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Renee Nicole Good: quando la polizia diventa guerra e la legge diventa scudo

di Mario Sommella

C’è un momento in cui capisci che non stai più parlando di “ordine pubblico”, ma di potere puro. Quel momento arriva quando una donna viene uccisa durante un’operazione di polizia, il video fa il giro del mondo, e invece di vedere istituzioni inchiodate alla prudenza e al dubbio, senti partire la solita raffica: autodifesa, minaccia, etichette infamanti, cortine di fumo. Prima della verità. Prima della giustizia. Prima perfino del rispetto umano per un corpo a terra.

Il 7 gennaio 2026, a Minneapolis, Renee Nicole Good, 37 anni, è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco esplosi da un agente dell’ICE durante un’operazione federale. La vicenda è diventata immediatamente un caso nazionale non solo per la brutalità della scena, ma per la guerra di narrazioni scatenata subito dopo: da un lato la giustificazione istituzionale, dall’altro contestazioni e richieste di trasparenza da parte di autorità locali e statali, con tensioni aperte sulla gestione delle prove e dell’indagine.

Qui sta il punto: non è “solo” una morte. È un test di sistema. E come sempre, il test non riguarda soltanto chi ha sparato. Riguarda soprattutto chi protegge, chi riscrive, chi pretende impunità.

La seconda pallottola: riscrivere la realtà

In questi casi la sequenza è quasi un copione.

Prima fase: si spara.

Seconda fase: si costruisce una storia che trasformi la vittima in colpevole e l’agente in inevitabile strumento del destino. Una parola-bulldozer (“minaccia”) e il cervello collettivo dovrebbe smettere di pensare.

Terza fase: si blindano prove, tempi, competenze, perimetri. Non è un dettaglio tecnico: è politica applicata. Perché quando un potere è davvero sicuro della propria versione, non teme un’indagine trasparente e indipendente. Se invece controlla, filtra, rallenta, seleziona, sta dicendo chiaramente qual è la priorità: non la giustizia, ma la protezione dell’apparato.

E la società, intanto, viene addestrata. Non a capire: ad accettare.

La polizia come continuazione della guerra

Quello che accade a Minneapolis non nasce nel vuoto. Da decenni l’Occidente si muove dentro una mutazione profonda: la guerra viene raccontata come “operazione di polizia” e la polizia viene organizzata, mentalmente e materialmente, come un esercito.

Dopo la guerra del Golfo del 1991, una parte della dottrina politica e mediatica ha normalizzato un paradigma: il nemico non è più un soggetto politico con cui si ammette, almeno formalmente, un conflitto; è un criminale da neutralizzare. Quando il conflitto viene riscritto come questione penale, la politica diventa procura e la sicurezza diventa un lasciapassare per l’eccezione permanente. Questo schema non resta “fuori”, nelle guerre: rientra a casa e colonizza le nostre strade.

Ecco perché l’uccisione di Renee Good brucia come un segnale: non è soltanto un abuso. È l’ombra lunga di un modello, dove l’avversario sociale è trattato come bersaglio e il dissenso viene degradato a pericolosità.

Italia: quando lo Stato prepara lo scudo per i propri cani da guardia

Chi pensa che “da noi” sia un altro pianeta si illude. In Italia abbiamo memoria diretta di cosa significa trasformare la protesta in ordine pubblico e l’ordine pubblico in zona di sospensione dei diritti: Genova 2001, l’uccisione di Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto. La storia ha già mostrato cosa succede quando l’apparato si sente autorizzato e quando, dopo, le istituzioni tentano di minimizzare, coprire, spostare colpe.

Oggi questa torsione torna in forme nuove: militarizzazione dello spazio pubblico, “zone rosse”, dispositivi sempre più pesanti nelle piazze, criminalizzazione di pratiche di conflitto sociale, fino al punto decisivo: l’idea che le forze dell’ordine debbano essere protette “a prescindere”, messe al riparo, scudate.

Il cosiddetto Decreto Sicurezza del 2025 (poi convertito in legge) ha rafforzato misure di sostegno e tutela legale per appartenenti alle forze di polizia e alle forze armate indagati o imputati per fatti di servizio, includendo meccanismi di copertura/anticipazione delle spese legali e altre tutele. È un passaggio politico delicatissimo, perché sposta l’asse: da “accertare i fatti” a “proteggere l’apparato”.

