L’inesistente “buona guerra” di Massimo Cacciari
di Il Pungolo Rosso
Il professor Massimo Cacciari è considerato da tempo un “maître à penser” della cosiddetta “sinistra alternativa”: una sorta di area critica che va dalla sinistra PD, passa per AVS e arriva ad adagiarsi sulle rive multifacciali del radical-gauchismo, per non dire del sovranismo.
E’ un’area non sempre facilmente classificabile dal punto di vista politico e perciò assai ambigua e pericolosa, in particolare nei periodi di acuta crisi politica e di corsa alla guerra come quello che stiamo vivendo.
Cacciari assume alcune posizioni sulla guerra se non proprio condivisibili, di certo non paragonabili alla canea reazionaria guerrafondaia e riarmista che, partendo dalle istituzioni, sta impestando da tempo il nostro vivere sociale.
Per lui la guerra in Ucraina è una “inutile” guerra, provocata in primo luogo dall’espansionismo verso Est delle potenze occidentali dalla caduta del Muro in poi. Considera una “follia” la persistente politica russofoba di cui Mattarella in Italia si è fatto paladino. Una grossa balla le presunte mire espansioniste di Putin fino a Lisbona. Un insulto ai cittadini europei la corsa al riarmo fatta a tutto discapito di sanità, scuola, servizi sociali; gravante in maniera inaccettabile sulle condizioni di vita dei lavoratori e sui crescenti strati più poveri della popolazione. Parla di “fallimento” della socialdemocrazia europea, la quale, insieme alle correnti demo-liberali, si sarebbe prostrata al neo-liberismo imperante, favorendo così clamorosamente l’affermazione delle destre nell’intero continente, e oltre.
Ci fermiamo qui coi richiami, tanto per esemplificare come le posizioni di questo intellettuale di lungo corso, protagonista di molti “equilibrismi” sessantottini e post-sessantottini, vadano ricondotte alla loro essenza politica. Proprio per evitare fraintendimenti ed equivoci deleteri da parte di chi lavora con serietà a costituire un largo fronte di opposizione alla guerra che sia realmente tale.
Per noi ogni analisi, ogni presa di posizione, ogni provocazione intellettuale, qualora contengano anche degli spunti di verità, sono da rapportare alla loro essenza di classe, che costituisce poi la loro matrice politica.
E allora, se si prendono tutti, dicasi tutti gli spunti del professor Cacciari, non troveremo mai (da tempo immemore) una analisi della situazione che metta in primo piano il protagonismo antagonista del proletariato internazionale e delle masse oppresse rispetto a tutti gli altri “soggetti” (siano Stati, partiti, istituzioni o rappresentati politici) che popolano le sue pur forbite analisi.
Eppure, visto che di guerre si parla, dovrebbe ricordare che fu la Comune di Parigi a bloccare la guerra franco-prussiana; che fu la Rivoluzione d’Ottobre a determinare la chiusura della prima guerra mondiale; che furono prima la vittoria della “guerra di popolo” in Cina e la semi-vittoria in Corea, e poi il moto delle rivoluzioni anti-coloniali a sventare il rischio di una terza guerra mondiale, a cui la macchina di distruzione e di morte statunitense già si apprestava.
Eppure i proletari come classe “per sé”, secondo Cacciari, semplicemente non esistono. Statisticamente sì, sociologicamente anche, populisticamente (come esclusivo oggetto di denuncia) pure, ma non come classe in grado di lottare autonomamente per un mondo diverso da quello dominato dal capitale.
La prova di tutta l’ambiguità, e perciò la pericolosità, delle posizioni politiche di Cacciari è emersa anche recentemente, tra le sue numerose uscite pubbliche, nell’intervista che ha concesso al giornalista Luca Sommi sul canale televisivo “Nove” la sera del 27 dicembre.
