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Sull’eguaglianza di tutte le cose di Carlo Rovelli
di Nicola Pinzani
Nicola Pinzani lavora nella ricerca sui protocolli di comunicazione quantistici in una startup a Londra. Ha ottenuto il dottorato presso il St Hugh’s college dell’Università di Oxford con una tesi sulle applicazioni della topologia e della teoria delle categorie nello studio della causalità
La conoscenza è essa stessa parte del mondo fisico. Per citare Carlo Rovelli, non vive in un reame diverso dal resto della fisica, ma è parte di un mondo in cui regna l’eguaglianza. Ed è proprio questo termine, eguaglianza, in un’accezione nuova nel discorso scientifico contemporaneo, a guidare un’importante riflessione sui fondamenti malfermi della fisica moderna. In Sull’eguaglianza di tutte le cose (2025), prende forma una spinta a rigettare quel razionalismo illuminista che “mitizza il sapere scientifico”, considerandolo qualcosa di “strutturalmente diverso da ogni altro”.
Carlo Rovelli ci guida in un tour all’insegna delle grandi rivoluzioni scientifiche della contemporaneità, con un intento non semplicemente divulgativo, ma teso verso la demolizione delle fuorvianti certezze che accompagnano il realismo scientifico. È sempre bene ricordare, all’alba del Ventunesimo secolo, che molte di quelle impalcature statuarie del pensiero espongono ormai crepe profonde.
Il tutto però, ed è qui il nocciolo più controverso del testo di Rovelli, avviene senza che le fratture vengano davvero ricomposte: forse, piuttosto, mascherate, restando sempre attenti a non uscire troppo dal perimetro di un’interpretazione “scolastica” della fisica contemporanea. C’è la sensazione, in queste pagine, che si voglia continuare a guardare le cose dall’interno, forse allontanandosene con moto centripeto fino a non riconoscere più il problema che, altrimenti, si rivelerebbe soltanto guardando con attenzione la superficie. Come se la frattura, invece di aprire un varco, dovesse essere ricondotta a sistema, e l’eccedenza lasciata fuori scena.
Le sei lezioni cercano di far interagire il problema della prospettiva umana e della comprensione intuitiva della realtà con la descrizione che emerge dalla fisica. Se la relatività generale aveva già incrinato l’intuizione ordinaria di spazio e tempo, è la meccanica quantistica ad aprire una ferita ancora più profonda nell’idea di oggettività.
Il testo si presenta come il resoconto di una serie di lezioni tenute dall’autore all’Università di Princeton nel novembre e nel dicembre 2024.
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Occhio rotondo 67. Flotilla
di Marco Belpoliti
Il gesto di rannicchiarsi a terra, appoggiandosi sulle ginocchia e coprendosi nel contempo la testa, è senza dubbio un’azione protettiva. Può anche assumere il significato d’un atto di preghiera: ci si genuflette davanti alla divinità e si tocca ripetutamente la terra con il capo appoggiandovi la fronte in segno di riverenza. Nelle fotografie diffuse dall’esercito israeliano sul web dopo l’assalto alle barche della missione umanitaria “Flotilla”, e il trasferimento degli arrestati su navi o in terraferma, si vedono le persone disposte in questa posizione con tutt’altro significato e le mani legate all’indietro: sono obbligate a restare in una posa non solo palesemente scomoda, ma decisamente umiliante. Non si vede nessun volto né maschile né femminile, solo schiene. È un modo per impedire ai soldati israeliani di guardare negli occhi questi uomini e donne, ovvero di stabilire con loro anche solo un semplice contatto visivo?
Non si tratta solamente d’una punizione che ha qualcosa di brutale, ma anche della negazione di quel rapporto che si crea naturalmente nella semplice relazione visiva tra esseri umani. È proprio ciò che si vuole disconoscere attraverso questa imposizione forzosa. Inoltre, gli arrestati, i loro corpi, sono trasformati in questa maniera in nemici da punire – e non lo sono –, peggio, in cose: sacchi senza alcuna identità o valore. Nei bassorilievi di un sarcofago romano conservato nel Camposanto di Pisa si scorgono i due prigionieri con le mani legate; uno di loro è seduto a terra, non riverso, con le mani serrate dietro la schiena.
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𝗟𝗮 𝗴𝗿𝗮𝗺𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝘂𝗼𝘁𝗼
di Kamo
0. Il pomeriggio di sabato 16 maggio la nostra città è stata ferita.
1. Su quel pavimento della via Emilia che conosciamo bene non è stato lasciato solo del sangue di persone innocenti. Insieme ad esso, un terrore già visto come modus operandi, e l’orrore che la sua insensatezza comporta. Ma anche il coraggio di pochi, e la solidarietà popolare di tanti. Senza distinzioni. Odio, amore, vita, morte: tutto mischiato. Nella consapevolezza che su quella strada, in quel momento, ci poteva essere chiunque di noi. Dei nostri amici, dei nostri affetti.
2. In questi giorni di rabbia e paura legittime non vogliamo unirci ai latrati degli sciacalli e agli ululati delle scimmie. Le facili parole degli “imprenditori del click”, degli influencer governativi e delle anime belle di sinistra. Dei politicanti infami in cerca di visibilità e di quelli opportunisti in cerca di tornaconto. Delle passarelle di Stato e dei pelosi giornalisti. Un teatrino politico e “social” terrificante, a cui si aggiunge la miseria dell’arrivo del circo fascista in città, tra mitomani razzisti vecchi e nuovi, patrioti di tik tok e inutili giustizieri della notte.
Da questa ferita, cominciamo a mettere insieme qualche parola difficile. Parziale, incompleta. Ma ragionata – «prima pensare, poi parlare», ha detto una nostra giovane compagna. Cercando di armarci di un punto di vista di parte, nostro. Strumento per disarticolare il dispositivo narrativo che, con riflesso pavloviano, ci porta a prendere posizioni già preordinate da altri. O, almeno, utile a non mischiarci all’orgia di scimmie, sciacalli e pagliacci di cui sopra.
