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La lotta per un ordine multipolare dall'interno dello stesso Impero occidentale
di Carlos Javier Blanco Martín
Data la situazione mondiale, sarebbe normale e prevedibile un aumento del sentimento anti-americano e anti-sionista all'interno del blocco stesso soggetto all'Impero occidentale. Tale sentimento è diffuso, contrariamente ai desideri delle élite dominanti. Sfortunatamente, non si è ancora concretizzato in un movimento di protesta organizzato.
Le analisi ottimistiche sulla forza dei BRICS e sul loro ruolo di agenti di costruzione di un nuovo ordine mondiale sottolineano il fatto tangibile che in gran parte del globo, circa la metà, gli Stati Uniti e i "valori dell'Occidente" non sono più considerati un punto di riferimento. Gli Stati Uniti non perseguono alcun obiettivo positivo, non sono una potenza in grado di fungere da guida, né volontariamente né con la forza. Al contrario, in quella metà del mondo liberata dal colonialismo yankee, estranea all'Impero, si stanno sviluppando modalità di scambio (commerciali e finanziarie, energetiche, diplomatiche, istituzionali, ecc.) molto diverse da quelle delle Americhe, divergenti da quelle imposte dal gigante americano dopo il 1945. Dall'altra parte del mondo si sta diffondendo tra i popoli del Sud del mondo e dei BRICS la consapevolezza di poter vivere al di fuori della gabbia del dollaro. Questo articolo si interroga sulla possibilità che, all'interno della gabbia occidentale, tale consapevolezza – anch'essa in crescita – possa organizzarsi contro le élite dominanti e fare causa comune con i popoli già liberati.
L'Europa occidentale e gran parte dell'America Latina sono rinchiuse nella gabbia del dollaro (e dell'euro), dell'atlantismo, del liberalismo, dell'impero. È il tempo del popolo.
Sia all'interno che all'esterno dell'Occidente, dovrebbe esserci un'effettiva deamericanizzazione di queste altre grandi regioni del pianeta. Nel Sud del mondo e nei paesi BRICS sta già accadendo, e dobbiamo unirci a questa corrente.
La caduta dell'URSS e l'immediata delegittimazione del cosiddetto "socialismo reale" a partire dal 1989 hanno comportato l'avvento di un'ondata neoliberale e occidentale superficiale e accelerata nei paesi che non avevano subito gli intensi e dirompenti processi di americanizzazione dell'Europa occidentale e dell'America Latina . In Russia e in molti paesi slavi, asiatici, africani, ecc., si è rivelata cruciale l'avvento di regimi più o meno democratici, ma comunque difensori dell'identità e dell'economia nazionale, regimi che si allontanavano dallo standard (neo)liberale di stampo anglosassone .
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Alla ricerca di un nuovo principio educativo
di Francesco Barbetta
Il libro Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti è una raccolta di saggi collegati da un tentativo di criticare, da sinistra, la traduzione italiana della scuola neoliberale. Tra questi lavori il testo Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola di Marco Maurizi è molto utile per discutere il profilo professionale del docente di oggi. Maurizi ritiene che il declino della scuola italiana sia il risultato della natura ipercapitalistica della società. Con questo termine identifica una fase del capitalismo in cui la logica del mercato, del profitto, della competizione e della finanziarizzazione diventa il principio organizzativo di ogni aspetto della vita. Il sapere disciplinare solido permette di comprendere la totalità dei fenomeni sociali e di mettere in discussione l’ordine esistente. Di conseguenza è un ostacolo per un sistema che vuole lavoratori adattabili, flessibili, capaci di risolvere problemi ma non di porre domande radicali sulla giustizia o sul senso del lavoro. Questa deriva sarebbe sorretta da una privatizzazione occulta alimentata dall’autonomia scolastica che ha trasformato le scuole in aziende in competizione, i docenti in esecutori di procedure e gli studenti in consumatori. Maurizi si distanzia tanto dalla destra che idealizza la scuola autoritaria del passato quanto da quella che definisce sinistra ultrapedagogista, la quale risponde alla crisi della scuola italiana con una richiesta di maggiore formazione dei docenti ignorando i problemi strutturali della scuola, come i bassi investimenti dello Stato. Inoltre ritiene che attacchino l’autonomia del docente quando trattano gli insegnanti come eterni allievi da correggere, disciplinare e formare. Il loro ideale sarebbe un docente esecutore di protocolli e griglie decisi altrove, non un intellettuale critico padrone della propria disciplina. L’altro bersaglio di Maurizi è il costrutto delle competenze che ritiene essere vuoto e pretenzioso, mescolando obiettivi misurabili a formulazioni spiritualistiche e non verificabili. Serve a mascherare la riduzione della scuola a un dispositivo di adattamento al mercato. La soluzione che prospetta è fuori dalla classe, nella società, con la pedagogia che si fa pratica collettiva di trasformazione e organizzazione del conflitto e in questo modo restituisce alla scuola una funzione democratica ed emancipativa.
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Capitale umano di scarso valore
di Mario Sommella
Una frase sfuggita a Hong Kong svela ciò che il potere economico raramente confessa: l’intelligenza artificiale non nasce per liberarci dalla fatica, ma per ridurre il costo del lavoro e disciplinare chi lavora.
C’è un istante preciso in cui il potere smette di travestirsi e dice la verità su sé stesso. Quasi sempre è un incidente: accade quando chi comanda, convinto di parlare soltanto ai propri simili, dimentica che il microfono è acceso e che oltre la parete della sala riunioni esiste un mondo di persone che del suo cinismo sono la materia prima. È successo a Hong Kong il 19 maggio 2026, davanti a una platea di investitori riuniti per ascoltare i piani futuri di una grande banca. Bill Winters, amministratore delegato di Standard Chartered — gruppo bancario britannico che impiega circa ottantunomila persone in tutto il mondo — ha spiegato che entro il 2030 l’istituto cancellerà oltre settemilaottocento posti di lavoro, sostituendoli con sistemi di intelligenza artificiale. Poi ha aggiunto la frase destinata a inseguirlo: non si tratta di tagliare i costi, ha precisato, ma di rimpiazzare capitale umano di scarso valore con il capitale finanziario e d’investimento che la banca sta immettendo nei propri processi.