Attenzione: nessuno nega che un operatore possa aver diritto a difesa. Il punto è un altro, ed è enorme: quando la difesa diventa scudo preventivo, quando la politica costruisce una cintura di protezione prima ancora della verità, allora il messaggio agli agenti peggiori è chiarissimo: “Se succede qualcosa, non sei solo. Ti copriamo noi”. Ed è così che l’impunità si trasforma da eccezione vergognosa a incentivo strutturale.

Il filo nero che unisce Minneapolis e Palestina

Minneapolis non è Gaza. Sarebbe folle e disonesto sovrapporle. Ma c’è un meccanismo comune, ed è quello che conta: la disumanizzazione che rende la violenza praticabile e l’impunità che rende la violenza ripetibile.

A Gaza, Amnesty International ha dichiarato (dicembre 2024) di aver trovato basi sufficienti per concludere che Israele ha commesso e continua a commettere genocidio contro i palestinesi.

Sul piano giuridico internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia ha indicato misure provvisorie nel caso Sudafrica c. Israele, richiamando obblighi di prevenzione e protezione e intervenendo anche sulla situazione di Rafah con ulteriori misure nel maggio 2024.

In Cisgiordania, intanto, il tema dell’impunità dei coloni e delle violenze contro comunità palestinesi è documentato con continuità dagli aggiornamenti ONU e da organizzazioni per i diritti umani: aggressioni, sfollamenti, attacchi alle proprietà, restrizioni e protezione di fatto per chi aggredisce.

Che cosa c’entra con Renee Good? C’entra perché l’impunità non è solo “mancanza di condanna”: è una cultura di potere. È l’idea che alcune vite valgano meno e che alcuni corpi siano amministrabili. Quando questo accade, la legge smette di essere limite e diventa copertura. E la copertura diventa un invito: si può fare ancora.

Il baratro morale: l’applauso al boia

Poi c’è l’altra metà dell’orrore: la folla che applaude. La gente che, davanti a un video, non prova nemmeno il disagio elementare del “fermiamoci, capiamo, chiediamo giustizia”, ma parte col tifo. È il punto più basso: la trasformazione dell’empatia in debolezza, della giustizia in “buonismo”, della vita in dettaglio trascurabile.

E qui bisogna essere netti, senza recite:

Una democrazia non è compatibile con l’impunità armata.

Uno Stato di diritto non può tollerare esecuzioni senza processo.

Un governo che copre a prescindere i propri apparati sta scavando sotto la propria legittimità.

Cosa pretendere, adesso, senza sconti

Trasparenza totale e immediata: video integrali, audio, catena di comando, regole d’ingaggio, comunicazioni operative.

Indagine indipendente e pienamente verificabile, con accesso alle prove anche per le autorità locali/statali.

Sospensione operativa degli agenti coinvolti fino all’accertamento dei fatti.

Stop all’uso propagandistico di etichette come “terrorismo” per costruire colpe preventive e spegnere il giudizio critico.

In Italia: nessuna norma che diventi paracadute preventivo per abusi. Le tutele non possono trasformarsi in impunità. Se lo Stato prepara lo scudo, qualcun altro preparerà il manganello e, prima o poi, il grilletto.


Fonti principali
Caso Renee Nicole Good (Minneapolis, gennaio 2026)
Reuters, ricostruzione del caso e scontro istituzionale su indagine, prove e narrazione ufficiale. The Guardian, dettagli sui filmati e sul dibattito pubblico. Associated Press, ricostruzioni e reazioni. ABC News, approfondimenti e dichiarazioni.
Polizia come guerra e criminalizzazione del conflitto
“La continuazione della guerra”, Vincenzo Scalia, Parole Libere (2026).
Italia: sicurezza e tutele per forze dell’ordine
Decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48 (Gazzetta Ufficiale). Legge di conversione 9 giugno 2025, n. 80 (Gazzetta Ufficiale).
Palestina: genocidio, diritto internazionale, impunità e violenza dei coloni
Amnesty International, comunicato e rapporto (5 dicembre 2024). ICJ / ONU-UNISPAL, misure provvisorie (26 gennaio 2024) e materiali collegati; Reuters sull’ordine del 24 maggio 2024. ONU OCHA, aggiornamenti su Cisgiordania: violenza dei coloni, sfollamenti, restrizioni.
Note sitografiche (video e immagini)
Video e frame dell’operazione a Minneapolis pubblicati/analizzati da testate internazionali (consultabili nelle ricostruzioni di Guardian e AP). Fotogrammi e immagini riprese dai servizi Reuters/ABC News collegati al caso (utili come riscontro visivo delle sequenze e della gestione delle prove).
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