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Come è stata trasformata la parola “complottista” per colpire chi pensa con la propria testa
di Alessandra Ciattini
Da tempo mi occupo di ideologia e in particolare del modo in cui le ideologie sono create, diffuse e propagandate con strumenti sempre più perfezionati rispetto a quelli già alquanto raffinati impiegati dalla Sacra Congregazione "de Propaganda Fide", ossia il famoso è dicastero storico della Curia romana istituito nel 1622 da Papa Gregorio XV come risposta alla Riforma iniziata da Martin Lutero.
Questo organismo oggi è diventato la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli ed ha come obiettivo organizzare l'attività missionaria cattolica e gestire l'evangelizzazione del mondo. E non solo di quello non cattolico, perché -come sosteneva papa Wojtyla- oggi occorre ricristianizzare l’Europa, che si è lasciata prendere dal materialismo edonistico proprio della precedente fase capitalistica e che in parte ancora resiste.
Come si può notare gli obiettivi di Propaganda fide erano senza dubbio grandiosi e si potrebbe pensare che la complessità del mondo odierno li faccia apparire eccessivi, esagerati. Eppure, non è così, come mostrano gli attuali conflitti e guerre di varia natura che mirano a ripristinare un dominio incontrastato ormai insostenibile. Purtroppo, il realismo non sembra essere un’inclinazione propria delle attuali classi dirigenti.
Che le parole non siano delle mere etichette da appiccicare alle cose, lo avevamo imparato da tempo. Eric Hobsbawm ci aveva insegnato che, per esempio, nelle scienze sociali la parola identità è apparsa negli anni Sessanta e che gradualmente ha sostituito la parola classe per indicare il legame tra un certo gruppo di individui. Come si può capire non si è trattato di un cambiamento superficiale, perché ha messo in discussione uno dei fondamenti sul quale si basavano organismi politici e sindacali, finendo col frantumarli e ponendo al loro posto gruppi che condividono soggettivamente certi atteggiamenti e certe rivendicazioni, in molti casi persino contraddittori con la loro stessa collocazione sociale. Si è trattato di un processo profondo che ha contribuito alla depolicitizzazione delle masse, previsto e auspicato da Z. Bzrezinski sin dal 1968, ossia proprio in un momento storico in cui il sistema capitalistico non sembrava ben accetto a tutti.
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Lettera aperta a Mauro Moretti
di Algamica*
Mauro Moretti, condannato finisce in carcere, a Orvieto.
« I fatti sono noti: in una notte di giugno del 2009 un treno merci in transito nella stazione di Viareggio deraglia a causa del cedimento di un asse del carrello di uno dei vagoni cisterna carichi di Gpl. Il Gpl fuoriesce quindi dal serbatoio e una scintilla ne innesca l’esplosione, originando così un incendio vastissimo che investe intere strade adiacenti. Bilancio della catastrofe: 32 morti e decine di feriti. I vagoni del treno risultano di una proprietà di una multinazionale americana e immatricolati in Germania e Polonia; quanto al vagone il cui asse ha ceduto, in precedenza esso era stato sottoposto a un controllo da una ditta di Hannover. È per questi fatti che Mauro Moretti, allora amministratore delegato di Trenitalia e di Rfi – cui l’Italia deve “l’alta velocità” e da tutti considerato dirigente capace e integerrimo -, è stato ritenuto colpevole di disastro ferroviario e condannato definitivamente a cinque anni di reclusione. Che l’altro ieri ha iniziato a scontare costituendosi presso il carcere di Orvieto ».
Fin qui il – come dire?- il cappello storico-tecnico, dei fatti, che una firma di primo piano, il noto Ernesto Galli della Loggia, del Corriere della sera, dedica al caso nelle pagine interne, quelle per parlare agli addetti ai lavori, per intenderci. E finisce per chiedersi: « Ma di cosa è colpevole Moretti ? Di “condotta commissiva”, ha deciso il tribunale»?
« E cioè di aver inaugurato nell’azienda una politica di risparmio che si sarebbe oggettivamente rivelata a scapito della sicurezza: da qui l’incidente ».
Il Galli della Loggia mostra tutta la preoccupazione per una simile sentenza e domanda: « In quale misura una tale sentenza ponga un interrogativo su ogni decisione che in futuro dovessero prendere i vertici di qualunque azienda, proiettandosi poi su una linea di esecutori magari anche assai lunga e come si capisce impossibile a controllare da parte dei vertici stessi, ogni lettore può deciderlo per suo conto ». Altrimenti detto, e con “eleganza” di chi sa usare bene la lingua italiana, il messaggio è: troppi lacci e lacciuoli, che in un processo di accumulazione capitalistico rallentano, dunque sono controproducenti.
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L’illusione dell’esercito europeo e i veri problemi della sicurezza del continente
di Enrico Grazzini
Federico Fabbrini e Sergio Fabbrini sono due illustri studiosi dei problemi europei, ma si sbagliano: nonostante le loro illusioni e i loro desideri non ci sarà mai un esercito federale europeo. Ursula von der Leyen, o chi per lei, non sarà mai a capo di un esercito integrato europeo semplicemente perché non è possibile che si formi uno Stato federale europeo.
Per realizzare una difesa europea ci sono, in teoria, tre strade:
1. quella federale, suggerita dai due Fabbrini;
2. quella confederale, più realistica ma molto difficile. Per costruire un esercito confederale i governi europei dovrebbero formare una Nato europea, duplicando la Nato attuale, ma questo è molto complesso e costoso;
3. infine, una sorta di difesa europea spuria può basarsi sulla disponibilità dei maggiori governi europei, cioè di Francia, Germania e Gran Bretagna, a coordinare di volta in volta, senza vincoli cogenti, le loro politiche estere e le loro forze armate nazionali in base alle singole necessità.
