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L’atomo della restaurazione
di Mario Sommella
Come il governo Meloni calpesta due referendum per consegnare il nucleare ai mercati
Ci sono date che la destra italiana non ha mai digerito. L’8 novembre 1987, quando ottanta italiani su cento dissero no al nucleare. Il 13 giugno 2011, quando ventisette milioni di elettori lo ripeterono, travolgendo il progetto di Silvio Berlusconi di riempire la penisola di centrali. E il 23 marzo 2026, quando il No popolare ha affondato la riforma costituzionale della giustizia, la rivincita sognata per trent’anni contro la magistratura. Tre sconfitte, una sola ossessione: piegare la volontà popolare quando la volontà popolare non coincide con gli interessi del blocco di potere. Il 4 giugno 2026 la Camera dei deputati ha approvato, con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, la legge delega che riporta il nucleare in Italia. Non è una legge sull’energia. È un atto di restaurazione, il tentativo di rovesciare per via parlamentare ciò che due tornate referendarie hanno stabilito in modo inequivocabile. Ed è per questo che la battaglia che si apre non riguarda soltanto l’atomo: riguarda la sovranità del voto popolare, cioè il fondamento stesso della democrazia repubblicana.
Una delega in bianco, approvata a tappe forzate
Il provvedimento approvato a Montecitorio, e ora in viaggio verso il Senato dove il governo conta di chiudere la partita prima della pausa estiva, è una legge delega: il Parlamento conferisce all’esecutivo il potere di disciplinare con propri decreti, da emanare secondo il ministro Gilberto Pichetto Fratin «oltre Natale non si va», l’intera materia nucleare. Costruzione ed esercizio degli impianti, gestione del combustibile esaurito, produzione di idrogeno con energia atomica, riorganizzazione della governance e degli enti di controllo: tutto finisce nelle mani del governo, con criteri direttivi talmente generici da configurare una delega in bianco. La stessa autorità di sicurezza nucleare, che dovrebbe essere il presidio indipendente di controllo, verrà definita da un decreto delegato di cui non si conosce il merito: composizione, poteri, garanzie di reale autonomia dalle aziende che dovrà vigilare.
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Il nuovo disordine mondiale / 38 – Da un impero all’altro
di Sandro Moiso
Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.
L’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)
Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare ed economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo la definizione che ne dà Franco Cardini, sul mercato e sulla ripartizione dei beni e delle risorse a livello mondiale a una ripartizione di ricchezze e ruoli che vede tra i protagonisti anche altre realtà politiche, nazionali ed economiche non propriamente includibili nei valori e nelle forme da questi assunti in un Ovest che, pur mantenendo la sua posizione di riferimento orientativo sul piano geografico, è andato nel tempo sempre più restringendosi.
Un momento storico che se da un lato suscita le peggiori paure e forme di aggressività all’interno di formazioni sociali ed economiche un tempo soddisfatte dalla loro posizione di predominio, dall’altro agita le speranze non solo dei governi e delle classi dirigenti, ma anche dei popoli e delle classi sociali meno abbienti che si riconoscono negli interessi dei nuovi “competitor” scesi nel circo delle relazioni di potere internazionali. Nuovi protagonisti di giochi gladiatori di cui le varie forme di conflitto andate sviluppandosi sempre più rapidamente e su scala sempre più vasta negli ultimi anni sono la diretta emanazione. Indipendentemente dalle considerazioni su chi abbia aggredito l’altro o viceversa.
Per affrontare questo tema, che da tempo il presidente cinese Xi riassume nella “trappola di Tucidide”, facendo riferimento al rischi che l’attuale percorso di confronto economico, politico e sempre più frequentemente militare possa dare vita d una nuova guerra del Peloponneso su scala globale, in cui il ruolo di Sparta e Atene, l’una in decadenza e l’altra in ascesa, potrebbe essere rivestito dagli Stati Uniti e dalla Cina, Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington, D.C. ed ex presidente della International Studies Association, prova a tracciare un percorso, attraverso 5000 anni di storia, che delinea come tale passaggio di consegne, ma soprattutto di mantenimento di una pace e di un ordine internazionale, non abbia mai costituito soltanto una prerogativa della storia e degli imperi nati a Occidente.
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(Super)Intelligenza, rilevanza, stupidità
di Paolo Bottazzini
Tante intelligenze?
Esistono forme di intelligenza “non umane”? è una domanda paragonabile all’interrogativo sull’esistenza di matematiche non umane, o di logiche non umane? Per una lumaca 2+2 può fare 5? Per una formica consultare la posizione di Saturno rispetto a Giove, prima di attraversare una strada, potrebbe essere un comportamento intelligente? E per un neutrino, o per una molecola di anidride carbonica?
Nello Cristianini ratifica con entusiasmo la tesi della pluralità di intelligenze nella sua trilogia sull’AI, pubblicata da il Mulino, e arrivata pochi mesi fa al volume conclusivo. Nel primo libro, La scorciatoia, l’eccitazione nei confronti di questa varietà è più intensa che nell’ultimo, Sovrumano. Oltre i limiti della nostra intelligenza, dove l’interesse per le scale di valutazione costringe la molteplicità dei raziocini in una sola modalità, con prestazioni confrontabili. Per il professore di intelligenza artificiale dell’università di Bath «dimostrare intelligenza non significa assomigliare agli esseri umani, ma essere capaci di comportarsi in modo efficace in situazioni nuove. Questa capacità non richiede un cervello: la possiamo trovare anche in piante, colonie di formiche e software».
Quindi dovremmo definire intelligente la pompa di benzina che, dopo essersi inserita nell’imboccatura del serbatoio di sole automobili di marchi europei, compia un ingresso corretto anche nel bocchettone di vetture di marchi coreani e giapponesi? Quanto deve essere diversa la situazione per essere giudicata abbastanza “nuova”? In quali siatuazioni “nuove” incorre una formica rispetto a quelle “consuete”? Può deliberare di migrare in Austria e di architettare una tana personale con le regole del Bauhaus, invece di collaborare alla costruzione di un formicaio, perché una tana razionalista migliorerebbe il fitting con le condizioni climatiche e storiche del luogo?
