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USA e UE alla canna del gas
di Giorgio Gattei
Sintesi per Compagni curiosi dell’intervento al Forum della Rete dei Comunisti «Imperialismo: da liberista a predatorio?» (Roma, 09/05/2026)
1. Questa volta parlerò dell’imperialismo, che è la teoria marxista dei rapporti economici internazionali che sono caratterizzati dall’asimmetria tra un Centro dominante e una Periferia subalterna, alla faccia di tutti coloro che «non possono capire come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, dato che non vogliono nemmeno capire come, all’interno di un paese, una classe, possa arricchirsi a spese di un’altra» (scritto da Marx allo stesso tempo del Manifesto del Partito Comunista).
Tuttavia, nella invarianza del contenuto fondamentale, l’imperialismo nel tempo ha mutato la propria forma storica, avendo già percorso la prima fase del colonialismo, che è stato l’imperialismo del tempo di Marx che gli storici economici hanno poi chiamato «l’imperialismo del libero scambio», con il centro che esportava manufatti industriali verso una periferia da cui riceveva materie prime agricole secondo un rapporto di «scambio ineguale» per cui «il paese maggiormente favorito riceve un quantitativo di lavoro superiore a quello che offre in cambio» così che «il paese più ricco finisce per sfruttare quello più povero». È poi seguito, alla svolta del XX secolo, «l’imperialismo dei monopoli» divulgato da Lenin nel celebre testo del 1917 L’imperialismo fase ultima [ma non l’ultima!] del capitalismo nel quale «è diventata caratteristica l’esportazione di capitali» dal centro verso la periferia subalterna per ricavarne profitti e dividendi, così che Nikolaj Bucharin ha potuto parlare al proposito di un «capitalismo esportatore» e Rudolf Hilferding aggiungere che, così facendo, l’imperialismo si rendeva «esportatore non più di merci, ma della stessa produzione di merci» diffondendo il modo capitalistico di produzione dappertutto nel mondo.
Eppure tutta questa potrebbe essere storia passata, dato che se finora sono stati quelli i due imperialismi che ci vengono comunemente raccontati, non essendo ancora giunto a consapevolezza collettiva il fatto che col XXI secolo siamo entrati in una terza fase imperialistica che è il nostro imperialismo e che si caratterizza per essere un imperialismo del debito, dato che il centro non esporta più merci (come al tempo di Marx) ma non esporta nemmeno capitali (come al tempo di Lenin), essendo diventato sia importatore di merci che di capitali che riceve dalla periferia, che resta ciò nonostante subalterna, il che sarà ovviamente da spiegare: com’è possibile che chi esporta merci ed esporta capitali resta subalterno?
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La trappola di Gaza e il disperato tentativo di Israele di non perdere la Casa Bianca
di Redazione
Secondo un'analisi di David Hearst su Middle East Eye non c'è furia peggiore di quella di un Israele disprezzato.
Non esiste risentimento più cieco e rabbioso di quello che Israele riserva ai partner geopolitici che osano contraddirlo. L'ultimo cortocircuito ne è la prova plastica: nel giro di poche settimane – un battito di ciglia nella cronologia macroscopica del conflitto mediorientale – il presidente degli stati uniti Donald Trump è passato dall'essere un'icona intoccabile, così popolare a Tel Aviv da potersi vantare di essere eletto primo ministro, a una figura speculare e opposta. Oggi, per ampi settori dell'opinione pubblica e della politica israeliana, Trump è un uomo isolato, detestato, quasi un moderno amalek biblico da cancellare dalla memoria.
I commentatori filogovernativi non hanno risparmiato critiche.
Per darvi solo un assaggio dell'astio rivolto personalmente a Trump, Yinon Magal, conduttore di un programma in prima serata sul canale 14, ha definito il presidente degli stati uniti "un perdente" e ha etichettato suo genero Jared Kushner e Steve Witkoff come "piccoli ebrei".
Yaakov Bardugo, commentatore politico israeliano, ha affermato che Trump e il suo vicepresidente, JD Vance, stavano diventando i moderni Chamberlain, il primo ministro britannico associato alla politica di appeasement nei confronti di Hitler nel 1938.
Amit Segal, analista politico capo di Channel 12 e di Israel Hayom – testata di proprietà della miliardaria Miriam Adelson –, ha affermato che Trump si è arreso completamente permettendo all'iran di arricchire l'uranio.
Shimon Riklin, conduttore del canale televisivo israeliano di destra canale 14, ha pubblicato su x un articolo in cui affermava che gli stati uniti erano più deboli che mai e che nessuno avrebbe voluto esserne alleato.
Questi commentatori sono vicini al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Alcuni sono considerati i suoi portavoce. E insieme hanno eseguito una manovra di frenata improvvisa da manuale.
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Come l’IA sta rimodellando la scoperta in matematica e fisica
di Mikhail Burtsev - Yang-Hui He - Evgeny Sobko - Thore Graepel - Ananyo Bhattacharya*
L’intelligenza artificiale non sta sostituendo l’intuizione umana in questi campi, ma sta reimmaginando il modo in cui le domande vengono poste, esplorate e comprese.
Tra matematici e fisici teorici, l’intelligenza artificiale suscita una serie di reazioni. Alcuni la considerano irrilevante per il proprio lavoro; altri temono che possa invadere gli aspetti più creativi e intellettualmente gratificanti delle loro discipline. Tuttavia, la verità che sta emergendo, dal lavoro che il nostro team sta svolgendo al London Institute for Mathematical Sciences e altrove, è più sottile.
Piuttosto che sostituire la creatività umana nelle scienze matematiche, l’IA la sta potenziando. Il software ora può verificare le dimostrazioni riga per riga e individuare errori che un tempo avrebbero richiesto mesi di attenta revisione umana.
Può cercare sistematicamente controesempi — verificando se una congettura è realmente vera o fallisce in modo inaspettato. E può proporre passaggi intermedi in un ragionamento, suggerendo utili risultati ausiliari che aiutano a colmare il divario tra ciò che è noto e ciò che deve ancora essere dimostrato.