In questa direzione i tre maggiori paesi europei hanno già formato una «Unione dei Volontari», aperta ad altri paesi.
In questo articolo esaminiamo brevemente questi tre modelli di difesa europea. Inoltre, l’articolo esamina anche la questione cruciale dei possibili avversari dell’Europa: da chi deve difendersi l’Europa? Da Trump, che vuole prendersi la Groenlandia, o da Putin, che ha invaso illegalmente l’Ucraina? O dalla Germania, che si sta riarmando insieme all’Ucraina? In realtà, alla fine vedremo che la migliore strategia di difesa dell’Europa non è quella militare. L’Europa deve rendersi il più possibile autonoma (derisking) dalle politiche belliciste di Trump e di Netanyahu, e attuare politiche negoziali di pace e di controllo bilanciato degli armamenti nei confronti della Russia.
L’impossibile difesa federale europea
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Mondiali, un calcio al calcio
A cosa e a chi serve il baraccone imperialista
di Fulvio Grimaldi
“Spunti di riflessione”, intervista a Fulvio Grimaldi di Paolo Arigotti
https://youtu.be/miNBK33-fsQ
Quello che nasce nei primordi in cui sulla Terra comparve la prima sfera rotonda che rotola e rimbalza e che poi venne codificato in Inghilterra a metà dell’800, era per noi appassionati del calcio lo specchio di una società. La metafora della convivenza tra umani, in fratellanza per comune sentire e in gara per migliorare. E non poteva che essere stato prodotto dal corpo vivo della società, quello che conta davvero nella storia, il popolo, i lavoratori. Nello specifico gli operai della rivoluzione industriale inglese, riuniti in squadre per raggiungere uno scopo comune nel quale far vivere il principio: tutti per uno, uno per tutti.
Oggi lo specchio riflette un’altra cosa e la metafora è stata confiscata da abusivi, falsari, corruttori.
Meritatamente, avendo lasciato che quattro cacicchi cinici e arraffoni, in combutta con un sistema politico che premia tappetari e criminali e (s)opprime chi non ci sta, o vi si oppone, siamo per la terza volta fuori dai mondiali. Ma, a pensarci, per come si è poi andato configurando questo mondiale delle manovre e dell’esclusione, essendo marcio il nostro calcio, avrebbe potuto anche ben figurare come tale in quella palude di coccodrilli e rospi velenosi.
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Non solo Epstein files: c’è l’Honduras-gate
di Daniel A. Casari
Chi pensava che i colpi di Stato in Honduras e le ingerenze della CIA appartenessero al secolo scorso, deve fare i conti con la cruda realtà del 2026: l’Honduras-gate. Un gigantesco scandalo internazionale, scoppiato grazie ai leak della piattaforma investigativa Hondurasgate.ch, che svela l’ennesima cospirazione di estrema destra volta a eradicare “il cancro della sinistra” dal continente.
Al centro della ragnatela troviamo una vecchia conoscenza della giustizia internazionale: l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández (JOH), già condannato negli Stati Uniti per narcotraffico. Com’è possibile che un criminale di tale calibro sia tornato libero? La risposta è scritta nei file audio ed è stata analizzata da varie testate giornalistiche; file audio in cui si fa esplicitamente riferimento alla necessità di organizzare omicidi politici e falsi attentati terroristici da affibbiare a presunte sigle marxiste e in cui si può udire chiaramente non solo paventare un ritorno ai tempi dei desaparecidos, ma con il generale coinvolto che risponde che ha già pronta una squadra selezionata, motivata e adatta al caso.
A liberare JOH non sono stati i miracoli della diplomazia, ma soldi sporchi e i favori incrociati. Hernández stesso ammette che il denaro per la sua grazia presidenziale – concessa da Donald Trump alla fine del 2025 – è arrivato direttamente da lobby pro-Israele e da una “giunta di rabbini”. Mediatore d’eccezione? Benjamin Netanyahu in persona, che ha fatto valere il suo peso politico sulla Casa Bianca.
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Dopo Starmer, continua il militarismo inerziale del Regno Unito
di comidad
Ormai nel Regno Unito i primi ministri nascono e muoiono come mosche, anche se risultano decisamente più molesti. L’ultimo rappresentante della specie, Keir Starmer, sta cercando di stiracchiare le procedure di addio, in modo da prolungare l’agonia di quel tanto che servirebbe a far slittare la successione a dopo l’estate. Anche il prossimo candidato “laburista” è infatti un clone di Tony Blair, perciò tutti sanno che l’avvicendamento a Downing Street non comporterà alcun cambiamento nella politica britannica. Sembra quindi che l’establishment britannico stia cercando di garantire la continuità di una linea politica impopolare gettando ciclicamente in pasto alla pubblica opinione dei personaggi di facciata. Dopo aver spremuto i conservatori e i “laburisti”, arriverà il turno anche di qualche “sovranista” come Nigel Farage per il ruolo di uomo di paglia. In linea con i suoi predecessori, Starters ha promesso a Zelensky alcuni miliardi di sterline in prestito; e in più lo stesso Starmer ha dichiarato che il Regno Unito parteciperà al mega-prestito promesso all’Ucraina dalla von der Leyen. ll peso finanziario del sostegno all’Ucraina sta mettendo in difficoltà il bilancio, e il governo “laburista” è costretto a tappare le falle ricorrendo ai tagli sulla spesa sociale. Secondo alcuni analisti, l’establishment britannico starebbe cercando di preservare questa politica militarista e antisociale adottando una tattica ispirata ad una razionalità subdola e contorta, ma comunque si tratterebbe di una linea razionale.
