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Il sultano biscazziere. Un ferro di lancia NATO in Medioriente, Asia e Africa
di Fulvio Grimaldi
Concorrenza? Convivenza? Connivenza?
O tutte e tre le strategie a seconda della fase?
L’ultimo pronunciamento severo di Recep Tayyip Erdogan su Israele è stato l’anno scorso una denuncia dei crimini commessi contro la popolazione di Gaza a dispetto delle tregue firmate. Ce n’era stata qualcun’altra prima, via via che le vittime salivano di decine di migliaia. Senza peraltro che questi dissapori interrompessero gli storici rifornimenti a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in Siria) senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile iraniano.
La stessa condanna, necessitata anche dai sentimenti di un elettorato musulmano filopalestinese, ci si sarebbe ora aspettata sugli analoghi crimini che lo Stato degli ebrei va compiendo in Libano, sempre a sistematica violazione di tregue firmate, e in Cisgiordania, nominalmente territorio palestinese occupato, ma in corso di annessione. Ma Erdogan ha taciuto. Solo davanti all’assalto criminale e brutale alla nuova Flotilla in acque internazionali, a centinaia di miglia dalla Palestina occupata, e alla quale avrebbero partecipato anche barche turche, ha proferito un rimbrotto. Le cose cambiano. Vediamo come.
Anche la grottesca mistificazione democraticistica delle elezioni in Cisgiordania e in un campo profughi di Gaza, in assenza di Hamas e affidata in esclusiva al partito collaborazionista Fatah di Abu Mazen, con partecipazione tra il 22% e il 27%, che vale uno sputo in faccia dell’elettorato all’ANP, non ha suscitato una levata di sopracciglia. E neppure c’è stata l’interruzione delle storiche forniture a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in Siria), senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile iraniano.
Non pare esserci, tra Turchia e Israele, concorrenza in materia. Forse convivenza e, dunque, tolleranza, finchè si tratta di Libano e di Cisgiordania, per le quali aree non risulta, al momento, un diretto interessamento di Ankara.
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Melonomics. Come smantellare lo Stato sociale proclamandosi sovranisti
di Alessandro Volpi
I tartassati
La presidente Meloni e il ministro Giorgetti mostrano grande soddisfazione per lo stato dei conti pubblici che hanno ripristinato l’avanzo primario (in sintesi più entrate rispetto alle spese, al netto degli interessi sul debito). Ma questo “miracolo” – che in parole più chiare si chiama austerità – chi lo paga? La risposta è semplice: chi paga le tasse. I numeri lo dicono con chiarezza: il prelievo fiscale è salito dal 2024 al 2025 dal 41,4 al 42,6% del Pil, un livello record che è dipeso non certo dall’aumento della pressione sulle banche, sulle rendite finanziarie o sulle tasse di successione dei super-ricchi, ma da un vero e proprio “furto” ai danni di milioni di contribuenti con redditi medio-bassi. Infatti, l’aumento dell’inflazione registrato negli ultimi anni ha gonfiato il valore nominale delle retribuzioni e delle pensioni dei lavoratori che, spesso, ha generato il loro passaggio a un’aliquota superiore con maggiore prelievo fiscale non certo giustificato da un aumento di reddito reale, del tutto assente. Tale aumento di gettito a discapito dei contribuenti è stato reso ancora più marcato da due ulteriori fattori: la mancanza di sistemi di indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita, assenti peraltro anche nell’ultima legge di bilancio, e la mancata restituzione del maggior incasso da parte dallo Stato ai contribuenti. In due anni, per effetto di questo meccanismo, lo Stato ha incassato 50 miliardi in più e ne ha restituiti meno di 17 ai contribuenti. La celebrazione meloniana del risanamento, tanto caro alle agenzie di rating, è il prodotto di una colossale ingiustizia sociale.
A questo proposito è utile citare il caso delle banche. In Italia, l’erogazione dei prestiti riguarda quasi esclusivamente le imprese con più di 20 dipendenti, a cui sono andati, nel 2025, ben 550 miliardi di euro di prestiti, con un incremento di oltre 8 miliardi, mentre a quelle con meno di 20 dipendenti sono stati destinati solo poco più di 96 miliardi con una perdita secca di quasi 6 miliardi.
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Una “razionalità” all’opera
Introduzione a Scuola e insegnanti nella società neoliberale
di Fabrizio Capoccetti
Fabrizio Capoccetti: Scuola e insegnanti nella società neoliberale. Mutazioni antropologiche in atto, Meltemi, 2026
Negli ultimi decenni, il mondo dell’istruzione è stato investito da grandi trasformazioni volte a fare della scuola un organismo interno alle logiche di mercato, un’agenzia formativa fra le altre, caratterizzata dal tipo di apprendimento che sarebbe in grado di favorire; un apprendimento “formale”, ovvero intenzionale dal punto di vista del discente e convalidato da apposite certificazioni, distinto da quello “informale” risultante dalle pratiche della vita quotidiana (lavoro, famiglia, tempo libero) e da quello “non formale” che si ottiene mediante attività pianificate sebbene non esplicitamente in vista di un apprendimento (CCE 2000). Alla trasmissione del sapere e al valore un tempo assegnato alle conoscenze si va sostituendo “l’approccio per competenze” (Pellerey 2011); l’attenzione per la qualità dell’insegnamento lascia il passo a una retorica esaltazione dell’apprendimento (Biesta 2017), a sua volta funzionale alla personalizzazione dell’“offerta formativa” che finisce per neutralizzare la carica emancipativa dell’istruzione intesa come diritto universale; al sistema di classificazione per titoli e diplomi viene affiancandosi una sempre più pervicace attività di certificazione che, anziché giudicare il grado d’istruzione degli studenti e il livello di maturità raggiunto mediante l’acquisizione del sapere, pretende di misurare oggettivamente il loro “capitale umano” (Becker 1964). L’individuazione del fattore decisivo dell’investimento educativo nel capitale umano induce a considerare l’istruzione e la formazione come esterne ai luoghi istituzionali a esse deputati: la scuola e le università diventano “il terreno per una progressiva colonizzazione da parte del mondo dell’impresa” (Foucault 2005b), mentre qualunque tipo di relazione di cura e accudimento viene ricodificata come un’attività economica. L’attenzione per l’apprendimento a scapito dell’insegnamento apre la strada alla colonizzazione della pedagogia da parte di una psicologia resasi ormai funzionale a uno studio economico dei comportamenti, decisamente in linea, del resto, con una scienza economica sempre più interessata a trattare i comportamenti economici dal punto di vista psicologico (Hayek 1952).