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Cosa accadrà all'Italia in autunno con la "dottrina Dombrovskis"
di Alessandro Volpi*
Il lettone Valdis Dombrovskis, Commissario Europeo per l'Economia (con deleghe anche alla Produttività, l'Attuazione e la Semplificazione) nella Commissione von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull'andamento dell'economia Ue nel 2026 e nel 2027, che l'unica strada è quella dell'austerità: poca spesa pubblica, poco debito e "cautela". Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle "stime di primavera" della Commissione von der Leyen.
La "crescita" nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore del 1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe "salire" all'1,4 nell'ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore. Dunque, l'economia della Ue, secondo le valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi, qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente!! Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall'effetto dell'intervento pubblico del PNRR, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l'intervento pubblico - e sottolineo pubblico - l'affanno sarebbe totale. Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno assai probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil sarà superiore al 3% e che sono in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l'Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. E' significativo notare che tra i paesi "virtuosi", sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell'Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.
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La lezione al tempo della scuola neoliberale
di Emanuele Dell'Atti
Al di là delle polemiche sulle Indicazioni nazionali per i Licei, con le loro deplorevoli e intenzionali omissioni e con i vari cortocircuiti e incongruenze disciplinari che le caratterizzano, la scuola di Valditara non si muove di un millimetro dalla visione generale che negli ultimi decenni ha egemonizzato il mondo dell’istruzione. Anzi, rincara la dose.
Nella Premessa alle Indicazioni, infatti, dopo aver celebrato il valore eminentemente formativo dell’istruzione, dopo aver esaltato retoricamente la storia e la funzione dei licei in un afflato pseudo-hegeliano volto a rimarcare il valore dell’universale sul particolare e della comunità sull’individuo, dopo aver sottolineato l’importanza delle tradizioni culturali e dei loro autori di riferimento, si passa a confermare (e a rinforzare) i soliti obiettivi: scuola del territorio, competenze digitali, alternanza scuola-lavoro, STEM e – proprio così – “competenze imprenditoriali”.
Ma mettiamo da parte le Indicazioni e torniamo per un momento all’inizio di quest’anno scolastico. Il MIM a settembre inviò a molti docenti un questionario con l’obiettivo di elaborare dei descrittori utili per il RAV, il Rapporto di Autovalutazione che ogni scuola redige ogni tre anni. I docenti erano invitati a rispondere a delle domande sui punti di forza e sulle criticità della scuola in cui lavorano, elementi utili per migliorarne la produttività. E fin in qua nulla di nuovo: è lo schema a cui ormai siamo abituati, quello che emula il metodo e il lessico del management aziendale.
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La guerra in casa. Fabbriche italiane per i droni ucraini, cioè bersagli
di Fortunato Depero - Vladimir Volcic
Comunica il ministero della Difesa: il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha incontrato il ministro della Difesa della Repubblica Italiana, Guido Crosetto; nel corso dell’incontro, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina, Rustem Umerov, e il ministro Crosetto hanno ribadito l’impegno comune dell’Ucraina e dell’Italia a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore della difesa. Entrambe le parti mirano a costruire un partenariato stabile e di lungo termine che contribuisca alla pace e alla stabilità in Europa.
L’Ucraina esprime apprezzamento per il sostegno politico, militare e diplomatico fornito dall’Italia sin dall’inizio dell’invasione su vasta scala da parte della Russia. La solidarietà dell’Italia ha contribuito alla resilienza dell’Ucraina e agli sforzi più ampi volti a preservare la pace e la stabilità in Europa. In questo contesto, entrambe le parti sottolineano la loro volontà di proseguire il dialogo sulle modalità per sviluppare ulteriormente la cooperazione in modo pragmatico e reciprocamente vantaggioso.
La cooperazione futura coprirà diversi settori, quali lo sviluppo di capacità, lo scambio di esperienze e di insegnamenti tratti, nonché la cooperazione industriale in molteplici settori, tra cui la difesa aerea, i sistemi senza pilota, le munizioni e il settore marittimo, tra gli altri.
La collaborazione potrebbe comprendere la ricerca congiunta, la cooperazione tecnologica, i partenariati industriali e le iniziative di investimento, con l’obiettivo di ampliare il dialogo in settori rilevanti per la difesa moderna, quali la logistica, la sicurezza informatica e la protezione delle infrastrutture critiche.
Le Parti stanno lavorando alla definizione di un quadro di partenariato strategico, conosciuto come “Drone Deal” in materia di difesa volto a delineare obiettivi comuni, possibili settori di cooperazione e meccanismi di revisione periodica. Tale quadro fornirebbe una base strutturata per un dialogo costante e lo sviluppo graduale di iniziative congiunte.
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Da Schwab a Karp: gli scribi dell’Apocalisse
di Margherita Furlan
Lo stesso giorno, due scene. A Pechino, dietro il presidente americano sulla passerella della Grande Sala del Popolo, diciassette amministratori delegati: Musk, Fink, Huang, Cook. Ad Aquisgrana, nella sala dove venivano incoronati gli imperatori del Sacro Romano Impero, Mario Draghi riceve il Premio Carlo Magno e avverte l’Europa che «per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme». Tra le due scene non corre alcuna coincidenza, ma una dottrina, scritta in due libri a nove anni di distanza, che ha smesso da tempo di essere una previsione per diventare un programma. Prima di essere un ecosistema di interessi, infatti, gli azionisti dell’Apocalisse sono un pensiero, che il 14 maggio 2026 ha trovato la sua doppia, plastica messa in scena.