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Il vigilante e noi
di Michele Agagliate
Sarò sincero: non sono mai stato un grande amante dei film d’azione, e i giustizieri da cinema mi hanno sempre lasciato piuttosto indifferente. Quando cerco evasione, guardo altrove — alla storia, all’avventura, a mondi sufficientemente lontani da non costringermi a fare i conti con quello in cui vivo. A volte, però, è la realtà a venire a cercarti, e lo fa prendendo la forma di un film che fa parlare di sé più per quello che gli è stato fatto che per quello che racconta.
Si chiama Citizen Vigilante, lo ha diretto Uwe Boll — regista che la critica cinematografica ha sempre trattato con la considerazione riservata a un parente imbarazzante — e in Germania non ha ricevuto alcuna certificazione di età, il che equivale, nella pratica, a un divieto di distribuzione. Il risultato è stato prevedibile per chiunque conosca la storia della censura: quindici milioni di visualizzazioni su X in quarantotto ore, Elon Musk che lo rilancia, e una discussione che ha travalicato ogni confine geografico e culturale. I censori, si sa, sono i migliori agenti pubblicitari che esistano. Lo erano ai tempi dell’Indice dei libri proibiti, e non sono migliorati nel frattempo.
Il film racconta di un ex militare statunitense che, trasferitosi in una città europea innominata, decide di fare ciò che la giustizia ordinaria, a suo giudizio, non ha il coraggio di fare: uccide stupratori, spacciatori e criminali stranieri che i tribunali hanno rimandato in libertà con pene sospese e qualche buona parola sulla difficoltà dell’integrazione.
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Per la conferenza di Erfurt (contributo alla discussione)
di Claudio Nobile
In allegato vi mando per conoscenza il mio contributo scritto per la "Conferenza Internazionale della Sinistra anti-lockdown" indetta dai compagni di Freie Linke Zukunft che si terrà ad Erfurt a fine luglio
È uno scritto, al solito, molto "generico" che non entra come si dice "nel merito" delle questioni salienti... ma... è quello che attualmente "passa il convento"...Come contributo alla Conferenza vi invio questo scritto nel quale cerco di riassumere il mio pensiero sull’attuale passaggio storico di epocale travaglio e, dentro ad esso, sul momento estremamente critico nel quale ci troviamo addentrati. In seguito dico perché “estremamente critico” specie per noi in Europa e nell’area dell’Occidente collettivo.
Forse questo mio contributo non è esattamente centrato sul “Tema I” della discussione (“Il programma anti-Covid come trasformazione del capitalismo?”) ma cerca di “fare il punto” per sommi capi sulla situazione complessiva in cui inquadrare “i programmi di trasformazioni del capitalismo” in atto. Così come quella che a mio avviso è stata la operazione terroristica globale 2020/2022 legata al Covid-19 (che per me personalmente è stato un “momento spartiacque”) si inquadra in un complessivo periodo di sconvolgimenti epocali legati alla vita (alla oggettiva possibilità di vita) del sistema capitalistico mondiale. Dunque io credo che la risposta ad una delle domande “di fondo” e di carattere generale poste nel documento di convocazione della Conferenza: “esiste un nesso tra le guerre attuali e il programma Covid?” sia senz’altro affermativa.
Sì, c’è “un nesso” fra la catena di sconvolgimenti epocali segnata da questa serie di “date simbolo”, per restare solo agli ultimi anni:
estate 2019 (minaccia di collasso del sistema finanziario globale a partire dal suo cuore nero americano) – gennaio 2020/gennaio 2022 operazione (terroristica) globale Covid-19 (finita grazie alla sollevazione di una parte del popolo cinese che ha imposto la fine repentina della bestiale politica “zero-Covid” attuata dal governo di Pechino) – 24 febbraio 2022 violazione a mano armata russa della “sovranità ucraina” ossia della sovranità sull’Ucraina da parte dell’imperialismo –
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Oltre l'Occidente, vol 1
di Alessandro Visalli
Quella che segue è la Premessa del libro di Alessandro Visalli, Oltre l'Occidente, vol 1, edito da Meltemi, Milano nel 2026.
Premessa
Il meno che si può dire del nostro tempo, qui in Occidente, è che si muove nell’ombra di un incipiente tramonto. Molti ne sono i segni: il degrado probabilmente terminale della democrazia, che da tempo è schiacciata dal suo eterno doppio, l’oligarchia. La completa metamorfosi dell’universalismo, vanto della tribù occidentale, ormai da tempo giunta al suo punto zero del suprematismo imperiale. L’ormai assoluta e omicida cecità verso l’Altro da sé. La mobilitazione totale di coscienze, oscurate dalla paura. Passando sul piano del confronto materiale, la manifesta e crescente incapacità di competere sull’adeguamento della “Piattaforma tecnologica” alle nuove esigenze dell’ambiente tecnico e della competizione geopolitica.
La tesi di questo lavoro è che al tramonto, quando le ombre si allungano, se si vuole pensare politicamente, bisogna individuare come “nemico principale” noi stessi, cioè quell’Occidente che ha smarrito sé stesso. E nessuno può vedere sé stesso, se non riesce a vedere l’Altro da sé. Ciò che va dunque posto al centro dell’attenzione è l’universalismo. Quella particolare attitudine a vedersi come metro dell’intero universo che contiene in sé, e contemporaneamente, sia la promessa della liberazione sia la meccanica del dominio. Ciò che criticheremo in questo testo è questa ambivalenza costitutiva. Questa linea d’ombra che attraversa diagonalmente l’essere dell’Occidente, senza, con ciò, presumere una nativa innocenza dell’Altro. A ben vedere senza presumere che Ego e Altro siano esseri, compiuti, completi e autosufficienti.
