 2024: focolaio di caos e distruzione della Russia nel Mar Baltico", assicurava che per «Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia e Stati baltici, Kaliningrad rimane una fonte di rischio a lungo termine».
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La vera minaccia viene dalle fondazioni non profit
di comidad
Il recentissimo caso fantavirus dimostra come ci sia in giro una gran sete di “normalità”, cioè di quelle finte emergenze sanitarie che si auto-alimentano attraverso l’effetto sponda tra l’allarmismo mediatico e i movimenti di denaro. Non per niente le Borse e i media (le prime “gazzette”) sono nati e cresciuti praticamente insieme nel corso del XVII secolo, in base al meccanismo per cui si droga il mercato azionario drogando l’informazione, e viceversa. Un’ulteriore variabile è il capitalismo “filantropico”, cioè il capitalismo delle fondazioni “non profit”, come la Rockefeller Foundation, che ormai svolgono un ruolo decisivo nel condizionare la politica sanitaria. Si determina così una combinazione esplosiva tra i profitti di Borsa delle corporation farmaceutiche e la possibilità di evadere le tasse grazie alle immunità fiscali che la legislazione accorda al non profit.
Oltretutto le sentenze della Corte Suprema statunitense hanno più volte confermato che le donazioni in denaro sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione, quello che garantisce la libertà di espressione e di parola. Lo diceva anche Eduardo Scarpetta: il denaro è la voce dell’uomo. Secondo la giurisprudenza della Corte Suprema, le donazioni possono addirittura avvalersi della protezione dell’anonimato. Ciò comporta non soltanto la possibilità di evadere il fisco, ma persino di riciclare denaro; e tutto legalmente.
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Oltre l’ultima “linea rossa”
di Dante Barontini
Sparare su imbarcazioni a vela, con a bordo soltanto civili, che trasportano medicinali e altro materiale sanitario per una popolazione sottoposta a genocidio, è ovviamente un crimine contro l’umanità.
Farlo in acque internazionali significa che chi spara è certo dell’impunità grazie alla immonda complicità delle potenze che dovrebbero controllare il mare teatro dell’azione criminale.
L’”Europa” resta muta e complice, disinteressata sia al proprio braccio di mare che, sopratutto, ai propri cittadini. In qualche caso addirittura consenziente, alzando la voce contro gli attivisti pacifisti: “che ci volete andare a fare, a Gaza, sapendo che non ci arriverete mai?”.
Sparare su imbarcazioni a vela con proiettili di gomma dura – possono far molto male e provocare danni seri se colpiscono gli occhi – nella logica militar-mafiosa è un “avvertimento”: “alla prossima Flotilla spareremo con proiettili da guerra, tanto i vostri governi stanno con noi”.
Un’escalation militare nuda e cruda che, come tutte quelle della stessa natura, mira a provocare o accelerare la resa. In questo caso a scoraggiare altre missioni umanitarie.
Ma con ciò si rompe anche, definitivamente, ciò che resta del “sistema di valori” che l’Occidente capitalistico aveva posto come standard a dimostrazione di una raggiunta “civiltà matura, democratica e umanitaria”.
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Caos controllato: come Washington sta sabotando il mondo multipolare e sacrificando l’Europa
di Thomas Fazi
Nonostante il suo potere in declino e le evidenti fratture interne, il blocco imperiale occidentale rimane straordinariamente unito; nel frattempo, la Maggioranza Globale continua a mancare di una coerenza strategica paragonabile
1. L’illusione della multipolarità e il “caos orchestrato”
È opinione diffusa che stia emergendo un ordine multipolare, eppure lei ha descritto la politica estera degli Stati Uniti – in particolare sotto Trump – non come priva di obiettivi, ma come un “caos orchestrato”. In che modo Washington utilizza con successo questa strategia per ostacolare un nuovo ordine internazionale stabile, e chi sono le vittime principali: gli avversari dichiarati come la Cina o i “partner” europei?
Sì, credo che la strategia di Washington non sia priva di scopo, ma sia piuttosto la creazione deliberata di caos e disordine permanenti. Incapace di sconfiggere i propri rivali frontalmente, gli Stati Uniti cercano di impedire il consolidamento di qualsiasi ordine alternativo stabile. La logica è semplice: un mondo multipolare richiede, per definizione, un certo grado di ordine internazionale e prevedibilità. Smantellando sistematicamente quell’ordine — scartando i trattati, trasformando le sanzioni in armi, lanciando guerre illegali, destabilizzando gli Stati periferici — Washington si assicura che nessun sistema internazionale alternativo stabile e coerente possa mettere radici.
Sia la Cina che l’Europa sono bersagli di questa strategia di guerra per procura globalizzata, che prende di mira gli anelli deboli del sistema rivale, sebbene le due realtà la affrontino in modo molto diverso. La Cina è il principale avversario a lungo termine degli Stati Uniti, la cui ascesa deve essere rallentata a tutti i costi, ma la Cina è anche grande, dotata di armi nucleari e troppo integrata economicamente nel sistema globale per poter essere attaccata direttamente. L’Europa è molto più vulnerabile e, per molti versi, un bersaglio più immediatamente utile. Mantenere l’Europa destabilizzata, dipendente e legata a Washington attraverso la NATO e l’energia impedisce l’emergere dell’unico blocco geopolitico che, se mai raggiungesse una vera autonomia, potrebbe ribaltare in modo decisivo l’equilibrio globale: uno spazio economico eurasiatico pienamente integrato in un nuovo quadro globale multipolare o policentrico.
