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Palestina, pace e giustizia non significano disarmo
di Fabio Ciabatti
La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2025, pp. 94, € 12,00.
Hamas è un’associazione terroristica e dunque chiunque abbia a che fare con Hamas è un terrorista. È su questo semplice ragionamento, di natura politica prima ancora che giuridica, che si regge l’inchiesta che vede coinvolti molti palestinesi residenti in Italia con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il pensiero mainsteram non nutre alcun dubbio alla natura del gruppo islamista. Ma questo presupposto è accettabile?
Può essere utile partire da questa domanda per presentare La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, testo che nasce dalla traduzione di una lunga intervista del filosofo francese pubblicata nel 2025 sulla rivista transalpina “K Reveu” a cura di Luca Salza. Ebbene, Balibar, sostenitore da anni dalla causa palestinese anche in qualità di membro del Tribunale Russel sulla Palestina, fa un’importante precisazione:
non bisogna passare facilmente dal riconoscimento di azioni terroristiche, o persino dalla loro rivendicazione, all’essenzializzazione dei movimenti e delle loro organizzazioni come ‘movimenti terroristici’, intrinsecamente perversi da eliminare con ogni mezzo. Hamas, per quanto disastrosi si giudichino il suo programma e le sue azioni, non è lo Stato islamico (Daesh). E questo significa che i rapporti storici tra lotte di emancipazione o di resistenza e il terrorismo come tattica sono sempre stati (e sono oggi più che mai), complessi, impuri, soggetti a evoluzione.1
Balibar sostiene che l’attacco del 7 ottobre merita la qualifica di atto terroristico perché ha colpito principalmente civili disarmati ed è stato accompagnato da un’esplosione di brutalità, sebbene la crudeltà dei fatti sia stata sistematicamente ingigantita dalla propaganda israeliana. Aggiunge, però, che bisogna sempre stare attenti nel maneggiare il concetto di terrorismo. Le sue definizioni ufficiali, infatti mirano a occultare
la reciprocità e la dissimmetria tra le azioni terroristiche e le operazioni “contro-terroristiche”. In modo perfettamente arbitrario, le prime sono definite criminali, mentre le seconde sono ritenute legittime, qualunque sia la ferocia dei mezzi impiegati.2
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Il patriarcato armato
di Mario Sommella
Epstein Files, suprematismo bianco e la nuova teologia del dominio
«Qualsiasi suggerimento che sia il momento di voltare pagina sugli Epstein Files è inaccettabile. Rappresenta un fallimento di responsabilità verso le vittime.» Con queste parole, nove esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno posto di fronte all’umanità uno specchio che non ammette deviazioni dello sguardo. I milioni di documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti a partire dal 30 gennaio 2026 non riguardano soltanto un predatore sessuale condannato, morto in carcere nel 2019 in circostanze ancora avvolte nell’ombra. Riguardano il sistema che lo ha generato, protetto, alimentato. Riguardano l’aria che respira una parte del potere occidentale.
Questo articolo tiene insieme due fenomeni che troppo spesso vengono analizzati separatamente: la rete criminale globale di Jeffrey Epstein, con le sue radici ideologiche nell’eugenetica e nel suprematismo, e l’ascesa di figure come Nick Fuentes nell’ecosistema della nuova destra americana. Non si tratta di curiosità sociologica. Si tratta di capire la stessa cosa: un progetto di mondo in cui alcune vite contano e molte altre no, in cui il corpo delle donne è risorsa, non soggettività, e in cui la democrazia è un ostacolo da aggirare o da abbattere.
I. L’IMPRESA CRIMINALE GLOBALE: COSA DICONO I FILE EPSTEIN
Il 17 febbraio 2026, in una dichiarazione congiunta che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, i relatori speciali delle Nazioni Unite hanno usato un linguaggio inusualmente diretto per un organismo diplomatico: i fatti descritti negli Epstein Files «contengono prove credibili e inquietanti di abusi sessuali sistematici e su larga scala, traffico e sfruttamento di donne e ragazze» e alcune di queste condotte «possono ragionevolmente raggiungere la soglia giuridica dei crimini contro l’umanità».