La posizione dalla quale il testo parla non è, tuttavia, come non potrebbe mai essere, esterna a questa cultura. È essa stessa parte della tradizione critica occidentale, e in particolare dell’universalismo cristiano. Non si può negare di esserne figli. Ma il nostro dovere è di essere figli capaci di guardare in faccia la nudità dei genitori. La loro debolezza e tradimenti. Bisogna essere capaci di pretendere il riscatto dei suoi potenziali. Di quei potenziali critici che nascono dal cristianesimo paolino, dall’illuminismo se pure incompleto e in sé tradito, dal socialismo e comunismo, dalle parti migliori dello stesso liberalismo, dalle sue tradizioni radicali.
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Venezuela. Una lettera a Delcy Rodriguez
di Raúl Torres*
Qui di seguito la traduzione in italiano della lettera aperta del cantautore cubano Raúl Torres indirizzata alla Presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez. Il documento propone una riflessione critica sul momento politico attraversato dal Venezuela e sul futuro del progetto bolivariano nel contesto delle attuali tensioni internazionali. La traduzione è a cura di Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista.
* * * *
Fratelli latinoamericani,
è importante riconoscere che l’attuale situazione del Venezuela è di una sensibilità straordinaria. Dopo i drammatici avvenimenti del gennaio 2026, il governo di transizione guidato da Delcy Rodríguez naviga sotto una pressione esterna soffocante, cercando un equilibrio che per molti di noi nel campo rivoluzionario sfiora la capitolazione. Il confine tra resistenza tattica e sottomissione strategica è diventato, per molti, dolorosamente sfumato. Questa lettera, pertanto, non vuole impartire lezioni, ma esprimere lo strazio di un popolo che sente che le proprie bandiere storiche stanno iniziando a essere ammainate. È uno scritto per impedire che si chiudano gli occhi a coloro che oggi hanno nelle loro mani il timone della patria bolivariana.
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Giorgia Meloni e il prossimo presidente della Repubblica: il duplice paradosso delle sue parole
di Alessandro Volpi*
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato durante una lunga e incalzante intervista condotta dall'imparziale Nicola Porro, su un canale di altrettanto provata imparzialità, che è giunto il momento di un Presidente della Repubblica che non sia di Sinistra perché anche questo tabù deve essere superato.
Ci sarebbero molte cose da dire su questa affermazione, ma mi limito a brevi note storiche.
Dei 12 presidenti della Repubblica, il solo che può essere definito di Sinistra è stato Sandro Pertini.
Fra gli altri, c'erano 3 che erano filo monarchici, De Nicola, Einaudi e Segni, i primi due è certo che votarono per la monarchia al referendum del 2 giugno 1946; De Nicola, Gronchi e Einaudi avevano votato anche la fiducia al primo governo Mussolini.
Posizioni molto conservatrici caratterizzarono le presidenze di Antonio Segni e di Giovanni Leone, quest'ultimo eletto, all'ultima votazione, con il contributo dei parlamentari dell'MSI.
Certamente non di Sinistra furono le presidenze di Oscar Luigi Scalfaro e di un super tecnico come Carlo Azeglio Ciampi.
Un caso a parte, ma non direi qualificabile come di "Sinistra", fu la presidenza di Francesco Cossiga, mentre la presidenza del socialdemocratico Saragat si poneva nell'ottica della spaccatura dei riformisti rispetto alla politica estera del PCI.
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Bugie di guerra, il governo minimizza ma la NATO conferma: le basi USA in Italia sono la piattaforma degli attacchi all’Iran
di Antonio Mazzeo
Crosetto tranquillizza: solo autorizzazioni tecniche. Smentita del segretario generale dell'Alleanza Mark Rutte: partiti migliaia di voli dall'Europa
Se le bugie hanno le gambe corte, quelle del governo Meloni sulla “non belligeranza italiana contro l’Iran” devono averle proprio cortissime, gambe e braccia.
“L’Italia non è in guerra, ma agisce nel pieno rispetto della Costituzione e dei trattati internazionali: l’utilizzo delle basi militari si inserisce in una linea di continuità seguita da tutti i governi, che negli anni hanno sempre applicato questi accordi senza metterli in discussione”. Così ha dichiarato il 7 aprile scorso il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel corso del dibattito parlamentare sull’uso del territorio italiano per le operazioni di guerra all’Iran.
“L’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche e logistiche, non cinetiche”, hanno successivamente ribadito la premer Giorgia Meloni e Crosetto. “Senza tema di smentita, non è stata autorizzata né consentita attività al di fuori delle previsioni vigenti”.
Peccato che a sbugiardare il governo ci abbia pensato il segretario generale della NATO, Mark Rutte. “Per sostenere l’operazione Epic Fury in Iran, dalle basi in Europa sono state effettuate tra le 4.000 e le 5.000 missioni di volo statunitensi”, ha spiegato Rutte all’emittente Fox News. “Dalle basi USA in Italia sono decollati 500 aerei americani, mentre la Romania ha dovuto ridurre il traffico aereo commerciale perché l’aeroporto di Bucarest veniva utilizzato come deposito per le aerocisterne statunitensi”.
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Lo sciacallaggio geopolitico sul Venezuela devastato
di Davide Malacaria
È un messaggio da Capo di Stato, quello di Maduro, con tanto di firma che l'attesta: "presidente costituzionale della Repubblica bolivariana del Venezuela". Un messaggio nel quale esprime dolore per la sorte del suo popolo, lancia appelli all'unità, alla solidarietà e incoraggia ad affrontare l'ennesima prova con fede e fiducia nella ripresa. Messaggio autorizzato, evidentemente, da Trump…
Nel doppio sisma venezuelano non è tanto il numero dei morti che impressiona, sebbene sia già insopportabile, quanto quello dei dispersi: 50mila. Certo, parte di essi potrebbero semplicemente essersi persi nel caos successivo al disastro, ma la maggior parte giace sotto le macerie e col passar dei giorni saranno sempre meno quelli che ne potranno riemergere vivi. D’altronde, la duplicazione sismica incrementa i danni, una sorta di double-tap per usare una terminologia militare.
