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Epstein, o l’orgia del potere. Ma il problema è il potere, non l’orgia
di Alessio Mannino
Epstein, o l’orgia del potere. Dove ciò che cattura lo sguardo di chi scorre quei files è l’orgia, intesa qui come infrazione di tabù (sesso con minorenni, sevizie, omicidi, antropofagia). Mentre il potere, fedele al famoso adagio, si conferma fonte di corruzione. È la lettura immediata che si evince dal diluvio di commenti e analisi che ribollono, in Italia, soprattutto sui social media, appassionando molto meno, al contrario, i media giornalistici. È un’interpretazione corretta, che nasce dal senso morale comune che ancora regge. L’enormità dei fatti, al momento indiziari, in quella montagna di email, immagini e video finora resi pubblici giustifica la reazione di ribrezzo e di sdegno, incluso il vouyerismo un po’ morboso che prevedibilmente accompagna la legittima curiosità ogni qual volta ci siano di mezzo crimini gravi, specialmente sessuali. Ma il piano morale non esaurisce il significato della vicenda, anzi. Concentrarsi sull’immoralismo delle pratiche di cui Epstein risulta l’organizzatore seriale rischia di ingigantire un fattore che è sì certamente importante, ma che tuttavia lascia sullo sfondo altri due che vanno al di là della sana riprovazione di pancia: quello politico, e quello psicologico (e psichiatrico). Entrambi ben più complessi del giudizio istintivo di condanna. Quello politico perché illumina su filiere e modalità in cui, all’atto pratico, si struttura e agisce l’oligarchia del denaro in Occidente. Quello psicologico, perché apre uno squarcio, a guardar bene ancora più inquietante, sull’abisso di senso morale ma più profondamente esistenziale, nell’accezione di esistenza come soggettività, come capacità naturale di elevarsi dagli appetiti primari all’auto-responsabilità. Mettendo in fila una serie di elementi, si capirà meglio lo scarto fra i diversi piani.
1) Perché Trump ha deciso di sganciare adesso la bomba. Lo sblocco di tre milioni di documenti, con omissis che hanno lasciato coperti nomi importanti, è stata una scelta che l’amministrazione ha adottato per necessità politica. Il presidente statunitense ha deciso di dare in pasto all’opinione pubblica anzitutto repubblicana, in particolare alla base elettorale Maga, un osso da spolpare, in questi mesi prima della campagna elettorale per le elezioni di midterm a novembre.
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Dal “Sì o No” degli esperti al campo di gioco vero: perché voterò NO al referendum sulla giustizia
di Mario Sommella
Quando sento ripetere che sul referendum sulla separazione delle carriere dovremmo “lasciare da parte l’ideologia” e “affidarci agli esperti”, mi torna in mente il richiamo al filosofo Abelardo, menzionato in un articolo di Nello Rossi su Volere la Luna, e il suo Sic et non. Allora erano i Padri della Chiesa a dire tutto e il contrario di tutto; oggi sono i costituzionalisti. Per ogni luminare che spiega perché bisogna votare Sì, ce n’è un altro che argomenta in modo limpido per il No. E alla fine chi decide non è il “miglior esperto”, ma quella testa apparentemente incompetente che è la nostra, di cittadini e cittadine.
Non è la fine del mondo, anzi: è il punto da cui partire. Perché nessuno di noi voterà in base alle technicalities della riforma, ma in base a una domanda molto più semplice e molto più politica: questa riforma è coerente con l’idea di società che voglio, o è coerente con quella del blocco di potere che oggi governa?
Se guardo a chi la propone, a come governa, a quali alleanze coltiva e a chi se ne rallegra, io la risposta ce l’ho: voterò NO. E provo a spiegare perché.
I. Una destra-destra trumpiana: il potere come diritto di comandare
Questa maggioranza non è un centrodestra temperato. È una destra-destra che guarda apertamente al trumpismo come modello culturale: America delle armi facili, che si arroga il diritto di rapire un capo di Stato nel disprezzo del diritto internazionale, con milizie (ICE) che interpretano la giustizia, al minimo sospetto, con esecuzioni extragiudiziali, dei muri contro i migranti, delle élite economiche che si sentono “scelte” dalla storia e dalla buona sorte, dei poveri trattati come colpevoli del proprio destino, quindi corpi estranei da espellere.
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I sergenti di Napoleone. L’intelligenza artificiale e le utopie sociali
di Marco Salucci
«Il 12 giugno le forze dell’Europa occidentale varcarono il confine russo, e la guerra cominciò, cioè si svolse un avvenimento contrario alla ragione e a tutta la natura umana. Milioni di uomini commisero gli uni contro gli altri una tale e così infinita quantità di misfatti, di inganni, di tradimenti, di ruberie, di falsificazioni di cartamoneta, di saccheggi, incendi e di assassini quale in secoli interi gli annali di tutti i tribunali del mondo non potrebbero raccogliere, e che, in quel periodo di tempo, gli uomini che li compievano non consideravano come delitti. Che cosa produsse questo avvenimento straordinario? […] Se Napoleone non si fosse ritenuto offeso dall’intimazione di ritirarsi oltre la Vistola e non avesse ordinato alle truppe di avanzare la guerra non sarebbe accaduta; ma anche se tutti i sergenti non avessero voluto affrontare una nuova campagna, la guerra non avrebbe potuto accadere»[1]. “Contrario alla ragione” … “se tutti i sergenti” … due passaggi che esprimono un’idea tanto commovente per il suo candore quanto ingenua per la sua inefficacia a spiegare quello che capita nella storia dell’umanità: quante volte l’appello alla ragione ha determinato un comportamento “umano” e “ragionevole”? Si tratta di concetti indeterminati che sono stati volta a volta riempiti di contenuti più diversi: nell’uomo l’esistenza precede l’essenza, diceva Sartre in sostanza riproponendo il nihil humano a me alienum puto di Afro, che è poi lo stesso del sostenere la “banalità del male”: troppo comodo pensare che il male sia eccezionale, di per sé niente fatto dall’uomo è disumano. E nessuna azione che non sia semplicemente motivata da impulsi è irragionevole. Tuttavia l’idea che se gli uomini si comportassero secondo ragione e umanità ne scaturirebbe una società giusta ha avuto e continua ad avere un grande fascino e certamente deve continuare a costituire almeno un ideale regolativo, ma è dubbio che l’ostacolo alla sua realizzazione stia solo in quello che la filosofia morale chiama “debolezza della volontà” e le morali comuni “cattiva volontà”: sappiamo cosa è giusto e ragionevole e non lo facciamo. La carne è debole … ma un essere senza carne e tutta ragione sarebbe ancora un esemplare della specie homo sapiens?