1. La confessione di Hong Kong
Conviene partire dai fatti, perché i fatti, in questa vicenda, sono più eloquenti di qualsiasi commento. Standard Chartered non è un’impresa in difficoltà che cerca disperatamente di sopravvivere. È una banca che ha appena annunciato profitti record, sostenuti tra l’altro da diciotto miliardi di dollari di nuovi flussi netti nel solo comparto della gestione patrimoniale. È in questo contesto di abbondanza, non di crisi, che il suo amministratore delegato ha presentato un piano per ridurre di oltre il quindici per cento, entro il 2030, il personale delle cosiddette funzioni di supporto: gestione del rischio, conformità normativa, risorse umane, contabilità. Si tratta di reparti che alla fine dell’anno precedente contavano oltre cinquantamila addetti. La cifra che circola — tra settemilaottocento e ottomila posti di lavoro — non descrive un costo da comprimere, ma un insieme di vite umane, di famiglie, di redditi, di esistenze costruite intorno a un impiego.
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Libano: la forza della resistenza
di Infoaut
E’ passata una settimana in cui la mediatizzazione dell’escalation in Libano ha assunto contorni sfumati e volutamente incerti: che l’Unione Europea nella figura dell’Alta Rappresentante Kaja Kallas pallidamente parli di un “possibile allargamento della guerra e di cessate il fuoco nominale”, è solo l’ultima delle questioni.
* * * *
Il teatrino grottesco che coinvolge Trump e Netanyahu mostra l’importanza della propaganda e della nebbia di guerra. Telefonate furiose, accuse di ingratitudine, parole che vogliono mettere in risalto la responsabilità di Israele nell’aver indirizzato contro di sé l’odio di tutto il mondo. Axios, maggiore canale americano pressoché ufficio stampa del Presidente, ricorda che la pazienza con Netanyahu stava finendo anche già dalla precedente amministrazione Biden. Ma in alcune dichiarazioni rilasciate a Al Jazeera e riportate in questo articolo in merito ai rapporti tra Usa e Israele l’avvocata Isabelle Hayslip del DAWN Advocacy Manager (gruppo di avvocati, ricercatori e attivisti per i diritti umani in Medio Oriente), mette in dubbio la crisi tra Trump e Netanyahu sottolineando come la politica estera americana sia allineata con gli interessi israeliani nella regione.
Al di là delle disquisizioni su questo punto ciò che interessa ritenere è che una patina di confusione vuole essere gettata su quanto sta accadendo sul campo: il ministero della salute libanese conta a oggi 3433 morti e oltre 10mila feriti con una media di 11 bambini uccisi o feriti al giorno.
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Quello che non vogliono che voi sappiate sulla risposta dell'Iran
di Pepe Escobar
L'arte di dominare l'escalation da parte di Teheran
L'Iran detiene un vantaggio schiacciante in termini di escalation rispetto agli Stati Uniti. E questo sta facendo dare di matto il farneticante Imperatore di Barbaria.
Ricapitoliamo rapidamente i momenti salienti della scorsa settimana. In diretta rappresaglia per un attacco aereo del CENTCOM alla periferia dell'aeroporto di Bandar Abbas – una rottura diretta della finzione del "cessate il fuoco" – lo stesso giorno in cui l'IRGC lanciò un attacco mirato contro una base statunitense in Kuwait. L'IRGC è stato inequivocabile: "Se dovesse ripetersi, la nostra risposta sarà più decisa."
La risposta estremamente calibrata dell'IRGC è stata presentata come un avvertimento deliberato, segnalando senza mezzi termini che qualsiasi provocazione statunitense sarà risposta a un attimo, ma senza scatenare il ritorno di una guerra totale.
All'inizio della scorsa settimana, due navi militari statunitensi hanno tentato un "transito oscuro" attraverso lo Stretto di Hormuz: transponder spenti, eludendo il monitoraggio della Marina IRGC e ignorando ripetuti avvertimenti di navigazione.
Eppure l'intelligence delle segnalazioni omanita ha segnalato le navi e, dopo che gli avvertimenti sono stati esplicitamente ignorati, la Marina IRGC ha effettuato un attacco mirato con droni.
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"Non rivendicate diritti": come la sinistra ha dimenticato Marx
di Leonardo Sinigaglia
La prassi politica della moderna sinistra occidentale si basa sulla rivendicazione di “diritti” per gruppi di minoranza presentati come oppressi e marginali all’interno della società.
Tale prospettiva è condivisa anche con i settori più radicali della sinistra, che si limitano unicamente ad accentuare la radicalità delle rivendicazioni: se i moderati chiedono l’estensione del diritto all’interruzione di gravidanza, i radicali chiedono la fine di ogni limite in merito; se i moderati vogliono l’apertura dei confini ai flussi migratori, i radicali esigono l’abbattimento di ogni frontiera; se i moderati denunciano il cosiddetto “patriarcato”, i radicali arrivano a parlare di “decostruzione del maschio” e a presentare ogni uomo come un potenziale violentatore.
Tutto ciò è perfettamente coerente con la visione “intersezionale” fondata sulla credenza post-moderna dell’esclusiva validità di ogni prospettiva soggettiva rispetto a una realtà oggettiva in realtà inesistente, oltre che con l’individualismo estremo proprio del tardo liberalismo. Si tratta di posizioni però incompatibili con il marxismo e con la visione materialista-dialettica, al di là delle credenze degli esponenti della sinistra radicale e delle coloriture retoriche con le quali infarciscono i propri discorsi.
Già nel 1844, Karl Marx, nella sua Critica alla filosofia del Diritto di Hegel, arrivava a vedere nella classe lavoratrice quel “soggetto universale” la cui emancipazione avrebbe significato l’emancipazione generale dell’Umanità, e non la semplice sostituzione di una nuova gerarchia sociale a quella abbattuta, come accaduto per ogni rivoluzione precedente a quella proletaria-socialista.