Fin qui la cronaca di un disastro naturale, ma il nostro sito è di geopolitica e non ci saremmo occupati di questa catastrofe – altri sono molto più bravi di noi in questo – se non ci fossero dettagli a margine di questo disastro da rilevare.
Anzitutto, c’è il messaggio di Nicolás Maduro dal carcere americano nel quale è ristretto mentre si dipana il processo farsa nel quale sarà ovviamente condannato (è stato rapito il 3 gennaio: 6 mesi di carcere “preventivo”). Un messaggio davvero imprevisto, che i suoi carcerieri hanno permesso, di certo dopo essersi interfacciati con l’amministrazione Trump (né poteva essere altrimenti).
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Claude Fable 5 e le sue potenzialità come ordigno
di nlp
Il 12 giugno 2026 rappresenta uno spartiacque nella storia della governance tecnologica. Alle ore 17:21 ora locale, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha emesso un provvedimento d’urgenza che ha imposto ad Anthropic la sospensione immediata dell’accesso ai suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, per qualsiasi cittadino straniero, sia all’interno che all’esterno dei confini statunitensi. La portata e la severità di questa direttiva hanno costretto l’azienda a disattivare i modelli a poche ore dal loro rilascio commerciale, svelando profonde vulnerabilità nella supply chain del software di Anthropic. Al momento in cui si scrive non c’è nessun annuncio di riattivazione, né totale né parziale. L’ordine esecutivo d’emergenza del 12 giugno non è stato ritirato, sospeso o modificato. Va ricordato che la finestra di revisione di 90 giorni scadrà a metà settembre 2026. Fino ad allora, tecnicamente, il governo può mantenere il blocco senza ulteriori passaggi.
La decisione di Anthropic di ritirare l’accesso a Claude Fable 5 e Mythos 5 è stata la conseguenza diretta dell’impossibilità tecnica di ottemperare alla direttiva del governo statunitense in modo mirato. Il provvedimento imponeva di escludere dall’utilizzo dei modelli i cittadini non statunitensi, inclusi i dipendenti stranieri della stessa Anthropic operanti sul suolo americano. Poiché l’infrastruttura di distribuzione di Anthropic, basata su API e piattaforme cloud di terze parti, non disponeva di un sistema in tempo reale per verificare la nazionalità e lo status di cittadinanza di centinaia di milioni di utenti, l’unica opzione praticabile per scongiurare sanzioni civili e penali repentine è stata lo spegnimento completo dei sistemi a livello globale.
All’origine dell’ostilità tra l’amministrazione statunitense e la dirigenza di Anthropic è stata la ferma decisione di quest’ultima, alla vigilia della guerra con l’Iran di non rimuovere le limitazioni d’uso etiche dai propri contratti con il Dipartimento della Difesa. Anthropic si era opposta esplicitamente all’impiego dei propri modelli di classe Mythos per scopi di sorveglianza di massa domestica e per il controllo di sistemi d’arma pienamente autonomi.
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La guerra fredda culturale
di Piero Bevilacqua
Chiunque abbia seguito, con non superficiale attenzione, le vicende che hanno fatto epoca nel secondo Novecento, vale a dire la trasformazione dell’Europa nell’Occidente euroamericano, non può non guardare all’imponente volume La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo, prefazione di G. Fasanella, traduzione di S. Calzavarini (Fazi, 2026, pp. 617, € 22), grandiosa impresa storiografica della giornalista britannica Frances Stonor Saunders, come al libro più tacitamente atteso per fare nuova luce su quella vicenda. Per completare il quadro generale dei processi e delle vicende che hanno cambiato la natura culturale, politica e psicologica del nostro continente.
Tale dichiarazione sarà meglio compresa dal lettore se si ricorda che la storia degli Stati Uniti nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale ha ricevuto, in questo primo scorcio di millennio, due poderosi e clamorosi disvelamenti: la vasta ricerca di William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti (il cui titolo originale è Killing Hope. U.S. Military and CIA Interventions), Fazi, 2003, un testo di ben 886 pagine; e la ricerca di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Einaudi, 2021.
Si tratta di due ricerche – che fanno onore al giornalismo americano e che a tutti gli effetti vanno qualificate come opere storiche – le quali, insieme ad altri saggi meno noti che qui non è possibile ricordare, hanno aperto la via alla comprensione della storia profonda degli USA negli ultimi ottant’anni. Perché questo Paese, forse caso unico nella storia contemporanea, possiede un doppio Stato e quindi una doppia storia: lo Stato delle relazioni ufficiali, lo Stato liberal-democratico, quello che si mostra al mondo, all’apparenza rispettoso (almeno fino a qualche anno fa) del diritto internazionale, e al tempo stesso lo Stato segreto, quello che organizza colpi di Stato in altri paesi, pianifica assassini di politici non graditi, tiranneggia le economie di chi non si piega al Washington Consensus, muove guerre arbitrarie contro chi, per interessi economici e geopolitici, viene classificato come nemico.
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Terremoto e sanzioni: il Venezuela che non raccontano i media mainstream
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Le sanzioni che uccidono, i farmaci che mancano, la terra che trema: cosa si nasconde dietro la tragedia venezuelana
Per capire davvero cosa è accaduto in Venezuela dopo i due terremoti di mercoledì scorso, bisogna partire da lontano. Non si può leggere la tragedia senza inquadrare il contesto economico e sociale in cui è piombata. I primi report delle agenzie internazionali e dei soliti disinformatori del mainstream hanno subito puntato il dito contro il governo: servizi sanitari travolti nelle prime ore, emergenze al collasso, e una situazione particolarmente drammatica nello stato di La Guaira, che ha registrato le maggiori devastazioni e il numero più alto di vittime. Il ritratto che ne è uscito è stato quello di un governo venezuelano impreparato e inadeguato.