In campo sperimentale, i prototipi di “scienziati IA” stanno iniziando ad automatizzare parti del ciclo della scoperta, ma rimangono vincolati dalle esigenze del mondo fisico: miscelare reagenti, coltivare cellule, attendere reazioni e confrontarsi con il rumore nei dati.
La matematica e la fisica teorica affrontano molti meno colli di bottiglia. Gli “esperimenti” sono economici, veloci e digitali, e i dati matematici — dai numeri primi alle proprietà di strutture astratte come le varietà — sono puliti e abbondanti¹.
Le aziende che sviluppano sistemi di IA specificamente progettati per il ragionamento matematico hanno riportato progressi costanti nell’ultimo anno. Aristotle, un sistema della società software Harmonic di Palo Alto, in California, ha contribuito a risolvere diversi problemi posti dal prolifico matematico Paul Erdős — domande facili da enunciare ma notoriamente difficili da risolvere.
Axiom Math, una start-up di Palo Alto, ha annunciato che il suo strumento IA ha trovato soluzioni a molti problemi di livello avanzato che i matematici professionisti non avevano ancora risolto.
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Il Lussemburgo fa (definitivamente) cadere la maschera sul riarmo della NATO
di Laura Ruggeri*
Al vertice NATO di Ankara, il Lussemburgo si è posizionato come uno dei più accesi sostenitori dell'accelerazione del riarmo europeo. Per un paese di appena 700.000 anime, al sicuro nell'Europa occidentale e praticamente privo di un esercito, questa posizione non è evidentemente dettata da esigenze di difesa. Il calcolo è puramente finanziario.
L'entusiastica adesione del Lussemburgo alla retorica bellica affonda le radici nel suo ruolo smisurato nella finanza globale. Nonostante le dimensioni ridotte, il Granducato è tra i principali centri finanziari del mondo. I numeri fanno girare la testa. Alla fine del 2025, gli asset in gestione nei fondi domiciliati in Lussemburgo hanno raggiunto gli 8,2 trilioni di euro. Il Granducato gestisce il 58 percento di tutti i fondi cross-border globali. È il secondo paese al mondo per fondi d'investimento, subito dopo gli Stati Uniti, e il primo in Europa. Le sue attività finanziarie estere ammontano a 13 trilioni di euro. Questo non è un paese. È una macchina per l'estrazione di valore, un'enorme pompa finanziaria che convoglia la ricchezza del mondo nelle casse dell'élite globale.
E ora quella macchina ha trovato un nuovo prodotto da vendere: la morte.
La ministra della Difesa Yuriko Backes ha lasciato cadere la maschera prima del vertice, dichiarando ai giornalisti: "Con ogni voce di spesa, dobbiamo anche considerare il ritorno economico per il Lussemburgo". La guerra è un buon affare. E il Lussemburgo intende sfruttare la sua "vocazione".
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Identità digitale obbligatoria: ecco perché la fine della privacy spingerà i ragazzi nel dark web
di Redazione
Le autorità insistono nel dire che queste misure colpiranno soltanto i social media, ma l'infrastruttura che sta prendendo forma dietro le quinte possiede in realtà un potenziale molto più esteso. È ormai solo questione di tempo prima che la scansione delle impronte digitali, della retina e del volto diventi un prerequisito obbligatorio per qualsiasi operazione, anche la più banale, compiuta online.
Una volta varcata questa soglia, come avverte Onur Orzesin nella sua analisi per The Cradle, il controllo dei precedenti personali andrà ben oltre la semplice fedina penale: il profilo digitale diventerà il vero e proprio spartiacque per la carriera professionale di chiunque. Questo nuovo paradigma permetterà agli algoritmi di intelligenza artificiale di setacciare ogni singola traccia lasciata in rete, arrivando a etichettare preventivamente gli utenti come soggetti "a rischio" o inclini a infrangere le regole.
Un simile meccanismo finirà inevitabilmente per soffocare sul nascere il dibattito pubblico. Criticare le linee politiche dello stato, denunciare un episodio di corruzione o anche solo sollevare un dubbio legittimo rimarrà impresso per sempre nel fascicolo digitale del cittadino. Di fatto, i governi non avranno nemmeno più bisogno di ricorrere a ritorsioni esplicite per mettere a tacere le voci fuori dal coro.
Nel momento in cui esprimere il proprio dissenso rischia di azzerare i traguardi professionali di una vita intera, l'autocensura smette di essere un'imposizione esterna e diventa un riflesso condizionato e spontaneo.
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Il vertice di Ankara conferma il pericoloso stato confusionale della Nato
di Alessandro Volpi*
I lavori del consesso presieduto da Erdogan sono facilmente riassumibili in pochi punti: sostegno all’Ucraina per una continuazione sine die della guerra, riaffermazione – sia pur con mille formule esoteriche – del finanziamento del riarmo, apertura di un altrettanto fantomatico “fronte Sud” voluto dalla disorientatissima Meloni, beneplacito alla folle guerra di Trump in Iran che sta prolungando la devastante chiusura di Hormuz.
In pratica la Nato, incarnata da un pazzo scatenato come Rutte, soffia costantemente sul fuoco.
Ma il fuoco può accendersi molto presto a partire dal piano economico.
Il nuovo attacco all’Iran è motivato dalla irrazionalità di Trump che spera davvero di puntare tutto sul rialzo del prezzo del petrolio e del gas: un errore madornale e costosissimo.
In queste condizioni il rialzo del prezzo del gas e del petrolio determinerà infatti un ulteriore incremento dell’inflazione negli Stati Uniti, già oltre il 4%, obbligando assai probabilmente la Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi con effetti pesantissimi per il debito federale Usa, che già paga quasi il 4,6% sul decennale, e per milioni di americani indebitati.
A questo riguardo vorrei aggiungere un interessante dato specifico. Nelle ultime aste il 30% dei titoli del debito Usa sono stati acquistati da fondi hedge con sede in Lussemburgo o nelle Cayman, con evidenti fini speculativi e per l’alto interesse.