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Il rapporto tra petrolio, guerra e imperialismo, ieri e oggi
di Domenico Moro
Nonostante la recente guerra tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran, dall’altra, si svolga in un’area, il Medio Oriente, dove è situato il 48% delle riserve provate di petrolio e che soddisfa il 31% dei consumi petroliferi mondiali, c’è ancora chi ha difficoltà a collegare il petrolio con le cause del conflitto. Questo accade anche per quanto riguarda il principale quotidiano economico italiano, secondo il quale: “…le cause di questa guerra non sono economiche: almeno per quanto ne possiamo sapere, l’economia ne è stata una importante conseguenza, non il movente.”[i]
In realtà, lo scoppio di una guerra è sempre stato legato a cause economiche e in particolare all’accesso e al controllo delle materie prime. Questo era vero anche nell’antichità. Ad esempio, nel 43 d.C. l’Impero Romano invase e conquistò la Britannia, soprattutto perché questa era fonte di metalli industriali come lo stagno, fondamentale per la produzione del bronzo, e il piombo, necessario per le tubature e le costruzioni, oltre che di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, e di grano.
Il petrolio e le due guerre mondiali
Il legame tra economia e guerra si è fatto ancora più saldo da quando alcuni secoli fa si è affermato il modo di produzione capitalistico. In particolare, da quando si è sviluppata la grande industria basata sulle macchine, il controllo delle materie prime è diventato uno dei maggiori fattori scatenanti della guerra. Sicuramente, tra le materie prime ricoprono una importanza decisiva quelle energetiche perché senza energia non si può mettere in movimento nessun tipo di macchina. All’interno delle materie prime energetiche, nonostante tutti gli sforzi di emancipazione dai combustibili fossili, il petrolio rimane quella più importante. Nel 2023, a livello mondiale, è stata fornita energia proveniente per 191,6 milioni di Terajoule (TJ) dal petrolio, per 161,8 milioni dal carbone, per 144 milioni dal gas naturale, per 56 milioni dai biocarburanti e dai rifiuti, per 29,9 dal nucleare, per 20,7 milioni da solare, eolico e altre fonti naturali e per 15,3 milioni dall’idroelettrico[ii].
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Magnifica humanitas laus fallaciarum
di jolek78
…] smontare le fallacie di un testo che per metà condivido è, mi pare, il modo più serio di rispettarlo
L’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas è uscita il 15 maggio, e nel giro di una settimana avevo già letto più o meno tutti gli elogi possibili. I cattolici di sinistra (leggasi: cattocomunisti) l’hanno celebrata per l’anticapitalismo esplicito; i critici della tecnologia (leggasi: tecnoscettici) per il monito sulle Big Tech; i giornali generalisti per le citazioni pop – Tolkien, Beethoven, Schindler’s List; perfino qualche ateo dichiarato, in giro per i social, si è tolto il cappello davanti alla lucidità con cui un Papa nomina la concentrazione di potere computazionale nelle mani di pochi. Alla presentazione, nell’Aula del Sinodo, sedeva tra i relatori Chris Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’AI. Non è un dettaglio: è la firma di un documento che vuole essere preso sul serio anche da chi i modelli li costruisce davvero.
Di lodi, insomma, ne ho lette abbastanza. Io però voglio fare l’esercizio opposto.
Non perché Magnifica Humanitas sia un brutto testo – è anzi notevole, ed è proprio per questo che merita di essere trattato come un argomento e non come un’omelia. Voglio leggerla come si legge una dimostrazione: seguendo i passaggi uno per uno, e fermandomi nei punti dove il ragionamento si rompe (spesso). Premetto una cosa, per onestà, visto che è la regola della casa: su buona parte della diagnosi sono d’accordo. L’analisi del potere tecnologico privato – gli attori transnazionali con risorse superiori a quelle di molti governi, l’opacità degli algoritmi, i dati come bene comune sottratto alla collettività, il lavoro invisibile e sfruttato che alimenta i modelli – è roba che firmerei domani. Il bersaglio di questo pezzo non è la politica dell’enciclica. È la sua logica. E smontare le fallacie di un testo che per metà condivido è, mi pare, il modo più serio di rispettarlo.
Una nota di metodo prima di cominciare. L’enciclica conta duecentoquarantacinque paragrafi, e la parola “dignità” vi ricorre centouno volte. Non è un tic stilistico: è la chiave di volta dell’intero edificio. E le chiavi di volta, in un ragionamento, sono esattamente i punti che vanno testati per primi – perché se cede quella, cede tutto il resto.
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Democrazie, dittature: riflessioni storico-filosofiche controcorrente
Lorenzo Battisti intervista Emiliano Alessandroni
Nel libro “Dittature democratiche e democrazie dittatoriali” (Carocci, 2021) Emiliano Alessandroni, filosofo dell’Università di Urbino cerca di andare oltre la contrapposizione che il dibattito ufficiale propone dei due termini. Pubblichiamo l’intervista che l’Autore ha rilasciato a Lorenzo Battisti
L.B. Il tuo libro va al cuore di un dibattito che segue i comunisti fin dai tempi di Marx, quello della democrazia. Nella visione predominante attuale il voto e la democrazia coincidono in una relazione biunivoca: si può parlare di democrazia solo in presenza di elezioni, e queste ultime sono il criterio unico che contraddistingue le democrazie. Sono addirittura il criterio che viene utilizzato per dimostrare la superiorità delle democrazie rispetto ad altri sistemi politici. Questo legame tra voto (la vox populi) e democrazia è scontato come ci viene presentato o ci sono visioni diverse?
E.A. Secondo autori come Hans Kelsen e Joseph Schumpeter, a cui tutt’oggi il liberalismo guarda con ammirazione, le libere elezioni e il volere dei cittadini costituiscono la quintessenza della democrazia. Si tratta però di una conclusione affrettata. Nei Lineamenti di filosofia del diritto, Hegel contesta l’idea secondo cui la volontà popolare promuova automaticamente, laddove sappia imporsi, l’avanzamento della ragione nel mondo: non di rado accade che essa assecondi il dominio dell’irrazionalità. L’autore della Fenomenologia aveva ben presente il furore controrivoluzionario che aveva animato la rivolta della Vandea in Francia allo scoccare del 1793 e lo scatenarsi delle bande sanfediste in Spagna in seguito alla rivoluzione del 1820. Prestava inoltre attenzione al dibattito contemporaneo e alle appassionate celebrazioni del popolo a cui in Germania importanti teorici della Restaurazione come Ludwig von Haller si erano abbandonati, infarcendo i propri discorsi di motivi xenofobi e di disprezzo per le idee del 1789.
A sua volta Marx definisce “plebaglia” quella componente popolare che negli Stati Uniti, ancora deturpati dal marchio della schiavitù su base razziale, mostrava la propria ostilità alla causa abolizionista. Nel paese nordamericano il richiamo appassionato al popolo proveniva perlopiù dal Partito Democratico, che, proprio nel nome della democrazia e dell’opinione pubblica, difendeva strenuamente l’istituto della schiavitù. Ma già Adam Smith aveva a suo tempo sostenuto che il sistema schiavista avrebbe potuto essere soppresso più facilmente sotto un governo dispotico in grado di intervenire con forza sui diritti di proprietà che sotto un governo libero in cui questi ultimi avrebbero egemonizzato le istituzioni rappresentative.
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Edgar Morin: un revisionista di talento
di Eros Barone
E così Edgar Morin, un “grande vecchio” di quella generazione degli anni Venti del secolo scorso che ha prodotto filosofi e sociologi come Althusser, Deleuze, Foucault, Habermas e Lyotard, alla veneranda età di 104 anni ci ha lasciati. Queste le tappe salienti della sua vita: nel periodo della giovanile militanza comunista fu attivo nella Resistenza; espulso dal Partito Comunista Francese nel 1951 per deviazionismo, descrisse l’evoluzione del suo impegno politico nel volume Autocritica (1959); nel 1959 fondò con Sartre la rivista «Arguments»; fu poi direttore di ricerca di un centro di studi transdisciplinari, il CETSAS, il cui scopo era quello di coordinare discipline come la sociologia, l’etnologia e la semiologia. La sua lunga vita, come sempre accade con le personalità di un certo rilievo, è un prisma che con le sue diverse facce riflette i principali eventi di un’epoca storica la cui importanza ben difficilmente può essere sopravvalutata.
L’analisi dei fenomeni culturali, in relazione al diffondersi dei mezzi di comunicazione di massa, rappresenta un momento centrale nella biografia scientifica di Morin, come testimonia L’industria culturale (1962), opera antesignana in questo campo. In seguito però i suoi interessi si sono spostati verso l’epistemologia delle scienze umane per culminare in una imponente opera teorica, Il metodo, (4 voll., 1977-91, ma nell’edizione italiana, pubblicata da Raffaello Cortina, sono sei), in cui Morin sviluppa e approfondisce la tematica della “complessità”.
A partire da una integrazione critica della teoria dei sistemi e della cibernetica, egli ha proposto una relazione complessa tra ordine, disordine e organizzazione, teorizzando una rivoluzione del metodo che consenta l’accesso alla complessità del vivente (La vita della vita, 1980). Successivamente, dopo un’analisi delle condizioni, delle possibilità e dei limiti della conoscenza umana (Conoscenza della conoscenza, 1986), giunse ad applicare allo studio delle idee la prospettiva ecologica, intesa come esigenza di concepire ogni cosa (e quindi anche le idee) quale parte di un contesto più ampio, e di comprendere le interrelazioni e le retroazioni che a questo contesto la legano. Secondo la stessa prospettiva, Morin aveva sostenuto che solo l’elaborazione di modi di pensare adeguati avrebbe consentito il superamento del secolo in cui viviamo: l’idea della matria, intesa come unità fisica, geologica, biologica e umana, permetterà all’uomo di continuare ad abitare la terra.
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Come il resto del mondo vede gli Stati Uniti d’America (e la Cina)
di Paolo Arigotti
Gli anni Novanta del secolo scorso e i primi del nuovo millennio sono oramai passati alla storia come il momento unipolare, caratterizzato dall’egemonia dell’unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti, in grado di imporre la propria volontà a quasi tutto il mondo. Tra fine della storia e unica nazione indispensabile, le definizioni si sono sprecate.
In realtà, sempre per restare alla storia, nessun impero è eterno. E se la potenza a stelle e strisce è ancora in piedi, quel che sta venendo scalfito sempre di più, specie agli occhi dei “non occidentali”, è il prestigio e la percezione globale degli Stati Uniti. In una ricerca condotta tra marzo e aprile di quest’anno è emerso che nell’opinione di decine di migliaia di persone, sparse per oltre ottanta paesi, Washington viene avvertita come la più grande minaccia alla pace e sicurezza mondiale, specialmente dopo le recenti aggressioni contro Venezuela e Iran, per non citare le minacce e guerre dei dazi rivolte perfino nei confronti degli “alleati” (o presunti tali). Al contrario, risulta in crescita il prestigio della Cina, che vede la sua popolarità in costante aumento.
In base all’Indice per la percezione della democrazia per l’anno 2026, un’indagine effettuata ogni anno su decine di stati in tutto il mondo, per conto dell’organizzazione Fondazione Alleanza delle Democrazie, gli USA sarebbero la nazione percepita come una delle maggiori minacce alla stabilità, assieme a Russia e Israele. La percezione netta degli Stati Uniti è precipitata da un +22 per cento a un meno 16, collocandosi dietro alla Russia (-11%) e alla Cina (+7%).
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Dalla Diaz alla Flotilla: il volto feroce dello Stato di polizia
di Osservatorio Repressione
Le torture e le umiliazioni contro gli attivist3 della Sumud Flotilla non sono un eccesso: sono il linguaggio di un potere fondato su guerra, razzismo e impunità
Bolzaneto, la Diaz, le umiliazioni, i pestaggi, gli insulti, i corpi costretti, spogliati, piegati, trasformati in oggetti nelle mani di chi indossa una divisa. Lo spettacolo di violenza brutale esercitato dai militari e dalla polizia israeliana contro gli attivisti e le attiviste della Global Sumud Flotilla non ci appare estraneo. Lo conosciamo. Lo abbiamo già visto all’opera.