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Paradosso Iran: no blitz e sanzioni
di Pino Arlacchi
Mentre la flotta americana si dirige verso il Golfo Persico con l’obiettivo dichiarato di intimidire il regime iraniano, è legittimo chiedersi se questo attacco non stia producendo l’effetto esattamente opposto.
Potendo rappresentare non una minaccia, ma un soccorso all’establishment clerico-fascista dell’Iran che traballa in queste settimane sotto la furia popolare.
Il paradosso si spiega mettendo a fuoco alcuni effetti non voluti delle sanzioni occidentali contro l’Iran. Lungi dall’indebolire il regime, esse sono diventate la forza principale per la sua sopravvivenza. Ma non solo per l’impulso che danno al patriottismo antiamericano iniziato nel 1953 con il colpo di Stato firmato dalla neonata CIA contro il governo democraticamente eletto di Mossadeq, e proseguito con l’opposizione alla dittatura dello Scià e la rivoluzione khomeinista del 1979. Il regime sopravvive anche perché negli ultimi decenni è diventato una colossale cleptocrazia che ha vari punti in comune con l’Italia pre-Mani Pulite. Non si tratta di corruzione accidentale, ma di un sistema dove l’appropriazione delle risorse pubbliche costituisce una tecnica ordinaria di governo. Un assetto dove specifiche entità semi-ufficiali o ufficiali controllano larghi settori dell’economia imponendo tangenti, gestendo enti e industrie di Stato, saccheggiando la spesa pubblica di un Paese di 90 milioni di abitanti.
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Il momento in cui il capitale critico incontra il capitale finanziario
di François Vadrot e Fausto Giudice
Negli anni ‘90, il capitale finanziario ha cominciato a investire in modo massiccio nelle università: in molti paesi le entrate provenienti da donatori privati e fondazioni hanno superato i sussidi diretti dello Stato. È in questo scenario che trovano spazio figure come Epstein. Oggi non si tratta di annullare l’opera di Chomsky, ma di considerarla nel suo contesto, come una tappa di un processo che è proseguito oltre di essa. Dopo Propaganda di Edward L. Bernays nel 1928, La fabbrica del consenso di Chomsky nel 1988, gli Epstein Files si inscrivono come la terza tappa: dal manuale di persuasione passando per l’analisi dei filtri si arriva a un corpus grezzo esposto pubblicamente, consultabile riga per riga.
* * * *
“Il manuale onesto e pratico di Bernays fornisce molte informazioni su alcune delle istituzioni più potenti e influenti delle democrazie capitalistiche industriali contemporanee” (Noam Chomsky)
Per cercare di capire meglio il rapporto tra Chomsky ed Epstein, e come si inseriscano in esso i lavori di Chomsky, ci sembra utile fare un passo indietro.
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L’era del disordine
di Dante Barontini
Negata per oltre un anno, per non indebolire il “sostegno all’Ucraina” e la credibilità “deterrente” dell’alleanza euro-atlantica, la crisi tra le due sponde dell’oceano ha finalmente ricevuto a sua certificazione più autorevole.
Alla Conferenza di Monaco – nome da brividi, per chi conosce la Storia – il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha steso una lapide sull’ordine internazionale creato a partire dal 1989, dopo la “caduta del Muro” e lo scioglimento dell’Unione Sovietica.
“L’ordine internazionale basato su diritti e regole… non esiste più come una volta”, ha sentenziato Merz, riconoscendo addirittura che “La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse già perduta” e che “Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata“.
Al punto che viene fatto cadere l’ultimo tabù dell’epoca ormai conclusa: l’arsenale nucleare tedesco. “Ho parlato con Emmanuel Macron di una deterrenza nucleare europea”, ha detto Merz, suggerendo che la Germania sta apertamente lavorando ad alternative vista l’incertezza sulla protezione a lungo termine degli Stati Uniti.
La soluzione indicata per il momento, visto il rischio concreto di far esplodere contemporaneamente anche tutte le contraddizioni interne all’Unione Europea e nello stesso rapporto con gli Usa, viene indicata in una “Nato 3.0”, che prosegue la collaborazione euro-atlantica ma con una UE “patriottica”, più autonoma, che spende molto di più in armamenti.
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Trump torna alla deregulation bancaria
di Luca Lombardi
L'allentamento del controllo sul sistema creditizio alimenterà un circolo vizioso che farà dimenticare le norme più restrittive seguite alla crisi finanziaria del 2008
L’attività bancaria è per sua natura alquanto rischiosa e incerta. Ciò dipende anche dalla struttura dei bilanci delle banche, che è «innaturale», essendo composta, per buona parte dell’attivo, da attività a lungo termine (si pensi a un mutuo a 20 anni o a un Btp a 10 anni) e, per buona parte del passivo, da attività a vista (i depositi). Solo per citare due numeri, a marzo del 2025 le banche italiane avevano circa 1.650 miliardi di prestiti e 1.840 miliardi di depositi. Essendo le banche essenziali per finanziare l’economia, ed essendo il loro business intrinsecamente rischioso, il free banking, ossia l’idea di lasciarle libere di fare quello che vogliono, non ha mai attecchito nemmeno tra gli economisti liberisti. Anzi, paradossalmente alcune delle proposte di controllo più radicale del loro operato venivano da ambienti alquanto liberisti, come il famoso «piano di Chicago» proposto da economisti dell’omonima università, notoriamente centro del monetarismo più radicale.
