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Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere

di Mario Sommella

giustizia2 2 720x398.jpgQuando sento parlare del referendum sulla separazione delle carriere come di un tema “tecnico”, da addetti ai lavori, ho la sensazione che si stia perdendo il punto. Per me questo voto non è una disputa tra codici e correnti della magistratura: è l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga, che in Italia comincia almeno dal 1861. La storia dell’impunità dei potenti e dei loro tentativi ricorrenti di sfuggire al controllo della legge.

La riforma costituzionale approvata nel 2025 prevede tre passaggi di sistema:

• separazione rigida e definitiva tra carriere dei giudici e dei pubblici ministeri;

• due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, con componenti in parte estratti a sorte;

• una nuova Alta Corte disciplinare, esterna ai CSM, chiamata a giudicare sui procedimenti disciplinari contro i magistrati.

Non avendo raggiunto i due terzi in Parlamento, la riforma dovrà passare per un referendum confermativo senza quorum, che il governo punta a celebrare il prima possibile, sperando di sfruttare il vantaggio nei sondaggi sul “sì” e una narrazione mediatica addomesticata.

Dentro questo perimetro apparentemente tecnico, si gioca però una partita politica e storica che parte da molto lontano.

 

L’Italia, un Paese costruito sull’eccezione per i potenti

Se guardo alla nostra storia dall’Unità in poi, vedo una costante: il potere politico ed economico ha sempre preteso una forma di “ingiudicabilità” di fatto. Tutti formalmente uguali davanti alla legge; ma non davanti a chi quella legge doveva applicarla.

Già nell’Ottocento, gli scandali delle Ferrovie, del Monopolio dei tabacchi, della Banca Romana raccontano un copione ricorrente: uomini di governo coinvolti in affari sporchi, accertamenti che emergono e poi si spengono, quasi sempre senza condanne reali. Il capo del governo Crispi incassa somme enormi e rimane in sella. Il messaggio implicito è semplice: i vertici dello Stato non si toccano.

Parallelamente, nel distretto di Palermo e nel resto della Sicilia, per decenni migliaia di morti di mafia producono una manciata di ergastoli. La macchina giudiziaria non è un arbitro neutrale: è calibrata, per origine sociale e per prassi, a proteggere i potenti e i loro alleati criminali più che a colpirli.

Non stupisce che la saggezza popolare sintetizzi così bene questo squilibrio: “A rubar poco si va in galera, a rubar tanto si fa carriera”, “Chi comanda fa la legge”, “Fatta la legge, trovato l’inganno”. Sono la radiografia di uno Stato che predica legalità, ma difende i suoi intoccabili.

Per lunghi decenni anche la composizione sociale della magistratura rispecchia questo assetto: magistrati che vengono dalle stesse famiglie, dallo stesso ceto, dagli stessi salotti dei dominanti. Incarichi decisi dall’alto, su indicazione politica. Quando la giustizia diventa un prolungamento del potere, l’impunità dei potenti non è una patologia: è il funzionamento normale del sistema.

 

Dal fascismo all’anticomunismo di Stato: la giustizia come arma contro i deboli

Nel fascismo questa logica si fa esplicita. La magistratura è subordinata all’esecutivo e al partito, orientata contro gli oppositori, mentre i crimini del regime vengono nascosti o normalizzati. I giornali raccontano un Paese pacificato in cui la violenza è sempre “colpa di nemici interni”: la giustizia diventa un braccio della repressione.

Dopo la guerra, la logica dell’anticomunismo di sistema – la scelta, interna e internazionale, di tenere fuori dal governo le forze di sinistra – si traduce anche in un uso selettivo della giustizia. In Sicilia i sindacalisti e i dirigenti contadini vengono uccisi dalla mafia: decine di omicidi, quasi nessuna condanna esemplare.

Il caso simbolico è quello di Placido Rizzotto, partigiano, socialista, segretario della Camera del Lavoro di Corleone. Viene rapito e ucciso il 10 marzo 1948: è uno dei primi casi di “lupara bianca”, il corpo fatto sparire a Rocca Busambra, ritrovato solo nel 2009 e identificato nel 2012, dopo 64 anni, con funerali di Stato celebrati alla presenza del Presidente della Repubblica. Gli imputati, accusati di aver partecipato al sequestro e all’omicidio per conto di Cosa nostra, vengono assolti per insufficienza di prove. Giustizia formale, impunità sostanziale.

E Rizzotto non è un’eccezione. Nella memoria collettiva tornano i nomi di Accursio Miraglia, Epifanio Li Puma, Calogero Cangelosi, Salvatore Carnevale, e tanti altri militanti sindacali caduti nelle lotte contadine per la terra, tra anni Quaranta e Cinquanta, spesso senza che i responsabili fossero davvero condannati. La stessa CGIL e diverse ricerche storiche ricordano che sono almeno 54 i sindacalisti uccisi dalle mafie nel dopoguerra, molti dei quali rimasti senza giustizia, a conferma di un sistema giudiziario incapace – o non disposto – a colpire fino in fondo i mandanti mafiosi e gli interessi agrari che li sostenevano.