Mi sembra che una definizione come quella proposta da Cristianini presenti la difficoltà di non lasciare spazio all’opposto dell’intelligenza: un’antitesi che non si trova nell’irrazionalità, né nella follia, né nell’ignoranza, ma che ha la sua epifania nell’accusa di stupidità.
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Risposte alle obiezioni sull’introduzione di una tassa sulle grandi ricchezze
di Marco Veronese Passarella*
a) “È una misura illegittima perché introduce una doppia tassazione”
Si tratta di un equivoco concettuale. Anche l’IVA normalmente pagata sui consumi grava su redditi che sono già stati tassati. In generale, ogni sistema fiscale moderno prevede una pluralità di strumenti di imposizione che possono gravare, in momenti diversi, sulla stessa base economica.
Il problema non è quante volte una determinata ricchezza venga tassata, ma quali fasce sociali siano chiamate a contribuire e in quale proporzione. La vera questione è dunque quella della distribuzione del carico fiscale e della sua coerenza con i principi di equità e capacità contributiva.
b) “È una misura inutile perché chi deve pagare troverà il modo di non farlo”
Evasione ed elusione fiscale sono problemi che riguardano qualunque forma di tassazione, sia essa applicata ai redditi, ai consumi o ai patrimoni. Se l’esistenza dell’evasione fosse una ragione sufficiente per rinunciare a un’imposta, allora bisognerebbe abolire l’intero sistema fiscale.
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La fatwa del “marxista scientifico” Brancaccio contro i sovranisti reazionari e piccolo borghesi
di Fabrizio Marchi
Non sono entrato e non entro nel merito della polemica in corso da qualche settimana fra l’economista Emiliano Brancaccio e il filosofo Andrea Zhok – ampliatasi successivamente ad altri economisti e filosofi politici (fra cui il nostro amico Alessandro Visalli, autorevole saggista e filosofo politico, bollato sprezzantemente dal Brancaccio come “confusionario sovranista”) – perché non ho le competenze sufficienti in materia economica, e quindi mi guardo bene dal farlo. Del resto, fra tutti i saccenti i “tuttologi” se la battono con gli “specialisti”, fermo restando che la democrazia (come la dialettica), come uso dire, è il dialogo fra “ignoranti”. Se così non fosse al mondo avrebbe diritto ad esprimere la propria opinione soltanto lo 0,0001 per mille delle persone, forse, e solo nella materia di propria esclusiva competenza.
Non appartenendo né all’una né all’altra categoria, mi limito, comunque, a considerazioni di ordine esclusivamente umano sul “personaggio Brancaccio”, in base alla mia personale percezione, avendo letto tutti i post da lui scritti in risposta alle obiezioni e alle critiche sollevate dai suoi interlocutori (che in realtà lui non considera tali dal momento che si limita sostanzialmente ad insultarli) e diversi stralci, fra i più significativi, del suo “libro dei sogni”, “Libercomunismo”, estrapolati dagli articoli e dalle analisi dei suoi critici, in particolare quella di Visalli (che è entrato nel merito della materia economica, eccome… https://www.linterferenza.info/attpol/intorno-a-emiliano-brancaccio-e-il-libercomunismo/ ), che abbiamo anche pubblicato su L’Interferenza.
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Israele, il business del genocidio
di Michele Paris
Durante la fase più intensa del genocidio a Gaza, in Occidente e tra i regimi arabi si sono sprecate le dichiarazioni di “preoccupazione”, i richiami al diritto internazionale e le rituali condanne degli “eccessi” dell’offensiva israeliana. Dietro questa retorica, tuttavia, il business militare dello stato ebraico non solo non ha subito contraccolpi, ma ha continuato a prosperare come mai prima d’ora. Anzi, proprio il genocidio in corso nella striscia sembra avere trasformato Israele in una vetrina globale ancora più appetibile per quei governi interessati a tecnologie militari sperimentate direttamente sul campo.
I numeri pubblicati nei giorni scorsi dal SIBAT, l’agenzia del ministero della Difesa israeliano incaricata delle esportazioni militari, parlano da soli. Nel 2025 Israele ha esportato armamenti per 19,2 miliardi di dollari, nuovo record storico e quinto anno consecutivo di crescita. Rispetto al 2024, l’incremento è stato del 30%, mentre dall’inizio dell’assalto a Gaza il balzo complessivo dei profitti del comparto militare israeliano supera il 56%.
Il dato forse più clamoroso riguarda però la provenienza degli acquirenti. L’Europa è diventata il principale mercato per l’industria bellica israeliana, con acquisti pari a 6,9 miliardi di dollari, circa il 36% dell’intero export militare. Ancora più significativo è il fatto che i paesi arabi abbiano acquistato più armi israeliane degli stessi Stati Uniti. Il Medio Oriente e il Nord Africa hanno rappresentato infatti il 15% delle esportazioni, per un valore di circa 2,9 miliardi di dollari, contro il 13% del Nord America.
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Elmetto al campo largo, la strategia di Giorgia
di Michele Prospero
Meloni ha schivato con furbizia il vertice in Montenegro perché ha già iniziato la campagna elettorale. Ha capito, a differenza delle opposizioni, che il referendum non l’ha perso per i tecnicismi della separazione delle carriere o per l’istituzione dell’Alta Corte. A travolgerla è stato l’impatto ideale, oltre che economico e sociale, delle bombe del duo Bibi-Donald. A marzo è stata lei a pagare poiché il ponte con l’amministrazione statunitense, proprio nelle settimane dell’appello al popolo per dirimere le funzioni delle toghe, significava complicità con i raid in Medio Oriente e acquiescenza ai crimini contro l’umanità.