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La vera egemonia della destra
di Francesco Coniglione
La destra italiana – ho sostenuto nel mio precedente articolo – parla molto di egemonia culturale, ma spesso dà l’impressione di non avere capito dove essa si trovi davvero. Crede che l’egemonia consista nel piazzare uomini nei consigli di amministrazione, nominare direttori di musei, presidiare saloni del libro, riscrivere programmi, occupare ministeri, correggere manuali, moltiplicare festival amici, sottrarre qualche poltrona a quella che continua a chiamare, con pigra formula di guerra fredda, “cultura di sinistra”. Ma questa non è egemonia: è lottizzazione tardiva. È amministrazione rancorosa del sottoscala simbolico. È il tentativo di compensare con le nomine ciò che non si riesce a produrre con la forza delle idee.
La verità, più semplice e più crudele, è un’altra: la destra un’egemonia culturale l’ha già avuta, e in larga misura continua ad averla. Solo che non è quella sognata dagli apprendisti stregoni della destra identitaria italiana, con il loro pantheon di autori esoterici, nostalgie imperiali, riviste semiclandestine, busti di Evola, fantasie comunitarie, retoriche della Tradizione e rivalse contro i professori progressisti. La vera egemonia della destra non è nata nei cenacoli post-missini, né nelle case editrici militanti, né nelle fondazioni che cercano di dare rispettabilità accademica a ciò che spesso resta risentimento ideologico. È nata molto più in alto e molto più in profondità: nel neoliberismo di Reagan e Thatcher, nella grande controffensiva occidentale contro lo Stato sociale, i sindacati, la redistribuzione, il compromesso socialdemocratico, l’idea stessa che la società possa correggere democraticamente il mercato.
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Peter Thiel, profeta della de-globalizzazione
di Nello Barile
Una delle figure più oscure, controverse ma anche onnipresenti nel dibattito contemporaneo sulla crisi dell’Occidente e sulla deglobalizzazione, è certamente quella di Peter Thiel. La sua visione definita come Illuminismo oscuro, Dark Enlightenment o Neoreazione, ha contribuito, insieme all’opera di altri cybercapitalisti, a riposizionare la Silicon Valley da sinistra a destra (si veda il mio articolo su Musk per doppiozero). In sintesi, il progetto di Thiel mira a elidere il legame stabile che per secoli ha tenuto insieme democrazia, tecno-scienza e mercato, per garantire che il potere economico e politico resti nelle mani della famigerata élite dei tecnocapitalisti.
Il libro di Paolo Perulli Peter Thiel L’America oggi, che parafrasa il celebre film di R Altman del 1993, propone una riflessione sistematica su questa figura apicale, protagonista di una nuova crisi della cultura americana che impatta oggi drammaticamente sulla politica globale. A partire dall’introduzione di Massimo Cacciari, si evidenzia come la crisi attuale rappresenti una rottura epocale fondata sul ruolo centrale della tecnica. Questa rottura, in cui persino la spinta verso lo spazio mira a ristrutturare i rapporti di potere sul pianeta terra, rappresenta un cambiamento qualitativo della nozione di tecnica, ovvero un salto paradigmatico che diventerà visibile ed esperibile nei prossimi anni grazie allo sviluppo della AI e dei computer quantistici, come ben notano Stefano Calzati and Derrick de Kerckhove in Quantum Ecology. Why and How New Information Technologies Will Reshape Societies (MIT Press 2024).
L’analisi di Perulli prende piede dal percorso biografico di questo imprenditore “illuminato”, da cui risulta chiaro che il fatidico riposizionamento a destra delle piattaforme, lungi dall’essere una conquista recente, rappresenti un processo di lungo periodo che ci riporta alle radici stesse della Silicon Valley. Come una sorta di doppelgänger di quell’anima progressista e multiculturale, Thiel ha lucidamente provato a riformare capitalismo e democrazia tramite l’innovazione tecnologica.
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Come siamo arrivati al colonialismo finanziario energetico e alla mutazione della terra da bene comune ad asset finanziario liquido
di Francesco Cappello
Il colonialismo finanziario energetico ha trasformato la terra da bene comune e risorsa agroalimentare ad asset finanziario liquido, negoziabile a Wall Street tramite lo schermo giuridico delle società veicolo (S.r.l. di scopo). Questa smaterializzazione del territorio non è figlia del caso, ma il risultato di una precisa e stratificata architettura legislativa che, nell’arco di un ventennio, ha progressivamente smantellato i poteri regolatori degli enti locali, piegato il diritto di proprietà privata all’interesse dei grandi fondi speculativi e istituzionalizzato il trasferimento di ricchezza pubblica verso paradisi fiscali o consigli di amministrazione transnazionali.
La pietra angolare di questa transizione normativa viene posta nel 2003 con il Decreto Legislativo numero 387, emanato in attuazione della direttiva europea 2001/77/CE. È in questo preciso testo normativo che si consuma il primo decisivo strappo giuridico: la qualificazione degli impianti di energia da fonti rinnovabili come opere di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti. Questa formula, mutuata storicamente dalle grandi opere pubbliche statali come autostrade o ferrovie, viene concessa ex lege a soggetti privati speculatori. L’impatto sul diritto proprietario è devastante. Equiparando un campo di pannelli fotovoltaici privati a una linea ferroviaria, lo Stato conferisce alle multinazionali dell’energia il potere di attivare le procedure di esproprio per pubblica utilità non solo per le infrastrutture di rete e i cavidotti, ma per gli stessi siti di installazione, superando la resistenza degli agricoltori e frammentando la continuità territoriale. Lo stesso decreto introduce l’Autorizzazione Unica, un procedimento centralizzato che concentra in un’unica sede regionale il potere decisionale, esautorando di fatto i Comuni dalla pianificazione urbanistica e riducendo i piani regolatori a simulacri privi di reale efficacia di fronte all’avanzata delle centrali elettriche a terra.
