La sola rivoluzione davvero nostra, non possiamo restare a guardare
di Luciana Castellina
Cuba. Erano gli anni ’50, si parlava di uno strano gruppo di giovani isolato e senza aiuti nella Sierra Maestra. Un paio d’anni dopo, nel 1959, fecero fuori il dittatore Batista e la sua cricca
La grande corazzata americana, una floating power plant, come scrivono orgogliosi i giornali trumpisti, è ancorata nella baia dell’Avana già da parecchi giorni prima dell’arresto del presidente venezuelano Maduro.
È lì per bloccare tutti i convogli diretti a Cuba, innanzitutto quelli che portano petrolio. Quello che proveniva da Caracas ma poi anche da altri Stati. Arrivava regolarmente anche dal Messico, fino a che la presidente di quel paese – appena Trump ha dichiarato che chi insisterà nel fornire a Cuba il prezioso combustibile verrà punito con un consistente aumento dei dazi – ha fatto retromarcia. Il Messico, ha detto Claudia Sheinbaum, non può permettersi di affrontare questo rischio.
Quanto all’Unione europea, la signora Kallas, alto rappresentante per la politica estera, rimangiandosi rapidamente qualche debole apertura concessa qualche mese fa in occasione di una interrogazione parlamentare, si è pienamente allineata. Il problema di Cuba, si è azzardata a dichiarare in relazione al drammatico strozzamento dell’isola, «sono i diritti umani». (63 anni di strangolamento economico imposto all’isola con l’embargo, sarebbe invece un diritto umano?)
L’OCCIDENTE, come si vede, in barba ai suoi “valori” accetta disciplinato il diktat di Trump. Il quale, nel frattempo, soddisfatto per non aver trovato ostacoli al suo programma, ha mandato a dire all’Avana che lui è pronto a un accordo e che, anzi, lui «sarà molto gentile» e farà quanto necessario per rendere finalmente Cuba libera.
- Details
- Hits: 116
Vizi privati, pubbliche virtù
di Andrea Zhok
Discussioni come quella recente su Chomsky e gli Epstein file mi hanno fatto riflettere su un problema profondo nelle società occidentali odierne.
Per arrivare al punto devo fare una digressione.
Partiamo da una questione antropologica e sociologica elementare. Posto che ciò che caratterizza gli esseri umani in termini di efficacia nel mondo è la capacità di cooperare, chiediamoci: come si può costruire una rete di cooperazione?
Esistono naturalmente le istituzioni formali, ma esse dipendono a loro volta da un livello motivazionale più profondo: tu puoi avere formalmente uno stato e una magistratura con delle leggi, e tuttavia questo può essere del tutto vuoto e ineffettivo se la gente non ci crede, se non sente una ragione per riconoscervisi. Il mondo è pieno di stati e istituzioni che esistono solo sulla carta, ma che di fatto coprono altri meccanismi di potere.
La domanda dunque diventa: cosa consente di costruire reti di cooperazione a livello motivazionale profondo? Nel contesto odierno credo vadano nominati due modelli.
1) Il modello tradizionale si incardina nella natura umana e ha un passato glorioso: gruppi di persone si organizzano, coordinano e cooperano sulla scorta di ideali comuni, dando agli altri e ricevendo dagli altri riconoscimento. Gli elementi affettivi fondanti di questi ordinamenti sono cose come l’amicizia, la lealtà, l’onore, la reputazione.
- Details
- Hits: 107
Suprematismo e retorica anti Islam e Iran
La costruzione del mostro orientale sulla stampa italiana
di Pasquale Liguori
Lo scorso 3 febbraio, i due principali quotidiani italiani hanno pubblicato editoriali sull'Islam e, in particolare, sull'Iran che, pur provenendo da prospettive diverse in apparenza, condividono una struttura argomentativa profondamente problematica. L'articolo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera e quello di Massimo Recalcati su la Repubblica costituiscono due varianti di quello che Edward Said ha definito orientalismo: una modalità di rappresentazione dell'altro che funziona come negativo speculare necessario all'autorappresentazione occidentale. Non si tratta semplicemente di analisi sbagliate o incomplete, ma di un costrutto ideologico che istituisce l'alterità radicale come conditio sine qua non per l'affermazione della propria superiorità civilizzatrice.
Entrambi gli autori operano attraverso una strategia di riduzionismo che schiaccia l'Islam politico e l’Iran su una dimensione immutabile e monolitica. Galli della Loggia si chiede se nell'Islam esista libertà, trasformando una religione praticata da oltre un miliardo e ottocento milioni di persone in un'entità omogenea, impermeabile alla storia e alle sue interne contraddizioni. Recalcati, da parte sua, descrive il governo iraniano come “un'ideologia della morte”, costruendo una dicotomia assoluta tra la vita (l'Occidente democratico) e la morte (il dispotismo orientale).
Tale operazione, ovviamente, non è neutra. Ciò che entrambi gli articoli sistematicamente omettono è la dimensione storica e politica delle dinamiche che descrivono.
- Details
- Hits: 91
Tre controriforme e un solo obiettivo: rafforzare l’esecutivo indebolendo gli altri poteri
di Pier Paolo Caserta
Dal referendum Renzi al taglio del Parlamento fino alla riforma della magistratura, tre interventi diversi ma con un filo comune: indebolire l’equilibrio dei poteri a vantaggio dell’Esecutivo. Sullo sfondo, il ruolo delle Big Tech e il caso Meta-Barbero.