In tale occasione Cacciari ha svolto, da filosofo di lungo corso, un dotto excursus sulle fonti storiche e culturali della guerra, stando nella tradizione del mondo cristiano occidentale. In tale ambito ha enunciato in maniera appropriata che “esistono le guerre, non la guerra”, tanto per uscire dai soliti discorsi astratti buoni per tutti gli usi; guardandosi bene, però, dallo spendere qualche parola sul carattere di classe delle guerre che si intendono esaminare. Tutto ciò non è stato casuale, ma funzionale a introdurre il tema delle “guerre che possono essere inevitabili”. Se non “giuste”, però “giustificabili”. Per cui la questione, timidamente messa coi piedi per terra nel parlare della guerra al plurale, viene poco dopo dallo stesso Cacciari innalzata nelle fumisterie dell’idealismo (“guerre giustificabili” … Quali? E perché?) per renderla buona ad ogni uso.
Che tipo di uso intende farne il professore ce lo spiega lui stesso soffermandosi sul concetto delle guerre attuali come eventi “al di fuori di ogni diritto”. Il riferimento è al diritto internazionale ed alla sua mancata applicazione nei conflitti dell’epoca nostra. In maniera tale da non rispettare alcuna umanità; puntare allo sterminio piuttosto che alla sconfitta del nemico; ritenere il popolo dello Stato contro il quale si combatte oggettivamente e soggettivamente “complice” dei “criminali” che lo dirigono; non prevedere né dichiarare il fine della guerra, senza puntare a dei “trattati di pace” veri e propri. Per cui, paradosso filosofico, proprio nell’era del trionfo della ragione e dell’intelletto, della tecnica e del macchinismo, l’umanità sta sprofondando nell’atavica barbarie.
E se proprio vogliamo cercare la data dell’esordio di una simile deriva, dice Cacciari, potremmo andare al 1914, allo scoppio della Prima guerra mondiale.
E’ sempre stato così nella storia? Cacciari lo nega, ricollegandosi alla “nostra” tradizione medievale e cristiana in cui certo esiste la guerra e l’arte della guerra, ma al contempo è presente l’intento di “contenerla”, “ordinarla”, avendo come fine la “recta intentio” del trattato di pace, non l’annientamento del nemico. Si eleva l’elogio alla teologia cristiana che ha elaborato (ed educato a tale dottrina principi e militari) il Diritto “ad bellum, in bellum, post bellum”.
Mentre ora… si guardi al massacro dei palestinesi – sottolinea Cacciari, indicando il quadro “Guernica” di Pablo Picasso riprodotto in studio – per capire il livello di barbarie cui è stata ricondotta la guerra. Conta “il diritto del più forte”, chiosa l’illustre filosofo.
L’intervistatore richiama la monumentale opera di Lev Tolstoj “Guerra e pace”, dove il grande romanziere russo sostiene essere le guerre inutili al fine di far progredire l’umanità, imputandole alle innumerevoli scelte personali, spesso irrazionali, dei governanti. Cacciari sottoscrive un simile giudizio, mettendo l’accento su quel pugno di uomini potenti che, travolti dall’irrazionalità, mettono a rischio le sorti dell’umanità.
Una analisi del genere, pur “dotta”, pur apparentemente contraria alla guerra, ad ogni tipo di guerra, contiene in sé i germi di un pacifismo che nel migliore dei casi diventa impotenza e illusione. Nel peggiore diventa – alla fine – propedeutico alla “buona guerra” di rivincita da parte di quelle potenze che sono temporaneamente escluse dalla spartizione del mondo.
In primo luogo le tesi della “guerra umanitaria” del medioevo cristiano o dell’epoca rinascimentale non sta in piedi. Le crociate furono guerre di sterminio, così come le guerre “interne” di repressione delle eresie (catari, valdesi e albigesi su tutti).
Certo, non avendo la guerra ancora assunto le proporzioni totalizzanti della mobilitazione di massa; essendo i contenziosi relegati in una logica tra dinastie spesso incrociate tra loro, anelanti alla conquista di territori contigui e dai confini labili; riconoscendo tra l’altro come fattore comune l’esclusione dei servi della gleba dalla partecipazione diretta ai conflitti tra Stati e principati; considerando il relativamente basso potenziale distruttivo delle armi, le guerre potevano in alcuni casi essere anche “contenute” nei limiti richiamati da Cacciari.
Ma il problema non è “teologico”, “giuridico” (il Diritto), etico (le norme di comportamento), è materiale. Riconducibile alle classi che esprimevano questo tipo di guerra (le classi feudali, la primissima borghesia commerciale dei liberi Comuni) e non alla “coscienza” che l’epoca aveva di sé stessa!