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Elogio dell’utopia
di Ugo Morelli
Perché non abbiamo capito Illich? E, soprattutto, perché non lo abbiamo ascoltato? Forse perché quando si pensa a un progetto capace di rivoluzionare un ordine costituito si tende a immaginare un processo verticale, gerarchico, direttivo. Un percorso orizzontale, incerto, basato su errori e svolte, ma non per questo non incisivo e duraturo, sembra meno efficace e attendibile. Eppure l’errore e la rivisitazione delle idee, l’apprendimento dall’esperienza e le svolte inattese, magari carsiche, sono parte costitutiva di ogni cambiamento anche profondo. Gli errori di un modello di sviluppo autodistruttivo sono stati uno dei temi più esplorati da Ivan Illich. Non si può certo dire che egli non si sia impegnato con la vita e con il pensiero a segnalarli. È diventato persino un fenomeno, come si dice, mediatico. Ma ha prevalso l’ancoraggio rassicurante alla consuetudine di un modello di sviluppo fondato sulla distruzione dell’ecosistema di cui siamo parte, sulla disuguaglianza, sullo sfruttamento, sull’ingiustizia e sulla stessa messa in discussione della sopravvivenza della nostra specie. Una delle distorsioni cognitive più solide e documentate è il cosiddetto “effetto ancoraggio”. L’ancoraggio è un meccanismo semplice e potente. In condizioni di incertezza e in assenza di dati affidabili, le persone tendono a formulare i giudizi e a prendere decisioni sulla base di riferimenti che trovano nell’ambiente, riferimenti che spesso sono del tutto arbitrari. In uno studio classico degli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman, ai partecipanti veniva chiesto di stimare la percentuale dei Paesi africani rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Prima, però, ognuno di loro avrebbe dovuto far girare una ruota della fortuna che poteva fermarsi solo sul 10 o sul 65. Coloro che avevano ottenuto un 10 stimarono in media il 25%, quelli che avevano ottenuto il 65 stimarono invece in media il 45%. Il numero della ruota della fortuna estratto a caso e totalmente arbitrario influenzava in maniera significativa le stime dei partecipanti. Il numero non informava, ma spostava il riferimento mentale. Ridefiniva ciò che appariva plausibile
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Attacco all'Iran: resistenze nell'inner circle di Trump
di Davide Malacaria
Diversi media hanno riferito indiscrezioni sull’ultimo briefing sull’Iran tenuto alla Casa Bianca, riportando la riluttanza di alcuni dei partecipanti ad attaccare. Secondo due fonti che hanno parlato ad Axios, riporta Dave DeCamp su Antiwar, il Capo degli Stati Maggiori congiunti, generale Dan Caine, che pure aveva accolto con fervore l’ordine di aggredire il Venezuela, sarebbe un “guerriero riluttante” riguardo l’Iran, “perché vede il grande rischio di scatenare una guerra prolungata che farebbe vittime statunitensi”.
Secondo il Wall Street Journal, Caine “ha avvertito che qualsiasi guerra contro l’Iran esaurirebbe le scorte militari statunitensi, dal momento che gli Stati Uniti hanno utilizzato un gran numero di intercettori per difendere Israele durante la Guerra dei 12 giorni del giugno 2025”. Inoltre, il New York Times ha riportato che “Caine non poteva dare le stesse garanzie di successo assicurate per il Venezuela”.
Sempre Antiwar riporta che anche il vicepresidente J.D. Vance è scettico, aggiungendo però che nessuno oserà contrastare la scelta finale di Trump. Trump, per parte sua, ha smentito le indiscrezioni, com’è naturale che sia. Ciò per due motivi: anzitutto, se lo spiegamento di forze serve a piegare l’Iran ai diktat Usa, simili narrazioni minano nel profondo tale strategia; in secondo luogo, se ordinerà l’attacco, non può permettere che si dica o scriva che il comandante supremo dell’esercito non creda in quel che sta facendo.
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Sull’attacco USA all’Iran tutti con il fiato sospeso
di Sergio Cararo
Non è ancora definito se stiano prevalendo le forze che spingono per una aggressione militare statunitense-israeliana all’Iran o quelle che la sconsigliano.
Secondo il sempre ben informato Axios, alti funzionari iraniani e statunitensi si incontreranno in Svizzera giovedì per il terzo turno di colloqui nucleari.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che probabilmente incontrerà giovedì l’inviato statunitense Steve Witkoff a Ginevra, sottolineando che c’è ancora “una buona possibilità” di una soluzione diplomatica relativa alle ambizioni nucleari di Teheran.
Sembrerebbe una buona notizia, ma è difficile dimenticare che anche a giugno del 2025 l’Iran è stato attaccato da Israele e Usa mentre erano in corso dei negoziati nell’Oman.
Inoltre un alto funzionario statunitense ha detto ieri ad Axios che i negoziatori statunitensi sono pronti a tenere un altro giro di colloqui con l’Iran venerdì prossimo a Ginevra, solo se riceveranno una proposta dettagliata iraniana su un accordo nucleare entro le prossime 48 ore, aggiungendo che l’amministrazione Trump sta aspettando la proposta iraniana.
“Se l’Iran presenterà una proposta preliminare, gli USA sono pronti a incontrarsi a Ginevra venerdì per iniziare negoziati dettagliati volti a discutere la possibilità di raggiungere un accordo nucleare”, ha detto il funzionario statunitense.
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Il deficit pubblico immette risorse
di Marco Cattaneo
Poche cose sono difficili quanto schiodare dalla testa degli euroausterici la bufala che il deficit pubblico costituisca un drenaggio di risorse finanziarie dal settore privato dell’economia. Quando invece è vero esattamente il contrario.
L’argomentazione base è che se lo Stato fa deficit, quindi se spende più di quanto tassa, il settore privato incassa più di quanto paga. E potrebbe / dovrebbe essere sufficiente fermarsi a questo punto.
L’obiezione che viene formulata però è la seguente: quanto sopra sarebbe vero se lo Stato emettesse moneta. Ma non lo fa, l’emissione monetaria è demandata a un organo, la Banca Centrale, indipendente (con gradi di autonomia più o meno ampi a seconda dei casi; totali nel caso dell’Italia rispetto alla BCE) dal governo.
In questa situazione lo Stato, o più esattamente il settore pubblico, non emettendo moneta non può generare un deficit - salvo se prima non ha raccolto, quindi drenato, risparmio già esistente dal settore privato, tramite l’emissione di titoli. Perché se non emette titoli non ha moneta da spendere.
Ma è davvero così? Esaminiamo i passaggi.
Marco ha dei risparmi. Lo Stato emette titoli e Marco li sottoscrive. Lo Stato li usa per assumere Monica, una dottoressa neolaureata, nel sistema sanitario nazionale.