Parallelamente all’accentramento autorizzativo, lo Stato ha edificato un sistema di sostegno finanziario senza eguali nel panorama industriale, trasformando il rischio d’impresa in una rendita garantita dai consumatori.
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Si alza il vento / 3 – Complottismi o apocalissi culturali?·
di Stefano Boni e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Che tempi viviamo? La narrazione che ha accompagnato il Novecento è che stiamo meglio della generazione precedente e che i nostri figli vivranno meglio di noi. Questa storia ormai non è più credibile. La sensazione diffusa è piuttosto di inquietudine per un tempo che vira a burrasca, che mina le certezze, che rende il futuro preoccupante. Il mito della crescita e del benessere regalati da un capitalismo magnanimo ormai è alla corda. Si diffonde la sensazione strisciante, occulta, intima che, girato l’angolo del consumismo comodo ed edonista, si apra un passaggio catastrofico, uno scivolare irreversibile nel collasso della modernità. Ma per quali ragioni? Di chi è la colpa? Quali sono le forze che ci hanno portato sull’orlo del baratro?
Oggi le rappresentazioni su come vada letta l’accelerazione storica contemporanea sono uno dei campi più roventi di scontro politico. Le narrazioni che emergono non solo fuori, ma contro le interpretazioni ufficiali si moltiplicano attraverso i social media. I mezzi istituzionali di informazione rivendicano di avere l’autorità di stabilire ciò che è vero e, di conseguenza, sentono di avere il diritto (o addirittura il dovere) di stigmatizzare le notizie false, le fake news che nutrono le letture sovversive. Nell’ottica dei detentori della narrazione legittima, queste falsità subdolamente diffuse vanno a costituire le biasimate “teorie del complotto”, confinate nel campo della follia o del ridicolo, dell’ignoranza irrimediabile o degli ottusi deliri anti-scientifici. Le letture critiche che nascono al di fuori delle interpretazioni sponsorizzate dai potentati contemporanei sono ritenute sconvenienti derive patologiche, sintomi di un progressivo allontanamento dal reale e dal vero che sfocia in abbagli cognitivi, spiegazioni assurde, visioni disturbate: nell’ottica istituzionale, i complottisti non sono solo pericolosi sovversivi, ma pazzi. Si stigmatizza così la circolazione di interpretazioni che, nonostante mille limiti (riconosco appieno che spesso sono innegabilmente semplicistiche e personalistiche, schematiche e superficiali), attaccano i gangli cruciali della gestione del potere contemporaneo: politici, lobby, gruppi finanziari, Big Pharma, generatori e possessori degli ultimi dispositivi tecnologici, industria bellica ecc.
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L’assistenzialismo per ricchi smentisce le gerarchie antropologiche del sacro occidente
di comidad
Ha suscitato molti sarcasmi la dichiarazione di Gianni Alemanno sull’empatia da lui trovata in carcere da parte dei detenuti, anche loro in maggioranza di destra. Alemanno è stato discepolo, e persino genero, di Pino Rauti; ed ora, in conflitto con la ex moglie, ne rivendica l’eredità spirituale; che è quella di una destra “sociale” e “umanitaria”. Rauti, in polemica con Almirante, si dichiarò contrario alla reintroduzione della pena di morte. In effetti nella destra non c’è conflitto tra guardie e ladri: la maggioranza dei detenuti è di destra, ma lo è anche la maggioranza dei poliziotti e dei carabinieri; ed anche dei magistrati. Al di là delle fiabe sulle “toghe rosse”, la mitica “Magistratura Democratica” (ammesso che sia di “sinistra”) rappresenta in percentuale appena il 10% dei magistrati; e a condurre la campagna contro la riforma della magistratura voluta dal governo di destra, è stato un magistrato come Nicola Gratteri, che è in continua polemica proprio nei confronti di Magistratura Democratica.
Niente di strano: essere di destra consente di fare tutte le parti in commedia, di stare con l’establishment e, contemporaneamente, di cavalcare l’anti-establishment. Aldo Giannuli ha spesso enfatizzato il fatto che la destra internazionale aveva trovato un idolo in Putin; ma nel conflitto in Ucraina si può trovare la destra in entrambi gli schieramenti: in Italia CasaPound è con Kiev e con i nazisti dell’Azov, mentre Forza Nuova si barcamena e cerca di non smentire del tutto i suoi trascorsi celebrativi nei confronti del regime russo, presentato come esempio di “uomofortismo” e di tradizionalismo.
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Una maglietta da calcio per sudario
di Paola Caridi
«E a proposito… nel Paese in cui i bambini stanno morendo, indossano le maglie dell’Argentina, del Barcellona, del Manchester City e del Real Madrid.»
È proprio vero, quello che ha detto Hossam Hassan, l’allenatore dell’Egitto, dopo la partita con l’Argentina che ha estromesso la nazionale egiziana dai Mondiali. Una partita con un risultato ribaltato nella fase finale, su cui pesano pesantissime accuse di razzismo e corruzione.
Quei bambini indossano le magliette del Barcellona, del Real Madrid. Sempre meno le magliette delle squadre di calcio italiane. Indossano le divise delle nazionali più ambite. Brasile, Argentina, Italia, Spagna. Sulle maglie c’è impresso il nome di Ronaldo o di Messi, certamente. Più spesso, dalle parti che ho frequentato, il nome di Mo Salah.
In quelle magliette, i bambini di Gaza ci sono anche morti. Ammazzati dalle bombe israeliane, dai droni israeliani, dai cecchini israeliani. Avvolti in strani sudari che sanno di miti globalizzati, ma anche di piccoli sogni per uscire dall’inferno e respirare altro. Altro oltre il puzzo di morte.
Non ci pensiamo spesso, a questa dimensione. Basta, però, aprire bene gli occhi. Guardare i video che escono da Gaza e dai campi profughi palestinesi in Libano. Pensare a Maradona e ai suoi fratelli di pallone. Ricordare gli oratori cattolici, le favelas brasiliane. E allora tutto torna.