In fondo, il difetto principale di Cacciari può essere ricondotto al fatto che egli mette in primo piano la forma della guerra, piuttosto che la sua sostanza di classe. Così la forma, senza un suo solido basamento economico, politico e sociale, diventa un ente astrattamente ideologico, buono per tutti gli usi e consumi.
Il quadro assume proporzioni ancora più pesanti per le tesi di Cacciari qualora si vada a vedere cosa successe in Europa all’atto della formazione dei “grandi Stati”: Spagna, Inghilterra, Paesi Bassi, Francia.
La Reconquista spagnola (711-1492) fu una cruenta e lunghissima carneficina. Le guerre di religione in Europa tra il 1500 e il 1600 (culminate nella “Guerra dei trent’anni”, 1618-1648) furono uno sterminio senza esclusione di colpi che non risparmiò l’intera popolazione civile (circa 20 milioni di morti). La colonizzazione (accompagnata dalla tratta degli schiavi) divenne un massacro infinito, che mise fine a numerose popolazioni autoctone dell’America Latina e dell’Africa.
Lasciando per un attimo da parte i milioni di vittime dirette del colonialismo europeo (portoghese e spagnolo in primis, potenze cattoliche), Eugenio Raùl Zaffaroni (1) calcola in circa 15 milioni, senza considerare i morti durante le catture violente e le traversate in mare, i caduti nella tratta di schiavi tra il XV e XVI secolo…
Stiamo pur sempre parlando di secoli dove la dottrina cristiana, nelle sue varie accezioni, era il vademecum delle diplomazie e del diritto, oltreché dell’etica politica comunemente accettata. Dunque professore, come la mettiamo con la sua “recta intentio”?
Certo, ancora una volta, un conto era il “contemperare” contenziosi tra Stati europei “gemelli”; ben altra cosa “regolare”, ergo infettare, sterminare, genocidare, non solo i secolari nemici turchi e musulmani, ma le popolazioni “incivili” delle terre inesplorate: considerate alla stregua di animali parlanti o meglio – come scrive Zaffaroni – “di attrezzi dotati di forza”. Un conto era regolamentare una guerra tra “gentiluomini” (reprimendo comunque spietatamente le lotte degli sfruttati, vedi le rivolte dei contadini del XVI secolo), ben altro era condurre feroci annientamenti “extramoenia”.
Da questo punto di vista cosa c’è di diverso coi giorni nostri, professor Cacciari, se non il fatto che il capitalismo e l’imperialismo moderni hanno portato l’intero pianeta a essere un terreno di caccia a 360°, adottando armi micidiali di distruzione di massa, arruolando tutta la popolazione nelle loro guerre di sterminio e di profitto, dichiarando nemici da abbattere i proletari e i popoli del mondo intero che non si piegano?
Quei capitalismi e imperialismi che Cacciari non chiama mai direttamente con nomi e cognomi, ma che stempera nel termine del “neoliberismo”. Termine che ha un senso dal punto di vista delle politiche economiche e sociali applicate dai vari governi borghesi, ma che è fuorviante se usato come sostitutivo di capitalismo e imperialismo. Come a dire che al capitalismo non c’è alternativa. L’unica soluzione a cui si può tendere, per chi la pensa come Cacciari, è un capitalismo “buono”, “sociale”, “pacifico” o “pacificante”, al posto di quello “cattivo”, individualista, “liberista” appunto. E guerrafondaio.
Un concetto che ben si sposa a sua volta con quella visione della “buona guerra” o della “guerra umanitaria” che abbiamo or ora criticato in quanto priva di fondamento storico e politico.
Se siamo arrivati a una fase storica dove le “mediazioni internazionali”, il “Diritto” tanto caro a Cacciari, sembrano completamente venir meno non è a causa della “cattiva coscienza”, della “irrazionalità” dei capi di Stato o dei governanti, ma della crisi epocale (e plurima) di un capitalismo mondiale che non è più in grado di reggersi se non al costo di enormi distruzioni funzionali al corrispettivo rilancio dei profitti. Lo squilibrio crescente tra potenze imperialiste declinanti e quelle emergenti maturato negli ultimi decenni fa il resto. Questo è il punto, non l’astratto “Diritto” (se mai esso possa ritenersi determinante) avulso da quei rapporti di forza tra potenze che hanno retto da sempre le relazioni internazionali.