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IA e lavoro disperso
di Carla Filosa
Dato che siamo riusciti ad avere ancora in vigore la Costituzione, cerchiamo di confrontare l’articolo 36 con il decreto lavoro dello scorso 1° maggio. Nell’articolo costituzionale si “garantisce che chi lavora abbia diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità/qualità del lavoro e sufficiente a un’esistenza libera e dignitosa. Sancisce inoltre il diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, irrinunciabili, e demanda alla legge la fissazione della durata massima della giornata lavorativa”.
Il lavoro, quindi, viene considerato non solo un mezzo di sussistenza, ma un pilastro della cosiddetta dignità.
Dati oggettivi dell’Istat mostrano però una realtà lontana da questo dettato: il 51% dei lavoratori non ha recuperato l’inflazione con una perdita di potere d’acquisto dell’8,7% in media dal 2021. L’uso capitalistico dell’IA nel nostro ultimo decreto lavoro o anche nel decreto sicurezza, poi, non viene minimamente preso in considerazione.
Si registra invece in aumento l’intermittenza lavorativa con tanto di potenzialità al licenziamento seppure l’assunzione sia stata a tempo indeterminato, viene introdotto un “salario giusto” che non mantiene affatto stabilmente una stessa capacità d’acquisto, il rinnovo contrattuale avviene sempre con almeno 1 anno o 1 anno e mezzo di ritardo senza recupero di perdita salariale, mantenendo bassi salari come controllo sociale richiede.
Non un cenno alle condizioni determinate dall’introduzione dell’IA anche in Italia, alle trasformazioni del mercato del lavoro per aumentare la produttività, ovvero lo sfruttamento lavorativo, e con previsioni di profonde modifiche di circa il 23% degli attuali lavori.
Le insicurezze ignorate relative a incidenti sul lavoro, a contaminazioni tossiche territoriali, a prevenzioni di frane scientificamente preannunciate, ecc. non frenano lo smantellamento degli ispettorati del lavoro, Asl, ecc. la cui assenza è invece garante di risparmio di costi aziendali o statali e impunità legalizzabile.
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Il conto titoli del sovrano
di Margherita Furlan
Mentre l’Air Force One imbarcava i suoi amministratori delegati verso Pechino, un conto intestato al presidente degli Stati Uniti comprava e vendeva i titoli delle stesse società. I mercati hanno premiato l’evento, non il suo esito. È la radiografia di uno Stato che ha smesso di funzionare come una repubblica e ha cominciato a funzionare come un consiglio di amministrazione.
Il 13 maggio 2026, mentre le borse festeggiavano un titolo dopo l’altro, l’Air Force One faceva uno scalo tecnico per imbarcare Jensen Huang, fondatore di Nvidia, e portarlo a Pechino. Lo stesso giorno, l’Office of Government Ethics riceveva un documento di oltre cento pagine: il rendiconto delle operazioni finanziarie compiute nel primo trimestre dell’anno da un conto intestato a Donald J. Trump. Oltre tremilasettecento movimenti. Le società i cui vertici volavano con lui erano, quasi tutte, nel paniere.
Lo scalo di Pechino
La scena ha qualcosa di emblematico. L’aereo presidenziale che interrompe la rotta per caricare a bordo, all’ultimo minuto, l’uomo che guida la società più capitalizzata del pianeta. Attorno a lui una delegazione che riuniva i vertici di Boeing, di Tesla, di Citigroup e di una dozzina di altri colossi. Bloomberg ha annotato, con il pudore tecnico della stampa finanziaria, che i titoli di quelle imprese salivano mentre i loro amministratori delegati erano ancora in volo. Una coincidenza, si dirà. Le coincidenze, però, quando si ripetono e hanno sempre lo stesso segno, smettono di essere tali e diventano un sistema.
Il documento depositato all’ufficio etico del governo federale dà spessore documentale a quella scena. Tra le voci elencate compare l’acquisto di azioni Nvidia per una fascia compresa fra uno e cinque milioni di dollari, datato 10 febbraio 2026; un acquisto precedente, del 6 gennaio, in una fascia fra cinquecentomila e un milione, marcato nel modulo come unsolicited, non sollecitato. Lo stesso 10 febbraio risulta l’acquisto di Boeing, anch’esso nella fascia più alta. Sono le due imprese i cui uomini di vertice avrebbero poi attraversato il Pacifico al fianco del presidente.
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Nazisionisti senza più “copertura”, merito della Flotilla
di Dante Barontini
Con il rientro di Alessandro Mantovani e del parlamentare cinquestelle Dario Carotenuto si capisce molto meglio quel che è successo durate e dopo l’assalto pirata della marina israeliana alla Sumud Flotilla. E anche come era stata organizzata l’operazione di “hasbara” per gestire con il minimo costo possibile – per Tel Aviv – l’evidente e clamorosa violazione di qualsiasi diritto (del mare, internazionale, umano).
Andiamo con ordine.