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Partito e fronte ampio: una questione di metodo e un dibattito aperto
di Alessandro Testa*
Il metodo marxista
Il pensiero di Marx e Lenin mi ha insegnato quanto la lotta teorica rivesta un’importanza perlomeno uguale alla lotta economica ed a quella politica. E per poter svolgere con sicurezza una vera lotta teorica, necessitano robusti strumenti di analisi e gestione della prassi. Forse il più potente tra questi è il materialismo dialettico.
Come dispositivo di analisi, la dialettica opera attraverso tre snodi metodologici fondamentali:
- Il primato della totalità: ogni fenomeno — un bene di consumo, una norma giuridica, un’ideologia — non è un oggetto isolato, ma un nodo in una rete globale di relazioni sociali. Epistemologicamente, questo impone di risalire dalle manifestazioni superficiali (fenomeni) alle determinazioni profonde (essenza) che le producono.
- La decodifica delle antinomie: la dialettica funge da lente per rilevare le contraddizioni immanenti a ogni sistema. Invece di leggere la stasi come equilibrio, l’epistemologia marxiana la interpreta come una “quiete temporanea” di tensioni opposte. Il compito dell’analista è isolare il punto in cui la forma attuale diventa una camicia di forza per le forze che essa stessa ha generato.
- L’immanenza della critica: a differenza delle metodologie scientifiche che si pretendono neutre, questo toolbox assume che non esista osservatore esterno. La teoria non descrive un mondo dato, ma interviene in esso. La conoscenza non è riflessa speculare della realtà, ma un’operazione di “messa in crisi”: rivelare come ciò che appare come una legge di natura (es. il mercato) sia in realtà un prodotto storico, contingente e, pertanto, modificabile.
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Il cielo stellato sopra di noi
di Davide Miccione
Sono sempre meno le opere, sempre più rari i libri che non siano semplicemente una giustapposizione di brani o di articoli creati in altra sede e per altre occasioni e poi riuniti alla meglio e siano invece qualcosa che nasca da un’idea organica e che un organismo punti ad essere. Qualcosa di animato da un’idea, da una struttura, da una intenzione. Un’opera appunto. Del resto le opere nascono lentamente e, indipendentemente dal tempo di scrittura, sedimentano a lungo nello spirito dell’autore. Caratteristiche che poco concordano con la cifra delle nostre esistenze individuali: la presentificazione, lo schiacciamento temporale o, per dirla con Hartmut Rosa, l’accelerazione alienata. Tutto muta, tutto cambia, tutto deve cambiare, di nulla resta memoria. Ma senza memoria, come scrive Brancati ne I piaceri, “il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra priva di spessore”, in fondo un eterno presente, un coagulo temporale del tutto inadatto allo sviluppo armonico di un essere umano, adatto soltanto a una esistenza ansiogena, incline all’autosfruttamernto e, volendo ricorrere ad un ossimoro, a una sorta di esaltazione depressa.
Un’opera cerca l’ulteriorità, la permanenza, la possibilità di essere di più della somma delle parti. Per provare a creare un’opera bisognerebbe però possedere un linguaggio, provare il piacere di dire qualcosa nel modo più efficace e piacevole, possedere nel proprio rapporto con il linguaggio una dimensione estetica, ed è invece ben visibile come i miglioramenti dell’intelligenza artificiale nella scrittura siano solo metà della verità, l’altra metà è che sempre più gente scrive come un’intelligenza artificiale. Non è un sorpasso, è, purtroppo, un incontro a metà strada.
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Oltre l'occidente(2)
di Alessandro Visalli
Ieri ho ricevuto le copie staffetta del secondo volume di Oltre l'Occidente. Il libro è già acquistabile online e, salvo ritardi, sarà in libreria fra un paio di giorni. Qualche giorno fa ho anticipato la mia Introduzione al primo volume (quello di Visalli), qui anticipo la Introduzione di Visalli al secondo volume, il mio. Entrambi gli autori saranno a Pisa sabato prossimo, 11 Luglio, per discutere di questa atipica opera a due mani al festival di Ottolina TV. Se sarete da quelle parti vi aspettiamo [c.f.].
* * * *
Introduzione
Quello che leggerete è il secondo volume di un’opera che è stata concepita a due mani e scritta separatamente. Si tratta di due saggi che si guardano reciprocamente, pur nelle differenze stilistiche, espositive e in alcuni casi di accentuazione. Questo libro, come l’altro che è il primo volume di una insolita sequenza, può essere letto da solo, ma gioverebbe del rispecchiamento in quello complementare. Durante tutta la lunga concezione e preparazione, infatti, si è tenuto un fitto scambio di stesure, osservazioni e suggerimenti, in particolare bibliografici, tra gli autori. Non per caso molti testi sono presenti in entrambi, ma letti secondo la prospettiva e angolazione specifica.
Il medesimo titolo, Oltre l’Occidente, indica l’ambizione dell’opera; al contempo, la sua enormità ha costretto ad allargare le reti e optare per un’opera come quella che avete per le mani. Oltre indica la direzione verso la quale gli autori ritengono si debba andare per portarsi all’altezza delle sfide del presente. Quel che chiamiamo Occidente, con dizione che è essa stessa scelta politica e separa ciò che è storicamente rinvio e coevoluzione, non è per gli autori finito, tramontato, non è sconfitto, per ripercorrere formule illustri, è piuttosto chiamato a confrontarsi e superarsi, per salvare la parte migliore della sua storia.
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Quando un movimento sceglie la strada collettiva
di Pino Cabras
Agorà ha pubblicato la sua analisi della gestione pandemica. Vi invito a leggerla per intero, perché è un documento che segna un passaggio politico raro.