* * * *
Le tre controriforme
Le ultime de-forme costituzionali, o i tentativi di attuarle, hanno tutte avuto un comune umore di fondo e un comune intento politico generale. Le de-forme in questione sono quella renziana del 2016, rimasto un tentativo non andato a buon fine; il taglio del Parlamento, andato invece a buon fine; e, da ultimo, il tentativo in atto di indebolire il Consiglio Superiore della Magistratura.
La cornice all’interno della quale si muovono queste controriforme, o tentativi di attuarle, è per molti versi la stessa e identico è l’obiettivo politico di fondo: l’alterazione dell’equilibrio dei poteri a favore dell’Esecutivo. Tutte vanno valutate alla luce della loro capacità di proiezione verso questo obiettivo. Costituiscono altrettanti passi verso la sua realizzazione.
Ovviamente nessuno si presenterà ai cittadini dicendo che intende compromettere l’equilibrio tra i poteri e rafforzare in misura abnorme l’Esecutivo.
- Details
- Hits: 410
C’era una volta il Giambellino
Memorie di un quartiere "scomodo"
di Carlo Formenti
Fra me e l'amico Manolo Morlacchi c'è una differenza d’età di più di vent'anni (io del 47 lui del 70) ridotta dalla comune passione politica, tinta di rosso. Ovviamente abbiamo avuto percorsi di vita diversi, visto che si sono svolti in contesti temporali lontani, non tanto in termini assoluti (per la storia vent'anni sono un battito di ciglia), quanto relativi (il peso tremendo di quei vent'anni si rispecchia nella ininterrotta sequenza di sconfitte che hanno annullato le conquiste di un secolo di lotte proletarie).
Quando Manolo gattonava e io militavo da qualche anno nei movimenti filocinesi, mi è capitato d'incontrare, sia i compagni del Gruppo Luglio 60 nato al Giambellino (e chissà, forse c’era anche uno dei suoi genitori, se non entrambi), sia alcuni membri della redazione di "Lavoro Politico", la rivista nata all'Università di Trento sulle cui pagine scriveva, fra gli altri, Renato Curcio, il quale, assieme a Morlacchi padre e altri proletari, avrebbe di lì a poco fondato il nucleo originario delle Brigate Rosse.
Oggi quella storia è stata ridotta a una narrazione tragica intessuta di tenebrosi luoghi comuni (anni di piombo, terrorismo rosso, ecc.) associata a piccole frange di giovani intellettuali infarciti di utopie e ideali astratti. In un libro precedente, La fuga in avanti, Morlacchi ne ha riscattato la memoria, mettendo allo scoperto le radici di una realtà del tutto diversa: minoranze sì, ma minoranze proletarie, accomunate dalla delusione nei confronti della svolta moderata del PCI – nel quale la maggior parte aveva militato - e decise a rilanciare il sogno rivoluzionario della Resistenza. Un'eresia che ha suscitato condanne più feroci da parte dei comunisti "ortodossi" - preoccupati per il "danno di immagine" - che degli stessi partiti borghesi.
Certo quell'assalto al cielo è stato, come recita il titolo del libro appena citato, e come la maggior parte di noi militanti delle sinistre radicali del tempo pensavamo, una "fuga in avanti".
- Details
- Hits: 343

Palestina e Iran nella crisi dell'imperialismo e del capitalismo
di Nicola Casale
Inizio con un commento sul funerale della resistenza palestinese celebrato dal Pungolo Rosso non per la specifica (a dir poco, relativa) importanza del gruppo nel panorama della sinistra rivoluzionaria, ma perché rappresenta in modo evidente la deriva che una buona parte di tale sinistra ha baldanzosamente impresso alla sua evoluzione (in stretta analogia, peraltro, con parti della sinistra antagonista). Al di là della constatazione dell'abisso senza fine di certe formazioni, propongo alla discussione alcune considerazioni su Palestina e Iran e, più in generale, sull'imperialismo e il capitalismo.
L'articolo del Pungolo rivela la voglia smisurata di dichiarare morta la resistenza reale che i palestinesi e l'Asse della Resistenza sono in grado di mettere in campo per promuovere, in alternativa, la propria soluzione ideale (e idealista), che consiste nelle solite formulette general-generiche (rivoluzione di area che sia al contempo anti-imperialista e anti-capitalista) che si sostanziano nel chiedere ai palestinesi e alle masse arabe di accettare la direzione di chi le elabora, cioè di loro stessi, i pungolanti, appunto.
Tipico atteggiamento euro-centrico, che, nel caso del Pungolo, rivela la base materiale dell'euro-centrismo comunista, l'assoggettamento a tutti i comandi dell'imperialismo, appena velato da contorti e contraddittori discorsi anti-capitalisti e anti-imperialisti. Nel caso del Pungolo si tratta di un'abitudine consolidata, con il trionfalistico can can che ostenta per ogni rivoluzione colorata messa in scena dall'imperialismo, anche quando è di evidentissima fattura come l'ultima tentata in Iran, in cui Mossad, Cia, Israele, Usa hanno persino sbandierato il loro ruolo manipolatorio sul campo e nella sfera informativa per trasformare proteste pubbliche dal contenuto economico in disordini messi in atto da loro agenti sul terreno. Per di più con sanzioni strangolatorie che da 47 anni impediscono all'Iran la stabilità economica e con il ricorso alle manovre per provocare un'improvvisa svalutazione della moneta alla fine di dicembre, esplicitamente rivendicate da Bessent (ministro del Tesoro Usa) a Davos. Dio ceca chi non vuol vedere!
- Details
- Hits: 197
Abolire la sicurezza è l’unica sicurezza di cui abbiamo veramente bisogno!
di Enrico Gargiulo
La questione della sicurezza è un tema all'ordine del giorno, al centro delle mosse del governo Meloni. Enrico Gargiulo la discute riflettendo su Abolire la sicurezza. Un manifesto (ombre corte, 2025) del Collettivo Anti-security, libro che affronta la genealogia di questo concetto ambiguo e ci fornisce strumenti preziosi per decostruire e affrontare criticamente le politiche securitarie. Secondo l'autore della recensione, il testo non si limita a una critica delle derive securitarie, ma propone possibili vie d'uscita a partire da una prospettiva «abolizionista», ossia l'abolizione di aspetti più o meno specifici del capitalismo come chiave per mettere in discussione l'intero sistema.
* * * *
La traduzione italiana di The security abolition manifesto arriva con un tempismo perfetto. Oggi, infatti, la parola «sicurezza» compare nei discorsi di tutte le forze politiche presenti in parlamento.
Tra le fila del centro-sinistra è stata richiamata più volte. Walter Veltroni ha invitato a non considerarla un tabù o, al contrario, a evitare di affrontarla scimmiottando le ricette della destra. Silvia Salis, sindaca di Genova, ha esortato a trattarla come «un tema nazionale e, per certi aspetti, anche internazionale, che nessun governo può annunciare di risolvere dall’oggi al domani». Posizioni del genere non costituiscono una novità: le politiche securitarie sono, se non un’invenzione, senza dubbio una costante nell’azione politica del campo «progressista». Almeno a partire dagli anni Novanta del XX secolo, quando da un lato il progetto Città sicure, realizzato in collaborazione tra la Regione Emilia-Romagna e l’Università di Bologna, e dall’altro il protagonismo dei sindaci «democratici», eletti direttamente a partire dal 1993, hanno gettato le basi per un vero e proprio programma di governo.
- Details
- Hits: 204
Comunicazione strategica e guerra cognitiva
di Andrea Balloni
Comunicazione e guerra
Difficile poter intuire con immediatezza come due parole così distanti, solitamente relative ad ambiti semantici quasi opposti, possano talvolta unirsi concettualmente; e interessante è comprendere invece come il pensiero e l’esperienza umana riescano a rendere semplice, quasi normale, la loro convivenza nella descrizione di un metodo di controllo sociale e politico, dove tutto si riduce alla comunicazione, perfino la guerra.
Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, sulla scia degli studi sulla psicologia umana e la pubblicazione di importanti lavori sulla propaganda e la manipolazione delle folle, si sviluppano ricerche sulle tecniche di comunicazione strategica che hanno indotto l’utilizzo dell’informazione e di operazioni psicologiche (Psyops, per gli anglofoni) nell’ambito delle strategie militari.
Tali studi non furono certamente di pertinenza esclusiva dell’Occidente, ma con certezza il Fuhrer del Terzo Reich, il suo ministro della Propaganda Goebbels e Churchill affidavano gran parte della loro strategia di guerra alla propaganda e alla manipolazione del pensiero, mentre lo stesso Mussolini intratteneva addirittura rapporti epistolari con Gustave Le Bon e teneva il suo saggio “Psicologia delle folle”1 sul comodino, accanto al letto.
- Details
- Hits: 202
Azzoppare l'anatra
di Leonardo Mazzei
Primo obiettivo, colpire il governo della guerra, della repressione, dei bassi salari, dell’austerità, del sostegno a Israele
I pacchetti sicurezza del governo Meloni sono come quelli dell’Ue per le sanzioni alla Russia, ed entrambi assomigliano molto ai rotoloni Regina: non finiscono mai.
Lasciando perdere la pur rispettabile carta igienica, cosa accomuna la compulsività securitaria a quella russofobica? La domanda può apparire peregrina, ma non lo è. Queste due ossessioni dei tempi nostri hanno infatti in comune gli stessi soggetti e un’identica origine. I dominanti dell’Occidente collettivo non sanno come venir fuori dalla crisi del modello neoliberista, non hanno più nulla di buono da offrire ai propri popoli. Da qui la postura guerrafondaia all’esterno e la torsione autoritaria all’interno.
Certo, non tutti i paesi sono uguali e ancor meno lo sono i mutevoli governi. Ma, fatte le debite differenze, a nessuno può sfuggire la tendenza di fondo verso un autoritarismo sempre più dispiegato che va dagli Usa all’Italia, dalla Gran Bretagna alla Germania, solo per citare alcuni casi. Un autoritarismo che ha uno scopo ben preciso: impedire che i popoli possano avere voce in capitolo nell’attuale fase di crisi politica del modello occidentale, fare in modo che i nuovi equilibri vengano giocati (magari anche duramente) solo tra i dominanti. I dominati, viceversa, devono essere passivizzati, meglio ancora annichiliti.