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Giorno del Ricordo, tempo di necrofagie. Quale ricordo?
di Fulvio Grimaldi
Sono in ritardo rispetto al 10 febbraio 2026, ma molto in anticipo per il 10 febbraio 2027.Se facciamo la media, si può pubblicare. Del resto la ricorrenza dell’Esodo si estende dal 10 febbraio al 1. Marzo, come da programma riprodotto nella locandina.
I giorni stabiliti da qualcuno che intitola i capitoli della Storia alla memoria delle donne, dell’infanzia, delle balene, della terra, della Shoah… sono perenni e dovrebbero investire di sé tutti i giorni e tutto l’anno. A questo punto, entro il 1 marzo, avremo superato anche il Giorno del Ricordo, ricorrenza nella quale persone vere si avvolgono nella rimembranza e nella rievocazione di vita, sofferenza e amore per radici appassite. Altre, figuranti di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione nell’interesse delle proprie prevaricazioni sulla verità, si illuminano di menzogna.
Questo mio articolo è scritto in occasione di una di queste ricorrenze. A me particolarmente cara. Anche perché molto trascurata e, soprattutto, sfigurata.
* * * *
Necrofagia
Siamo off topic alla luce di tutte le turbolenze che agitano ormai quasi ogni centimetro quadrato del pianeta? Non credo. Ciò che ci mantiene nell’attualità è la continuità necrofaga di un regime che, in discendenza da quello del quale ripropone modi, contenuti, obiettivi e cattivo gusto, non perde occasione per stabilizzarsi su strati di morti.
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Neoconservatorismo e crisi dell’universalismo occidentale
di Tiberio Graziani
Genealogia filologica, periferie europee e adattamenti dell’egemonia statunitense
L’articolo propone un tentativo di ricostruzione genealogica e filologica del neoconservatorismo come forma adattiva dell’egemonia occidentale in una fase di crisi dell’universalismo liberaldemocratico. Lungi dall’essere interpretato come una semplice ideologia contingente o come una regressione reazionaria, il neoconservatorismo viene qui analizzato come una modalità di riorganizzazione del potere quando la capacità dell’Occidente di generare consenso attraverso valori universalistici tende progressivamente a ridursi. Attraverso l’analisi delle sue origini statunitensi, della trasformazione in dottrina di governo e delle successive riformulazioni discorsive, il saggio ricostruisce la sequenza che conduce dall’universalismo decisionista della fase bushiana ai tentativi di restaurazione liberal-internazionalista, fino all’emergere di forme di egemonia post-universalista. Particolare attenzione è dedicata alla struttura centro–periferia all’interno dell’Occidente a guida statunitense, mostrando come il neoconservatorismo europeo non costituisca una tradizione autonoma, ma una derivazione discorsiva e strategica, legittimata attraverso reti transatlantiche e riferimenti culturali selettivi. Il presente testo sostiene che la riduzione dell’autonomia europea non debba essere intesa come assenza di capacità di iniziativa politica, bensì come sua progressiva canalizzazione entro uno spazio del discorso politicamente legittimo sempre più ristretto. In conclusione, la crisi dell’Occidente viene interpretata non come crisi dei valori in quanto tali, ma come crisi del loro potere semantico: quando l’universalismo perde capacità integrativa, l’egemonia tende a riorganizzarsi attraverso dispositivi morali, decisionali e strategici che restringono lo spazio del pluralismo politico interno.
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Venezuela, il sequestro della sovranità e l'etica del possibile
di Geraldina Colotti
Caracas. La storia del socialismo è costellata di gesti che definiscono un'epoca. Quando Iosif Stalin rispose alla proposta nazista di scambiare il figlio Yakov con il feldmaresciallo Paulus dicendo: "Non scambierò un soldato con un generale", egli sigillò l'etica del comunismo del Novecento. Era l'etica del sacrificio assoluto, della sottomissione del legame di sangue alla ferrea disciplina della lotta di classe globale. Era il tempo della "dittatura del proletariato", dove la sopravvivenza del simbolo contava quanto la tenuta del fronte.
Era il tempo di Bertolt Brech, cosciente che chi avrebbe voluto approntare il terreno alla gentilezza non aveva potuto permettersi di essere gentile. Il tempo, poi, di Frantz Fanon, che voleva calare il machete sulla maschera dell'”umanitarismo” coloniale. Brecht vive la crisi del capitalismo tra le due guerre e l'ascesa del nazismo; Fanon vive il tramonto degli imperi coloniali. Due generazioni diverse, ma unite dalla volontà di usare la parola e l'azione per smascherare i meccanismi dell'oppressione, fosse essa di classe o coloniale.
Nel film Apocalypse Now, il protagonista Kurtz racconta di quando, come ufficiale statunitense, si recò in un villaggio per vaccinare i bambini contro la poliomielite. Dopo che i medici nordamericani se ne furono andati, un uomo del villaggio corse a richiamarli. Tornando indietro, trovarono un mucchio di piccoli bracci mozzati: i Vietcong erano passati e avevano amputato il braccio a ogni bambino che era stato vaccinato dagli invasori.
Quell'atto terribile non era semplice crudeltà, ma un messaggio politico assoluto: "Non vogliamo nulla da voi, nemmeno la salute, se essa è lo strumento della vostra colonizzazione". Kurtz rimane folgorato dalla "purezza" di quell'odio e dalla volontà d'acciaio di un popolo che preferiva l'automutilazione piuttosto che accettare il "dono" dell'invasore. E il Che Guevara lottò fino alla morte per innescare “uno, cento, mille Vietnam”.