Non perché ogni contesto sia identico. Non perché si possano sovrapporre meccanicamente Genova 2001, le carceri israeliane, Ashdod, Ketziot, Gaza, la Cisgiordania occupata. Ma perché in quelle immagini, in quei racconti, in quelle pratiche di degradazione dei corpi, torna una grammatica del potere che attraversa lo Stato moderno quando si sente minacciato, quando ritiene di essere legittimato dalla necessità, quando la sicurezza diventa parola magica capace di sospendere ogni limite.
È lì che il fascismo riemerge non come nostalgia folkloristica, non come semplice repertorio di simboli, ma come possibilità interna agli apparati dello Stato. Riemerge quando i contrappesi democratici si svuotano, quando l’opinione pubblica viene educata all’indifferenza, quando la vita dell’altro non conta più come vita, quando chi dissente viene trasformato in nemico, quando la nazione si percepisce sfidata e pretende obbedienza assoluta.
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L'Ucraina bombarda una centrale nucleare e i media incolpano chi la difende
La Redazione de l'AntiDiplomatico
Sei autobus distrutti, un buco nel muro della sala turbine, un drone pilotato via fibra ottica. Nessuna casualità, solo terrorismo. Eppure l'Occidente cerca ancora una scusa per assolvere Kiev e incolpare Mosca
Ennesimo attacco terroristico. Ennesima provocazione che rischia di far finire mezzo continente in una nube radioattiva. Ennesimo silenzio complice, anzi peggio: ennesimo tentativo di minimizzare, rigirare la frittata, incolpare la Russia. Il copione lo abbiamo mandato giù quasi a memoria. Succede quando le Forze Armate ucraine colpiscono ancora una volta la centrale nucleare di Zaporozhie, la più grande d'Europa. Obiettivo: l'officina mezzi di trasporto. Sei autobus e due furgoni distrutti. Fortunatamente nessun morto tra il personale, questa volta. Ma la fortuna non può durare per sempre.
Il giorno prima un drone da combattimento ucraino, pilotato via fibra ottica – dunque quasi impossibile parlare di errore o di casualità - aveva centrato l'edificio del blocco macchine dell'unità numero 6. Il punto di impatto? A pochi metri dal reattore. Un buco nel muro della sala turbine. Alexei Lijachov, numero uno di Rosatom, non usa mezzi termini: “Non solo oltrepassano le linee rosse, ma anche i limiti del buonsenso”. Perché questa è la verità dei fatti: il regime di Kiev morente ha appena compiuto un attacco mirato e deliberato della storia contro equipaggiamenti chiave di una centrale nucleare.
Ora, fermiamoci un attimo e usiamo il cervello. Chiunque al mondo, anche un bambino, sa che colpire una centrale atomica è follia pura. È terrorismo allo stato puro, l'unica definizione adatta a tale modus operandi.
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Fuga da Big Tech
di Chiara Pedrocchi
YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete.
App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme.
“Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”.
Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto.
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L’Intelligenza Artificiale come «Macchina»
«Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati
di Emiliana Armano
Abstract
Il presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto diretto, critico e non canonizzato con l’opera di Marx: i suoi strumenti concettuali non vanno intesi come dottrina, ma come dispositivi analitici aperti, da ripensare continuamente alla luce delle trasformazioni del capitalismo. Muovendo dal suo ultimo libro sulla critica della riproduzione sociale (2021), l’articolo discute in che misura i concetti alquatiani di «macchina», «iperindustrialità», «capacità-umana-attiva. vivente» e «combinazione attiva» — intesi nella loro reciproca relazione e nei diversi livelli di realtà che Alquati distingue — siano in grado di illuminare le contraddizioni del capitalismo digitale contemporaneo. Il contributo beneficia del confronto con un’analisi specifica sviluppata con approccio interpretativo alquatiano in merito alla questione della sussunzione dell’ esperienza umana (Pentenero, 1989), inoltre si misura criticamente con il recente lavoro di Matteo Pasquinelli (2023), che offre una storia sociale dell’intelligenza artificiale a partire dal concetto marxiano di general intellect, e con alcuni rilevanti contributi di critica dell’economia politica delle macchine, caratterizzanti il dibattito sociologico critico internazionale (Fortunati 2007, Fuchs 2014; Zuboff 2019; Gray e Suri 2019; Dyer-Witheford et al. 2019, Crawford 2021; Cingolani 2021; 2026, Casilli, 2025; Griziotti, 2025).
Al centro dell’articolo è la peculiare attenzione alquatiana alla «capacità-umana-vivente» come merce specialissima, al «sistema umano-macchina» come struttura sempre aperta sulle esclusività umane, e alla politicità intrinseca di ogni processo riproduttivo. Ciò offre strumenti concettuali tanto preziosi quanto scarsamente esplorati per pensare l’IA oltre i miti tecnocratici e oltre un certo marxismo schematico e richiede, tuttavia, di fare propri tali strumenti — riarticolandoli, non semplicemente applicandoli.
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La scatola nera: contro l'intelligenza artificiale
di Moreno Pasquinelli
«Temer si dee di sole quelle cose c’hanno potenza di fare altrui male;
De l’altre no, chè non son paurose»
Dante Alighieri, Inferno, II, 88-90
«Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia»
Arthur C. Clarke [1]
«Anche l’ultima nata tra le macchine, la cosiddetta IA, spacciata come un agente dai taumaturgici poteri, non è dunque intelligente poiché non pensa; poiché non ha coscienza né tantomeno autocoscienza; poiché vede ma non sa quel che vede; poiché parla e scrive ma non comprende il significato di quel che dice e scrive; poiché agisce ma non ne ha consapevolezza; ha capacità di calcolo superiori alla mente umana ma non possiede ragione. L’intelligenza artificiale è insomma una sofisticata macchina calcolante, un micidiale pappagallo stocastico».
Neutralità della tecnica?
L’idea che va per la maggiore è che la Tecnica e/o i dispositivi tecnologici non siano, per loro natura, né buoni né cattivi; buono o cattivo, si sostiene, sarebbe solo l’uso che ne viene fatto. Gli accoliti di questa concezione neutralista, nonché affetti da progressistico fervore, sono anzitutto gli scriba dell’apparato tecno-scientifico, i funzionari di quello politico, la gran parte dei capitalisti, infine cascami intellettuali del liberalismo e del vecchio “socialismo scientifico”, in posizione obliqua quelli cattolici— mentre scriviamo è stata annunciata l’Enciclica Magnifica Humanitas che tratta la questione della cosiddetta “Intelligenza Artificiale” (su cui avremo modo di tornare presto)
Non si tratta solo di un’idea ingenua ma di un’arma ideologica volta a giustificare, in un colpo solo, l’ineluttabilità del sistema capitalistico (non ci sarebbero state altre strade al futuro e/o diverse modalità di progresso), ed a legittimare la funzione esistenziale e dirigente della borghesia.
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L’Ucraina è un problema, per chi la sostiene
di Dante Barontini
Nel caos quotidiano in cui siamo immersi può essere utile soffermarsi un attimo su come (non) funziona più l’informazione occidentale.
Ieri tv e media vari, sia cartacei che online, si hanno detto che – secondo Rosatom, l’agenzia russa per l’energia atomica – un drone ucraino ha colpito la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, senza causare danni alle attrezzature principali, ma lasciando un buco nella parete di una sala macchine.
Il direttore generale della centrale, Alexei Likhachev, descrivendo i danni la rilevato che: “le attrezzature principali non hanno subito danni, ma nella parete della sala macchine si è formato un buco. Colpisce il fatto che il drone fosse guidato tramite fibra ottica. Ciò esclude completamente l’ipotesi di un presunto colpo accidentale“.
I droni a fibra ottica, venendo guidati tramite un filo di fibra che si srotola in aria, hanno infatti il “difetto” di non avere una lunga gittata, ma anche il “pregio” militare di non essere “deviabili” mediante segnali di disturbo basati su onde radio. Sono peraltro facilissimi da riconoscere perché anche dopo l’esplosione restano parti del rotolo di fibra sul terreno e sono assenti le antenne radio.
I nostri media hanno dato la notizia sottolineando la smentita da parte ucraina sulla paternità del drone, per cui si è speso nientemeno che Zelenskij, abituato a recitare qualsiasi parte.
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Dalla guerra fino all'ultimo ucraino a quella fino all'ultima ucraina?
di Davide Malacaria
A surriscaldare ancora più il clima, l'attacco di un drone alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, controllata dai russi. Kiev ha negato l'attacco, ma gli ispettori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) hanno confermato che è stata colpita da un drone e vicino a un reattore
Si surriscalda la guerra ucraina. La scorsa settimana l’attacco ucraino al pensionato studentesco di Starobelsk, nel Donbass, che Kiev ha bollato come una fake News (ma i video sono inequivocabili), 21 i morti tra studenti e studentesse, portato, secondo i russi, con la tattica del doppio colpo, che all’iniziale fa seguire quello contro i soccorritori (tattica usata più volte a Gaza).
L’attacco ha suscitato l’ira di Putin, che non poteva ignorare la rabbia popolare, il quale ha annunciato una risposta durissima, avvertendo gli stranieri di allontanarsi da Kiev e i cittadini della capitale di stare lontani dagli obiettivi sensibili. Un attacco duro che, però, tarda a venire: o c’è stato un ripensamento, improbabile, o stanno selezionando gli obiettivi e preparando i relativi piani di attacco.
Pochi giorni dopo, il drone caduto su un palazzo di Galati, in Romania, due i feriti. Un attacco accreditato alla Russia nonostante il presidente romeno abbia spiegato che era diretto contro obiettivi ucraini di Odessa e che, colpito dall’antiaerea, ha deviato in territorio romeno.
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“Washington, abbiamo un problema…”
di Dante Barontini
Riassumere le ultime 24 ore relative alla guerra in Medio Oriente è relativamente semplice, trarne qualche conclusione attendibile un po’ meno.
Andiamo con ordine, seguendo la freccia del tempo.
Dopo diversi giorni passati a ricevere dagli Usa “correzioni restrittive” al Memorandum di intesa concordato dagli stessi negoziatori statunitensi, mentre Israele allargava oltre ogni immaginazione la sua invasione del Libano, l’Iran ha deciso che “dal momento che il Libano faceva parte delle precondizioni del cessate il fuoco, e poiché questo cessate il fuoco è stato violato su tutti i fronti, incluso il Libano, il team negoziale iraniano fermerà i colloqui e scambierà testi con gli Stati Uniti attraverso il mediatore”.
Il gioco era diventato di fatto insostenibile, con Israele che considera il Libano “fuori” dalla trattativa tra Usa e Iran, da cui è stato escluso per decisione di Trump, e quindi conquistabile a piacere, persino al di là della strombazzata “necessità di disarmare Hezbollah”. Rendendo così palese quel che tutti – Tel Aviv in testa – provavano a negare: Israele non ha alcun a “necessità di difendersi”, ma soltanto una pervicace volontà di espansione militare in tutto il Medio Oriente, fino ai limiti di una “Grande Israele” vagamente accennata in alcuni versetti biblici particolarmente deliranti.
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Il boom dei data center per l’intelligenza artificiale sta creando le infrastrutture per la tokenizzazione e il controllo?
di Curro Jimenez
Immaginate di dover giustificare una spesa di miliardi – molti dei quali provenienti da istituzioni finanziarie e finanziamenti statali tramite contratti – e di dover mettere a dura prova le risorse energetiche e idriche per costruire data center alla capacità attuale, con il solo scopo di tokenizzare l’economia, implementare le valute digitali delle banche centrali (CBDC) e abilitare il monitoraggio tramite intelligenza artificiale. Ci sarebbe una forte resistenza. Tuttavia, se tutto ciò fosse accompagnato dalla promessa di costruire una sorta di futuro utopico, allora tale resistenza potrebbe essere neutralizzata. Almeno per coloro che ci credono.
I conti non tornano e la logica non regge. Questa potrebbe essere la sintesi dell’attuale bolla dell’IA (leggi la teiera). Se ciò fosse vero e l’IA non mantenesse le sue promesse, a cosa servirebbe l’enorme accumulo di data center?
* * * *
Ecco che entra in gioco la tokenizzazione dell’economia: il processo mediante il quale i diritti di proprietà legale su beni del mondo reale (RWA), materie prime e valute vengono convertiti in token digitali basati su blockchain. In teoria, ciò consente scambi commerciali globali più efficienti, istantanei e sicuri. In pratica, si tratta di una trasformazione del funzionamento dell’economia, attraverso la fusione tra finanza e tecnologie digitali.
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Il buco nero d'Europa: Chi guadagna davvero con le macerie ucraine?
di Francesco Cappello
Dalla distruzione demografica alla speculazione dei mercati transatlantici: come la guerra d’attrito ha trasformato una nazione in un’idrovora finanziaria, nel silenzio complice e masochista dell’Europa. Caccia all’uomo per le strade, miliardi a fondo perduto e corruzione di regime: sotto il velo dello stato marziale si consuma la fine di una nazione sacrificata sull’altare dell’unipolarismo
Aiutarli!? Aiutarli a morire del tutto in lenta agonia?
Nel dicembre del 2025, tracciando un bilancio analitico dopo quasi quattro anni di conflitto, provavo ad analizzare e denunciare il collasso generalizzato e senza speranza che stava investendo l’Ucraina (qui l’articolo: https://www.francescocappello.com/2025/12/01/alcuni-aspetti-dello-stato-dellucraina-dopo-tre-anni-di-guerra/).
L’agonia terminale dello Stato ucraino: l’epilogo di un fallimento strategico e finanziario annunciato
Oggi, nel maggio 2026, quel quadro fosco che avevo delineato non solo si è confermato, ma è precipitato in un’agonia terminale. Quello che gli analisti allineati si ostinano a chiamare “stallo” è in realtà il definitivo fallimento strategico, demografico, economico e infrastrutturale di un intero Paese, scientificamente sacrificato sull’altare degli interessi geopolitici anglo-statunitensi e della cecità masochista dell’Unione Europea.
La risorsa più preziosa e insostituibile, l’essere umano, è stata interamente consumata da una logica di attrito spietata. Recenti analisi e report istituzionali indicano che le perdite totali complessive sul teatro di guerra si stanno inesorabilmente avvicinando alla spaventosa soglia di due milioni tra uccisi e feriti. Questo dissanguamento ha generato una piaga che i vertici politici non possono più censurare, ovvero l’esplosione delle diserzioni e dell’abbandono volontario delle unità, che ha ormai raggiunto picchi insostenibili per la tenuta dei fronti. Di conseguenza, la caccia all’uomo da parte dei centri di reclutamento si è fatta brutale nelle strade, mentre il governo tenta disperatamente di varare strette normative che vincoleranno i giovani tra i 18 e i 22 anni all’addestramento obbligatorio, vietando di fatto ogni speranza di espatrio. Il risultato finale è un deserto demografico irreversibile, con una popolazione reale stimata ormai ben al di sotto dei 30 milioni di residenti (quasi 44 milioni ad inizio conflitto) e un tasso di natalità che tocca il minimo storico mondiale, configurando un vero e proprio suicidio biologico e sociale di lungo periodo.
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Intorno a Emiliano Brancaccio e il “Libercomunismo”
di Alessandro Visalli
Cenni biografici e premessa
Emiliano Brancaccio, nato a Napoli nel 1971, laureato in science politiche nel 1988, l’anno dopo del conseguimento del mio dottorato, successivamente consegue un master in economia a Torino nel 1999, nel 2000 completa un periodo di formazione nella SOAS di Londra (un ambiente fortemente segnato dagli studi sullo sviluppo, dalle aree studies e da tradizioni critiche/postcoloniali). Nel 2003 completa un dottorato in “Economia e politica dello sviluppo”. Entrato in relazione con la scuola sraffiana, diventa economista accademico. Insegna attualmente Economia Politica alla facoltà di Giurisprudenza della Federico II, dopo aver svolto per anni insegnamenti alla Unisannio.
Si tratta di un percorso di formazione rispettabile e piuttosto interessante. Gli fornisce una capacità di leggere la macroeconomia, la politica monetaria e lo sviluppo in una chiave storico-istituzionale che si intravede in alcuni dei suoi momenti migliori. Attiva una sensibilità per le crisi e gli squilibri internazionali e la tradizione marxiana. Non appare dalle fonti una formazione econometrica di punta, o in discipline matematiche hard; alcune esasperazioni linguistiche potrebbero nascere da qui.
Negli ultimi venti anni ha costruito un programma di ricerca coerente, continuo, riconoscibile e con un’identità teorica forte intorno a un’unica categoria, la “centralizzazione del capitale”, che ritiene essere di derivazione marxiana. La catena teorica entro la quale rilegge la “tendenza alla centralizzazione” è Marx (de Il Capitale), Hilferding (Il Capitale finanziario), Lenin (L’imperialismo), Baran e Sweezy (Il capitale monopolistico), conferma empirica della centralizzazione, individuazione di una indefettibile “legge di tendenza della centralizzazione”. Un certo ruolo lo svolge anche Thomas Piketty e una epistemologia costruttivista tratta soprattutto da Imre Lakatos e Milton Friedman.
Ci sono almeno tre momenti da valutare, e separatamente, nella sua produzione: il lavoro empirico, l’impianto categoriale e il programma politico. Come ovvio sono intrecciati, ma hanno anche alcuni livelli di semiautonomia.
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Le pericolose comiche baltiche del grande circo europeo
di Gianandrea Gaiani
La visita del 26 maggio in Lituania del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, insieme al commissario alla Difesa, il lituano Andrius Kubilius, ha offerto spunti utili a fare il punto sulle condizioni della sicurezza europea e di cui la guida.
Dopo aver incontrato i presidenti di Estonia, Lettonia e Lituania a Vilnius, il presidente von der Leyen ha affermato che la recente intensificazione degli attacchi ibridi che ha interessato i Paesi baltici è una “strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre realtà democratiche“.
Per il presidente della Commissione Mosca “sta fallendo” e “le persone nei Paesi Baltici stanno vivendo ciò che molti credevano appartenesse a un’altra era: allarmi antiaerei, famiglie che cercano riparo, scuole chiuse, trasporti interrotti. Questa è la realtà al confine orientale dell’Europa nel 2026. Oggi è qui, domani sarà altrove lungo il confine orientale. Dobbiamo essere chiari su cosa significhi: questi non sono incidenti isolati, questa è una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre società democratiche”.
Von der Leyen ha poi lodato la resilienza dei Paesi baltici, che hanno “risposto con calma, responsabilità e con un chiaro messaggio alla Russia: prevarremo”. Bruxelles esprime “piena solidarietà” a Estonia, Lettonia e Lituania, perché “quando sono messe alla prova, l’intera Europa è messa alla prova”.
Il 21 maggio anche Kubilius (nella foto sotto) aveva denunciato un’intensificazione delle pressioni e della guerra ibrida attribuite alla Russia ai danni dei Paesi baltici, interpretandole come un tentativo del Cremlino di testare la tenuta del sostegno europeo all’Ucraina. In un intervento al Guardian, Kubilius ha collegato l’inasprimento della retorica di Mosca alle difficoltà militari sul fronte ucraino, sostenendo che il Cremlino “sta diventando nervoso e si radicalizza nei suoi attacchi ibridi contro i Paesi baltici”.
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Il feticismo dell'Intelligenza Artificiale
di John Bellamy Foster
In questo articolo John Bellamy Foster affronta questioni radicali in merito all'intelligenza artificiale e al suo ruolo nell'odierna società capitalista. «Le grandi case dell'IA sono divise tra loro, e non possono reggere», scrive Foster, «se l'umanità vuole progredire, le forze e i rapporti di produzione devono essere rivoluzionati insieme… creando un mondo basato sullo sviluppo umano sostenibile»
Gli Stati Uniti stanno vivendo una nuova era di concentrazione e centralizzazione del capitale finanziario monopolistico, caratterizzata dal boom dell’intelligenza artificiale (IA). Gli economisti di S&P Global stimano che negli Stati Uniti, nella prima metà del 2025, «l’80% dell’aumento della domanda interna privata finale» sia attribuibile alla spesa per «data center e relative spese in conto capitale nel settore high-tech».[1] Questo massiccio investimento nei data center è sostenuto da gigantesche società high-tech, il cui numero si può facilmente contare sulle dita di una mano. Queste società sono comunemente indicate nel settore come “hyperscaler”, termine che indica le mega-società che dominano il cloud computing. In base agli investimenti nei data center all'inizio del 2026, vi figurano Microsoft, Amazon Web Services, Google (Alphabet) e Meta, che costituiscono le «Grandi Case dell'IA».[2] Queste gigantesche entità monopolistiche figurano tutte anche tra le prime sei società statunitensi per capitalizzazione di mercato. (Nvidia, la più grande azienda per capitalizzazione di mercato all’inizio del 2026, non è di per sé leader nel cloud computing, ma detiene invece il monopolio dell’80-90% dei chip GPU per supercomputer.) Secondo Bloomberg, Microsoft, Amazon Web Services, Alphabet/Google e Meta hanno investito complessivamente 150 miliardi di dollari nel 2022 e 360 miliardi di dollari nel 2025, mentre prevedono di spendere 650 miliardi nel 2026. In confronto, «si prevede che le più grandi case automobilistiche con sede negli Stati Uniti, i produttori di macchinari per l'edilizia, delle ferrovie, l'industria della difesa, gli operatori telefonici, e le aziende di servizi di consegna, insieme a ExxonMobil Corp., Intel Corp., Walmart Inc. e le società spin-off di General Electric - 21 aziende in totale - spenderanno complessivamente 180 miliardi di dollari nel 2026».[3]Gli investimenti nell’IA hanno ormai raggiunto una portata tale da poter essere paragonati al boom ferroviario statunitense del XIX secolo.[4] Come nel caso delle ferrovie, l’espansione dell’IA è oggi sostenuta da centri finanziari che manipolano il sostegno governativo, liberandola dalla dipendenza dai profitti effettivi e basandosi invece su ciò che John Maynard Keynes definiva «spiriti animali», ovvero i profitti attesi dai nuovi investimenti.
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Uscire da Hormuz
di Enrico Tomaselli
Mentre la situazione del conflitto nel Golfo Persico sembra fluttuare in un limbo di incertezza, vorrei provare a fare un esercizio pericoloso, ovvero cercare di riassumere la situazione globale per ipotizzare come possa evolvere. Il pericolo, ovviamente, sta nella difficoltà di applicare un processo deduttivo razionale, a un quadro in cui gli elementi non razionali sono purtroppo numerosi. Quindi ogni mia successiva ipotesi deve essere considerata come probabilisticamente incerta.
Dal punto di vista iraniano, la questione è in realtà molto semplice. La leadership di Teheran considera non solo di aver inflitto al nemico danni strategici ben superiori a quelli subiti, ma di essere in una posizione negoziale di assoluta forza. Quando Qalibaf dice che l’Iran afferma la sua posizione con i missili, e che la spiega col negoziato, non sta semplicemente offrendo una versione persiana dello slogan americano sulla “pace attraverso la forza”, ma sta esplicitando il fatto che la Repubblica Islamica è pronta a tornare alla guerra cinetica assai più di quanto non lo siano gli Stati Uniti. Inoltre, gli iraniani sono consapevoli di avere dalla propria altre due importanti leve. Innanzitutto, le conseguenze della crisi energetica (e non solo) derivante dal blocco dello Stretto di Hormuz, mordono soprattutto le economie dei paesi amici degli USA, ed in qualche misura degli USA stessi.
In una straordinaria dichiarazione congiunta, l’Agenzia Internazionale per l’Energia, il FMI, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, hanno lanciato un allarme circa l’imminenza della crisi globale.
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