- Details
- Hits: 185
Venezuela bolivariano, petrolio e propaganda di guerra
di Gianmarco Pisa
“Stiamo aprendo le porte - ha osservato la presidente incaricata, Delcy Rodriguez - a un’alleanza strategica per aumentare la produzione, garantendo che ogni goccia di petrolio che aggiungiamo si traduca in maggiori investimenti sociali e maggiore stabilità economica per il Paese”. Né privatizzazione né, tantomeno, “tradimento” dunque; e la stessa pretesa statunitense, di “appropriarsi del petrolio” del Venezuela, è stata respinta.
La recente approvazione della Legge organica sugli idrocarburi (gennaio 2026) della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha suscitato non pochi commenti e reazioni e, come era prevedibile, ha scatenato una nuova ondata di guerra mediatica e di propaganda ostile, da parte di settori legati all’imperialismo occidentale, ma anche disinformazione e mistificazione, spesso condite di retorica ideologica e frasi scarlatte. Il contesto della riforma è noto: la resistenza all’aggressione, la continuità dello Stato e del processo rivoluzionario bolivariano; la mobilitazione delle forze politiche e sociali bolivariane e socialiste; la resistenza, a difesa delle istituzioni politiche e delle conquiste sociali della Rivoluzione bolivariana, nel contesto dell’aggressione, della pressione militare e della campagna ostile posta in essere dagli Stati Uniti, che hanno portato, come si ricorderà, il 3 gennaio scorso, al sequestro manu militari di un presidente legittimo, in carica, il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, e della prima combattente, la giurista e deputata Cilia Flores. Respinti l’assalto e il tentativo di colpo di stato, Delcy Rodriguez, già vicepresidente esecutiva con Maduro, svolge ora la funzione di presidente incaricata del Venezuela bolivariano.
- Details
- Hits: 353
Crisi del liberalismo. L’Italia verso un ritorno degli anni di piombo?
Federico Dal Cortivo intervista Andrea Zhok
Il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok, filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Oggetto dell’intervista la crisi della società in cui viviamo.
* * * *
Una crisi profonda: culturale ma anche materiale
Prof. Zhok, siamo in un periodo di grandi cambiamenti a livello internazionale, dove la geopolitica la fa da padrona e molte carte vengono rimescolate. Ma la cosa che salta all’occhio è la profonda crisi che avvolge il sistema liberista, che sembrava destinato a governare il mondo per i secoli a venire e su cui l’Occidente aveva poggiato le sua fondamenta. Ora dagli Stati Uniti all’Europa questo modello sembra scricchiolare, vorrei un suo parere al riguardo.
«Si tratta di una crisi molto profonda perché insieme culturale e materiale. Sul piano culturale la modernità liberale presenta da sempre elementi di fragilità, in quanto ha promosso un processo di secolarizzazione senza riuscire a costruire un’etica normativa condivisa che rimpiazzasse la precedente etica di matrice religiosa. Al posto di un’etica normativa condivisa ha pensato bastasse un appello ai diritti individuali e ai piaceri del consumo, ma queste istanze non forniscono alcuna base effettiva per fondare un’etica pubblica».
- Details
- Hits: 236
Votare no alla “sacrata” riforma
di Carla Filosa
Questa riforma non bisogna più chiamarla della Giustizia, ma riforma della Costituzione. Ci si riferisce qui in particolare all’inaugurazione dell’anno giudiziario del 30 e 31 gennaio scorso, effettuata dalla Corte Suprema di Cassazione e dalla Corte d’Appello. Per chi non ha seguito con interesse gli eventi fine mese, la solennità della cerimonia inaugurale della magistratura in toga rossa ed ermellino è risultata stridere con il tono tra il risentito e l’aggressivo dell’intervento del ministro Nordio.
In tutte e due le volte alla centralità emersa dell’autonomia e indipendenza della magistratura riaffermata con precisa convinzione sia da Pasquale D’Ascola (1° presidente dell’amministrazione della giustizia) sia dal vicepresidente del CSM Fabio Pinelli, in Cassazione, come pure in Corte d’Appello, il guardasigilli ha risposto con tono sprezzante e risentito, ma con evidente senso di difficoltà, negando il fine da loro evidenziato della riforma in questione. Il ministro ha espresso sdegno per le “ripugnanti le insinuazioni” – solo parole sue - avanzate sulle “interferenze illecite” relative alla proposta riforma, definendo inoltre “blasfema” – di nuovo citazione – “l’idea che questa possa minare l’indipendenza della magistratura”.
Prima di entrare nel merito, cioè nel contenuto dei punti di rilievo della stessa riforma, si badi in primo luogo all’aspetto più formale, espressivo, linguistico, ed evocatore usato da Nordio. Invece di controbattere sul significato reale dell’”autonomia e indipendenza della magistratura” rivendicato dal presidente D’Ascola quale “non privilegio di categoria, ma garanzia essenziale per l’imparzialità dei giudici e l’eguaglianza dei cittadini, quale caposaldo del sistema costituzionale, ove la costituzione ha il suo perno essenziale nel principio di uguaglianza sostanziale”, il ministro sposta invece l’attenzione sulla propria irritazione derivante da “insinuazioni”, ovvero da intenti di persuasione subdola o frodatrice, ingannatrice, fonte di sospetti; non intelligenza, quindi, volta a comprendere anche le conseguenze dell’assunto in questione, i suoi corollari nascosti, omessi ma presenti. Primo invito all’irrazionale.