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Il riarmo europeo: contraddizioni strutturali e trasformazione incompiuta di un progetto politico
di Gerardo Lisco
Organizzato dall’Associazione MEDinMezzogiorno, l’incontro-dibattito “L’Europa e il suo futuro nel nuovo ordine globale” ha offerto l’occasione per riflettere su una trasformazione che attraversa oggi l’Unione Europea in modo tanto evidente quanto poco tematizzato. Gli interventi di Giancarlo Bosetti e Gianni Pittella, entrambi espressione di un europeismo convinto, hanno infatti finito per mettere in luce — anche al di là delle intenzioni — un nodo critico che riguarda la natura stessa del progetto europeo: l’Unione sta progressivamente ridefinendo le proprie priorità strategiche senza che questa ridefinizione sia accompagnata da una corrispondente elaborazione politica e democratica.
La questione del riarmo europeo si colloca precisamente dentro questa trasformazione. Parlare di un’Unione “guerrafondaia” può apparire improprio, ma funziona come dispositivo analitico per far emergere una tensione reale: l’Europa nata per neutralizzare la guerra si trova oggi a rafforzare la propria dimensione militare come risposta sistemica alle crisi. Non si tratta di una scelta esplicitamente dichiarata, né di una svolta ideologica compiuta, ma piuttosto di un processo graduale, alimentato dall’accumularsi di vincoli esterni e dall’incapacità di risolvere le contraddizioni interne.
Per comprendere la portata di questa trasformazione è necessario tornare alla genesi del processo di integrazione. La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio non fu semplicemente un accordo economico, ma un dispositivo politico volto a rendere materialmente impossibile il conflitto tra Stati europei, in particolare tra Francia e Germania.
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Il cielo sopra Israele sta diventando cupo
di Gideon Levy*
Il 22 aprile Israele ha celebrato il suo 78° giorno dell’indipendenza. Di sicuro non è stato il migliore della sua storia, in un paese che non è più giovane.
Quando ero bambino il giorno dell’indipendenza era un momento di orgoglio e gioia per tutti i nuovi israeliani come me. Erano passati pochi anni dall’olocausto e dalla fondazione dello stato ebraico, e noi eravamo i figli della prima generazione di abitanti.
Ricordo mio padre mentre tirava fuori la bandiera ripiegata dal cassetto e la issava sul balcone del nostro appartamento. Tutti i balconi circostanti avevano la loro bandiera, tranne quello della famiglia Lebel, perché loro erano ultraortodossi e non onoravano lo stato sionista. Io provavo per mio padre lo stesso orgoglio che sentivo per la bandiera.
In quegli anni non sapevamo nulla della Nakba (la “catastrofe”, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le loro case in seguito alla nascita di Israele nel 1948). Nessuno ce l’aveva raccontata, così come nessuno ci aveva parlato del regime militare sotto cui vivevano i cittadini arabi di Israele. Non ci chiedevamo mai chi avesse abitato le case distrutte sul ciglio della strada o che fine avessero fatto quelle persone. Osservavamo i resti dei villaggi e dei quartieri palestinesi come se facessero semplicemente parte del panorama. La sera uscivamo in strada per festeggiare.
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Primo Maggio: ridarci l’occasione per comprendere la situazione in cui siamo precipitati
Tre domande di Alberto Deambrogio a Giovanni Mazzetti
Alberto Deambrogio: Professore, oggi l’intelligenza artificiale e l’automazione spingono la produttività verso vette inimmaginabili, eppure il dibattito pubblico sembra concentrarsi esclusivamente sulla ‘distruzione’ di posti di lavoro. In che modo questa enorme capacità tecnica può invece diventare la base materiale per quella che lei definisce la ‘fine del lavoro salariato’, trasformando il tempo risparmiato dalle macchine in tempo di vita per l’individuo?
Giovanni Mazzetti: Purtroppo il cambiamento al quale fai riferimento non può scaturire meccanicamente dalle conquiste tecnologiche in questione. Affinché esso possa intervenire sono necessarie trasformazioni nella struttura della soggettività attraverso le quali si riconoscono i limiti del rapporto di lavoro salariato e ci si spinge al di là di esso. Questo rapporto ha funzionato egregiamente, come dice Keynes, per tirarci fuori dalla condizione di miseria nella quale i nostri antenati hanno vissuto, ma non può “permetterci di godere dell’abbondanza una volta che questa è stata conquistata”. Un vago movimento in questa direzione ci fu nel corso degli anni cinquanta e settanta col prevalere del sistema dei diritti sociali, col quale si cominciò a soddisfare i bisogni cercando di dare alla vita collettiva una forma che riconosceva il cambiamento nelle condizioni economiche, con l’instaurarsi di un grado di libertà dal bisogno immediato.
