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sollevazione

Azzoppare l'anatra

di Leonardo Mazzei

Primo obiettivo, colpire il governo della guerra, della repressione, dei bassi salari, dell’austerità, del sostegno a Israele

I pacchetti sicurezza del governo Meloni sono come quelli dell’Ue per le sanzioni alla Russia, ed entrambi assomigliano molto ai rotoloni Regina: non finiscono mai.

Lasciando perdere la pur rispettabile carta igienica, cosa accomuna la compulsività securitaria a quella russofobica? La domanda può apparire peregrina, ma non lo è. Queste due ossessioni dei tempi nostri hanno infatti in comune gli stessi soggetti e un’identica origine. I dominanti dell’Occidente collettivo non sanno come venir fuori dalla crisi del modello neoliberista, non hanno più nulla di buono da offrire ai propri popoli. Da qui la postura guerrafondaia all’esterno e la torsione autoritaria all’interno.

Certo, non tutti i paesi sono uguali e ancor meno lo sono i mutevoli governi. Ma, fatte le debite differenze, a nessuno può sfuggire la tendenza di fondo verso un autoritarismo sempre più dispiegato che va dagli Usa all’Italia, dalla Gran Bretagna alla Germania, solo per citare alcuni casi. Un autoritarismo che ha uno scopo ben preciso: impedire che i popoli possano avere voce in capitolo nell’attuale fase di crisi politica del modello occidentale, fare in modo che i nuovi equilibri vengano giocati (magari anche duramente) solo tra i dominanti. I dominati, viceversa, devono essere passivizzati, meglio ancora annichiliti.

Il potere è tutto fuorché stupido. E chi lo esercita sa benissimo che è proprio nelle fasi di crisi come questa che possono aprirsi finestre di opportunità, talvolta anche rivoluzionarie, per un cambiamento politico radicale che va prevenuto in tutti i modi.

Come si reagisce a questa repressione preventiva? Ecco la domanda alla quale bisogna cercare di rispondere. Innanzitutto, occorre evitare due errori. Il primo è quello di vedere l’albero ma non la foresta, cioè il governo Meloni ma non il contesto generale. Il secondo è quello di vedere solo la foresta, ignorando intanto un albero che dovremmo invece cercare di abbattere. Se agire senza una visione generale sarebbe perdente, riducendo tutto alla solita rappresentazione tra fascismo e antifascismo (come se il liberalismo non avesse prodotto mostri); non agire perché schiacciati da un quadro generale apparentemente inscalfibile sarebbe la cosa peggiore.

Concentriamoci dunque sul che fare. Sul piano politico, in Italia oggi sono due i nemici fondamentali: il governo della destra e il sistema bipolare. È possibile combatterli simultaneamente? A certe condizioni, la risposta è sì.

Molti, tra coloro che disapprovano profondamente la politica dell’attuale esecutivo, temono che un’azione più forte contro di esso si tradurrebbe solo ed esclusivamente in un semplice ricambio di governo che riporterebbe al potere gli amici di Monti e Draghi. Da qui una potente tendenza alla rassegnazione, che riscontriamo anche nella bassissima partecipazione al voto. È legittima questa preoccupazione? Assolutamente sì. Lo è a tal punto da giustificare l’attuale passività? Assolutamente no.

Si dice che la politica sia “l’arte del possibile”, sicuramente dovrebbe esser quella che si cimenta con la soluzione dei problemi. Veniamo allora a un caso concreto, che ci offre forse delle notevoli opportunità: quello del referendum sulla giustizia. Mentre nel merito rimandiamo alla posizione per il NO assunta dal Fronte del Dissenso, che segnala come lo scopo della Legge Nordio sia quello di “arrivare a un sistema in cui il governo possa indirizzare direttamente l’azione della magistratura”, qui ci interessa ragionare sulle conseguenze politiche di quel voto.

A dispetto di molti sondaggi, chi scrive non considera l’esito delle urne così scontato come si vorrebbe far credere. Dunque, battersi per il NO è giusto non solo in linea di principio, ma anche in funzione di precisi obiettivi politici.

Il primo obiettivo, che dovrebbe essere evidente a tutti, è quello di colpire il governo della guerra, della repressione, dei bassi salari, dell’austerità, del sostegno a Israele. Se, salvo miracoli, appare ben difficile la cacciata di Meloni prima della fine naturale della legislatura, ben più realistico il quadro della cosiddetta “anatra zoppa”, figura con la quale negli Usa si descrivono le difficoltà di un presidente indebolito da una maggioranza opposta al Congresso. Da noi il sistema istituzionale è diverso, ma quel risultato è ugualmente possibile. Un governo che uscisse sconfitto al referendum non avrebbe infatti più la forza di portare avanti le altre tappe del proprio progetto, a partire dalla controriforma presidenzialista del cosiddetto “premierato”. Vi sembra poco?

Ma c’è un secondo obiettivo, quello di incrinare il bipolarismo e dunque la logica di un’alternanza che nulla cambia. I nostri critici diranno che la vittoria del NO servirà solo al Pd per tornare a Palazzo Chigi, ma il discorso è in realtà assai più complesso. Innanzitutto, bisogna osservare come sarebbe proprio la vittoria del SI’ a stabilizzare il regime, rafforzando sia il governo, sia il sistema bipolare, perché se Meloni si conferma forte, l’alternativa (che alternativa non è) non potrà che concentrarsi nell’altro polo a guida Pd.

È questo il giochino che va rotto. Una vittoria del NO spaccherebbe una destra che con l’uscita di Vannacci dalla Lega vede già le prime incrinature, ma creerebbe problemi anche nel centrosinistra, non solo per le difficoltà dei centristi, ma pure per quelle dell’ala più guerrafondaia e filosionista del Pd – tutta schierata per il SI’ – la cui posizione diverrebbe di fatto insostenibile.

Sia chiaro, qui non stiamo dicendo che vi sarebbe chissà quale sfracello, ma di certo la morta gora di questi anni andrebbe a chiudersi. Ed è solo in una situazione dinamica, di forti lacerazioni interne a un palazzo della politica mai chiuso come oggi, che potrebbero aprirsi nuove possibilità per le forze onestamente interessate a costruire una vera alternativa. Ed è in questo quadro che il bipolarismo potrebbe andare in crisi, magari definitivamente.

Queste sono le potenzialità insite in una vittoria del NO. Potenzialità, non certezze. Ma che forse è preferibile la certezza della continuità del progetto meloniano? Intanto azzoppiamo la banda al potere, primo passo per migliori sviluppi nel prossimo futuro. Facciamolo con un messaggio che guardi più lontano (la fine del bipolarismo) e più a fondo (le tendenze profondamente autoritarie del capitalismo realmente esistente). Facciamolo con la massima convinzione, che l’obiettivo è possibile e alta è la posta in palio.

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