Tutti gli attivisti a bordo delle imbarcazioni, dopo l’assalto condotto anche sparando proiettili di gomma – fanno male, posso accecare se colpiscono il volto, ma raramente sono letali – sono stati scientificamente pestati dal “personale specializzato”.
Poi, arrivati ad Ashdod, Mantovani e Carotenuto sono stati separati dagli altri e imbarcati su un aereo, all’aeroporto Ben Gurion, per essere rimandati in Italia. La loro testimonianza, dunque, è relativa al solo periodo trascorso con gli oltre 400 attivisti. Ma sono già decisamente significative.
“Anche molte donne hanno preso botte, non tutti alla stessa maniera ma il trattamento era generalizzato – ha detto l’inviato del Fatto, Alessandro Mantovani parlando ai giornalisti a Fiumicino – Durante la perquisizione mi hanno tolto il portafoglio coi documenti dentro e non me l’hanno più ridato. L’abbordaggio è stato più violento della volta scorsa e questo succede perché Israele è protetto dai governi di mezza Europa, incluso il nostro”.
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Autopsia di un Conflitto: “Katechon” come giustificazione
di Kamran Babazadeh
Questa non è l’analisi di una campagna militare sul campo, ma l’autopsia filosofica e ideologica di una guerra di aggressione. Se le armi distruggono i corpi, sono le narrazioni e le dottrine politiche a legittimare i conflitti, plasmando la percezione pubblica. Smontare i meccanismi di questa guerra delle idee significa comprendere come la metafisica e la propaganda si trasformino in decisioni geopolitiche letali.
Al cuore della moderna instabilità mediorientale non vi sono solo interessi energetici, ma una profonda radice teorica che affonda nel pensiero del filosofo Carl Schmitt.
La strategia israeliana, infatti, riflette il concetto di Katechon: la “forza che trattiene” l’avvento del caos e dell’apocalisse. Presentandosi come l’unico baluardo democratico contro la “barbarie”, Israele legittima la propria azione militare trasformandola in una missione sacrale.
In questa visione, l’Iran viene dipinto come l’opposto metafisico: un elemento di disordine da rimuovere per garantire la stabilità globale. Questa retorica trasforma il conflitto in uno scontro finale, dove lo Stato ebraico agisce spesso come proxy occidentale per compiere operazioni che le democrazie moderne non potrebbero rivendicare apertamente.
Questo modello narrativo del “baluardo della civiltà” non è un caso isolato, ma una costante della comunicazione geopolitica contemporanea. Lo abbiamo visto con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale ha ripetutamente impostato le sue richieste di aiuti economici e militari all’Unione Europea sulla stessa identica logica: l’Ucraina come scudo estremo che combatte per l’Europa, senza il quale il “male russo” invaderebbe e distruggerebbe l’intero Occidente.
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Roulette russa
di Enrico Tomaselli
Una delle questioni cruciali, nell’ambito di un conflitto cinetico, è la gestione dell’escalation. E chi ha modo di controllarla, ha automaticamente in mano un potentissima leva per condizionare il conflitto. Appare abbastanza evidente che, nella guerra russo-ucraina, lo sforzo maggiore da parte russa è stato proprio cercare di gestire l’escalation da parte del blocco NATO, cosa che ha fatto però prevalentemente cercando di contenerla. Nel corso dei trascorsi 51 mesi di guerra, sono innumerevoli le linee rosse varcate dalle forze ucraine e dai paesi dell’Alleanza Atlantica, e fondamentalmente Mosca ha sempre cercato di non rispondere alzando a sua volta il livello dello scontro, preferendo incassare il colpo e dimostrarne l’inefficacia a fini strategici. Ovviamente, questo non ha affatto scoraggiato gli atlantisti, che anzi hanno sempre interpretato ciò come la possibilità di fare sempre un ulteriore passo avanti – che infatti è esattamente quanto hanno fatto.
In tempi più recenti, la Russia ha cercato di porre un freno aumentando il livello di deterrenza, dapprima modificando la propria dottrina d’uso delle armi nucleari, poi con attacchi dimostrativi utilizzando il missile balistico ipersonico a raggio intermedio Oreshnik, e annunciando altre armi come il siluro nucleare Poseidon, il missile balistico intercontinentale Sarmat, il missile da crociera a propulsione nucleare Burevestnik. Ma, con tutta evidenza, lo sperato effetto deterrente non c’è stato affatto. Anzi, i paesi europei sono passati a un ruolo ancora più attivo nel conflitto, diventando direttamente produttori di droni per l’esercito ucraino, e quindi di fatto spostando la parte critica del settore manifatturiero bellico di Kiev in territorio NATO.
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Drago Magno
di Fausto Anderlini*
Nel 1600 Aquisgrana aveva 14.000 abitanti, quando in identico periodo Napoli, prima della pestilenza del 1656, ne contava 400.000. Da notare che la storia illustre dell’amena cittadina lotaringica riporta a quando Carlo Magno vi trascorse certi periodi e poi Ottone di Sassonia ne fece il luogo rituale di incoronazione della scombiccherata confederazione che fu il Sacro Romano Impero. Mentre Napoli, che conta tutt’ora il quintuplo dei residenti di Aquisgrana, e che nel ‘600 era la più grande città europea, è sempre rimasta fuori dai sacri confini.
C`è qualcosa di intimamente ridicolo e casereccio nei riti dell’Unione. Una grandeur basata sull’improvvisazione e il pret a porter. Come quella cerimonia del 9 Maggio strogata in antitesi alla festa sovietica della vittoria sul nazi-fascismo che cosi tanto fa vibrare i cuori dei cittadini dell’Unione, i quali prima di coricarsi, come noto, amano recitare la dichiarazione di Schumann.
Il roboante premio Carlo Magno distribuito ad Aquisgrana più che i nobel teleguidati di Stoccolma ricorda tanto le lauree ad honorem offerte in serie dalle università locali a personaggi famosi o comunque alla page per farsi conoscere nel mondo, o i premi letterari usati come promozione turistica da piccole località amene ma fuori mano.
Buona l’idea degli amministratori di Aquisgrana: chiudere il terzo vertice simbolico dell’Europa lotaringica, dopo Bruxelles e Strasburgo, chiamando in causa nientemeno che la chimera imperiale di Carlo Magno. Una vera e propria invenzione della tradizione.
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La morte del Soft Power statunitense: perché il mondo non vuole più essere americano
di Alessandro Bartoloni
Ultimamente su TikTok è pieno di video di ragazzi occidentali che fanno finta di essere vecchi zii maoisti che bevono birra Tsingtao e fumano sigarette cinesi.
Anche su Instagram di reel che mostrano città futuristiche e paesaggi mozzafiato: “Ti sembra New York? E invece questa è Chongqing”.
Ora, se anche si trattasse di un trend di poche settimane, è un altro piccolo segnale di un fenomeno davvero epocale, forse destinato a cambiare anche la nostra vita quotidiana nei prossimi anni.
Sto parlando della morte del soft power statunitense…Vediamo di cosa si tratta.
Siamo tutti cresciuti con il mito della superpotenza americana.
Per anni abbiamo creduto che agli Oscar venissero premiati i migliori film del mondo, che andare a studiare ad Harvard dimostrasse una superiorità intellettuale innegabile e, se avete più o meno la mia età, ogni mattina della vigilia di Natale non potevate non guardare Home Alone: un film in cui un bambino di nove anni si muoveva da solo, libero e spensierato, in una Chicago dove la cosa più pericolosa che potesse capitargli era essere importunato da due ladri un po’ ridicoli e maldestri.
Bene, oggi invece sappiamo che quel bambino potrebbe finire tra le mani di spie e miliardari pedofili (Epstein files), essere arrestato e separato dai genitori se non in regola con qualche permesso e, tra qualche anno, diventare uno dei tanti tossicodipendenti di fentanyl che abitano le città nordamericane.
Gli Stati Uniti sono una società devastata da diseguaglianze senza precedenti.
L’1% più ricco detiene oggi circa un terzo di tutta la ricchezza nazionale. (dati Federal Reserve sulla ricchezza dell’1%)
I 10 uomini più ricchi del paese hanno un patrimonio di circa 2,4 trilioni di dollari. (classifica miliardari USA)
Più del PIL del Canada e della Spagna, per intendersi.
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C’è speranza nei BRICS. Oltre l’ordine americano-centrico
di Federico Losurdo
I BRICS sono il sintomo più visibile della crisi organica dell’ordine americano-centrico. Senza un’architettura di sicurezza davvero comune, il pluralismo dei poli rischia di precipitare in un nuovo conflitto mondiale. La speranza si chiama “multilateralismo trasformativo”.
* * * *
Se si vuole “prendere sul serio” il progetto dei BRICS, iniziato ormai da più di un quindicennio, occorre evitare due opposti “estremismi”: da un lato, la celebrazione del gruppo come “sol dell’avvenire”; dall’altro, la sua condanna come un nuovo “imperialismo”.
La prima impostazione, riduzionista e idealizzante, considera i BRICS come un progetto già compiuto in grado di proporsi sin d’ora quale alternativa coerente all’ordine americano-centrico. In realtà, i BRICS costituiscono ancora un’organizzazione istituzionale “leggera”, attraversata da interessi nazionali distinti che rendono difficile assumere posizioni condivise sui molteplici scenari di crisi internazionale (si pensi all’approccio a dir poco timido nei confronti di Israele e del genocidio a Gaza). L’eterogeneità del gruppo, ulteriormente accresciuta dal recente allargamento, non chiarisce la sua traiettoria: i BRICS mirano semplicemente a costituire un nuovo blocco geopolitico e geoeconomico oppure, almeno in prospettiva, si pongono la questione di un superamento dell’attuale modello di sviluppo neoliberista?
La seconda impostazione, riduzionista e liquidatoria, non dà il giusto peso all’intento dei BRICS di “revisionare” alcuni pilastri del declinante ordine americano-centrico. Nonostante contraddizioni interne, rese ancora più laceranti nello scenario dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”, i BRICS si pongono tre obiettivi comuni: a) la graduale riduzione della dipendenza dal dollaro e dalla connessa infrastruttura finanziaria; b) la trasformazione delle istituzioni multilaterali, ai fini di una loro democratizzazione; c) una innovativa concezione dei diritti umani, a partire dal riconoscimento di un diritto “universale” allo sviluppo. In fondo, i BRICS hanno una storia relativamente breve, se comparati ad altre organizzazioni internazionali, quali la NATO e la UE. Non è, insomma, ancora possibile prevedere se i BRICS rimarranno null’altro che un coordinamento di paesi “non allineati”, oppure se svilupperanno idee e progetti per una graduale trasformazione dello status quo.
