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Il vero significato della Resistenza
di Eros Barone
Per parecchi anni ho pensato che era giusto ribadire il carattere (non solo politico e ideale ma anche) irriducibilmente metapolitico e, quindi, etico dell’antitesi tra fascismo e antifascismo. Un’antitesi che - così pensavo -, essendo eterna (in senso trascendentale), implica un’opposizione tra contrari che non contempla termini intermedi ed esclude, per definizione, qualsiasi possibilità di mediazione e, dunque, di pacificazione. Ritenevo perciò che, esattamente come accade con le coppie opposizionali ‘pari-dispari’, ‘legale-illegale’, ‘educativo-diseducativo’, anche quella tra fascismo e antifascismo fosse incomponibile. In questo senso, è da considerare perfettamente vero il corollario che inesorabilmente discende dalla dura logica degli opposti correlativi or ora evocata: il peggiore degli antifascisti sarà sempre migliore del migliore dei fascisti.
Sennonché, pur essendo vero, da un lato, che l’antifascismo esprime un’antitesi radicale ed è la negazione determinata del fascismo, ciò non significa, dall’altro, che esso sia un blocco unico e indifferenziato, come ìndica la compresenza, al suo interno, di diverse classi sociali e di diverse correnti politiche e ideologiche. In altri termini, vedendo l’uso opportunista e trasformista che dell’antifascismo operano forze politiche quali il Pd e la stessa Anpi, sono giunto alla conclusione che occorre prendere atto della relazione antitetica che intercorre fra l’antifascismo proletario e l’antifascismo borghese, e dunque comportarsi e agire di conseguenza.
Dal canto suo, Italo Calvino ha dimostrato di aver intuìto in modo geniale il carattere profondo dell’antitesi fascismo/antifascismo, scegliendo, nel suo magistrale esordio narrativo, Il sentiero dei nidi di ragno, di incarnare la Resistenza (non in una formazione partigiana disciplinata e impeccabile ma) in un gruppo di sbandati raccogliticcio, sciamannato ed eterogeneo, tra i cui componenti e il banditismo corre, talora strappandosi, la minima differenza di un sottile filo di seta.
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Il pianeta Marx ancora nel dettaglio: la mercanzia come feticcio
Cronache marXZiane n. 20
di Giorgio Gattei
«La merce è una cosa imbrogliatissima»
(K. Marx, Il Capitale)
1. Così come la reificazione indotta dalla presenza della “forma di merce”, quale connotato universale dei rapporti economici, produce effetti radicali sulla figura del suo produttore (vedi la Cronaca precedente), altrettanto succede per il consumatore che non gode più di un valor d’uso autoprodotto, ma consuma qualcosa che altri hanno prodotto e che ha acquistato sul mercato e la differenza non può non esserci, proprio come «la fame è la fame, ma la fame che viene placata con carne cotta mangiata con forchetta e coltello è una fame diversa da quella che divora carne cruda con l’aiuto di mani, unghie e denti» (K. Marx, Introduzione del 1857). È per questo che nel Capitale più non si parla di “alienazione ideologica”, come negli scritti marxiani giovanili, bensì di «feticismo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci». La differenza è decisiva (benché ci sia ancora chi considera i due termini equivalenti) perché, se «l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, nella produzione capitalistica è dominato dall’opera della propria mano». Si capisca bene: un conto sono le alienazioni religiose, politiche o filosofiche che producono nella coscienza le categorie astratte di Dio, dello Stato e della Idea alle quali ci si sottomette nella pratica, ben diverso è invece il caso della merce il cui acquisto è maledettamente concreto e il cui consumo assicura una soddisfazione materiale, che in dottrina si chiama “utilità” e che all’aumentare delle dosi consumate decresce fino al punto limite di massimo godimento della sazietà, che non è affatto illusoria. E così, se ci vuole tanta fede per credere che nell’ostia consacrata sia presente il corpo di Cristo o che la bandiera nazionale rappresenti la Patria o che il partito persegua sempre e comunque l’Idea, nulla occorre per avvertire nel consumo della madeleine di Proust quel sapore di vaniglia che «di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità allo stesso modo in cui agisce l’amore, colmandomi di una essenza preziosa: o meglio questa essenza non era in me, era me stesso.
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L’attacco all’Iran rischia di far naufragare il sistema dei petrodollari
di Giacomo Gabellini
La Terza guerra del Golfo sta minando le fondamenta del predominio finanziario statunitense
Il conflitto in Medio Oriente sta spingendo le monarchie del Golfo a tagliare gli investimenti negli Stati Uniti per finanziare la ricostruzione interna. L’inefficacia di Washington nel proteggere i propri alleati locali e il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz compromettono la valuta statunitense. Con un debito verso i 40 trilioni di dollari, gli Usa vedono le banche centrali preferire l’oro ai Treasury Bond. L’egemonia monetaria degli Stati Uniti rischia di crollare sotto il peso di deficit e interessi crescenti.
* * * *
Tra i suoi molteplici effetti a cascata, la guerra scatenata dalla coalizione israelo-statunitense contro l’Iran ha indotto le monarchie arabe del Golfo Persico a riconsiderare radicalmente la reale consistenza delle garanzie di sicurezza statunitensi. Dall’inizio del conflitto, la rappresaglia iraniana si è concentrata non soltanto su Israele.