Due libri, una sola profezia
Nel 2016 Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, pubblica La quarta rivoluzione industriale. La tesi nota, quella che da allora circola nei convegni e nei documenti programmatici, è la fusione delle tecnologie: il confine che si dissolve tra il fisico, il digitale e il biologico, e che «cambia non solo ciò che facciamo, ma chi siamo».[^1] È la copertina filantropica. La parte che merita di essere riletta oggi, alla luce di Pechino e di Aquisgrana, è un’altra, e Schwab la scrive senza giri di parole: «con i governi e le strutture di governo che restano indietro sul terreno regolatorio, può di fatto spettare al settore privato e agli attori non statali assumere la guida».[^2] E ancora: il potere «si sta spostando dallo Stato agli attori non statali, dalle istituzioni consolidate alle reti informali».[^3]
Non è la denuncia di un rischio: è la descrizione di un esito, formulata nel lessico dell’inevitabilità, da chi quel risultato ha contribuito a costruirlo convocando ogni gennaio a Davos l’assemblea dei suoi beneficiari. Lo Stato che «resta indietro» non arretra per una legge di natura, ma perché altri ne occupano lo spazio, e perché agli occupanti torna utile vestire l’avanzata da destino tecnologico anziché da scelta politica.
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Il robot emozionato
di Riccardo Manzotti
Anni fa, la domanda se un robot o una IA potesse provare qualcosa, sarebbe stata considerata scientificamente poco rispettabile. Oggi è una delle domande più frequenti e importanti che ricorrono sulle riviste scientifiche più prestigiose. Per esempio, nel 2025, Mariana Lenharo si chiedeva su Nature, se si potesse stabilire se una IA provasse qualcosa. Il punto di svolta, lo sappiamo bene, è stata la capacità dell’IA di padroneggiare il linguaggio e quindi di parlare come, fino a qualche anno fa, potevano solo gli esseri umani. Nella nostra specie il linguaggio è legato al sé, alla coscienza e al pensiero. La domanda quindi è lecita: chi parla dunque pensa? Si può, come diceva in una lettera lo scrittore inglese Edward Morgan Forster, sapere che cosa pensiamo senza dirlo? E, viceversa, se lo diciamo, non è come se l’avessimo pensato?
Queste domande sono il cuore dell’ultimo libro di Antonio Chella, professore ordinario di Intelligenza Artificiale e robotica a Palermo, e uno tra i primi a occuparsi della possibilità di costruire un robot dotato di coscienza. Il suo ultimo testo, Può un robot emozionarsi? (Mondadori Università, 2026), si muove da quella prospettiva solida che Chella, in quanto ingegnere, non nasconde mai: costruire per capire. D’altronde questo libro è il frutto di una consolidata tradizione italiana che ha le sue radici nel lavoro pioneristico avviato negli anni Ottanta da Vincenzo Tagliasco, brillante e compianto bioingegnere che, in tempi ormai lontani ovvero nel 2001, aveva pubblicato, per Il Mulino, il visionario Una teoria della coscienza per costruttori e studiosi di menti e cervelli.
Devo dichiarare, peraltro, che con Chella ho condiviso, ormai un quarto di secolo fa, un primo manifesto sulla coscienza delle macchine, e che molte delle domande che pone questo libro ci hanno accompagnato nei nostri percorsi di ricerca. Tornando ai giorni nostri, il libro di Chella affronta di petto la possibilità che un robot o una IA possa sviluppare un dialogo interno, una sorta di discorso rivolto a sé stessi che orienta il comportamento, pianifica le azioni, costruisce una forma di coerenza temporale. Non si tratta semplicemente di eseguire comandi od ottimizzare funzioni: l’idea è che vi sia qualcosa che assomiglia, almeno strutturalmente, a ciò che chiamiamo pensiero.
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Sulla relazione Dombrovskis: contro il tecnofascismo dell'UE
di Alex Marsaglia
Il quadro disegnato nella relazione del freddo burocrate Vice-presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis delinea tutta la tragedia in cui sprofonderanno le popolazioni europee nei prossimi anni. L’Unione Europea come braccio armato dell’imperialismo statunitense decadente si configura sempre più come un’entità indebitata, intrappolata in uno scenario di stagflazione e capace di identificare come unica prospettiva la guerra.
L’impulso economico del PNRR è stato pari a zero, poiché un lustro dopo la sua approvazione il Pil europeo è piantato allo zero virgola, in compenso si è incrementato l’indebitamento degli Stati membri a cui nei prossimi anni arriverà il conto da pagare. Dall’approvazione del piano che avrebbe dovuto traghettare l’Unione Europea fuori dai disastri economici del lockdown l’Unione Europea è stata lanciata dai tecnocrati che la governano nella famosa “economia di guerra”, come l’ha battezzata Draghi che intimava alla popolazione “la pace o i condizionatori”.
La ripresa del motto mussoliniano “burro o cannoni” non è casuale, poiché si inserisce oggi come allora in una rincorsa isterica al riarmo come unica soluzione alla stagnazione e all’endemica crisi economica. In altre parole, quando le classi dominanti non hanno più idee contro l’immiserimento e si trovano davanti una domanda di mercato avvitata in una caduta inarrestabile nonostante le iniezioni di deficit pubblico, allora si rivolgono all’economia di guerra.
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La ricetta sovranista che danneggia proprio l’Italia
di Emiliano Brancaccio
Melonomics: La narrazione del governo scricchiola ogni giorno di più
La narrazione sulle magnifiche sorti della “Melonomics” scricchiola ogni giorno di più. Le ultime previsioni della Commissione Ue situano l’Italia all’ultimo posto nella classifica della crescita cumulata fino al prossimo anno. Nel 2026, in particolare, il Pil italiano aumenterà di appena lo 0,5 percento, contro una media Ue dell’1,1 percento e paesi come la Spagna che potrebbero sfiorare il 3 percento. L’inflazione, al contrario, schizzerà al 3,2 percento, al di sopra della media europea.
