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America Latina tra tradimenti e resistenze. Bolivia 2000: rivoluzione - controrivoluzione - rivoluzione? Cosa c’è “sotto”?
di Fulvio Grimaldi
La Colombia tiene?
E’ lunedì mattina e aggiungo questo capoverso in testa al pezzo per completare la piccola rassegna degli ultimi sviluppi in un continente latinoamericano dalla forte turbolenza. Al primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia ha prevalso, per pochissimi voti, il candidato della destra Abelardo de la Espriella (44%), “El Tigre”, personaggio su cui punta Trump. Ivàn Cepeda, il candidato della sinistra (41%), continuatore della linea antimperialista di Gustavo Petro, ha contestato i risultati dello spoglio denunciando la manipolazione di centinaia di migliaia di voti. Il ballottaggio si svolge il 21 giugno. La partita è decisiva per l’intero Cono Sud. Petro aveva estratto la Colombia da decenni di narcotirannia e di milizie paramilitari (la famigerata “Israele latinoamericana”). L’eventuale vittoria di Cepeda costituirebbe un segnale di drastica controtendenza rispetto alla strategia di restaurazione lanciata da Trump con il suo piano Donroe.
Aspettando Cuba
In attesa che, constatata non risolutrice per l’eliminazione del maxidisturbo caraibico che tiene duro da quasi 70 anni, il metodo niente energia, niente trasporti, niente cibo, niente economia, niente sanità, si materializzi l’opzione che Trump adombra quando blatera “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Di opzioni ne ha tre. 1) Invasione, ma il ricordo della Baia dei Porci la sconsiglia. 2) Bombardamento, fino ad affondare l’isola, ma il contesto internazionale gliela farebbe pagare (da decenni 187 paesi votano contro il bloqueo, 3 a favore). 3) Una compravendita alla venezuelana.
Intanto facciamo un breve giro d’orizzonte su altri punti focali dell’America Latina. E insistiamo sulla Bolivia, dove tutto sta per succedere.
Sul lato del passivo: Venezuela, Honduras, Ecuador, Perù
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Il genocidio spiegato a Erri De Luca
di Girolamo De Michele
L’intervista rilasciata da Erri De Luca al giornale israeliano Israel Hayom sta suscitando, più che un vero dibattito, un’eco mediatica nella quale si perde, via via che l’onda sonora si allarga e il suo contenuto si affievolisce, ogni reale possibilità di conseguire qualcosa che non sia un semplice ribadire un posizionamento. È ciò di cui non abbiamo bisogno.
Per questo provo a fare, per quel che posso, chiarezza, con gli strumenti storici, giuridici e filosofici che ho acquisito e messo alla prova per scrivere una biografia non solo dell’autore della parola «genocidio», ma del concetto stesso.
Chi ha gettato la prima palata di merda nel ventilatore
Cominciamo col puntualizzare ciò di cui si sta trattando. Erri De Luca, in procinto di recarsi in Istaele per il Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim di Gerusalemme, ha rilasciato una lunga intervista nella quale, fra le molte cose che dice, esplicita il suo credo su genocidio e sionismo. Questa parte dell’intervista, circa un terzo, è stata estrapolata e tradotta da G.M., e pubblicata sul Foglio. Per quel che vale, non è un’intervista concessa al Foglio, né la sua traduzione. L’autore del cut© è persona nota da tempo per la sua peculiare tecnica di tagliare e montare parole altrui: anni or sono Max Blumenthal, mettendo in fila una serie di comprovati plagi, si chiedeva se si trattasse di un «plagiario seriale» o di un volgare «hasbarista»; e concludeva che G.M. è la prova del fatto che «basta fare un po’ di taglia e incolla dalle pubblicazioni dei difensori di Israele per avere successo nel mondo dei neoconservatori». Negli anni, passando dall’antidarwinismo al complotto cinese sul Covid, questo personaggio ha elaborato la teoria degli «ebrei antisionisti/antisemiti», da Hannah Arendt a Daniel Barenboim, da Grossman ad Amos Oz, e, in Italia, dall’«apostata» Primo Levi alle «umilianti giaculatorie» dei più illustri intellettuali ebrei italiani, da Natalia Ginzburg e Gad Lerner: tutti interessati a difendere il loro ruolo dall’interno dell’intellighentia di sinistra, a costo di schierarsi con i peggiori nemici di Israele.
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Sull’orlo del baratro: la Nato verso la guerra totale con la Russia
di Thomas Fazi
Thomas Fazi sostiene che il pericolo di un conflitto totale tra Europa e il Cremlino è più alto che mai - più che ai tempi della Guerra fredda. L’analista mette in luce la drammatica escalation bellica, dove i raid dei droni ucraini, guidati dalle tecnologie occidentali, stanno riducendo al minimo le possibilità di arrivare a una soluzione diplomatica. Tra la nascita del nuovo asse militare-industriale fra Berlino e Kiev, l’allarme geopolitico nel Mar Baltico e le pressioni dei falchi di Mosca su Putin per una risposta nucleare, l’Occidente ha smarrito la lungimiranza politica per frenare la corsa verso la catastrofe
La vicenda del drone russo che stanotte ha colpito un condominio in Romania mostra che il rischio di un conflitto totale tra la Nato e la Russia è più alto di quanto sia mai stato – persino all’apice della Guerra fredda. Il presidente rumeno Nicușor Dan ha successivamente chiarito che il velivolo aveva cambiato traiettoria dopo essere stato «colpito cineticamente», finendo per schiantarsi contro l’edificio residenziale di Galați. A pesare è il livello di profondo coinvolgimento delle due parti in quello che, a tutti gli effetti operativi, è un confronto militare sempre più diretto, anche se si continua formalmente a mantenere la finzione della non belligeranza.
A differenza della Guerra fredda, quando le superpotenze mantenevano rigidi protocolli concepiti per evitare lo scontro diretto, oggi le linee di demarcazione sono sfumate al punto da essere quasi invisibili. Una guerra che si supponeva dovesse rimanere confinata entro i confini ucraini si è progressivamente metastatizzata in qualcosa di ben più pericoloso: un conflitto per procura in cui il ruolo della Nato è diventato così centrale dal punto di vista operativo che la distinzione tra attore delegato e principale è di fatto crollata, e in cui ogni settimana porta nuove prove del fatto che la logica dell’escalation sta correndo molto più velocemente di qualsiasi capacità politica di controllarla.