Raro non tanto per i contenuti – l’asimmetria tra chi esercitò la costrizione e chi la subì, il ricatto del Green Pass, la subordinazione delle istituzioni alle multinazionali del farmaco, il filo che lega la militarizzazione della profilassi alla normalizzazione della guerra – quanto per il metodo. Questa non è l’opinione di un singolo, soggetta ai ripensamenti della persona: è una posizione entrata nel patrimonio costitutivo di un movimento, nero su bianco, in un documento collettivo. È diventata, per usare un linguaggio da giuristi, il suo “acquis”: ciò che è acquisito e non si ridiscute a ogni stagione.
E questo spiazza. Spiazza chi ha costruito la propria rendita politica inchiodando il mondo a una fotografia del passato, al tempo in cui certe verità non riuscivano a circolare oltre una cerchia di persone coraggiose. Quelli che hanno già accatastato la legna in piazza e aspettano solo di gettare la torcia: a loro nessun ripensamento basterà mai, perché non cercano la verità, cercano il rogo. Il professor D’Orsi – fondatore generoso di Agorà, non padrone dei pensieri e delle prassi che ha favorito far emergere – ha accompagnato questo passaggio con parole personali di un’onestà intellettuale che in politica si vede di rado. Chi le liquida, si qualifica da solo.
Per chi viene da un percorso che su questi temi non ha mai ammainato la bandiera – penso alla comunità di Democrazia Sovrana Popolare, e a quanti pagarono di persona quando tenere il punto costava caro – questo documento è una notizia enorme. Significa che quelle battaglie hanno esercitato egemonia nel senso più pulito, argomentato e morale del termine: non hanno piegato nessuno, perché semmai hanno convinto. È così che si misura la forza vera delle idee: quando diventano patrimonio anche di chi partiva da altre sponde.
La storia insegna che i grandi cambiamenti funzionano così.
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Israele e America Latina: le relazioni pericolose (Parte 1)
di Marco Consolo
Forse non tutti sanno che, nel recente passato, Israele ha fornito armi, intelligence ed addestramento alle dittature civili-militari fasciste in America Latina ? E che, nel presente, Israele è sempre più attivo nel continente latino-americano ? Il sogno sionista del “Grande Israele” non si limita al Medio Oriente, ma lambisce anche l’America Latina.
Questa nota, divisa in due parti, affronta le relazioni pericolose tra Israele ed America Latina, nel passato recente e nell’attualità. Si basa su diverse ricerche realizzate dal movimento BDS latino-americano, su centinaia di notizie, su contatti sul campo realizzati dall’autore in quasi 40 anni di frequentazioni del continente latino-americano e dei Caraibi.
* * * *
La “creazione” di Israele e l’America Latina
I rapporti diplomatici tra Israele e l’America latina sono iniziati subito dopo la creazione di Israele nel 1948.
Nel 1947, nei primi dibattiti delle Nazioni Unite sulla Palestina, i governi liberali dell’America Latina erano in genere favorevoli alla creazione di uno Stato ebraico nel territorio palestinese, mentre, viceversa, i governi cattolici conservatori avevano un atteggiamento meno disponibile. Da subito Uruguay, Guatemala e Perù seguirono una linea marcatamente filosionista nella United Nations Special Committee on Palestine (UNSCOP), una commissione d’inchiesta istituita nel 1947 per indagare sulle cause del conflitto in Palestina, proporre una soluzione per il suo futuro governo e preparare la proposta di partizione. Sotto pressione degli Stati Uniti e delle rispettive lobby sioniste, quei tre Paesi, in qualità di membri dell’UNSCOP, insieme soprattutto al Brasile (allora alla presidenza dell’Assemblea Generale dell’ONU), convinsero molti dei governi latinoamericani a sostenere la partizione della Palestina [i].
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La Babele dell’I.A.
di Paolo Bottazzini
Marx e le icone bibliche
Leone XIV sembra concordare con il Marx dei Grundrisse che le macchine non possano essere racchiuse nel dominio della tecnica, ma debbano essere pensate come una cristallizzazione di rapporti sociali. L’automazione trasforma in ingranaggi e in procedure normalizzate un sapere che è maturato nelle pratiche dei lavoratori, con le operazioni di produzione e nell’interazione con i clienti. I vantaggi che derivano dalla robotizzazione della conoscenza però vengono accumulati solo dai padroni dei dispositivi, mentre tutti gli altri ne restano espropriati, insieme alla perdita del lavoro e all’emarginazione dalla comunità.
L’analisi dell’ambiente tecnologico contemporaneo per il Pontefice deve quindi passare da una ricognizione degli effetti che le piattaforme digitali iscrivono sui rapporti tra nazioni, sulla dialettica tra finanzia, impresa e lavoro, sui comportamenti interni alle famiglie, sulla formazione scolastica. I due riferimenti biblici che vengono invocati nell’Enciclica riguardano due opere di tecnologia edilizia che collocano la comunità al centro dell’impresa: la Torre di Babele e la ricostruzione delle Mura di Gerusalemme. Nel primo caso la tracotanza del progetto si conclude con il fallimento dell’iniziativa e con la dissoluzione della società, che si frammenta in una pluralità di lingue e di fazioni incapaci di comprendersi tra loro. La seconda icona invece rievoca la figura di Neemia, l’uomo della preghiera e della mediazione, che consegna una nuova identità al popolo di Israele attraverso la ricerca pragmatica della concordia.
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Il ronzio delle macchine deve farsi ruggito?
di Pierluigi Fagan
Dal discorso di Rutte ad Ankara emerge senza troppi veli la nuova dottrina transatlantica: meno welfare, più warfare; meno Europa politica, più industria bellica integrata nella piramide strategica di Washington
Il titolo del post è tratto dal discorso di Rutte, Segretario NATO, ieri ad Ankara, è una citazione letterale, formalmente sarebbe un virgolettato.
Rutte si riferiva a quella che ha invocato e promesso come una “rivoluzione industriale della difesa transatlantica”. Come mood, siamo tra fine Ottocento e primi Novecento, clangore di fabbriche alacremente impegnate a produrre guerra, unica igiene del mondo (Marinetti 1909).