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Autonomia, scuola, repressione. Strumenti per la formazione militante
di Kamo
Introduzione
L’esperienza accumulata nella lotta ci insegna che la differenza che separa non soltanto l’amico dal nemico, ma la progettualità politica autonoma da altre forme di attivazione è il punto di vista che emerge nella scelta dei problemi e nella qualità delle domande che ci poniamo davanti. E sono appunto domande cruciali che emergono in controluce dalla discussione con gli studenti delle scuole modenesi avvenuta il 28 febbraio 2026, Autonomia, Scuola, Repressione, organizzata con i collettivi SigAut, Giovani di Modena per la Palestina e Ksa di Torino.
Per noi di Kamo non si è trattato solo di un evento al termine di un ciclo di mobilitazioni, ma un momento di passaggio per le nuove generazioni di militanti a Modena, che sono non solo eredi ma di fatto protagoniste delle lotte sul nostro territorio. Il punto di svolta è stato il settembre-ottobre 2025 del «Blocchiamo Tutto» – ma è fondamentale ricordare, per questa composizione giovanile, le lotte già risalenti ad alcuni anni fa contro l’alternanza scuola-lavoro, durante le quali abbiamo incontrato diversi ragazzi e ragazze che oggi abbiamo rincontrato.
Attraverso il fondamentale strumento dell’inchiesta, che abbiamo adottato come metodo, abbiamo iniziato a sondare come sul territorio emiliano e in particolare modenese, caratterizzato dall’impresa meccanica e metalmeccanica organizzata in Motor Valley, la crisi dall’automotive stia venendo colmata sempre più attraverso una capillare e apparentemente ancora invisibile ristrutturazione in chiave bellica, alla quale abbiamo dato il nome di «fabbrica della guerra».
È una fabbrica diffusa, polverizzata sul territorio, composta da imprese di media o piccola dimensione in competizione collaborativa tra loro, che hanno necessità generale di raggiungere le catene del valore internazionali. In tale contesto la scuola ricalca sempre più il concetto di «industria della formazione», dove l’istruzione superiore e accademica viene messa a valore d’impresa in ottica di formare forza lavoro e soggetti con saperi e capacità da sfruttare in termini capitalistici.
Abbiamo quindi una scuola e un’università che rappresentano un nodo baricentrale della ristrutturazione produttiva e della costruzione di un “ecosistema” pacificante, che è nostro compito inchiestare e comprendere per rompere e sovvertire.
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Ci voleva la Flotilla per capire che Israele è ripugnante
di Salvatore Cannavò
La missione della Global Sumud ha svelato i crimini del governo Netanyahu anche ai chi fino a oggi non voleva vedere
Mancano solo il conte Dracula e i nazisti del XXI secolo a condannare il ministro israeliano Ben Givr e la sua parata aggressiva, con tanto di camicia nera, a uso del suo elettorato contro gli attivisti e le attiviste della Flotilla portati in Israele dall’esercito di Tel Aviv. Per il resto le parole di condanna di quelle immagini che tutti abbiamo visto provengono da ogni angolo dello spettro politico. Dalla tribuna più autorevole, la presidenza della Repubblica italiana, che ha ha parlato di «trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo a opera di un ministro del governo di Israele», fino alla presidente del Consiglio e al ministro degli Esteri che, in modo congiunto nel corso del vertice con il premier indiano, Modi, hanno guardato il video e definito «inaccettabile ed esecrabile» quanto fatto da Israele nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla. «Non so che altri termini poter utilizzare per quello che è accaduto…» ha detto Tajani. «È una violazione dei diritti di ogni persona anche perché [gli attivisti] non sono terroristi, né persone che hanno commesso dei reati. Sono stati presi illegittimamente fuori delle acque di Israele, non erano armati, non avevano intenzioni violente. Poi uno può essere più o meno d’accordo sull’iniziativa, ma non è perché uno è d’accordo o meno che si possa fare quello che è stato fatto. Non è successo davanti alle acque di Israele o davanti alle acque di Gaza. È successo vicino Cipro e questo per noi è una violazione del diritto internazionale, ma soprattutto siamo indignati per quello che abbiamo visto nel video».
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Antisemitismo di ritorno, “grazie” a Israele
di Francesco Piccioni
Conoscete bene quel refrain “odio dire che ve l’avevo detto, ma l’avevo detto”…
Fin dall’inizio del genocidio dei palestinesi di Gaza – ben prima dei raid dei coloni in Cisgiordania (con l’appoggio esplicito dell’Idf), due anni prima della guerra all’Iran e dell’ennesima invasione del Libano, quando ancora della Sumud Flotilla si cominciasse a parlare o a essere attaccata in acque rigorosamente internazionali… – avevamo spiegato che il sionismo genocida e impunito sarebbe stata la prima causa del risorgere dell’antisemitismo così come l’avevamo conosciuto nel secolo scorso.