La vigilanza moderna
Gli obiettivi della vigilanza bancaria non sono cambiati molto nel tempo, rimanendo soprattutto inalterata la finalità generale di garantire la stabilità finanziaria, impedire le corse agli sportelli e in generale evitare che le banche destabilizzino l’economia. Sono però cambiati nel tempo gli strumenti con cui la vigilanza viene applicata. Negli ultimi decenni ha acquisito preminenza la vigilanza prudenziale, che si basa sulla valutazione delle varie componenti dell’attivo della banca commisurandole al suo capitale, per impedire un’eccessiva leva finanziaria.
Per fare un esempio semplificato, poniamo che la banca X abbia 100 milioni di attivo (prestiti, titoli, ecc.) e abbia 5 milioni di capitale, essendo il resto del passivo formato, poniamo, da depositi. La leva (il capitale come proporzione dell’attivo) sarà 5 a 100, ossia 20 volte.
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La pericolosa adolescenza dell’Intelligenza Artificiale
di Federico Repetto
Dario Amodei, il manager di Anthropic, una società leader nel settore delle AI, ha di recente pubblicato sul suo sito una specie di articolo-manifesto, intitolato The Adolescence of AI, che agli spettatori di Netflix farà venire in mente la miniserie Adolescence, in cui un ragazzino inglese, chiuso e indecifrabile, è colpevole dell’assassinio (col coltello) di una compagna. Allusivo è anche il titolo del primo capitolo dello scritto, “I’m sorry, Dave”, che è la frase che HAL 9000, l’intelligenza artificiale assassina di Odissea nello spazio, rivolge all’astronauta Dave Bowman.
L’articolo di Amodei è uscito parallelamente all’intervento da lui fatto a Davos per mettere in allerta i grandi della terra e l’opinione pubblica sui gravi rischi per la società umana che ci attendono nei prossimi anni con lo sviluppo di “AI potenti”. Esso è stato anticipato da un’intervista con l’agenzia Axios, che lo riassume enfatizzando l’urgenza dell’allarme e la gravità dei problemi (https://www.axios.com/2026/01/26/anthropic-ai-dario-amodei-humanity).
Che cosa intende Amodei con “AI potenti” - che potrebbero forse essere realizzati tra due-tre anni o poco più? Si tratta di congegni con menti da premi Nobel, capaci ormai di “dimostrare teoremi matematici irrisolti, scrivere romanzi estremamente validi, scrivere basi di codice difficili da zero”, ecc.
<<[Un’AI potente] oltre a essere semplicemente una "cosa intelligente con cui parlare", dispone di tutte le interfacce disponibili a un essere umano che lavora virtualmente, inclusi testo, audio, video, controllo di mouse e tastiera e accesso a Internet. Può intraprendere qualsiasi azione, comunicazione od operazione remota abilitata da questa interfaccia, tra cui intraprendere azioni su Internet, dare o ricevere istruzioni da esseri umani, ordinare materiali, dirigere esperimenti, guardare video, realizzare video e così via. Svolge tutti questi compiti con, ancora una volta, un'abilità che supera quella degli esseri umani più capaci al mondo.>>
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Il risveglio dal “terreno originario”. Tertium non datur
di Eugenio Donnici
1. Nel 1890, J. G. Frazer pubblica Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, un’opera di dodici volumi, che è considerata una pietra miliare dell’antropologia.
Il suo approccio esprime il percorso lineare della scuola evoluzionista inglese e interpreta lo sviluppo del pensiero umano attraverso la trilogia del filo nero (la magia), il filo rosso (la religione), e il filo bianco (la scienza). La radice etimologica “mito” (mýthos), che è comune ai termini mitologia e mitosi, rimanda sia al significato di “racconto” che di “filo”, cioè dell’aspetto filiforme che assumono i cromosomi durante la fase iniziale del processo di divisione cellulare. Il filo del racconto è alla base di ogni narrazione.
Quando Frazer racconta la storia del re-sacerdote della foresta di Nemi, dice Wittgenstein, lo fa con un tono che indica che qui avviene qualcosa di strano e terribile. E siccome non riesce a capacitarsi della modalità cruenta di quel rito, finisce con il sentenziare che esso è semplicemente terribile. Il suo discorso inciampa nella tautologia: la concezione tragica del rito genera l’evento stesso. Frazer non riesce a concepire che la credenza del re-sacerdote del bosco di Nemi formi un tutt’uno con l’idea che la comunità tribale ha di quel rito, in quanto «non è in grado di immaginarsi un sacerdote che non sia un pastore inglese del nostro tempo, con tutta la sua stupidità e insipidezza».(1)
L’uomo, argomenta Wittgenstein, oltre che a soddisfare i bisogni basici come il nutrirsi, il trovare un rifugio per ripararsi dal freddo e dalle fiere pericolose, etc., è un animale cerimoniale – un animale sociale, come direbbe Aristotele – sennonché pratica i rituali. La credenza, che il sangue del re-sacerdote, disseminato nei boschi di Nemi, avrebbe reso la terra più fertile e la vegetazione lussureggiante, non è molto lontana dalla convinzione che lo sfruttamento dei bambini nelle fabbriche inglesi avrebbe consentito un aumento della ricchezza sociale. Il sacrificio e il sangue di quelle anime innocenti, come ci ricorda Marx, diventa il capitale per finanziare la costruzione delle ferrovie negli USA.