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Che cosa distrugge la scuola? Riflessioni a partire dal film “D’istruzione pubblica”
di Roberto Fineschi
Il film D’istruzione pubblica affronta il tema della scuola, delle sue problematiche e delle strategie politiche di cui essa è momento. Sull’argomento ho già scritto in passato e rimando chi fosse interessato a questo testo: https://cambiare-rotta.org/2025/03/28/2-per-una-nuova-scuola-pubblica-contributo-di-roberto-fineschi/
Il film dice molte cose vere, anzi praticamente tutte. Se non capisco male, le tesi di fondo sono le seguenti:
1) il male della scuola italiana viene dalla sterzata educativa nella direzione pedagogica di derivazione statunitense di cui si parla da una trentina d’anni;
2) essa va di pari passo con l’autonomia scolastica (Bassanini/Berlinguer), l’aziendalizzazione degli istituti e il loro orientamento a formare lavoratori-non-cittadini, meri abili esecutori di mansioni in evoluzione.
3) In questo processo non c’è e non c’è stata differenza tra centro-destra e centro-sinistra, sodali in obiettivi e strategie.
Tutto quello che dice il film è sostanzialmente vero. Mi chiedo solo se esso riesca a inquadrare tutta la problematica e a cogliere, dunque, strategie e prospettive di risoluzione.
1) Tra ideale e reale
Il film pecca forse un po’ di idealismo, non nel senso banale che spinge all’agitazione politica in un contesto che pare sordo a determinate istanze, piuttosto nel presupporre una corrispondenza più o meno rapida tra strategie governative e loro effettiva attuazione nel reale contesto scuola.
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Ucraina: laburisti e conservatori britannici gareggiano per l'invio di truppe
di Fabrizio Poggi
Il quotidiano The Telegraph cita il Segretario alla difesa britannico, il laburista John Healey, il quale afferma di voler inviare truppe in Ucraina: «Significherebbe che la guerra è finalmente finita», dice. Dall'opposizione, l'ex Primo ministro, il conservatore Boris Johnson, sbraita: "Perché aspettare? Avanti, inviamole subito». Non c'è dunque molta differenza tra governo e opposizione, a parte il fatto che la presenza ufficiale (non ufficialmente, sono presenti da tempo) di truppe straniere sul territorio ucraino significherebbe non la fine, bensì la continuazione della guerra: immediatamente o qualche tempo dopo.
Ora, osserva Vasilij Stojakin su Ukraina.ru, l'attuale regime ucraino (indipendentemente da chi ne sarà il leader) può sussistere solo sfruttando l'idea di rivincita. Tuttavia, prima di riprendere la guerra, dovrà risolvere una serie di questioni: ricostruire l'esercito a corto di uomini, acquisire nuove armi, proteggere le proprie retrovie europee (organizzando proteste di majdan in Ungheria e Slovacchia e provocazioni costanti in altri paesi) e attendere che il "peacekeeper" di Washington sia distratto da altre questioni di casa propria.
In breve, c'è un'enorme mole di lavoro da fare, e non è chiaro quanto tempo ci vorrà. Ma, evidentemente, si ritiene che con forze di occupazione britanniche e francesi nelle retrovie, tutti questi compiti possano essere svolti molto più rapidamente. E combattere con un distaccamento di "alleati" è in qualche modo più facile: una cosa è che l'Ucraina faccia da capro espiatorio per tutta l'Europa, respingendo la cosiddetta "aggressione russa"; altra cosa, quando quella stessa Europa si schiera a fianco dell'Ucraina.
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D’Istruzione pubblica: il dibattito sul neoliberismo
di Matteo Bortolon
“We don’t need no education”… Con la (sempre superba) musica dei Pink Floyd come colonna sonora si vedono studenti entrare a scuola, correre nei corridoi, manifestare per il diritto allo studio. È l’inizio del film D’istruzione pubblica, il terzo potente capitolo degli autori di PIIGS, Federico Greco e Mirko Melchiorre, la cui trilogia prese le mosse dal tema del neoliberismo disegnato dall’architettura Ue, passando per il tema cruciale della sanità pubblica (C’era una volta in Italia. Giacarta sta arrivando).
Chi scrive ha assistito alla presentazione fiorentina del film, con dibattito coi due registi. Pienone assoluto: i biglietti erano finiti già dal pomeriggio. Diverse persone sono rimaste fuori fino all’ultimo sperando in qualche miracolo.
A quanto pare ovunque è sold out; speriamo che sia un buon segno di interesse al tema scuola. Interesse che condividiamo, ospitando oltre alla pregevole riflessione di Davide Sali un intervento di una delle figure di riferimento del film, la dottoressa Elisabetta Frezza.
Lo schema segue quello dei film precedenti: viene posto in rilievo un caso specifico (la cooperativa sociale che ha difficoltà economiche, il piccolo ospedale che viene chiuso, il singolo edificio scolastico con le sue difficoltà), e da lì si parte per un percorso di conoscenza sul decorso storico che ha determinato l’assetto attuale, alternando le voci di varie figure di esperti, educatori, insegnanti, attivisti che spiegano le radici delle difficoltà attuali.
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La battaglia per l'Iran: una soglia storica decisiva
di Andrea Zhok
La battaglia per l'Iran è ancora sospesa, ma essa ha il profilo di una soglia storica decisiva.
Israele sta esercitando tutta la pressione di cui è capace sull'amministrazione americana per portare l'attacco. Il fatto che una guerra totale difficilmente lascerebbe Israele intoccato non sembra preoccupare né Nethanyahu né gli israeliani, che, sondaggi alla mano, sono maggioritariamente a favore di un conflitto.