L’”odio per gli ebrei in quanto ebrei” era stato sconfitto a caro prezzo grazie alla Seconda Guerra Mondiale, all’azione dell’Armata Rossa sovietica, ai movimenti operai e popolari di tutto il mondo, e ovviamente grazie ai grandi ebrei che hanno dato all’umanità avanzamenti enormi nella scienza, nella letteratura, in tutte le arti, dalla musica al cinema. Oltre a venerare e studiare Marx, Luxemburg ed Einstein, siamo tutti cresciuti ammirando Dylan, Cohen, Kubrick, Sidney Lumet e centinaia di altri.
Ci siamo poi ritrovati davanti i Netanyahu, i BenGvir e gli Smotrich, i Gallant, i Barak, gli invasati che hanno adottato lo stupro sistematico come strumento di tortura sui prigionieri. Ci siamo ritrovati davanti a esseri di merda come Jeffrey Epstein, promossi “finanzieri” e incaricati di costruire favori e dossier per ricattare il gotha dell’establishment euro-atlantico. E non troppo indirettamente anche i popoli da questo governati.
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Per un nuovo pensiero strategico
La Redazione
Forse può risultare ai più ambizioso intitolare questa raccolta di interventi organizzati in varie iniziative e convegni negli ultimi anni dal giornale online “L’Interferenza” Per un nuovo pensiero strategico, ma per essere onesti con noi stessi e con i lettori, in realtà questo è il fil rouge che ha reso necessaria questa pubblicazione. Il nostro non è un tentativo di inflazionare ulteriormente gli scaffali delle librerie con l’ennesimo istant book della politica, della geopolitica o delle questioni di genere, ma la ricerca affannosa di una dimensione perduta, di dare un forse piccolo ma, crediamo, efficace contributo alla ricostruzione di un pensiero materialista, strategico e quindi generale, organico, ovvero tentare di cogliere frammenti della weltanschauung del tempo in cui viviamo. Non con un atteggiamento “nuovista” che rifuggiamo, o il pensare, come ha fatto la sinistra radicale e liberale di questo paese e non solo, di fare piazza pulita della tradizione del Novecento, delle rivoluzioni, delle socialdemocrazie e dell’esperienza storica dei paesi socialisti.
Questo sarebbe presuntuoso e non ambizioso. Cerchiamo invece di tornare a scavare seguendo la tradizione della vecchia talpa, consci che non si inventa nulla, che il mondo storico è tempo stratificato, di lotte di classe e di idee, di innovazioni sociali, di tecniche, di tradizioni ideologiche e culturali e di filosofie. Ma siamo anche convinti che il tempo in cui viviamo è pregno di grandi cambiamenti. La direzione di questi dipenderà molto dalle forze in movimento.
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Disputa operaia esplosiva
di Karlo Raveli
Per rivolgersi alle origini realmente determinanti di fenomeni spaventosi come guerre, genocidi, degenerazioni climatiche, ambientali, ecologiche o elettromagnetiche, e la stessa ormai sempre più emergente crisi di riproduzione della specie – caso italiano in testa..? – risulta ormai indispensabile reimpostare concetti come ‘cambiamenti istituzionali’ e persino ‘rivoluzioni’ e così via. A cominciare dal sorpasso del vecchio anticapitalismo di ‘lotta di classe dei lavoratori’ così come da ingannevoli contesti e concetti di ‘popolo’ o ‘nazione’ di stampo statocentrista e colonialista.
Oramai approcci globali di sigillo tecnofeudale oltre che costantemente patriarcale.
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1.
Un salutare detonatore, apparso ultimamente nello Scaffale di Roberto Ciccarelli sul Manifesto del 17.3.2026 con l’articolo “Se l’inconscio va controcorrente e diventa uno dei mezzi di produzione della realtà”. Dove riflette sulla rigenerazione di concetti come lavoro, classe, proletariato e così via. Punzecchiando per esempio così: “la classe è unità degli interessi degli sfruttati e comunità nel desiderio”.
Però noi qui picchiamo ben più a fondo!
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2.
Con una miscela esplosiva scoperta recentemente e orientata verso l’indispensabile svolta epocale: accessibile in vari brani deflagranti di una ‘bozza operaia’ cartacea, fuori rete, segnalata qualche tempo fa’ proprio qui in Sinistrainrete da un articolo “sui qualia” (a).
Un abbozzo di dibattito che si rivela per esempio in circolazione tra femministe torinesi – a quanto pare soprattutto di NUDM – che converrebbe recuperare e accomunare in maniera intersezionale tra il più possibile di movimenti sociali radicali. Inclusi logicamente i nostri migranti, visto poi che si occupa parecchio di colonialismo.
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Di Salerno Aletta invece ci fidavamo
di Davide Miccione
Due anni fa, in estate, lessi il libro di Guido Salerno Aletta. Mi aveva colpito il titolo, la perfetta puntuta formula descrittiva della società di questi anni: Non ci fidiamo più. Il sottotitolo suonava, invece, lungo e tetro: Verso un nuovo ineluttabile futuro senza libertà, democrazia, stati. Suonava impressionante il sottotitolo, soprattutto per chi avendo letto Salerno Aletta ne conosceva il garbo e la misura nella scrittura. Non lo avevo acquistato né lo stavo leggendo solo per il titolo ovviamente. Avevo già letto l’autore nei suoi puntuali e dotti articoli economici e lo avevo sentito parlare (persino più efficace che nella scrittura) in alcune interviste o Talk Show sul web, in spazi perlopiù appartenenti a quella galassia dissenziente ancora senza nome che non ritiene la classe politica europea e americana innocente e non compromessa in tutto quello che è accaduto (a farla breve) negli ultimi cinque anni. Coloro insomma che dell’ultimo quinquennio delle emergenze mediche, economiche, sociali e belliche vedono la dimensione volontaria e politicamente costruita e non quella favolisticamente fortuita o necessitata da “altri” cattivi.
La curiosità di leggerlo mi aveva indotto a violare due principi personali regolativi di piccola etica (etichetta): quello di non comprare su Amazon e quello di non comprare libri pubblicati in self-publishing. Non ci fidiamo più infatti era purtroppo auto-pubblicato (la motivazione mi sfugge per un autore che non avrebbe avuto problemi a procurarsi una casa editrice) e poteva essere acquistato solo su Amazon. Il senso della mia ritrosia per entrambe le cose è il medesimo: non contribuire a questo processo di distruzione di tutte quelle articolazioni che costituiscono la nostra cultura (le librerie fisiche, le case editrici, la categoria di chi nelle case editrici lavora ecc) in nome di una falsa disintermediazione. Il libro ripagò la mia violazione con la qualità delle sue tesi e delle sue analisi ma al contempo mi confermò sull’orrore di queste pratiche. Infatti, a fronte di un contenuto interessante, ipercompetente e convincente, il libro in quanto oggetto editoriale mostrava la mancanza di una cura editoriale decente: una grafica strampalata, pagine saltate, una organizzazione del materiale non priva di salti interni e ripetizioni e un paratesto mutilo (mancava persino l’indicazione dell’anno di pubblicazione che graziosamente Amazon indica nel 2023, giugno).
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Per una sinistra demodernizzata
di Onofrio Romano
Il nostro pensiero “critico” è tarato entro la forma neoliberale: liberazione dei desideri, pluralizzazione delle identità. Siamo privi di un’immaginazione all’altezza del collasso dell’ordine liberale. Nei Brics, troviamo la stessa vita che in Occidente: lusso, consumo senza freni, tecnologia, performance, competizione. Arrestare la corsa, questa è la "rivoluzione"
Siamo lì
Viviamo, ci viene ripetuto, nel momento Polanyi. Il fascino un po’ malinconico delle etichette storiche ci consola con la familiarità del precedente, mentre ci lascia del tutto impreparati alla brutalità di ciò che viene. Il frangente che attraversiamo riproduce con inquietante fedeltà quello vissuto all’inizio del Novecento, quando la Prima guerra mondiale, la crisi del 1929 e l’abbandono del Gold Standard da parte degli Stati Uniti nel 1933 segnarono il congedo definitivo dal mercato autoregolato ottocentesco, cioè dal regime che Karl Polanyi individuava come il vero motore della modernità liberale.
Quel sistema arrivò al suo esito, conobbe una crisi irreversibile, e nel passaggio nacquero i mostri. Non si trattò soltanto della fine di un assetto economico, ma del crollo di una forma di regolazione sociale. Il mercato, immaginato come meccanismo naturale capace di dare ordine spontaneamente alla produzione e alla distribuzione dei beni, rivelò il proprio fondo distruttivo. Polanyi non usava mezzi termini: la mercificazione dei fattori produttivi (terra, lavoro, denaro) conduce alla dissoluzione della società. Distrugge l’habitat umano. Perché il lavoro non è una merce, ma l’esistenza stessa delle persone; la terra non è una merce, ma l’alveo naturale dentro cui la vita si dispiega; la moneta non è una merce, ma un’istituzione che organizza l’interdipendenza sociale. Trattarli come merci significa delegare la vita in comune a una macchina cieca che non può, per sua natura, prendersi cura delle condizioni della propria esistenza.
Da questo punto di vista, siamo esattamente lì. La nuova fase di regolazione avviatasi nei primi anni Ottanta – che chiamiamo neoliberismo, ma che nella sua sostanza coincide con l’ennesima mercificazione dei fattori produttivi – ha prodotto una devastazione sociale perfettamente corrispondente a quella denunciata da Polanyi. La crisi finanziaria e poi economica del 2008, la crisi sanitaria del 2020, che segnala la deregolazione strutturale del rapporto tra uomo e natura (espressione approssimativa, ma intelligibile), la guerra mondiale a pezzi che scorre sugli schermi ogni giorno, la crisi ecologica, quella energetica, quella migratoria, quella della rappresentanza: un’accumulazione di catastrofi che non si sommano, ma si moltiplicano. Il sistema non collassa, si avvita.
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Scontro con la Russia: verso una guerra su scala europea?
di Roberto Iannuzzi
Il riarmo tedesco, le tensioni nel Baltico, e un cambio di equilibri a Mosca, possono estendere la guerra nel vecchio continente al di là dei confini ucraini, e portare a un’escalation nucleare
Nei giorni scorsi, i media occidentali hanno attirato l’attenzione su una frase pronunciata dal presidente russo Vladimir Putin in occasione delle celebrazioni della vittoria sul nazismo, lo scorso 9 maggio, secondo cui il conflitto ucraino sarebbe ormai prossimo alla fine.
La frase alquanto vaga – “Credo che la questione stia per concludersi, ma si tratta davvero di una questione seria” – proferita a seguito di affermazioni molto dure nei confronti degli sforzi occidentali di sabotare ogni negoziato russo-ucraino, non deve far trarre conclusioni affrettate.
Putin ha menzionato le origini del conflitto, l’allargamento della NATO a dispetto degli accordi, e ha ribadito come, dal punto di vista russo, le leadership occidentali abbiano usato l’Ucraina come un ariete nel loro conflitto finalizzato a indebolire e destabilizzare la Russia.
Egli ha ricordato che gli europei hanno sabotato il negoziato tra Mosca e Kiev nell’aprile 2022, e ha rivelato che in quell’occasione il presidente francese Emmanuel Macron lo avrebbe ingannato spingendolo a ritirare le truppe russe da Kiev con il pretesto che gli ucraini non potevano firmare un accordo con una pistola puntata alla tempia.
Semmai, dalle dichiarazioni del presidente russo si evince che, a torto o a ragione, egli consideri in questo momento i paesi europei come una minaccia forse maggiore di quella rappresentata dagli Stati Uniti.
Questa persuasione, lungi dall’appartenere esclusivamente a Putin, sta prendendo piede negli ambienti politici russi.
In quattro anni di conflitto, lo schieramento occidentale ha infranto tabù che mai erano stati violati durante la Guerra Fredda. Paesi NATO hanno fornito a Kiev dati di intelligence e missili per colpire il territorio russo.
Nell’agosto del 2024, essi hanno appoggiato l’invasione ucraina dell’oblast russo di Kursk con armi e supporto logistico. E negli ultimi due anni hanno aiutato Kiev a colpire elementi chiave della deterrenza nucleare russa.
Nel corso del conflitto, gli europei hanno mantenuto una linea di inflessibile ostilità nei confronti di Mosca.
Secondo tale linea, la Russia costituirebbe una grave minaccia per l’intero continente, richiedendo perciò il riarmo europeo. Al tempo stesso, sarebbe debole in Ucraina e al proprio interno, e andrebbe dunque fiaccata ulteriormente.
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Il Servizio sanitario non c’è più: è possibile ripristinarlo?
di Piersergio Serventi
Una mattina dell’ottobre-novembre 1990, a Palazzo Chigi, il ministro del Tesoro Giuliano Amato, presiedendo la conferenza delle Regioni spiegò che se non avessimo fatto immediatamente una riforma della sanità in grado di ridurne la spesa, il Fondo Monetario Internazionale non ci avrebbe prestato i 15.000 miliardi indispensabili per pagare almeno gli stipendi pubblici. Cosa era accaduto? Era accaduto che, nei dieci anni precedenti, il nuovo SSN universalistico e gratuito non era stato supportato da stanziamenti finanziari adeguati. Avevamo fatto il SSN, ma non ci avevamo messo i sodi sufficienti per sostenerlo. Per cui i disavanzi si erano accumulati e i ripiani per evitare il blocco dei servizi erano stati fatti a debito, aggiungendosi al debito del sistema pensionistico (c’erano ancora le pensioni baby) e della macchina pubblica in generale. C’erano margini per recuperi di sprechi e inefficienze? Sì, ma non c’era tempo. Quindi l’alternativa posta da Amato fu secca: o la riforma subito per avere il prestito o il default dello Stato. Messa così, i Presidenti, non poterono che dare parere favorevole. Subito dopo, venne emanato il decreto-legge 1° dicembre 1990 n. 335 che impose il Commissariamento di tutte le Unità Sanitarie Locali, con mandato ai commissari straordinari di ricondurre la spesa entro gli stanziamenti prefissati.
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Iran. Attacco Usa annullato o bluff?
di Piccole Note
Resta da vedere se le telefonate con i Paesi del Golfo sono solo una scusa per annullare l'attacco, che evidentemente aveva promesso a Netanyahu con cui aveva parlato domenica, o se davvero siano state le suppliche dei reali mediorientali a fermare la macchina bellica americana
Pericolo sventato, sembra. L’attacco all’Iran non si fa. Così Trump su Truth social: “L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, mi hanno chiesto di sospendere l’attacco militare contro la Repubblica Islamica dell’Iran previsto per domani, in quanto sono in corso negoziati seri e, ad avviso di questi grandi leader alleati, si raggiungerà un accordo pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e non solo”.
“Questo accordo comprenderà, cosa fondamentale, NESSUNA ARMA NUCLEARE ALL’IRAN! In virtù del rispetto che nutro per i suddetti leader, ho dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, al Capo di Stato Maggiore Congiunto, Generale Daniel Caine, e alle Forze Armate degli Stati Uniti, che NON effettueremo l’attacco all’Iran previsto per domani, ma ho anche ordinato di tenersi pronti a procedere con un attacco su vasta scala contro l’Iran in qualsiasi momento, qualora non si raggiunga un accordo accettabile”.
Resta da vedere se le telefonate con i Paesi del Golfo sono solo una scusa per annullare l’attacco, che evidentemente aveva promesso a Netanyahu con cui aveva parlato domenica, o se davvero siano state le suppliche dei reali mediorientali a fermare la macchina bellica americana.
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