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“È un attacco alla libertà di stampa e al grande movimento per la Palestina in Italia”
Giuseppe Acconcia intervista Angela Lano
Abbiamo intervistato Angela Lano, direttrice dell’agenzia Infopal, indagata nell’ambito dell’inchiesta di Genova che lo scorso 27 dicembre ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp), insieme ad altre nove persone, accusate di associazione con finalità di terrorismo. Il 16 gennaio si è svolta l’udienza davanti al tribunale del Riesame.
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L’assunto che Hamas sia un gruppo terroristico in Italia è vero?
L’Italia si aggrega a Stati Uniti e Israele che hanno messo Hamas nella blacklist. Ma ci sono 180 stati, tra cui il Brasile e altri, per i quali Hamas è un movimento di resistenza islamica, a cui viene riconosciuto il diritto di esistere, di difendere, di decolonizzare il proprio territorio così come sancito dalle Nazioni Unite.
L’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese di Mohammed Hannoun dà anche fondi alle brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas?
Ci sono stati venti anni di indagini e di archiviazioni su questa accusa che Israele solleva.
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Se attaccato, l'Iran colpirà obiettivi Usa in tutto il Medio oriente
di Davide Malacaria
L’attacco all’Iran incombe. I tamburi di guerra rullano su tutti i media come fosse un destino irrevocabile, senza alcun palpito per la devastazione che potrebbe abbattersi sul popolo iraniano, chiamato ad accogliere le bombe come una benedizione dal cielo e la destabilizzazione successiva, l’impoverimento e l’asservimento del loro Paese, come una liberazione dagli attuali ceppi cui li costringe un regime oppressivo.
Inutile discettare su tale stolida narrazione, che ripete pedissequamente quanto avvenuto per altre disastrose avventure belliche. Resta da vedere se tale destino sia così irrevocabile. Anzitutto chi prevedeva che la visita di Netanyahu negli Usa avrebbe dato il “la” all’attacco deve ricredersi.
Tra questi il pur intelligente Larry Johnson, ex analista della CIA, il quale non solo ammette con sollievo l’errore, ma aggiunge che, durante il burrascoso incontro, “Trump ha cercato di placare Bibi annunciando di aver ordinato alla Marina di PREPARARSI a schierare un altro gruppo d’attacco di portaerei nel Mar Arabico. La parola chiave è PREPARARSI… Prepararsi non è la stessa cosa di dare un ordine di schieramento”.
E qui si può notare una discrasia rispetto ad altri resoconti secondo i quali l’ordine sarebbe stato impartito, anche se in realtà tale notizia, a quanto abbiamo visto, proviene da fonti confidenziali; finora non abbiamo rinvenuto nulla di ufficiale. L’ordine riguarderebbe la portaerei U. S. Gerald Ford e la flotta a cui si accompagna.
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I tre fattori anti-sociali che hanno permesso alle banche italiane di fare una montagna di profitti
di Alessandro Volpi*
La finanziarizzazione per pochi. Potrebbe essere questa la forma migliore per sintetizzare in maniera chiara il nocciolo dell’economia italiana. Nel 2025, dopo vari anni record, le prime sei banche italiane hanno realizzato utili per quasi 28 miliardi di euro, il 16,2% in più rispetto all’anno precedente, con una crescita del tutto sconosciuta rispetto ad altri settori.
Non è un caso che l’unico comparto in grado di avvicinarsi a tali record sia quello del riarmo con una percentuale del 14%. Simili dati, davvero impressionanti, meritano alcune considerazioni generali, declinabili poi in maniera più specifica caso per caso.
Questa enorme mole di profitti è stata trasformata in dividendi e buy back -un’operazione senza alcuna tassazione- per quasi il 90%: tali dividendi sono andati dunque a vantaggio degli azionisti che nella stragrande maggioranza sono fondi internazionali, con punte intorno al 70% del totale del capitale e, naturalmente, con BlackRock in larga evidenza. La quota di dividendi di cui hanno beneficiato i piccoli azionisti retail italiani oscilla invece, nelle varie banche, dal 7% al 15% del totale. I dividendi bancari sono stati, pertanto, un significativo trasferimento di ricchezza all’estero.
Prendiamo il caso di Unicredit che ha distribuito nel 2025 ai propri azionisti 9,5 miliardi di euro, di cui 4,75 miliardi in dividendi e il resto in operazioni di buy back.
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Hamas rifiuta di disarmare finché continua l’occupazione sionista, e chiama alla resistenza in Cisgiordania
di Il Pungolo Rosso
Un primo, importante alt all’attuazione della “fase due” del famigerato “piano Trump” su Gaza, la cui natura colonialista e schiavista abbiamo più volte rimarcato, è arrivato in questi giorni da Hamas.
Da Hamas erano giunte notizie di altro segno, come la decisione di sciogliere tutte le strutture di governo di Gaza con il passaggio delle loro competenze e dei loro poteri al Comitato Nazionale per l’amministrazione di Gaza diretto dall’ex vice-ministro dell’ANP Ali Shaath, nominato da Trump stesso.
Gli storici sostenitori italiani dell’ANP hanno vissuto questa decisione come un trionfo del loro “realismo” e dei loro beniamini dell’ANP. Replicando ad una loro sfida (“ora che anche Hamas e Jihad islamica accettano di entrare nella ‘fase due’, cosa avete da dire?”), abbiamo preso in considerazione l’ipotesi che Hamas, la Jihad islamica e le altre organizzazioni attive della Resistenza palestinese si siano incamminate sulla strada percorsa nei decenni scorsi da al-Fatah. Sostenendo che se davvero così fosse per effetto di una guerra “terribilmente asimmetrica”, sarebbero “le ultime da biasimare”. Perché “in ogni caso la resistenza opposta dall’intero popolo palestinese e da loro all’aggressione genocidaria dei sionisti, con le armi e con ogni altro mezzo, resterà scritta a caratteri indelebili nella storia universale della liberazione dei popoli dal colonialismo. I loro protagonisti e martiri, militanti e capi, sono da onorare anche da parte di chi, come noi, non condivide la loro ideologia e la loro strategia”.