- Details
- Hits: 427

Qui e ora
di Lo Sparviero
Lo shock-scossa tellurica Epstein-files. Alcune riflessioni work in progress
Qui e Ora è il seguito delle due precedenti puntate sul castello degli orrori emerso con la vicenda di Jeffrey Epstein, del “sistema Epstein” per meglio dire. La nostra prima puntata è del luglio 2025 (https://comedonchisciotte.org/questo-castello-degli-orrori-che-bisogna-radere-al-suolo/), la seconda del 2 febbraio appena passato (https://comedonchisciotte.org/negli-esptein-files-ce-la-bestia-satanica-tutti-dentro/).
Titoliamo Qui e Ora per significare e cercare di trasmettere lo stato di necessaria tensione nel quale svolgiamo le nostre “riflessioni”, incalzati dal ritmo vorticoso degli eventi e sapendo che il tempo delle calende greche è scaduto. Non vale solo per la Palestina, per l’Iran, per l’Asia occidentale.
E’ una raccolta di “minime riflessioni” che presentiamo in capitoletti su alcuni dei molteplici aspetti dello shock-scossa tellurica derivante dalle terrificanti rivelazioni degli Epstein files di cui al momento non siamo in grado di comprenderne precisamente “l’utilizzo politico”. Nelle ipotesi estreme esse “rivelazioni” potrebbero far parte di una manovra di vasta portata volta alla destituzione del presidente Trump, oppure volte a sollecitare lo scatenamento del criminale attacco diretto all’Iran, o allo scatenamento di una orrenda civil war in America e in Europa che è già comunque nell’aria e altro ancora. It may be... Potrebbe essere, lo scopriremo presto (ed anche sulla nostra pelle).
Una mole enorme di documenti è stata desecretata il 30 gennaio 2026, molti sono stati censurati e non sono state rese pubbliche le immagini presenti nei files di omicidi e torture. Da quanto apprendiamo mancano ancora circa 2,5 milioni di pagine per la completa apertura dei files. Ma basta e avanza così per dare il quadro dell’orrore. “Un vero inferno” ha commentato Maria Zakharova portavoce del Ministero degli Esteri russo. Ai russi dedichiamo uno dei capitoletti work in progress.
- Details
- Hits: 390
Un conflitto pianificato a danno dei palestinesi. Una storia di Colonialismo e Resistenza
di Francesco Cappello
La spossessione dei popoli indigeni delle loro terre è una modalità di dominazione nota come “capitalismo razziale coloniale“. Dopo aver negato l’autodeterminazione palestinese per decenni, Israele sta ora mettendo in pericolo l’esistenza stessa del popolo palestinese in Palestina. Siamo al cospetto di una logica binaria del colonialismo di insediamento israeliano di dislocazione e sostituzione, volta a espropriare e cancellare i Palestinesi dalle loro terre operante da sempre. Essa comporta la negazione dell’autodeterminazione e altre violazioni strutturali nel territorio palestinese occupato, inclusi occupazione, annessione e crimini di apartheid e genocidio, nonché una lunga lista di crimini accessori e violazioni dei diritti umani, dalla discriminazione, distruzione arbitraria, sfollamento forzato e saccheggio, all’uccisione extragiudiziale e alla fame. Dopo il 7 ottobre 2023, la campagna militare ha polverizzato Gaza e sfollato il più grande numero di Palestinesi in Cisgiordania dal 1967, un’accelerazione del processo di dislocazione-sostituzione.
La mattina del 7 ottobre 2023, il mondo ha assistito ad un attacco devastante, l’Operazione “Alluvione al-Aqsa” di Hamas, che ha causato la morte di 1200 israeliani, in gran parte civili, e la presa di 240 ostaggi. La reazione di Israele, l’Operazione “Spade di Ferro”, ha mietuto decine di migliaia di vite palestinesi, un terzo delle quali bambini. Le radici di questo conflitto sono ben più profonde di un’occupazione di cinquantasei anni iniziata nel 1967. Anzi, la sua genesi può essere fatta risalire alla fine dell’Ottocento.
Una terra non vuota: La Palestina prima del sionismo
Gli storici concordano nell’affermare che contrariamente al mito propagandato di una “terra senza popolo per un popolo senza terra” [+], la Palestina, sotto il dominio ottomano dal 1516, era una società fiorente e diversificata.
- Details
- Hits: 377
Riarmo, speculazione, centralizzazione dei capitali e guerra
di Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera
La tesi di fondo del libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli1, scritto tre anni fa e oggetto di ampio dibattito, collegava la tendenza alla centralizzazione del capitale con la distruzione della democrazia e la ripresa delle politiche di guerra. La tesi del libro veniva poi ripresa da Stefano Lucarelli ne “Il Tempo di Ares” (edito nel 2025), ove si analizzava l’ascesa dei creditori, ovvero di quei paesi che oltre al controllo delle materie prime sono riusciti ad acquisire e sviluppare nuove tecnologie con risultati economici fino a pochi anni fa impensabili, che hanno poi utilizzato i grandi ricavi ottenuti per aumentare le spese militari. Dal punto di vista della comunicazione politica, questi autori hanno avuto il merito di cogliere le cause materialistiche della guerra proponendo una suggestiva divisione del mondo in due blocchi: da un lato i paesi debitori – ossia Usa e Gb, con la Ue al traino –, impegnati a difendere la loro vecchia egemonia con ogni strumento possibile – inclusi il protezionismo e il ricorso alle armi –, dall’altro l’ emergente blocco imperialista “dei creditori” a guida cinese, che coinvolge russi e paesi asiatici, disposti anche a ricorrere alla guerra e al riarmo contenendo il monopolio occidentale. In conclusione, i tre autori hanno ricercato nell’economia le cause della guerra, riprendendo le categorie marxiane per una analisi del capitalismo. E questo approccio guida, nel nostro piccolo, anche l’analisi che andiamo a fare.