Il succo politico delle posizioni alla Cacciari consiste nel rivendicare un’Europa “civile” e “temperata” (nei fatti mai esistita) per rilanciare il ruolo diplomatico degli imperialismi che la compongono, compreso quello italiano. Le classi dirigenti dell’U.E. non vengono attaccate in quanto espressione dei gruppi dominanti della borghesia europea, certo in ritardo sugli eventi ma non meno voraci e ciniche di quelle statunitensi, o russe, o cinesi. No. Vengono attaccate per essere “totalmente inconsistenti” nei confronti dei concorrenti! O “subalterne” in “maniera irreversibile” verso gli USA.
Non si tratta per Cacciari neppure di mettere in discussione l’alleanza U.E. con Washington, ma di “rafforzarsi” per avere voce in capitolo! Come? Portando Ucraina e Russia al tavolo delle trattative al posto di Trump. Trattative che, diciamolo chiaro e tondo, non potrebbero essere meno spartitorie di quelle messe in atto da Trump prima sulla Palestina e ora sull’Ucraina.
A questo ipocrita asservimento verso l’imperialismo di “casa nostra” conduce tutta la circonlocuzione culturale del professor Cacciari sulla “buona guerra” e sul primato del “Diritto: rilanciare il ruolo degli imperialismi continentali, ridotti a comparse dall’ignavia della loro classe dirigente.
Il riarmo europeo? Così non va, sostiene Cacciari. Ma non va in primo luogo perché esso sarebbe, secondo lui, mal congegnato: manca un esercito europeo, una politica comune europea, una forza diplomatica europea in grado di cambiare le carte in tavola.
Pur condendo l’argomento riarmo con la sacrosanta denuncia dei “costi sociali” che questo si porta dietro, il vero problema che sembra emergere dalle analisi di Cacciari non è l’attacco alla politica del “proprio” imperialismo (nazionale o continentale che sia), ma al contrario la protesta vibrante per l’assenza, o l’inconsistenza, di una tale politica!
Perché anche qui, da che mondo è mondo, da quando esistono le classi dominanti, la diplomazia degli Stati, e il “Diritto internazionale” che via via è stato elaborato, non hanno mai rappresentato l’“alternativa” alla guerra, ma il suo complemento. O anche, se vogliamo, un suo provvisorio “temperamento”; sempre però sulla base di definiti rapporti di forza. Mai comunque “l’altra via” praticabile dall’umanità anelante la pace.
Nella sua lunga intervista il professore ha citato il periodo che va dal 1945 (fine della II guerra mondiale) al 1989 (caduta del Muro di Berlino) come il “periodo d’oro” della diplomazia europea, in cui il Vecchio Continente avrebbe perlomeno provato a svolgere un ruolo di “paciere” a livello internazionale, dotandosi di una iniziativa politica all’altezza (i progetti originari del Mercato Comune, l’integrazione continentale, l’Ostpolitik del cancelliere socialdemocratico tedesco Willy Brandt, l’apertura verso Est e i paesi emergenti).
Quello che Cacciari dimentica è che una simile linea poggiava sulla spartizione del mondo imperialista uscita da Yalta e su un ciclo forse irripetibile di espansione capitalistica. Le quali, nel mentre “garantivano” una lunga tregua (pur armata) tra le maggiori potenze imperialiste (URSS compresa), diffondevano a piene mani guerre guerreggiate in tutto il pianeta!
Basti ricordare la guerra di Corea (1950-’53), le numerosissime guerre coloniali, a cominciare dalla guerra d’Algeria, quelle del Medio Oriente, il Vietnam, la spartizione dell’Africa, le mattanze imperialiste nell’America Latina e in Indonesia, l’insorgere dei conflitti tra i paesi cosiddetti “socialisti” (URSS-Cina, Vietnam-Cina, Vietnam-Cambogia) … In tale processo l’Europa borghese ricostruiva la sua potenza economica e si inseriva come parte attiva imperialistica nelle nuove dinamiche spartitorie.
Detto in altri termini: per noi marxisti i periodi di “pace”, nel capitalismo, vengono a costituire delle fasi, più o meno lunghe, tra una guerra e l’altra; dal momento che il capitalismo, per le sue intrinseche contraddizioni, conduce alla guerra come le nubi alla tempesta.