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Lelio Demichelis: l’assoluto digitale
di Costantino Cossu
La combinazione di tecnica e di capitalismo, intrecciati in un dispositivo fine a se stesso, volto esclusivamente al proprio mantenimento e alla propria indefinita espansione, ha originato un ordine di dominio totalitario che ha annullato ogni spazio di libertà e che minaccia di cancellare la vita stessa sulla Terra. Una tecno-archía dalla quale è impossibile uscire senza prima riconoscere, insieme con l’essenza del capitalismo, anche quella della tecnica e i modi specifici del reciproco potenziamento di tecnica e capitalismo.
Sono le tesi sostenute in Tecno-archía o La Nave dei folli. La banalità digitale del male (Derive Approdi), libro in cui Lelio Demichelis sistematizza una linea di ricerca seguita in altri testi (La religione tecno-capitalista, Sociologia della tecnica e del capitalismo, La grande alienazione, La società-fabbrica), aggiungendo qui una particolare attenzione allo sviluppo delle tecnologie digitali, a partire dall’intelligenza artificiale. Punto di avvio è l’interrogazione sull’essenza della tecnica. A definire la quale Demichelis convoca i maggiori teorici riconosciuti dell’autonomia di quest’ambito della prassi umana rispetto alla sfera economico-sociale. Da Martin Heidegger si arriva, attraverso Günther Anders e i francofortesi, a Jacques Ellul, Raniero Panzieri, F.G. Jünger, Emanuele Severino e Massimo Cacciari.
Sin dai primordi della storia dell’umanità la tecnica ha aggiunto un possibile artificiale al possibile naturale consentito all’umano.
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Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista
di Carlo Di Mascio
L’idealista non è chi nega l’esistenza del mondo esterno, così come il materialista non è semplicemente chi lo riconosce. Idealista è chi non vuole, non è in grado o non riesce a fare dell’esistenza del mondo esterno il punto di partenza della sua teoria della conoscenza. Al contrario, il materialista è colui che pone il riconoscimento dell’oggettività di questo mondo esterno (natura e storia) come fondamento di tutta la sua teoria della conoscenza, sviluppando su tale premessa la risoluzione di tutti i problemi legati alla conoscenza mediante la pratica e l’esperimento. Pertanto, il nucleo centrale della filosofia, intesa come scienza, è dato dal problema della teoria della conoscenza, cioè del rapporto della coscienza (includendo pensiero, psiche e scienza) con il mondo esterno. Ecco perché Lenin equipara la logica dialettica alla teoria della conoscenza, utilizzando questi termini come sinonimi a tutti gli effetti.
E. Ilyenkov, Sulla relazione di N. P. Dubinin
1. La critica di Hegel a Kant. Le forme e le leggi della logica come rispecchiamento del mondo oggettivo
Nei Quaderni Filosofici Lenin giunge ad affermare che «la logica coincide con la teoria della conoscenza»1. Si tratta della nota tesi formulata in relazione all’analisi della critica a Kant, come esposta nella Scienza della Logica, e che Hegel avanza opponendosi in particolare alla concezione puramente formale della logica sostenuta da Kant, secondo cui il suo oggetto sarebbe dato dalle forme del pensiero considerate solo in sé stesse, cioè indipendentemente dalla loro connessione con la realtà oggettiva: «Vien dichiarato [da Kant] per un abuso che la logica, che dovrebbe essere semplicemente un canone del giudicare, venga riguardata come un organo per la produzione di vedute oggettive.»2. Kant, in altri termini, avrebbe escluso dalla logica il problema di come accostarsi alla verità - «Kant si limita ai «fenomeni» […] l’ideale kantiano è fenomeno, non è oggettivo in sé»3 - laddove la logica dialettica, comportando l’ineludibile «inseparabilità» [Untrennbarkeit] di pensiero ed essere, di forma e contenuto, di teoria e prassi, di mediazione e immediatezza, di uomo e natura, ne garantirebbe gli strumenti logici per riuscire a coglierla4.
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Dall’Iran al Libano, il “modello Gaza” è ormai una tattica bellica standard di Israele e Stati Uniti
di Roberto Iannuzzi
Lo sterile ricorso a livelli esorbitanti di violenza non ha portato al collasso della Repubblica Islamica in Iran, né di Hezbollah in Libano, causando invece enormi sofferenze alla popolazione civile
Lo scorso 8 aprile, all’indomani del cessate il fuoco raggiunto con l’Iran (che avrebbe dovuto includere anche il Libano), Beirut è stata investita da un violentissimo bombardamento israeliano.
In pochi minuti, interi palazzi residenziali sono stati sbriciolati, lasciando al loro posto macerie fumanti di cemento e metallo contorto. Decine di aerei israeliani hanno sganciato bombe e missili su un centinaio di bersagli nella capitale e in altre zone del piccolo paese confinante.
Il bilancio iniziale annunciato dal ministero della sanità libanese è stato pesantissimo: oltre 350 morti e più di 1.200 feriti. Nella capitale, gli attacchi hanno colpito quartieri residenziali e alcune delle vie commerciali più affollate.
“Oscurità Eterna” è l’emblematico nome che Israele ha attribuito all’operazione, come a suggerire una volontà di totale annientamento del paese vicino.
All’indomani dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il governo israeliano guidato dal premier Benjamin Netanyahu aveva scatenato una campagna militare di inaudita violenza, supportata dal massiccio invio di armi americane, contro la Striscia di Gaza, polverizzando aree residenziali e infrastrutture civili.