In questo quadro si colloca anche Pio La Torre, che prima di diventare dirigente nazionale del PCI è dirigente sindacale e protagonista delle lotte per la terra. Passa dal guidare le occupazioni contadine al finire in carcere per quelle stesse battaglie, mentre la violenza mafiosa contro il movimento bracciantile resta sostanzialmente impunita. Il messaggio è chiaro: se provi a cambiare i rapporti di forza, la legge cade su di te; se difendi gli assetti, la legge ti gira attorno.

La frattura degli anni Settanta: quando una parte della magistratura smette di essere “di famiglia”

A un certo punto, però, qualcosa si incrina. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta entra in magistratura una generazione diversa, cresciuta nel clima del ’68, meno organica alle élite tradizionali. Nasce la stagione dei cosiddetti “pretori d’assalto”: magistrati che iniziano a usare il diritto del lavoro e il diritto penale del rischio per difendere lavoratori, salute, ambiente, invece di considerare l’imprenditore automaticamente nel giusto.

Nel 1976 cambia il sistema di elezione del CSM: si passa dal maggioritario, che regalava di fatto tutti i seggi a una sola corrente, a un sistema proporzionale che consente rappresentanza anche a gruppi meno accomodanti con i governi. È una crepa importante nel vecchio schema dei “giudici di famiglia” al servizio delle famiglie che contano.

Poi arriva il 1989, il crollo del Muro, la fine del blocco bipolare. Cade l’alibi della “ragion di Stato” permanente, usata per decenni per chiudere un occhio (o tutti e due) su corruzione e collusioni in nome degli equilibri internazionali.

In questo contesto esplode Mani Pulite: tra il 1992 e il 1993 la procura di Milano smonta il sistema delle tangenti che reggeva la Prima Repubblica. In Sicilia, Calabria, Campania una nuova leva di magistrati porta a processo boss, politici, imprenditori. Nel giro di pochi anni, mai come allora nella storia italiana un numero così alto di ministri, parlamentari, manager pubblici e grandi imprenditori era finito sotto inchiesta e condannato, compresi due presidenti del Consiglio.

Questa stagione viene pagata carissimo: dagli anni Settanta in poi, una trentina di magistrati vengono uccisi da mafia e terrorismo. Ma succede anche altro: una parte significativa del Paese comincia a vedere nella magistratura non solo una casta, ma anche un possibile argine all’arbitrio dei poteri forti.

 

Il presente: una riforma che promette “ordine” ma sa di restaurazione

È in questa lunga storia che colloco oggi la riforma Meloni–Nordio sulla separazione delle carriere. Non stiamo discutendo nel vuoto, ma dentro una trama che conosce benissimo il significato politico della parola “giustizia”.

Tre elementi, nelle parole e nei comportamenti di chi promuove la riforma, per me sono rivelatori.

 

1. La promessa di togliere il “fiato sul collo” ai governi

Il ministro Nordio ha sostenuto che persino l’opposizione dovrebbe appoggiare la riforma, perché quando tornerà al governo potrà beneficiarne: non avrà più i pubblici ministeri a controllare, indagare, disturbare l’azione dell’esecutivo.

Io non leggo questa frase come una svista, ma come una dichiarazione programmatica. Se il cuore della riforma viene presentato come uno strumento per alleggerire la pressione giudiziaria su chi governa, non siamo davanti a un intervento “garantista” in senso alto. Siamo davanti a un disegno che mira a ridurre la possibilità che le inchieste arrivino troppo vicino ai centri del potere.

La Costituzione ha collocato il pubblico ministero dentro l’ordine giudiziario proprio per blindare l’autonomia dell’azione penale dal governo. Ogni passo che spinge, di diritto o di fatto, il PM verso l’orbita dell’esecutivo ci porta verso un modello di giustizia accomodante con chi sta al vertice. E i testi approvati – separazione secca, due CSM, Alta Corte disciplinare – vanno esattamente in quella direzione, come sottolineano anche diversi costituzionalisti critici.

2. Gelli, la P2, le stragi e il filo che arriva a Berlusconi e Dell’Utri

La seconda “confessione” è ancora più significativa. Per difendere la riforma dalle critiche che la collegano al progetto della loggia P2, Nordio ha evocato Licio Gelli sostenendo, in sostanza, che se un’idea è giusta non diventa sbagliata solo perché l’ha detta lui.

Sul piano astratto si può giocare coi paradossi logici; sul piano concreto, in Italia, quella frase pesa come un macigno. La separazione delle carriere era un cardine del Piano di Rinascita Democratica della P2, non come sofisticata riforma garantista, ma come strumento per piegare magistratura e informazione al controllo politico.