Il pacifismo equivoco di certi ex marxisti (all’epoca dichiaratisi tali) ha messo in soffitta l’ABC della concezione materialistica della storia per sedersi al più comodo tavolo del pensiero social-cristiano. che riconosce la liceità della divisione in classi della società e la funzione progressiva delle Nazioni.
Crediamo di non commettere alcuna forzatura nell’avvicinare le posizioni espresse da Cacciari a quelle uscite recentemente dalla Conferenza Episcopale Italiana sulla guerra e sul riarmo, da noi commentate in un apposito articolo (2).
Posizioni ambigue e pericolose, che aprono il fianco al protagonismo degli imperialismi d’Europa dietro l’ideologia del primato del Diritto e della trattativa tra Stati, lasciando inalterata l’attuale struttura sociale.
“Nouvelle vague” della politica internazionale quella enucleata dal professore?
Non crediamo proprio, dal momento che Cacciari poggia le sue tesi sul famoso scritto di Immanuel Kant “Per la pace perpetua”, datato 1795.
In quel testo il filosofo prussiano si faceva promotore di un grande accordo tra i governi dell’epoca fondato sulla pace senza annessioni, sull’abolizione degli eserciti permanenti, sul rifiuto di alimentare il debito pubblico per condurre guerre, denunciando la pratica delle interferenze “esterne” negli affari dei singoli Stati.
Testimone della sanguinosa “Guerra dei sette anni” (1756-1763) che vide contrapposte le più grandi potenze continentali dell’epoca (Gran Bretagna, Prussia e Portogallo da una parte, Francia, Russia, Austria, Svezia e Spagna dall’altra), guerra che segnò l’affermazione del colonialismo inglese su quello francese passando sul cadavere di circa 800mila persone, Kant credette in una intesa illuministica tra gli Stati in grado di impedire il ripetersi di simili tragedie.
Era una pura costruzione ideologica la sua, fondata sul grande fraintendimento, che colpevolmente attanaglia tutt’oggi Cacciari e simili, in base al quale siano le singole “volontà” di questo o quel personaggio pubblico, di questo o quel “Capo”, e non principalmente il sistema che ne sta alla base, il fattore scatenante delle guerre. Duecentotrenta anni di storia e di massacri del capitalismo, a tutte le latitudini, hanno sonoramente smentito le elucubrazioni di Kant e dei suoi tardi epigoni.
La costruzione di una solida, coerente, classista, internazionalista opposizione alle guerre del capitale passa necessariamente dalla lotta teorica e dal chiarimento politico nei confronti di ogni corrente di pensiero, di ogni posizione – anche “acculturata” e a sfondo “sociale” – che non si ponga il problema del superamento rivoluzionario della società borghese come unica via praticabile contro la barbarie della guerra.









































Comments
Nel tentativo di supportare la "sua" tesi, cita l'esperienza della Comune di Parigi, conoscendola molto poco o quasi per niente, e la Rivoluzione russa dove tutta la sua "vasta" conoscenza è riconducibile al libricino (più romanzo a dire il vero) di Johon Reed. Quanto al maoismo e alla rivoluzione cinese ne sa ancor meno, visto che la presenza del proletariato industriale in quell'immenso paese all'epoca della rivoluzione antimperialista era intorno allo 0, qualcosa e che solo il velleitarismo narcisistico di Trocky, poteva immaginare, nel 1926 - ripeto millenovecentoventisei - cioè sognare un partito "purista", comunista del proletariato.
Molti cattedratici di quest'epoca non hanno niente in comune con un certo Baruch Spinoza, che più volte invitato ad accettare cattedre universitarie, dopo che i potentati ebraici lo avevano messo al bando, garbatamente rifiutava motivando la necessità di portare a termine le sue riflessioni. Difatti due suoi libri sono due capolavori: TRATTATO TEOLOGICO POLITICO, e ETICA.