Ma la realtà, come spesso accade, è ben diversa da questa narrazione unilaterale. A pochi giorni dal sisma, la fotografia che arriva dagli ospedali pubblici di Caracas è differente dal pandemonio descritto da alcuni servizi. I quindici nosocomi della capitale hanno retto l'urto in regime di contingenza, certo, ma senza quel crollo totale che molti avevano paventato. E c'è un dato che merita attenzione: un centinaio di cliniche private, dotate di attrezzature all'avanguardia, si sono attivate immediatamente su coordinamento governativo, offrendo cure gratuite ai feriti. Una mobilitazione che ha alleggerito la pressione sul settore pubblico.
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Berlino-Kiev-Tel Aviv: triangolo bellicista per produrre missili a lungo raggio
di Gigi Sartorelli
La Germania ha detto di voler sviluppare l’esercito più potente d’Europa (che non ci stancheremo mai di ribadire essere cosa diversa dal costruire un esercito europeo), prima di consegnarlo probabilmente nelle mani dei fascisti di AfD, alle prossime elezioni. La sua logica di riarmo unisce perfettamente il cuore dell’imperialismo europeo con due stati che hanno fatto della guerra due elementi costitutivi.
Infatti, secondo documenti interni del ministero della Difesa tedesco visionati da Politico, Berlino ha avviato contatti diretti con startup e aziende sia israeliane sia ucraine per l’acquisizione rapida di missili da crociera a lungo raggio e a basso costo. La decisione ha risposto alla necessità emersa dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di bloccare il dispiegamento pianificato di una propria unità militare equipaggiata con missili Tomahawk sul suolo tedesco.
Il pantano in cui si è cacciata la Casa Bianca in Iran ha sostanzialmente drenato le scorte di armamenti e munizioni stelle-e-strisce: stando alle analisi del Washington Post, nell’aggressione alla Repubblica Islamica sarebbero stati usati 850 Tomahawk. Berlino ha allora deciso di guardare altrove, e di approfittarne per sviluppare un programma missilistico maggiormente autonomo dagli Stati Uniti.
Quel che insegnano queste indiscrezioni è che qualsiasi avanzamento sul terreno del riarmo da parte europea è strettamente collegato con l’economia israeliana del genocidio e con la continuazione della guerra sulla pelle degli ucraini.
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Il mercato in cattedra: il saggio che smonta il mito dell’istruzione-azienda
di Kulturjam
La scuola italiana è ancora un luogo di formazione o è diventata un ingranaggio del mercato? Il mercato in cattedra analizza riforme, burocrazia, competenze e neoliberismo con una tesi netta e documentata, riaprendo un dibattito che riguarda il futuro dell’istruzione.
La scuola è diventata un mercato? Un libro che costringe a riaprire il dibattito
Ci sono libri che cercano il consenso e libri che cercano il conflitto. Il mercato in cattedra di Pier Paolo Caserta (Mario Pascale Editore) appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Non concede scorciatoie al lettore, non attenua il linguaggio per renderlo più digeribile e non tenta di costruire improbabili punti di equilibrio tra posizioni opposte. La sua tesi è dichiarata fin dalle prime pagine: la scuola pubblica italiana sarebbe ormai il terreno sul quale si è compiuta una progressiva colonizzazione delle logiche di mercato, un processo che avrebbe trasformato l’istruzione da strumento di emancipazione a meccanismo di adattamento alle esigenze dell’economia contemporanea.
È una tesi radicale, ma il pregio principale del volume è quello di non fermarsi allo slogan.
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I nodi al pettine
di Alessandro Volpi
I nodi cominciano a venire al pettine? Mi scuso se sarò lungo e un po' noioso, ma penso che questo tema sia davvero centrale perché oramai riguarda milioni di risparmiatori e ha a che fare con un modello - quello dell'oggettività della finanza - che ha retto il tecnoliberalismo.
A giugno 2026, il settore Big Tech sta attraversando una fase di forte volatilità, con i titoli dei cosiddetti "Magnifici Sette" (e nuovi protagonisti come SpaceX) che hanno registrato perdite significative, entrando ufficialmente in territorio di correzione con un calo superiore al 10% dai massimi. I titoli più colpiti sono:
Nvidia: Dopo una corsa senza precedenti, il titolo ha subito cali giornalieri superiori al 4% a fine giugno. Gli investitori temono che la domanda di chip AI possa aver raggiunto un picco temporaneo. Vale la pena ricordare che questo titolo è presente in praticamente tutti i fondi pensione degli italiani.
Alphabet (GOOGLE): In forte perdita (circa -5% in sessioni recenti) a causa di preoccupazioni interne alla divisione AI, acuite dalla partenza di ricercatori di alto profilo e premi Nobel del team.
Tesla: Continua a soffrire per il rallentamento della crescita nel settore dei veicoli elettrici e per margini di profitto ridotti, con il mercato scettico sulla velocità di realizzazione dei progetti su robotica e guida autonoma.
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Iran latinoamericano cercasi. Cuba, capitalismo o muerte
La dottrina Donroe in progress
di Fulvio Grimaldi
Da Emiliano Zapata a Raul Castro
Emiliano Zapata: “Meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio”. Morì in piedi, il rivoluzionario messicano, e, grazie a lui, il Messico in piedi ci visse. Qualcuno se n’è scordato. Con tutte le attenuanti e responsabilità del caso. Le prime dei cubani, le seconde di chi è rimasto a guardare e rischia col finire di vivere in ginocchio anche lui. E le colpe imperdonabili e vergognose degli incredibili giustificazionisti di professione che, davanti a una fortezza che finisce in polvere, metafora dei socialismi cubano e venezuelano, grida ammirato “che bella e creativa ristrutturazione”. Ci avranno le loro ragioni questi fornitori di assist. O i loro interessi.