Le indagini sulle stragi e le sentenze, in particolare sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, hanno restituito un ruolo di Gelli che va ben oltre la caricatura del “massone deviato”: finanziatore, regista occulto, punto di snodo tra loggia segreta, terrorismo neofascista e apparati deviati dello Stato. Quel progetto non era “una proposta tra le altre”, ma una vera architettura di Stato parallelo.

Dentro quella lista di 962 affiliati alla P2 compaiono nomi che hanno segnato la Seconda Repubblica: tra gli altri, Silvio Berlusconi, indicato con la tessera n. 1816, futuro quattro volte Presidente del Consiglio, al centro del sistema mediatico e politico che ha dominato il trentennio successivo.

Dalla P2 al berlusconismo il filo non si spezza, anzi si rafforza nel rapporto con Cosa nostra. Il principale artefice politico-organizzativo della nascita di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, viene condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione nel 2014 a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, per i suoi rapporti con i clan palermitani almeno dagli anni Settanta in poi.

Oggi quella stessa area politico-culturale – erede del berlusconismo e alleata con la destra post-missina – è la spina dorsale del governo che spinge la riforma della magistratura. Non è dietrologia, è genealogia: dai progetti piduisti, passando per la colonizzazione mediatica e per i rapporti con la mafia certificati nelle aule di giustizia, si arriva a un esecutivo che propone una riscrittura costituzionale pensata per “normalizzare” il conflitto tra potere politico e potere giudiziario.

In questo quadro, il richiamo “disinvolto” a Gelli non è un incidente: è una dichiarazione di continuità simbolica. Un modo per dire che quell’idea di giustizia sotto tutela politica, bocciata dalla storia e dalle commissioni parlamentari, continua a essere l’orizzonte di una parte del potere italiano.

3. Falcone e Borsellino tirati per la giacca dalla destra

Il terzo elemento non riguarda una frase di Nordio, ma un metodo politico. La destra di governo – Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia – usa i nomi di Falcone e Borsellino come fossero testimonial postumi della riforma. Si strappano frasi dal contesto, si montano clip e slogan per far dire ai due magistrati ciò che serve alla campagna per il “sì”.

Trovo questa operazione doppiamente intollerabile. Primo, perché rimuove il fatto che in vita Falcone e Borsellino furono spesso isolati, contrastati, delegittimati proprio da pezzi di politica, di magistratura, di informazione che oggi si riempiono la bocca di “legalità” e “lotta alla mafia”. Secondo, perché quei nomi vengono branditi per promuovere una riforma che rischia di rendere più difficile fare esattamente ciò per cui loro sono morti: toccare i poteri veri, rompere i patti inconfessabili, portare davanti alla legge chi si è sempre sentito al riparo da tutto.

Falcone, Borsellino e i tanti magistrati uccisi da mafie e terrorismo rappresentano un’idea radicale: la legge deve valere anche – e soprattutto – per i forti. Tirarli per la giacca per giustificare una riforma che riduce il controllo sui governi significa usare la memoria come scudo del potere, non come richiamo alla giustizia.

 

Un problema piccolo usato per una grande controriforma

C’è un dato che raramente entra davvero nel dibattito pubblico: il passaggio di magistrati da PM a giudice (o viceversa) esiste, ma è numericamente limitato. Parliamo di poche decine di casi l’anno. Non siamo davanti a un fenomeno di massa da cui dipende il destino dell’equità processuale.

Perché allora riscrivere così profondamente l’assetto costituzionale della magistratura? Perché creare due ordini separati, due CSM ridisegnati, un’Alta Corte esterna, per correggere un problema così marginale?

La mia risposta è netta: il vero obiettivo non è aggiustare un dettaglio di ingegneria processuale, ma cambiare l’equilibrio tra poteri. Un PM separato, meno inserito nell’unico ordine giudiziario, più esposto a possibili controlli esterni, è un PM più facile da isolare, colpire, delegittimare quando mette sotto inchiesta i vertici politici o economici.

Ogni volta che la magistratura ha provato seriamente a sfidare gli intoccabili – dai sindacalisti assassinati nel dopoguerra alle inchieste sulle collusioni Stato–mafia, fino a Mani Pulite – la reazione del sistema è stata durissima, prima sul piano mediatico, poi su quello normativo. Oggi questa reazione indossa il vestito rassicurante della “riforma dell’ordinamento”.

 

Il referendum, la raccolta firme e il silenzio dei media

Su questo sfondo, il referendum non è solo un passaggio istituzionale: è anche un campo di battaglia informativa. Il governo spinge per una data ravvicinata, convinto di poter sfruttare un vantaggio nei consensi e, soprattutto, una situazione mediatica in cui la riforma viene raccontata in modo parziale, talvolta edulcorato, spesso confinato alle pagine di politica per addetti ai lavori.

