La sola rivoluzione davvero nostra, non possiamo restare a guardare
di Luciana Castellina
Cuba. Erano gli anni ’50, si parlava di uno strano gruppo di giovani isolato e senza aiuti nella Sierra Maestra. Un paio d’anni dopo, nel 1959, fecero fuori il dittatore Batista e la sua cricca
La grande corazzata americana, una floating power plant, come scrivono orgogliosi i giornali trumpisti, è ancorata nella baia dell’Avana già da parecchi giorni prima dell’arresto del presidente venezuelano Maduro.
È lì per bloccare tutti i convogli diretti a Cuba, innanzitutto quelli che portano petrolio. Quello che proveniva da Caracas ma poi anche da altri Stati. Arrivava regolarmente anche dal Messico, fino a che la presidente di quel paese – appena Trump ha dichiarato che chi insisterà nel fornire a Cuba il prezioso combustibile verrà punito con un consistente aumento dei dazi – ha fatto retromarcia. Il Messico, ha detto Claudia Sheinbaum, non può permettersi di affrontare questo rischio.
Quanto all’Unione europea, la signora Kallas, alto rappresentante per la politica estera, rimangiandosi rapidamente qualche debole apertura concessa qualche mese fa in occasione di una interrogazione parlamentare, si è pienamente allineata. Il problema di Cuba, si è azzardata a dichiarare in relazione al drammatico strozzamento dell’isola, «sono i diritti umani». (63 anni di strangolamento economico imposto all’isola con l’embargo, sarebbe invece un diritto umano?)
L’OCCIDENTE, come si vede, in barba ai suoi “valori” accetta disciplinato il diktat di Trump. Il quale, nel frattempo, soddisfatto per non aver trovato ostacoli al suo programma, ha mandato a dire all’Avana che lui è pronto a un accordo e che, anzi, lui «sarà molto gentile» e farà quanto necessario per rendere finalmente Cuba libera.
Come nel Venezuela che ha accettato, per salvarsi, di ammazzare definitivamente la Rivoluzione bolivariana, aprendo alla totale privatizzazione del suo petrolio.
CE N’È ABBASTANZA, credo, per farci capire che Trump sarebbe pronto anche a un altro attacco militare, o meglio piratesco, che è però qualche cosa di ben più grave di ogni altro sopruso in atto. Perché Cuba non è un paese qualsiasi, è un pezzo di storia che dalla metà del secolo scorso ha segnato le nuove generazioni di tutto il mondo – anche quelli che sono poi stati critici su come talune delle sue scelte interne si sono evolute – perché è stata una rivoluzione assolutamente speciale.
Innanzitutto molto “nostra”: perché la sola del nostro tempo, perché veniva da un paese che era un pezzo del “terzo mondo” che aveva sempre patito l’oppressione, perché è stata leggendaria nelle modalità in cui si è realizzata e per le impensabili conquiste ottenute dal suo popolo.
E poi perché – diciamolo pure – è stata la prima rivoluzione allegra. Io l’ho incontrata, fisicamente, nel 1961, a una grande conferenza mondiale della gioventù a Mosca, e tutti rimanemmo incantati perché i delegati cubani cantavano e ballavano, come i nostri comunisti musoni non avevano mai fatto! Perché rappresentavano Davide contro Golia.
LA PRIMA VOLTA che ne ho sentito parlare erano gli anni Cinquanta, ero in tipografia e stavamo finendo di impaginare per stampare la copia di Nuova Generazione, il settimanale della Fgci, e mi venne fra le mani un numero di Newsweek in cui si parlava di uno strano gruppo di giovani che si era insediato nella Sierra Maestra, la più grande foresta cubana, isolato e senza aiuti, nutrendosi di animali selvaggi e vivendo sugli alberi. Erano – scriveva il settimanale americano – un nuovo gruppo guerrigliero, guidato da un giovane avvocato chiamato Fidel Castro. Decisi, sebbene stessimo per andare in macchina, di togliere un articolo già impaginato per lasciar posto a questa storia che per la prima volta veniva raccontata.
SOLO UN PAIO d’anni dopo, nel 1959, quei ragazzi fecero fuori il dittatore Fulgencio Batista e la sua cricca e nacque la nuova icona della nostre gioventù, quella che nemmeno con la fantasia ci eravamo azzardati a immaginare.
Fu allora che milioni di giovani cominciarono a indossare le magliette con l’immagine degli eroi di quella rivoluzione: Fidel, naturalmente, ma anche il più azzardato militante in nome del mondo intero trucidato in Bolivia, Ernesto Che Guevara, che diventa l’idolo di un’epoca. La sua foto, quella famosa scattata nel 1960 dal grandissimo Alberto Korda, fu indicata dal Maryland Institute for Art come ««la più famosa del XX secolo».
E ADESSO, che succederà? La corazzata americana è ancora lì e Washington ha già ottenuto il silenzio/assenso per procedere. La mia grande paura, in questo momento, più che per Trump in sé, è che questa storia possa essere liquidata senza una nostra grande, adeguata, controffensiva ideale.
Che un fatto storico restato importante anche per le nuove generazioni – che non l’hanno vissuta ma che hanno continuato a considerarla mitica – possa esser liquidato senza una nostra generale reazione. Con rassegnazione. Disinganno, e perciò sfiducia in ogni possibilità di cambiare il mondo.
NOI ITALIANI abbiamo una colpa specifica in questa vicenda. Perché italiano immigrato era tal Roberto Torricelli, parlamentare degli Stati uniti, autore di uno dei peggiori atti contro Cuba: nel 1992, nel momento in cui il crollo dell’Urss aveva fatto venir meno gli indispensabili aiuti sovietici all’isola soffocata dall’embargo, fece approvare quello che ignominiosamente fu chiamato Cuban Democracy Act, in cui le sanzioni che bloccavano ogni commercio con Cuba si aggravavano in quanto venivano perseguite tutte le aziende non americane che lo avessero violato.
IO HO CONOSCIUTO Roberto Torricelli, e mi sono vendicata almeno con una beffa. Ero allora – lo sono stata per parecchi anni – vicepresidente della Delegazione permanente per l’America centrale e del Sud del parlamento europeo, e perciò impegnata in continui incontri politici in quell’area. Anche uno con il Dipartimento di stato degli Stati uniti per informarci reciprocamente delle rispettive scelte. Quando Torricelli vide approvato il suo Act avemmo a Washington, al Congresso, una lunga riunione con la commissione da lui presieduta.
ALLA FINE, uscendo, io mi ritrovai casualmente l’ultima e mi venne la improvvisa tentazione di tornare indietro e rubare sul tavolo della sua postazione presidenziale la targhetta metallica con la scritta “onorevole Torricelli”. La misi furtivamente nella borsa ma quando tornammo alla sede del Dipartimento di stato mi resi conto che la nostra delegazione doveva passare per il metal detector e che la mia targhetta avrebbe suonato esponendomi a chissà che crisi diplomatica (un’autorità europea che ruba al parlamento americano, figuratevi!).
Tentai di tornare indietro e gettarla prima dell’entrata ma proprio quel giorno il palazzo era circondato dalla polizia perché c’era in visita una delle prime delegazioni palestinesi. Se avessi gettato un oggetto metallico mi avrebbero forse sparato. Disperata e senza via di fuga chiusi gli occhi e passai. La targhetta non fece suonare il metal detector: era di latta.
E COSÌ, UN MESE DOPO, in visita all’Avana, ne feci dono a Fidel. Che la attaccò dietro la sua scrivania, dicendomi: ho ricevuto tanti regali, ma nessuno è come questo.









































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