Confida che più in là, a emergenza iraniana spenta e con gli avvoltoi israeliani placati, la sintonia con il tycoon di Washington attenuerà gli effetti negativi sprigionati da una subalternità a Tel Aviv che gronda di sangue. Una volta siglato il cessate il fuoco, la destra intende giocare la vecchia carta del Trump pacifista, preziosa nella gestione dei contraccolpi della questione ucraina. Adducendo un francobollo come pretesto per evitare il tour nei Balcani, Meloni valuta che conviene evitare gli abboccamenti con Parigi, Berlino e Londra. Ha intuito che i tre condottieri, rimasti senza un briciolo di consenso interno, annunciano soltanto guai.
Per ottenere il secondo mandato a Palazzo Chigi, la Madre ha perso l’aereo.
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L’Impero senza abiti nuovi: Putin a San Pietroburgo e il mondo che non si inchina
di Mario Petri* e Maxim Ospovat
C’è un momento preciso in cui la storia cambia passo. Non sempre è annunciato dai cannoni. A volte arriva nel silenzio climatizzato di una sala congressi affacciata sulla Neva, dove tremila delegati di cento paesi ascoltano un uomo che parla con la calma tagliente di chi sa di aver già vinto l’argomento principale, anche se non ha ancora vinto la guerra. Quel momento è stato il 5 giugno 2026, San Pietroburgo, Forum Economico Internazionale. Eravamo lì. E questo è ciò che abbiamo visto.
C’è un paradosso che la fiaba di Andersen aveva già descritto due secoli fa: il momento più pericoloso per un impero non è quando i sudditi si ribellano, ma quando smettono semplicemente di fingere di vedere gli abiti che non ci sono — e quel momento, a San Pietroburgo il 5 giugno 2026, era già arrivato.
“Il vecchio mondo sta finendo. Il nuovo non è ancora nato. E in questo interregno emergono i mostri.” — Antonio Gramsci
L’Occidente collettivo — quella costruzione ideologica che tiene insieme Washington, Bruxelles e una serie di capitali satelliti — ha un problema esistenziale che nessun servizio di comunicazione strategica riesce più a mascherare: si comporta come un impero ma ha smesso di essere convincente. Impone sanzioni che colpiscono se stesso quanto il nemico designato. Finanzia guerre che non riesce a vincere. Predica l’ordine internazionale basato sulle regole mentre le viola sistematicamente quando gli conviene. E intanto il mondo, ostinatamente, continua a girare senza chiedere il permesso a Bruxelles.
Allo SPIEF 2026, questa contraddizione era palpabile come l’aria di giugno sulla Neva. Non perché qualcuno l’abbia urlata dai microfoni. Ma perché la sola presenza in sala — ministri africani, banchieri asiatici, imprenditori del Golfo, il vicepresidente cinese Han Zheng, la presidente della Tanzania, il presidente uzbeko — era di per sé una risposta. Non ci si isola da soli con venti mila persone in sala.
Immaginate di costruire un martello per piantare chiodi nelle case degli altri, e di scoprire un giorno che quel martello è diventato abbastanza pesante da rompervi i piedi: è pressappoco ciò che sta accadendo all’architettura finanziaria e statistica che l’Occidente ha eretto nel dopoguerra per misurare — e governare — l’economia globale.
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A che punto sono?
di Giacomo Rotoli
Uscito in Francia nel 2022 Où en sont-elles? è una delle ultime fatiche di Emmanuel Todd antropologo francese di fama internazionale. Precede La sconfitta dell’Occidente libro successivo che ha avuto grande eco in Italia, mentre il primo non è stato tradotto e se ne è parlato molto poco salvo una breve intervista su magazine D di Repubblica del 2022 con un commento di Ida Dominijanni [1] e oltre a qualche altro breve commento alla stessa intervista si trova ben poco in rete.
Il titolo si potrebbe tradurre con A che punto sono? Un titolo un po’ criptico ma non nuovo per il nostro autore che ha scritto anche Où en sommes nou? (A che punto siamo?) nel 2017. Il sottotitolo chiarisce: Uno schizzo della storia delle donne (Une esquisse sur l’histoire des femmes), ma non è affatto uno sketch o uno schizzo, è un libro quasi monumentale, complesso, ricco di ipotesi, dati, grafici (purtroppo non sempre ottimi nell’edizione che ho recuperato io, ma nemmeno nel link alla casa editrice la qualità non è eccezionale). Quasi come una premessa al libro successivo l’autore conclude con delle considerazioni sulla traiettoria del mondo attuale ovvero alla separazione tra un oriente fabbrica del mondo e un occidente sempre più teso ai servizi con un’analisi delle ragioni, che lui da buon antropologo individua nelle strutture familiari, e conseguenze di questa dicotomia. Questo è il messaggio centrale a mio avviso anche se Todd si occupa di moltissime cose di cui io qui non scriverò per ragioni di spazio e coerenza (ad esempio c’è un capitolo intero dedicato agli aborigeni australiani, uno alla Svezia come società prototipo di un femminismo avanzato, uno sulle differenze tra cattolicesimo e protestantesimo che poi si riverberano in ben tre capitoli sulle minoranze omosessuali e transessuali; su quest’ultimo argomento, quello che Todd a volte definisce “cattolicesimo zombie”, forse scriverò un altro articolo).
Una premessa per capire Todd va fatta: egli opera una divisione netta interna all’occidente (qualcuno un po’ maligno potrebbe pensare che sia perché è francese) tra quello che secondo lui è il “vero” occidente, ossia Francia, Scandinavia e mondo anglosassone e il resto ovvero Germania, Europa orientale e meridionale.
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“Sequencing" e disperazione strategica
di Salvatore Minolfi
Non sappiamo ancora (e dubito che lo sapremo a breve) se sia o meno fondata la notizia messa in circolazione da Larry Johnson e Pepe Escobar, secondo i quali il presidente iraniano, Mahmud Pezeshkian, avrebbe incaricato il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif (mediatore nella crisi), di mettere in guardia gli Stati Uniti circa l’intenzione iraniana di reagire a un’eventuale ripresa della guerra di aggressione israelo-americana, con l’esplosione dimostrativa di un ordigno nucleare in un’area desertica del paese.
Certo, sarebbe una svolta e segnerebbe, con ogni probabilità, l’inizio di un processo di proliferazione orizzontale.
Ma che sia vero o meno, un’epoca della storia del moderno Medio Oriente si è comunque già chiusa, con la messa in onda, in mondovisione, dello spettacolo dei sopraggiunti limiti del potere americano e della sostanziale impotenza del “Central Command”, la creatura istituita nel 1983 e alla cui ombra si è svolto l’ultimo quarantennio della storia della regione (una vicenda che ho sinteticamente ricostruito un paio di anni fa (https://fuoricollana.it/il-martello-di-maslow/) .
Con sei anni di anticipo rispetto alla fine della guerra fredda (1989), quel nuovo comando strategico doveva offrire, su scala locale, un’anticipazione di cosa sarebbe stato un mondo unipolare. Considerati i quarant’anni di inferno che ne sono derivati, possiamo ben dire che la sua missione è stata portata a termine con una certa completezza.
Tuttavia, a determinare la sconfitta politica della mastodontica struttura strategica non sono stati i militari, né tanto meno il “Guappo di cartone” (https://fuoricollana.it/the-donald-o-guappo-e-cartone/) che, grazie al suo patologico narcisismo, è diventato il presidente più manipolabile dell’intera storia americana.
La recente sconfitta in Medio Oriente è il prodotto di un processo involutivo molto più complesso. Essa chiama in causa in primo luogo l’avventatezza strategica che sta imperversando nel sovraffollato mondo dei “defense intellectuals”, figure tipicamente americane che – partendo dall’accademia e dall’universo quasi infinito dei Think Tanks – hanno prosperato per otto decenni, consigliando i leaders governativi e militari in materia di sicurezza nazionale, fornendo loro analisi e teorie che condizionavano il momento decisionale, in modalità per lo più indifferenti al processo di legittimazione democratica delle scelte.
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L’inganno del Mercosur: la regia dei fondi USA dietro il trattato
di Francesco Cappello
Da BlackRock a Vanguard, ecco come i giganti della finanza globale vorrebbero controllare contemporaneamente chimica, agrobusiness e Big Pharma, stringendo l’Europa in una morsa commerciale e sanitaria. Pesticidi vietati esportati in Sudamerica e carne a basso costo sulle nostre tavole. Il business a tre stadi dei fondi d’investimento che Bruxelles tenta di imporre aggirando i giudici europei
Se proviamo a sollevare il velo di propaganda che avvolge il Trattato Mercosur, ci accorgiamo che non siamo di fronte a un accordo di cooperazione, ma a un gigantesco meccanismo di sottomissione economica. Si tratta di un patto di stampo neo-coloniale fondato sullo scambio ineguale. Da una parte l’Europa, disperatamente a caccia di mercati per piazzare le sue automobili e i suoi prodotti chimici; dall’altra i colossi del Sudamerica, pronti a invadere i nostri mercati con prodotti agricoli e produzioni animali di bassa qualità a basso costo. Dietro questa facciata commerciale si nasconde un’architettura finanziaria spietata, che mette a rischio la nostra salute, l’ambiente e la sopravvivenza stessa delle nostre aziende e campagne.
I direttori d’orchestra: il filo rosso dei grandi fondi d’investimento
La prima grande insidia, la più profonda e invisibile ai non addetti ai lavori, riguarda i veri registi di questa operazione. Non sono semplicemente gli Stati a volere questo trattato, e nemmeno le singole multinazionali. Il vero trait d’union è rappresentato dai grandi fondi di investimento internazionali, colossi finanziari globali come BlackRock, Vanguard e State Street. Questi giganti della finanza non siedono da una sola parte del tavolo: controllano contemporaneamente le quote azionarie sia delle multinazionali europee che di quelle sudamericane.
Si tratta di un circuito chiuso perfetto. Gli stessi fondi che possiedono pacchetti azionari decisivi in aziende chimiche, farmaceutiche e automobilistiche europee sono anche i principali azionisti dei colossi dell’agrobusiness oltreoceano. Per questi registi globali, il trattato Mercosur è il capolavoro definitivo: permette di massimizzare i profitti da entrambi i lati del pianeta, abbattendo le barriere doganali e costringendo i cittadini a pagare il prezzo sociale e ambientale di questa enorme operazione di speculazione.
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La vera costituzione è la mistificazione
di comidad
Non c’è nulla di strano nel fatto che un papa colga l’occasione dell’avvento dell’intelligenza artificiale per riproporre la consueta retorica sulla centralità dell’uomo. Non c’è da stupirsi se i preti usano ogni opportunità per dire messa e pronunciare omelie; il problema semmai riguarda quelli che si arruolano come chierichetti. Meno spiegabile è infatti che tanti “laici” si mettano in cordata con l’enciclica papale per offrire un contributo, anche in chiave critica, per un nuovo umanesimo. Non si tratta soltanto di mantenere un realistico scetticismo sull’effettivo potenziale critico della Chiesa cattolica nei confronti dell’establishment di cui è parte integrante; il problema sarebbe soprattutto di capire se sia serio voler ancora affidare all’umanesimo le prospettive di sopravvivenza e di benessere dell’umanità. Il punto è che per sostituire le classi dirigenti e le opinioni pubbliche, non c’era bisogno dell’arrivo dell’intelligenza artificiale; bastava un distributore automatico o una fotocopiatrice, che probabilmente avrebbero fatto persino di meglio. Nessuna vicenda sfugge al copione preconfezionato, tanto che lo stesso pubblico in sala conosce già le battute e interagisce con la commedia che si recita sul palcoscenico.
A proposito di pessimismo antropologico, un personaggio come Adriano Sofri è un esempio da manuale. La circostanza di essere stato vittima di un abuso giudiziario, non ha affatto nobilitato Sofri; al contrario, egli ha trovato la sua personale via di salvezza nel diventare dispensatore di paralogismi per conto dell’establishment che lo aveva incastrato. Nel caso della grazia concessa da Mattarella a Nicole Minetti, l’espediente retorico più banale era quello di ricorrere all’episodio dell’adultera del vangelo di Giovanni; e infatti Sofri lo ha usato.
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Perché la Cina e il Grande Sud ci stanno salvando da una crisi mondiale
di Pino Arlacchi
Avvistato dalle fonti più autorevoli, il fantasma di un greggio a 150 dollari al barile si aggira nei corridoi delle borse occidentali. Se i modelli predittivi delle maggiori compagnie petrolifere e delle banche di investimento dovessero materializzarsi, lo shock energetico indotto dal blocco prolungato dello Stretto di Hormuz – in cui transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio – rischierebbe di infliggere il colpo di grazia a un’economia atlantica già strutturalmente fragile.
Nella logica del secolo passato, un simile scenario assumerebbe un solo significato: una recessione globale profonda, immediata e inevitabile. Ma la logica del XXI secolo è cambiata. Se la fiammata energetica non si tradurrà nel collasso economico del pianeta, non sarà per merito delle manovre della Federal Reserve o di tardivi accordi diplomatici in Medioriente. Sarà perché, per la prima volta nella storia contemporanea, esiste un subsistema economico alternativo e parallelo a quello occidentale, dominato dall’economia reale e dallo Stato regista dello sviluppo (il cosiddetto Developmental State). Questo insieme è guidato dall'asse tra la Cina e il Grande Sud, ed è capace di agire da possente ammortizzatore universale.
Non è facile comprendere questa svolta epocale, e se sono in grado di delinearne caratteri e dinamiche lo devo al fatto di non essere accecato dall’illusione eurocentrica e atlantista che affligge l’intera narrativa sulla crisi attuale che prevale in Occidente.
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Da Al-Dhafra a Sigonella: la rotta dei Triton
di Antonio Mazzeo
Il ruolo della stazione aeronavale siciliana di Sigonella si è rivelato cruciale sin dalle fasi calde che hanno preceduto l'attacco statunitense e israeliano. Da quel momento, i droni MQ-4C Triton della Marina USA hanno solcato quotidianamente i cieli dell'isola per dirigersi verso lo scacchiere mediorientale. Sviluppati dall'industria statunitense Northrop Grumman specificamente per la US Navy, questi velivoli senza pilota operano in pianta stabile dal territorio catanese, trasformando la base di Sigonella in una vera e propria piattaforma di lancio per missioni di intelligence nel Mediterraneo. Quanti abitanti dell’isola sono a conoscenza della pericolosità di questa base? Quanti siciliani hanno consapevolezza del fatto che la Sicilia è un bersaglio militare?
* * * *
Inaspettatamente, domenica 10 maggio un grande drone MQ-4C “Triton” in dotazione alla Marina militare degli Stati Uniti d’America è atterrato a Sigonella proveniente dalla base aerea di Al Dhafra, Emirati Arabi Uniti, da dove operava da mesi a supporto dei bombardamenti USA e israeliani contro l’Iran.
Il velivolo senza pilota è giunto in Sicilia dopo aver attraversato il Mar Rosso e il Mediterraneo.
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La ragnatela militare e di intelligence allestita da Israele attorno all’Iran
di Giacomo Gabellini
Lo scorso dicembre Israele è diventato il primo Paese a riconoscere formalmente il Somaliland, una regione autonoma separatasi dalla Somalia decenni fa. Il Somaliland, nella Somalia nordoccidentale, è da tempo in conflitto con il governo di Mogadiscio, avendo dichiarato l’indipendenza nel 1991 mentre la Somalia sprofondava nella guerra civile e nel caos. Da allora, il Somaliland ha governato la maggior parte del territorio che rivendica senza ricevere il riconoscimento internazionale.
Il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele moltiplicherà gli sforzi per istituire una cooperazione immediata con il Somaliland in settori quali agricoltura, sanità, tecnologia ed economia. Si è inoltre si è congratulato con il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, elogiandone la leadership e invitandolo a visitare Israele.
Il premier israeliano ha affermato che la dichiarazione «rientra nello spirito degli Accordi di Abramo, firmati su iniziativa del presidente Trump» nel 2020 per normalizzare le relazioni diplomatiche di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, a cui si sono aggiunti successivamente altri Paesi.
Netanyahu, il ministro degli Esteri Saar e il presidente Abdullahi hanno firmato una dichiarazione congiunta di reciproco riconoscimento. Abdullahi ha dichiarato in una nota che il Somaliland avrebbe aderito agli Accordi di Abramo, definendoli un passo avanti verso la pace regionale e globale, e annunciato che il Somaliland si impegna a costruire partenariati, a rafforzare la prosperità reciproca e a promuovere la stabilità in Medio Oriente e Africa.
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Follie anglosassoni, saggezze russe
di Alberto Giovanni Biuso
Alcune forme di follia pervasive, clamorose eppure in gran parte disconosciute, attraversano la politica, la cultura, l’esistenza dell’occidente anglosassone e da qui si riverberano anche sull’Europa. La follia del transumanesimo che nelle menti e nei progetti ingegneristici di miliardari tecno-apocalittici come Peter Thiel prende la forma del superamento di ciò che costoro chiamano mortalismo, vale a dire la finitudine umana come di ogni altro ente. In un suo recente pellegrinaggio europeo (Parigi, Roma) dedicato all’avvento dell’Anticristo, Thiel ha definito l’inevitabilità del morire come una ideologia da respingere, condannare e superare, anche e specialmente attraverso lo sviluppo delle tecnologie digitali e delle cosiddette intelligenze artificiali. Anche in questo modo la tecnoteologia politica di Thiel si conferma un esempio, un caso, un’espressione del dominio di «Mammona, il Signore di questo mondo (oggi concretamente la tecno-finanza politico-digitale operata dall’Intelligenza Artificiale)» (Eugenio Mazzarella, Critica della ragione digitale, Castelvecchi, Roma 2026, pp. 94-95).
La follia del servilismo totale, inaudito e privo di ogni pur minima dignità che i decisori politici dell’Unione Europea mostrano nei confronti del padrone statunitense che li insulta, li umilia, li disprezza ma al quale continuano a leccare la mano. È del tutto palese che è nelle intenzioni e nell’interesse degli USA mantenere l’Europa nel suo stato di impotenza e dipendenza, nella divisione tra la sua parte occidentale e quella orientale e slava. È palese ma sembra anche invisibile.
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Suicidio o illusione infranta? Le disavventure dell’Europa e l’avvenire dell’internazionalismo*
di Valerio Romitelli
Che l’Europa si sia votata al suicidio è tema ricorrente in più saggi[1]. Ovvia condizione preliminare di ogni suicidio è però che a farlo sia qualcuno di effettivamente vivente. Mentre è proprio questo che qui mi preme contestare. Più che euroscettico potrei infatti venire classificato come eurocinico. Tra i cinici più noti non vi era infatti quel tal Diogene che andava in giro a cercare “l’uomo” rifiutando chiunque si presentasse come tale? Ebbene, se la comparazione è ammessa, a me viene da dubitare di chiunque si presenti come europeista! Mia convinzione è infatti che l’Europa politica, quella fatta da 27 Stati, l’Ue insomma, altro non sia che un’illusione. Un’illusione che come ogni illusione duratura ha effetti del tutto reali, ma non conformi alle intenzioni che la legittimano.
Il punto è, detto brutalmente, che la prima ad essere antieuropeista a me pare sia la stessa Europa, quale si è venuta edificando dal secondo dopoguerra: un’Europa dunque contraria, opposta, antagonista a ciò che è l’Europa in senso geografico. Certo va da sé che geopolitica e geografia non sempre coincidano, ma il caso in cui l’una sia incompatibile con l’altra rappresenta un vero paradosso. Ed è proprio questo il paradosso dell’Europa quale la abitiamo dai primi anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Il guaio è che ci siamo talmente abituati a questo paradosso che oramai non ce ne rendiamo più neanche conto. L’illusione dentro cui così viviamo consiste nel ritenere Europa solo meno di 2/3 del “vecchio continente”, mentre il suo restante territorio corrispondente a più di 1/3 lo trattiamo come uno spazio non solo estraneo, ma addirittura ostile. Per molti abitanti della prima porzione d’Europa ovviamente non è così, ma nessuna protesta pare riuscire a convincere la maggioranza dei governi di questa porzione a desistere dalla loro sempre più forsennata russofobia. Sì perché oramai lo si sarà capito che ciò di cui sto parlando altro non è se non il fatto che quasi mezza Europa è Russia e che allo stesso tempo l’altra metà abbondante è obbligata a considerare questo fatto un inconveniente contro cui lottare. Fino anche a morte, fino anche armi in pugno!
Chi giustifica questo atteggiamento tanto illusorio quanto cieco ne fa risalire l’occasione scatenante al febbraio 2022 e all’invasione Russia dell’Ucraina.
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L’apocalisse del nostro tempo. Un corpo a corpo con la macchina
di Alfredo Gatto
Ho pensato a Vasily Rozanov leggendo l’ultimo libro di Simone Regazzoni, Platone nella Silicon Valley. Anima, corpo, Intelligenza Artificiale (Ponte alle Grazie, 2026). E non mi riferisco ovviamente al Rozanov antisemita, ma all’autore de L’apocalisse del nostro tempo. In questo testo, tradotto e pubblicato da Adelphi alla fine degli anni ’70, la percezione della crisi passa dalla progressiva rarefazione della carne: «L’Apocalisse tuona: Più carne […] Il mondo è smagrito, è infermo». Rozanov scrive queste righe nel 1918, ma i destinatari del suo messaggio non vanno cercati nella società russa travolta dalla tempesta rivoluzionaria. Forse i veri destinatari della sua richiesta di carne e materia siamo noi.
Ripartiamo allora da qui – dall’apocalisse del nostro tempo, dalla smaterializzazione del gesto pensante, da un’epoca storica in cui l’attrito del reale sembra allentarsi per fare spazio alla produzione, levigata e instancabile, di contenuti senza corpo. È a partire da questa prospettiva che vanno compresi la posta in gioco e lo sforzo messo in campo da Regazzoni. Non si tratta di lanciare l’ennesima condanna morale nei confronti della prepotenza del mondo costruito a immagine e somiglianza dell’AI – «È un bene? È un male? Semplicemente è ciò che accade: un processo irreversibile in corso» (p. 90) –, né di lamentarsi, da buoni umanisti, della perdita di autenticità che investe l’uomo contemporaneo. È un atteggiamento à la Byung-chul Han, giusto per capirci, privo di forza propulsiva: è una forma di decadentismo passatista che trasforma il ricordo dei bei tempi andati in un wishful thinking sterile e improduttivo. Tutto ciò non basta, e per una ragione molto semplice: siamo usciti dall’era della riproducibilità tecnica per entrare in quella che Regazzoni chiama l’era della generatività tecnica, un’epoca in cui «il pensiero, e più in generale la creatività, entra in uno spazio di indistinzione tra l’uomo e la macchina» (p. 28). È di questo che occorre parlare, perché è a partire da questa torsione che si sta ridefinendo la nostra specificità di esseri viventi.
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La macchina finanziaria che azzera le sovranità e trasforma la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata
di Francesco Cappello
Il processo di privatizzazione, espropriazione e recinzione
Proviamo a smontare la narrazione della “scelta ecologica” o dello “sviluppo geopolitico” e osservare la struttura puramente matematica e contabile che muove i capitali speculativi occidentali dalla Palestina, all’Albania, all’Ucraina, alla Sardegna e altrove…
È in atto un algoritmo estrattivo e transazionale che non è un’astrazione teorica, ma un protocollo operativo standardizzato che si applica indifferentemente a una campagna coltivata espropriata in Sicilia, a un’area protetta nei Balcani esattamente come in Sardegna [*] o a una striscia di terra ridotta in macerie in Medioriente o a Cuba nell’immediato futuro… (vedi Albania. Una radicale transizione verso la privatizzazione della diplomazia e la corporatizzazione dei beni pubblici globali)
Questa macchina finanziaria agisce secondo precise fasi, coordinate per azzerare la sovranità statale e trasformare la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata.
Il primo pilastro dell’algoritmo in atto è l’assoluta indifferenza del capitale rispetto all’oggetto dell’investimento. A monte della filiera non ci sono ecologisti, urbanisti o diplomatici, ma fondi di private equity, hedge fund e veicoli finanziari offshore (vedi nota [1]) esattamente come la Affinity Partners di J.Kushner e tutta la Trump family o i grandi conglomerati che gestiscono i portafogli delle multinazionali dell’energia. Questi attori non investono in “energia verde”, in “turismo di lusso” o in “piani di pace”, ma in differenziali di rendimento protetti da rischio sistemico.
Investire in differenziali di rendimento protetti da rischio sistemico significa andare a caccia di profitti altissimi e fuori mercato, avendo però la certezza matematica che, anche se l’economia mondiale dovesse colare a picco, quel guadagno è blindato da leggi speciali, incentivi pubblici e beni reali.
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Lo spettro della filosofia
di Salvatore Bravo
La filosofia come il comunismo è uno spettro che si aggira in Europa e nell’occidente. Il nostro è tempo di “spettri”, in cui il capitalismo lavora, affinché i nemici del capitale siano invisibili. Gli spettri sono temuti, verso di essi vi è repulsa e attrazione. La filosofia è uno degli spettri che inquieta il capitale, in quanto è critica sociale, definizione della verità, dialogo di senso e prassi trasformativa interiore e strutturale. La filosofia è panica presenza anche se invisibile, in quanto nel tempo dell’insensato e dunque del capitalismo pienamente realizzato mostra gli effetti sociali del nichilismo proprietario e narcisistico e del vuoto metafisico. Il sistema mediatico e culturale ufficiale è il servo fedele dei padroni e lavora per garantire al capitale l’eternità con la rimozione dall’orizzonte politico e culturale della natura umana veritativa e solidale da attualizzare nella storia e nelle storie. Il capitalismo ha condannato la filosofia a condizione di spettro, essa c’è, e la si esorcizza con l’iperspecialismo nelle Università, nelle Accademie e nei Licei. Dove la filosofia tace la storia degrada a semplice cronaca, in quanto la filosofia è lettura olistica e valutativa dei fatti per definire e indicare i fini oggettivi. Tutto è posto in opera pur di neutralizzare la verità e la metafisica e di sostituirla con la chiacchiera colta innocua per il sistema capitalistico, il quale trova spazio nelle istituzioni e nei salotti buoni. Si addomestica la natura umana e la si deforma con la chiacchiera e con l’edonismo decerebrato:
“La filosofia. Un tempo potevamo incontrarla, la filosofia, in qualche corso universitario o in qualche aula di liceo, in qualche libro circolante tra la gioventù istruita o in qualche pubblica discussione. Oggi non più. La cultura socialmente riconosciuta è o iperspecialismo arido o chiacchiera infondata. Ciò che nelle università si chiama filosofia è, nel migliore dei casi, ermeneutica di testi o citazione erudita di pensieri, senza più domanda e responsabilità del vero, senza più comprensione significante dell’orizzonte storico. Nei licei in disfacimento le prime discipline di cui è collassato l’insegnamento sono state la storia e la filosofia. Il fatto è che una società plasmata dalla dinamica autoreferenziale dell’economia del plusvalore tende a spegnere ogni forma di autocomprensione e di strutturazione di significati, perché soltanto un’esistenza priva di riflessione e significato può sottomettersi alle modalità di vita imposte dall’economia, altrimenti invivibili1”.
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Si scrive Colombia, si legge Israele (e Honduras)
di Marco Consolo
Si scrive Colombia, si legge Israele. Sui risultati elettorali colombiani si allunga l’ombra di Israele sul continente latino-americano e delle manovre per destabilizzare i governi progressisti.
Sullo sfondo appare lo scandalo internazionale del cosiddetto Hondurasgate [i] con le rivelazioni di 29 audio divulgati da una rete di giornalisti honduregni e da Diario Red, che coinvolgono i poteri forti del Paese centro-americano, Netanyahu e le lobby sioniste negli Stati Uniti e, naturalmente, la stessa Washington.
Ancora una volta, la realtà supera di gran lunga l’immaginazione. La trama è intricata e vale la pena dipanarne il filo.
In concreto, ambienti israeliani, con l’immancabile appoggio statunitense, preparano il terreno per il secondo mandato dell’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, già condannato a 45 anni di carcere negli Stati Uniti per il traffico di 450 tonnellate di cocaina, non proprio bazzecole. Ma dopo qualche mese di carcere, il fiduciario israeliano Hernández viene graziato a sorpresa da Donald Trump, due giorni prima delle elezioni truccate dai brogli in Honduras, che riportano al governo la destra di Nasry Asfura, dello stesso Partido Nacional di Hernández [ii]. Le sue dichiarazioni sono una perla: «Oggi sono qui, con la mano di Dio che mi sostiene, con la speranza e la convinzione che ce la faremo. E oggi devo dirlo con grande chiarezza: sono stato vittima di una cospirazione della sinistra radicale, non solo dell’Honduras, ma anche di altri paesi, nonché di funzionari del governo Biden».
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Sionismo e Nazismo, brevi note
di Paolo Di Marco
Chi avesse per caso letto il libro di Tom Segev ‘Le septiéme million’* avrebbe notato che la nascita dello stato di Israele ha un percorso assai diverso dalla vulgata comune.