Evidentemente, le glorie del governo Meloni in campo economico venivano soprattutto da luce riflessa. Vale a dire, dalla sospensione del Patto di stabilità e dalle risorse del Pnrr, entrambe ereditate dai governi precedenti. Per lungo tempo i meloniani hanno cercato di snobbare il lascito testamentario, ritenendolo persino deleterio. Eppure, guarda caso, una volta esaurita la spinta di quei due strumenti, l’economia italiana è tornata alla sua vecchia traiettoria di semi-stagnazione, scivolando di nuovo nei bassifondi delle graduatorie europee.
Per giunta, il quadro rischia di aggravarsi. Con lo sblocco di Hormuz ancora fuori dai radar e la crisi internazionale che si spande, l’Italia si candida a diventare il primo grande paese a finire nel gorgo di una potenziale “disoccu-flazione”, vale a dire: contemporanea distruzione di posti di lavoro e di potere d’acquisto.
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Negoziati Russia-Ucraina del 2022: confermato il sabotaggio Nato
di Piccole Note
"Persino Victoria Nuland, ex sottosegretaria di Stato americana per gli affari politici e referente per l'Ucraina nell'amministrazione Obama, ha affermato che i negoziati di Istanbul sono falliti quando delle 'persone al di fuori dell'Ucraina' hanno messo in discussione l'accordo"
Ai negoziati di Istanbul dell’aprile 2022 Russia e Ucraina avevano concordato la pace, poi la Nato spinse Kiev a proseguire la guerra. A quanto avvenne allora abbiano dedicato varie note, ma il nuovo libro di Richard Sakwa, The Russo-Ukrainian War: Follies of Empire” pone un sigillo irrevocabile a tale realtà denegata. Ted Snider, su The American Conservative, riporta ampi brani del volume, che riprendiamo di seguito.
Sakwa osserva che “‘sette degli otto membri della delegazione [ucraina] confermano che a Istanbul era stato raggiunto un accordo di pace dettagliato’. L’ottavo non lo confermò perché non poté: Denis Kireev fu assassinato dai servizi segreti ucraini al suo ritorno a Kiev dai colloqui in Bielorussia”.
“David Arakhamia, leader del partito Servi del Popolo di Zelensky al parlamento ucraino, era uno dei due capi della delegazione negoziale ucraina. Arakhamia ha confermato l’esistenza di una sorta di accordo, che a suo dire avrebbe firmato personalmente. Ha aggiunto che la Russia era ‘disposta a porre fine alla guerra se avessimo accettato la neutralità e ci fossimo impegnati a non aderire alla NATO’.
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La Flotilla riaccende i riflettori su Gaza
di Roberto Iannuzzi
Mentre infuriava la guerra nel Golfo, Netanyahu ha inasprito la morsa sulla Striscia. Nessuna ricostruzione è all’orizzonte, le condizioni di vita sono insostenibili
Il sequestro illegale e la detenzione violenta degli attivisti della Global Sumud Flotilla da parte di Israele ha riacceso l’attenzione internazionale sulle azioni indiscriminate del governo Netanyahu, in particolare in relazione alla questione di Gaza.
Nel drammatico quadro mediorientale contrassegnato dal pericoloso stallo nel Golfo Persico e dalla devastazione israeliana del Libano, l’enclave palestinese, per certi versi la scintilla dell’attuale crisi regionale, era sprofondata nell’ombra.
A partire dal 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-americana all’Iran, il governo Netanyahu ha di nuovo stretto la morsa sulla Striscia, incrementando i bombardamenti malgrado il cessate il fuoco nominalmente in vigore dallo scorso ottobre, e riducendo dell’80% l’ingresso degli aiuti.
Israele ha progressivamente spostato in avanti la linea gialla che separa l’area di Gaza sotto il controllo israeliano, praticamente spopolata, da quella controllata da Hamas, dove si concentra la quasi totalità della popolazione che ancora abita l’enclave palestinese.
A causa di questo spostamento, Israele controlla ormai il 60% della Striscia.
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Bombe, tribunali, torture e messia
Grazie Flotilla per aver mostrato al mondo la peste fatta Stato
di Fulvio Grimaldi
Sassolini nelle scarpe
Siccome in ognuno di noi alberga una salutare dose di malizia, prima di centrare l’esaltante argomento epocale della Flotilla, eroica e vincitrice, invio un pensierino a coloro con i quali ci siamo spettinati al tempo dell’altra Flotilla. C’era chi, addirittura all’interno del nostro giro di valori, aveva inarcato le sopracciglia e quei veri e propri eroi li aveva mordicchiati così: “E’ solo simbolico, non serve a niente, esibizionismo inutile, meglio mandare soldi, molte perplessità...”
C’era anche chi aveva ritenuto opportuno (od opportunista), seccatosi anche il bacino no vax, archiviare l’ormai logora questione palestinese e saltare su un cavallo più visibile e glamour, l’Iran. Magari lo avrebbe portato più lontano e ne avrebbe fatto risuscitare vecchi e ormai logori fasti….
Sono ormai tre volte che quell’ “inutile esercizio simbolico” costringe la parte migliore di oltre 7 miliardi di viventi pensanti a prendere atto che la Palestina è l’ombelico del mondo, che la guerra all’Iran è un altro fronte palestinese e che lo Stato sionista è un’irrimediabile patologia dell’umanità. E se è vero, come tutti i sondaggi confermano, che l’80% degli israeliani ebrei sostengono questo regime e che, addirittura, la diffusione del video del torturatore Ben Gvir ne ha rafforzato il consenso, vuol dire che la mente collettiva di questa società è profondamente deteriorata.
Un esperimento, come esercitato sui palestinesi, dalla pulizia etnica a Gaza agli orrori irrepetibili delle carceri, che farebbe la gelosia di coloro cui si imputano Auschwitz e Buchenwald. La Flotilla e i suoi eroi sono quanto ci voleva per condannare questa entità, se non alla fine dei tempi (che intanto, in attesa del Messia, essa intendeva riservare ai palestinesi e a molti altri), alla fine del suo spettacolo di manipolazione illusionista, con tanti Jack lo Squartatore travestiti da orfanelli. Tragedia eseguita su un palcoscenico il cui assito è fatto di corpi, torturati e mutilati, con la kefiah. Dei quali corpi si è voluto dare ai benefattori dell’umanità imbarcati sulla Flotilla un senso di affinità.
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I manager nazigolpisti della guerra glorificati dal Corriere della Sera
di Fabrizio Poggi
19 maggio. Con quale afflato, con che trasporto, con quanta guerresca partecipazione, come a rivivere le “radiose giornate di maggio”, i megafoni guerrafondai milanesi e torinesi del bellicista “comitato d’affari” fascio-borghese hanno echeggiato, lo scorso 18 maggio, gli attacchi ucraini sulla regione di Moskva.
«4 morti», hanno scritto, asetticamente, come di una lista della spesa – “un chilo di patate e tre filetti d’aringa” – sottolineando premurosamente «Zelenskij azione giustificata»; mica come quando biascicano pietisticamente di «vittime civili ucraine dei criminali raid russi»! Qui no: i «4 morti» sono russi. Civili anche loro, ma russi. Ben gli sta: è una «azione giustificata», lo testimonia il nazigolpista dalla voce roca.
E poi, con un ulteriore balzo d’entusiasmo cameratesco verso il beneamato regime banderista, si giubila che i «Raid simultanei a lungo raggio» di Kiev indicano che si è entrati in «Una nuova fase del conflitto grazie al salto dell’industria bellica».
Questo perché, verga la signora Marta Serafini sul Corriere della Sera, «Finanziamenti, cooperazione industriale e joint venture con partner europei stanno contribuendo a trasformare il comparto ucraino dei droni in una base produttiva sempre più stabile». Sia lode al complesso militare-industriale per l’ulteriore segmento di profitto.
Lo ha detto chiaro, il ministro della guerra golpista Mikhail Fëdorov, quello incensato dalla stessa signora Serafini perché, al momento dell’insediamento, aveva cristianamente annunciato «il nuovo traguardo di arrivare a 50.000 perdite mensili inflitte a Mosca tra morti e feriti».
Kiev punta ora su un forte aumento della produzione di droni d’attacco a medio raggio: «l’obiettivo è quello di aumentare drasticamente i volumi di produzione. Abbiamo già firmato un numero record di contratti per sistemi d’attacco a medio raggio e continuiamo a investire in questo settore».
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Sergio Bellucci, lavoro implicito, taylorismo digitale ed e-work
Concetti per comprendere le trasformazioni del lavoro
di Francesco Barbetta
Nel lontano 2005 Sergio Bellucci scriveva E-work. Lavoro, rete, innovazione. Nel libro sosteneva che l’ubiquità tecnologica del digitale rappresenta il nuovo paradigma che sta ridefinendo la condizione umana dopo anni in cui la trasformazione era stata solo annunciata. L’impatto delle tecniche digitali è talmente pervasivo da modificare la stessa dimensione umana, passando da una somministrazione iniziale riservata agli adepti della nascente “religione informatica” a dosi massicce iniettate nel cuore della collettività. La loro applicazione ai contesti più svariati consente un’espansione del dominio ben oltre i confini delle tecnologie precedenti, investendo merci, apparati produttivi, mezzi di comunicazione, sistemi di controllo, armi, entità mediologiche e relazioni umane.
L’imponenza di questi processi coinvolge ogni individuo, sia esso alfabetizzato tecnologicamente o escluso attraverso il cosiddetto digital divide, trasformando ciascuno da passivo recettore del cambiamento ad attore protagonista della sua accelerazione, spesso in modo inconsapevole. Basti pensare alle trasformazioni di merci tradizionali come l’automobile e il quotidiano. L’auto odierna è satura di tecnologia digitale in ogni componente, dal motore all’impianto frenante, dai sistemi di sicurezza alla navigazione, mentre il giornale cartaceo è il risultato di una miriade di tecnologie digitali che hanno ridefinito la produzione, dall’uso di fonti digitali ai cicli di lavorazione completamente informatizzati, eliminando molte vecchie professionalità.
Anche il ruolo dell’uomo nella sfera naturale muta profondamente. Non esiste luogo dell’agire umano che risulti immune da questo processo di mutazione: dal lavoro all’intrattenimento, dalla casa agli oggetti di consumo, dai processi formativi alle forme comunicative, fino alle stesse progettazioni della vita. Le coordinate spazio-temporali del vissuto umano sembrano travolte da una variazione dimensionale. La quantità e la velocità delle informazioni disponibili rendono impenetrabile l’infinito intreccio delle relazioni che compongono l’evento che può essere sì mostrato ma difficilmente spiegato. Questa consapevolezza della parzialità del racconto, esplosa a livello di massa, legittima letture soggettive che inficiano le letture condivise degli accadimenti, traslando gli eventi dalla storia alla cronaca.
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La rivoluzione cubana: un esempio storico e attuale che l’imperialismo americano vuole cancellare
di Eros Barone
Milioni di persone in tutto il mondo considerano la rivoluzione cubana un esempio importante di sovranità, resistenza e solidarietà internazionale. Si può discutere il giudizio sul percorso di Cuba, ma un fatto rimane inoppugnabile: la rivoluzione ha infranto le catene del dominio straniero che avevano ridotto l’isola, secondo la ben nota espressione, a un “bordello dell’emisfero occidentale”. Con la sua rivoluzione Cuba ha invece dimostrato al mondo intero che anche una piccola nazione può opporsi al potere imperialista senza arrendersi o sottomettersi.