Mentre i nostri odierni cattedratici spesso o si nascondono dietro sigle, del tutto insignificanti e prive di qualsiasi tentativo di una seria riflessione, dunque per parlare ai propri "apostoli", come nel caso dell'autore dello scritto che polemizza con Cacciari, oppure si dedicano a talk televisivi, ovvero intrattenimento da bla bla bla, elaborato "profondamente, alla Cacciari, tanto per intenderci.
Per stare però all'argomento in questione, ovvero sul soggetto rivoluzionario, l'autore dello scritto dovrebbe sapere che il testo del Manifesto fu scritto da Marx e Engels giovanissimi, e che successivamente ammisero di essersi sbagliati sulla tenuta del capitalismo. Non solo ma tutti gli scritti che vanno sotto il nome dei Grundrisse fanno lo sforzo di spiegare L'IMPERSONALITA' del MOTO storico che definirono Modo di Produzione Capitalistico.
Dunque Marx e Engels CRITICARONO QUELLO CHE AVEVANO SCRITTO E IPOTIZZATO , mentre il professore estensore di questo scritto anziche tentare di capire l'approfondimento di Marx sul MOTO storico, impugna superbamente il Manifesto contro - non Marx e Engels - ma il povero Cacciari che non cita mai come soggetto il proletariato, o classe operaia.
Al professore - che non ha avuto la possibilità e il tempo di studiare la Rivoluzione russa, gli andrebbe consigliato, anche se in età matura, perchè non è mai troppo tardi, di guardare qualche libro di storia sulla Russia e sulla Rivoluzione russa. Ultimamente un certo Jeffre Sachs (un ebreo di quelli seri) ha scritto un saggio di un certo peso.
Non fosse altro per poter argomentare a ragion veduta ed evitare di scrivere cose superficiali o inesatte.
Saprebbe così la la Rivolta operaia del 1905, è figlia della riforma agraria sulla servitù della gleba, una riforma sollecitata dagli industriali europei per utilizzare la mano d'opera liberalizzata, a un costo inferiore di quella dei propri paesi. Saprebbe così che la domenica di sangue del 1905 fu operata dalla polizia zarista, ma su mandato degli industriali europei. Saprebbe che gli operai - la classe rivoluzionaria che Marx e Engels indicano nel Manifesto, si recarono sotto il palazzo reale PER IMPLORARE LO ZAR A INTERVENIRE NEI CONFRONTI DEGLI INDUSTRIALI EUROPEI CHE LI SFRUTTAVANO E LI AFFAMAVANO.
Saprebbe, il nostro cattedratico, che in febbraio - cioè l'8 marzo del 1917 - furono le donne a scendere in piazza chiedendo pane per sfamare i propri figli, i futuri soldati russi. Saprebbe che furono le donne tessili a scendere in sciopero e sollecitare i bolscevichi a far scendere in sciopero i lavoratori siderurgici e metallurgici, che erano restii per le batoste subite 12 anni prima, e perché erano riusciti a strappare alcune riforme. Saprebbe, il nostro cattedratico, che non ci fu MAI movimento unitario tra operai e contadini. Saprebbe che i bolscevichi, che per tutta una fase non tenevano per niente in conto i contadini e la loro lotta, furono costretti (col grande Lenin) a prendere in carico la loro lotta. Saprebbe, inoltre che nonostante il totale appoggio alla loro causa in novembre del 1917, nel mese successivo i contadini votarono per altri partiti, contro il bolscevismo. Saprebbe inoltre che Lenin aveva mille e più ragioni a sciogliere l'Assemblea Costituente, dopo averla invocata. Saprebbe infine che a Kronstadt i cosiddetti marinai - la gran parte figli di contadini medi - ponevano come PRIMA RIVENDICAZIONE il diritto per i contadini di commercializzare i propri raccolti agricoli e la stessa terra che il bolsce4vismo aveva loro assegnato.
Quanto alla classe operaia di ieri, e di oggi, è una classe COMPLEMENTARE COME TUTTE LE ALTRE CLASSI, ed è CONSERVATIVA PER NECESSITA', e non potrebbe in alcun modo essere rivoluzionaria e lo ha dimostrato fin da prima della rivoluzione francese, durante la rivoluzione francese e oggi? peggio che andar di notte, basta guardarsi intorno.
Non a caso la straordinaria aquila reale, che va sotto il nome di Rosa Luxemburg seppe dire: