Esiste davvero un “bazooka” finanziario UE contro gli USA?
di Stefano Porcari
Al World Economic Forum di Davos, il Segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha deciso oggi di smorzare le preoccupazioni sulle possibili ritorsioni europee che alcuni commentatori e analisti economici hanno ipotizzato potrebbero essere usate per far fronte alle minacce sulla Groenlandia (che poi è la minaccia di far morire la NATO per una sudditanza conclamata a Washington).
“Penso che qui ci sia una narrazione completamente fuorviante” che “sfida ogni logica”, ha detto Bessent. Il riferimento è alla fine che le capitali europee potrebbero far fare ai 12,6 trilioni di dollari di asset, e in particolare ai 2,8 trilioni di dollari di Treasury, che sono detenuti nel Vecchio Continente. Oltre a una serie di misure dello Strumento Anti-Coercizione (ACI) e all’idea di dazi di risposta.
Ma il nodo che ha fatto andare in subbuglio le redazioni delle testate economiche e che ha fatto sussultare di orgoglio quelle europeiste fino al midollo è proprio quello delle grandi ricchezze finanziarie stelle-e-strisce che la UE potrebbe usare come arma. Ma è davvero così o si sta di nuovo bluffando, come abbiamo fatto notare in un altro articolo solo pochi giorni fa?
Bisogna dire, innanzitutto, che è certamente vero che l’area euroatlantica, seppur a livello strategico vede ormai una faglia irricucibile, sul lato prettamente finanziario rimane ancora intrecciata in maniera viscerale. Il Financial Times ha pubblicato alcuni utili articoli per analizzare le possibilità reali che lo scenario paventato e categoricamente respinto da Bessent si realizzi per davvero.
Sarebbero 2,84 i trilioni di dollari di titoli di stato USA (Treasury) di cui i paesi europei della NATO sarebbero creditori. In totale, usando dati della Federal Reserve, il quotidiano britannico ha rialzato la cifra degli assets finanziari statunitensi detenuti da questo gruppo del Vecchio Continente dagli 8 trilioni calcolati da Deutsche Bank (che sarebbero quelli effettivamente in mano a investitori europei) ai 12,6 prima accennati.
Ma i nodi rimangono sostanzialmente invariati, nonostante l’oscillare delle cifre astronomiche. In molti sono infatti scettici sulla concreta possibilità di utilizzare questa leva finanziaria. Nell’articolo firmato da Robin Wigglesworth e Toby Nangle si parla addirittura di una sorta di mutua distruzione assicurata.
Una vendita massiccia di assets statunitensi farebbe indebolire ulteriormente il dollaro e, con il grande afflusso di capitali in UE, farebbe invece schizzare in alto l’euro, mandando a picco le esportazioni e facendo in sostanza fallire definitivamente il modello export-oriented. E, al di là di esso, interi stati.
Ci sono poi altri due problemi, che sono molto più “spiccioli”, potremmo dire. Il primo riguarda il fatto che è proprio il mercato stelle-e-strisce l’unico con una profondità e una liquidità tale da potersi permettere di comprare anche solo una parte consistente di questi 12 trilioni di dollari di assets. Il secondo, invece, riguarda l’assetto proprietario di questi assets.
A possederli sono in realtà “migliaia di compagnie di assicurazione, fondi pensionistici, banche e altri investitori istituzionali e milioni di persone comuni. Parte del denaro è detenuto per conto degli investitori di altre parti del mondo. Ad esempio, gran parte delle partecipazioni del Belgio sono in realtà in Euroclear“.
A meno che non si proceda a una nazionalizzazione completa e immediata di tutto il mercato finanziario europeo, l’elaborazione di strumenti tali da esercitare una sostanziale pressione sugli investitori affinché seguano i desiderata politici sarebbe talmente lungo e costellato di cause legali da far raggiungere tempi biblici.
C’è dunque molto sensazionalismo in molti articoli di giornale apparsi sulla stampa nostrana: ripetutamente scombussolati dagli attacchi trumpiani, gli europeisti devono pur vendere una certa potenza di fuoco, per quanto fittizia come la finanza (in tutti i sensi) per dire di potersela giocare ad armi pari.
Allo stesso tempo, bisogna dire, che voci del genere che attraversano i mercati preoccupano davvero Bessent, non tanto per la loro realizzabilità (perché non ce l’hanno), ma perché mette in tensione i mercati mentre si approfondisce il problema delle finanze statunitense, con l’apertura dello scontro diretto tra la Casa Bianca e la FED.
Un poco più concreto è, invece, l’ACI, ma anche questo ha tempi non brevi per dispiegare i suoi effetti. Parliamo, in questo caso, di restrizioni all’accesso al mercato unico per i giganti della Silicon Valley, dell’esclusione di colossi come Goldman Sachs o JP Morgan dal collocamento del debito sovrano europeo, e anche di limitazioni agli investimenti diretti e all’accesso a progetti infrastrutturali critici.
Lo European Council on Foreign Relations indica che sono misure che difficilmente verrebbero usate per prime, ma che rappresentano, questa volta sì, una credibile deterrenza europea, seppur anche questa non sia piena di rischi. Ad esempio, privilegiare alcuni istituti al posto di altri per il collocamento del debito può portare a una sua politicizzazione, all’aumento della volatilità e, dunque, dei costi di finanziamento del debito degli stessi stati europei.
Insomma, sono minacce che, come scritto sul Financial Times, esprimono una mutua distruzione. Ma già farle, di per sé, mette in fibrillazione l’economica. Per ora, il mercato ha già dato il suo verdetto: l’oro è volato al record storico di quasi 4.900 dollari l’oncia, segno che, nonostante le rassicurazioni di Bessent, la ricerca di beni rifugio accelera. Gli investitori si stanno preparando al peggio.









































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