Ha aggiunto che questo deve essere notato dalla Russia e da tutti gli altri e già quest’anno, saremo in grado di produrre quattro milioni di proiettili di artiglieria, il doppio dell’anno scorso. Le decisioni del “vertice” sono chiare, il messaggio all’industria e relativi Stati inequivocabile, così è deciso e pianificato. Più o meno è letteralmente quello che ha detto.
La recente sparata di Trump contro il “comunismo” va tradotta, per lui “comunismo” è il debole e sempre più limitato welfare europeo, lo aveva detto e specificato già in passato e del resto, dal punto di vista della sua strategia basata su un rinforzo di potenza americana a base di un totalitarismo del mercato (tutto, tutto letteralmente, deve diventare mercato di modo che la prima potenza di mercato occidentale -se non del tutto economica, del tutto finanziaria- possa dominare il sistema e con questo quantomeno tutto l’Occidente allargato), è conseguente.
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Tucker Carlson & Zohran Mamdani: la rivolta contro l'unipartito Usa
di Piccole Note
Se le cosiddette forze anti-sistema europee conservano per lo più un rapporto di sudditanza verso Israele le forze anti-sistema americane, di destra e di sinistra, contestano al potere imperiale proprio tale subordinazione
L’America va controcorrente rispetto all’onda anomala che ha sommerso l’Europa, dove, nella risacca della sinistra, la rivolta contro le élite che l’hanno governata nel post ’89, è appannaggio della destra nazionalista (salvo eccezioni che confermano la regola) che, al netto delle divergenze, pure eclatanti, condivide con il potere che sta sfidando certa indifferenza-disprezzo per la democrazia e le norme che ne discendono, da cui i rischi. Tra i quali, non ultimo, quello di essere strumentalizzata dal potere che stanno sfidando, che potrebbe usarle per conservare tale potere sotto altre e più brutali spoglie (è accaduto in passato, può perfettamente ripetersi).
Solo il futuro dirà se tale rischio sarà sventato, come solo il futuro potrà dire se dalle ceneri dell’autodafé potranno rinascere forse progressiste non consegnate alla religione liberal-neocon che impera sul Vecchio Continente.
Al netto di quanto accade o accadrà in Europa, dove la disfida in oggetto, sebbene i toni siano accesi, si consuma in un contesto stagnante e decadente, si rileva che, al contrario, in America la sollevazione contro le élite si gioca in un clima più che vivace e al di fuori del rigido orizzonte nazionalista-destroso che limita il gioco politico delle forze cosiddette anti-sistema europee (dove quel cosiddette discende dai rischi di cui sopra).
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Da Gaza al Corno e a Suez, la geopolitica dell’infanticidio --- Egitto, l'ottava piaga
di Fulvio Grimaldi
Infanticidi come strategia di espansione coloniale
A gettare lo sguardo sulla regione che dal Nordafrica arriva al confine afghano e che gli inglesi chiamarono Vicino Oriente e noi Medio, è difficile staccarsi da punti focali come l’aggressione israeloamericana (più israelo che americana) all’Iran e ai fronti correlati di Libano, Palestina, Yemen (gli Houthi), Iraq (le Unità di Mobilitazione Popolare), la Somalia (dove ogni due per tre Trump bombarda la resistenza islamica al regime fantoccio USA). E anche solo eticamente durissimo non soffermarsi su quanto lo Stato terrorista va compiendo di inenarrabile, a laido titolo di autodifesa, su Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano, occasionalmente Yemen
Abbiamo fatto fatica, consapevoli di orrori storici che pensavamo insuperati e insuperabili, a staccare lo sguardo da quanto le recenti inchieste dell’ONU, quella di Save the Children, quella giornalistica olandese, hanno esaminato e documentato in ogni dettaglio sulla strategia impiegata dai vertici israeliani per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese: la programmata carneficina dei bambini di Gaza. A fine giugno 21.000 uccisi, 45.000 feriti e mutilati. Prove, documenti clinici, autopsie, referti, foto, diagnosi: la dimostrazione dell’inconcepibile: un esercito di cecchini addestrati e comandati a colpire in testa, o agli organi vitali, i bambini.
Una pratica che nelle ultime settimane si è estesa alla Cisgiordania. Lo denuncia in un rapporto l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, precisando che tra ottobre 2023 e giugno 2026 sono stati uccisi più bambini che in tutto il periodo dal 1967.
Sono i militari di quello che viene raccontato al mondo come “l’esercito più morale del mondo”.
Non avrebbe dovuto sorprendermi. A Gaza, guerra del 2009 intitolata “Piombo Fuso”, filmai bambini che mi mostravano foto dei loro amici e fratelli morti, colpiti in mezzo alla fronte o al cuore.
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La cura sotto punteggio
di Mario Sommella
Nell’era del welfare algoritmico anziani, disabili e non autosufficienti rischiano di diventare variabili di costo da ottimizzare, non persone da riconoscere. Viaggio dentro la nuova frontiera dell’esclusione automatizzata
In Francia esiste un numero, compreso tra zero e uno, che ogni mese contribuisce a decidere il destino di milioni di persone. Più quel numero si avvicina all’uno, più cresce la probabilità di finire nel mirino di un controllo, di vedersi sospendere un sussidio, di essere trattati come potenziali truffatori. Non conta la storia personale, non conta il volto, non conta la fatica accumulata in una vita: conta il punteggio. E fra i fattori che quel punteggio fanno salire, il sistema pubblico francese ha inserito per anni tre condizioni che dovrebbero togliere il sonno a chiunque abbia a cuore la giustizia sociale: l’essere poveri, l’essere senza lavoro e il percepire un’indennità di disabilità.
Non è una fantasia distopica, non è la trama di un romanzo sul futuro. È il presente, ed è già installato dentro le pieghe amministrative di alcune tra le più mature democrazie europee. La chiamano innovazione. Ci raccontano che l’intelligenza artificiale renderà più efficienti i servizi pubblici, taglierà gli sprechi, semplificherà la vita dei cittadini. Ma dietro questa narrazione luminosa si nasconde una domanda che non è tecnica bensì squisitamente politica: chi deciderà, domani, chi ha diritto all’assistenza, alle cure, alla protezione sociale? E soprattutto, con quali criteri, sotto il controllo di chi, con quale possibilità di replica per chi finisce dalla parte sbagliata del calcolo?
È attorno a questa domanda che si gioca una delle partite decisive del nostro tempo. Perché sotto la parola apparentemente neutra «algoritmo» si sta costruendo un dispositivo di potere che rischia di ridisegnare in silenzio il confine tra chi merita di essere curato e chi viene classificato come costo da contenere. Questa inchiesta prova a smontare quel dispositivo, pezzo per pezzo.
1. La favola dell’efficienza
Ogni potere che vuole tagliare i diritti ha bisogno di parole che facciano sembrare naturale ciò che è invece una scelta.
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Prosciugamento della liquidità globale e rallentamento dell’economia reale trascinano giù bitcoin e azioni
di Francesco Cappello
Premessa
Le banche tradizionali gestiscono il rischio di credito (il debitore sarà in grado di ripagare?). Il sistema dello shadow banking [1] (basato sull’eurodollaro) è ossessionato dal rischio di liquidità (sarò in grado di trovare i contanti domani per rifinanziare il debito?). Poiché il sistema dell’eurodollaro non ha una banca centrale che faccia da “prestatore di ultima istanza” (cioè che stampi denaro in caso di panico), il sistema è costantemente sul filo del rasoio. Lo shadow banking ha ereditato esattamente questa fragilità.
La finanza ha smesso di servire l’economia reale; di conseguenza, un sistema intero (shadow) ritrovandosi in assenza di un ancoraggio reale, esiste solo per mantenere in vita il rifinanziamento costante di sé stesso.
Se l’Eurodollaro non circola, il commercio internazionale si congela perché viene a mancare il carburante monetario globale. Questo provoca la cosiddetta distruzione della domanda. Le multinazionali americane (dalle aziende tecnologiche ai colossi manifatturieri) scoprono che i loro clienti esteri non possono più permettersi di comprare i loro prodotti, sia perché non trovano i dollari sul mercato offshore, sia perché il dollaro è diventato troppo costoso rispetto alle monete locali svalutate. Il risultato è un calo drastico degli utili delle aziende americane e una pesante correzione dei mercati azionari di Wall Street.
Le banche e le imprese globali, non riuscendo più a ottenere prestiti in Eurodollari dalle banche private, sono costrette a liquidare i propri asset e a vendere le proprie valute locali (Euro, Yen, Yuan) pur di accaparrarsi i pochi dollari commerciali disponibili per pagare i debiti in scadenza. Questo crea un “dollaro forte” che schiaccia il resto del mondo, agendo come un vero e proprio cappio al collo dell’economia globale.
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Tra “Quaderni Rossi” e Intelligenza Artificiale
di Renato Pisani
Stavo leggendo un testo di Raniero Panzieri tratto da Quaderni Rossi del lontano 1961. Ero un po’ perso nelle sue dotte riflessioni marxiste quando mi sono imbattuto in una frase che, con violenza stravagante, mi ha riportato al 2026. Si è trattato di un breve passaggio in cui Panzieri critica coloro che interpretano l’innovazione tecnologica delle aziende come un fatto oggettivo e neutro. In particolare, Panzieri nota come costoro tendano a “riconoscere la scomparsa della parcellizzazione delle funzioni” nella fabbrica, e cioè i lavori più specifici e meccanici, in favore di mansioni più gratificanti, più intelligenti, e cioè “qualificate da responsabilità, capacità di decisione, molteplicità di preparazione tecnica”. Ho subito pensato: ma guarda, si dice lo stesso dell’IA. Così sono andato a recuperare qualche esempio.
Nel 2025 Hayes e Downie, due redattrici di IBM, hanno scritto un articolo sul sito dell’azienda chiamato “L’AI e il futuro del lavoro”, in cui spiegano che le IA possono “automatizzare compiti ripetitivi e potenziare il processo decisionale umano, permettendo ai lavoratori di concentrarsi su attività più creative e di maggior valore”. Così anche Microsoft, nel suo “Report 2025 sul Nuovo Futuro del Lavoro” scrive che “le persone si stanno spostando verso lavori di guida, critica e miglioramento. Le organizzazioni che ce la faranno sono quelle che investono in giudizio, capacità critica e supervisione responsabile”. Ho trovato anche una testimonianza ben più vecchia (si fa per dire) del 2023 in cui l’ex Product Manager di Google Workspace, citando un report finanziato da Google, spiegava che “con l’IA come supporto […] si elimineranno le mansioni banali, contribuendo a una maggior creatività e innovazione”.
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Ma perché Donald Trump continua ad insultare l'Italia? La risposta è molto semplice
di Alessandro Volpi*
L'ineffabile presidente della più grande democrazia del mondo, che fa allusioni sessuali persino ai figli, torna a irridere la presidente del Consiglio italiana, la patriottica Giorgia Meloni.
Lo fa con un "meme" in cui esprime una pessima ironia sulle molestie che la leader di Fratelli d'Italia gli infligge.
Ma come è possibile che la più grande amica degli Stati Uniti sia diventata la principale destinataria dei principali insulti di Donald Trump?
Per rispondere a questa domanda è necessario richiamare la più volte citata dipendenza dell'Italia dagli Stati Uniti che Giorgia Meloni ha accuratamente coltivato.
L'ultima prova è proprio il regalo fatto ai grandi fondi Usa del Tfr degli italiani e delle italiane che acuirà ulteriormente il collegamento direttissimo fra le sorti delle Borse Usa e i risparmi delle famiglie italiane.
In merito a ciò vorrei richiamare un solo dato costituito dal fatto che, ogni anno, 1000 miliardi di euro di risparmi italiani vanno in direzione delle Borse Usa.
Ecco come.
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