Gli eventi delle ultime settimane lo hanno reso inequivocabilmente chiaro. La scorsa settimana, un drone ucraino nel Donbas ha colpito uno studentato, uccidendo 21 persone, per la maggior parte studenti. Ciò rappresenta una gravissima escalation nell’intensificazione dell’offensiva di droni condotta dall’Ucraina contro la Russia negli ultimi mesi — che include un numero crescente di attacchi in profondità effettuati in territorio russo.
Solo poche settimane fa, almeno tre persone sono rimaste uccise e diverse altre ferite in un attacco di droni ucraini su larga scala nella regione di Mosca. Nel frattempo, secondo la Reuters, a marzo gli attacchi dei droni ucraini contro i tre principali terminal di esportazione russi sulle coste occidentali — Novorossijsk sul Mar Nero, e Primorsk e Ust-Luga sul Baltico — avevano messo fuori uso circa il 40% della capacità di esportazione di petrolio della Russia.
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Storia di Rifondazione comunista
di Diego Giachetti
Il recente libro di Sergio Dalmasso, La traversata nel deserto. Rifondazione Comunista dalla chiusura di “Liberazione” al Congresso di Montecatini (Edizioni Punto Rosso, 2026) conclude - almeno per ora, essendo il percorso politico ancora in corso - la storia di Rifondazione comunista e si pone in continuità con altre due sue precedenti ricerche: Rifondare è difficile del 2002, che ricostruisce i primi dieci anni di vita del partito e Rifondazione comunista dal movimento dei movimenti alla chiusura di “Liberazione”, pubblicato nel 2021. In questo testo, seppure in maniera sintetica, è tracciata anche la storia di trent’anni di attività dell’organizzazione giovanile comunista, grazie al contributo di Paolo Bertolozzi e Nicolò Martinelli. Sono pagine scritte da chi ha vissuto la nascita, la crescita, le difficoltà, le contraddizioni, la crisi di un progetto politico che ha costituito il maggior tentativo di rilancio di un’identità comunista rifondata, come promette il nome del partito.
L’autore continua fare ciò che oggi in politica si dimentica di fare, scrive Matteo Pucciarelli nell’introduzione, cioè guardare alla propria storia, ai successi e ai fallimenti, tentando di apprendere qualche lezione utile all’agire nel presente. Offre quindi al lettore, e più ancora al militante, una ricostruzione temporale dei fatti e dei contesti, storicizza gli eventi e dà una struttura al tentativo di interpretazione storiografica che si deve fare, guardandosi però dalle opinioni soggettivizzanti che, in quanto tali, non sono discutibili, mentre i fatti invece lo sono. Pone le basi per la discussione da farsi collettivamente, non per rivelare una verità già data, ma per costruire assieme un processo accertativo che porti a una conoscenza condivisa.
Procedere nel deserto
La ricostruzione storica prende le mosse dall’insuccesso riportato alle elezioni politiche del 2008 della lista Sinistra arcobaleno che raccolse 1.124.298 voti, pari al 3,08%, non sufficienti a superare lo sbarramento imposto dalla legge elettorale maggioritaria. Si apriva una fase nuova e difficile, non tanto per le scissioni subite (Partito Comunista dei Lavoratori nel 2006, Sinistra Critica nel 2007) quanto per l’affievolirsi di legami sociali e di prospettiva valoriale.
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Cina, socialismo e IA contro occidente
di Pino Arlacchi*
Per due secoli l’Occidente ha raccontato a se stesso una storiella confortante: il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa, e ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento.
Il crollo del Gosplan sovietico parve sigillare per sempre tale verità, e da allora il termine “pianificazione”, nel linguaggio economico e politico, è divenuta una parolaccia. Così, messi di fronte al più grande miracolo economico della storia, la rinascita della Cina, gli analisti occidentali hanno distolto lo sguardo dal fattore chiave di tale rivoluzione, attribuendo tutto alla magia del mercato.
Pechino non ha abbandonato la pianificazione: l’ha trasformata. Ha imparato dalla tragedia del Grande Balzo in Avanti che la pianificazione rigida e cieca produce catastrofi, ma ne ha tratto una lezione di segno opposto a quella dell’Urss: non rinunciare alla direzione cosciente dell’economia, ma renderla sperimentale e capace di autocorrezione. “Attraversare il fiume tastando le pietre”, la geniale formula di Deng Xiaoping, non è la resa al mercato: è un metodo di programmazione dell’economia: si sperimenta in piccolo, si misura, si corregge, si estende ciò che funziona. La pianificazione smette di essere comando e diventa apprendimento.
Qui entra in scena la novità che rovescia un secolo di certezze.
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La "sinistra estrema" e la sovranità nazionale
di Leonardo Sinigaglia
Il recente scontro tra Andrea Zhok ed Emiliano Brancaccio ha fatto finalmente fatto emergere in maniera chiara l’irrisolvibile dissidio in seno alla cosiddetta “estrema sinistra” italiana.
Il dibattito sul tema del “sovranismo” intercorso tra i due ha raggiunto l’attenzione di centinaia di migliaia di italiani sulla rete, trasformandosi rapidamente nello scontro tra due visioni inconciliabili, che rappresentano le due opposte tendenze che caratterizzano la galassia “marxista” italiana.
Da un lato abbiamo chi, come Brancaccio, si fa portatore di una visione messianica, postmoderna, liberal-libertaria del socialismo, rifiutando qualsiasi ipotesi concreta di presa e gestione del potere, negando la dimensione nazionale a favore di un cosmopolitismo astratto e celando con una retorica massimalista una prassi fondata sul compromesso e la connivenza con le strutture di potere imperiali dell’Occidente collettivo.
Dall’altro abbiamo chi rimane ancorato alla realtà materiale di qualsiasi processo di trasformazione in senso socialista, riconoscendo il ruolo imprescindibile dello Stato, e, conseguentemente, della sovranità nazionale, fondamento di qualsiasi azione politica autonoma.