Teheran ha colpito anche le basi militari statunitensi impiantate presso i Paesi inquadrati nel Consiglio per la Cooperazione del Golfo, nonché le infrastrutture energetiche preposte all’estrazione, alla raffinazione e allo stoccaggio di petrolio e gas. QatarEnergy si è addirittura ritrovata nella necessità di invocare la forza maggiore per ufficializzare l’impossibilità a onorare i contratti di fornitura a lungo termine siglati con Belgio, Cina, Corea del Sud e Italia per un periodo di cinque anni.
Soltanto nelle prime quattro settimane di conflitto, la distruzione arrecata all’infrastruttura energetica del Golfo Persico ha raggiunto una portata tale da rendere necessari anni per riparare gli impianti, ripristinare la produzione ai ritmi prebellici e riorganizzare il traffico marittimo.
Per le monarchie arabe del Golfo Persico, le esigenze domestiche legate alla ricostruzione sono destinate ad assorbire enormi risorse negli anni a venire.
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Propaganda UE e pragmatismo bulgaro
di Michele Paris
Non c’è stato nemmeno il tempo per l’Unione Europea di godersi la sconfitta di Orbán in Ungheria che gli elettori bulgari hanno consegnato una nettissima vittoria, nelle elezioni del fine settimana, a una nuova forza politica che Bruxelles e la stampa ufficiale hanno da tempo classificato come “filo-russa”. Quest’ultima è il partito Bulgaria Progressista (PB) dell’ex presidente, Rumen Radev, capace di presentarsi come l’uomo (forte) giusto al momento giusto con due semplici messaggi: mettere fine alla gestione mafioso-oligarchica del potere e ristabilire relazioni normali – e, soprattutto, vantaggiose per la Bulgaria – con la Russia. Come in Ungheria, anche qui la burocrazia europea e la classe dirigente europeista indigena avevano denunciato le fantomatiche “interferenze” del Cremlino, ma è bastato il discredito degli ultimi governi e una situazione economica a dir poco precaria a mobilitare un numero insolitamente alto di votanti che ha deciso di provare finalmente a voltare pagina.
La dimensione della crisi politica che attraversa il più povero dei paesi UE è spiegata da un dato: quelle di domenica sono state le settime elezioni anticipate in cinque anni. L’instabilità ha dominato il quadro domestico almeno dalle dimissioni nel 2021 dell’allora primo ministro conservatore, Boyko Borissov, in seguito all’esplosione di proteste popolari contro ingiustizie, povertà e corruzione diffusa. Da allora, nessuno dei gabinetti che si sono susseguiti è durato più di un anno. Le elezioni di domenica erano state indette dopo le ennesime manifestazioni di piazza, questa volta contro il governo del premier Rosen Zhelyazkov, anch’egli dimessosi a novembre e poi sostituito a febbraio da un esecutivo ad interim.
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Le conseguenze dell'incompetenza
di Scott Ritter
Gli Stati Uniti hanno perso nettamente il primo round della guerra contro l'Iran. Se Trump decidesse di intraprendere un secondo round, i risultati sarebbero disastrosi per l'America e i suoi alleati. [Scott Ritter]
Per quasi 40 giorni, Israele e gli Stati Uniti hanno condotto un’estesa campagna aerea contro l’Iran, progettata per rovesciare il governo e sopprimere la capacità di difesa dell’Iran. Questa campagna non è riuscita a raggiungere nessuno degli obiettivi dichiarati. Al contrario, si è trasformata in un gioco di numeri in cui risultati gonfiati sono stati presentati a un pubblico acritico da professionisti militari e politici. Il governo iraniano non solo ha resistito ai tentativi di cambio di regime tramite decapitazione, ma ha addirittura rafforzato la sua presa sul potere quando il popolo iraniano, invece di rivoltarsi contro la Repubblica islamica, si è schierato dalla sua parte. Inoltre, anziché sopprimere la capacità dell’Iran di lanciare missili balistici e droni contro basi militari statunitensi, infrastrutture critiche negli Stati arabi del Golfo e Israele, l’Iran non solo ha mantenuto la sua capacità di colpire, ma ha schierato nuove generazioni di armi in grado di neutralizzare facilmente tutti i sistemi di difesa missilistica, intanto che, nell’utilizzare informazioni di intelligence che hanno permesso un puntamento preciso, ha distrutto infrastrutture militari critiche per un valore di decine di miliardi di dollari.
Gli esperti regionali avevano da tempo messo in guardia sulle conseguenze di un conflitto esistenziale con l’Iran, sottolineando che l’Iran non si sarebbe semplicemente lasciato annientare come Stato nazionale vitale senza garantire che anche le altre nazioni della regione fossero soggette a minacce esistenziali simili per la loro sopravvivenza, e che la sicurezza energetica globale sarebbe stata compromessa in modo tale da innescare una crisi economica mondiale.
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Il martello di Silvia e l’incudine del PD
di Michele Agagliate
La sindaca “federatrice” che prometteva Genova fino al 2030, ma ha già l’amo in bocca per Roma. Tra sondaggi-cannibale, selfie con le DJ e l’ira di Don Farinella: ecco come si sgonfia l’Anti-Meloni dei salotti.
Che rottura questa Silvia Salis. Ma, concretamente, cos’ha fatto di così speciale o eclatante per essere vista come la “reginetta del centrosinistra”, la futura federatrice del cosiddetto campo largo (o larghissimo, per meglio dire)?
A guardare il pedigree, sembra la versione politica di un set Lego: incastri perfetti per non scontentare nessuno. Figlia del custode di Villa Gentile (e via con la narrazione operaia e popolare), radici nel PCI del padre Eugenio (omaggio alla nostalgia), ma laureata alla Link University, l’ateneo prediletto dai “servizi” e dalla politica d’élite. Un mix che farebbe invidia a un alchimista del consenso. Eppure, tra un lancio del martello e una poltrona da vicepresidente vicaria del CONI gentilmente offerta dal Gran Maestro delle relazioni Giovanni Malagò, si fatica a trovare la scintilla della statista per acclamazione.
E così, nell’aprile 2026, ci ritroviamo a commentare il “miracolo Genova”. Eletta sindaca da meno di un anno, nel maggio 2025, la Salis è diventata istantaneamente il feticcio di un’area politica che non sa più a che santo votarsi. La vogliono a guidare il baraccone — e non è nemmeno del tutto colpa sua — perché risponde all’ossessione speculare della sinistra: contrapporre una donna a Giorgia Meloni.
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Chicken's Game
di Enrico Tomaselli
Alcune considerazioni a caldo, sull’ultima novità nel conflitto mediorientale.
Nell’immediato, la notizia di queste due settimane di cessate il fuoco ha avuto un duplice effetto: una flessione del prezzo del petrolio (tutto sommato inferiore a quella che ci si sarebbe potuti aspettare) e soprattutto l’offuscamento mediatico del colossale flop dell’operazione statunitense a Isfahan. E, ovviamente, ha rappresentato l’ennesima via d’uscita dal cul de sac in cui Trump s’era cacciato ancora una volta.
Al di là del trionfalismo statunitense, e di quello ancor più ridicolo degli emiratini, l’essere passati nel giro di poche ore dal “distruggeremo la vostra civiltà” al “negoziamo”, per di più accettando come base i 10 punti proposti da Teheran, è inequivocabilmente segno di una sconfitta. Ma questo non significa in alcun modo che si arriverà ad un accordo di pace definitivo, o anche solo duraturo. Il conflitto tra Israele e Iran, e soprattutto quello tra Stati Uniti e paesi leader del multilateralismo – di cui quello con la Repubblica Islamica è parte – non finisce adesso, e tanto meno così. Nella migliore delle ipotesi, stabilisce una tregua. Quanto duratura, si vedrà.
Che nel corso di queste due settimane si possa giungere a un qualche accordo mi sembra improbabile, poiché Trump ha detto di accettare i 10 punti iraniani come base solo per convincere Teheran, ma in sede di negoziato ritireranno sicuramente fuori le loro richieste massimaliste.
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"No Kings" e MAGA: il teatro delle ombre sul ponte del Titanic
di Laura Ruggeri*
Il movimento "No Kings" si è affacciato sulla scena politica lo scorso giugno organizzando manifestazioni di protesta in occasione del compleanno di Donald Trump e della parata militare per il 250° anniversario dell'esercito. Da quel momento le sue iniziative di lotta hanno visto la partecipazione di milioni di persone, non solo negli Stati Uniti ma più recentemente anche in diversi paesi occidentali.
Il movimento si oppone alle politiche della Casa Bianca in tema di immigrazione e alla loro applicazione violenta, denuncia la deriva autoritaria, gli abusi di potere dell'esecutivo e la guerra di aggressione contro l'Iran.
Pur condividendo l'indignazione e la profonda frustrazione che hanno spinto milioni di persone a scendere in piazza, ritengo necessario analizzare gli obiettivi e le finalità del movimento, oltre alle sue fonti di finanziamento.
Commentatori e politici allineati al Partito Repubblicano, basandosi principalmente su un'inchiesta di Fox News, hanno messo in evidenza l'infrastruttura organizzativa e le reti finanziarie che sostengono il movimento, ma lo hanno fatto in modo selettivo per etichettare le proteste come una "rivoluzione colorata".
Avendo scritto ampiamente sulle rivoluzioni colorate, ritengo importante mantenere la chiarezza analitica nell'utilizzo di questo termine al fine di evitare confusione epistemica.
Sebbene sia vero che il movimento No Kings poggi in larga misura su un apparato di protesta professionalizzato, sostenuto da finanziatori di cause liberal come Open Society Foundations di Soros che figura praticamente in tutte le rivoluzioni colorate a cui abbiamo assistito finora, dobbiamo mantenere una distinzione fondamentale, almeno a livello analitico.
Tutti i donatori menzionati nelle indagini condotte da Fox News, Daily Mail, Pearl Project, Snopes e altri, sono cittadini statunitensi.
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Melonellum: l’architettura della sopravvivenza e l’ombra lunga dell’autocrazia
di Mario Sommella
I costituzionalisti lanciano l’allarme sulla riforma elettorale: un premio di maggioranza abnorme, listini bloccati e la soglia dei tre quinti spalancano la porta a una democrazia a sovranità limitata
Non è una riforma. È un dispositivo di sopravvivenza politica travestito da ingegneria elettorale. Dopo il tentativo fallito di piegare la magistratura attraverso la riforma Nordio, affondato nelle urne del referendum di marzo, la destra di governo cambia obiettivo ma non metodo: se non si può manomettere il controllo di legalità, si manometteranno le regole della rappresentanza. Il Melonellum — come l’hanno già battezzato giuristi e costituzionalisti — è la prosecuzione con altri mezzi della stessa ambizione: sottrarre ai cittadini la facoltà di scegliere e consegnare al vincitore, chiunque esso sia, un potere sostanzialmente incontrollato. Una legge concepita non per riflettere la volontà popolare, ma per confezionarla su misura.
Il paradigma della legge truffa
Il richiamo alla «legge truffa» non è casuale né retorico. Nel 1953 fu la Democrazia Cristiana, spaventata dall’ascesa delle sinistre e dall’incognita post-degasperiana, a tentare l’operazione: un premio di maggioranza che avrebbe garantito al vincitore una quota abnorme di seggi. L’operazione fallì per poche migliaia di voti e divenne uno dei momenti più oscuri della storia repubblicana, un paradigma negativo da cui la cultura politica italiana ha impiegato decenni a liberarsi. Settantatré anni dopo, la tentazione torna e viene portata avanti con una brutale chiarezza di intenti che aggrava, se possibile, la natura di quell’antecedente.
Il Comitato di difesa costituzionale, presieduto da Massimo Villone, ha colto con precisione il nodo: non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico, ma di un tentativo di riscrivere i rapporti di forza fra eletti ed elettori trasformando la rappresentanza in una scorciatoia plebiscitaria.
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L’Europa tra dazi e missili
di Luca Lombardi
La guerra commerciale ingaggiata dagli Stati uniti in declino nello scenario globale prelude al conflitto armato su larga scala. E l'Ue che fa?
Nella vita dei popoli i grandi problemi vengono risolti solo con la forza – Lenin
L’attacco israelo-americano all’Iran segue a una crescita generalizzata di conflitti militari seppure in varie forme, dall’invasione «vecchio stile» dell’Ucraina da parte della Federazione Russa al rapimento del presidente Maduro a opera delle forze armate americane. La conflittualità politico-militare cresce di pari passo agli scontri economici e commerciali e ha le stesse cause: gli Stati uniti, e l’occidente nel suo complesso, non sono più in grado di frenare l’ascesa dei propri concorrenti con mezzi ordinari. Devono dunque ricorrere a guerre commerciali e a guerre vere e proprie. I due seguenti grafici mostrano bene questa escalation parallela:

(Fonti: a sinistra Wto; a destra Epu)
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L’arrogante impotenza di Washington
di Dante Barontini
Se li conosci, li eviti. O quanto meno fai verifiche triple prima di accettare un incontro…
Sembra questo, al momento, l’atteggiamento del vertice iraniano a proposito dei colloqui con gli Stati Uniti a Islamabad.
A seguire le agenzie di Teheran la diffidenza si taglia con il coltello. Per quanto la delegazione Usa, capitanata dal vicepresidente J.D. Vance, sia data per già partita alla volta del Pakistan, con i media Usa che danno come certa la partecipazione del presidente del parlamento Ghalibaf, non c’è per ora alcuna conferma ufficiale.
A meno di non voler prendere come tale l’annuncio dell’agenzia Tasnim che sposta però la data a giovedì – in coincidenza con l’incontro tra Libano e Israele a Washington, a ribadire il legame organico tra i due fronti di guerra.
A irrobustire la diffidenza sarebbero arrivate anche informazioni da Mosca che invitano l’Iran a prendere sul serio la possibilità di una “messa in scena mediatica” e di uno scenario di “inganno” da parte del nemico per spianare la strada a una nuova ondata di attacchi. Sarebbe la quarta volta che “il dialogo” viene interrotto dai bombardamenti, e la delegazione trattante – ovviamente composta da dirigenti di peso – rischierebbe di trovarsi esposta ai pruriti omicidi degli israeliani (specialisti nel tentare di uccidere la controparte al tavolo delle trattative).
Sul terreno – meglio, sul mare – lo stop and go prosegue. Due giorni fa la flotta statunitense ha colpito una nave portacontainer iraniana nell’Oceano Indiano, violando il cessate il fuoco che scade stasera, nel chiaro intento di dimostrare che si tratta alle condizioni di Washington, con la pistola puntata alla tempia, oppure “cadranno bombe” (secondo il solito Trump style).
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Presentazione di 'Uno sguardo dal Fronte', di Fulvio Grimaldi
di Antonio Martone
Fulvio Grimaldi, Uno sguardo dal fronte, Lad edizioni, 2026
Fulvio Grimaldi, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ’68 a decano degli inviati di guerra in attività, ci racconta il secolo più controverso dei tempi moderni e forse di tutti i tempi. È la testimonianza di un osservatore, professionista dell’informazione, inviato di tutte le guerre, che siano conflitti con le armi, rivoluzioni colorate o meno, o lotte di classe. È lo sguardo di un attivista della ragione che distingue tra vero e falso, realtà e propaganda, tra quelli che ci fanno e quelli che ci sono. Uno sguardo dal fronte, appunto, inesorabilmente dalla parte dei “dannati della Terra”.
Quasi un secolo nel fronte degli aggrediti, feriti, soppressi, esclusi, ingannati, derubati, diffamati, resistenti e rivoluzionari.
Dal Rione Sanità bombardato dagli alleati, a Francoforte rasa al suolo, da Belfast a Mogadiscio, da Tripoli a Caracas, dall’Avana a Teheran, da Gaza a Baghdad, da Asmara a Damasco, da Beirut a Valle Giulia, da Hanoi a Belgrado, dalla BBC a Lotta Continua, dalla RAI al blog, dalla piazza al mondo.
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Trump impone a Israele la tregua in Libano. Netanyahu scioccato...
di Davide Malacaria
È la prima volta che il presidente degli Stati Uniti è così perentorio nei confronti dell'alleato mediorientale, tanto che Axios rivela che Netanyahu e soci sono rimasti "scioccati" dalla sua determinazione
“Israele non bombarderà più il Libano. Gli è VIETATO farlo dagli Stati Uniti. Basta così!!!”. Così Trump su Truth social. Un vero e proprio ordine ribadito in un’intervista ad Axios: “Israele deve fermarsi. Non possono continuare a far saltare in aria gli edifici. Non lo permetterò”.
È la prima volta che il presidente degli Stati Uniti è così perentorio nei confronti dell’alleato mediorientale, tanto che Axios rivela che Netanyahu e soci sono rimasti “scioccati” dalla sua determinazione, che peraltro contraddiceva, almeno secondo essi, quanto concordato nell’incontro tra la delegazione israeliana e il Segretario di Stato Marco Rubio avvenuta a Washington martedì scorso, nella quale si era stabilito che l’IDF si riservava il diritto di colpire “per legittima difesa, in qualsiasi momento, contro attacchi pianificati, imminenti o in corso”.
In pratica, nell’incontro con il neocon Rubio si era deciso per una tregua simile a quella entrata in vigore dopo il cessate il fuoco precedente, con Israele che l’ha violata quotidianamente adducendo motivazioni speciose e provocando centinaia di vittime.
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Impero in disfacimento: Hezbollah neutralizza il "Grande Israele"
di Kit Klarenberg - Al Mayadeen
L'8 aprile, l'entità sionista ha sferrato un colpo diabolico al cuore di Beirut, sganciando bombe da 450 kg su zone residenziali densamente popolate, uccidendo innumerevoli civili e ferendone molti altri. Uno dei più efferati massacri in Libano dalla fine dell'aggressione israeliana del 2024, ha segnato la ripresa dell'invasione dichiaratamente genocida di "Israele". Mentre le bombe continuano a piovere senza sosta, anche in concomitanza con i rari colloqui di persona tra le due parti, i coloni sostenuti dalla Forza di Occupazione Sionista si stanno muovendo rapidamente per stabilire una presenza permanente nel sud del Paese.
Qualsiasi improvvisa pausa nella guerra contro l'Iran, dovuta ai blocchi navali contrapposti dello Stretto di Hormuz, deve essere vista nel contesto della ferma determinazione dell'entità sionista ad annettere il territorio libanese, al servizio della "Grande Israele". L'incursione criminale di Tel Aviv, iniziata il 16 marzo e definita in modo orwelliano dai funzionari come "un'operazione di terra mirata contro obiettivi chiave", è stata solo dieci giorni dopo che i principali organi di informazione si sono degnati di definirla un'invasione.
Il 23 marzo , il ministro delle finanze di Tel Aviv, Bezalel Smotrich, un autoproclamato fascista, ha reso inequivocabili gli obiettivi di "Israele". Ha esortato la ZOF (Zero Opposition Force) ad annettere formalmente il Libano meridionale. Da allora, oltre un milione di persone sono state sfollate, migliaia uccise e infrastrutture civili rase al suolo in massa.
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Il Libano da vicino. Dimenticare Gaza, moltiplicare Gaza
di Fulvio Grimaldi
L’Iran vince anche in Libano
Con l’Iran siamo passati dai 4 punti di Trump per farla finita con Tehran (via il vertice, esercito disintegrato, rivoluzione popolare, regime amico) al più modesto “Niente Bomba”. Una formula che, visto l’assoluto e storico divieto religioso iraniano di bomba, è come se un bullo di cartone mi intimasse “ti spacco la faccia se non la smetti di volare”. E, venendo al Libano, la ciliegiona sulla torta della vittoria dei superstrateghi di Tehran l’ha messa lo stesso Trump, rinsavito da Hormuz: “Gli Stati Uniti hanno vietato a Israele di bombardare il Libano”. Cose che voi umani….
Intanto, però, Israele rimane e continua a imperversare nel sud del paese e c’è da chiedersi se una storia di mezzo secolo di affettamento del Libano da parte del vicino cannibale sia davvero finita. E se il potenziale ricattatorio di Netanyahu nei confronti di chi lo arma e copre sia davvero esaurito. Quanto al rispetto, oltrechè di neanche l’ultima norma del diritto internazionale dal 1948, delle tregue sottoscritte, basta riandare a quella precedente con Beirut e culminata in una serie di stragi IDF, o a quella su Gaza siglata nell’ottobre del 2025 e che a metà aprile metteva sul conto dell’IDF 400 violazioni, 754 morti ammazzati e alcune migliaia di feriti.
Del resto, se i 75.000 abitanti uccisi a Gaza dal 7 ottobre, con il resto di quei centomila registrati da Lancet, se lo meritavano in quanto terroristi, come stupirsi che a livello occidentale non ci sia stato gran sollevamento di arcate sopraccigliari alla legge che i palestinesi sono passibili di condanna a morte se solo pensano di essere palestinesi.
Torniamo a bomba. Effetti della gazificazione del Libano al 20 aprile: 2.400 morti, 8000 feriti e mutilati, 1,5 milioni di sfollati senza alloggio, soccorsi e cura, un paese vastamente distrutto. Quella che viene definita una tregua viene regolarmente utilizzata da Israele per proseguire l’illegittima occupazione e le operazioni genocidarie contro civili. Eppure ora il progetto Libano gli si è spappolato tra le mani.
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“Non c’è stato un dollaro americano speso in Europa e nella Nato che non abbia servito gli interessi americani”
"Sul piano politico la Nato è già disgregata"
Intervista al gen. Fabio Mini
l'AntiDiplomatico intervista il gen. Fabio Mini, già comandante NATO della missione KFOR in Kosovo
Generale, almeno fino a oggi Stati Uniti non sono riusciti a ottenere il sostegno dei propri alleati della NATO per la guerra contro l'Iran: la Spagna ha vietato agli Stati Uniti di utilizzare le proprie basi e persino lo spazio aereo ai velivoli statunitensi. La Francia le si è accodata insieme all'Italia e alla Germania. È possibile che questa congiuntura possa realmente portare all’uscita degli Stati Uniti dalla NATO o comunque a una disgregazione di quest'ultima?
Sul piano politico la Nato è già disgregata. Alcuni Stati membri tergiversano in attesa che Trump se ne vada. Lo stesso Segretario generale con i suoi viaggetti da zerbino volante è il fantasma della Nato che da un lato utilizza la disgregazione come richiamo all’unità e alla coesione mentre dall’altro la alimenta sostenendo quei “volenterosi” schizofrenici che fingono di volere la Nato europea. La Nato che vediamo nell’ombra è il simulacro organizzativo che regge per assuefazione. Non penso che gli Usa lasceranno la Nato e anche se lo facessero eserciterebbero un controllo ancora più stretto ed esoso soprattutto a livello politico-strategico ed economico. Il disegno di Trump è quello di far pagare ai paesi europei dentro o fuori la Nato i cosiddetti “servizi resi all’Europa” nel passato e quelli da fornire per il futuro. Trump non considera che i regali fatti all’Europa durante tutta la guerra fredda e dopo non erano affatto regali e non erano a esclusivo beneficio degli europei. La guerra in Europa ha salvato gli Stati Uniti dalla recessione, la divisione dell’Europa ha fatto di essa il campo di battaglia fra i blocchi, la valvola di scarico di tutte le tensioni e il potenziale cimitero di guerra più vasto e affollato della storia. Per decenni l’Accounting office del Congresso ha presentato una relazione annuale nella quale venivano elencati e monetizzati i “contributi esteri alla sicurezza americana”. Tutti i paesi europei erano elencati in ordine di “consistenza” del tributo. Il cosiddetto ombrello nucleare garantito attraverso la Nato era in realtà la trappola per circoscrivere lo scontro nucleare nel teatro europeo.
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Lombardia, locomotiva sotto pressione: crescita, lavoro e squilibri nel cuore industriale d’Europa
di Roberto Romano
In questo contributo, Roberto Romano, con l’ausilio di dati reali (e non immaginari), smonta alcune consolidate credenze sul ruolo della Lombardia come motore d’Italia, mettendo in evidenza come negli ultimi 20 anni la regione più ricca d’Italia si sia avviata verso un declino economico e sociale. In primo luogo la regione risente di un evidente calo demografico che riduce le potenzialità di crescita e di benessere. Il problema potrebbe essere mitigato solo da una diversa politica migratoria che faccia perno sul lavoro migrante regolare, valorizzato come fattore di potenziamento economico e non come fattore di dumping sociale e salariale in condizioni di clandestinità. Inoltre, l’aumento del divario nella crescita economica tra Italia e Lombardia nei confronti dell’Europa viene spesso imputato alla mancanza di investimenti. I dati dicono il contrario. Ciò che conta non è infatti la quantità ma la qualità. Una qualità che, a livello lombardo, viene compromessa da una minor spesa in R&S ma soprattutto dal fatto che la domanda di beni di investimento si traduce per il 50% in importazioni dall’estero. È il risultato dello scarrucolamento della produzione italiana verso processi di “de-specializzazione” produttiva o verso produzioni a basso valore aggiunto – che invece vengono rappresentate dalla retorica di governo come il futuro della nostra economia (il Made in Italy). In questo quadro, non può quindi stupire il calo dei salari reali, la stagnazione della produttività, il persistere della precarietà e l’emergere del lavoro “povero”. C’è poco da stare allegri.
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Anche Confindustria torna a parlare di gas russo e di miopia della UE
di Stefano Porcari
Appena qualche giorno fa riportavamo le parole di Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, che parlava della necessità di sospendere il bando del gas russo, in vigore dal prossimo primo gennaio. Dichiarazioni piuttosto dirompenti, visto che arrivavano da uno dei principali attori del mercato degli idrocarburi, e colpivano direttamente una delle scelte suicide di Bruxelles, ma pur sempre centrale nello sforzo guerrafondaio contro la Russia.
A convincere di questa necessità Descalzi è stata la dura realtà dei numeri e dei mercati. E ora, a fargli eco, è arrivato anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che è arrivato a fare affermazioni piuttosto pesanti: “questa miopia [della UE, ndr] veramente mi spaventa. Forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa“.
Il numero uno di Confindustria ha posto la questione del gas durante un convegno a Genova, legandola ai pericoli di una prosecuzione del conflitto con l’Iran. Ma su queste formule, diciamo così, “politiche” di come lanciare l’allarme alla classe politica non bisogna cadere in errore. Il fatto stesso che la messa al bando è prevista fra più di sette mesi e se ne parli ora fa capire che ci sono nodi strutturali con cui bisognerà fare i conti, e sono quelli delle capacità effettive e dei costi.
Il fatto che sia stata annunciata la riapertura dello Stretto di Hormuz, di per sé, non risolve affatto la situazione. Anche perché c’è una certezza diffusa sul fatto che, qualora le attuali trattative portassero davvero a una normalizzazione della situazione in Asia Occidentale, le forniture non potranno essere ripristinate come nulla fosse successo: i danni materiali sono tanti, e richiedono tempo e soldi per essere aggiustati.
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Iran, la partita globale: che ruolo giocano Russia e Cina?
di Roberto Iannuzzi
L’aiuto discreto di Mosca e Pechino ha contribuito in maniera rilevante a rafforzare la risposta asimmetrica di Teheran che ha messo in crisi la macchina bellica americana
Mentre l’aggressione militare israelo-americana all’Iran, rapidamente sfociata in una guerra regionale, preannuncia una crisi energetica più grave di quella del 1973, numerosi commentatori hanno speculato sull’apparente basso profilo mantenuto da Russia e Cina nel conflitto.
Alcuni hanno osservato che, malgrado le dure espressioni di condanna dell’attacco israelo-americano e dell’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, né Mosca né Pechino sarebbero intervenute militarmente a sostegno di Teheran.
Molti hanno sostenuto che entrambe trarrebbero profitto da un conflitto che vede gli Stati Uniti impantanati per l’ennesima volta in Medio Oriente.
La realtà è più complessa e sfaccettata. Se è vero che Russia e Cina traggono alcuni benefici nel breve periodo da questa crisi, entrambe corrono gravi rischi a lungo termine da un’eventuale sconfitta dell’Iran.
E sia Mosca che Pechino hanno compiuto alcuni passi per sostenere Teheran, pur cercando di evitare uno scontro diretto con Washington e di inimicarsi le monarchie arabe del Golfo che subiscono la rappresaglia iraniana.
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Dove sta andando l'università? Declini resistibili
di Roberto Fineschi
Oramai quello che, all'interno della comunità accademica, era un malessere di alcuni sta diventando uno stato d'animo diffuso. Dove sta andando l'università (e la scuola, ma ovviamente ci sono delle differenze specifiche)?
Avendo lavorato per venti anni in programmi universitari americani ed essendo quello il modello verso cui la nostra università si è indirizzata, diciamo che ho avuto modo di vedere in anteprima le tendenze adesso in atto da noi e forse di avere di fronte a me nel presente il nostro futuro prossimo.
Credo, d'altra parte, che l'analisi non si possa limitare al proverbiale "o tempora o mores", ma necessiti di un inquadramento nel contesto delle tendenze di fondo di ciò che chiamo capitalismo crepuscolare. Ma partiamo dalle fattualità.
I programmi di studi all'estero, da sempre interpretati dallo studente statunitense con una certa "leggerezza", stanno diventando - e in parte già sono diventati - delle agenzie di viaggio. Si tratta di un andamento coerente nel tempo per cui gli studenti sono sempre meno interessanti, sanno di meno in partenza, studiano poco e dunque ottengono risultati accademici modesti… ma comunque vanno passati. Non solo, devono apparire anche "bravi", quindi passare con buoni voti. Altrimenti diventano molesti con una serie di conseguenze cruciali per l'università.
Se questa tendenza è dilagante nei programmi abroad, si sta diffondendo sempre più ormai anche "at home", con una facilitazione generale che è premessa di livelli più bassi, dunque di ulteriori facilitazioni in una spirale perversa che punta inesorabilmente verso profondità abissali.
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Il brand Salis: come la politica usa la (sotto)cultura per vendersi
di Elia Buonora - Circolo Gap
Ricondividiamo l’interessante contributo di Elia Buonora, pubblicato sui social dal circolo Arci GAP di San Lorenzo, Roma. Elia fa emergere importanti elementi su come la politica sia ormai stata trasformata in un “mercato” in cui le varie forze politiche vendono lo stesso prodotto (ricette sociali da lacrime e sangue e politica estera guerrafondaia e imperialista), ma cambiano la “confezione”.
La riflessione del compagno mette in chiaro una necessità non rimandabile: quella di un polo indipendente e di rottura rispetto al bipolarismo che stritola una reale alternativa al pilota automatico impostato nel nostro paese. Un pilota automatico che ha come traguardo il disastro sociale, ecologico, bellico.
Vi lasciamo alle parole di Elia, che riteniamo utili nell’evidente impellenza di un’altra battaglia da riprendere in mano, con tutti gli strumenti possibili: quella culturale. Buona lettura.
* * * *
Per capire ciò che si muove intorno al recentissimo successo mediatico di Silvia Salis e al vociare che le si è alzato intorno bisogna prenderla alla larga e partire da una specifica figura: Marco Agnoletti.
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Il pedaggio dell’impero
di Mario Pietri
La guerra, in realtà, non è più qualcosa che potrebbe arrivare nei bilanci di famiglie e imprese: ci è già entrata, perché l’aumento dei costi energetici, l’impennata dei premi di rischio, la tensione sui noli, le prime difficoltà logistiche e la ricaduta sui prezzi finali sono già visibili; il punto, semmai, è che il danno già in atto potrebbe cambiare rapidamente scala e natura, perché se lo stallo attuale a Hormuz, con transiti quasi paralizzati, porti iraniani di fatto bloccati, minacce di estensione al Mar Rosso e al Golfo e un’intera regione sospesa tra deterrenza fallita e possibile incendio generale , dovesse protrarsi anche solo per altri quindici giorni, allora non assisteremmo più a un semplice aggravamento di tensioni già in corso, ma a un’accelerazione violenta della crisi, capace di trasformare rincari ancora relativamente gestibili in uno shock inflattivo, ritardi contenibili in interruzioni di approvvigionamento, tensione sui mercati in stretta creditizia, difficoltà industriali in frenata produttiva e malessere diffuso in un logoramento sociale molto più serio, perché quando energia, trasporti, credito e fiducia si deteriorano simultaneamente il sistema non scivola gradualmente verso la recessione: comincia a perderne il controllo. Le perturbazioni su Hormuz vanno infatti già ben oltre la regione e incidono su energia, trasporto marittimo e catene globali di fornitura.
E questo, conviene dirlo con chiarezza, è ancora lo scenario meno distruttivo, quello che presuppone che il sistema continui in qualche modo a reggere, sia pure sotto sforzo; perché nel momento in cui si aggiungesse anche una sola vera variabile di escalation, l’estensione delle operazioni ai porti del Golfo, una chiusura effettiva e non più solo minacciata di Hormuz, un blocco coordinato del Mar Rosso con il coinvolgimento attivo di attori regionali, allora il quadro cambierebbe natura e velocità, smettendo di essere una crisi energetica grave ma gestibile per trasformarsi in un evento sistemico globale, cioè in una rottura capace di interrompere le forniture, far impennare petrolio e gas, comprimere simultaneamente la crescita delle principali economie, destabilizzare i mercati finanziari e scaricare sulle società una pressione tale da convertire il disagio economico in instabilità politica.
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A proposito di “Contro la scuola neoliberale” e della trasformazione dell’istruzione
di Christian Laval
La questione sollevata dal pamphlet collettivo “Contro la scuola neoliberale” è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.
Non ho alcun dubbio che il libro collettivo Contro la scuola neoliberale diventerà un riferimento importante, oltre che oggetto di un dibattito cruciale in Italia. È comunque ciò che gli si può augurare. La questione sollevata da quest’opera è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.
Infatti, ovunque coloro che hanno studiato per anni il processo di neoliberalizzazione delle scuole e delle università ritrovano questa competizione tra gli istituti con il pretesto dell’autonomia, vedono imporsi percorsi “per competenze”, le valutazioni standardizzate degli studenti, le classifiche delle scuole; constatano gli stessi discorsi di colpevolizzazione degli insegnanti, riconoscono le stesse pratiche di razionalizzazione e burocratizzazione che trasformano gli insegnanti in tecnici di un rapporto pedagogico tecnologicamente attrezzato.
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La fiaba (derelitta) che circola sull'aggressione Usa all'Iran
di Andrea Zhok*
Continua a girare questa fiaba derelitta per cui l'aggressione americana all'Iran sarebbe comprensibile e persino utile, avendo come fine uno strangolamento della Cina.
Ho addirittura sentito editorialisti spiegare che Trump sta aiutando le partite IVA italiane perché colpisce la "concorrenza sleale" cinese.
Ok, giusto per intenderci.
La Cina è sicuramente disturbata dalla guerra nel Golfo Persico, lo è per l'approvvigionamento di idrocarburi a basso costo e lo è perché è un grande spazio commerciale che momentaneamente si chiude.
Tuttavia la Cina ha diretto accesso alle eccedenze di petrolio e gas naturale russo (quelle eccedenze che l'Europa genialmente ha liberato, perché noi quando ci sono violazioni del diritto internazionale, signora mia...).
Dunque tanto la guerra nel Golfo Persico che l'attuale secondo blocco di Hormuz da parte americana alla Cina producono poco più di un prurito.
Al contempo, chi parla di "concorrenza sleale" della Cina è rimasto all'epoca in cui la Cina produceva grandi quantità di prodotti a basso valore aggiunto e a prezzi competitivi per i bassi salari. Solo che negli ultimi 20 anni i salari industriali cinesi sono diventati i più alti dell'intera Asia e i prodotti industriali cinesi sono tra quelli a maggior valore aggiunto.
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Sul Washington Post: se non firmate vi ammazziamo
di Pino Cabras
Sul Washington Post dell’8 aprile compare un editoriale firmato da Marc A. Thiessen, dal titolo “Iran thinks it has leverage. Here’s how Trump can prove it wrong”, ossia: “L’Iran pensa di avere una leva negoziale. Ecco come Trump può dimostrargli che si sbaglia”.
Il pezzo compare su una delle testate più rappresentative dell’establishment americano e Thiessen non è un opinionista qualsiasi. A suo tempo, scriveva i discorsi di Donald Rumsfeld — il superfalco del Pentagono negli anni della guerra in Iraq — e poi quelli di George W. Bush nei tornanti più caldi della “guerra al terrore”. È uno dei tecnici della retorica che ha contribuito a costruire per un quarto di secolo quella stagione di interventi militari presentati come necessità strategiche e poi rivelatisi catastrofi a largo raggio (ma non per i produttori di armi).
Il passaggio centrale dell’articolo merita di essere citato per intero:
«Quarto, condurre una raffica finale di attacchi mirati contro la leadership, eliminando i funzionari iraniani che erano stati risparmiati ai fini dei negoziati. Bisogna far capire ai leader iraniani che le loro vite dipendono letteralmente dal raggiungimento di un accordo negoziato gradito a Trump. Se si rifiuteranno di farlo, saranno uccisi.»
Poche chiacchiere. Thiessen propone, con linguaggio piano e manageriale, che gli Stati Uniti usino la minaccia di morte come strumento ordinario di negoziazione diplomatica. Lo scrive su un giornale, con nome e cognome, e il giornale lo pubblica.
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