Cuba! Quella Cuba! La presa nella quale inserivamo la spina da cui ci arrivava la luce. La luce della fiducia che l’altro mondo sarebbe stato possibile, quello vero, meglio di Mosca, meglio di Pechino, quello definitivamente dei giusti. Giusti e belli come il Che, il vero uomo nuovo, come Fidel, come Camilo, come tutti i cubani che incontravamo, sorridenti, militanti, allegri, coscienti. E ci impegnavamo a sostenerli manifestando, parlando ai convegni, Yankee go home, Cuba libre, facendo parte di Italia-Cuba, sventolando la bandiera. Riempiendo per anni, decenni, container e navi. Chissà chi cavalca laggiù a quest’ora la mia adorata Yamaha 600 Enduro.
E le vacanze, anche quelle dell’ICAP, Istituto Cubano per l’Amicizia dei Popoli, generose per molti fiduciari dell’estero, e le brigate di lavoro, a costruire qualcosa, a coltivare, a potare, a ripulire. E quei medici che ci ritrovavamo in giro per il mondo a rimediare dove della sanità pubblica ai padroni non importava un frego, tipo in Calabria. E quegli insegnanti, che te li ritrovavi nelle foreste, nei deserti, nelle metropoli, nei villaggi, a rimediare a chi le sue genti preferiva tenerle incolte, inconsapevoli, neanche padrone dei propri linguaggi e, quindi, pensieri. E la musica e la cultura, anche alta, ma popolare, per tutti.
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La mobilitazione europea contro la Russia e i fantasmi del passato
di Roberto Iannuzzi
Il conflitto è ormai uno scontro militare diretto tra Mosca e i paesi membri della NATO. Dal punto di vista russo, la storia si ripete a 85 anni dall’inizio dell’Operazione Barbarossa
Il 22 giugno di ottantacinque anni fa (1941), la Germania nazista lanciò contro l’Unione Sovietica la più grande invasione militare della storia mobilitando milioni di soldati e migliaia di aerei, carri armati e veicoli motorizzati.
Denominata “Operazione Barbarossa”, l’invasione avrebbe aperto il rovinoso fronte orientale della seconda guerra mondiale.
La distruzione di intere città, lo sfollamento e la morte di decine di milioni di persone, e le immense sofferenze umane prodotte da una simile catastrofe, avrebbero rappresentato un monito per l’intera umanità negli anni a venire.
Nella sua opera “The Wages of Destruction”, lo storico Adam Tooze evidenzia la logica economica alla base dell’operazione nazista. Per sfidare lo strapotere economico degli Stati Uniti e dell’impero britannico, Hitler aveva bisogno delle enormi risorse naturali dell’Europa orientale e del Caucaso.
Secondo Tooze, l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica può essere meglio compresa come l’ultima grande conquista territoriale nella lunga e sanguinosa storia del colonialismo europeo:
Lo sterminio della popolazione ebraica fu il primo passo verso l’eliminazione dello stato bolscevico. A ciò seguì una gigantesca campagna di bonifica e colonizzazione. Questa non comportò solo l’eliminazione della popolazione ebraica, ma anche lo “sgombero” della stragrande maggioranza della popolazione slava e l’insediamento di coloni tedeschi su milioni di ettari di Lebensraum orientale.
Ricordando questo tragico periodo della storia del suo paese, il giornalista e storico russo Evgeny Norin ha scritto nei giorni scorsi che il 22 giugno del 1941 avrebbe segnato l’inizio del disastro per l’URSS e per la Russia:
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Un impietoso atto d’accusa dal ventre della classe dirigente
di Marco Veruggio
Venti contrari. Imprese e politica nel declino economico italiano (Il Mulino, 2026) è un impietoso atto di accusa alla classe dirigente italiana, che tuttavia proviene dal suo interno. Gli autori Pietro Modiano e Marco Onado, infatti, sono o sono stati (Onado è morto nel 2025) due autorevoli esponenti delle élites: manager bancario Modiano, economista ed esperto di diritto bancario Onado, entrambi formatisi alla Bocconi, insieme già autori di un altro saggio sferzante verso il capitalismo italiano, Illusioni perdute. Banche, imprese, classe dirigente in Italia dopo le privatizzazioni (Il Mulino, 2023).
In Venti Contrari gli autori riprendono e generalizzano la critica relativa a quella singola stagione, stilando un lungo elenco di capi di imputazione, dentro una scansione in fasi della storia del capitalismo italiano dal primo dopoguerra mutuata da Michele Salvati e che fa da sfondo all’intero lavoro, con sintetiche ma accurate ricostruzioni storiche di alcune delle pagine più controverse di questi ottant’anni – dalla strategia della tensione alla P2, con occhio attento alle complicità tra Stato, imprese e criminalità organizzata. L’accusa rivolta alla borghesia liberale – imprenditori e politici – è quella di aver disperso un prezioso patrimonio di idee innovatrici accumulato nel corso della Resistenza antifascista e condensato in testi come il Manifesto di Ventotene e di aver sprecato le occasioni presentatesi a più riprese, vedi l’avvio del processo di unificazione monetaria e poi l’era delle privatizzazioni, e potenzialmente utilizzabili per instaurare nell’economia italiana un sistema di “buone regole di mercato” e un “rapporto equilibrato tra capitale e lavoro”, ignorando le preziose indicazioni di alcuni esponenti “illuminati” del mondo bancario e politico-accademico, tra i più citati l’ex governatore di Bankitalia Baffi e l’economista e l’otto volte ministro Andreatta.
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Da "Tigre di carta" a "Impero della narrazione": il grande inganno del potere USA
di Michele Blanco
Molti non lo sanno o, quantomeno, non lo ricorderanno: nel 1946, Mao Zedong definì l’imperialismo statunitense una “tigre di carta”. Molto più recentemente, nel 2022, lanciando l’Operazione militare speciale contro l'Ucraina, il presidente russo Putin si riferì agli USA come “l’impero della menzogna”, riferendosi alle continue manipolazioni dell'informazione presenti nei mass media occidentali. Queste due definizioni si potrebbero molto bene sintetizzare in una terza, secondo il mio modesto parere molto più appropriata, che sarebbe molto più calzante: “l'impero della narrazione”.
Gli Stati Uniti basano fondamentalmente il proprio potere, prima che sulla violenza, colpi di stato, elezioni manipolate e truccate, la sopraffazione e le note misure coercitive, che pur praticano da secoli, sulla diffusione costante con la manipolazione dell'informazione mondiale dell’idea del loro essere onnipotenti e indispensabili. Sono delle vere e proprie "catene mentali" imposte dall’egemonia culturale degli Stati Uniti d'America nelle nazioni da essa controllate, soprattutto nelle opinioni pubbliche di queste nazioni, a fungere da primo fondamentale ostacolo in qualsiasi possibile e necessario processo di liberazione.
Infatti, vista la base economica dell’imperialismo statunitense, non potrebbe essere altrimenti. Il sistema capitalista contemporaneo non si basa sulla realtà oggettiva della produzione e dell’economia reale, ma sull’irrealtà di una finanza globalizzata ormai slegata da qualsiasi reale processo produttivo e ridotta alla sola speculazione tramite la creazione “dal nulla” di ricchezze virtuali e non esistenti realmente.
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L’operazione Barbarossa 85 anni dopo
di Fabrizio Casari
Nel giugno di ogni anno, l’anniversario dell’Operazione Barbarossa richiama alla memoria uno degli eventi più drammatici del XX secolo. Il 22 giugno 1941 la Germania nazista lanciò con sei milioni di soldati l’invasione dell’Unione Sovietica, aprendo il più vasto fronte terrestre e aereo della storia e inaugurando una guerra di annientamento che avrebbe provocato decine di milioni di vittime e disegnato la sconfitta strategica del Terzo Reich. Ottantacinque anni dopo, il ricordo dell’operazione Barbarossa torna al centro del discorso politico in un contesto radicalmente diverso ma non privo di richiami inquietanti: il riarmo della Germania e le minacce di guerra alla Russia.
Il riarmo tedesco è una svolta storica. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, Berlino ha scelto di assumere un ruolo di guida militare del continente proprio mentre la sua leadership economica viene meno. Negli ultimi anni, infatti, la Germania ha visto rallentare la propria economia, ha subito gli effetti della crisi energetica seguita alla rottura dei rapporti con la Russia e si confronta con problemi strutturali che vanno dalla deindustrializzazione alla crescente riduzione del welfare.
Berlino è stata locomotrice europea in ragione di una forza produttiva ed una capacità di commercio internazionale che si basava su due elementi: qualità alta dei propri prodotti, particolarmente nel mercato dell’auto e degli elettrodomestici, e crescita annuale del suo PIL, dovuta anche ad uno stato di salute eccellente della sua economia che riuscì (con gli aiuti europei) a riassorbire i costi della riunificazione in tempi molto più rapidi di quanto si prevedeva.
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Circa Angelo Calemme e “La variabile legittima della storia”
di Alessandro Visalli
Premessa
Il libro di Angelo Calemme, pubblicato da Orthotes nel 2026, prosegue un’opera che nel 2013, due anni dopo la laurea in Filosofia e Politica all’Orientale di Napoli, si avvia con la curatela di un primo libro per La Città del Sole, L’illuminismo prima dell’illuminismo. Perché la chiesa condannò Galilei[1]; quindi, nel 2017, l’anno del dottorato alla Universitat de Barcelona in Filosofia contemporanea e studi classici, pubblica La ragione galileiana del mondo. Tra metafisica, filosofia e tecnologia[2]; nel 2018, Il popolo dei mezzogiorni uniti e l’Europa di Maastricht. Per un pensiero dell’integrazione[3]; ancora, nel 2020, Alle origini della tecnologia scientifica. Ricezione e sviluppo del pensiero galileiano nell’opera di Isaac Newton[4], per Mimesis. Quindi per Meltemi, nel 2022, Dalla rivoluzione scientifica alla rivoluzione industriale. Sulle condizioni marxiane dello sviluppo scientifico-tecnico[5].
Fino a questo anno, e per otto anni, Calemme per lo più si è occupato, quindi, di storia della scienza. Un tema molto importante e apparentemente confinato tra specialisti. È, in realtà, un tema cruciale e di grande rilevanza politica. Come tale viene affrontato.
L’anno successivo, il 2023, la prescrizione politica diventa però molto più esplicita, con ripresa della Questione meridionale e utilizzo di materiali esplicitamente ripresi da un autore tanto importante quanto marginalizzato, come Nicola Zitara[6]. In questo anno esce, per Guida Editore, La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea. Contributo alla teoria del socialismo di mercato[7].
Nel 2026, finalmente, il libro di cui ci occuperemo, La variabile legittima della storia. Per un meridionalismo critico, multipopolare e a portata di territori[8].
Ritorniamo ai saggi di storia della scienza. Per Calemme la conquista compiuta dalla tecnologia scientifica è emancipatrice. Solo che il suo potenziale è catturato dal capitale e va liberato.
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