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Mal d’Europa
di Antonio Cantaro
Anticipiamo l’intervento di Antonio Cantaro al seminario del prossimo 20 febbraio che si terrà presso il Senato della Repubblica (Sala ISMA, Piazza Capranica n. 72, ore 17,30) e in cui verrà discusso il volume curato da Enzo Di Salvatore “L’Europa in transizione. Gli Stati membri, le sfide della globalizzazione e la crisi dell’ordine internazionale” (Giuffrè, 2025).
Il titolo del volume che discutiamo oggi pomeriggio ha un titolo – L’Europa in transizione -politicamente e accademicamente corretto. Cioè, noioso e respingente per i comuni mortali. Ma sin dalla densa introduzione di Enzo Di Salvatore si capisce che si tratta, al contrario, di un libro mosso, tormentato, pieno di contributi inquieti. L’Europa in transizione di cui parlano i saggi che compongono il volume è chiaramente una Europa e un Occidente che hanno da tempo oltrepassato la soglia della transizione e navigano nelle acque del male. La martoriata Ucraina, l’etnocidio dei gazawi e, in queste settimane, l’orrore di un sistema, il sistema Epstein, che sarebbe un errore pensare destinato soltanto a sfiorare le classi dirigenti del Vecchio continente. Il male, il male assoluto, c’è e questo non è il tempo delle “anime belle”. È – deve essere – il tempo del politicamente e accademicamente scorretto, il tempo del coraggio, se non vogliamo ipocritamente consolarci con la cattiva retorica della responsabilità verso le generazioni future. Abbiamo il gramsciano dovere etico-politico di essere controcorrente: urticanti dice il filosofo. E urticante è Luigi Ferrajoli quando parla senza mezzi termini di “disfatta dell’Unione europea” e della necessità di una sua “rifondazione”.
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Bordiga, Marx e l’enigma risolto della storia
di Sandro Moiso
Luigi Gerosa, Bordiga legge Marx. I manoscritti economico-filosofici del 1844, con un saggio di Alessandro Mantovani, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia-Milano 2025, pp. 20, 35 euro
«E’ questo il frutto più comune dell’eresia: ispirare la sedizione e la rivolta!»
(L. Laguille, Histoire de la province d’Alsace)
E’ stato e rimane un ben strano destino quello di Amadeo Bordiga, della sua opera, delle sue riflessioni e delle sue intuizioni. Rimosso a lungo dagli avversari, primo tra tutti Palmiro Togiatti che volle ridurlo a figura di “vecchio dinosauro” per sminuirlo davanti a una compagine di vecchi militanti comunisti che ancora dopo la caduta del fascismo e il suo arrivo a Salerno, vedevano nel primo segretario del Pcd’I un valido e indispensabile leader, ma in qualche modo ancor maggiormente danneggiato da molti dei suoi epigoni che si sono spesso divisi tra marmorei difensori di un pensiero ritenuto immutabile e valido per tutte le stagioni e negatori assoluti della validità del suo metodo e delle sue teorie, ritenendole ormai inadeguate per la comprensione del divenire storico e superate nei confronti dell’azione di classe.
Due posizioni queste ultime derivanti entrambe da una concezione specularmente rovesciata dello stesso insieme di scritti e testi estratti dalle riunioni di Partito che mai furono intesi come definitivi dall’autore, ma soltanto come semilavorati di un immane work in progress cui la vittoria della controrivoluzione, non solo di stampo capitalista e fascista ma anche, e forse soprattutto, staliniana, aveva imposto prima di tutto la necessità di restaurare i principi fondamentali destinati a guidare o almeno ispirare le Rivoluzioni a venire.
A più di cinquantacinque anni dalla sua morte, avvenuta il 25 luglio 1970, il malinteso, se così lo si vuol chiamare, rimane immutato e per questo motivo il lavoro della Fondazione Amadeo Bordiga riveste una notevole importanza per il lavoro certosino svolto nel mettere a disposizione di un pubblico più vasto, e magari nuovo e più giovane, i lavoro prodotti dal comunista napoletano sia nel corso della sua militanza giovanile nel Partito socialista italiano e negli anni in cui fu tra i fondatori e poi segretario del Partito Comunista d’Italia sia, successivamente al secondo conflitto mondiale, come militante del Partito Comunista Internazionalista – «Battaglia Comunista» e dal 1953 del Partito Comunista Internazionale – «Programma Comunista».
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La Cina e la lotta antimperialista su scala planetaria
di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli
Il movimento comunista, fin dalla sua genesi nel 1846-48, è sempre stato di natura internazionale nei suoi obiettivi generali (socialismo-comunismo in tutto il mondo), nei suoi legami organizzativi (Prima e Seconda Internazionale tra il 1864 e il 1914, seppur con forti componenti antimarxiste al loro interno) e in una purtroppo debole attività contro le guerre e il colonialismo di matrice occidentale.
Un decisivo salto di qualità in questo campo avvenne con l'Ottobre Rosso del 1917 e la nascita del primo stato socialista, capace di riprodursi per più di sette decenni: di conseguenza il movimento comunista e il marxismo agirono da allora anche come forze operanti concretamente su scala internazionale contro il capitalismo e l'imperialismo.
I principali strumenti utilizzati fin dai tempi di Lenin dal nuovo potere sovietico e, dopo il 1945, dagli altri stati socialisti furono:
- la difesa dagli attacchi militari, economici e propagandistici provenienti dal mondo occidentale;
- la competizione pacifica con quest'ultimo almeno in termini di soft power, fin dal Decreto sovietico sulla pace della Ottobre del 2017;
- la coesistenza pacifica con i paesi capitalisti, quando è se possibile come con il trattato di Brest-Litovsk del 1918, (accordo anglo-sovietico del marzo 1921, e così via).
Lenin sottolineò nel 1921 come già allora la lotta, aperta e sotterranea, tra una Russia Sovietica ancora molto debole e i diversi gangli statali dell'imperialismo mondiale costituissero ormai il fulcro principale della politica internazionale: e arrivando all'inizio del terzo millennio, durante lo scontro epocale tra la tendenza unipolare incentrata sugli USA e quella invece multipolare il cui nucleo decisivo risiede a Pechino, sorge quasi inevitabile anche la domanda su quali siano attualmente i fattori di forza materiali attualmente in possesso della Cina (prevalentemente) socialista.
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Con il Venezuela bolivariano. Contro l'imperialismo suprematista statunitense
di Carmelo Buscema* e Gennaro Imbriano**
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 l’amministrazione statunitense guidata da Donald J. Trump si è resa protagonista di un gravissimo atto di aggressione militare e politica contro la Repubblica bolivariana del Venezuela, rapendone piratescamente il legittimo Presidente Nicolas Maduro Moros, e sua moglie Cilia Flores, avvocata, attivista e deputata dell’Assemblea nazionale. Al culmine dell’operazione - caratterizzata da un attacco asimmetrico di proporzioni gigantesche, che ha coinvolto numerosi Stati della Repubblica e causato un centinaio di vittime tra militari e civili (fra cui 32 cubane) -, Maduro e Flores sono stati deportati a New York e sottoposti alle prime fasi di un processo penale intentato sulla base di pretestuose e risibili accuse, avanzate fuori o al margine di ogni quadro di legittimità giuridica, interna o internazionale, minimamente riconosciuta.
L’aggressione del Venezuela rappresenta un eccezionale salto di scala all’interno del processo di brutale ristrutturazione del sistema mondiale intrapreso dagli Stati Uniti d’America nel corso degli ultimi lustri, e che ha vocazione evidentemente suprematista, iper-classista e neocoloniale. Dentro questo quadro, mancheremmo colpevolmente il bersaglio se identificassimo soltanto in Trump e nella sua amministrazione “il” nostro problema, giacché le redini di questo processo sono saldamente in mano alle potenti élites statunitensi, che hanno corpo finanziario, tecnologico, militare e politico, e due principali gambe, che sono quelle democratiche e repubblicane. Seppure il Paese a stelle e strisce sia attraversato da linee di faglia che a tratti si configurano come veri e propri fronti e trincee di una feroce guerra civile che lo consuma, orizzontale e verso il basso, le sue due principali fazioni politiche dimostrano di condividere un senso del mondo e della storia invariabilmente marcato da una medesima escatologia da destino manifesto e da popolo eletto. (Che, non a caso, è la stessa escatologia che contraddistingue anche le attuazioni del regime sionista di Israele in Medio Oriente - partner ed esecutore fondamentale di questo progetto).
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La causa dei salari da fame e la cortina di fumo della produttività
di coniarerivolta
Certi miti, si sa, sono duri a morire. Certi altri, tuttavia, sono orchestrati ad arte per scaricare le colpe di un fenomeno verso qualcosa di inafferrabile, vago, evanescente o comunque molto lontano. In questo modo, il colpevole resta celato dietro una misteriosa cortina di fumo, nella speranza di farla franca.
È il caso della drammatica situazione dei salari in Italia che viene attribuita, ormai da decenni dai liberisti di varia risma, alla stagnazione della produttività del lavoro. E a seguire una serie di argomentazioni cervellotiche per andare alla ricerca del perché mai la produttività in Italia non cresca in maniera sufficiente da far (automaticamente) crescere anche i salari reali.
L’ultima strombazzata in tal senso arriva dal solito Osservatorio sui Conti Pubblici con un articolo a firma di Giampaolo Galli e Fabio Martino che, alla domanda sul perché le retribuzioni in Italia siano così basse risponde con una certa sicumera: “La spiegazione più convincente è la stagnazione della produttività che induce le imprese a opporre resistenza alle richieste di aumenti”. E ancora: “Il nodo centrale resta dunque la produttività: senza un suo rafforzamento, lo spazio per aumenti retributivi elevati e duraturi rimane strutturalmente limitato.”
L’Osservatorio, dicevamo, non è nuovo a queste uscite. Carlo Cottarelli, senior economist dell’Osservatorio, sul tema si era già espresso, e aveva già raccolto la nostra attenzione critica.
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I nessi tra finanza, servizi segreti e regine change
di comidad
La narrativa mainstream è all’insegna della miliardariolatria e della miliardariomachia; cioè oggi i miliardari sarebbero i nuovi leader che hanno trionfato nella selezione darwiniana, coloro in grado di rappresentare le grandi concezioni politiche, e sarebbe appunto l’epica lotta tra i miliardari a determinare l’affermazione o l’arretramento di quelle concezioni politiche. In questa narrazione mitologica Trump e Soros rappresenterebbero rispettivamente il nazionalismo e il globalismo, e quindi i due miliardari sarebbero agli antipodi e reciprocamente ostili. A supporto di questa pretesa contrapposizione si rileva ogni tanto qualche volata di stracci, come la questione delle centinaia di milioni di dollari che il dipartimento di Stato, tramite la sua agenzia USAID, ha versato alla Open Society Foundation di Soros. Niente di strano, dato che, ad onta delle panzane darwiniste, quasi tutti i capitalisti privati operano con denaro pubblico; si chiama assistenzialismo per ricchi. Sta di fatto che queste presunte denunce da parte trumpiana sono di più di un anno fa, e non hanno comportato conseguenze reali. Tra l’altro oggi risulta chiusa l’USAID, ma le sue operazioni sono passate direttamente al dipartimento di Stato.
Molto più decisivo è invece il fatto che Trump abbia nominato come segretario al dipartimento del Tesoro un ex collaboratore di George Soros. Si tratta ovviamente di un altro miliardario, Scott Bessent, che risulta anche tra i principali “donors” di Trump; cioè Bessent ha finanziato Trump sia in modo diretto, sia raccogliendo fondi a suo favore.
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Indurre Trump a un attacco contro l'Iran? Netanyahu negherà il suo "certificato kosher" a un accordo con l'Iran se i missili iraniani saranno omessi
di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com
Netanyahu e i suoi sostenitori vedono la strategia egemonica israeliana in fase di “esplosione”: lo Stato sta cadendo in una crisi interna e lui, come Trump, si sta disperando. Ha bisogno che Trump non si limiti a bombardare l’Iran, ma che lo elimini completamente dal tavolo strategico con una campagna di bombardamenti, al fine di mantenere la spinta dietro il progetto di dominio del Grande Israele.
A tal fine, Netanyahu ha elaborato una trappola per Trump sull’Iran, che consiste nell’invertire la priorità della questione nucleare, sostituendola con quella dei missili iraniani, che ora rappresentano la minaccia primordiale ed esistenziale per Israele. Questo è stato il messaggio che Netanyahu ha trasmesso a Trump a Mar-a-Lago il 28 dicembre 2025.
La stampa israeliana sostiene con fermezza che Trump, durante il vertice di Mar-a-Lago, abbia dato il “via libera” a un attacco contro l’Iran condotto dagli Stati Uniti. Questa è la versione di Israele, ma non è stata confermata da fonti statunitensi.
Il vertice del dicembre 2025 ha portato gli Stati Uniti a tentare di imporre all’Iran l’ennesimo inganno, al fine di fornire una falsa giustificazione per un pesante attacco aereo e missilistico contro l’Iran. Falsa, poiché gli Stati Uniti sanno fin dai colloqui del 2010 guidati dall’allora negoziatore iraniano Saeed Jalili che l’Iran insiste sul fatto che la sua difesa missilistica non è negoziabile (come ci si aspetterebbe da qualsiasi nazione sovrana).
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Istituzionalizzazione dello spreco
di Leo Essen
Nel 1957 il mensile giapponese Sekai pubblica un articolo di Shigeto Tsuru. Si tratta di una delle prime riflessioni dell’ecologismo moderno, fondata su solide basi economiche. Nel 1959 il testo di Tsuru viene commentato da autorevoli economisti. Tra questi spicca, per lungimiranza, il contributo di Baran, mentre risultano di una rigidità inspiegabile quelli di Dobb e di C. Bettelheim. Di fronte alla disgregazione del sistema dei prezzi, essi sostengono che, tutto sommato, non stia accadendo nulla di rilevante, che tutto proceda come prima, che il capitalismo sia più forte che mai e che, per abbatterlo, servano persone determinate come loro.
Nel 1946 il Congresso degli Stati Uniti approva l’Employment Act e, nello stesso anno, il presidente Truman, nel discorso sullo Stato della Nazione, afferma che il governo ha la responsabilità di basare il proprio programma generale sul conseguimento della piena produzione e del pieno impiego.
Ogni società che sia progredita nella produttività generale oltre lo stadio del semplice soddisfacimento delle necessità elementari dei suoi membri possiede la potenzialità di produrre un surplus. Questo è l’aspetto tecnico del surplus. Vi è poi un aspetto istituzionale. Nella società feudale, per esempio, è la classe dominante dei feudatari ad appropriarsi del surplus e a disporne in modo caratteristico. Nel capitalismo il surplus assume la forma di profitto, percepito dalla classe capitalista, che ne dispone anch’essa in maniera peculiare al sistema. La sua qualità essenziale è quella di espandersi continuamente.
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Il buco nero dell’Occidente: il post-uomo che emerge dal caso Epstein
di Alex Marsaglia
Nel cuore della notte, come ha scritto Martin Heidegger, gli uomini dimenticano totalmente cosa sia la luce. Precipitano allora nella società del consumismo, del comfort, diventano gli ultimi uomini raffigurati da Nietzsche in Così parlò Zarathustra . Il culmine della notte coincide con l’oblio totale dell’Essere, della luce[1].
Mentre nel giorno del Li Chun del 2026 le relazioni sino-russe si approfondiscono sempre di più, al fine di rivitalizzare il Nuovo Ordine Mondiale multipolare nascente, portando luce, l’Occidente precipita nell’oblio più totale con la desecretazione dei file Epstein.
Dai 3 milioni di file sta emergendo una vera e propria fiera dell’orrore morale da cui l’Occidente faticherà a salvarsi, nonostante stia tentando con tutte le sue forze di occultare, manipolare e sminuire. La vicenda dei file è sinora significativa, perché ci mostra anche la parabola discendente di Donald Trump. Il Presidente americano neoeletto si era impegnato politicamente nella desecretazione dei file, poiché evidentemente mostravano le implicazioni del mondo democratico e del celebre Deep State in un abisso morale di cui non si intravede il fondo.
Ora a un anno di distanza pare però che in quelle vicende sia coinvolto anche lui che, come ha dichiarato a suo discapito, “come unico limite ha la sua morale, la sua mente”.
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Trump e il duro scontro interno al capitalismo
Luca Busca intervista Alessandro Volpi
Alessandro Volpi, ex sindaco di Massa, docente di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, è reduce dall’ultima fatica letteraria, pubblicata nel 2025 con Laterza, dal titolo emblematico: “La guerra della Finanza – Trump e la fine del capitalismo globale”.
Il libro s’inserisce perfettamente in un quadro geopolitico che appare sempre più confuso, facendo luce su dinamiche che sembrano sconvolgere i canoni classici del neoliberismo. Abbiamo così chiesto “lumi” al professor Volpi.
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L.B. Con il secondo mandato di Donald Trump come è cambiata la comunicazione geopolitica e soprattutto cosa è cambiato “nel duro scontro interno al capitalismo contemporaneo ... in seguito all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti”?
A.V. L’elezione di Trump ha segnato una forte tensione all’interno del capitalismo finanziario Usa, dominato da diversi anni dall’assoluta centralità dei grandi fondi di raccolta del risparmio gestito; le cosiddette Big Three, rappresentate da BlackRock, Vanguard e State Street, capaci di raccogliere quasi 50 mila miliardi di dollari di asset in giro per il mondo e di indirizzarli verso i principali titoli dello S&P 500, divenendo così le principali azioniste di vasti settori, dai colossi come Amazon, Alphabet, Microsoft, Meta e Nvidia ad una sequenza di major dell’energia, delle armi, della grande distribuzione e del divertimento. L’arrivo di Trump ha comportato un almeno parziale indebolimento di questo monopolio perché il nuovo presidente aveva e ha una finanza decisamente più organica alle sue posizioni, da Musk, a Thiel, a Ellison, a Bessent e Lutnick, figure legate al mondo delle criptovalute, delle commesse statali, della finanza hedge e che lo stesso Trump ha addirittura inserito in posti chiave del suo governo.
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Il tempo di Ares e le «leggi economiche» della guerra
Francesco Maria Pezzulli intervista Stefano Lucarelli
Con grande piacere pubblichiamo questa intervista di , curatore della sezione «sudcomune», a Stefano Lucarelli sul suo ultimo libro Il tempo di Ares. Politiche internazionali, «leggi» economiche e guerre (Mondadori Università, 2025), un testo fondamentale per comprendere le dinamiche geo-economiche che influenzano, se non determinano, le attuali guerre. Se prima il nostro tempo era contraddistinto da Ermes, ci dice Lucarelli, cioè basato su commercio e libera circolazione, adesso è il tempo di Ares, un periodo in cui il conflitto, armato, diventa il perno delle relazioni politiche. La critica dell’economia politica che Lucarelli porta avanti, incentrata sull’analisi della centralizzazione dei capitali e delle politiche protezioniste, ci permette di indagare e comprendere meglio questo nostro tempo e, pertanto, ci offre qualche spunto per il suo superamento.
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Francesco Maria Pezzulli: Scrivi che l’ordine internazionale si è rotto quando il grande debitore ha visto i suoi creditori, in particolare la Cina, acquisire sempre più pacchetti azionari delle corporation di settori strategicamente rilevanti. Puoi illustrarci, in sintesi, i passaggi salienti che hanno condotto a questa rottura?
Stefano Lucarelli: Certamente, ma dobbiamo far qualche passo indietro e tornare alle origini del nostro sistema monetario. Torniamo cioè al 1971, quando unilateralmente gli Stati Uniti decisero di sospendere la convertibilità del dollaro con l’oro. Da allora il nostro sistema monetario internazionale funziona solo ed esclusivamente come un circuito monetario e militare. Il dollaro sta al centro di questo sistema che – si potrebbe dire, per costruzione – non può che generare deficit commerciali crescenti nella bilancia dei pagamenti della nazione che emette la valuta di riserva internazionale, e al contempo attrarre flussi di capitale in entrata, cioè finanziamenti.
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Deamericanizzare l’immaginario europeo
di Piero Bevilacqua
Quando si spezza qualcosa di profondo nel flusso ordinario del presente e confusamente avanza un paesaggio nuovo, la nostra mente si volge all’indietro, scorge la conclusione di un’epoca e diventa incline a tentare bilanci, a fare storia. Solo così si comprende di che stoffa può essere tessuto il futuro che ci attende. Oggi siamo spinti a fare storia di un grande capitolo della recente modernità: il dominio mondiale della cultura americana per tutto il XX secolo e oltre.
Quel che si è spezzato, nel cuore della nostra epoca, è il legame tra Europa e USA, il cosiddetto Occidente, quel blocco di alleanze politiche, rapporti commerciali, collaborazioni istituzionali, vincoli culturali e ideologici, che le due più grandi potenze colonizzatrici del mondo avevano costituito nel corso del ’900. È vero che più di una rottura sotterranea era già avvenuta, non sempre avvertita dalle élites europee. Il colpo di Stato a Kiev nel 2014, sostenuto dagli USA, che ha poi portato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e alla guerra per procura degli americani, non mirava soltanto, quale obiettivo ultimo, al disfacimento della Russia per tracollo economico. Quell’iniziativa, lungamente perseguita, aveva di mira anche l’Europa. Il sabotaggio del gasdotto North Stream ne è soltanto il simbolo più evidente. L’Impero americano voleva in realtà impedire una potente saldatura di vincoli economici euroasiatici tra Federazione russa, ricca di materie prime e potenza nucleare, e il Vecchio Continente, gigante industriale e tecnologico e vasto mercato. Con la presidenza Trump, l’uomo spregiudicato che muove guerra commerciale ai paesi europei, che mostra al mondo, senza infingimenti, la volontà di conservazione del dominio dell’Impero condannato al declino, la rottura è ormai dispiegata. Com’è noto, tuttavia, i gruppi dirigenti e ampi settori dell’opinione europea credono che si tratti di una frattura inedita, e sicuramente transitoria, dovuta alle intemperanze di un presidente schizoide.
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