Così, per oltre sessant’anni, gli Stati Uniti hanno tentato di spegnere il fuoco acceso dalla rivoluzione cubana con tutti i mezzi possibili. Strangolamento economico, isolamento diplomatico, complotti per assassinare i leader, campagne di destabilizzazione, sanzioni interminabili, tentativi di invasione: una terribile panoplia il cui impiego aveva ed ha il fine di costringere Cuba ad accettare la dipendenza e la sottomissione. Eppure Cuba ha resistito. E in effetti – come riconosce l’Unesco e. insieme con essa, tanti osservatori obiettivi - nonostante le enormi difficoltà il socialismo cubano (poiché questo è il nome dell’esempio evocato nel titolo del presente articolo) ha raggiunto conquiste sociali che rimangono fuori dalla portata di ampie fasce della popolazione persino nei paesi capitalistici più ricchi.
Anche in questo caso, un ‘excursus’ storico fondato sul confronto delle modalità di intervento dell’imperialismo romano e di quello americano può essere illuminante.
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Guerra giusta e guerra santa
di Edoardo Greblo
L’adozione del linguaggio religioso nella retorica bellica è diventato una caratteristica ormai ricorrente dell’amministrazione Trump, che ha trasformato la politica estera e l’azione militare degli Stati Uniti in una sorta di impegno messianico. Il Segretario della Difesa Pete Hegseth ha descritto il conflitto con l’Iran come una “missione religiosa” da “nuovi crociati”, una “guerra santa” in nome della quale non esita a invocare la “provvidenza onnipotente di Dio”. Naturalmente, la politica americana non è nuova ad appelli di questo tenore. Già George Bush aveva adottato un linguaggio con connotazioni religiose in tema di lotta al terrorismo, specialmente nei primi anni dopo l’11 settembre, senza però mai dichiarare formalmente una “guerra di religione”. Con Hegseth si è compiuto un passo ulteriore: è arrivato il momento di far acquisire agli Stati Uniti il ruolo di nazione cristiana chiamata a difendere e a diffondere la propria civiltà.
Ora, le guerre non si combattono soltanto con le armi, ma anche con le parole. Il linguaggio usato per descriverle ne influenza la comprensione, la giustificazione e il giudizio. L’equivalenza tra “guerra giusta” e “guerra santa” postulata da Hegseth non si scontra soltanto con l’evidenza: si possono dichiarare guerre giuste senza che siano sante, così come non è detto che le guerre sante possano essere sempre considerate giuste. Ma, e soprattutto, porta a ignorare come sia stata proprio una lunga tradizione intellettuale cristiana a elaborare una distinzione fondamentale tra guerra giusta e guerra santa. La prima mira a limitare l’esercizio della forza affermando l’applicabilità di criteri morali anche nel caso degli interventi armati. La seconda, al contrario, sacralizza la violenza, presentandola come un dovere imposto da un’autorità indiscussa e indiscutibile che impone la difesa e l’affermazione della “vera” religione.
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Il rebranding di Israele: distruggere Ben Gvir per salvare il sionismo (e i suoi crimini)
di Clara Statello
Sarebbe uno spettacolo ridicolo e grottesco, se non ci fosse di mezzo un genocidio. Il tweet con la condanna di Ben Gvir e la richiesta ufficiale di scuse pubblicato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che per la prima volta prende le difese di attivisti italiani, è stato estraniante. Lì per lì sembrava di essere finiti in un universo parallelo, in cui l’Italia è un Paese sovrano.
Poi è arrivato il post del ministro Tajani, che ha condiviso su Facebook il vergognoso video di Ben Gvir con gli attivisti della Global Sumud Flotilla sottoposti a tortura, stigmatizzandolo con il banner “INACCETTABILE”.
È seguita la dura condanna del titolare della Difesa Crosetto e del presidente della Camera Fontana. La levata di scudi, praticamente unanime, è culminata con la durissima presa di posizione del presidente Sergio Mattarella che condanna il "trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo a opera di un ministro del governo di Israele".
Ovviamente nessuno prende sul serio questo riposizionamento. Una settimana fa le critiche al trattamento che Israele riserva ai suoi prigionieri, le accuse di violazione del diritto internazionale, sarebbero state bollate come antisemitismo dalle stesse personalità che oggi le muovono.
Cosa è cambiato? Quale linea rossa ha superato Israele?
In realtà nessuna. Israele ha semplicemente perso due guerre contro l’Iran in dieci mesi, ha militarizzato il Mediterraneo, con la sua pretesa di eccezionalismo ha destabilizzato l’intera regione da Gibilterra al Golfo Persico passando per il Mar Rosso.
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Il Pakistan a difesa dell’Arabia Saudita: il Golfo Persico nell’era delle garanzie incrociate
di Giuseppe Gagliano
Lo schieramento di 8.000 soldati pakistani, di uno squadrone di caccia JF-17 Thunder (Nella foto) e di un sistema cinese di difesa aerea HQ-9 (derivato dal russo S-300)in Arabia Saudita è molto più di un rafforzamento militare temporaneo. È il segnale di una trasformazione profonda degli equilibri strategici nel Golfo. Per decenni, la sicurezza saudita è stata costruita intorno a un pilastro quasi esclusivo: la protezione americana. Oggi quel pilastro non scompare, ma viene affiancato da nuove garanzie, nuove dipendenze e nuovi attori.
La presenza pakistana nel regno saudita mostra che Riad non intende più affidare la propria sicurezza a un solo garante. Gli Stati Uniti restano indispensabili, con i loro sistemi Patriot, THAAD, capacità di intelligence, basi regionali e influenza diplomatica. Ma l’Arabia Saudita, davanti alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, al blocco di fatto dello Stretto di Hormuz e alla vulnerabilità delle rotte energetiche, cerca una profondità strategica ulteriore. E la trova in Pakistan, potenza musulmana, dotata di un esercito numeroso, di capacità missilistiche, di esperienza convenzionale e, soprattutto, di un arsenale nucleare.
È questo il punto più delicato. Nessuno dirà apertamente che l’Arabia Saudita si è messa sotto l’ombrello nucleare pakistano. Islamabad stessa appare prudente, quasi preoccupata dalle interpretazioni troppo esplicite circolate in ambienti sauditi. Ma la percezione conta. E nel linguaggio della deterrenza, la percezione è parte della realtà.