Riarmo e speculazione
Chi voglia investire in Borsa ha di fronte a sé una allettante possibilità: acquistare dei pacchetti di titoli del settore militare, gran parte dei quali relativi a imprese di armi con rendimenti in rapida crescita.
- Details
- Hits: 363
Epstein
di Alessandro Visalli
La vicenda della pubblicazione, molto parziale a quanto sembra, dell’archivio di Epstein (e dei suoi complici e forse mandanti) illumina, al di là della pur orrenda cronaca nera, qualcosa di profondo sulla natura del potere in Occidente. O del potere attraverso il denaro senza freni. O, ancora, del potere come complicità di gruppo, di ricattabilità – forse paradossalmente -. Perché, mi chiedo, come è possibile – che metodo c’è – nel fatto che persone potenti abbiano partecipato a riti espressamente illegali e chiaramente degradanti, orrendamente degradanti, “in piena aria”. Ovvero all’aperto, gli uni davanti agli altri. Quale profondità antropologicamente densa, quale abisso “costituente”, mostra questo esporsi? Perché, in ultima analisi, esporsi?
1- Abbiamo, qui da noi proprio nella radice del razionalismo occidentale, o del suo nichilismo, una tradizione – da Sade a Bataille ai “Helfire Clubs” inglesi del settecento, o le comunità aristocratiche libertine – che lega il potere alla trasgressione “visibile”. Un Panoptico delle élite. L’idea che nel violare la morale e la legge davanti a tutti riposa la sovranità. Una sovranità condivisa che esibisce. Una esibizione costitutiva. Un atto performativo, che crea.Troviamo, qui, un ‘rito’ fatto di trasgressione condivisa. Dunque un rito sacrificale, che cementa, separa dall’umanità. Una secessione.Noi sapevamo che le élite erano separate, si erano separate (tanta letteratura sociologica ce lo aveva detto), ma così. Tanto così. Non era visibile.
- Details
- Hits: 206
Iran. Evitato il primo sabotaggio, domani i negoziati con gli Usa
di Davide Malacaria
Ieri hanno provato ancora una volta a scatenare la guerra contro l’Iran. I falchi israeliani e americani hanno usato la richiesta di Teheran di tenere i colloqui in Oman piuttosto che a Istanbul per far saltare l’incontro Usa – Iran previsto per venerdì.
Tutto era stato approntato e la grancassa mediatica, al solito, era in riga per spingere sull’intervento. Serviva un pretesto ed è stato trovato: dialogo saltato perché Washington rifiuta di spostare la sede dei colloqui e perché l’Iran non vuol negoziare sulla riduzione del suo arsenale missilistico.
In realtà, l’Iran deve aver subodorato qualcosa che non andava e voleva assicurarsi che i funzionari inviati all’incontro, tra cui dovrebbe esserci il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, tornassero in patria sani e salvi evitando incidenti di percorso simili a quelli che hanno causato il decesso del presidente Ebrahim Raisi (morto in un misterioso incidente aereo). L’Oman è più vicino ai confini iraniani, meno infiltrato e i suoi cieli si possono vigilare da presso. Richiesta legittima, dunque, quella di cambiare sede, non aveva senso rifiutare il dialogo per una istanza tanto secondaria.
Né il dialogo poteva saltare perché l’Iran rifiutava di mettere in discussione il suo arsenale balistico, dal momento che tale niet era chiaro e irrevocabile già al momento in cui è stato fissato l’incontro. Teheran non può rinunciare alla sua deterrenza.
Nella stessa giornata, l’abbattimento di un drone iraniano da parte della U.S. Navy perché giudicato aggressivo. Si voleva alzare la tensione con Teheran abbattendo un innocuo drone spia, uno dei tanti, iraniani e statunitensi, che battono i cieli della regione.
- Details
- Hits: 314
Bilinguismo e pensiero
di Giorgio Agamben
Noi viviamo nella nostra lingua come dei ciechi che
camminano sull’orlo di un abisso… la lingua è gravida
di catastrofi e verrà il giorno in cui essa si rivolterà
contro coloro che la parlano.
G. Scholem
Tutti i popoli della terra stanno oggi sospesi sull’abisso della loro lingua. Alcuni stanno sprofondando, altri sono già quasi sommersi e, credendo di usare la lingua, ne sono invece senza accorgersene usati. Così gli ebrei, che hanno trasformato la loro lingua sacra in una lingua strumentale d’uso, sono come larve negli inferi che devono bere il sangue per poter parlare. Finché era confinata nella sfera separata del culto, essa forniva loro un luogo sottratto alla logica delle necessità economiche, tecniche e politiche, con le quali si misuravano nelle lingue che prendevano in prestito dai popoli presso i quali vivevano. Anche ai cristiani il latino ha offerto a lungo uno spazio in cui la parola non era soltanto uno strumento di informazione e di comunicazione, in cui si poteva pregare e non scambiarsi messaggi. Il bilinguismo poteva anche essere interno alla lingua, come nella Grecia classica, in cui la lingua di Omero – la lingua della poesia – trasmetteva un patrimonio etico che poteva in qualche modo orientare i comportamenti di coloro che parlavano ogni giorno dialetti diversi e mutevoli.
Il fatto è che il nostro modo di pensare è più o meno inconsapevolmente determinato dalla struttura del linguaggio in cui crediamo di esprimerlo.
- Details
- Hits: 243

Borghesia manipolatrice
di Silvia Borgese
Secondo Orwell la società si articola in tre categorie: i Superiori, orientati alla conservazione del potere; gli Intermedi, che aspirano a sostituirli; e gli Inferiori, che tendono all’abolizione di ogni gerarchia. Il tentativo della classe intermedia di affermarsi come nuova élite dominante necessita inevitabilmente del sostegno degli Inferiori, così da costituire una maggioranza numerica. Tuttavia, questi ultimi non vengono mai realmente inclusi nella transizione: per tale ragione la borghesia li mantiene costantemente occupati nel lavoro e quasi storditi dall’illusione di una possibile ascesa sociale. Condividendo la stessa radice etimologica della parola libertà, il liberalismo si impone come annullamento di ogni costrizione, offrendo l’illusione di possibilità illimitate. A sostenerlo vi è una spinta commerciale inarrestabile, unita alla volontà di dominio economico e sociale, favorita da uno Stato che si limita a garantire le dinamiche concorrenziali senza porvi reali limiti. Esaltato dalla borghesia settecentesca e consolidato dal capitalismo successivo alla rivoluzione industriale, esso ignora le carenze dei ceti subalterni, travolti da rivalità crescenti, privati di stabilità e indotti a credere che la propria sorte dipenda esclusivamente da una vena imprenditoriale impossibile da sviluppare senza mezzi adeguati. Nemico della democrazia, non tollera che il suo principio cardine – la libertà – venga subordinato all’uguaglianza, seppur almeno in apparenza. È restrittiva, a detta di coloro che sanno stare al gioco mutevole del mercato. Ma la forte tutela dell’individualità non per tutti è un privilegio, bensì portatrice di divari, criterio di distinzione.
- Details
- Hits: 689
“Il destino di Israele è segnato”
Andrea Lanzetta* intervista Ilan Pappè
Ilan Pappé ne è convinto: per Israele è cominciato l’inizio della fine. «Non so esattamente come ma verrà il momento in cui anche i governi del resto del mondo diranno che ne hanno abbastanza, come è successo con l’apartheid in Sudafrica», predice lo storico israeliano a TPI.
Questa «decolonizzazione» dello Stato ebraico, come la definisce Pappé nel suo nuovo libro “La fine di Israele” (Fazi, 2025), non avrà nemmeno bisogno di una guerra ma di un «processo lungo, e purtroppo doloroso», che però è già iniziato.
L’analisi dello storico israeliano parte dalla frattura, mai saldata nemmeno dopo il trauma del 7 ottobre e i massacri a Gaza, tra due entità sioniste diverse: lo «Stato di Giudea» e lo «Stato di Israele». Se il primo è descritto come il fronte estremista di destra, religioso e con tratti messianici alleato del premier Benjamin Netanyahu, l’altro è tuttora ancorato ai valori liberali e laici della fondazione e schierato, spesso, con l’opposizione.
Entrambi però, pur contendendosi non solo il potere, ma anche l’anima dello Stato ebraico, sarebbero ancora uniti dall’appoggio a un sistema che nega ai palestinesi i propri diritti civili e umani. Quest’unico denominatore comune e la frattura tra i due campi contrapposti contribuiscono alla polarizzazione politica in Israele e finiranno, ci spiega Pappé, per determinarne la fine. Un epilogo che, secondo lo storico, aprirà nuove opportunità per la pace.
Professor Pappé, è finalmente arrivato il fatidico “Day After” in Palestina?
«In questo momento assistiamo al “Day After di Trump” o al “Day After del Qatar”, mentre avremmo avuto bisogno di un “Day After palestinese”. Solo questo, se realmente basato su giustizia, uguaglianza e democrazia, avrebbe potuto contribuire a galvanizzare il sostegno regionale e internazionale verso la pace e funzionare davvero».
- Details
- Hits: 291
Un meridiano in controluce. Antonio Cantaro e il suo “Amato popolo”
di Onofrio Romano
Ci sono libri che sfuggono a ogni tentativo di classificazione, che rifiutano di farsi “mettere a posto” negli scaffali del pensiero ordinato e che chiedono piuttosto di essere attraversati come si attraversa un paesaggio accidentato, dove ogni passo produce un attrito permanente con il presente. Il libro di Cantaro appartiene a questa rara specie (Amato popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie, Bordeaux, Roma 2025): si offre come una lente che costringe lo sguardo a sostare nel punto più oscuro del nostro tempo, là dove la democrazia non muore per mano di un golpe spettacolare, né crolla in diretta televisiva producendo il frastuono a cui siamo abituati, ma semplicemente si sfalda, evapora in una dissolvenza lenta e silenziosa.
Cantaro rifugge da quella neutralità che spesso maschera l’indifferenza intellettuale. Al tempo stesso, egli si tiene accuratamente a distanza dalla retorica dell’agit-prop da studio televisivo, da quella indignazione prêt-à-porter che costruisce altari dell’Apocalisse dove officiare la liturgia del “siamo alla fine” per poi chiudere la pratica. Il lavoro che Cantaro compie è più scomodo e rischioso: si muove sul filo di un ossimoro che una certa tradizione culturale italiana ha saputo reggere con equilibrio precario, quell’ossimoro per cui emancipazione e radicamento, tradizione e progresso, conservazione e trasformazione non costituiscono coppie da separare in campi contrapposti, ma rappresentano tensioni da tenere insieme nella loro contraddizione produttiva. Soltanto dalla tensione, soltanto tenendo fermo l’ossimoro senza cedere alla tentazione di risolverlo in una sintesi prematura, la vita può generare senso e assumere quello spessore che le impedisce di ridursi a mera sopravvivenza.
Per questo Cantaro è un autore autenticamente “meridiano” (Cassano docet), ma senza alcuna concessione al sentimentalismo identitario. La sua postura intellettuale discende da una linea lunga e mai pacificata – da Machiavelli a Leopardi, da Gramsci a Pasolini – che non ha mai scambiato la liberazione con lo sradicamento, né la critica del potere con l’odio per le istituzioni, né il progresso con la cancellazione di ciò che resiste.
Page 1 of 636
Gli articoli più letti degli ultimi tre mesi
Salvatore Palidda: Dall’autonomizzazione fallita alla nuova subalternità
Giacomo Gabellini: La National Security Strategy dell’Amministrazione Trump: un bagno di realtà
Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi
Marco Travaglio: A chi inviamo le armi?
John J. Mearsheimer: Il futuro cupo dell’Europa
Andrea Zhok: Diario politico di un martirio – Palestina, 2023-2025
Il Pungolo Rosso: L’inesistente “buona guerra” di Massimo Cacciari
Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
Gli articoli più letti dell'ultimo anno
Carlo Di Mascio: Il soggetto moderno tra Kant e Sacher-Masoch
Jeffrey D. Sachs: La geopolitica della pace. Discorso al Parlamento europeo il 19 febbraio 2025
Salvatore Bravo: "Sul compagno Stalin"
Andrea Zhok: "Amiamo la Guerra"
Alessio Mannino: Il Manifesto di Ventotene è una ca***a pazzesca
Eric Gobetti: La storia calpestata, dalle Foibe in poi
S.C.: Adulti nella stanza. Il vero volto dell’Europa
Yanis Varofakis: Il piano economico generale di Donald Trump
Andrea Zhok: "Io non so come fate a dormire..."
Fabrizio Marchi: Gaza. L’oscena ipocrisia del PD
Massimiliano Ay: Smascherare i sionisti che iniziano a sventolare le bandiere palestinesi!
Guido Salerno Aletta: Italia a marcia indietro
Alessandro Mariani: Quorum referendario: e se….?
Elena Basile: Nuova lettera a Liliana Segre
Michelangelo Severgnini: Le nozze tra Meloni ed Erdogan che non piacciono a (quasi) nessuno
Michelangelo Severgnini: La Libia e le narrazioni fiabesche della stampa italiana
Diego Giachetti: Dopo la fine del comunismo storico novecentesco
comidad: La fintocrate Meloni e l'autocrate Mattarella
Carlo Di Mascio: Diritto penale, carcere e marxismo. Ventuno tesi provvisorie
Manlio Dinucci: Washington caput mundi
Il Chimico Scettico: Bias per la "scienza": perché l'intelligenza artificiale non critica
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto



C’è un momento in cui la critica, abbandonando il campo della lotta per l’egemonia, diventa il suo contrario: la giustificazione intellettuale dell’ordine dominante. È il momento del rinnegamento. Il documentario “D’Istruzione Pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre – ultimo atto di una trilogia contro il neoliberalismo – provoca una resa dei conti a sinistra, costringendo a uscire allo scoperto chi, come Christian Raimo, pur credendo di combatterli, difende alcuni dei dispositivi pedagogici del capitale.
Che nel mondo tiri una brutta aria è ormai evidente.
Paolo Virno e Franco “Bifo” Berardi sono stati militanti di Potere Operaio, uno a Roma l’altro a Bologna, entrambi in giro per l’Italia. Hanno vissuto, chi a Roma chi a Bologna, l’esplosione del Settantasette. A seguire, prima e durante la furia repressiva, hanno condiviso l’esperienza editoriale di “Metropoli”. Del Settantasette, allo stesso modo negli anni Ottanta e Novanta, hanno messo in rilievo un tratto decisivo: l’emergere in primo piano del marxiano general intellect, inteso però come lavoro vivo. Per dare conto del linguaggio messo al lavoro, del capitalismo digitale, le loro ricerche hanno percorso sentieri diversi: Wittgenstein e l’antropologia filosofica, il primo, Baudrillard e Guattari, la cybercultura, il secondo. Sempre sviluppando, entrambi, una proposta filosofica originale. Negli ultimi anni, seppur da prospettive diverse, tutte e due hanno riflettuto sul problema dell’impotenza (della moltitudine).








