In Libano, le forze armate israeliane hanno adottato le stesse tattiche: massicci bombardamenti aerei e arbitrari ordini di evacuazione su vasta scala, che hanno portato allo sfollamento forzato di centinaia di migliaia di persone.
Sono state rase al suolo infrastrutture civili, villaggi e città di confine per far spazio a “zone cuscinetto” occupate dalle forze israeliane. Sono stati presi di mira ospedali, personale sanitario, soccorritori, giornalisti. Tutto nella sostanziale indifferenza e apatia internazionale.
Un cessate il fuoco mai rispettato
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Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro
di Andrea Inglese
Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.
Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia
Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (Cornelius Castoriadis, L’institution imaginaire de la société, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che non è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.
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Eitan Bondì non è un “folle”, ma solo un sintomo del sionismo
di Lavinia Marchetti*
Mi sono presa del tempo prima di scrivere. L’ho lasciato po’ sedimentare aspettando che la prima ondata emotiva passasse, quella che ci spinge a reagire, ad accusare. A me interessa comprendere i fenomeni.
In fondo, a pensarci bene, mettendoci da suo punto di vista, Eitan ha ragione. La notizia la conosciamo tutti. Eitan Bondì, ventuno anni, legato alla Comunità ebraica della Capitale, è stato fermato nella notte con l’accusa di aver esploso colpi di pistola softair contro due militanti dell’ANPI al termine della manifestazione del 25 aprile, nei pressi del Parco Schuster, vicino alla Basilica di San Paolo.
Le vittime sono marito e moglie: Nicola Fasciano, 65 anni, colpito vicino al collo e alla guancia, e Rossana Gabrieli, 62 anni, colpita alla spalla. Il ragazzo studia architettura, lavora come rider. In 13 secondi si è avvicinato, ha sparato, è ripartito.
Avrebbe dichiarato di appartenere alla “Brigata Ebraica”. La Brigata ha ovviamente smentito di conoscerlo e di averlo tra i propri iscritti.
Non mi scaglio contro di lui. Non lo farò.
Non perché voglia minimizzare la violenza, che è reale e simbolica allo stesso tempo, e che ha lasciato due sessantenni feriti nel giorno della Liberazione.
Il punto è che Eitan vede da tre anni “la sua gente” che può sparare a chiunque senza nessuna ripercussione.
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L'app per la verifica dell'età e il Wallet digitale
di Martino Dettori
È stata lanciata l'app per la verifica dell'età, e la UE vuole che gli Stati membri la implementino subito, magari dentro il cosiddetto portafoglio digitale (wallet)
La notizia è di qualche giorno fa. L’Unione Europea lancia la sua app per la verifica dell’età per accedere ai social e in generale ai contenuti digitali. La ragione sbandierata è la tutela dei minori. Ufficialmente si vuole impedire che i minori possano accedere liberamente ai social e ai siti per adulti. Intento di per sé nobile se non fosse che si tratta, appunto, di una scusa bell’e buona, perché fondamentalmente all’Unione Europea interessa relativamente il benessere dei minori (v. un esempio qui).
E’ mia opinione invece che la tutela dei minori sia il pretesto per strutturare un (ancor seppur ipotetico e futuristico) controllo sociale digitale dei cittadini UE. Se l’app venisse adottata dagli Stati membri e diventasse il sistema obbligatorio per accedere ai social e ai contenuti web, di fatto si verrebbe a creare un germinale sistema di identificazione di ogni utente che utilizza internet. Certo, secondo la documentazione ufficiale, l’app oggi garantisce completamente la privacy, nel senso che non identifica chi la utilizza e nessun dato identificativo viene inviato a un server centrale. Infatti, viene implementata con la tecnologia crittografica avanzata chiamata Zero-Knowledge Proof (ZKP). L’app in locale identifica l’età del soggetto e poi comunica al sito web solo un SI o un NO.
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Non è “campo largo”, è riciclo politico
di Federica Cresci*
Tra antifascismo di facciata, sommatorie elettorali e amnesie selettive, il documento del Segretario del PRC, Maurizio Acerbo, segna il ritorno alla subalternità politica nazionale e internazionale, abbandonando ancora una volta il terreno reale del conflitto sociale. “Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista” viene presentato come una risposta necessaria alla destra.
In realtà è qualcosa di molto più semplice e molto più problematico: è il ritorno alla logica della coalizione con il centrosinistra, cioè con quelle stesse forze che negli anni hanno costruito le condizioni materiali, sociali e politiche su cui la destra è cresciuta.
Questo è il punto che va capito fino in fondo, perché è qui che si gioca tutta la partita. Il testo evita accuratamente la parola “campo largo”. Ma poi propone esattamente quello: una coalizione elettorale ampia, una convergenza con il PD e le altre opposizioni, una sommatoria di voti per battere la destra.
Cambia il nome, non cambia la sostanza. E questa non è una finezza linguistica: è un modo per far passare una scelta politica senza dichiararla apertamente. Ma il problema non è nemmeno questo. Il problema è cosa significa, politicamente, fare quella scelta. Lo stesso documento riconosce che per anni Rifondazione è stata fuori dal centrosinistra perché non ne condivideva le politiche neoliberiste, antipopolari, di precarizzazione del lavoro e di gestione dell’austerità.
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Due note sul 25 aprile, al di là dei miti
di Il Pungolo Rosso
I dati politici più interessanti di questo 25 aprile sono stati la larga partecipazione, soprattutto giovanile, la maggior presenza (non ancora centralità, però) del tema-guerra, e l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo ufficiale di Milano.
