
Una filosofia della resistenza
di Antonio Martone
L’urto del presente: lo scarto come resistenza nell’epoca della tecnica
Il tempo che abitiamo richiede una vivisezione spietata, condotta senza il riparo di consolazioni metafisiche o messianiche. Al centro della riflessione contemporanea emerge con forza la necessità di indagare non un’idea astratta di umanità ma l’urto brutale tra la corporeità vivente e l’intelaiatura d’acciaio della tecnica. È in questa frizione che si gioca la possibilità di un pensiero ancora capace di mordere il reale, spogliato da ogni retorica del progresso e restituito alla sua nuda, drammatica evidenza.
La desertificazione interiore nella città elettronica
Il punto di partenza è la presa d’atto di uno sradicamento profondo: una lacerazione che non riguarda solo i luoghi geografici, ma l’architettura stessa della psiche. La mutazione antropologica in corso si manifesta come un processo di desertificazione interiore, alimentato da un ambiente - la “città elettronica (e-city)” - che non funge più da estensione delle facoltà umane, ma da dispositivo che le assorbe e le neutralizza. In quest’orizzonte, la tecnica smette di essere uno strumento per diventare un’ontologia: un modo d’essere che ridefinisce l’umano a propria immagine e somiglianza.
Nello spazio iper-connesso, il tempo subisce una contrazione violenta che vira verso un istante perpetuo: un eterno presente che divora ogni prospettiva futura
. Senza lo scarto temporale tra il bisogno e il suo soddisfacimento, svaniscono l’attesa, il desiderio e la memoria, pilastri su cui poggia l’identità del soggetto. L’esperienza si svuota di senso, lasciando il posto a una mera reattività biologica a stimoli tecnici che si susseguono senza sosta, in un dinamismo vorticoso che, lungi dal liberare l’uomo, ne produce il completo sradicamento da sé stesso e dalle proprie radici storiche.
Il paradosso della stasi accelerata e la frammentazione del reale
Sorge qui un paradosso centrale: più il mondo accelera digitalmente, più l’individuo si ritrova immobile, incastrato in un dinamismo apparente che non produce reale movimento esistenziale. È la stasi prodotta dall’eccesso di velocità: un’apatia ipercinetica che annulla la capacità di progettare l’oltre. L’uomo appare atomizzato in una solitudine che la connessione costante non fa che esasperare, trasformando la rete in un deserto di contatti senza incontri, dove l’identità si polverizza in una serie di prestazioni e profili.
In questo quadro storico, il potere ha mutato pelle: non necessita più di grandi narrazioni legittimanti o di apparati repressivi visibili per esercitare il proprio dominio. Esso agisce attraverso la frammentazione della conoscenza e la sovranità delle organizzazioni politico-finanziarie che tendono a uniformare i singoli spazi del mondo, cancellandone le differenze. Si tratta di un nichilismo luccicante, dove il soggetto diventa un’entità nuda, priva di schermi protettivi, esposta a una pressione molecolare che non sa né nominare né contrastare, schiacciata tra l’efficienza della macchina e il vuoto dell’anima.
La verità dell’attrito e la dignità dello scarto
In questa cornice di saturazione tecnologica, lo “scarto” (no-city) emerge come la categoria filosofica e politica decisiva. Non si tratta di cercare vie d’uscita lineari, fughe utopiche o flussi liberatori che spesso finiscono per nutrire lo stesso sistema che vorrebbero avversare; si tratta, piuttosto, di abitare la frattura. Lo scarto è il dolore del non coincidere con il dispositivo, è la resistenza di ciò che in noi resta ineducabile alla logica dell’algoritmo e alla sua pretesa di calcolabilità totale. La verità non risiede nella fluidità del divenire, ma nell’attrito, nel momento in cui la fluidità del sistema incontra una superficie ruvida che ne rallenta la corsa. È l’erosione delle facoltà imprescindibili - come la memoria e l’attesa progettuale - che deve essere contrastata rivendicando il diritto alla “non-funzionalità”. Lo scarto è dunque la traccia di una fragilità radicale che, sebbene perseguitata dal capitalismo assoluto, rimane l’unico appiglio per una soggettività che non voglia ridursi a nodo di rete o, come dico nel mio prossimo libro, ad una interfaccia sistemica.
L’insorgenza tragica contro l’apatia performante
Solo dove la macchina s’inceppa, dove il corpo manifesta la sua stanchezza, il suo cedimento o la sua costitutiva inadeguatezza balena ancora la possibilità di un senso non programmato. L’analisi del presente deve dunque farsi critica dell’apatia, quel torpore indotto da un’interfaccia che media ogni rapporto con il mondo rendendolo asettico. Bisogna riscoprire la capacità di un’insorgenza che nasca dalla percezione del tragico. Beninteso, il tragico, qui, non è rassegnazione al destino, ma accettazione del limite, della finitezza e della sofferenza come elementi ontologici dell’esistere. Questi tratti costituiscono la barriera ultima contro la pretesa tecnica di una perfezione performante che vorrebbe ridurre l’essere umano a funzione ottimizzata. Riconoscere la propria finitezza significa spezzare l’incantesimo dell’onnipotenza tecnica, riaprendo lo spazio per un’etica che non sia sottomessa al calcolo, ma fondata sulla relazione vivente e sul senso estetico dell’esistenza.
Per una filosofia dell’urto e della fragilità consapevole
L’obiettivo finale non può essere quello di “risolvere” il reale o di appiattirlo in una spiegazione rassicurante, quanto di renderlo nuovamente percepibile nella sua nuda e spaventosa durezza. Non può esserci resa alla corrente, né adattamento passivo ai flussi che ci attraversano. È necessaria la ricerca ostinata di una presenza che sappia dire “no” proprio a partire dalla propria fragilità, rivendicando la debolezza come una forza critica imprevista contro il mito della potenza.
Una filosofia che non concede nulla alla speranza facile preferisce la dignità di un’osservazione che non distoglie lo sguardo dalle macerie dell’umano, cercando in esse l’unica base possibile per una ripartenza consapevole del proprio peso. Solo attraverso la riscoperta del “pensiero dell’intero”, capace di opporsi alla frammentazione specialistica, l’uomo può tentare di invertire il flusso dello sradicamento. Il compito è restare vigili nel punto in cui il sistema vacilla, trasformando lo scarto in un nuovo inizio, finalmente consapevole del proprio ineliminabile mistero e della nostra dignità di donne e uomini del nostro tempo.








































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