Trump ha peraltro accumulato un potenziale bellico del tutto fuori dall'ordinario, francamente sproporzionato per un bluff.
E tuttavia l'attacco, da quanto si evince da più voci, è stato già rinviato due volte.
E le ragioni di questi rinvii sono abbastanza chiare.
Negli ultimi mesi numerosi aerei cargo sono arrivati in Iran dalla Russia e dalla Cina. Che si tratti di consegne straordinarie di armamenti è un segreto di Pulcinella.
La Cina, peraltro, sembra che stia mettendo direttamente a disposizione il proprio sistema di rilevamento aerospaziale, con alcune proprie navi inviate nel golfo Persico, rendendo così virtualmente capace l'Iran di rilevare anche la tecnologia stealth americana.
Per quanto nessuno possa dubitare della superiorità militare del duo USA-Israele, la questione è quanti danni può fare l'Iran e per quanto tempo. Non è affatto certo che gli israelo-americani siano in grado di sostenere danni rilevanti senza essere costretti ad addivenire a miti consigli (come già avvenuto nella "guerra dei 12 giorni").
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Il nuovo ordine multipolare
di Pierluigi Fagan
Appena uscito, il nuovo libro dell’indiano Amitav Acharya per Fazi editore ha in argomento il mondo e in particolare, la sua forma d’ordine. Con “ordine mondiale” s’intende l’insieme di istituzioni, modalità di interrelazione, valori e sistemi di idee che danno alle nazioni e non solo, tessuto e relativa prevedibilità dei modi di convivenza planetaria.
Come notò Kissinger non c’è mai stato un vero “ordine mondiale”. Si è sempre trattato di una parte del mondo, non del mondo intero. Oggi è diverso. I superati otto miliardi di umani, i duecento stati, una pletora di entità non istituzionali, l’emergere di nuove potenze come la Cina e l’India, di molte altre medie potenze (più di una dozzina), la rete degli scambi economici e finanziari, lo sviluppo tecnologico, i flussi migratori e di viaggio, la rete informativa e culturale globale, la condivisa condizione ecologico-climatica, stanno tessendo “un” mondo.
Quindi, sebbene la storia passata sia ricca di esempi di forme d’ordine dal regionale al continentale, incluso qualche aspirante impero-mondo, oggi è la prima volta che ci troviamo alle prese con una dimensione planetaria di convivenza e un quadro di attori così ricco ed eterogeneo.
L’Occidente in modalità “après nous le déluge” confonde il proprio declino e crisi con il destino del mondo intero mentre Acharya sostiene che proprio tale crisi e declino apre lo spazio per la formazione di un nuovo ordine che promette di essere più equilibrato, dinamico e flessibile, plurale e complesso in senso positivo.
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Match – Elsa Fornero Vs Clara Mattei: due modelli di economia a confronto
A cura di Davide Amerio
Il 13 Febbraio scorso, presso la sede dell’IUC1, in Torino, si è svolto un confronto tra due economiste: la prof.ssa Elsa Fornero2, e la prof.ssa Clara Mattei3. Oggetto del dibattito due differenti interpretazioni dell’economia. L’incontro è stato moderato dalla dott.ssa Alessandra Camaiani. Riportiamo i passaggi salienti del match tra le due protagoniste. Cuore del dibattito è stata una domanda che risulta oggi essere molto importante, la cui risposta è fondamentale per l’influenza che ha nelle nostre vite:
Cos’è la Politica, cosa è l’Economia, e il loro rapporto.
* * * *
Elsa Fornero
La prof.ssa Fornero ha esordito dicendo che i giovani oggi non sentono passione per la Politica. Hanno piuttosto molto interesse per ciò che accade nel mondo, per la società nel suo complesso, e come essa viene amministrata, e per la democrazia. Un discorso tutto sommato politico, ma essi si estraniano dal mondo del “dibattito” tra gli schieramenti, nel quale faticano a riconoscersi.
La visione della Fornero è catalogabile nell’ambito del Liberismo più classico, come naturale conseguenza di una filosofia che vede nel Liberalismo, e nella democrazia di stampo europeo, lo strumento fondamentale per garantire le libertà individuali, così come immaginate, e stabilite, dalla nostra Costituzione.
Riconosce che il soggetto critico nel dibattito politico è quello del Welfare, il quale, troppo spesso, viene solamente associato al discorso sulle pensioni.
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Il governo Meloni-Mattarella avanza a carro armato. E noi?
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Lanciamo un allarme, e una proposta.
L’allarme è questo: il governo Meloni (con la tutela e i consigli del Quirinale) sta avanzando spedito, in contemporanea, su tre fronti della repressione: il nuovo decreto stronca-manifestazioni, il nuovo disegno di legge (Ddl) contro emigranti e immigrati, la legge organica per proteggere Israele da ogni critica e mettere a tacere il movimento per la Palestina.
La proposta è questa: riunire al più presto le forze realmente disponibili a battersi contro questo affondo repressivo da stato di polizia che serve all’instaurazione della economia di guerra e alla mobilitazione di guerra (riconfermata da ultimo nella conferenza di Monaco).
Il decreto stronca-manifestazioni
Il decreto legge approvato dall’esecutivo delle destre il 5 febbraio perfeziona e blinda ulteriormente il vecchio Ddl 1660 varato nel giugno scorso. Introducendo nuovi reati e nuove aggravanti di pena, quel Ddl colpiva ad un tempo le manifestazioni contro le guerre, a cominciare da quelle contro il genocidio dei palestinesi a Gaza, e quelle contro la costruzione di nuovi insediamenti militari; i picchetti operai; le proteste contro le “grandi opere”, la catastrofe ecologica, la speculazione energetica; le forme di lotta di cui questi movimenti si dotano per aumentare la propria efficacia come i blocchi stradali e ferroviari; le occupazioni di case sfitte. Conteneva, inoltre, norme durissime contro qualsiasi forma di protesta e di resistenza, anche passiva, nelle carceri e nei Centri di reclusione degli immigrati senza permesso di soggiorno, perfino contro le proteste di familiari e solidali a loro supporto (1).
Il nuovo Ddl va oltre. Una delle sue norme-chiave (l’art. 7) reintroduce il fermo preventivo di polizia dei “sospetti” per colpire l’organizzazione delle manifestazioni, sottraendo ad esse l’apporto degli elementi più militanti – serve allo stesso obiettivo l’estensione delle “zone rosse” nelle città e la moltiplicazione dei relativi Daspo, con poteri del tutto discrezionali di prefetti e questori.
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D’Istruzione pubblica
di Elisabetta Frezza
A margine di un film originale, gagliardo e decisamente rompiscatole, si sostiene di seguito una tesi controcorrente portando due prove provate della sua bontà
Il film
Fascista, comunista, rossobruno. In mancanza di argomenti, i detrattori lanciano etichette. Forse perché non lo hanno visto arrivare, o comunque se lo aspettavano diverso, più aderente ai cliché del dissenso convenzionale, e dunque metabolizzato, e dunque innocuo, e dunque consentito.
Porta il titolo icastico di D’istruzione pubblica, è una produzione cento per cento indipendente – incredibile dictu – e in questi giorni sta riempiendo le sale. Racconta la storia triste del sistema scolastico italiano, malato cronico di riformite a senso unico (quale che sia il colore dei governi) e ormai ridotto a un pachiderma in agonia.
La buona notizia è che non è ancora morto, il pachiderma: sporadici segni di vitalità si registrano nei luoghi di missione di quei pochi docenti e pochissimi prèsidi irriducibili, per ora scampati alle ronde dei guardiani dell’ortodossia (o alla delazione di colleghi collaborazionisti, o agli starnazzi di genitori per i quali il voto è tutto, e pazienza se è fasullo). Anche di queste tracce di vita – fondato motivo per credere che non tutto sia perduto – si rende conto nel film, perché la macchina da presa sbircia dentro spazi dove si parla ancora il linguaggio desueto della realtà, della ragione e del buon senso, altrove sostituito con destrezza (e desolante facilità) dal suono salmodiato delle formulette ipnotiche e dei ritornelli ebeti, degli acronimi demenziali e degli anglismi cringe: quell’impostura lessicale e fonetica che tanto piace alla gente che piace, solerte ad appiccicare a caso, su cose e su persone, etichette prestampate. Per l’appunto.
La pellicola narra della catastrofe, sì, ma non è un inno alla scuola che fu. E tuttavia non si può negare che una volta una scuola ci fosse, e ora non più. Non idealizza una trascorsa età dell’oro. E tuttavia non si può negare come, a un certo punto della storia, una mano ineffabile abbia impresso alla scuola un’inversione di rotta, con una manovra temeraria al punto da sfuggire a quasi tutti i radar, sì che a una fase di tensione verso la realizzazione del proprio statuto naturale (quello di garantire a tutti i cittadini un adeguato livello di istruzione) è succeduta una fase, invertita, di demolizione controllata dei risultati raggiunti e di programmatico tradimento di una ragion d’essere che è esclusiva e irrinunciabile.
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Iran: i generali avvertono Trump
di Michele Paris
Rivelazioni circolate sulla stampa americana nella giornata di lunedì hanno fatto emergere pubblicamente divisioni e ansie ai vertici politici e militari del governo di Washington attorno all’opzione militare che Donald Trump starebbe valutando nei confronti dell’Iran. Il sito Axios, il Washington Post, il New York Times e il Wall Street Journal hanno in particolare riportato un avvertimento del capo di Stato Maggiore, generale Dan Caine, circa i rischi di un attacco che, quasi certamente, sfocerebbe in una lunga guerra di attrito. Le preoccupazioni manifestate all’inquilino della Casa Bianca non riguardano comunque la natura criminale dell’eventuale aggressione, quanto i possibili punti deboli in ambito militare che, dietro all’ostentazione di forza di Trump, potrebbero risultare determinanti nel prendere una decisione che praticamente tutto il mondo sta attendendo.
Al centro della discussione ci sarebbe la richiesta del presidente repubblicano di portare a termine un’operazione rapida di “decapitazione” della leadership iraniana, senza perdite per le forze americane coinvolte o di stanza in Medio Oriente. Il modello dei desiderata di Trump è il blitz in Venezuela, concluso in tempi brevi con il rapimento del presidente Maduro. Questa fantasia di Trump è stata distrutta dai generali americani, i quali gli hanno verosimilmente spiegato che un’operazione contro la Repubblica Islamica richiederebbe una massiccia e prolungata campagna di bombardamenti, senza oltretutto la garanzia di raggiungere gli obiettivi prefissati e con perdite pesanti in termini di materiale, ma forse anche di uomini, da mettere in preventivo.
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Rogoredo non è un caso isolato
di Osservatorio Repressione
Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto anni, Abdherrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo con un colpo alla testa. Una versione immediata: legittima difesa. Un’arma giocattolo. Una minaccia. Uno sparo inevitabile.
Poi le crepe. L’arma senza impronte. La distanza di venti metri. Il colpo laterale. I soccorsi chiamati in ritardo. L’agente che ha sparato indagato per omicidio e altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Testimonianze dal quartiere che parlano di taglieggiamenti, pressioni, di un agente che “voleva fargliela pagare”. Lo stesso assistente capo è coinvolto in altre inchieste, compresa una per falso ideologico legata a un arresto controverso tra piccolo spaccio e denaro. E non è irrilevante che, secondo ricostruzioni investigative, alcuni colleghi lo avrebbero descritto come un fanatico, abituato a muoversi sul filo dell’opacità nelle operazioni. Non sono dettagli. È un quadro.
Nel frattempo, ore di talk show a costruire l’assoluzione preventiva. Sindacalisti di polizia a mimare lo sparo in studio. Il “pusher” contro lo “Stato”. La periferia trasformata in zona grigia dove tutto diventa lecito. La narrazione tossica che precede la perizia. Prima la propaganda, poi – forse – l’indagine. Ma non si è fermata lì. La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Aveva parlato di scandalo per l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario, mentre – secondo lui – i manifestanti che avevano picchiato un agente a Torino non sarebbero stati incriminati per tentato omicidio.
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Il “palazzo” di Epstein e la sorveglianza di Israele
di Lavinia Marchetti*
Una parte cruciale del filone “Manhattan” (ovvero la parte dei file Epstein “ambientati a New York) riguarda l’edificio residenziale al 301 East 66th Street, collegato a Epstein tramite un controllo operativo (nel tempo attribuito a società riconducibili al fratello) e una gestione di fatto di diverse unità. Questo edificio compare da anni nella stampa investigativa anglofona come luogo di alloggio per personale, collaboratori e “modelle”, oltre che come snodo logistico.
Già nel 2019, Business Insider descriveva l’immobile come un punto di appoggio in cui risultavano abitare o transitare persone legate a Epstein (assistenti, avvocati, piloti, partner e contatti), riferendo anche di utilizzo degli appartamenti da parte dell’agenzia di modelle MC2 Models per ospitare modelle straniere, incluse minorenni secondo una deposizione citata nell’articolo. Sappiamo da mail a Epstein e ricostruzioni che l’ex premier israeliano Ehud Barak fosse un visitatore frequente e che la sua presenza fosse associata a misure di sicurezza visibili (auto, uomini di scorta).
Nel febbraio 2026 Curbed ha pubblicato una sintesi aggiornata basata su “recently released emails” e su altri atti, sostenendo che vari appartamenti del palazzo ricorrono nei file e che parte di essi erano destinati alle “girls” (termine usato in alcune email come riferimento alle vittime), con annotazioni del tipo “Apts. for models” in rubriche/elenchi già discussi da precedenti inchieste.
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L'Iran non è l'Iraq": perché un attacco a Teheran sarebbe un salto nel buio
di Chris Hedges*
La squadra di negoziatori di Stanlio e Ollio, formata da Steve Witkoff e Jared Kushner, unita alla spaventosa ignoranza di Trump in materia di affari mondiali e alla sua megalomania, sembra destinata a spingere gli Stati Uniti verso un altro disastro in Medio Oriente, un disastro che il Congresso non ha approvato e che l'opinione pubblica non vuole.
Le richieste imposte all'Iran dalla Casa Bianca di Trump non sono più accettabili per il regime di Teheran di quelle imposte ad Hamas a Gaza nell'ambito del finto piano di pace di Trump.
La richiesta di Trump che l'Iran interrompa il suo programma nucleare e rinunci alle sue capacità missilistiche in cambio di nessuna nuova sanzione è tanto sorda quanto l'appello ad Hamas al disarmo a Gaza. Ma poiché da tempo abbiamo rinunciato ai diplomatici, che sono alfabetizzati linguisticamente, politicamente e culturalmente, e che possono mettersi nei panni dei loro avversari, siamo condotti a un'altra guerra in Medio Oriente dalla nostra nuova cricca di buffoni. Gli Stati Uniti e Israele credono scioccamente di poter bombardare il governo iraniano e insediare un regime cliente. Che questo sistema di credenze irrealistico abbia fallito in Afghanistan, Iraq e Libia sfugge loro.
La promessa di non imporre nuove sanzioni non incentiverà l'Iran a mediare un accordo. L'Iran è già paralizzato da sanzioni onerose che hanno devastato la sua economia.
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La guerra all'Iran e gli Epstein Files
di Davide Malacaria
La prima riunione dello stralunato Board of peace ha visto Trump straparlare di ricostruzione di Gaza, miliardi di dollari per seppellire il genocidio, del disarmo di Hamas e lanciare nuove minacce all’Iran, al quale ha dato una scadenza temporale per raggiungere un accordo: 10-15 giorni.
Trump non riesce a non reiterare certi errori: imporre una scadenza equivale a dichiarare guerra, dal momento che, a meno di un miracolo, è impossibile raggiungere un’intesa tanto delicata in così poco tempo.
A spingere per l’intervento anche i petrolieri americani. Lo rivela Max Blumenthal su Grayzone riferendo che al vertice dell’American Petroleum Institute, presenti dirigenti e consulenti delle aziende del settore, uno dei più navigati tra questi, Bob McNally, spiegava: “L’Iran è la promessa più grande, sebbene rappresenti il rischio maggiore è anche la maggiore opportunità. Se riuscite a immaginare gli Stati Uniti che aprono un’ambasciata a Teheran, il regime di Teheran in sintonia col suo popolo – la popolazione più filoamericana in Medio Oriente al di fuori di Israele, storicamente abile sia a livello culturale che commerciale. Se riuscite a immaginare la nostra industria tornare lì, otterremmo molto più petrolio e molto prima di quanto ne otterremo dal Venezuela”.
Secondo McNally, già consigliere del presidente George W. Bush, una guerra contro l’Iran si rivelerebbe un “giorno terribile per Mosca, ma meraviglioso per gli iraniani, gli Stati Uniti, l’industria petrolifera e la pace nel mondo” (sic).
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La guerra all’Iran
di Scott Ritter - forumgeopolitica.com
L'amministrazione Trump parla il linguaggio della diplomazia mentre si prepara a una guerra contro l'Iran che, se attuata, segnerà la fine dell'esperimento democratico americano
L’Iran e gli Stati Uniti stanno prendendo una pausa di due settimane dai negoziati sul programma nucleare iraniano, mentre i negoziatori tornano nelle rispettive capitali per riflettere su ciò che è stato messo sul tavolo fino a oggi. La parte iraniana è apparsa piuttosto ottimista, con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi che ha dichiarato ai media iraniani: “Siamo riusciti a raggiungere un accordo generale su una serie di principi guida, sulla base dei quali procederemo d’ora in poi, e ci muoveremo verso la stesura di un potenziale accordo”.
Più eloquenti sono stati i commenti del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance. “Per certi versi è andata bene”, ha dichiarato Vance a un media statunitense al termine dei colloqui martedì. “Ma per altri versi è stato molto chiaro che il presidente ha fissato alcune linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere e a superare. Quindi continueremo a lavorarci”.
La domanda chiave che emerge da questo scambio è cosa intenda esattamente il vicepresidente Vance quando parla di “lavorarci”.
A un certo punto la comunità analitica globale dovrà fare i conti con la dura realtà che, dal punto di vista degli Stati Uniti, la diplomazia non è un’opzione. La politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran non è quella di trovare una via diplomatica verso una soluzione di compromesso che consenta all’Iran di arricchire l’uranio come è suo diritto ai sensi dell’articolo 4 del trattato di non proliferazione nucleare, ma piuttosto quella di un cambio di regime a Teheran.
Ciò significa che gli Stati Uniti sono sulla strada di una guerra con l’Iran che scoppierà prima piuttosto che poi.
Col senno di poi, l’inevitabilità di questa guerra è evidente da mesi, da quando l’amministrazione Trump ha orchestrato eventi all’interno dell’Iran che logicamente potrebbero essere interpretati come un modo per facilitare il rovesciamento del governo della Repubblica Islamica dell’Iran.
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Il codice della guerra. Come le Big Tech sono diventate l’industria degli armamenti del XXI secolo
di Mario Sommella
Per anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale.
La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica dell’infrastruttura militare contemporanea.
Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale, nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria espansione.
Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura del potere.
La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari
I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno.
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Il cambio di paradigma e le politiche economiche
di Laura Pennacchi
Per affrontare l'alternativa servono un nuovo modello di sviluppo, degli investimenti necessari e lavoro in quantità e qualità adeguate. L'Italia potrebbe essere un laboratorio
C’è un elemento che dà la misura della profondità del rovesciamento di paradigmi di cui oggi c’è bisogno nell’approcciarsi alla politica economica: il ritorno dell’espressione stagnazione per definire l’andamento delle economie sviluppate. E non si tratta solo della ridefinizione dei rapporti tra grandi aree geopolitiche, con il declino degli Usa (la loro quota sul Pil mondiale passa dal 20% del 2000 al 15%), l’annaspare dell’Unione europea (che esprime comunque il 12% del Pil mondiale), l’avanzare della Cina (la quale esprime il 20% del Pil mondiale, investe il 40% del suo Pil, realizza un avanzo dei conti con l’estero pari a 600 miliardi di dollari).
Alvin Hansen, già alla fine degli anni Trenta del Novecento, aveva argomentato come la «Grande depressione» di quegli anni non fosse un episodio ciclico ma fosse, in realtà, il sintomo dell’esaurimento di una dinamica di lungo periodo, un altro modo di definire l’equilibrio di sottoccupazione individuato da Keynes. Nei decenni precedenti le economie del G20 crescevano regolarmente del 2 o del 3% l’anno raddoppiando i redditi ogni 25 o 35 anni, mentre ora i tassi di crescita sono tra lo 0,5 e l’1%, il che significa che i redditi impiegano dai 70 ai 100 anni per raddoppiare. Quindi, con l’espressione stagnazione dobbiamo intendere non tassi di incremento del P quantitativamente bassi o nulli (che in effetti non si verificano), ma un’economia drogata a bassi investimenti (basata su una combinazione di crescente diseguaglianza, disoccupazione esplicita o strisciante, bassa produttività), in grado di realizzare una crescita ordinaria solo mediante politiche straordinarie e speciali condizioni finanziarie, le quali, però, incoraggiano il rischio finanziario, un indebitamento malsano, la formazione di bolle (azionarie e non solo) che, a loro volta, pongono le premesse per nuove crisi.
Anche il giusto richiamo di autori come Dani Rodrik a considerare quanto la specificità del modello conosciuto come export-oriented industrialization, e il suo progressivo esaurirsi, sia alla base dello scatenamento della guerra commerciale da parte di Trump, ha a che fare con la questione della stagnazione.
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