Nel frattempo, però, qualcosa si muove dal basso. La raccolta delle 500.000 firme, con l’obiettivo dichiarato di superare nettamente questa soglia, rappresenta una risposta politica e culturale a questa forzatura temporale. È un modo per riaffermare che la Costituzione non è proprietà del governo pro tempore, ma di chi la abita ogni giorno come cittadino.

La campagna di firme non è solo un adempimento tecnico per attivare il referendum: è già una forma di mobilitazione e di pedagogia civica. Mentre gran parte dei media tende a oscurare il tema, a parlarne poco, a ridurlo a sfondo di talk show, la possibilità di firmare – anche online – diventa un’occasione concreta per avvicinare le persone al merito della riforma e al suo contesto storico-politico.

Chi vuole informarsi e partecipare può farlo anche attraverso i canali ufficiali dedicati alla raccolta, come la pagina raggiungibile a questo indirizzo:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5400034

L’auspicio non è solo quello di raggiungere il numero necessario di sottoscrizioni, ma di superarlo ampiamente, proprio per mandare un segnale chiaro: su una riforma che tocca l’equilibrio tra poteri dello Stato, i cittadini vogliono essere protagonisti, non spettatori distratti di una partita giocata nelle stanze romane e nei consigli di amministrazione.

 

Perché questo referendum non è un tecnicismo

A questo punto, la domanda decisiva per me non è se, in astratto, un processo accusatorio “puro” richiederebbe carriere separate. È un dibattito che può appassionare i giuristi, ma da solo non basta.

La domanda vera è un’altra: in un Paese come l’Italia, con questa storia, con questa lunga tradizione di impunità dei forti e di uso politico della giustizia contro i deboli, chi guadagna e chi perde da una magistratura più debole, più divisa, più controllabile?

Viviamo in un contesto in cui:

• per oltre un secolo ministri, re, banchieri e notabili sono stati di fatto immuni da conseguenze penali serie;

• la mafia ha goduto di protezioni e connivenze istituzionali per decenni, colpendo sindacalisti, contadini, amministratori locali spesso senza pagare un prezzo adeguato;

• l’uso selettivo della giustizia, repressivo verso gli ultimi e indulgente verso i primi, è stato una pratica strutturale;

• solo negli ultimi decenni si è vista una rottura significativa di questo schema, pagata con il sangue di magistrati, poliziotti, carabinieri, funzionari che hanno scelto di non girarsi dall’altra parte.

In questo quadro, una riforma che promette ai governi di togliersi “il fiato sul collo” delle procure, che flirta con il lessico e con i progetti della P2, che si appoggia a una maggioranza politica in cui l’ex Presidente del Consiglio è stato iscritto alla loggia segreta e il fondatore del suo partito è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, che strumentalizza la memoria di Falcone e Borsellino, e che viene lanciata dentro un contesto di informazione distorta e di silenzi mediatici, non è un dettaglio tecnico: è un tentativo di riportare l’orologio indietro, verso un modello di “signori sopra la legge”.

Per questo, quando penso a questo referendum, non posso fermarmi alle formule astratte. Mi chiedo concretamente che cosa significhi svegliarsi domani in un Paese dove il pubblico ministero è più lontano dal giudice, più vicino ai condizionamenti della politica, più esposto alla minaccia disciplinare, mentre l’informazione continua a filtrare le notizie in base alla convenienza del potere.

La mia risposta è chiara: ci guadagnano, ancora una volta, i poteri che non vogliono essere giudicati; ci rimettono i cittadini che, con tutti i limiti e gli errori della giustizia italiana, hanno visto in questi anni incrinarsi – finalmente – il muro dell’impunità.

Ed è esattamente questo muro che oggi, dietro la parola d’ordine rassicurante di “separazione delle carriere”, qualcuno sta provando a ricostruire. Sta a noi decidere se lasciare fare in silenzio, o se trasformare il referendum – e già oggi la raccolta delle firme – in un’occasione per dire, una volta per tutte, che la giustizia non è un affare privato dei potenti.


Fonti essenziali per approfondire
• Testo della legge costituzionale su separazione delle carriere, nuovi CSM e Alta Corte disciplinare, commentato dalla dottrina.
• Ricostruzioni storiche sul movimento contadino e sull’antimafia sociale in Sicilia, con particolare attenzione ai sindacalisti uccisi.
• Biografia e vicenda giudiziaria di Placido Rizzotto, inclusi ritrovamento dei resti e funerali di Stato.
• Documenti e analisi sulla loggia P2, elenco degli iscritti e ruolo di Licio Gelli; riferimenti alla tessera n. 1816 di Silvio Berlusconi.
• Sentenze e cronache giudiziarie sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.
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