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Nel giardino dell'Occidente
di Chiara Zanella
Capita a volte, nella storia, che gli eventi si raggrumino in una strettoia a imbuto configurando una sorta di lente attraverso cui diventa possibile cogliere la prospettiva d’insieme. Per molta gente, gli anni dal 2019 a oggi hanno svolto questo ruolo; essi hanno reso palesi aspetti cruciali del cosiddetto Occidente che altrimenti sarebbero sfuggiti allo sguardo distratto o forse poco acuto dei più: dalla matrice economica neoliberista con la sua rapace violenza fino alla marcata piegatura verso la biopolitica e la sorveglianza tecnologica (le lezioni romane di Peter Thiel docent); dallo scossone allo stato sociale – filtrato dai lock down e dal Re-arm – verso un regime di decrescita non proprio felice fino alle evidenti dinamiche di esclusione sociale (in qualche caso, di morte civile); dalla lotta alla disinformazione al sapore di censura fino alle guerre propugnate per difendere il “diritto internazionale”, passando per quelle utili a “esportare la democrazia e i diritti umani”, quelle “preventive” in stile Colin Powell ed epigoni e, new entry, la guerra di (pre)potenza che dovrà condurci all’Armageddon con tanto di mandato pastorale. Eccetera.
In quest’epoca di iper-esposizione mediatica e di tecnologie alteranti come l’AI, risulta difficile fissare lo sguardo sugli eventi, visto che essi hanno perso ogni concretezza e sembrano evaporare davanti ai nostri occhi; sembra dunque un’impresa titanica riuscire ad elaborare delle ragioni che li comprendano (nel senso letterale di cum-prendere, tenere insieme).
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Oltre l’egemonia statunitense: risultati e percezioni del confronto tra Xi e Trump
di Alessandro Scassellati
L’incontro avvenuto la scorsa settimana (14-15 maggio) tra il Presidente cinese Xi Jinping e il Presidente statunitense Donald Trump non può essere derubricato a semplice vertice bilaterale; esso segna un punto di svolta, non tanto per la risoluzione dei conflitti strutturali tra le due superpotenze, quanto per la cristallizzazione di un nuovo ordine mondiale in cui l’egemonia statunitense appare visibilmente incrinata. Ha rappresentato l’istantanea plastica di un passaggio d’epoca. In un mondo segnato dalla frammentazione geopolitica e dalla ridefinizione violenta delle sfere di influenza, i due leader si sono incontrati per gestire non una collaborazione, ma una competizione esistenziale che ridefinisce i confini del possibile per il XXI secolo. Il vertice si è svolto in un clima di pragmatismo gelido, lontano dai fasti di Mar-a-Lago del 2017 o dalla diplomazia dei panda degli anni Novanta, riflettendo la consapevolezza che il terreno di scontro si è ormai spostato su un piano strutturale, tecnologico e identitario.
Il teatro delle percezioni: l’imperatore e il negoziatore
La dinamica personale tra Xi Jinping e Donald Trump è intrisa di un simbolismo che va oltre la semplice politica estera. La percezione reciproca non è di fiducia, ma di mutuo riconoscimento di una forza che non può essere cancellata, ma solo contenuta o aggirata.
Xi Jinping si è presentato al vertice con la postura di chi guida una civiltà millenaria in fase di “rinascita nazionale”; con l’aura del leader a vita, architetto del “Sogno Cinese”, la cui percezione di sé è ormai indissolubilmente legata alla missione storica di riportare la Cina al centro del sistema internazionale. Per Xi, il potere non è solo esercizio di governo, ma una missione storica finalizzata a rimediare definitivamente al “secolo delle umiliazioni” iniziato con le guerre dell’oppio (1836-1842 e 1856-1860). La sua percezione di Trump è profondamente mutata rispetto al primo mandato del tycoon: se nel 2017 lo considerava un’anomalia del sistema, un outsider imprevedibile ma gestibile, oggi lo vede come il sintomo terminale di una democrazia liberale in crisi d’identità.
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Sul genocidio di Gaza e l’obbligo che l’Occidente non vuole vedere
di Riccardo Taddei
C’è un equivoco di fondo che attraversa ancora il dibattito pubblico su Gaza, e vale la pena smontarlo con precisione. La domanda «si tratta di un genocidio oppure no?» viene posta come se si trattasse di una questione tassonomica, quasi un problema di classificazione zoologica, qualcosa che riguarda gli esperti di diritto internazionale e non i comuni mortali. Nel frattempo, mentre accademici, opinionisti e cancellerie si accapigliano sul numero esatto di morti necessari per «qualificare» una catastrofe, Gaza e la Cisgiordania bruciano. Ma il problema, a ben vedere, non è solo la risposta. È la domanda stessa.
La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 — un giorno prima della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non per caso — non nasce come uno strumento punitivo postumo. Non è un codice penale che si attiva quando ormai i morti si contano a centinaia di migliaia. La Convenzione ha una funzione che il suo stesso titolo enuncia chiaramente: prevenzione e repressione. In quest’ordine.
L’articolo I è lapidario: «Le Parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire e a punire». Prevenire viene prima. Non è un dettaglio stilistico, è un’architettura giuridica deliberata, costruita sull’esperienza della Shoah, sull’amara consapevolezza che la comunità internazionale aveva avuto tutti gli strumenti per vedere e non aveva voluto agire.
Settantasei anni dopo, lo stesso schema si ripete con geometrica puntualità.
La Corte Internazionale di Giustizia, nel gennaio 2024, ha stabilito nella causa Sudafrica c. Israele che esisteva un rischio «plausibile» di genocidio a Gaza, e ha ordinato misure cautelari. Non ha detto «genocidio accertato» — la procedura giuridica ha i suoi tempi, e la CIG non è un tribunale penale — ma ha detto qualcosa di giuridicamente equivalente, sul piano degli obblighi degli Stati: agite adesso. Le misure cautelari non sono un parere accademico. Sono un ordine vincolante emesso dalla massima autorità giudiziaria internazionale, in attesa del giudizio definitivo.
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La guerra degli Usa contro l’Iran sta trascinando il mondo verso una depressione globale
Crisi in Medio Oriente nel contesto del declino statunitense
Chris Hedges intervista Richard Wolff
1.
Dalla vulnerabilità logistica ai costi sociali occulti, dal tramonto dell’impero al rischio deflattivo: il professor Wolff analizza come il blocco delle rotte commerciali nel Golfo Persico sta scardinando i mercati internazionali. Mentre la paralisi industriale e il caro energia gravano sulle famiglie, emerge la fragilità di un modello produttivo frammentato, che espone il pianeta a una contrazione finanziaria senza precedenti.
Le ricadute economiche di due mesi di guerra in Iran stanno già paralizzando le economie di tutto il mondo. I prezzi dell’energia sono alle stelle. La carenza di benzina e il razionamento affliggono Paesi come il Vietnam, la Corea del Sud e la Thailandia. Dal momento in cui è iniziata la guerra in Iran, a febbraio, il Giappone ha dovuto attingere due volte alle proprie riserve strategiche. L’aumento del prezzo del gas di petrolio liquefatto ha fatto schizzare alle stelle i costi del gas da cucina, devastando le famiglie per esempio in India. Anche il prezzo dei fertilizzanti azotati prodotti nel Golfo sta aumentando a un ritmo allarmante, avendo come effetto forti rincari dei prezzi alimentari.
Vi è una crescente carenza di elio, alluminio e nafta, con effetti devastanti per vari settori, tra cui l’industria dei microchip. Stabilimenti tessili in India e in Bangladesh hanno chiuso i battenti. Acciaierie in India e case automobilistiche in Giappone hanno tagliato la produzione. Decine di migliaia di lavoratori in tutto il mondo hanno già perso il posto di lavoro. Le compagnie aeree asiatiche, unitamente a quelle di Polonia, Germania e Irlanda, stanno riducendo i voli e aumentando i supplementi a causa del raddoppio del prezzo del carburante per aerei.
Gli Emirati Arabi Uniti, uno dei paesi più ricchi al mondo, dotati di fondi sovrani che superano i 2.000 miliardi di dollari, hanno chiesto agli Stati Uniti un’ancora di salvezza finanziaria, in seguito al danneggiamento dei giacimenti di gas causato dai missili, oltre che all’interruzione della navigazione nello Stretto di Hormuz, secondo quanto riportato dal New York Times.
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Escher: rigore matematico e incanto dell’immaginazione oltre le miserie e le prigioni dell’ovvio
di Gioacchino Toni
M.C. Escher, Esplorando l’infinito, introduzione di Luca Taddio, presentazione di Federico Giudiceandrea, Aesthetica Edizioni, Milano, 2026, pp. 214, € 26,00
Come scrive Luca Taddio introducendo il volume Esplorando l’infinito, coniugando rigore matematico e incanto dell’immaginazione, Escher sfida la percezione dello spettatore, «celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in nessun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito» (p. 7). La potenza dell’inatteso delle opere di Escher deriva l’onirico e l’incanto dal rigore delle geometrie impossibili che inventano metamorfosi e trasformazioni, scambi sorprendenti tra pieno e vuoto, alto e basso, interno ed esterno, ecc…
Derivando la realtà dall’illusione, scrive Taddio, «Escher sembra volerci ricordare che il mondo non è fatto solo di ciò che vediamo, ma anche di ciò che immaginiamo»; il suo è «un invito a guardare oltre, a sfidare i limiti della percezione, a perdersi per il puro piacere di scoprire nuove possibilità di visione: virtualità dove ogni curva rivela un paradosso, ogni angolo una possibilità, ogni spazio un segreto». Insomma, l’olandese si rivela «un creatore di mondi, un poeta dell’infinito, un artigiano della forma che ha saputo intrecciare arte e scienza, trasformando la realtà in sogno e il sogno in realtà» (p. 8), mostrando la reversibilità del confine tra illusione e verità.
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Il fronte del Baltico: droni, basi NATO e "l'assedio a Kaliningrad"
di Fabrizio Poggi
Hanno avuto la risonanza voluta dal loro autore i guaiti del ministro degli esteri lituano Kestutis Budrys all'indirizzo della regione di Kaliningrad, con l'incitamento alla NATO a «radere al suolo» le installazioni militari là dislocate. Passati i latrati, è il caso di chiedersi se questi siano qualcosa di più serio che non le mosse di un botolo che, finché si sente protetto dal guinzaglio, abbaia a squarciagola, salvo andarsi poi a rimpiattare tra le gambe del padrone, non appena avverta la propria nullità di fronte a un avversario più grande e più forte. Il fatto è che quella del ministro lituano non costituisce una novità.
Moskva ha più volte indicato che la NATO intensifica le attività in tutta la regione baltica e che la Joint Expeditionary Force a guida britannica non da ora simula scenari per la conquista di Kaliningrad. In generale, l'area baltica sembra essere quella cui la Russia è destinata a prestare l'attenzione più seria.
In particolare da parte lituana, ricorda Kirill Strel'nikov su RIA, a più riprese si è parlato di blocco del transito verso l'exclave russa. Da parte NATO, il generale Chris Donahue, a capo del Allied Land Command and U.S. Army Europe and Africa, ha parlato di un piano per la «soppressione operativa del potenziale difensivo delle forze russe nella regione di Kaliningrad». L'Istituto statale danese di studi internazionali, nel rapporto "Kaliningrad 2024: focolaio di caos e distruzione della Russia nel Mar Baltico", assicurava che per «Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia e Stati baltici, Kaliningrad rimane una fonte di rischio a lungo termine».
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