In diverse città le manifestazioni ufficiali, quelle dominate dal logoro antifascismo di stato, insopportabile per la sua falsità, non sono riuscite a monopolizzare le piazze. Almeno a Roma, Torino, Bologna e Napoli sono state molto partecipate quelle di impianto politico differente.
Nel complesso si è allargato il fossato tra una buona quota dei manifestanti e la retorica pacificatrice del duo Mattarella-Meloni. E su questa dinamica bisognerà operare perché si allarghi anche il fossato con tutte le forze del centro-sinistra, poiché nelle dimostrazioni “alternative” la parte movimentista del centro-sinistra era ben presente e, talvolta, alla testa.
Il dato mediatico più clamoroso è stata senza dubbio la cacciata “a furor di popolo” (è il caso di dirlo) della Brigata ebraica dal corteo di Milano. Non è stato possibile, questa volta, parlare di “pochi esagitati”. Perché si è trattato di diverse centinaia di manifestanti, che hanno giustamente imposto la cacciata dal corteo di questa Brigata sion-imperialista, favorevole al genocidio e alla guerra all’Iran. Ben rappresentata da quel Fiano, presidente di Sinistra per Israele, che si è rifiutato ripetutamente di ammettere l’esistenza di un genocidio di palestinesi a Gaza. Il carattere di massa della contestazione, e l’ampia approvazione che ha ricevuto, sono uno degli aspetti di maggior rilievo di questo 25 aprile.
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Una giornata [molto] particolare all’Ambasciata del Mali a Roma
di ALGAMICA*
2 maggio 2026, ben oltre il 5 maggio 1821...
E’ stata una giornata molto – molto - particolare quella che si è svolta sabato 2 maggio all’interno degli spazi dell’Ambasciata del Mali a Roma. Attirati come da una calamita, insieme ad altri quattro compagne e compagni del coordinamento in solidarietà con il popolo palestinese di Roma, abbiamo assistito a un evento inedito qui in Occidente e in particolar modo in Italia. Una chiamata a raccolta di militanti e delle militanti maliani e saheliani presenti in Italia, così definiti dalla stessa portavoce dell’Ambasciata, in un momento di discussione e organizzazione politica riguardo gli attacchi della guerriglia “ribelle” del 25 aprile in diversi centri della nazione maliana.
Che cosa è accaduto e cosa sta accadendo in queste ore in quella regione strategica dell’area dell’Africa centrale subsahariana ricchissima di risorse minerarie e naturali?
In maniera coordinata, unitaria e simultanea forze paramilitari jidahiste e di separatisti Tuareg hanno attaccato importanti centri del Mali e in particolar modo sferrando un attentato all’interno della caserma - presso la città di Kati - che ospita il quartier generale dell’esercito maliano. Una autobomba che ha ucciso il generale Sadio Camara, Ministro della Difesa e uno dei principali ideatori della difesa unificata della Confederazione degli Stati del Sahel (AES), realizzata dal Mali, Niger e Burkina Faso. E’ la prima volta che forze mercenarie jihadiste che imperversano in Centro Africa riescono a realizzare una operazione militare di così vasta portata e in un territorio così ampio, a Kati nel sud Ovest, a Kidal nel lontano Nord, a Gao, Sevarè a Mopti e Menaka.
Risulta chiaro che la modalità di questa operazione concentrica e coordinata da parte delle truppe “ribelli” non sarebbe potuta avvenire senza il supporto logistico, in mezzi militari e di intelligence da parte degli Stati Uniti d’America, Francia, Gran Bretagna e di apparati della EU.
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2029-2030: La guerra totale contro la Russia
di Manolo Monereo*
Non è facile pensare in modo strategico in un mondo dilaniato dai conflitti. La chiave: individuare le tendenze di fondo. La reazione negativa contro l’asse Netanyahu-Trump è talmente comprensibile che non sempre ci rendiamo conto che le politiche che effettivamente attuano hanno precedenti chiari e ben definiti in pratiche politiche americane profondamente radicate, e che l’arrivo di una nuova amministrazione democratica non porterebbe a cambiamenti sostanziali, tra le altre cose, perché le potenti lobby israeliane continueranno a esercitare il potere di veto nella politica di un paese che lotta disperatamente per mantenere la propria egemonia. Si tratta di potere globale e di come conservarlo. Su questo punto, ci sono poche differenze tra le classi dirigenti degli Stati Uniti.
I fronti politico-militari, le linee di faglia del Vecchio Ordine, sono attraversati da complessi processi di cambiamento, trasformazioni che, in un modo o nell’altro, tendono a convergere in uno scontro generale. Un punto centrale rimane l’Ucraina e il confronto che – attraverso la mediazione e il coinvolgimento attivo del governo Zelensky – si sta svolgendo tra la NATO e la Russia. Mi torna sempre in mente una mappa tratta da un libro di Brzezinski (La grande scacchiera, p. 92, Paidós, 1998) in cui è raffigurata l’Europa e al suo centro, come un berretto, sono uniti quattro paesi.
«Entro il 2010», afferma il noto geopolitico polacco-americano, «la collaborazione politica tra Francia, Germania, Polonia e Ucraina, che coinvolge circa 230 milioni di persone, potrebbe evolversi in un partenariato in grado di rafforzare la profondità strategica dell’Europa». Aggiunge poi: «Il principale obiettivo geostrategico degli Stati Uniti in Europa si può riassumere in poche parole: consolidare, attraverso un partenariato transatlantico più autentico, la testa di ponte americana nel continente eurasiatico, in modo che un’Europa in espansione possa diventare un trampolino di lancio più efficace per la proiezione dell’ordine internazionale democratico e cooperativo in Eurasia». Non mi dilungherò oltre; è chiaro: l’UE e la NATO come strumenti per proiettare il potere in Eurasia e garantire l’efficacia della testa di ponte statunitense nel continente.
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A lezione da Wittgenstein
di Mario Porro
“Di nuovo a Cambridge. Molto strano. Talvolta mi sembra come se il tempo fosse tornato indietro. Faccio queste annotazioni con una certa esitazione. Non so che cos’altro mi aspetta. Qualcosa ne verrà fuori! Se lo spirito non m’abbandona …”. Così scriveva Ludwig Wittgenstein nel gennaio del ’29, di ritorno a Cambridge dov’era stato una prima volta nel 1911; l’ingegnere ventiduenne vi era giunto attratto dal progetto di fondazione logica della matematica che Bertrand Russell aveva promosso con Whitehead nei Principia Mathematica. L’intensità di pensiero di Wittgenstein, a cui non sono estranee le sperimentazioni viennesi di nuovi linguaggi, nelle scienze come nelle arti, ha la “fortuna” d’ignorare gran parte della storia della filosofia; nel ’31, nell’elenco degli autori che lo hanno ispirato, l’unico filosofo citato è Schopenhauer, accanto a Boltzmann, Hertz, Kraus, Loos, Weininger e Spengler (Pensieri diversi, Adelphi, 1980). “Il giovane atteso”, l’unico allievo, secondo Russell, che potrebbe correggere gli errori dei Principia, nelle stanze del paludato Trinity College presto diventa collaboratore e ispiratore, poi critico insofferente. “L’inclinazione per lo scetticismo filosofico” che Russell gli attribuisce è all’origine dei tanti ripensamenti di quest’ultimo; è una storia ricostruita, con rigore e competenza, nelle 700 pagine di Russell e Wittgenstein: un lungo addio. 1911-1913 di Dario Zucchello (Editrice petite plaisance, 2023). In una lettera del maggio 1913, Russell confida il suo sconforto per le obiezioni di Wittgenstein alla sua Theory of Knowledge, un testo che rinuncia a stampare: “sento dentro di me che egli deve avere ragione e che ha visto qualcosa che mi è sfuggito”. Confesserà in seguito di aver smesso di comunicare le sue idee all’amico per la “ferocia” con cui le demolisce; nel febbraio del ’14, un “litigio” induce Wittgenstein a riconoscere che “non siamo davvero fatti per andare d’accordo”.
Il saggio di Zucchello conferma quanto sosteneva Aldo Gargani, cioè che il Tractatus logico-philosophicus (pubblicato nel ’21) – insieme agli scritti preparatori, come i Quaderni 1914-1916 – sia un contrappunto sistematico alle tesi di Russell.
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Nel chiaroscuro
di Enrico Tomaselli
Ne ho parlato e scritto più volte, in questi anni. Nonostante – almeno per me – ce ne sia un’assoluta evidenza, per tanti permane un bias cognitivo che impedisce di accettarlo. Un impero, nella fattispecie gli Stati Uniti, proprio in quanto tale, non possono essere stupidi; e se pure chi lo guida temporaneamente lo fosse, chi lo guida realmente non lo è – pensano. Siamo di fronte a un evidente pregiudizio, ben radicato. In realtà, e basta davvero pensarci un attimo sgombrando la mente, il declino cognitivo delle élite è esattamente uno degli effetti, e al tempo stesso una delle cause, del declino politico-egemonico dell’impero stesso. Il declino è infatti sempre qualcosa che nasce all’interno del corpo imperiale, è come una metastasi, non come un cataclisma che si abbatte dall’esterno. E del resto, se non fossero proprio le élite profonde a essere colpite dal declino intellettuale (indipendentemente da come si manifesta), perché mai sceglierebbero a loro volta degli esecutori politici di evidente incapacità?
Una delle forme in cui questo declino cognitivo delle classi dirigenti occidentali si esprime, è proprio nella reale incapacità di coglierlo nella sua essenza. Per esse, non si tratta in effetti di un declino – inteso come prospettiva storica – ma di un momentaneo accidente, un intoppo, una crisi di mercato, che non mettono in alcun modo in discussione l’essenza vera dell’imperialismo, ovvero la pretesa di rappresentare davvero la migliore espressione dell’umanità.
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Valditara presenta l'ennesima riforma cleptocratica della scuola
di comidad
Nell’attuale sistema di potere i governi non detengono alcuna funzione direttiva o progettuale nei confronti della società, ma svolgono il ruolo di meri organi di smistamento di denaro pubblico nei confronti delle lobby d’affari, diventate i soli veri player sul campo. I rituali della fintocrazia prevedono comunque che ciascun governo spacci sempre la stessa merce con delle diverse etichette ideologiche fittizie, riconducibili alla pantomima tra destra e sinistra.
Quando si tratta di Scuola, il ministro- spacciatore di turno ha a disposizione un enorme repertorio di slogan e di riferimenti fasulli per gettare fumo negli occhi. Nel 2009 la ministra Gelmini spacciò la “riforma” scolastica intitolata abusivamente a suo nome, dichiarando che con essa si chiudeva una volta per tutte con il ’68; uno spauracchio che allora era ancora una delle “bestie nere” preferite dalla propaganda dei governi addetti ad attingere all’elettorato più retrivo e a prenderlo per i fondelli. Oggi siamo in epoca di trumpismo, quindi il babau ufficiale contro il quale il governo “de destra” deve fingere di indirizzare gli strali è, ovviamente, il politicamente corretto. L’improbabile figuro che oggi si fa passare abusivamente per ministro dell’Istruzione, è Giuseppe Valditara; il quale ci assicura che avrà effetti mirabolanti il ridenominare come formazione scuola-lavoro (FSL) quella che prima si chiamava alternanza Scuola-lavoro, e poi successivamente evocata con il politicorretto, quanto criptico, acronimo PCTO. In realtà cambia poco, anzi nulla; infatti si tratta sempre di distribuire denaro pubblico alle imprese private, con il pretesto della preparazione dei giovani al lavoro. Imprese “private”, che però prendono soldi pubblici; quindi non è imprenditoria, ma “prenditoria”.