Si ripropone quindi in chiave moderna quella lotta già più volte manifestatasi in seno al movimento socialista e comunista tra chi, nonostante la retorica incendiaria, risulta ideologicamente subalterno alla borghesia (anarchici prima, economicisti poi, “marxisti occidentali” oggi) e chi porta avanti una linea politica fondata sulla visione del mondo materialista dialettica.
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Nell’Europa in crisi si sgonfia la “bolla” del riarmo e degli aiuti all’Ucraina
di Gianandrea Gaiani
I media ne parlano poco, la politica ancor meno specie presso le istituzioni della UE, ma la “bolla” del riarmo europeo, insostenibile per gli elevatissimi costi e per lo più a debito, si sta sgonfiando, trainando con sé la disponibilità delle nazioni europee a sostenere lo sforzo militare dell’Ucraina.
Indizi concreti non mancano certo, anche in Italia dove ormai è in piena discussione negli ambienti politici e militari la rivisitazione dei programmi di acquisizione, ambiziosi ma i cui costi continuano a salire progressivamente in modo inaudito e apparentemente inarrestabile.
Ieri un lancio dell’agenzia di stampa La Presse spiegava che l’Italia è intenzionata a rivedere al ribasso la sua adesione al fondo SAFE Security Action For Europe), ovvero lo strumento finanziario dell’Ue istituito per supportare gli stati membri negli investimenti nel settore della difesa.
Lo ha reso noto in collegamento da Cipro al programma Mediaset Dritto e Rovescio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani nel giorno in cui la premier Giorgia Meloni ribadisce che “non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa”, e all’indomani della riunione a palazzo Chigi con la stessa Meloni, l’altro vice Matteo Salvini, i ministri dell’Economia e della Difesa Giancarlo Giorgetti e Guido Crosetto.
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Leone, Agostino e l'IA
di Alessandro Zaccuri
Silvestro II, il papa dell’anno Mille, era un matematico. Competenza di primo acchito inconsueta per un successore di Pietro, ma del tutto coerente nella prospettiva medievale dell’unità del sapere, che non contempla soluzione di continuità tra le discipline umanistiche del trivio e quelle scientifiche del quadrivio. Nonostante questo, a Gerberto di Aurillac (così si chiamava al secolo il pontefice) non è stata risparmiata la leggenda nera dello stregone e necromante, in buona parte alimentata dall’equivoco sul termine latino astrologia, che nello specifico si riferisce allo studio degli astri, la nostra “astronomia”, e non alla compilazione degli oroscopi. Tra le opere di Gerberto figura il Libellus de numerorum divisione, che è un piccolo manuale per l’uso dell’abaco. Per far di conto correttamente, si spiega, occorre anzitutto stabilire quale valore attribuire al digitus, che nel linguaggio dell’epoca è l’unità di calcolo basilare.
Le suggestioni vanno prese per quello che sono, però non passa inosservato il fatto che anche nella formazione di Leone XIV la matematica occupi un posto di rilievo. In un millennio abbondante, il digitale ha cambiato di significato, per quanto l’etimologia dell’inglese digit rimandi proprio al digitus delle artes liberales. In ogni caso, è ancora un papa a occuparsene, e con indiscutibile chiarezza. L’impressione che si ricava dalla lettura dell’enciclica Magnifica humanitas, la prima promulgata dal pontefice statunitense, è infatti quella di un’esposizione serrata e difficilmente contestabile.
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Anthropic, Maven, Vaticano. Le tre stanze di una stessa partita
di Margherita Furlan
Cronologia di una settimana che riscrive il pezzo precedente: l’azienda che il Pontefice ha scelto come voce «etica» dell’algoritmo resta integrata nei sistemi di selezione degli obiettivi del Pentagono. Le linee rosse rivendicate da Dario Amodei riguardano la sorveglianza dei cittadini americani e le armi pienamente autonome. Non gli innocenti sotto le bombe.
Nelle ore in cui il Pentagono cancellava ufficialmente Anthropic dalla propria catena di approvvigionamento, il modello Claude selezionava un migliaio di obiettivi nelle prime ventiquattr’ore del bombardamento congiunto americano-israeliano sull’Iran[1]. Tre giorni dopo Christopher Olah saliva al Soglio di Pietro per ricevere l’unzione vaticana dell’intelligenza artificiale «umanistica». Le due notizie convivono nella stessa settimana e si illuminano a vicenda.
La cronologia va ricostruita per gradi, perché ogni passaggio sposta il quadro. Il 27 febbraio 2026 Donald Trump firma un ordine esecutivo che impone a tutte le agenzie federali di interrompere ogni attività commerciale con Anthropic. Lo stesso giorno il segretario alla Difesa Pete Hegseth designa formalmente la società di Dario Amodei come «rischio per la catena di approvvigionamento della sicurezza nazionale»[2]. Etichetta nuova nella sua applicazione: un soggetto privato americano viene trattato come ostile. Lo scontro che ha portato al provvedimento riguarda due clausole d’uso che Anthropic si rifiuta di rimuovere: il divieto d’impiegare Claude per la sorveglianza domestica dei cittadini statunitensi e il veto di utilizzo all’interno di armi pienamente autonome. Il Pentagono pretendeva l’eliminazione di entrambi i limiti. Amodei ha tenuto il punto, almeno su questi due fronti.
Quarantott’ore dopo, alle 9:45 del mattino del 28 febbraio, comincia l’operazione Epic Fury: l’attacco congiunto degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran[3]. Più di duemila obiettivi colpiti in pochi giorni, basi delle Guardie rivoluzionarie islamiche, depositi missilistici, centri di comando. Nella prima giornata viene ucciso anche l’Ayatollah Ali Khamenei. E nelle stesse prime ventiquattr’ore, secondo le ricostruzioni del Washington Post e del Wall Street Journal, il sistema integrato Claude-Maven seleziona e gerarchizza circa mille bersagli, elaborando in tempo reale immagini satellitari, intelligenza dei segnali, flussi di sorveglianza[4]. Maven è il programma d’intelligenza artificiale di punta del Dipartimento della Difesa, sviluppato dalla società di Peter Thiel, Palantir, con contratti che superano il miliardo di dollari complessivo. Claude vi era stato integrato nell’autunno del 2024 attraverso una partnership annunciata a quattro mani da Anthropic, Palantir e Amazon Web Services[5].
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Magnifica Humanitas: l’alba di un nuovo umanesimo cristiano
di Alessandro Scassellati
L’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV si pone come una pietra miliare nella riflessione della Chiesa sulla dignità della persona, la giustizia sociale e la pace nell’era dell’intelligenza artificiale. Il Pontefice osserva con sguardo profetico come l’umanità si trovi oggi dinanzi a un bivio che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Se la rivoluzione industriale, nei secoli passati, aveva messo alla prova i muscoli dell’uomo, automatizzando la forza fisica e trasformando i rapporti di produzione, la rivoluzione digitale ne interroga oggi lo spirito, l’intelletto e la stessa essenza relazionale. Non siamo più di fronte a un semplice progresso tecnico, ma a un mutamento ontologico che tocca le radici stesse dell’agire umano.
Con l’enciclica Magnifica Humanitas, il magistero intende guardare con speranza ma anche con profonda vigilanza critica allo sviluppo delle intelligenze artificiali. L’appello del Papa è chiaro: queste tecnologie non devono divenire strumenti di una nuova, sofisticata alienazione — capace di ridurre l’individuo a mero dato o profilo commerciale — ma devono restare servitori della dignità intrinseca di ogni figlio/a di Dio. La macchina, per quanto evoluta, non possiede l’anima, né quella “scintilla di carità” che rende l’essere umano immagine del suo Creatore. Il Pontefice chiede il “disarmo” dell’intelligenza artificiale, ossia di “liberarla dalla mentalità della competizione ‘armata’”. Si scusa per il ritardo della Chiesa nel condannare la schiavitù, definendola “una ferita nella memoria cristiana” e parla delle “nuove forme di schiavitù” dovute all’economia digitale.
Il titolo stesso dell’opera richiama intenzionalmente il “Magnificat” evangelico: come Maria esulta per le grandi cose operate dall’Onnipotente, così anche la Chiesa riconosce nel genio umano, capace di generare algoritmi complessi e macchine sapienti, un riflesso della sapienza divina. Tuttavia, Leone XIV ammonisce: tale genio risplende solo finché non pretende di farsi creatore assoluto, dimenticando il limite creaturale che lo rende autenticamente umano. L’intelligenza artificiale è dunque una chiamata alla responsabilità: spetta a noi garantire che il progresso della mente sia sempre guidato dal primato della coscienza, affinché la tecnica non oscuri mai la luce della trascendenza e il valore inestimabile della vita umana in ogni sua forma.
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Il nuovo disordine mondiale / 37 – Sull’utilità o il danno della teoria del socialismo in un paese solo per l’internazionalismo
di Sandro Moiso
Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro
Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa a un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran parte degli attuali lettori, forse, non ha la minima conoscenza oppure non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare. Eppure, eppure…
Nel breve periodo compreso tra il dicembre del 1926 e il gennaio del 1927 si consumò un’autentica tragedia politica per la successiva storia del movimento rivoluzionario comunista e proletario, destinata a riflettersi non soltanto nelle campagne diffamatorie e persecutorie condotte nei confronti di alcuni dei suoi protagonisti più in vista dalla dirigenza staliniana del Partito bolscevico russo e dell’Internazionale Comunista, ma anche sulle scelte di politica interna ed estera della ormai non più neonata Repubblica dei soviet e su quelle inerenti la tattica o le tattiche da adottare nei confronti degli avversari.
Scelte che avrebbero finito con l’influenzare anche la più generale strategia del movimento operaio e la concezione che il movimento rivoluzionario avrebbe avuto di sé non soltanto nei decenni immediatamente successivi ma anche, purtroppo, fino ai nostri giorni. Ed è il titolo stesso della ricerca condotta con precisione e ricchezza di argomenti e materiali da Alessandro Mantovani a rivelare come tale battaglia in seno al Partito comunista, che avrebbe dovuto essere mondiale, riguardasse all’epoca la possibilità o meno di instaurare il “socialismo in un solo paese”.
Una scelta che, una volta affermatasi per la Russia sovietica, avrebbe non soltanto permesso la diffusione della medesima idea nel corso delle rivoluzioni anticoloniali sviluppatesi a partire da allora e nella seconda metà del ‘900, ma anche contribuito a un totale stravolgimento della teoria marxista rivoluzionaria e della pratica internazionalista che ne costituiva, e dovrebbe ancora costituire, l’irremovible e irrinunciabile corollario.
Un’idea, quella della possibilità di realizzare il socialismo in un “paese solo”, che oltre a confondere le finalità anticapitaliste della rivoluzione con quelle del “necessario” sviluppo economico in chiave di ammodernamento delle strutture economiche e sociali, ha finito con il rappresentare un’autentica spinta all’interclassismo e alla collaborazione tra le classi in funzione della difesa degli interessi “nazionali”.
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I tre segreti della Cina che l'Occidente ignora: il nuovo libro di Pino Arlacchi cambia la narrazione
di Michele Blanco
Il libro di Pino Arlacchi ci fornisce un quadro generale dell’universo Cina che è sempre stata nel corso della storia umana uno dei centri più importanti della civiltà mondiale. Per la gran parte del tempo, migliaia di anni, il nostro “Occidente” è stato economicamente, demograficamente e in termini culturali, periferia.
Fino al 1820, in Cina viveva la metà del genere umano e rappresentava la metà dell’economia mondiale, nello stesso periodo solo il 2% della produzione mondiale era in Usa e solo il 5% nella Gran Bretagna. Anche il tenore di vita era superiore in ampie aree del mondo orientale. Infine, la tecnologia era più avanzata sotto molti profili, escludendo quella militare, dove le nazioni occidentali hanno sempre investito in modo sconsiderato. Tale condizione cessò negli ultimi anni del XVII e primi del XIX secolo e furono ratificati dalle due guerre dell’oppio (1840 e 1860).
I fattori che resero la Cina stabile per migliaia di anni sono: il non-espansionismo; la meritocrazia politica. A questi fattori si aggiunge ora il sistema politico non-capitalistico. Questi tre fattori sono l’oggetto specifico del libro.
Per Arlacchi, sulla base di solide evidenze fattuali la differenza fondamentale con l’occidente è questa: il mondo cinese è centripteto e non aggressivo è sempre tendenzialmente pacifico. Come scrive, si tratta di “un cosmo che guarda a sé stesso e che si considera al contempo universale, privo di perciò di una spinta espansiva di tipo sia territoriale che economica e militare”, (p. 39).
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Il capitale chiude il mondo
di Nicolò Bellanca
Brancaccio vede la grande tendenza alla centralizzazione del capitale. Ma non basta opporre piano a mercato
Emiliano Brancaccio ha il merito raro di scrivere libri inattuali in un tempo che scambia l’attualità per intelligenza. Libercomunismo è inattuale fin dal titolo: pronuncia una parola che il lessico pubblico ha sepolto, deriso, musealizzato, e la riporta al centro non come nostalgia, ma come provocazione teorica. Comunismo, pianificazione, espropriazione del grande capitale, libertà individuale: termini che sembravano appartenere a famiglie incompatibili vengono ricombinati in una formula volutamente urticante. La tesi è che il capitalismo contemporaneo non sia semplicemente ingiusto o instabile, bensì attraversato da una tendenza storica: la centralizzazione del capitale in sempre meno mani, una concentrazione di potere che cattura ecologia, scienza, politica internazionale, democrazia liberale e libertà individuale.
Da decenni, il pensiero pubblico occidentale vive di crisi senza tendenza. Crisi finanziaria, climatica, migratoria, democratica, geopolitica: tutto appare come somma di emergenze, accumulo di incidenti, sfortuna storica, cattiva gestione. Brancaccio rifiuta questo linguaggio della contingenza. Il capitalismo non procede a caso. Ha un movimento, una direzione, una logica di selezione. La concorrenza non produce armonia pluralistica, ma vincitori capaci di assorbire i vinti. Il libero scambio non livella il mondo, ma approfondisce squilibri. La democrazia non contiene automaticamente il capitale, perché il capitale centralizzato tende a svuotare dall’interno le istituzioni che dovrebbero limitarlo.
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Hong Kong a fuoco
di Leo Essen
Hong Kong a fuoco di Laura Ruggeri è un manuale di controinformazione, come se ne scrivevano ancora negli anni Settanta. Fornisce una sorta di addestramento di base – un vero e proprio CAR semiologico – per interpretare le rivoluzioni colorate come strumenti di guerra ibrida: operazioni orchestrate con la precisione di campagne di marketing cognitivo, finanziate da apparati come USAID e NED e animate da una classe di nomadi intellettuali, corrispondenti esteri e cosmopoliti altamente scolarizzati che si ritrovano al Foreign Correspondents’ Club di Hong Kong con il fanatismo ideologico di chi non mette mai in discussione le premesse del sistema che lo nutre. Un ribellismo performativo ed estetizzante che lascia intatto il conformismo intellettuale di fondo. Ogni protesta ha una regia straniera; ogni dissidente è un utile idiota; ogni ONG una succursale della CIA.
I giovani provenienti dai campus americani che si erano politicizzati negli anni delle mobilitazioni contro la guerra in Vietnam, spesso orientati verso un progressismo liberal e desiderosi di sentirsi mossi da ideali, trovavano difficile immaginare un impiego diretto in un’agenzia percepita come compromessa da decenni di interventismo. Lavorare per ONG impegnate ufficialmente nella difesa dei diritti umani e civili consentiva invece di conservare credibilità all’interno dei propri ambienti culturali e politici. Per la CIA, inoltre, quell’esperienza di attivismo rappresentava un valore aggiunto: rendeva queste figure capaci di muoversi con naturalezza negli ambienti antigovernativi, intrecciando relazioni e costruendo reti. Non sorprende dunque che tra le nuove reclute figurassero numerosi giovani provenienti da collettivi di sinistra, spesso di ispirazione trotzkista.
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Trappola di Tucidide o trappole narrative?
di comidad
Non si sa abbastanza del dibattito interno al gruppo dirigente cinese per stabilire se il riferimento di Xi Jinping alla cosiddetta “trappola di Tucidide” sia stato fatto seriamente oppure in chiave ironica. In effetti il contesto in cui il presidente cinese ha pronunciato quelle parole lascia adito a qualche dubbio, per cui potrebbe essersi trattato di uno sfottò alla leggendaria ignoranza di Trump, oppure di un dileggio nei confronti del vezzo occidentale di applicare pompose etichette storico-retoriche alle proprie teorie delle relazioni internazionali. La tesi secondo cui gli USA, in quanto potenza dominante, possano sentirsi minacciati e indotti a iniziare una guerra contro la emergente potenza cinese, potrebbe apparire realistica; ma, a proposito di trappole, ci sono anche le trappole narrative. Anzi, per essere più precisi, le trappole dell’epica.
La narrazione sulla emergente potenza cinese è inquadrata in una narrazione più ampia, che riguarda la fatidica “sfida multipolare” all’unipolarismo americano. Nel documento costitutivo del 2009 del gruppo dei BRICS (all’epoca ancora BRIC, poiché il Sudafrica si è aggiunto solo l’anno successivo), effettivamente c’è un richiamo esplicito ad un mondo multipolare, con rapporti più equi tra gli Stati. Sta di fatto che i BRICS non si sono mai posti come contrappeso al dominio statunitense. Nel 2014 l’India è entrata nel QUAD, una partnership militare guidata dagli USA in funzione anticinese. Inoltre, due attuali membri dei BRICS, l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti, sono addirittura in guerra tra loro. Visto quanto gli USA sono ondivaghi, bizzosi, aggressivi e inaffidabili, è comprensibile che i regimi dei vari paesi cerchino qualche rete di protezione commerciale e finanziaria; ma da qui a raccontarci (o raccontarsi?) di sfida multipolare, ce ne corre.
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È uscito “Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile”
di Mario Sommella
Dal manifesto in dodici punti contro il dominio digitale a una teoria del potere algoritmico contemporaneo
Quattro parti, tredici capitoli. Una diagnosi del potere dentro le infrastrutture digitali e cinque linee di resistenza. Da oggi disponibile su Kindle e Apple Books. L’edizione cartacea arriverà nelle prossime settimane.
Questo libro nasce anche da un’urgenza politica e morale.
Prima ancora della struttura teorica, prima ancora dei tredici capitoli che compongono il volume, ho sentito la necessità di fissare un punto di partenza chiaro: un manifesto in dodici punti contro il cyberfascismo. Dodici principi per riconoscere la trasformazione del potere contemporaneo e per riaffermare la centralità della dignità umana, della democrazia costituzionale, della libertà cognitiva e del controllo pubblico sulle infrastrutture digitali.
Perché oggi il dominio non si presenta più soltanto attraverso la forza visibile dello Stato o la repressione tradizionale. Si manifesta nella colonizzazione invisibile delle coscienze, nell’estrazione permanente dei dati, nella sorveglianza normalizzata, nella manipolazione algoritmica dell’informazione, nella dipendenza costruita dalle piattaforme, nella trasformazione dei cittadini in utenti profilati e prevedibili.
Quel manifesto rappresenta la soglia politica del libro. È il punto da cui prende avvio un’analisi più ampia, che prova a comprendere come il potere sia mutato nell’epoca delle infrastrutture digitali globali.
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Se gli Stati Uniti diventano una super potenza inaffidabile
di Gianandrea Gaiani
L’Amministrazione Trump continua a mischiare le carte in tavola e a rendere instabile ciò che fino a poche ore prima appariva una tendenza ormai consolidata. Il mondo e i media non hanno fatto in tempo ad attribuire finalmente una concreta credibilità al processo negoziale con l’Iran (vedere l’articolo pubblicato la sera del 23 maggio e l’editoriale del 25 maggio) che Domald Truimpèè riuscito a modificare radicalmente i presupposti dell’accordo con Teheran e a riaprire brevemente le ostilità con attacchi “per autodifesa” contro postazioni missilistiche e navi iraniane.
Sul piano politico, proprio mentre sembrava imminente la convergenza su un’intesa di massima da affinare nel corso del cessate il fuoco esteso per altri 60 giorni, Trump ha rilanciato affermando che dopo i colloqui con i leader di Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Giordania Egitto e Bahrein e soprattutto “dopo tutto il lavoro svolto dagli Stati Uniti per cercare di ricomporre questo puzzle molto complesso, dovrebbe essere obbligatorio che tutti questi Paesi, come minimo, firmino simultaneamente gli Accordi di Abramo”.
A parte il fatto che “il puzzle molto complesso” è stato determinato dall’attacco di USA e Israele all’Iran del 28 febbraio scorso e a parte il fatto che Emirati Sarabi Uniti e Bahrein hanno già sottoscritto gli accordi di Abramo che normalizzano i rapporti con Israele, quanto scritto da Trump su Truth aveva evidentemente l’obiettivo di mischiare nuovamente le carte e rendere più arduo il raggiungimento di un’intesa con l’Iran.
Trump ammette che “è possibile che uno o due di essi abbiano una ragione per non aderire, e ciò sarà accettato, ma la maggior parte dovrebbe essere pronta, disposta e in grado di rendere questo accordo con l’Iran un evento di portata ben maggiore rispetto a quanto sarebbe altrimenti. Gli Accordi di Abramo si sono dimostrati, per i Paesi coinvolti (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan e Kazakistan), un vero e proprio boom finanziario, economico e sociale, persino in questo periodo di conflitto e guerra, con gli attuali membri che non hanno mai nemmeno ipotizzato di ritirarsi o di prendersi una pausa.
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L’esperimento da Nobel che ha stravolto la realtà
di Roberto Paura
Era il 10 dicembre 2022 quando, esattamente un secolo dopo Albert Einstein, Alain Aspect – in frac e cravatta bianca di ordinanza – ritirava il premio Nobel della Fisica dalle mani del re di Svezia. Il secolo trascorso tra questi due eventi segna un passaggio radicale nella nostra comprensione della realtà: quando Einstein ritirò il suo premio per la scoperta dell’effetto fotoelettrico, la rivoluzione della fisica quantistica era già consolidata ma il dibattitto sulla sua interpretazione era ancora agli albori e il grande fisico tedesco conservava – e conservò per tutta la vita – la “fede” in un universo deterministico, in cui gli aspetti probabilistici delle misurazioni quantistiche restavano di tipo epistemico, non ontologico, spiegabili cioè con limiti della nostra conoscenza sperimentale, destinati a essere superati da una teoria più profonda che li avrebbe ricondotti a una natura essenzialmente deterministica e prevedibile.
Quando a ritirare il premio è toccato ad Aspect, per il suo celebre esperimento con cui dimostrò il teorema delle disuguaglianze di Bell, la concezione di Einstein era ormai andata in pezzi.
Il Nobel rappresentava l’estrema sconfessione della concezione einsteiniana della realtà: l’universo non è deterministico, ma probabilistico; non esiste una realtà indipendente dall’osservatore; la causalità può essere di tipo non-locale, ossia tenere in relazioni istantanee causa-effetto oggetti distanti ben più del cono di luce definito dalla relatività ristretta. Non stupisce che, come un giorno raccomandò con una punta di ansia John Bell al giovane Aspect durante il loro primo incontro a Ginevra nel 1975, “non bisogna dedicare troppo tempo a riflettere sui fondamenti della meccanica quantistica, poiché ciò mette a rischio la propria salute mentale” (Aspect, 2026). Come il vecchio dottor Gibarian che l’allievo Kris Kelvin scopre essersi suicidato all’arrivo nella stazione di Solaris nell’eponimo capolavoro di Stanislaw Lem, così Bell aveva voluto mettere in guardia dai rischi di calarsi troppo a fondo nei paradossi della fisica perché, per citare Lem, non di sola fisica si tratta, “qui si tratta dell’uomo e dei limiti della conoscenza umana” (Lem, 2013).
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Gli USA, il “petrogas-dollaro”, e i sintomi del caos predatorio
di Richard Medhurst
Riportiamo la traduzione di una lunga analisi di Richard Medhurst, giornalista britannico figlio di due peacekeeper delle Nazioni Unite. I suoi pezzi, riguardanti per lo più il Vicino Oriente e, in particolare, la Siria (dove è nato) e i crimini israeliani nella recente campagna genocidiaria, sono apparsi su Al Mayadeen, Al Jazeera, FOX News, RT.
Medhurst è diventato famoso quando, il 15 agosto 2024, è diventato il primo giornalista arrestato sulla base del Terrorism Act del 2000, appena atterrato all’aeroporto londinese di Heathrow. La condanna arrivata da varie organizzazioni giornalistiche internazionali non ha impedito che, il 3 febbraio 2025, Medhurst venisse di nuovo arrestato dalle autorità austriache, che sequestrarono inoltre i suoi dispositivi elettronici.
Insomma, la sua attività giornalistica rappresenta quel tipo di indipendenza dell’informazione che è sempre più sotto attacco in una Europa che sta correndo sulla strada della repressione e della censura per far fronte alla propria crisi egemonica e strutturale. Riteniamo perciò interessante leggere le sue riflessioni intorno a un nodo fondamentale dell’attuale sistema finanziario globale: il controllo del petrolio e il ruolo del dollaro [red.].
* * * *
Si è tentati di credere che la macchina da guerra degli Stati Uniti sia finita. Dal punto di vista militare, l’Iran ha effettivamente inflitto agli Stati Uniti la peggiore umiliazione della storia moderna – di cui ho parlato in modo dettagliato. Ma dietro le quinte, Washington ha silenziosamente messo a segno una rapina a mano armata alle riserve mondiali di petrolio e gas. Tutte quante.
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La Magna Charta del pontificato di Leone XIV: critica del liberalismo e regolazione del capitalismo
di Eros Barone
1. La sfida della torre di Babele
L’enciclica Magnifica Humanitas pubblicata il 15 maggio scorso dal papa statunitense Robert Prevost, alias Leone XIV, è un testo di 245 pagine e cinque capitoli, più introduzione e conclusione1. Si tratta di un testo molto ampio e complesso che si pone esplicitamente sulla scia della Rerum Novarum di papa Leone XIII e punta ad approfondire i temi della dottrina sociale della Chiesa, proiettando tale dottrina in avanti e aggiornandola a partire dalla sfida posta oggi all’umanità dall’intelligenza artificiale, dal paradigma tecnocratico e dalle ideologie del transumanesimo e del postumanesimo. L’indice dei cinque capitoli in cui si articola il testo di questa enciclica fornisce, peraltro, una mappa essenziale del vasto territorio esplorato da un papa che sembra voler raccogliere e tesoreggiare, attraverso un accorto bilanciamento dell’istanza della continuità e dell’istanza dell’innovazione, la duplice eredità dei suoi immediati predecessori: quella teologica di papa Ratzinger e quella pastorale di papa Bergoglio: Introduzione; capitolo 1: Un pensiero dinamico fedele al Vangelo; capitolo 2: Fondamenti e princìpi della dottrina sociale della Chiesa; capitolo 3: Tecnica e dominio – La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA; capitolo 4: Custodire l’umano nella trasformazione – Verità, lavoro, libertà; 5) La cultura della potenza e la civiltà dell’amore; Conclusione.
Poiché non è possibile riassumere i contenuti del documento pontificio senza rischiare di sacrificare l’unità logica della ricapitolazione sintetica a cui l’autore ha costantemente mirato, giova almeno ribadire, desumendoli dall’indice analitico dei paragrafi, i princìpi chiave della dottrina sociale della Chiesa, così come sono stati enunciati da Leone XIV: l’essere umano immagine del Dio trinitario; l’eguale dignità di tutti gli esseri umani; l’altissimo valore dei diritti umani; i princìpi della Dottrina sociale; il principio del bene comune; il principio della destinazione universale dei beni; il principio di sussidiarietà; il principio di solidarietà; il principio della giustizia sociale; lo sviluppo umano integrale.
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Esclusivo - Come la Cina e il Pakistan potrebbero fornire l'accordo vero e proprio
di Pepe Escobar
Il tramonto del petrodollaro: Verso la svolta geopolitica dell'Eid 2026
Il presidente Xi accoglie il presidente Trump a Pechino. Meno di una settimana dopo, accoglie il presidente Putin: entrambi firmano una dichiarazione strategica congiunta che indica una ristrutturazione de facto del sistema delle relazioni internazionali. All'inizio di questa settimana, il Presidente Xi accoglie una delegazione pakistana di alto livello, tra cui il feldmaresciallo Asim Munir, il principale mediatore tra Iran e gli Stati Uniti.
Tutto ciò è profondamente interconnesso. A parte gli accordi relativi al Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il progetto di punta delle Nuove Vie della Seta, e agli accordi di Islamabad con Alibaba, il fatto è che il silenzioso garante dei febbrili sforzi di mediazione pakistani tra Washington e Teheran è la Cina.
Così la leadership pakistana di vertice ha dovuto andare a Pechino per spiegare in dettaglio le mille giravolte e capovolgimenti.
Fonti diplomatiche confermano che Asim Munir, fresco da un viaggio di lavoro a Teheran, ha ribadito al presidente Xi che, dal punto di vista iraniano, gli impegni statunitensi non hanno alcun valore. Questo viene costantemente ribadito dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei.
Quindi, se mai dovesse essere firmato un accordo – dopo eventuali progressi sull'attuale Memorandum d'Intesa bloccato – la firma della Cina è un imperativo assoluto. Lo stesso vale per la Russia.
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IA. Solo il Papa parla di tecnologia e “necrosfera” che ormai è già qui
di Alessandro Robecchi
Alla fine (o all’inizio, le cose si toccano), dell’intelligenza artificiale si deve occupare il Papa. La politica non se ne occupa, o lo fa solo per vedere quanto può guadagnarci in termini di dominio, l’economia applaude i nuovi clamorosi profitti, i militari festeggiano che qualcuno possa ammazzare senza troppe remore o problemi etici, i lavoratori perdono il lavoro o vengono relegati in nuovi inquadramenti schiavistici, gli scienziati, in maggioranza, collaborano. Su una cosa sono tutti d’accordo: siamo all’inizio, e tra una ventina di anni guarderemo all’intelligenza artificiale di oggi come oggi guardiamo a un telefono grigio con il filo e la rotella per i numeri: preistoria.
Se qualcosa è possibile tecnicamente, l’uomo lo farà, e i dilemmi morali ed etici verranno dopo – se verranno – ed è stato così per ogni tecnologia dalla scoperta del fuoco in poi. Con moltissime analogie e alcune differenze, tra cui, evidentissima, quella che ad avere in mano le sorti dell’umanità sono oggi una decina di persone – persone fisiche, con nome e cognome – più potenti di qualunque stato nazionale, organizzazione collettiva, istituzione democratica, e quindi senza alcun controllo. Dobbiamo fare i conti, dunque, con una specie di fantascienza reale, effettiva, tangibile, che si svolge qui e ora, non in un ipotetico futuro, non in uno scenario lontano e fantastico, ma nella vita di oggi. I sistemi di guerra gestiti dall’IA valutano quanti civili possono morire in un attacco e accettano la barbarie, decide l’algoritmo, così come l’algoritmo decide le consegne delle nostre pizze portate da uno schiavo in bicicletta, il nostro rendimento sul lavoro, quali contenuti possiamo leggere sui social media e tutto il resto.
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Dalla discarica al clic
di Sergio Fontegher Bologna
Il 1 maggio 2026 i principali sindacati italiani si sono dati appuntamento a Marghera. Qualcuno della mia venerabile età, ma anche qualcuno con venti anni di meno, avrà pensato: “Oh che bello! Ricorderanno le lotte contro la nocività degli Anni Sessanta, contro il CVM, cloruro di vinile monomero, che ha portato alla morte centinaia di operai per angiosarcoma. Finalmente si rivaluta quella stagione di ribellione allo sfruttamento, di autonomia della classe, che il sindacato negli ultimi decenni aveva rimosso, anzi, ne aveva dannato la memoria.”
Macché, questa è roba retrò, il sindacato oggi parla di Intelligenza Artificiale. Che c’entra Marghera? Perché lì è successo un caso esemplare, un’azienda high tech che impiegava fior d’informatici li ha licenziati per sostituire il loro lavoro con l’IA (in realtà ha delocalizzato). Quindi il sindacato si prepara alla lotta del futuro: la soppressione di posti di lavoro qualificati. L’IA, in misura maggiore che la vecchia automazione, distrugge posti di lavoro, manda a casa migliaia di laureati, gente con venti anni d’esperienza.
Confesso che rimasi un po’ deluso, speravo che si parlasse di comitati autonomi, di scioperi selvaggi, però andava bene lo stesso, è giusto lottare contro la disoccupazione tecnologica, anzi, è meglio che sbraitare contro la Meloni perché non accetta il salario minimo legale (richiesta che il sindacato, CGIL in testa, ha rifiutato per anni).
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Gli analfabeti dell'egemonia culturale
di Francesco Coniglione
Vi è un equivoco, oggi molto diffuso, che rivela non soltanto povertà politica, ma anche una sorprendente ignoranza teorica: credere che l’egemonia culturale consista nell’occupazione degli apparati, nella sostituzione dei dirigenti, nella nomina di “propri” intellettuali nei luoghi chiave della produzione simbolica. È un errore grossolano: l’egemonia non è il risultato meccanico del potere politico, ma la sua precondizione. Non si governa per stabilire un’egemonia: si è legittimati a governare – in senso storico-politico e non solo in termini elettorali – nella misura in cui un’egemonia è già stata conquistata.
Il punto è decisivo. Una forza politica può vincere le elezioni, controllare ministeri, nominare presidenti di fondazioni, dirigenti televisivi, membri di consigli d’amministrazione, direttori di musei o di enti culturali. Ma tutto questo non basta a produrre egemonia: può al massimo trasformare una forza politica in ceto di governo, non in autentica classe dirigente. Essa può disporre di una maggioranza parlamentare, magari favorita da meccanismi elettorali distorsivi, ma restare priva di quella direzione morale e intellettuale che sola fonda una vera egemonia. Qui bisogna tornare a Gramsci, non per citarlo come un feticcio, ma per comprenderne il significato profondo, al di là degli scimmiottamenti opportunistici. In Gramsci, l’egemonia non coincide con il dominio. Una classe è dominante quando esercita la forza, la coercizione, il controllo degli apparati; è dirigente quando riesce invece a orientare, convincere, attrarre, costruire consenso.
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Rossobruni
di Vincenzo Costa*
“Rossobruno” è l’appellativo con cui si cerca di squalificare qualcuno, sulle prime. Ma in realtà io credo che il suo uso abbia di mira qualcosa di più fondamentale: troncare sul nascere una possibilità, classificandola come qualcosa di ignobile e dividendo le persone che potrebbero riconoscersi in essa. Quale possibilità? Quella secondo cui giustizia sociale e tradizione non solo non si escludono ma viaggiano insieme.
È la possibilità che nasca una cultura e un progetto politico di questa natura a fare paura. Va bene persino Vannacci, ma non i rossobruni. Del resto, l'uso del termini "Rossobruni" mira a dividere le persone. Serve a ricondurre a vecchie distinzioni. Serve a ricondurre all’ovile: alcuni alla Meloni o a Vannacci e altri al PD o a AVS.
I rossobruni non esistono, dunque, e tuttavia esistono persone che hanno un progetto politico-culturale che mira a tenere insieme giustizia sociale e tradizione.
A fare paura è proprio che questi due termini vengano a saldarsi. È questo che il sistema non può tollerare, perché farebbe saltare l’alternanza senza alternativa, mostrerebbe la complicità di Destra e Sinistra, il loro essere una funzione di stabilizzazione e ciò che impedisce al paese di cambiare.
Se solo per un attimo dovessimo dire che cosa è quel movimento, complesso, litigioso, informe, ma che esprime un’esigenza e che si esprime nel rifiuto di scegliere tra questa destra e questa sinistra in quanto mere versioni del neoliberalismo, potremmo forse indicare alcune caratteristiche:
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