Gli ebrei tedeschi che i due comitati ebrei-uno in Germania e uno nella Palestina occupata- riscattano trattando con Eichmann sono assai riluttanti all’esilio; insistono che loro sono totalmente d’accordo con Hitler e tutte le sue politiche -l’unica cosa che non capiscono è perchè devono essere proprio loro la vittima sacrificale. La maggior parte rifiuta il trasferimento. E l’ esilio forzato della minoranza che parte è rancoroso anche nei confronti del socialismo primitivo dei kibbutzim del sionismo originario. Che dal canto loro ripagheranno gli yekkes chiamandoli saponi.
D’altronde, sempre per uscire dalla vulgata corrente, il nazismo allora non era affatto visto come quel mostro che oggi ci viene descritto, anzi, e godeva molte simpatie nelle aristocrazie sia blasonate come l’allora re d’Inghilterra Edoardo VIII (poi costretto alle dimissioni da Churchill) che aveva trattato con Ribbentrop la divisione del mondo dopo la guerra sia borghesi come i fratelli Dulles e Prescott Bush che gestivano negli USA i capitali di gerarchi e industriali tedeschi.
Le giustificazioni ideologico-morali della guerra sono mera propaganda favolistica costruita ex post.
E anche all’interno della Grande Germania la questione centrale è la gestione del potere, basata sulla stratificazione sociale: sotto la borghesia la piccola borghesia, sotto di questa la classe operaia divisa a strati: sopra gli operai tedeschi, sotto i cechi, sotto ancora polacchi….con un meccanismo di retribuzioni e condizioni tali che il nemico non era mai in alto, i padroni, ma quello più in basso che sgomitava per avere qualcosa di più -togliendolo a quello sopra
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Mearsheimer ad Atene: il realismo come ritorno della storia
di Giuseppe Gagliano
Quando la teoria torna a essere strumento del potere
John Mearsheimer riparte da una verità spesso dimenticata: nessuna politica estera nasce nel vuoto. Anche i governi che si dicono pragmatici, anche i leader che disprezzano gli intellettuali, anche le cancellerie che rivendicano il primato dei fatti, agiscono sempre dentro una visione del mondo. La chiamino dottrina, istinto, interesse nazionale o buon senso, resta una teoria. E una teoria sbagliata produce quasi sempre una politica sbagliata.
È qui che Mearsheimer colloca il fallimento strategico dell’Occidente dopo la guerra fredda. Gli Stati Uniti hanno creduto che l’espansione del mercato, l’allargamento delle istituzioni liberali e la diffusione della democrazia avrebbero addomesticato la competizione tra le grandi potenze. Hanno pensato che la Cina, arricchendosi, sarebbe diventata un attore responsabile; che la Russia avrebbe accettato l’avanzata della NATO; che l’Europa potesse vivere di prosperità senza occuparsi fino in fondo della propria sicurezza; che il Medio Oriente potesse essere riplasmato con guerre, pressioni e cambi di regime. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la storia non è finita, è tornata.
Il realismo contro la religione liberale
Il realismo di Mearsheimer è duro perché parte da una constatazione elementare: il sistema internazionale non ha un governo superiore agli Stati.
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Perché non sosteniamo le proposte di legge sulla Geoingegneria
di Costantino Ragusa
Non avevamo dubbi che il tema della Geoingegneria, da questione di nicchia legata in gran parte a valutazioni emotive e fantasiose, tranne ovviamente rari casi in cui invece il lavoro di ricerca e denuncia ha mantenuto spessore, si prestasse prima o poi a essere strumentalizzato a fini elettorali, di consenso, megalomania, visibilità, ecc… C’è grande agitazione per le recenti proposte di legge sulla geoingegneria soprattutto nel mondo virtuale, dove l’adesione passa da un atto meccanico della durata di qualche millisecondo. Ovviamente parliamo del mondo del dissenso che conosce la questione soprattutto nella sua emanazione comunicativa più becera “Scie chimiche”; altri contesti invece, dagli ecologisti, radicali, gretini ecc… niente è pervenuto, probabilmente sono occupati a criticare il governo per le recenti proposte di mini reattori nucleari per far fronte alla crisi energetica, ma solo ovviamente perché la proposta non arriva dai propri schieramenti politici amici che a loro volta sarebbero pronti a sostenerla come soluzione pulita alla crisi climatica.
Non entreremo in dettagli tecnici e rivendichiamo il non farlo per non contribuire ad abituare i cervelli a quella neolingua impregnata di “verità tecniche” che comprende anche le forme giuridiche o inglesi che sterilizzano il linguaggio restituendolo in quella formula adatta ai tempi presenti, ai tempi delle macchine e alla coesistenza con le nocività.
La prima proposta di legge denominata “Cieli blu” evidentemente tradotta da testi americani con il traduttore automatico mostra subito il suo scopo ed è proprio il contesto dove nasce che completa il quadretto con lo sfondo del tricolore che va oltre al folclore, ma che rappresenta una tradizione ben consolidata.
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Dal populismo semplicista ai contorni del populismo penale
Alba Vastano intervista Massimo Siclari
“Diciamo che la crescente pervasività dell’informazione rende deboli tali rimedi e dunque conta molto il grado d’impermeabilità dei giudici. Ho conosciuto magistrati che sospendono la lettura dei giornali e l’ascolto o la visione di notiziari quando sono investiti di questioni di un certo clamore mediatico, non penso che siano casi isolati, per fortuna” (Massimo Siclari)
Il tema dell’intervista nasce dal convegno del 21 maggio nell’aula Tesi del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Roma Tre. Il tema trattato dai relatori si è articolato sul populismo penale e sul ruolo degli attori che influenzano l’opinione pubblica in materia di giustizia penale.
Molte le lectio magistralis sul tema, dalla lectio di Didier Fassin (College de France) sulla passione di punire a quella di Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone sull’uso del diritto penale da parte dei movimenti sociali, alla lectio di Denis Sala (Association française pour l’histoire de la justice) sul tema della volontà di punire. Si conclude il Convegno con una tavola rotonda coordinata da Stefano Anastasia, garante delle persone detenute della Regione Lazio e professore dell’università Unitelma Sapienza.
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