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La crisi del neoliberismo e il risveglio della società: un’analisi del “contro-movimento”
di Alessandro Scassellati
Nel mese di luglio uscirà per la casa editrice della rivista Left un mio saggio, ispirato dalla figura e dall’opera di Karl Polanyi, che si configura come un grido d’allarme e, al contempo, un manuale di resistenza intellettuale di fronte al “terremoto sistemico” della modernità. La tesi di fondo è che la crisi onnicomprensiva che stiamo vivendo — una spirale catastrofica che lega finanza, geopolitica, ecologia e conflitti sociali — non sia un evento accidentale, ma il risultato inevitabile del tentativo utopico di separare l’economia dalla vita umana.
Per comprendere il presente, sono tornato alla Vienna degli anni ’20 e allo scontro intellettuale tra Polanyi e i padri del neoliberismo, Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek. Mentre questi ultimi sostenevano che il mercato fosse un ordine naturale e spontaneo, Polanyi dimostrò storicamente che il laissez-faire fu un progetto politico pianificato e imposto con la forza dello Stato.
Il concetto chiave è quello di embeddedness (incorporamento): storicamente, l’economia è sempre stata parte integrante dei rapporti sociali, religiosi e politici. La “grande anomalia” del capitalismo è stata l’illusione di poter rendere l’economia un’entità autonoma e autoregolata. Questo processo ha trasformato in merci tre elementi che, per natura, non lo sono: il lavoro (l’attività umana), la terra (la natura) e la moneta (un simbolo del potere d’acquisto garantito dallo Stato). Trattare queste “merci fittizie” secondo la pura logica della domanda e dell’offerta significa, inevitabilmente, distruggere la stabilità sociale e l’ecosistema.
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Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica
di Francesco Piccioni
Il Golfo Persico è per il momento l’epicentro del terremoto che sta spostando gli equilibri mondiali (in ottica geopolitica) e la struttura dei mercati dell’energia (in ottica macroeconomica). Il collegamento è evidente e ferreo, dunque è inutile privilegiare un’ottica rispetto all’altra.
Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec – poi diventato Opec+ – che comprende anche Algeria, Nigeria, Venezuela, Gabon, Congo, Libia. Il Qatar ne è uscito nel 2019, gli Emirati Arabi Uniti ne stanno uscendo ora (dal 1 maggio).
E questa è indubbiamente una notizia importante, perché lo stato con capitale Abu Dhabi è il terzo produttore del cartello OPEC e il settimo al mondo. L’intenzione dichiarata è aumentare gradualmente la produzione da circa 3,6 milioni di barili a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027.
Il sistema Opec
Il cartello ha adottato un regolamento interno di distribuzione delle quote di produzione di ciascun paese aderente in proporzione alle “riserve petrolifere dichiarate”.
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«Palantir» e l’alleanza tra capitale monopolistico ed estrema destra
di Rezgar Akrawi
Il manifesto pubblicato da Palantir Technologies non è né un documento tecnico né una visione economica. È un documento politico esplicito che annuncia una nuova fase nella traiettoria del capitalismo digitale, una fase in cui esso ha abbandonato la pretesa di neutralità e ha deciso di smascherarsi, rivelando il proprio volto ideologico nella sua interezza. Palantir non è un caso isolato nel panorama tecnologico globale.
Si tratta di una delle diverse grandi aziende tecnologiche che vendono le proprie tecnologie a sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani, ed è stata condannata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, per il suo ruolo nell’abilitare deportazioni forzate, sorveglianza di massa e persecuzione dei dissidenti.
La cosa più grave di tutte è che rapporti documentati hanno rivelato una partnership diretta tra questa azienda, unitamente ad altre aziende tecnologiche occidentali come Google, Amazon e Microsoft, e l’esercito israeliano, fornendo sistemi di dati e di targeting che sono stati impiegati in operazioni militari su Gaza, rendendola un partner effettivo in crimini di guerra documentati contro i civili palestinesi. Sotto questo profilo, essa non si differenzia nella sostanza da altre grandi aziende del capitalismo digitale che praticano la stessa cosa in forme diverse e con gradi variabili di trasparenza.
È una dichiarazione di classe di un progetto per un’alleanza fascista digitale che non si fonda sulla sola violenza tradizionale, ma sulla sorveglianza digitale e la repressione, sull’analisi dei dati, sull’intelligenza artificiale, sulla manipolazione dell’opinione pubblica e sulla soppressione del dissenso attraverso metodi impercettibili eppure profondamente incisivi. Un’alleanza i cui crimini non rimangono entro i circoli élitari e gli uffici aziendali, ma si estendono ai campi di battaglia e ai corpi dei civili, incarnandosi oggi nella sua forma più chiara nel trumpismo, nelle sue alleanze, nei suoi crimini e nelle sue guerre aggressive.
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La marcia inarrestabile del neoliberismo
di Mario Sommella
Dal Mont Pèlerin al capitalismo della sorveglianza: comunicazione, mercato e la lenta erosione della democrazia europea
Una rottura epistemologica che dura ancora
Quella che ci appare oggi come la «realtà naturale» delle democrazie occidentali non è una realtà naturale. È il prodotto, lentamente sedimentato in mezzo secolo, di una rottura epistemologica precisa, pianificata e finanziata con cura dalle élite del capitale economico transatlantico. Per capirla, bisogna sottrarsi all’illusione che siamo immersi in una verità eterna: la storia, come ammoniva Foucault, è fatta di discontinuità, di soglie che separano un ordine del discorso da un altro. La nostra soglia è stata attraversata negli anni Settanta e Ottanta. Da allora viviamo dentro un nuovo ordine simbolico in cui il mercato ha sostituito la politica, l’audience ha sostituito la verità, l’Occidente americanizzato ha sostituito l’Europa dei cittadini.
Provo qui ad approfondire una tesi che ho già esposto in passato e che merita di essere allargata: la rivoluzione neoliberista non è stata, prima di tutto, una rivoluzione economica. È stata una rivoluzione antropologica e comunicativa. Ha cambiato il modo in cui pensiamo, parliamo, guardiamo, ricordiamo. Ha sostituito l’uomo aristotelico — l’animale razionale e politico — con un soggetto-consumatore profilato, sorvegliato, predetto. E lo ha fatto attraverso la presa di possesso prima del medium televisivo e poi del medium digitale. Capire questa doppia presa è la condizione preliminare per qualunque progetto di riscatto.
Le radici intellettuali: il Mont Pèlerin e il piano lungo
Il neoliberismo non è caduto dal cielo nel 1979 con Margaret Thatcher. Affonda le sue radici in un progetto intellettuale paziente e ben finanziato che parte dal 10 aprile 1947, quando Friedrich von Hayek convocò sulla riva svizzera del lago di Ginevra trentanove economisti, filosofi e giuristi per fondare la Mont Pèlerin Society. Tra loro figuravano Milton Friedman, Ludwig von Mises, Karl Popper, George Stigler, Aaron Director, Frank Knight: i nomi che avrebbero formato, nei decenni successivi, l’ossatura ideologica del nuovo capitalismo.
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La teiera di Russell: resoconti dalla fase finale della bolla dell’IA
di Servaas Storm
E se il futuro dell’IA che viene venduto ai mercati si basasse su affermazioni che non reggono a un esame approfondito? Dalla superintelligenza alla perdita di posti di lavoro su larga scala, le promesse più altisonanti sull’IA generativa iniziano ad apparire meno come lungimiranza e più come clamore mascherato da inevitabilità.
L’attuale comprensione dell’impatto economico dell’IA è errata: l’IA non porterà alla “superintelligenza”, alla distruzione di massa di posti di lavoro, a una disoccupazione tecnologica senza precedenti e a una recessione, né a giganteschi aumenti (aggregati) della produttività del lavoro e a un’accelerazione senza precedenti del progresso tecnologico e della crescita economica. L’impatto a livello aggregato dell’IA sarà piuttosto banale: alcune professioni scompariranno a causa dell’automazione; i lavori esistenti saranno rimodellati dall’IA e nasceranno nuove professioni, mansioni e ruoli per supervisionare e gestire gli strumenti di IA; molti di questi nuovi lavori saranno lavori inutili; tuttavia, la maggior parte delle professioni rimarrà al riparo; la crescita aggregata della produttività del lavoro potrebbe aumentare leggermente (perché gli strumenti di IA potenziano il lavoro), ma allo stesso tempo i costosi danni collaterali dell’IA cresceranno esponenzialmente nel tempo e rallenteranno la crescita della produttività. Maggiore sarà la quantità di scarti generati dall’IA, maggiore sarà il lavoro necessario per ripulire il disordine e maggiore sarà la probabilità che non saremo in grado di vedere l’era dell’IA nelle statistiche sulla produttività. Considerato tutto quanto sopra, l’attuale ciclo di sovrainvestimenti nell’IA non è sostenibile.
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No alla guerra alla Russia. Appello dell'intellettualità libera
Riceviamo e pubblichiamo
Noi, firmatari di questo documento, scrittori artisti letterati professori musicisti cineasti, ci appelliamo alla Pubblica Opinione per lanciare un messaggio, che ci sembra urgentissimo e necessario
In Europa e in Italia, stiamo assistendo a una degenerazione della lotta politica, divenuta trasposizione della guerra sotto altre forme. Sebbene nel mondo siano attivi una sessantina di conflitti militari, tre sono le “aree di crisi” che più destano inquietudine: l’aggressione all’Iran, da parte di USA e Israele; lo sterminio del popolo palestinese da parte dello Stato israeliano e la guerra in Ucraina, che oggi desta in noi la preoccupazione maggiore: un conflitto nel quale l’Italia è direttamente coinvolta con invio di armi e fondi, con l’apertura indiscriminata agli ucraini che fuggono del loro paese, e una sorta di “ucrainizzazione” della nostra politica estera, e dello stesso dibattito pubblico. Il governo Meloni, dopo l’ennesima questua di Volodimir Zelensky, non solo ha concesso un nuovo finanziamento a fondo perduto, ma ha firmato con Kiev accordi volti a fabbricare droni. In seguito a questi ultimi fatti, la Federazione Russa ha inviato un avvertimento: considerare obiettivi legittimi i luoghi nei quali si fabbricano armi che verranno utilizzate per colpire il proprio territorio, ossia, l’Europa e l’Italia. Tutto fa comprendere che, pur senza dichiararlo, i nostri governanti ci stanno portando allo scontro con la Russia. Una guerra impossibile, data la disparità di forze a vantaggio della Russia, e soprattutto una guerra insensata. E, infine, una guerra che, dato l’armamento nucleare posseduto dal “Nemico”, il più grande sulla terra, aprirebbe la porta a un’apocalissi nucleare.
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